Figura enigmatica, la regina di Saba “sentita la fama di Salomone… venne per
metterlo alla prova con enigmi”. I doni preparati per il re sapiente – “cammelli
carichi di aromi, d’oro in quantità e di pietre preziose” –, analoghi a quelli
offerti dai Magi al Bimbo, simboleggiano i diversi attributi della sapienza.
Figura disarcionata dalla leggenda, la regina di Saba sembra un po’ Sfinge e un
po’ Pizia, un po’ Antiope, regina delle Amazzoni, un po’ Sekhmet, la divinità
egizia con il volto da leonessa. L’episodio che lega la regina di Saba a
Salomone è tanto importante che viene raccontato, pressoché con le stesse
parole, nel Primo libro dei re (10, 1-13) e nel Secondo libro delle cronache (9,
1-12). Nel Primo libro dei re – di cui le cronache sono, di norma, un rapido
resoconto, un riassunto – l’episodio della regina di Saba è seguito dal “peccato
di Salomone”: la brama di conoscenza devia il re dalle leggi di Dio. Attorniato
da un harem – “amò molte donne straniere”: impetuosità nel conoscere ereditata
dal padre, Davide – Salomone edifica statue ad altri dèi, Astarte, Milcom,
Camos, Moloc; studia i riti degli Ammoniti e “di quelli di Sidone”, si interessa
della cosmologia dei Moabiti.
Qui, però, ci importa altro. Con quali enigmi la regina di Saba importuna
Salomone? In ebraico enigma si dice chidah, appare diciassette volte nel Testo;
la prima volta in Numeri (12, 6 ss.). Questo episodio è determinante per
comprendere l’epica del profetismo e della chiamata. Dio appare “in una colonna
di nube”, parla ad Aronne e a Maria, sua sorella – emblema del profetismo
femminile. Dio dice che a “un vostro profeta/ mi rivelerò in visione/ gli
parlerò nel sogno”, mentre a Mosè, “l’uomo di fiducia in tutta la mia casa”,
> “Bocca nella bocca a lui parlo
> in visione e non per enigmi
> ed egli contempla la figura del Signore”.
In sostanza: l’enigma è la formula linguistica con cui Dio parla al profeta. A
parte Mosè, che accede a un al di là del linguaggio, ai chiamati Dio appare per
sogni ed enigmi. Dio non usa il linguaggio umano – un linguaggio fatto in fondo
per soggiogare, per impossessarsi del creato –: l’enigma, infatti, chiede di
essere sciolto. L’enigma non è un gioco, è l’ombra del vero; è l’elitra del
vero. L’enigma non confonde, al contrario: rischiara. L’enigma è la rivelazione;
se non riusciamo a intenderlo è nostro il difetto di vista.
In Eden il linguaggio era nudo – eccomi; sì sì, no no –; da Babele è un
rivestimento. Dall’incontro con il serpente – il loquace; colui che presiede le
arti divinatorie – il linguaggio è un modo per velare, per nascondere. Dire per
non dire. Con il Nazareno: dire l’indicibile.
Rembrandt, Festino di Baldassarre, 1636
In effetti, anche l’episodio che riguarda la regina di Saba mostra l’importanza
miliare dell’enigma. È scritto infatti che la regina “Si presentò a Salomone e
gli parlò di tutto quello che aveva nel suo cuore. Salomone le chiarì tutto
quanto ella le diceva” (1 Re 10, 2-3). Ecco che l’enigma, lungi dall’essere un
gioco della mente, ha a che fare con il cuore e i suoi abissi. Il cuore
– lebab – che nel Primo Testamento significa “la totalità della vita interiore”;
il luogo della prova, dello smarrimento, della scelta. Porre un enigma: mostrare
il cuore. Parlare per enigmi: chiedere di scatenare il cuore. Chi non lo sa
pesare, chi non lo scioglie, ne è divorato.
Anche il mondo greco ha come fulcro l’enigma. “L’enigma è la manifestazione
nella parola di ciò che è divino, nascosto, un’interiorità indicibile”, scrive
Giorgio Colli (in, La nascita della filosofia, Adelphi, 1975). Secondo Colli, il
tramonto dell’enigma come formula divina, come orbita del sapiente, porta,
appunto, alla nascita della filosofia (l’arte dialettica, agonistica), al
linguaggio non più come materia sacra ma come gioco – infine: come giogo. La
retorica è proprio questo: persuadere – sedurre – vincere. Obbligarti a
riconoscere che ho detto la verità – ma la verità non può dirsi, è
indicibile…
> “L’enigma è l’intrusione dell’attività ostile del dio nella sfera umana, la
> sua sfida, allo stesso modo che la domanda iniziale dell’interrogante è
> l’apertura della sfida dialettica, la provocazione alla gara”.
>
> Giorgio Colli
L’enigma è tale, nel mondo greco, perché comporta il rischio di morire se non lo
si interpreta correttamente. Enigma è parola che si rivolta contro la creatura
che crede di detenere il linguaggio, che ha scordato il potere detonante del
linguaggio. La soluzione dell’enigma: il silenzio. L’enigma taccia – fa tacere.
Secondo Eraclito, Omero muore “per lo scoramento”: non è stato in grado di
risolvere un enigma posto da alcuni pescatori. Il grande aedo viene sconfitto da
un manipolo di illetterati. D’altra parte, Edipo, in grado di piegare la Sfinge
dopo aver risolto il suo mortale enigma, non è capace di allontanare da sé la
tragedia. Anzi: la risoluzione dell’enigma è l’incipit della sua tragedia
personale. Comunque, è sempre l’enigma ad avvincere, ad avvolgerci nelle sue
spire assassine.
Nel primo volume dedicato alla Sapienza greca (Adelphi, 1977), Giorgio Colli
raduna i frammenti che testimoniano la personificazione di Enigma. La
conclusione è marziale:
> “Chi non risolve l’enigma è ingannato: il sapiente è colui che non si lascia
> ingannare. L’azione dell’enigma è di ingannare e di uccidere mediante
> l’inganno: su ciò ci ammaestra Eraclito. In fondo il sapiente è un guerriero
> che sa difendersi”.
Se la sapienza si pronuncia per enigmi è per rivelare; la retorica, al
contrario, allude all’enigma, si riveste di parole enigmatiche per nascondere i
suoi veri intenti – al di là della verità. Da una parte l’enigma vela il dio;
dall’altra, l’enigmatico è mero effetto scenico, teso come una trappola per
illudere: vince chi convince.
L’enigma – indovinello da divinare – riguarda ogni tradizione. Ha a che fare,
infine, con l’energia del linguaggio, un’energia, oggi, defraudata dal sacro:
appartiene all’ambito dell’utile, piuttosto, il linguaggio odierno, della
descrizione scientifica, della prolusione pubblicitaria, della provocazione
narcisistica, quando non della manipolazione di massa. In alcuni tra i capitoli
più affascinanti de La Dea Bianca – “L’indovinello di Gwion” e “La soluzione
dell’indovinello di Gwion” – Robert Graves spiega come il potere sapienziale
dell’enigma sia eredità dei bardi e dei poeti. Il poeta non usa similitudini,
immagini verbose, oniriche allusioni come ornamento; se sovverte il linguaggio
comune è per mostrare, in emblemi e spiragli, per quel poco che intuisce, lo
“sbaglio di natura/ il punto morto del mondo/… che finalmente ci metta/ nel
mezzo di una verità”. Il poeta non sa, è per tutti l’assoluto insipiente: il
poeta – se tale è – non è lo scopo, ma il mezzo; il poeta è trafitto, non sa
mettere a profitto il linguaggio: lo offre, scopertamente.
Secondo Roland Meynet – Professore emerito di teologia biblica alla ‘Gregoriana’
– “L’enigma biblico – tutta la sapienza della Bibbia, di cui l’enigma è una
caratteristica – è sostanzialmente diverso dai nostri enigmi o dai nostri
indovinelli. Questi sono giochi. Quando proponiamo un indovinello, speriamo che
l’interlocutore – se pure si può chiamare così – non trovi la risposta… Nella
Bibbia è tutto il contrario. Quando viene proposto un enigma, non viene data la
soluzione; quando si pone una domanda, non viene data la risposta. Soluzione e
risposta sono lasciate alla responsabilità del lettore”.
Fernand Khnopff, Carezza con Sfinge, 1896
Nel Nuovo Testamento la parola enigma, alla greca, appare soltanto una volta. La
usa Paolo, nello straordinario capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi: “Ora
vediamo come in uno specchio, per enigmi; allora vedremo faccia a faccia. Ora so
per frammenti, allora saprò pienamente, come pienamente sono conosciuto”.
L’amore ha spezzato ogni enigma; il linguaggio è involucro vuoto: il Figlio ha
sciolto il grande enigma del mondo – “Non c’è nulla di nascosto che non sarà
svelato, né di segreto che non sarà conosciuto”: Lc 12, 2 –, da ora siamo tutti
come Mosè, bocca-nella-bocca di Dio. Ancora una volta: l’enigma ha a che fare
con il cuore, con la conoscenza di sé, con l’essere pienamente conosciuto.
Eppure, l’enigma esiste per sconfiggere il criptico, il nascosto, il segreto
(kruptos); anche Gesù parla per enigmi, cioè per parabole.
> “Più volte Gesù parlò in modo allusivo ed enigmatico, «non apertamente»,
> attraverso il velo delle similitudini: egli diceva e non diceva, svelava e
> nascondeva, manifestava e occultava. Questo è precisamente il punto che ci
> interessa: perché Gesù usava un simile linguaggio? […] La parabola di Gesù
> mantiene tutta la sua carica di enigmaticità, lascia all’ascoltatore il
> compito di comprenderla, lo interpella e lo costringe a interrogarsi, lo
> coinvolge in prima persona e lo impegna alla ricerca del senso”.
>
> Carlo Maria Martini
Gesù: Logos che viene a rifondare il logos. Lasciata all’uomo, la parola fomenta
fraintesi, soprusi, è manifestazione del male (il diavolo avvince con il
linguaggio, convince, è esperto in dialettica). Il mondo non è soltanto ciò che
sta, irreggimentato, nei ranghi descrittivi umani. È il tutt’altro, è il
sovrappiù, è quella sovrabbondanza che ci pare – ad analitico dire – inutile,
inefficace, inerte. Le parabole di Gesù, in effetti, non attendono soluzione, la
risposta a un rebus: esistono come totalità. È tutto un mondo – il granello e la
pietra, gli uccelli del cielo, il nido, il seminatore e la vigna, il padrone e i
talenti – che risorge, in quel dire: ciò che è stato, è e sarà. Le funzioni
della retorica – le finzioni – non funzionano; quella è parola vivente. Anche la
parola poetica – ombra dell’ombra dell’ombra, lavorio di coltellino e di
cerbottana – ha senso, insensatamente, soltanto se non simula una qualche verità
– ermetismo da oscurantisti letterati – ma se è parola efficace, parola che dà
vita.
Abilità a benedire, diremmo.
La retorica, quando è vera, serve ad abolire tutte le maschere.
Certo, nessuno scioglie le parabole – i discepoli non capiscono neanche le
spiegazioni che a loro misura offre Gesù. È Gesù stesso, il suo corpo-mistero,
l’enigma. Un enigma che neppure il chiodo e il legno e la pietra sanno
discernere. Per questo, occorre insinuarsi nell’enigma e stare nella sua
energia, acquattati, migrando nella letargia dei giusti. Dismettere il verbo per
penetrare nella dismisura – quel balbettio che chiamiamo sole.
*In copertina: Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, 1864
L'articolo Sull’enigma, ovvero: l’arte di sovvertire il linguaggio proviene da
Pangea.
Tag - Robert Graves
Dylan Thomas accettò di fargli da testimone di nozze. Era il 4 ottobre del 1939,
non poteva rifiutare: conosceva Keidrych Rhys, gallese di Bethlehem, da una
vita; spesso lo aveva pubblicato sulla rivista che dirigeva, “Wales”. Keidrych
sguazzava con agio nell’editoria dell’epoca – nel ’44, per la Faber di Sir T.S.
Eliot, avrebbe pubblicato un’importante antologia di Modern Welsh Poetry – ed
era un gran bevitore. Nel ’39 Dylan Thomas, già superstar della letteratura
anglofona, aveva licenziato, per Dent, The Map of Love; Keidrych compiva
ventiquattro anni; la festa, a Llansteffan, annaffiata d’alti alcolici, si
protrasse fino a notte.
Più che per Keidrych, gli astanti andarono in visibilio per lei, la sposa.
Trentenne, di una bellezza estranea, Lynette Roberts – in verità: Evelyn
Beatrice Roberts – era alla sua terza vita. La prima l’aveva passata in
Argentina: nacque a Buenos Aires, negli agi; il papà, Cecil Arhur Roberts, era
un ingegnere ferroviario che dal Galles si era trasferito prima in Australia,
poi in Sud America. La prima lingua di Lynette era lo spagnolo: restò scolpito,
in lei, il vello bruno, taurino, del Rio della Plata; l’indolenza – e
l’equivalente violenza – dell’Argentina.
La seconda vita di Lynette ha per levatrice una ferita, uno squarcio: poco prima
di compiere quattordici anni, sua mamma muore di tifo. Lei e le sorelle –
Winifred e Rosemary – furono spedite a studiare in Inghilterra, alla Central
School of Arts and Crafts. Di quella vita, si ricordano i lunghi viaggi – in
Ungheria, Austria, Germania, al seguito di un’amica, Kathleen Bellamy, inviata
per “La Nacion” – e l’avventura di aprire un negozio di fiori, “Bruska”, a
Londra. Aveva cominciato a scrivere versi a Madeira, ispirata dal clima, da un
angelo interiore, spinato.
Keidrych l’aveva conosciuto da poco, durante una lettura pubblica. Si sposarono
all’improvviso, con inattesa furia: la terza vita di Lynette cominciò a
Llanybri, villaggio di campagna nel Carmarthenshire, dove si era trasferita con
il marito. Voleva riformulare le proprie origini gallesi. Voleva scriverne.
Voleva scrivere. Dylan Thomas la licenziò con poche, apodittiche parole: “che
ragazza curiosa, si dichiara poetessa a pieno titolo, in pieno petto… ha tutti i
crismi dell’isterica”.
L’amore con Keidrych durò un decennio – i due divorziarono nel ’49 – e un paio
di figli, Angharad e Preiden. Lentamente, Lynette deragliò nell’insania; aveva
un precedente, in famiglia: il fratello Dymock, schizofrenico, finì in un
ricovero di malati di mente appena sedicenne, a Salisbury, fino alla morte.
Negli anni gallesi – di povertà, certo, ma anche di una gioia frugale, informe,
di albatros e brughiere –, Lynette scrisse tanto – e magnificamente. Trovò in
Edith Sitwell – poetessa-pitone, dall’enigmatico, viscido genio – una mecenate e
una confidente; figura tra le figure di rilievo nella tabula gratulatoria de La
Dea Bianca, il capolavoro di Robert Graves. Erano amici, lei gli raccontava
diverse storie scardinandole dall’antica mitologia gallese, lui scrisse che
“Lynette Roberts è uno dei pochi autentici poeti viventi”.
I suoi versi entusiasmarono un lettore altrimenti raggelato come Eliot: nel 1944
pubblicò con la Faber i Poems, seguiti, nel 1951, dall’opera più ambiziosa, il
poemetto God with Stainless Ears, in cui il dato leggendario si fonde con il
contemporaneo, la “baia brulicante di uccelli” si commisura a “soldati e corpi
corazzati”. È poesia audace, quella di Lynette Roberts, a tratti involuta, con
invenzioni che la collocano nel più alto lignaggio della poesia inglese
dell’epoca. In un testo – a dire di un ardore –, Transgression – non certo il
più bello –, rifà la Genesi:
> “All’inizio Dio non volle altro che se stesso.
> E questa immensa emissione di luce eruttava orrore
> attraverso i cieli senza aver nulla da fare.
> Conosceva il bene e il male, e noia lo torturava.
> Sapeva la vita, e gli venne a noia”.
A leggerla, viene in mente Fernanda Romagnoli, avrebbero potuto essere amiche.
La stessa dinamica le anima: una poesia apparentemente cristallina, emanata da
un ematoma del cuore, che in un istante mette le unghie, azzanna. Lo stesso,
spaesante istinto nel percorrere l’insolito, l’insoluto. In una poesia –
tradotta in calce – Lynette Roberts scrive che i gabbiani le ricordano le
“lacrime dei turisti”.
Sfinì, in uno sfarfallio di inquietudini, Lynette. Nel 1956 le fu dichiarata
schizofrenica – due anni prima aveva pubblicato un libro, The Endeavour che
romanzava intorno al “primo viaggio di James Cook in Australia”. Una volta
radicata, volle sradicarsi. Vagò per diversi sanatori; morì il 25 settembre del
1995. Sepolta nel cimitero di Llanybri, che aveva celebrato più volte nei suoi
versi, chiese una lapide sobria, una scritta assolutoria: Lynette Roberts, poet.
Dylan Thomas aveva visto giusto.
I suoi versi – dalla potenza assurda, dissennata, estranea alle mode – furono
dimenticati presto; per quarant’anni, Lynette rifiutò di scrivere perché la vita
la rifiutava. Nel 2005 Carcanet pubblica, a cura di Patrick McGuinness,
un’edizione dei Collected Poems, seguita, nel 2008, da Diaries, Letters and
Recollections. Fu, decenni dopo, un’autentica scoperta, Lynette, d’insperata
freschezza. Quest’anno, come A Letter to the Dead, esce una nuova edizione
dei collected poems, arricchita da materiali d’archivio.
***
Premonizione
Quando angoli di ferro blu e
grumi di erba rada, a grottesche
recedono furtivamente da qui
e lasciamo una moltitudine allo spazio
mentre crolla dal tuo sorgere
un saluto, accetto l’impercettibile
pallida notte, il suo volto ciclope
in cui nascondere la mia paura, di ghiaccio.
*
Non è stato facile
Mentre brilla la legna e brucia
abbiamo spartito la nostra frugale
felicità; mentre sulla grata, fredda, colava
la cenere, ci siamo nutriti ai cancelli
della povertà; idioma dell’umiliazione
e del disastro. Non è stato facile.
Non lo è ora. Eppure, infuriava tempesta
sul quieto verde volto del pianeta.
*
L’ipnotista
Continuava a fissarmi, quella volpe
nel bosco – con un gesto di gioia
pitocca ho deriso la sua audacia:
e ora mi veglia, è lì, presso quell’albero.
*
Spina di sangue
C’è chi divora la piana fino alle anche della notte
chi slega gli uccelli al volo e dilaga
per leghe perché vuole vedere l’osso
del bisonte, fiero come una pietra,
c’è chi separa il mais e fa scempio
di questa luce sciroppo:
questa è la dura, mostruosa condizione
di chi nasce e piange in un’alba gialla
in un’alba gialla come il limone.
Un cuore rompe il ghiacciaio della notte
è lì e fa scoppiare un’aquila di carta
e c’è chi trascina il giorno in una cappa
di gioia di pianto di mania:
questo giorno è stato esaudito: un bimbo è nato
un bambino ci è nato.
*
Gabbiani
Planano lenti i gabbiani, senza paura
preferiscono perdersi come lacrime
di turisti: il molo e la nave cominciano
a muoversi e cominciamo
a piangere, così, senza motivo.
Gridano i gabbiani ricordando
l’oceano dell’incertezza
e la brutalità dei marinai, mere
mosche ai margini della nave.
I patti si stringono, si rompono
e il rimpianto ci muove immotivato:
lacrime crinite d’ira, cretine,
scavano solchi sulle guance.
*
Blu ellittico
È freddo e i gabbiani, le mucche del cielo,
muggiscono, cercano cibo e sorvolano
l’acqua blu: allora penso alla neve.
Quando penso sono sola.
Penso al mare, alle sue immense onde
onde piene di occhi che dicono
alle onde, cercate i morti perché
i morti non sono davvero morti.
Perché, è vero, il mare offre più di ciò che afferra
e stigma di morte non grava sull’uomo – il mare
concede ai morti una via di fuga: i gabbiani lo sanno
e scalpitano presso le stalle del cielo.
*
Madrigale verde
Vedi, il mio ospite è un albero:
cresce nonostante il dolore
le sfide e la difficoltà
di crescere.
È verde, è risoluto:
anche se respira angoscia
sprigiona pace, la pace della mente
e cresce e si muove
e cammina con verde tenerezza
lungo la terra:
cielo e sole sigillano il suo essere
come io vorrei fare con il tuo.
*
Coniglio accoppato
Sdraiato nel cristallino del crepuscolo
sono io il suo singolare difetto
e i suoi occhi, come stelle dimentiche,
si schiudono in una nebulosa distante anni luce.
Desiderano che il passato sia scuro come la notte
che il futuro sia piena luce e caritatevoli raggi.
Eppure so, per un sapere ancora arcano,
in qualche moto centrale del mio essere,
che tutto risorgerà, che tutto si volgerà
a me circondandomi, come gli anni luce
ruotano, invisibili, sul loro fuso di ghiaia.
Lynette Roberts
L'articolo “Un cuore rompe il ghiacciaio della notte”. Vita lirica di Lynette
Roberts proviene da Pangea.