Ciascun poeta – il cui crisma è una sorta di disabilità (cioè: super-abilità, un
modo di stare al mondo con molti occhi sul corpo, con troppe ali addosso) – si
costruisce il proprio pantheon privato. La schiera dei lari: amici, divinità in
peluche, un profilo andino di pupazzi. Non appartenendo a questo mondo, il poeta
guarda il mondo con amore – la vita non gli è sufficiente. Nel pantheon di Tor
Ulven spiccano Schopenhauer e Nietzsche – che sono un po’ l’abbecedario di ogni
poeta – poi André Breton, Maurice Blanchot e René Char, tradotto, dicono i
critici, con inesorabile trasporto.
Nato nel 1953, a metà novembre, in una famiglia di operai, alla periferia di
Oslo, Tor Ulven aveva imparato il francese e il tedesco per i fatti suoi. A
scuola zoppicava: bocciato, disertò gli studi. Preferiva suonare nei locali –
eccelleva nell’armonica, che suonava secondo lo stile di Little Walter,
leggendario virtuoso del blues. Guadagnava qualcosa con le traduzioni: a neppure
vent’anni aveva trapiantato Hans Arp in norvegese; leggeva – a proposito di
lari, di impareggiabili pari – Paul Celan e Georg Trakl. Nel 1977 uscì la prima
raccolta di versi, Skyggen av urfuglen (che significa, pressappoco, “L’ombra e
il rapace”); l’ultima, Søppelsolen – a dire di un percorso, di un processo –
vuol dire “sole spazzatura”.
Il vero maestro di Tor Ulven, tuttavia – almeno, nell’indicare l’orbita di una
poetica –, era Giacomo Leopardi. Al grande poeta italiano dedicò un saggio, in
cui scrisse, tra l’altro:
> “L’arte è e sarà sempre un’esca nella gabbia di uno scoiattolo. Non può
> soddisfare il nostro desiderio insaziabile. Neppure la vita può farlo… Il
> segreto dell’arte, allora, è nel ricordarci l’impossibilità di soddisfare quel
> desiderio insaziabile, infinito, e che proprio in questa impossibilità si cela
> una gioia amara: siamo separati da tutto ciò che potremmo avere o essere, ma
> possiamo immaginarlo. Sappiamo di non poter entrare in quel paesaggio
> splendidamente dipinto per dimorarvi”.
In una rara intervista – qui tradotta in inglese – il poeta disse che
> “per principio preferisco scrivere libri ostili. Libri che turbano e che forse
> tormentano il lettore. Lo ammetto. D’altronde, ci sono così tanti modi per
> trovare sollievo dalle nostre sofferenze. Nella scrittura, preferisco
> insistere sulle miserie dell’esistenza. C’è troppa morfina in giro”.
Alla base della letteratura norvegese moderna, dicono ci sia Tor Ulven: la vera
fonte dei messianici successi di Jon Fosse e di Karl Ove Knausgård, dicono, è
lui. Ma di Tor Ulven si trova poco, pochissimo in giro – in Italia è il nulla,
qualcosa si setaccia nel mondo inglese. Merito – dacché per noi il demerito è
la facilità, la felicità del quieto leggere – di un’opera oltranzista, che tiene
il lettore sotto tiro. Tor Ulven indaga il morbo del nulla, il tedio dietro le
tendine perbeniste; elabora crotali di carta, versi al veleno, disseziona la
luce fino al nero sangue. Insieme a Stig Dagerman e a Thomas Bernhard – di cui
costituisce, piuttosto, una via mediana – Tor Ulven appartiene alla schiera
degli scrittori ‘oscuri’, quelli che hanno reso con impeccabile chiarezza il
senso della nostra quieta disperazione.
Nato poeta – tra i più innovativi del mondo nordico – sterzò verso la prosa: la
poesia – così letale, sintetica, armata – gli pareva, disse, assassina. Scrisse
racconti – ne abbiamo riprodotto uno, in calce all’articolo – umbratili,
tremendi, imitatissimi – alcune atmosfere ricordano Il decalogo di
Kieślowski. Nel 1993 pubblicò l’unico romanzo, Avløsning, glaciale referto di
anime in pena: secondo i critici – anche per via dello stile, da belva scuoiata,
sotto costante irritazione – è il suo capolavoro. Il romanzo è stato tradotto
negli Usa, nel 2012 come Replacement, da Dalkey Archive Press, casa editrice di
Dallas specializzata in letteratura nordica, con un certo successo. Così recita
la quarta:
> “Tor Ulven è uno dei grandi scrittori norvegesi del XX secolo: iniziato alla
> poesia, ha concluso la carriera letteraria esplorando le più inclassificabili
> proprietà della prosa. I suoi libri ricordano, per certi toni, l’opera di
> Laura Riding e di Peter Handke. Nel suo unico romanzo, Replacement, si
> alternano quindici personaggi: ciascuno, giunto a un punto di svolta della
> propria vita, prende le redini del libro. Ognuno di questi personaggi ricorda,
> sogna, osserva, parla con se stesso; ciascuno, intrappolato nel proprio io,
> fantastica su come avrebbe potuto essere la propria vita”.
Tor Ulven aveva il viso di un angelo derelitto – un viso innocente, cioè:
setacciato dall’ascia. Sapeva guidare le gru: per un po’, lavorò nell’edilizia.
Innalzare equivale, forse, a distruggere; issare è un modo per dare assoluto
alla caduta. Scrisse di Edward Hopper e di Samuel Beckett, altri autori a lui
congeniali. Il male della mente, il male oscuro, lo straziava a strappi. Una
compagna di scuola, Anne, gli aveva dato una figlia, Lena, quando aveva
vent’anni. Si sentì l’abbandonato, il puro & folle. Gli agi dell’intelletto non
fecero presa su di lui; i suoi libri gli infliggevano una marginalità, in fondo,
cercata. Tor Ulven finì per inabissarsi sempre di più nella casa di periferia
ereditata dai genitori – tumulò lì il suo talento. Si uccise nel 1995, a maggio,
quando i fiori incendiano i viali; aveva quarantuno anni. Poi, è vero, Tor Ulven
diventò un autore ‘di culto’, un autore da maneggiare con cura, un autore-arma,
ancora in grado di offendere – in questo momento, ci interessa l’autore
inarginabile, il poeta che volle farsi scorpione ma restò per sempre angelo.
**
La figlia morta dell’orafo
1
io sto sotto un albero dalle mani fameliche
no
io sto sotto il nulla
*
2
vado verso l’assoluto
isolamento solitudine nulla
chilometri di deserto dietro di me
l’ultima urbe passata da tempo
vado verso la disperazione
e il dubbio che può
essere sconfitto soltanto da un dubbio più grande
*
3
perché silenzio se ho una bocca
perché immobile se ho i piedi
perché cieco se ho gli occhi
perché privazione di urla in questa miniera
perché sono fatto di pietra
*
4
qualcosa che non posso raggiungere
non so cosa sia
forzo le braccia per prendere
aria aria aria
*
5
cosa cerchi in cielo
voglio la costellazione che non esiste
*
6
nell’umana sfera non ci si sono
tante cose significative:
unghie cervello ossa
*
con i miei occhi devo
appiccare l’oscurità.
e la quiete
all’altro capo.
chi può dire cosa
divide
il nero dal verde?
chi vive
e si muove
tra le tue mani
mentre esamini la luce
per un istante?
i molti – gli stessi
che non sono mai
esistiti.
chi esiste e non esiste
esattamente
ora?
la foresta è viva
ne senti l’odore
di duro abete
nel cuore della notte. il vento
sibila
in te – in noi.
*
andrò
a Eridu
a forgiare i miei vasi
rotti con rosse figure
di capra e rosse corna
e acqua che scorre
che sterza
e ci inghiotte.
andrò
a casa
a Eridu
a sposare
la figlia morta
dell’orafo.
seduto sulla soglia
di sera: il vicino ride
e le mosche risorgono
intorno allo squittio della lampada.
*
il dolore
non ha un luogo
su cui posare.
insegui le querce
dentro una chiesa.
d’improvviso, vedo
il castagno
che stagna nella tua
oscurità – i fiori
sono bianchi e noi
siamo polvere.
un sorriso
slitta. sulla siepe
in una tarda notte d’estate
sono stampate le ombre
di insetti che forse
inseguono
una rondine.
**
Da Avløsning (“La sostituzione”)
Un sussulto, un tic nervoso, per cosi dire, alla luce – o al buio –, uno spasmo
occasionale, brezza che sfiora lo spiraglio tra le tende e lascia penetrare un
frammento della notte estiva, stretta fessura che si apre per poi scomparire,
lasciando tracce di oscurità improvvisa, provvisoria, prima del nuovo sussulto,
dell’ancora nuovo nero; così ogni volta che il vento – ha lasciato le finestre
aperte per via del caldo – apre uno spiraglio tra le tende, che si gonfiano,
ondeggiano – proprio come le tende di un teatro, mentre attori e maestranze si
affannano dietro di esse – poi si ripiegano, pieghe immobili, come quelle di una
gonna. Uno gonna con uno spacco alto e tutto un mondo nascosto dietro di essa.
In teoria, basta aprire la porta e partire per trovate tutto, assolutamente
tutto, tutto ciò che chiami assoluto.
È buio. Lui è immobile nel buio, vaga immobile tra il riposo e il sonno. Ci è
abituato – è amico dell’oscurità, è amico di quel breve istante di buio, prima
che le tende siano tirate, prima di accendere la piccola lampada. Quando ogni
cosa è al suo posto, può procedere, come ha appena fatto, dalla finestra al
letto. Del resto, non è tutto inghiottito dal buio, ma una parte, un resto: il
sole, dopotutto, si riflette ancora, ardente, sulle finestre più alte del
grattacielo, mentre l’ombra, l’oscurità, la penombra, sale e si fa densa,
lentamente, di piano in piano, come acqua – presto la terra sarà sommersa. La
sera è entrata nell’appartamento, nei suoi odori, come uno sconosciuto: ora
riconosce il rassicurante olezzo metallico dell’olio per armi – è ancora vicina
al letto, come sempre, carica, come sempre. È pronto. Le munizioni hanno la metà
dei suoi anni – quaranta. Forse dovrebbe comprarne di nuove. Eppure, non le
userà, non arrecheranno alcun piacere in lui, mero spreco di soldi.
**
Da Fortæring (“Inghiottire”)
La predatoria oscurità di agosto non fallisce mai, mi stringe nella sua
malinconia, mi sorprende ogni anno. Gli alberi anneriscono, raggrinziti; le
lampade ad olio tremano nelle case, i volti intorno ad esse si fanno liquidi,
esatti – le tende sono aperte, nell’ultimo tentativo di trattenere l’ultimo
barlume di luce verde che s’intravede oltre la collina.
Potrei dirvi cosa mi è accaduto questa estate – non voglio. Potrebbe essere la
storia di una sbandata, di uno sbandato, di un innamoramento inatteso, o forse
si tratta di un incidente – la macchina troppo carica, il guidatore troppo
stanco, la giornata troppo lunga, la stanchezza troppo violenta – che ha
cambiato la mia vita e quella di un altro; ma no, non è questo, non c’è nessuna
storia da raccontare. Perché dovrei dire soltanto dell’oscurità di agosto,
dell’asfalto grigio che brilla, dell’acqua piovana evaporata sotto il lampione.
Ciò che mi è accaduto resterà per voi un mistero, come il compost, lì,
nell’angolo del giardino, che contemplo: non so cosa ci sia, laggiù, che ha
fatto proliferare quel grumo di coleotteri, non conosco l’epopea delle larve che
si sono fatte strada tra quei cumoli di rifiuti, dirette verso qualcosa che noi,
le non-larve, non conosceremo mai. Intorno al caldo bagliore del lampione, uno
sciame di altri insetti – i loro corpi flebili, le flebili ombre, come i fili di
un maglione o i capelli attratti dall’elettricità statica – che quando comincia
l’autunno afferrano la vita sbattendo contro i vetri delle finestre, come i
ninnoli di una giostra invisibile, finché non scompaiono, senza che nessuno se
ne accorga.
Tor Ulven
L'articolo “Preferisco scrivere libri ostili”. L’opera disperata di Tor Ulven
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Ulvik è un piccolo villaggio nel Vestland, costa occidentale della Norvegia.
Bordeggia un fiordo; i campi – a vedere le fotografie – sono ubertosi e verdi. A
Ulvik, leggo, abitano un migliaio di paesani. Nel 1940 il villaggio è stato
quasi del tutto raso al suolo dai tedeschi, durante una rappresaglia. La chiesa
di Ulvik, ricostruita a metà dell’Ottocento, è lì, in verità, dal XIV secolo. Mi
fa effetto pensare che tra i fiordi norvegesi, in quel luogo a suo modo
sperduto, sia vissuto un poeta erede dei grandi poeti taoisti: T’ao Ch’ien e Li
Po, ad esempio, a cui ha dedicato poesie leggiadre, poesie con le elitre. Enigmi
della trasmigrazione delle anime.
Nato nel 1908 a Ulvik, in una famiglia di coltivatori, Olav H. Hauge era un
maestro nell’arte del giardino: coltivava meli. Ha cominciato a pubblicare dopo
la Seconda guerra, trovando una forma icastica, che ricorda, a tratti, Emily
Dickinson e i poeti di epoca Tang e Han, fatta di immagini spiazzanti, di
affilata ironia, che colpisce ai fianchi senza fiancheggiare i paladini del
modernismo o i tenui poeti neomelodici. L’isolamento, in qualche modo, ha fatto
di Hauge un poeta a sé: morto nel suo piccolo villaggio nel 1994, è stato più
‘internazionale’ di molti intellettuali in posa, fotogenici all’oggi. Parlava
inglese e tedesco, imparò il francese leggendo Mallarmé e Rimbaud; ha tradotto,
tra i tanti, Yeats e Georg Trakl, Friedrich Hölderlin e Paul Celan, William
Blake e Bertolt Brecht. La sua fattoria rigurgitava di libri; nel 1978 si unì in
nozze con l’artista Bodil Cappelen. Sembra un paradosso: un giardiniere
norvegese che pare la reincarnazione di un poeta cinese vagabondo vissuto mille
e duecento anni prima di lui! Il rigore del pudore, un vivere stagionale
contraddistinguono gli scarni elementi dell’esistenza terrena di Hauge. Scriveva
come si pota un albero.
A volte, la poesia di Hauge è così concreta da essere ermetica, da mettere tana
nel simbolo. Tra i poeti norvegesi più riconosciuti del Novecento, Hauge è stato
tradotto in Italia da Fulvio Ferrari, in un libro, La terra azzurra, edito da
Crocetti nel 2008. Sarebbe da recuperare. Negli Stati Uniti, l’opera di Hauge,
assai tradotta, ha avuto un alfiere nel poeta Robert Bly: sua, tra l’altro, è la
curatela dell’antologia The Dream We Carry (Copper Canyon Press, 2008) da cui ho
tratto i testi in calce all’articolo. Nel brillante Homage to Olav H. Hauge che
apre il volume, Robert Bly redige un agiografico profilo del leggendario
poeta-giardiniere, che abitava sul fiordo. “Hauge visse tutta la sua vita in una
società pre-commerciale, basata sul senso del dono. Nella sua piccola casa, le
sole ricchezze erano le ciotole fatte a mano, la sedia per la lettura intagliata
da un falegname, la libreria, con libri provenienti da molti, disparati Paesi”.
Memorabile il cammeo che racconta la morte di Hauge:
> “Morì come si moriva un tempo, senza evidenti segni di malattia.
> Semplicemente, non mangiò per dieci giorni – e morì. Il funerale si svolse
> nella chiesa, a valle, in cui era stato battezzato da bambino; le persone che
> vi parteciparono ricordano una cerimonia sobria, piena di grazia. Un carro
> trainato dai cavalli trasportò il suo corpo su per la montagna, dopo il rito.
> Tutti notarono che durante il tragitto un piccolo puledro correva felice
> accanto alla madre e alla bara”.
La morte non esiste perché alla morte segue, sempre, la vita. Così, le poesie di
Hauge – da gustare, ricorda Bly, come un frutto leggermente aspro – recano un
sentore di eternità, qualcosa da mettersi in tasca, a cui tornare ogni volta che
si dice grazie.
***
Non venire a me con la verità
tutta intera, non offrirmi l’oceano
se ho sete né il cielo se voglio la luce;
portami la briciola, il minimo accenno
la porzione di rugiada – come fanno
gli uccelli con quel filo di lago, come fa
il vento con quel grano di sale.
*
A Li Po
Senza dubbio, Li Po, è bello
essere l’imperatore del Regno Divino.
Ma non possedevi forse il mondo intero
il vento, le nubi e la felicità quando
eri ebbro? Più grande ancora
Li Po, è padroneggiare il cuore.
*
Fa freddo nelle grandi case.
Me ne accorgo in autunno
quando i primi grani di neve iniziano
a cadere e i campi sono gelati.
Allora la mia solitudine è immensa e sterile
la tocco, vive sotto il tetto,
e le asce rintoccano nei boschi di ghiaccio.
La mia foresta è la foresta
nella foresta della mia solitudine,
la mia montagna è la montagna
nella sua montagna,
e il giorno splende se sboccia
nella sua notte.
Le poche creature che incontro
si muovono all’alba e muovono
rami di betulla: lasciano tracce
sull’erba umida
oscuri sorrisi
nell’oscurità del suo sogno.
*
Anno dopo anno, ti sei chinato sui libri.
Hai accumulato più sapienza di quella
necessaria a vivere nove vite.
Quando tutto è detto e tutto è fatto
è necessario il resto, una cosa così
piccola che soltanto il cuore conosce.
In Egitto il dio della sapienza
era raffigurato con la testa di una scimmia.
*
È difficile spostare una montagna.
Le radici delle querce sono retrattili
e chi osa affrontare
i grandi problemi del mondo?
Buoi ed elefanti le trasportano sulla schiena
in lunghi viaggi solitari, le aquile
strappano pezzi insanguinati e si ritirano
verso valli e luoghi impervi.
I lupi se le contendono
le volpi lasciano lì nastri di urina.
I corvi rubano l’argento
il serpente indossa la sua corona.
*
Masso erratico
Che posto straordinario
su cui installarsi:
su una sporgenza, in bilico
sul baratro. Non dai forse
importanza al successo?
*
Attraversando una palude
Soltanto radici di alberi morti:
così si cammina
con sicurezza in luoghi insidiosi.
Che fermezza queste radici:
è probabile che siano qui da secoli.
Su alcuni oscuri resti
è cresciuto il muschio:
sono ancora a questo mondo
per sostenerti. Quando ti muovi
nel lago, in montagna, ricorda
quella gelida persona
che un giorno è annegata:
puntella la tua fragile chiatta.
Che pazzo, quell’uomo ha affidato
la vita all’acqua e all’eternità.
*
Il dolore si accalca su di me
mi schiaccia in questo caldo letto di paglia.
Lasciatemi muovere
mettetemi alla prova: solleverò questa zolla.
Lasciatemi essere come lo scarabeo stercorario
che in primavera scava la sua via nel letame.
*
Mattina, inverno
Al risveglio, stamattina: vetri ghiacciati.
Ma un bel sogno è il mio sole.
La stufa è calda: la legna
ingioiellata dalla notte.
*
Fui il dolore
Fui il dolore e vivevo in una tana.
Fui l’orgoglio e costruivo oltre le stelle.
Ora la mia casa è vicina al pino:
ogni mattina, quando mi sveglio,
cuce il mondo con i suoi aghi d’oro.
*
Eri il vento
Sono una barca
e attendo il vento.
Tu eri il vento.
Era quella la mia direzione?
Cosa importa della direzione
quando esiste il vento!
*
Nel pollaio
Nel pollaio
resta lontano
dal gallo e dalle sue galline.
Non battere ciglio
non muovere muscolo…
ogni movimento
è come il morso di un serpente.
*
Bertolt Brecht
Bertolt Brecht non era un uomo semplice.
Attore, drammaturgo, poeta.
Capivi subito il suo metro.
Stava ritto, sul portico
come un paio di zoccoli di legno.
*
Un anziano poeta prova a diventare modernista
Anche lui voleva provare
questi nuovi trampoli.
Si è eretto con cautela
e ora sembra una cicogna.
Guarda quanto è lungimirante.
Può contare le pecore del vicino.
*
Tre poesie
Ho scritto tre poesie
disse.
Ma chi si mette
a contare le poesie?
Emily gettò le sue
in un baule, dubito
che le abbia contate:
si limitò ad aprire l’ennesima
bustina da tè, si mise a scrivere, ancora.
È giusto così. Una buona poesia
dovrebbe avere l’odore del tè.
O della terra cruda, della legna appena tagliata.
*
Falce
Sono così vecchio
che mi tengo alla falce.
Canta silenziosa nell’erba
e la mia mente vaga.
Non fa male
dice l’erba
cadere sotto la falce.
*
T’ao Ch’ien
Se T’ao Ch’ien
verrà a farmi visita, un giorno,
gli mostrerò i miei meli e i miei ciliegi.
Spero che passi in primavera
quando saranno in fiore. Poi ci rilasseremo all’ombra
con un bicchiere di sidro, forse gli mostrerò
una poesia – chissà se gli piacerà.
I draghi che fendono il cielo lasciando una scia di fumo e di veleno
sono silenziosi, e gli uccelli, una moltitudine, cantano.
Non c’è niente qui che non capirebbe.
Più di ogni altra cosa desidera vagabondare
in un piccolo giardino come il mio.
Ma non so se la sua anima glielo permetterà.
Olav H. Hauge
L'articolo “Una buona poesia sa di legna appena tagliata”. Vita in versi di Olav
H. Hauge proviene da Pangea.