> “Io, Tiberio Claudio Druso Nerone Germanico eccetera eccetera (perché non
> voglio infastidirvi enumerando tutti i miei nomi), che ero una volta, e non
> molto tempo addietro, noto a parenti e amici e conoscenti sotto gli
> appellativi di Claudio l’idiota, o quel Claudio, o Claudio il Balbuziente, o
> Cla-Cla-Claudio, o nel migliore dei casi Povero Zio Claudio, mi accingo a
> scrivere la strana storia della mia vita; a partire dalla mia prima
> fanciullezza via via anno per anno fino a quella svolta fatale in cui, circa
> otto anni fa, mi trovai subitamente impegolato in una crisi che chiamerò
> «aurea» e dalla quale non ho mai più potuto districarmi”.
>
> (Robert Graves, Io, Claudio, Corbaccio, 1995, incipit)
Questo incipit, nudo ed esplicito, ci ricorda che il mai abbastanza lodato
saggista, critico, poeta e studioso illuminato Robert Graves (1895-1985) –
persona cara qui a “Pangea” – è stato anche un eccellente romanziere, i cui
libri più celebri non hanno mancato di diventare modello per gran parte della
torrenziale fiction storica prodotta nell’ultimo secolo. Parliamo innanzitutto
del romanzo I, Claudius (Io, Claudio) del 1934 – al quale è seguito nel
1935 Claudius the God and His Wife Messalina (Il Divo Claudio) –, dove le
vicende dell’imperatore romano, pronipote di Augusto, zio del delirante
Caligola, marito dell’infedele Messalina e poi di Agrippina minore, nonché padre
adottivo e vittima di Nerone, sono narrate da lui stesso in forma di memoria
immaginaria, partendo dalla dinastia giulio-claudia e i primi anni dell’Impero
fino alla fatale uccisione di Caligola nel 41 d.C., quando Claudio – nascostosi
dietro un tendaggio per non esser fatto fuori anche lui – viene preso dai
pretoriani e trattenuto nei Castra Praetoria, col Senato che si riunisce in
emergenza e il popolo che inneggia a suo favore, fino a essere acclamato
imperatore (dietro la promessa di un donativo di 15.000 sesterzi per ogni
soldato).
La prima cosa che sorprende in Io, Claudio è la freschezza della traduzione di
Carlo Coardi del 1935 per Bompiani, dal buon sapore rétro, che dopo novant’anni
rimane rapida, vivace, evocativa, arguta, al punto che non se ne potrebbe fare
una migliore: esempio di come la prosa di Graves sappia essere universale ed
efficace, e di come questa traduzione si sposi sia col tempo di allora sia col
tempo nostro, verso il quale resta ancora un regalo. Gran parte degli eventi
storici, incastonati nell’autobiografia immaginaria, si rifanno ai resoconti di
Tacito e Svetonio – quest’ultimo forse il più severo, secondo cui durante il suo
regno Claudio fece giustiziare trentacinque senatori e trecento cavalieri
romani, per gli intrighi delle ultime mogli e per i tentativi di congiura
alimentati dalla diffidenza e dal risentimento che la nobiltà senatoria nutriva
nei suoi confronti.
All’inizio del memoriale, Claudio spiega come per trentacinque anni – prima del
rivolgimento fatale che lo gettò al comando dell’Impero a cinquant’anni suonati
– la letteratura e la storia erano state la sua unica occupazione e l’unico suo
interesse; “è Claudio in persona che scrive questo libro, e non un suo oscuro
segretario, né uno di quegli annalisti ufficiali a cui gli uomini che si
dedicano alla vita pubblica sogliono comunicare le loro memorie con la speranza
che il bello scrivere valga a coprire la nudità della materia e l’adulazione
correggere i vizi della forma. In quest’opera, giuro per tutti gli Dei che sono
io stesso il mio segretario e il mio annalista; la scrivo di mio pugno, e qual
vantaggio potrei derivare incensando me stesso?”. Naturalmente, narrare la
storia della sua vita dev’essere fatto in forma strettamente privata perché,
ormai sposato in quarte nozze con la nipote Agrippina minore – che secondo la
tradizione lo avvelenerà per far salire al trono il figlio Nerone, avuto da Gneo
Domizio –, Claudio se ne sente odiato e sa che non gradirebbe affatto lo
svelamento di misteri e misfatti dei loro parenti, in primis la nonna Livia
Drusilla. Il racconto parte dal 38 a.C., quando i nonni di Claudio tenevano le
scene di Roma e del mondo, l’anno in cui Livia divorziò dal marito per sposare
il futuro divo Augusto; quindi vengono ripercorsi molti decenni dove si
avvicendano le figure di numerosi personaggi e parenti, presi e macinati in gran
parte nell’inarrestabile vortice del potere.
Gustoso è il racconto di quando Claudio, poco più che quarantenne, va a Cuma a
visitare la Sibilla nella sua caverna sul monte Gauro, ottenendo la predizione
degli eventi con un decennio d’anticipo:
> “Prima di essere ammesso al cospetto della Sibilla dovetti sacrificare un toro
> e una capra, rispettivamente ad Apollo e ad Artemide. Era un freddo giorno di
> dicembre. La caverna, scavata nel macigno, ha un aspetto terrificante;
> l’accesso è ripido, tortuoso, buio, pieno di pipistrelli. Ci andai travestito,
> ma la Sibilla mi riconobbe. Forse mi tradì la balbuzie. Penetrai nell’interno
> della caverna dopo essermi trascinato penosamente carponi su per le scale, e
> mi apparve la Sibilla, simile ad uno scimmione più che a una donna, seduta
> entro una gabbia appesa al soffitto, e avvolta in rossi paludamenti; i suoi
> occhi dalle palpebre ferme scintillavano rossi nell’unico raggio di luce rossa
> che si proiettava dall’alto al basso. La bocca sdentata si atteggiava a un
> sogghigno. C’era intorno puzzo di cadavere. Tuttavia mi forzai a proferire il
> saluto che avevo preparato. Non ebbi risposta. Fu solo alcun tempo dopo che mi
> avvidi che quello era il cadavere mummificato di Deifoba, la Sibilla defunta
> in età di centodieci anni; le sue palpebre erano tenute su mediante due
> globuli di vetro argentato sul rovescio che riflettevano la luce dando
> bagliori. La Sibilla regnante vive sempre in compagnia di quella che l’ha
> preceduta”.
Alla fine compare Amaltea, la Sibilla viva, che “era per giunta una bella
figliola”: svanito il raggio di luce rossa, un altro raggio di luce bianca la
illumina sul suo trono d’avorio nelle tenebre. “Aveva una bella faccia da
demente, la fronte alta: sedeva assolutamente immobile, come Deifoba. Ma aveva
gli occhi chiusi. Mi tremarono le ginocchia e presi a balbettare senza speranza
di salvezza: «O Sib…, o Sss-Sib…, o Si-sssib…, Sib… Sib… Sib…». Ella aprì gli
occhi, aggrottò la fronte, mi fece il verso: «O Cla-Cla-Clau…». Ebbi onta, e
feci uno sforzo per rammentare ciò che ero venuto a chiedere. Dissi: «O Sibilla,
sono venuto a consultarti sul fato di Roma e sul mio»”.
L’affermazione “Mia nonna Livia fu una dei Claudii più perversi” suona come una
dichiarazione programmatica, nell’inaugurare le gesta della longeva terza moglie
di Augusto, che “nutriva per la plebe un indicibile disprezzo. «Ciurmaglia
infetta!» diceva, «birbonata, la Repubblica! Roma ha bisogno di un Re»”. La
perfidia congenita di Livia – che non risparmiava quasi nessun parente – la
porta a esprimere alla cognata Ottavia, nonna materna di Claudio, la sua
compassione per la tragica infedeltà di Marcantonio: “aveva esagerato fino a
dirle che se l’era meritata, vestendo sempre troppo modestamente e comportandosi
con troppa austerità. Marcantonio era un uomo di forti passioni, diceva Livia, e
per serbarlo una donna doveva saper temperare la castità della matrona con
l’arte e le stravaganze sessuali d’una cortigiana orientale; Ottavia avrebbe
dovuto, diceva, copiare qualche pagina dal libro di Cleopatra; l’Egiziana, per
quanto fosse meno bella di lei e di otto o nove anni più vecchia, dimostrava di
saper assai meglio soddisfare gli appetiti del suo uomo”.
Non stupisce che “Augusto reggeva il mondo, ma Livia reggeva Augusto”: se in
quel tempo erano rare le donne che si prefiggevano mete audaci, “Livia, unica
fra tutte, non imponeva alcun limite alle sue ambizioni, pur rimanendo
perfettamente padrona di sé e ragionando con la massima freddezza su argomenti
così fantastici che avrebbero fatto giudicare demente ogni altra donna che li
avesse enunciati”. Dal canto suo, Augusto era di gusti semplici: “Aveva un
palato così poco sensibile che non distingueva nemmeno l’olio d’oliva vergine da
quello spremuto dopo che il frutto sia passato tre volte nel frantoio. Portava
panni tessuti in casa”. E dopo la sciagura delle guerre civili, di cui era stato
parte, sarebbe riuscito molto difficilmente nell’opera della ricostruzione senza
il concorso dell’attività di Livia: “La laboriosità di Augusto copriva
quattordici ore della giornata, ma quella di Livia ventiquattro, si diceva”. A
un certo punto, Claudio si scusa col lettore se insiste a scrivere di lei:
> “è inevitabile; come tutti gli onesti libri romani di storia, anche questo è
> scritto dall’antipasto alla frutta, e preferisco il nostro metodo, che non
> tralascia alcun particolare, a quello di Omero e dei Greci in generale che,
> narrando, balzavano di botto nel pieno dell’azione e poi facevano la spola
> avanti e indietro a loro talento”.
Il giovane Claudio era sempre malaticcio, “«un vero teatro d’operazioni di ogni
sorta di morbi», dicevano i medici, e probabilmente campai solo perché i morbi
non s’accordarono tra loro nello stabilire a quali di essi spettasse l’onore di
sopprimermi”. Nato di sette mesi, per cominciare – nascita prematura dovuta allo
spavento provato dalla madre Antonia durante un banchetto dato in onore
d’Augusto a Lione –, il suo stomaco non tollerava il latte della nutrice,
causandogli disgustose eruzioni cutanee; “poi contrassi la malaria, e una
rosolia che mi lasciò leggermente sordo da un orecchio, e la risipola, e una
colite, e finalmente la paralisi infantile, che mi rattrappì la gamba sinistra
condannandomi ad andar zoppo. A causa di queste varie malattie, le mie
articolazioni furono sempre così deboli che non potevo correre, e, anche nel
seguito, non potei mai camminare a lungo, così che in viaggio dovevo per lo più
usare la lettiga”.
Tralasciando quella bestia del suo precettore Marco Porzio Catone – il cui gran
vanto era la discendenza da Catone il Censore – che lo costringe a leggere i
libri dove il Censore incensava se stesso “e la sua storia delle guerre di
Spagna, durante le quali distrusse città e villaggi in numero superiore a quello
dei giorni che trascorse in quel paese”, è il saggio Atenodoro, il precettore
che ne ha preso il posto, a guarirlo dalla balbuzie facendolo declamare con la
bocca piena di sassolini, che gradualmente riduce di numero fino a quando riesce
a farlo parlare normalmente. Una dedizione speciale quella di Atenodoro, che,
come premio per aver vinto la balbuzie, porta Claudio alla biblioteca d’Apollo a
conoscere Tito Livio, l’uomo curvo e barbuto dall’occhio vivace e la parola
incisiva, che non è ancora a metà della sua opera: «Che, vuoi diventare uno
storiografo pure tu, giovanotto?».
Il racconto dei combattimenti nell’arena a cui Claudio assiste è formidabile. Il
primo di questi eventi lo vede dalla tribuna imperiale insieme al fratello:
“Germanico provvide a tutto, fingendo solo di consultarmi prima di prendere le
decisioni del caso, e diresse lo spettacolo con molto decoro e con la massima
sicurezza”. Claudio regge bene alla vista dei primi scontri sanguinosi, con
ferite, uccisioni, amputazioni; ma al termine dei rimanenti, dopo che un giovane
ufficiale corre sotto la tribuna imperiale per ottenere l’autorizzazione ad
affrontare il guerriero germanico alto sei piedi che ha appena affettato un
nemico di una tribù rivale e ora si vanta gridando di aver ucciso sei Romani sul
campo di battaglia tra cui un ufficiale e sfida qualunque patrizio a misurarsi
con lui, dinanzi al truce macello che ne segue (dove vince il Romano) Claudio
perde i sensi. La sera stessa, la perfida Livia scrive ad Augusto:
> “… Il contegno di Claudio, ieri, in una solennità in cui si commemoravano le
> eroiche gesta di suo padre, il suo ridicolo svenimento alla vista di due
> uomini in lotta, senza menzionare i grotteschi contorcimenti delle sue mani e
> il suo tic nervoso con la testa, hanno almeno conseguito questo vantaggio, che
> possiamo d’ora innanzi dichiararlo assolutamente inetto a comparire in
> pubblico, salvo che nelle sue funzioni sacerdotali, perché è ovvio che
> dobbiamo in qualche modo riempire i vuoti che si verificano nelle file dei
> sacerdoti, e Plauzio è riuscito abbastanza bene a istruirlo nei suoi doveri”.
La narrazione di Graves procede spedita, incalzante, con il canovaccio
cronologico che si espande in rizomi formando mappe dettagliatissime e coerenti,
coi personaggi storici che si susseguono e s’incrociano instancabilmente, ora
per abbozzi, ora per ritratti, ora come protagonisti di vicende fatte di
intrecci e collegamenti, circostanze che avvengono, escono e ritornano, a
determinare la costruzione d’insieme di questo formidabile memoriale romanzesco.
Una tecnica che sembra prefigurare un ipertesto ante litteram, quel navigare
stupefacente che oggi maneggiamo con disinvoltura, ma che allora non era affatto
scontato. Livia, Augusto e la figlia Giulia, coi suoi figli Gaio, Lucio, Postumo
e le sue figlie Giulilla e Agrippina; le vicende del tetragono Tiberio e quelle
del folle Caligola, rispettivamente zio e nipote di Claudio; e quelle dell’amato
fratello Germanico, il generale pieno di carisma che da ragazzo giura al padre
morente di amare e proteggere il debole fratellino in fasce, e che per sei anni
guida con successo le campagne punitive contro le tribù germaniche dopo la
disfatta di Teutoburgo, recuperando due delle insegne perdute, sebbene poi
Tiberio – eletto imperatore nel 14 d.C. – gli freni l’espansione territoriale
oltre il Reno, dove la terra selvaggia e primitiva appare inospitale, dunque non
appetibile, con paludi e foreste in cui non si conoscono risorse naturali.
A quel punto la popolarità di Germanico, fra la plebe e le truppe, era tale da
consentirgli, se avesse voluto, di prendere il potere scacciando dal trono il
padre adottivo (tempo addietro Augusto aveva ordinato a Tiberio di adottarlo per
figlio, trasferendolo dalla famiglia Claudia alla famiglia Giulia), tanto più
che in certi ambienti Tiberio era già malvisto, poiché la sua ascesa al
principato era stata segnata dalla morte di tutti gli altri parenti che Augusto
aveva indicato come eredi. Il sospettoso Tiberio, dunque, si tutela da questo
rischio affidando a Germanico un comando speciale in Oriente, come Governatore
Generale di tutte le province, così da allontanarlo nuovamente da Roma: dopo
avergli concesso il trionfo il 26 maggio del 17, nel 18 lo fa partire con
Agrippina e il bambino Caligola, insieme all’uomo di fiducia Gneo Calpurnio
Pisone, aspro e inflessibile – nonché disonesto – nemico in fieri di Germanico,
col compito di sorvegliarlo.
Ma Tiberio ha anche un agente interno, Lucio Elio Seiano, suo ambizioso amico e
confidente con la carica di Prefetto del Pretorio, che Graves etichetta bene:
“Seiano era un bugiardo, il generale di tutti i bugiardi, ma così accorto da
saper far marciare le bugie in formazioni compatte ed elastiche insieme, così da
uscir sempre vittorioso sia da ogni scaramuccia coi sospetti sia dal più
terribile conflitto con la verità”. Ogni volta che viene a Roma, Claudio non
riesce a evitare di imbattersi in Seiano.
> “Non mi capacitavo che un uomo, con la sua faccia e i suoi modi, di oscuri
> natali e destituito di censo o d’ogni lustro personale, avesse potuto elevarsi
> fino all’altezza della posizione che aveva pur raggiunta; perché bisognava
> riconoscere che, dopo Tiberio, era il personaggio più importante di Roma, e
> godeva di molta popolarità tra i pretoriani”.
Mentre a Roma Seiano sobilla Tiberio contro Germanico, con insinuazioni e
falsità, Pisone fa il lavoro sporco dopo esser stato nominato Governatore della
provincia di Siria, con l’intesa di poter contare sull’appoggio di Tiberio e
Livia “nel caso che Germanico dimostrasse di voler intralciare le disposizioni
di ordine politico o militare che egli avrebbe ritenuto opportuno di emanare”. E
le disposizioni di ordine politico o militare di Pisone non si fanno attendere:
i contadini e i negozianti delle città “furono costretti a pagare segretamente
ai capicenturia di guarnigione certe prebende a scopo di protezione; se
rifiutavano, si vedevano assalire di notte da uomini mascherati, che appiccavano
il fuoco alle case e trucidavano i membri delle loro famiglie”. Ai pressanti
appelli delle vittime contro questo terrorismo, Pisone risponde promettendo
inchieste che non eseguirà mai, e continua a mandare messaggi a Roma in cui
confuta e squalifica i rapporti indignati che Germanico invia all’Imperatore
sulla mala gestione di quel farabutto e sugli ostacoli che deve subire; tornato
in Siria dopo un giro di ispezioni nelle province, infatti, Germanico “constatò
che tutti i suoi ordini erano stati sistematicamente o ignorati o sostituiti da
altri antitetici emanati da Pisone. Allora, per la prima volta, manifestò
pubblicamente la sua contrarietà dettando un proclama col quale cancellò tutte
le disposizioni prese da Pisone durante la sua assenza in Egitto, precisando che
d’ora innanzi, e fino a nuovo ordine, nessun decreto promulgato da Pisone nella
provincia avrebbe avuto valore se non avesse recato la firma di Germanico”.
Il guaio è che, subito dopo la pubblicazione del proclama, Germanico cade
misteriosamente ammalato: il livello dello scontro s’è alzato, diventando
guerra. Siccome non digerisce niente, sospetta che il cibo gli venga avvelenato,
e si premura di far preparare i pasti dalla moglie Agrippina, vigilando che
nessuna persona di servizio si avvicini agli alimenti. “La fame gli aveva
acutizzato l’olfatto in un grado così anormale che gli pareva avvertire puzzo di
cadavere in tutta la casa. Poiché nessun’altra persona lo avvertiva, Agrippina
sulle prime attribuì le sue lagnanze ad un capriccio di malato. Ma egli
persisteva a dire che il puzzo gli riusciva sempre più intollerabile. Finalmente
lo percepì anche Agrippina; pareva appestare tutte le stanze. Bruciò incenso per
purificare l’aria, ma il fetore permaneva. La servitù cominciò ad inquietarsi.
Si bisbigliò che la casa era in balìa delle streghe”. Temendo che Plancina, la
moglie di Pisone, gli abbia fatto una stregoneria, Germanico offre a Ecate un
sacrificio propiziatorio di nove cuccioli neri, secondo le norme prescritte per
quei casi.
> “L’indomani una schiava riferì, con una faccia sconvolta dal terrore, che
> mentre stava lavando il pavimento del vestibolo aveva notato una lastra smossa
> e, sollevatala, aveva scoperto il cadaverino nudo e decomposto d’un bimbo col
> ventre tinto di rosso e due cornetti che gli spuntavano dalla fronte.
> Immediatamente fu fatta un’ispezione in tutte le stanze e si trovò una dozzina
> di cadaverini altrettanto spaventevoli nascosti o sotto le lastre del
> pavimento o in nicchie praticate nei muri e dissimulati dietro cortine; fra
> essi, la carogna di un gatto munito di ali informi da pipistrello, e la testa
> mozza di un negro, dalla cui bocca pendeva la mano bianca d’un bambino. Presso
> ciascuna di queste orribili reliquie stava una tavoletta di piombo con sopra
> inciso il nome di Germanico”.
La casa viene scrupolosamente ripulita, ma lo stomaco di Germanico continua a
soffrire, e altri segni maligni si manifestano. Dentro i cuscini si trovano
penne di gallo imbrattate di sangue, sui muri compaiono “sgorbi nefasti
tracciati col carbone, talora in basso, come se li avesse scarabocchiati un
nano, talaltra così in alto che solo un gigante poteva arrivarci;
rappresentavano ora un impiccato, ora una civetta, ora il nome di Roma
rovesciato, dappertutto, il numero 25, sebbene Agrippina sola fosse a conoscenza
che Germanico lo considerava come un numero malefico”. Poi comincia ad apparire
il nome di Germanico, anch’esso rovesciato, ogni giorno abbreviato di una
lettera. Quando le lettere sono ridotte a tre, di notte l’infermo è costretto a
scendere dal letto e a precipitarsi con la spada nella camera attigua, dove un
enorme gallo nero col collo cinto da un cerchio d’oro sta cantando come per
risvegliare i morti.
> “Germanico declinava di giorno in giorno. L’indomani, durante una momentanea
> assenza di Agrippina, egli avvertì un movimento sotto il guanciale:
> sbigottito, cercò a tastoni il talismano; era scomparso, e nessuno era entrato
> nella stanza. […] Morì il 9 ottobre, il venticinquesimo giorno della sua
> malattia, quando del suo nome restava sul muro la sola iniziale. Il suo corpo
> emaciato fu esposto nudo sulla piazza del mercato, così che ognuno vedesse
> l’eruzione cutanea che gli arrossava il ventre, e l’azzurro livido delle sue
> unghie”.
Ognuna delle quattrocento pagine di Io, Claudio conduce il lettore, lo seduce
con i racconti piccoli che formano il grande, con i dettagli che danno sostanza
e chiariscono l’insieme, con le introspezioni e gli intrecci che rendono vivi i
personaggi, con le descrizioni e le digressioni – precise e ficcanti, sempre –
che connettono le fasi del racconto chiarificandone il senso, col muoversi e
agitarsi delle singolarità nel grande affresco della Storia. Livia domina gran
parte del libro, mentre Caligola l’Imperatore fa deflagrare le sue follie nella
parte finale: a descriverle per intero sono raccapriccianti, e richiederebbero
fior di pagine. Non possiamo che riportarne un siparietto, godendoci il garbato
e colorito umorismo di Robert Graves, scrittore inglese di razza.
> “Una sera Drusilla venne a bussare alla mia porta, chiamando: «Zio Claudio!
> Caligola ti vuole; d’urgenza. Vieni subito. Non perdere un minuto!». «E che
> vuole da me?». «Non so, ma per amor del cielo assecondalo in tutto quel che
> dirà. Ha la spada in mano, snudata; se lo contrari, t’infilza. Me l’aveva
> puntata alla gola poco fa; diceva che non gli volevo bene, sebbene giurassi e
> spergiurassi che lo amavo. Bada, zio Claudio, è impazzito. È sempre stato
> pazzo, ma adesso è peggio: è posseduto dal demonio». M’affrettai alla camera
> di Caligola, che trovai addobbata con tende pesanti e munita di spessi
> tappeti, appena rischiarata da una lucerna ad olio che ardeva presso il letto.
> L’aria era stantìa. M’accolse la sua querula voce: «In ritardo come al solito?
> T’avevo fatto dire di sbrigarti». Non sembrava ammalato; aveva solo un’aria
> malsana. Due giganteschi sordomuti armati di scure montavano di sentinella ai
> lati del letto. Io dissi, facendogli il saluto: «Mi sono affrettato il più
> possibile; se non fossi zoppo sarei arrivato prima. Mi rallegro, Cesare, nel
> sentire di nuovo la tua voce. Stai meglio?». «Non sono mai stato malato in
> realtà. A riposo, soltanto. Subendo una metamorfosi. È il più importante
> evento religioso che si sia verificato nella storia. Non fa meraviglia che
> l’Urbe sia piombata nel silenzio»”.
Il processo di metamorfosi è stato penoso, dice Caligola, Non avrebbe potuto
esserlo di più se si fosse messo al mondo da sé. Un parto laboriosissimo e
doloroso. Claudio gli chiede qual sorta di cambiamento ha subìto. “«Non è
visibile alla prima occhiata?» domandò con petulanza. Rammentai la frase di
Drusilla «posseduto dal demonio» e anche la conversazione che avevo avuto con
Livia in extremis, ed ebbi un barlume di verità. Mi prosternai, con la fronte
sul tappeto, e lo adorai come un dio. Dopo una pausa gli domandai, senz’alzarmi
da terra, se ero io il primo a godere del privilegio di adorarlo; disse di sì, e
io mormorai fervidi accenti di grazia. Lui, cogitabondo, mi stava punzecchiando
la collottola con la spada; mi credetti spacciato. Ma lo udii borbottare: «È
concepibile che tu non abbia ravvisato subito la mia divinità, dato che mi vedi
ancora sotto le mie spoglie mortali». «Dovevo esser cieco», protestai; «il tuo
viso splende, nella penombra». «Davvero?» domandò, con sollecitudine. «Alzati, e
porgimi lo specchio». Ubbidii, e contemplandosi ammise che splendeva infatti di
purissima luce. Soddisfatto, si degnò di rivelarmi alcuni particolari intimi:
«Avevo sempre avuto la certezza che il miracolo si sarebbe compiuto un giorno o
l’altro. Ho sempre avvertito in me la natura divina. Rifletti: avevo due anni
quando repressi l’ammutinamento delle legioni di mio padre e così salvai Roma.
Un vero prodigio; come quelli che la leggenda attribuisce a Mercurio
adolescente, o ad Ercole che in fasce strozzava i serpenti». «E Mercurio»,
incalzai, «non rubò che qualche bue, e modulava solo un paio di note sulla sua
lira. Ben poca cosa, al confronto».
> “«Inoltre a otto anni uccisi mio padre. Nemmeno Giove seppe fare altrettanto;
> si contentò di cacciare il suo». Capii che vaneggiava, ma nondimeno gli
> domandai con voce ferma: «Perché l’hai ucciso?». «M’ostacolava il cammino.
> Voleva disciplinarmi: me, figurati, un giovane dio! Così lo spaventai a morte.
> Introdussi clandestinamente nella nostra casa di Antiochia certi brandelli di
> cadaveri, e li nascosi sotto le piastrelle del pavimento; scarabocchiavo
> incantesimi sui muri; mi procurai un gallo, che gli cantò la sveglia della
> Morte; e gli rubai Ecate! Eccola, vedi; la tengo sempre sotto il guanciale». E
> mi mostrò la figurina di diaspro verde, che mio fratello usava per scongiurare
> i demoni. Il cuore mi s’agghiacciò, quando la riconobbi”.
Paolo Ferrucci
L'articolo “Io, Tiberio Claudio Druso Nerone Germanico eccetera eccetera”.
Memoria di un capolavoro proviene da Pangea.
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Il più antico albero della foresta di Sherwood, “Major Oak”, è morto. Era lì da
oltre mille anni, nel 2002 Her Majesty Queen Elizabeth II lo aveva eletto tra i
“Great British Trees” – sono una cinquantina, tra i più longevi d’Europa. La
quercia era puntellata da quasi un secolo, negli anni Sessanta hanno cementato
porzioni del pachidermico fusto; una fotografia dei primi del Novecento,
prontamente rilanciata dai media britannici, ritrae un uomo con bastone assiso
su una radice di “Major Oak”: la didascalia recita, “Age 1.500 Years” – la
leggenda fa esplodere ogni cronologia. Ad ogni modo, la quercia – simile,
piuttosto, a una megattera, a un oceano – non verrà sradicata. È un simbolo
nazionale, resterà lì com’è, a dar tana agli uccelli.
Gli esperti ascoltati dal “Guardian” – che ha definito la quercia most famous
tree in the world – dicono che l’albero è morto a causa degli eccessi di caldo
subiti negli ultimi anni; ricordano che circa 35mila cristiani, ogni anno,
varcano Sherwood in processione per onorare “Major Oak”.
Gli inglesi sono formidabili nel piantumare leggende: è il modo naturale per
animare il ‘genius loci’. Secondo la leggenda, “Major Oak” è stata il campo base
di Robin Hood e della sua allegra brigata, i “Merry Men”. La storia fa di tutto
per sedare il folklore: alcuni esperti ci dicono che Robin e i suoi non
praticavano le arti di brigantaggio a Sherwood, che lo Sceriffo di Nottingham –
un villain dai comici tratti – sarebbe comparso più tardi nella lenta
stratificazione di ballate che compongono il ciclo del celebre prude outlaw, il
fuorilegge dal cuore nobile. Lo sappiamo: una leggenda sfocia in rivoli lirici,
risalire all’origine dei fatti è pressoché impossibile, perfino inutile. Ne
siamo certi: Robin Hood – o meglio: “Robyn Hode”, come racconta il primo ciclo
della Gest – era un brigante sanguinario, uno che badava ad arricchire se e i
suoi a danno di chiunque altro, era uno spietato assassino –, eppure, ci piace
l’eroe ribelle che di fronte alla tracotanza del potere risponde con la
guerriglia, il ritorno al bosco, il contro-stato. In effetti, i “Merry Men”, in
fondo, sono i discepoli del messianico Robin: condividono il bottino, vivono di
lazzi, scherzi e compassione, si aiutano vicendevolmente. Il codice che li lega
non è ‘istituzionale’, statuario, astratto, ma ‘naturale’. Preadamitico, forse.
Da bambino, firmavo i miei librini e i biglietti di Natale “Robin Hood”. Ero
folgorato dalla riduzione Disney del mito: il film animato del 1973 è girato da
Wolfgang Reitherman, che è stato il regista de La spada nella roccia, Gli
Aristogatti, Il libro della giungla. Mi piaceva – come a tutti – il brigante dal
cuore d’oro, la scaltrezza, l’acutissimo sguardo, capace di sondare l’anima di
ogni cosa. Robin Hood era raffigurato da una volpe: animale-simbolo del Regno
inglese, icona della furbizia, è vero, ma, soprattutto, emblema del trickster,
il divino imbroglione che sbroglia i mali del tempo, l’ambigua bestia che
rovescia le convenzioni e annienta ogni categoria. Durante una gita al Salone
del Libro di Torino, molti molti anni fa, acquistai un libro su Robin Hooddello
storico James C. Holt, stampava Rusconi. La lenta decapitazione del mito, si
dirà – ad ogni modo, il mito è sempreverde e quell’antico libro ha le pagine
ingiallite: mietitura del tempo.
In molti hanno tentato di identificare l’efferato, affascinante brigante con un
personaggio storico. Secondo alcuni, Robin di Loxley – nel South Yorkshire – che
ha combattuto le Crociate insieme a Riccardo Cuor di Leone, sarebbe Robert conte
di Huntingdon; secondo altri è il brigante Robert Hod di York; secondo altri
ancora “Robin Hood” è il nome-passepertout di cui hanno abusato turbe di ladri,
assai poco gentiluomini. Di certo, un certo Robinhood o Robehod o Robbehod fa
mostra di sé, in diversi atti giudiziari inglesi, da 1261 – alcuni hanno scorto
testimonianze precedenti.
Robert Graves, che all’acribia dissacrante degli storiografi oppone l’acutezza
di chi disserra miti e leggende, vede in Robin Hood l’amena emanazione di “Robin
Goodfellow”, il re del bosco, “un dio itifallico delle streghe, con corna di
giovane ariete, zampe d’ariete, una scopa di strega sopra la spalla sinistra e
una candela accesa nella mano destra” (cfr. R. Graves, La Dea Bianca, Adelphi,
2009, pp.453-456). In altra controfigura, “Robin Goodfellow” è il Puck del Sogno
di una notte di mezza estate, poi adattato da Kipling nei suoi libri omonimi. La
vicenda dell’allegra compagine di felloni che circonda Robin viene connessa alle
feste del Calendimaggio, dunque al rovesciamento di ogni valore sociale. In
questa turbinosa spirale di diversi elementi religiosi che convergono nel
folklore, “Lady Marian”, l’amata da Robin, ovvero Maid Marian,
cioè merry-maid (allegra fanciulla) quando non mermaid (sirena) è legata da
Graves al culto di Maria Egiziaca e prima ancora alla dea d’amore – di cui
l’arco è l’arma putativa.
Le storie di Robin Hood, di volta in volta fraintese, come il mito desidera –
destino di un mito è essere frazionato come il pane, sperperato e sparso in
seminagione infinita; un mito ‘statico’, ‘stabile’ si fa tempio e decade a se
stesso, implode in legge –, hanno avuto vasta eco cinematografica: The Death of
Robin Hood (2026) è l’ultimo capitolo della serie. Robin Hood è interpretato da
Hugh Jackman; il sottotitolo – He Was No Hero – denuncia lo sguardo filmico.
L’autentico patrimonio mitico di Robin Hood si trova nelle English and Scottish
Popular Ballads, immane enciclopedia del folklore anglofono pubblicata nel 1882
da Francis James Child, filologo di stanza a Harvard – figlio di un fabbricante
di vele, genio precocissimo, morì con tre lauree honoris causa in teca, una
delle quali conferitogli dall’Università di Gottinga. Nelle Ballads, Robin Hood,
“Fuorilegge di retta/ moralità, come mai/ si troverà”, fa la parte del gigante:
occupa uno spazio che va dalla ballata 117 – The Gest of Robyn Hode – alla 154
– A True Tale of Robin Hood. La 120 – una delle più antiche, risale al XVI
secolo – racconta la morte dell’eroe, mentre si reca a Kirkley/Kirkless (nel
West Yorkshire) per sottoporsi a un salasso. Le parole estreme commuovono; Robin
si rivolge all’amico di mirabili imprese, Little John:
“Dammi il mio arco ricurvo
scaglierò l’infinita freccia:
osserva dove si conficcherà
perché quella è la mia tomba.
Zolla verde sotto il cranio
voglio; ventaglio di zolle
sopra il corpo voglio:
e l’arco al fianco che fu
la mia dolce arpa –
sepolcro imbiancato
di verde è la cosa più giusta
che possa esistere.
Quando sarò morto diranno:
qui giace il coraggioso
Robin Hood”. Tali parole
piacquero al coraggioso
Robin Hood – Robin Hood
che fu sepolto a Kirkley la bella.
È la ballata – se vogliamo: un Iliade in formato rock – il veicolo ideale per
narrare le avventure dell’ambiguo Robin Hood, al contempo forte e scaltro,
sprezzante e misericordioso, amante assoluto e dissoluto dongiovanni.
La ballata registrata come 125 racconta il sodalizio tra Robin Hood and Little
John. L’incontro si sviluppa dopo uno scontro, a perimetrare la possanza di
Little John e la genesi di un’amicizia. Vale la pena tradurne il principio anche
per saggiare la spigliata arguzia del menestrello narratore:
Aveva vent’anni Robin Hodd
e vagabondava quando
incontrò Little John, arciere
svelto di mano, allegro, perfetto
al brigantaggio. Anche se
lo chiamavano Little, era grosso
d’arti, alto due metri e dieci:
ovunque andasse tutti tremavano
all’udire il suo nome e fuggivano.
Come si conobbero ve lo dirò tra poso
se avrete il genio di ascoltarmi:
sono certo che questa storiella
tra tutte vi farà ridere…
Pur superficialmente, mi pare che siano diversi gli elementi che imparentano
Robin Hood al Davide biblico. Intanto, l’uso dello ‘strumento’ – la fionda per
l’eroe biblico, l’arco per quello inglese –: un’arma meritata da chi ha mira, da
chi sa sopraffare i più forti con l’eleganza, lo stupore della furbizia. La
stessa arma, poi, si volta in arpeggio, in aggeggio musicale: la fionda è cetra
per Davide ed è “dolce arpa” per Robin Hood. Le gesta di entrambi – contro lo
Sceriffo di Nottingham o contro Saul, cioè: contro chi esercita il potere
concessogli in violazione e vile abuso – si svolgono come una sinfonia.
Entrambi, il re semitico e l’eroe anglofono, hanno bisogno di complicità:
Jonathan è l’intimo amico di Davide – capace perciò di mentire al padre, Saul –,
Little John quello di Robin Hood. Davide si unisce a Mical, Robin a Marian – di
entrambi è la passione, l’ardore, il gusto per il ‘bel gesto’. Entrambi
provengono dal bosco: Davide dai pascoli dove lo ha inviato il padre – e dove
impara a domare l’orso, il lupo e il leone, conoscendone le abitudini –, Robin
dai meandri di Sherwood. Davide continua a essere un bambino ‘selvaggio’: opta
per i luoghi impervi quando cade in disgrazia agli occhi di Saul; non esista a
denudarsi per danzare intorno all’arca dell’Alleanza. Entrambi, cioè, lavorano
sull’opposizione foresta/deserto vs. città/palazzo, ovvero patto vs. norma;
libertà vs. coercizione; sfida vs. sottomissione.
Davide, poi, passerà, da par suo, dall’altro lato: diventa re – un re mitico. In
una versione della saga, anche Robin, nobile di tutto defraudato, viene
reintrodotto ai suoi possessi da re Riccardo I.
In calce, si traduce una ballata, Robin Hood and the Golden Arrow che racconta
l’impresa più estrosa del brigante. In questo caso, è il lusso dello scherzo, il
principio dello scherno ad animare il contro-eroe. Ogni forma di potere si
combatte, innanzi tutto, sbeffeggiandola.
Nella leggenda compare “Major Oak”, “l’albero verde, enorme”, che funge da trono
di Robin Hood – sia lode a lui.
**
Robin Hood e la freccia d’oro
Lo sceriffo di Nottingham
cosparso di cenere disse
di Robin Hood, quel
tracotante ladro.
Rivelò le perdite
a Londra, da Re Riccardo
che prestò attenzione
alla lacrimosa storia.
“Cosa dovrei fare? Non sei
forse il mio arguto sceriffo?
La legge è in vigore, va’
occupati di chi ti fa del male.
Va’, agisci con coraggio
escogita uno stratagemma
per intrappolare i ribelli
e non farti più vedere da me!”.
Lo sceriffo tornò triste
verso casa, pensando
alle parole del Re
elaborando intrighi.
Nella mente immaginava
gara a cui anche i fuorilegge
avrebbero partecipato insieme
agli arcieri del regno.
Pensò a una freccia d’oro
con asta d’argento
che il vittorioso avrebbe
ottenuto come suo diritto.
La notizia giunse a Robin Hood
assiso sotto l’albero verde, enorme:
“Preparatevi, allegri compagni
oggi andremo a una gara”.
Il giovane David di Doncaster
gli disse: “Maestro, non ci muoveremo
dai labirinti del bosco perché
quella gara è un inganno”.
“Mio ardimentoso codardo”
disse Robin Hood, “ciò che dici
mi convince a gareggiare
per provare il mio talento”.
L’impavido Little John disse:
“Andiamo insieme
ti dirò come fare
per non farci riconoscere.
Lasceremo qui i nostri
mantelli verdi, indosseremo
altre vesti, saremo stupendi
nell’arte del mascherarci.
Uno sarà bianco, l’altro rosso
tu indosserai il giallo, tu il blu:
travestiti, metteremo alla prova
chi vuole ingabbiarci”.
Uscirono dunque dal verde
bosco, con il cuore fermo
forgiato nel coraggio, decisi
a beffare gli sgherri dello sceriffo.
Così si mescolarono alla
folla, per fugare i sospetti:
uniti sempre nonostante
le circostanze.
Lo sceriffo si guardò intorno:
ottocento uomini
nessuno di quelli
che si aspettava.
Gli dissero: “Robin Hood
e i suoi non ci sono
altrimenti di certo
ci avrebbero assaliti”.
“Pensavo venisse” disse
lo sceriffo grattandosi il capo
“Eccesso di audacia pensavo
avesse quel mero ladruncolo”.
La parola ferì Robin Hood
il sangue rombava
vedrai presto chi sono
pensò dentro di sé.
Uno disse: “Giacca Blu!”
un altro: “Marrone!”
il terzo: “Il Giallo vince!”
l’ultimo: “il Rosso non ha pari!”.
Quello, l’arciere rossovestito
era Robin Hood: a ogni colpo
centrava il bersaglio
con mortale sicurezza.
Fu lui, il coraggioso Robin
Hood a vincere la freccia
dalla punta d’oro: la portò
via con sé, era diritto suo.
Riunitosi nel verde regno
della foresta, l’allegra compagnia
inneggiava bevendo
alla propria bravata.
Ma Robin Hood parlò:
“Importante è che quello
sceriffo sappia con certezza
che io ho vinto la freccia…”
Gli disse Little John:
“Scrivi una lettera
la diffonderemo per la città
di Nottingham, appesa
a una freccia, lungo
ogni via, perché tutti
sappiamo della tua impresa”.
Il piano fu portato a termine:
lo sceriffo ricevette
la lettera: dopo averla
letta si grattò il cranio
e delirò come fanno i pazzi.
*In copertina e nell’articolo: illustrazioni di N. C. Wyeth per: Paul Creswick,
Robin Hood and His Adventures, 1917
L'articolo “Qui giace il coraggioso Robin Hood”. Storia di un eroe (e di un
albero millenario) proviene da Pangea.
Figura enigmatica, la regina di Saba “sentita la fama di Salomone… venne per
metterlo alla prova con enigmi”. I doni preparati per il re sapiente – “cammelli
carichi di aromi, d’oro in quantità e di pietre preziose” –, analoghi a quelli
offerti dai Magi al Bimbo, simboleggiano i diversi attributi della sapienza.
Figura disarcionata dalla leggenda, la regina di Saba sembra un po’ Sfinge e un
po’ Pizia, un po’ Antiope, regina delle Amazzoni, un po’ Sekhmet, la divinità
egizia con il volto da leonessa. L’episodio che lega la regina di Saba a
Salomone è tanto importante che viene raccontato, pressoché con le stesse
parole, nel Primo libro dei re (10, 1-13) e nel Secondo libro delle cronache (9,
1-12). Nel Primo libro dei re – di cui le cronache sono, di norma, un rapido
resoconto, un riassunto – l’episodio della regina di Saba è seguito dal “peccato
di Salomone”: la brama di conoscenza devia il re dalle leggi di Dio. Attorniato
da un harem – “amò molte donne straniere”: impetuosità nel conoscere ereditata
dal padre, Davide – Salomone edifica statue ad altri dèi, Astarte, Milcom,
Camos, Moloc; studia i riti degli Ammoniti e “di quelli di Sidone”, si interessa
della cosmologia dei Moabiti.
Qui, però, ci importa altro. Con quali enigmi la regina di Saba importuna
Salomone? In ebraico enigma si dice chidah, appare diciassette volte nel Testo;
la prima volta in Numeri (12, 6 ss.). Questo episodio è determinante per
comprendere l’epica del profetismo e della chiamata. Dio appare “in una colonna
di nube”, parla ad Aronne e a Maria, sua sorella – emblema del profetismo
femminile. Dio dice che a “un vostro profeta/ mi rivelerò in visione/ gli
parlerò nel sogno”, mentre a Mosè, “l’uomo di fiducia in tutta la mia casa”,
> “Bocca nella bocca a lui parlo
> in visione e non per enigmi
> ed egli contempla la figura del Signore”.
In sostanza: l’enigma è la formula linguistica con cui Dio parla al profeta. A
parte Mosè, che accede a un al di là del linguaggio, ai chiamati Dio appare per
sogni ed enigmi. Dio non usa il linguaggio umano – un linguaggio fatto in fondo
per soggiogare, per impossessarsi del creato –: l’enigma, infatti, chiede di
essere sciolto. L’enigma non è un gioco, è l’ombra del vero; è l’elitra del
vero. L’enigma non confonde, al contrario: rischiara. L’enigma è la rivelazione;
se non riusciamo a intenderlo è nostro il difetto di vista.
In Eden il linguaggio era nudo – eccomi; sì sì, no no –; da Babele è un
rivestimento. Dall’incontro con il serpente – il loquace; colui che presiede le
arti divinatorie – il linguaggio è un modo per velare, per nascondere. Dire per
non dire. Con il Nazareno: dire l’indicibile.
Rembrandt, Festino di Baldassarre, 1636
In effetti, anche l’episodio che riguarda la regina di Saba mostra l’importanza
miliare dell’enigma. È scritto infatti che la regina “Si presentò a Salomone e
gli parlò di tutto quello che aveva nel suo cuore. Salomone le chiarì tutto
quanto ella le diceva” (1 Re 10, 2-3). Ecco che l’enigma, lungi dall’essere un
gioco della mente, ha a che fare con il cuore e i suoi abissi. Il cuore
– lebab – che nel Primo Testamento significa “la totalità della vita interiore”;
il luogo della prova, dello smarrimento, della scelta. Porre un enigma: mostrare
il cuore. Parlare per enigmi: chiedere di scatenare il cuore. Chi non lo sa
pesare, chi non lo scioglie, ne è divorato.
Anche il mondo greco ha come fulcro l’enigma. “L’enigma è la manifestazione
nella parola di ciò che è divino, nascosto, un’interiorità indicibile”, scrive
Giorgio Colli (in, La nascita della filosofia, Adelphi, 1975). Secondo Colli, il
tramonto dell’enigma come formula divina, come orbita del sapiente, porta,
appunto, alla nascita della filosofia (l’arte dialettica, agonistica), al
linguaggio non più come materia sacra ma come gioco – infine: come giogo. La
retorica è proprio questo: persuadere – sedurre – vincere. Obbligarti a
riconoscere che ho detto la verità – ma la verità non può dirsi, è
indicibile…
> “L’enigma è l’intrusione dell’attività ostile del dio nella sfera umana, la
> sua sfida, allo stesso modo che la domanda iniziale dell’interrogante è
> l’apertura della sfida dialettica, la provocazione alla gara”.
>
> Giorgio Colli
L’enigma è tale, nel mondo greco, perché comporta il rischio di morire se non lo
si interpreta correttamente. Enigma è parola che si rivolta contro la creatura
che crede di detenere il linguaggio, che ha scordato il potere detonante del
linguaggio. La soluzione dell’enigma: il silenzio. L’enigma taccia – fa tacere.
Secondo Eraclito, Omero muore “per lo scoramento”: non è stato in grado di
risolvere un enigma posto da alcuni pescatori. Il grande aedo viene sconfitto da
un manipolo di illetterati. D’altra parte, Edipo, in grado di piegare la Sfinge
dopo aver risolto il suo mortale enigma, non è capace di allontanare da sé la
tragedia. Anzi: la risoluzione dell’enigma è l’incipit della sua tragedia
personale. Comunque, è sempre l’enigma ad avvincere, ad avvolgerci nelle sue
spire assassine.
Nel primo volume dedicato alla Sapienza greca (Adelphi, 1977), Giorgio Colli
raduna i frammenti che testimoniano la personificazione di Enigma. La
conclusione è marziale:
> “Chi non risolve l’enigma è ingannato: il sapiente è colui che non si lascia
> ingannare. L’azione dell’enigma è di ingannare e di uccidere mediante
> l’inganno: su ciò ci ammaestra Eraclito. In fondo il sapiente è un guerriero
> che sa difendersi”.
Se la sapienza si pronuncia per enigmi è per rivelare; la retorica, al
contrario, allude all’enigma, si riveste di parole enigmatiche per nascondere i
suoi veri intenti – al di là della verità. Da una parte l’enigma vela il dio;
dall’altra, l’enigmatico è mero effetto scenico, teso come una trappola per
illudere: vince chi convince.
L’enigma – indovinello da divinare – riguarda ogni tradizione. Ha a che fare,
infine, con l’energia del linguaggio, un’energia, oggi, defraudata dal sacro:
appartiene all’ambito dell’utile, piuttosto, il linguaggio odierno, della
descrizione scientifica, della prolusione pubblicitaria, della provocazione
narcisistica, quando non della manipolazione di massa. In alcuni tra i capitoli
più affascinanti de La Dea Bianca – “L’indovinello di Gwion” e “La soluzione
dell’indovinello di Gwion” – Robert Graves spiega come il potere sapienziale
dell’enigma sia eredità dei bardi e dei poeti. Il poeta non usa similitudini,
immagini verbose, oniriche allusioni come ornamento; se sovverte il linguaggio
comune è per mostrare, in emblemi e spiragli, per quel poco che intuisce, lo
“sbaglio di natura/ il punto morto del mondo/… che finalmente ci metta/ nel
mezzo di una verità”. Il poeta non sa, è per tutti l’assoluto insipiente: il
poeta – se tale è – non è lo scopo, ma il mezzo; il poeta è trafitto, non sa
mettere a profitto il linguaggio: lo offre, scopertamente.
Secondo Roland Meynet – Professore emerito di teologia biblica alla ‘Gregoriana’
– “L’enigma biblico – tutta la sapienza della Bibbia, di cui l’enigma è una
caratteristica – è sostanzialmente diverso dai nostri enigmi o dai nostri
indovinelli. Questi sono giochi. Quando proponiamo un indovinello, speriamo che
l’interlocutore – se pure si può chiamare così – non trovi la risposta… Nella
Bibbia è tutto il contrario. Quando viene proposto un enigma, non viene data la
soluzione; quando si pone una domanda, non viene data la risposta. Soluzione e
risposta sono lasciate alla responsabilità del lettore”.
Fernand Khnopff, Carezza con Sfinge, 1896
Nel Nuovo Testamento la parola enigma, alla greca, appare soltanto una volta. La
usa Paolo, nello straordinario capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi: “Ora
vediamo come in uno specchio, per enigmi; allora vedremo faccia a faccia. Ora so
per frammenti, allora saprò pienamente, come pienamente sono conosciuto”.
L’amore ha spezzato ogni enigma; il linguaggio è involucro vuoto: il Figlio ha
sciolto il grande enigma del mondo – “Non c’è nulla di nascosto che non sarà
svelato, né di segreto che non sarà conosciuto”: Lc 12, 2 –, da ora siamo tutti
come Mosè, bocca-nella-bocca di Dio. Ancora una volta: l’enigma ha a che fare
con il cuore, con la conoscenza di sé, con l’essere pienamente conosciuto.
Eppure, l’enigma esiste per sconfiggere il criptico, il nascosto, il segreto
(kruptos); anche Gesù parla per enigmi, cioè per parabole.
> “Più volte Gesù parlò in modo allusivo ed enigmatico, «non apertamente»,
> attraverso il velo delle similitudini: egli diceva e non diceva, svelava e
> nascondeva, manifestava e occultava. Questo è precisamente il punto che ci
> interessa: perché Gesù usava un simile linguaggio? […] La parabola di Gesù
> mantiene tutta la sua carica di enigmaticità, lascia all’ascoltatore il
> compito di comprenderla, lo interpella e lo costringe a interrogarsi, lo
> coinvolge in prima persona e lo impegna alla ricerca del senso”.
>
> Carlo Maria Martini
Gesù: Logos che viene a rifondare il logos. Lasciata all’uomo, la parola fomenta
fraintesi, soprusi, è manifestazione del male (il diavolo avvince con il
linguaggio, convince, è esperto in dialettica). Il mondo non è soltanto ciò che
sta, irreggimentato, nei ranghi descrittivi umani. È il tutt’altro, è il
sovrappiù, è quella sovrabbondanza che ci pare – ad analitico dire – inutile,
inefficace, inerte. Le parabole di Gesù, in effetti, non attendono soluzione, la
risposta a un rebus: esistono come totalità. È tutto un mondo – il granello e la
pietra, gli uccelli del cielo, il nido, il seminatore e la vigna, il padrone e i
talenti – che risorge, in quel dire: ciò che è stato, è e sarà. Le funzioni
della retorica – le finzioni – non funzionano; quella è parola vivente. Anche la
parola poetica – ombra dell’ombra dell’ombra, lavorio di coltellino e di
cerbottana – ha senso, insensatamente, soltanto se non simula una qualche verità
– ermetismo da oscurantisti letterati – ma se è parola efficace, parola che dà
vita.
Abilità a benedire, diremmo.
La retorica, quando è vera, serve ad abolire tutte le maschere.
Certo, nessuno scioglie le parabole – i discepoli non capiscono neanche le
spiegazioni che a loro misura offre Gesù. È Gesù stesso, il suo corpo-mistero,
l’enigma. Un enigma che neppure il chiodo e il legno e la pietra sanno
discernere. Per questo, occorre insinuarsi nell’enigma e stare nella sua
energia, acquattati, migrando nella letargia dei giusti. Dismettere il verbo per
penetrare nella dismisura – quel balbettio che chiamiamo sole.
*In copertina: Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, 1864
L'articolo Sull’enigma, ovvero: l’arte di sovvertire il linguaggio proviene da
Pangea.
Dylan Thomas accettò di fargli da testimone di nozze. Era il 4 ottobre del 1939,
non poteva rifiutare: conosceva Keidrych Rhys, gallese di Bethlehem, da una
vita; spesso lo aveva pubblicato sulla rivista che dirigeva, “Wales”. Keidrych
sguazzava con agio nell’editoria dell’epoca – nel ’44, per la Faber di Sir T.S.
Eliot, avrebbe pubblicato un’importante antologia di Modern Welsh Poetry – ed
era un gran bevitore. Nel ’39 Dylan Thomas, già superstar della letteratura
anglofona, aveva licenziato, per Dent, The Map of Love; Keidrych compiva
ventiquattro anni; la festa, a Llansteffan, annaffiata d’alti alcolici, si
protrasse fino a notte.
Più che per Keidrych, gli astanti andarono in visibilio per lei, la sposa.
Trentenne, di una bellezza estranea, Lynette Roberts – in verità: Evelyn
Beatrice Roberts – era alla sua terza vita. La prima l’aveva passata in
Argentina: nacque a Buenos Aires, negli agi; il papà, Cecil Arhur Roberts, era
un ingegnere ferroviario che dal Galles si era trasferito prima in Australia,
poi in Sud America. La prima lingua di Lynette era lo spagnolo: restò scolpito,
in lei, il vello bruno, taurino, del Rio della Plata; l’indolenza – e
l’equivalente violenza – dell’Argentina.
La seconda vita di Lynette ha per levatrice una ferita, uno squarcio: poco prima
di compiere quattordici anni, sua mamma muore di tifo. Lei e le sorelle –
Winifred e Rosemary – furono spedite a studiare in Inghilterra, alla Central
School of Arts and Crafts. Di quella vita, si ricordano i lunghi viaggi – in
Ungheria, Austria, Germania, al seguito di un’amica, Kathleen Bellamy, inviata
per “La Nacion” – e l’avventura di aprire un negozio di fiori, “Bruska”, a
Londra. Aveva cominciato a scrivere versi a Madeira, ispirata dal clima, da un
angelo interiore, spinato.
Keidrych l’aveva conosciuto da poco, durante una lettura pubblica. Si sposarono
all’improvviso, con inattesa furia: la terza vita di Lynette cominciò a
Llanybri, villaggio di campagna nel Carmarthenshire, dove si era trasferita con
il marito. Voleva riformulare le proprie origini gallesi. Voleva scriverne.
Voleva scrivere. Dylan Thomas la licenziò con poche, apodittiche parole: “che
ragazza curiosa, si dichiara poetessa a pieno titolo, in pieno petto… ha tutti i
crismi dell’isterica”.
L’amore con Keidrych durò un decennio – i due divorziarono nel ’49 – e un paio
di figli, Angharad e Preiden. Lentamente, Lynette deragliò nell’insania; aveva
un precedente, in famiglia: il fratello Dymock, schizofrenico, finì in un
ricovero di malati di mente appena sedicenne, a Salisbury, fino alla morte.
Negli anni gallesi – di povertà, certo, ma anche di una gioia frugale, informe,
di albatros e brughiere –, Lynette scrisse tanto – e magnificamente. Trovò in
Edith Sitwell – poetessa-pitone, dall’enigmatico, viscido genio – una mecenate e
una confidente; figura tra le figure di rilievo nella tabula gratulatoria de La
Dea Bianca, il capolavoro di Robert Graves. Erano amici, lei gli raccontava
diverse storie scardinandole dall’antica mitologia gallese, lui scrisse che
“Lynette Roberts è uno dei pochi autentici poeti viventi”.
I suoi versi entusiasmarono un lettore altrimenti raggelato come Eliot: nel 1944
pubblicò con la Faber i Poems, seguiti, nel 1951, dall’opera più ambiziosa, il
poemetto God with Stainless Ears, in cui il dato leggendario si fonde con il
contemporaneo, la “baia brulicante di uccelli” si commisura a “soldati e corpi
corazzati”. È poesia audace, quella di Lynette Roberts, a tratti involuta, con
invenzioni che la collocano nel più alto lignaggio della poesia inglese
dell’epoca. In un testo – a dire di un ardore –, Transgression – non certo il
più bello –, rifà la Genesi:
> “All’inizio Dio non volle altro che se stesso.
> E questa immensa emissione di luce eruttava orrore
> attraverso i cieli senza aver nulla da fare.
> Conosceva il bene e il male, e noia lo torturava.
> Sapeva la vita, e gli venne a noia”.
A leggerla, viene in mente Fernanda Romagnoli, avrebbero potuto essere amiche.
La stessa dinamica le anima: una poesia apparentemente cristallina, emanata da
un ematoma del cuore, che in un istante mette le unghie, azzanna. Lo stesso,
spaesante istinto nel percorrere l’insolito, l’insoluto. In una poesia –
tradotta in calce – Lynette Roberts scrive che i gabbiani le ricordano le
“lacrime dei turisti”.
Sfinì, in uno sfarfallio di inquietudini, Lynette. Nel 1956 le fu dichiarata
schizofrenica – due anni prima aveva pubblicato un libro, The Endeavour che
romanzava intorno al “primo viaggio di James Cook in Australia”. Una volta
radicata, volle sradicarsi. Vagò per diversi sanatori; morì il 25 settembre del
1995. Sepolta nel cimitero di Llanybri, che aveva celebrato più volte nei suoi
versi, chiese una lapide sobria, una scritta assolutoria: Lynette Roberts, poet.
Dylan Thomas aveva visto giusto.
I suoi versi – dalla potenza assurda, dissennata, estranea alle mode – furono
dimenticati presto; per quarant’anni, Lynette rifiutò di scrivere perché la vita
la rifiutava. Nel 2005 Carcanet pubblica, a cura di Patrick McGuinness,
un’edizione dei Collected Poems, seguita, nel 2008, da Diaries, Letters and
Recollections. Fu, decenni dopo, un’autentica scoperta, Lynette, d’insperata
freschezza. Quest’anno, come A Letter to the Dead, esce una nuova edizione
dei collected poems, arricchita da materiali d’archivio.
***
Premonizione
Quando angoli di ferro blu e
grumi di erba rada, a grottesche
recedono furtivamente da qui
e lasciamo una moltitudine allo spazio
mentre crolla dal tuo sorgere
un saluto, accetto l’impercettibile
pallida notte, il suo volto ciclope
in cui nascondere la mia paura, di ghiaccio.
*
Non è stato facile
Mentre brilla la legna e brucia
abbiamo spartito la nostra frugale
felicità; mentre sulla grata, fredda, colava
la cenere, ci siamo nutriti ai cancelli
della povertà; idioma dell’umiliazione
e del disastro. Non è stato facile.
Non lo è ora. Eppure, infuriava tempesta
sul quieto verde volto del pianeta.
*
L’ipnotista
Continuava a fissarmi, quella volpe
nel bosco – con un gesto di gioia
pitocca ho deriso la sua audacia:
e ora mi veglia, è lì, presso quell’albero.
*
Spina di sangue
C’è chi divora la piana fino alle anche della notte
chi slega gli uccelli al volo e dilaga
per leghe perché vuole vedere l’osso
del bisonte, fiero come una pietra,
c’è chi separa il mais e fa scempio
di questa luce sciroppo:
questa è la dura, mostruosa condizione
di chi nasce e piange in un’alba gialla
in un’alba gialla come il limone.
Un cuore rompe il ghiacciaio della notte
è lì e fa scoppiare un’aquila di carta
e c’è chi trascina il giorno in una cappa
di gioia di pianto di mania:
questo giorno è stato esaudito: un bimbo è nato
un bambino ci è nato.
*
Gabbiani
Planano lenti i gabbiani, senza paura
preferiscono perdersi come lacrime
di turisti: il molo e la nave cominciano
a muoversi e cominciamo
a piangere, così, senza motivo.
Gridano i gabbiani ricordando
l’oceano dell’incertezza
e la brutalità dei marinai, mere
mosche ai margini della nave.
I patti si stringono, si rompono
e il rimpianto ci muove immotivato:
lacrime crinite d’ira, cretine,
scavano solchi sulle guance.
*
Blu ellittico
È freddo e i gabbiani, le mucche del cielo,
muggiscono, cercano cibo e sorvolano
l’acqua blu: allora penso alla neve.
Quando penso sono sola.
Penso al mare, alle sue immense onde
onde piene di occhi che dicono
alle onde, cercate i morti perché
i morti non sono davvero morti.
Perché, è vero, il mare offre più di ciò che afferra
e stigma di morte non grava sull’uomo – il mare
concede ai morti una via di fuga: i gabbiani lo sanno
e scalpitano presso le stalle del cielo.
*
Madrigale verde
Vedi, il mio ospite è un albero:
cresce nonostante il dolore
le sfide e la difficoltà
di crescere.
È verde, è risoluto:
anche se respira angoscia
sprigiona pace, la pace della mente
e cresce e si muove
e cammina con verde tenerezza
lungo la terra:
cielo e sole sigillano il suo essere
come io vorrei fare con il tuo.
*
Coniglio accoppato
Sdraiato nel cristallino del crepuscolo
sono io il suo singolare difetto
e i suoi occhi, come stelle dimentiche,
si schiudono in una nebulosa distante anni luce.
Desiderano che il passato sia scuro come la notte
che il futuro sia piena luce e caritatevoli raggi.
Eppure so, per un sapere ancora arcano,
in qualche moto centrale del mio essere,
che tutto risorgerà, che tutto si volgerà
a me circondandomi, come gli anni luce
ruotano, invisibili, sul loro fuso di ghiaia.
Lynette Roberts
L'articolo “Un cuore rompe il ghiacciaio della notte”. Vita lirica di Lynette
Roberts proviene da Pangea.