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Restare vivi. Un racconto di Eugenio Sournia
I Da qualche tempo la notte porta con sé questo velo umido che mi incastra al lenzuolo, mi fa sentire malato, madido di colpa. È settembre, ma tutto questo non può essere normale. C’è da dire che ieri sera ci ho messo del mio: la stanza gira, il fiato sa ancora di alcol, sono le undici di mattina e nessuno mi ha cercato. Mi affaccio alla finestra e la Polo è ancora lì. È storta sul marciapiede, con la targa anteriore appoggiata a un paletto di metallo. Arrivo in bagno che sono già nudo, mi stendo nella vasca e faccio scendere l’acqua, caldissima. Da quando ho avuto l’incidente ho preso una quindicina di chili: il mio corpo mi piace talmente poco che anche quando faccio la vasca tiro indentro la pancia, perché non riesco a sopportarmi. Per il grasso sui fianchi c’è poco da fare: Dio non ci ha dato muscoli da flettere in quella zona.  Mi sto asciugando i capelli quando vedo il telefono vibrare. È Filippo. È il proprietario della Polo, abita a due vie di distanza, e ieri sera era ancora più ubriaco di me, al punto da avermi fatto guidare, in un impeto di razionalità. È il mio migliore amico. «Sergio, la macchina è ancora lì?» «Sì coglione, se ti muovi fai ancora in tempo a spostarla prima che ti fanno la multa» «Arrivo». Filippo fa la guardia giurata non armata. In sostanza, si tratta di prendere il lavoro più sfigato possibile e rimuovere anche l’unico elemento di interesse, la pistola. Una sorta di castrazione preventiva, che nel caso di Filippo non mi sento di sconfessare totalmente. Si presenta trafelato sotto casa mia con pantaloni bianchi gessati, una camicia simil-hawaiana, occhiali tondi modello Antonio Gramsci.  Tira fuori le chiavi e saliamo sulla Polo. È già quasi mezzogiorno e nessuno dei due ha ancora fatto colazione; gli propongo di andare all’all you can eat, a celebrare l’ennesima festa triste delle nostre vite disgustosamente marginali. Mi fa male l’anca e mi aggiusto sul sedile. Due anni fa un pazzo mi ha tirato sotto con un Classe G, mi ha trascinato per mezzo chilometro, poi mi ha lasciato per strada credendo che stessi per morire. Gli abbiamo fatto il culo e mi ha dovuto dare centoventimila euro di risarcimento, per il danno biologico e l’invalidità parziale che mi ha cagionato. Da allora ho tutto il tempo del mondo per autodistruggermi. Il ristorante è vuoto e ci sistemiamo nel solito separé dagli arredi finto-giapponesi. «Prendiamo due Asahi da 66 e due bocce di sakè caldo». Appena arriva il sakè, Filippo butta giù d’un sorso il primo bicchierino ed emette un suono di soddisfazione, simile all’onomatopea di uno sparo per come potrebbe pensarla un bambino di otto anni. L’euforia dura poco. Dopo pochi minuti, Filippo comincia a lamentarsi di come abbia mandato gli ultimi pezzi che ha scritto a una piccola etichetta indipendente, che non gli ha mai risposto, dopo aver manifestato un tiepido interesse iniziale. Anche io per alcuni anni ho tentato di fare il cantante. «È come se queste persone non si rendessero conto che giocano con la vita delle persone», lo aizzo col nigiri in bocca. «Io, Sergio, sono stanco di inseguire questi pezzi di merda, però se faccio solo la guardia mi ammazzo». Mi limito a pensare che la tentazione di ammazzarmi ce l’ho anche senza fare la guardia, per giunta senza pistola, e intanto inzuppo troppo a lungo la palletta di riso nella salsa di soia. La cameriera romena in livrea asiatica continua a portare sakè incalzata da Filippo. Non è neanche l’una e siamo entrambi già piuttosto alticci, in quello stato di ubriachezza prandiale a metà tra il sonno, l’euforia e il volo planato, così diverso dalle sbronze serali. Filippo beve più di me e ordina una ferale grappa alla rosa. Io gioco con le afte che ho in bocca e, dopo i sudori notturni, scorgo in esse un altro motivo per temere di aver contratto l’HIV. Che poi nessuno lo chiama così: c’ho l’AIDS, ad andà con lei ci pigli l’AIDS, un c’avrai mica l’AIDS. Filippo è lì che continua a parlare dell’etichetta, delle registrazioni in analogico, delle nostre ridicole, velleitarie, comprensibilissime frustrazioni, ma io me lo sento, stavolta c’ho l’AIDS. L’ho presa a giugno con l’amica di Ester. Tutto il litio di questo mondo non può stabilizzarmi al punto da ignorare questa verità fondamentale.  «Pippo ascolta, secondo te c’ho l’AIDS?». * II Ci alziamo e paghiamo. Io erodendo ancora le mie finanze di invalido, lui il suo ridicolo stipendio, che rende di fatto obbligatorie innumerevoli ore di straordinario. Filippo barcolla e si sbottona la camicia floreale, scoprendo la pancia; poi si lascia scappare che in teoria dovrebbe essere a casa, in malattia. Mi scappa un sorriso – non sono ancora l’ultimo della classe. Usciamo dal ristorante e il caldo dei primi giorni di settembre ci investe, dopo l’aria condizionata del locale. Le strade sono vuote, si schiva qualche padrone col cane, un avvocato in pausa pranzo grondante nel completo scuro. Io e Filippo sembriamo due personaggi di un film che probabilmente esiste solo nelle nostre teste, e che per le altre persone è una realtà fatta di aggettivi e sostantivi che non siamo sicuri di voler conoscere. Quando eravamo ragazzi questa sensazione di separazione dagli altri ci creava una strana esaltazione, come appunto essere a parte di una storia non condivisa, solo nostra. Poi, a furia di non condividere, siamo finiti ad essere diversi per davvero, e in momenti come questo ne sentiamo di colpo tutto il peso. Andiamo a prendere il caffè al circolo ARCI Piero Pieri, ma finiamo per bere ancora. Nel cuore dei quartieri industriali, ci sistemiamo in un piccolo dehors incastonato tra i muri alti e scrostati, con le sedie bianche di plastica e i tavolini della Sammontana. C’è un vecchio secco con la camicia a quadri che fuma. Davanti a lui, un tizio poco più giovane, alle ultime fatiche prima della pensione. La sua polo blu di una ditta idraulica è chiazzata di sudore. I due parlano del ragazzo ucciso pochi giorni prima. Fuori dal circolo uno striscione ricorda Jonathan, con la data della sua morte e la promessa di giustizia ad ogni costo. Ad un certo punto non resisto dall’intervenire, scagliandomi anche io contro la piaga degli sputapalline tunisini che hanno rovinato la nostra bella città. Subumani, prodotto deteriore della cultura islamica e rappresentazione plastica della sua radicale incompatibilità con i nostri valori. «Questi non hanno voglia di lavorare», fa l’idraulico, e io e Pippo assentiamo con slancio, finendo le nostre grappe.  Mi sento un po’ stupido perché la verità è che io non odio nessuno. Mi piace far arrabbiare le persone, ma quando quelle stesse cose che normalmente mi procurano l’indignazione altrui vengono accolte apertamente, scopro che dirle non mi dà in alcun modo la stessa soddisfazione. Io, sembrerà una cosa un po’ da frocio, non sono mai riuscito a odiare davvero nessuno se non me stesso. Non so perché, sarà l’educazione cattolica; più probabilmente, perché penso di essere talmente incredibilmente in gamba che ogni cosa brutta che mi succede devo averla in fondo causata io, com’è come non è.  Ad alzarmi dalla sedia di plastica per andare a pagare sento che sono davvero ubriaco. Filippo strascica le parole, e ciondola appoggiandosi al tavolino dei vecchi. Io raggiungo il bancone di metallo e allungo venti euro di carta alla barista. Intuisco la forma delle mutande dentro i leggings neri, il tatuaggio per la nipote con la data di nascita che spunta sul braccio sinistro. Sfodero il mio miglior sorriso ma è evidente che la donna non vede l’ora che andiamo via. C’è qualcosa nel modo in cui la guardiamo che odora di voglia e di bisogno.  «Andiamo da Ester» propongo a Filippo. Ester ha ventun anni, lavora al ristorante del mercato che ha la cucina sempre aperta ed è pieno di turisti che vogliono pranzare alle undici e cenare alle cinque. È molto bella. I padroni del ristorante la tengono praticamente solo per farle i reel mentre serve i clienti. Lei è nera di quel tipo rassicurante, caffellatte, con gli occhi materni. Proietta indubbiamente un’immagine di inclusività su tutto il locale, che dico, su tutto il mercato, su tutta la città. Che ci sia una Ester ad ogni incrocio, una Ester ogni venti cameriere, perdio!  Io e Filippo l’abbiamo conosciuta una sera che smontava e ci abbiamo fatto nottata a bere. Lei preferisce Filippo, ma io mi contento della sua amicizia, e che la gente creda che stiamo insieme quando la accompagno a casa dopo il lavoro.  Quando usciamo dal circolo ARCI la canicola è allucinante. È ormai metà pomeriggio, siamo completamente ubriachi, la calura sembra promanare dall’asfalto insieme alle blatte. L’erba che sbuca tra i marciapiedi e nelle squallide aree di vegetazione urbana è completamente secca. Su tutto il quartiere aleggia un odore di piscio e come una stretta soffocante alla gola, di fumo e cloro.  La Polo grigia è poco lontana: l’orgoglio di Pippo, frutto dei suoi straordinari. Il tragitto dal circolo al mercato è breve, pochi minuti in auto. Faccio appena in tempo a salire dal lato del passeggero che Filippo parte, senza neanche che io abbia finito di chiudere la portiera. Anche se abbiamo trent’anni siamo esaltati, sembriamo degli adolescenti. «C’è voluto dell’impegno ad invecchiare senza diventare adulti, Pippo». Nel mentre armeggio col bluetooth della macchina e faccio partire Battiato. Ma il siciliano ci rompe presto i coglioni, e lo facciamo ritornare nel suo paradiso sufi del cazzo. A quel punto Filippo comincia a pensare alla sua ex e piazza Superclassico di Ernia, mentre guida in maniera indicibile ormai prossimo alle lacrime.  Davanti all’ospedale ci incolonniamo nella lunga fila per girare a destra e avvicinarci al centro. Levo a Filippo il telefono dalle mani e faccio per mettere un pezzo dei Morphine. Filippo però lotta e con la mano destra tenta di riprendere il telefono per impedirmi di cambiare canzone, mentre con la sinistra tiene la mano sul volante, pronto a scattare alla luce verde del semaforo.  «È verde!» * III «Non accettate pagamenti con la carta?» L’accento partenopeo del pizzaiolo è irresistibile. Conscio di trovarmi in una situazione stereotipica, me ne beo e, trascinando fuori la mia quattro formaggi con salsiccia, esco in cerca di contante. «Pippo, hai dieci euro di carta?» Filippo mi guarda con aria allucinata mentre, appoggiato a uno dei tavolini esterni della pizzeria, solleva gli occhi dalla constatazione amichevole che sta compilando.  Al semaforo ci è un po’ sfuggita la frizione e abbiamo preso in pieno la moto davanti. Ne è sceso un calabrese pelato, pieno di tatuaggi, anche in volto; la persona più genuinamente gradevole di questo mondo, al contrario della compagna, che ha invece finto complicazioni mediche di ogni sorta. Entrambi hanno però fortunatamente accettato di non richiamare l’attenzione delle forze dell’ordine.  «Grazie Rosario, grazie di cuore», faccio al pelato. Rosario mi dà di gomito e, preso il contatto di Filippo e calmata la falsa invalida, sfreccia via.  «Ne vuoi un po’?»  A Filippo gira palesemente il cazzo, ma una fetta di pizza la prende lo stesso. Mangiamo in silenzio la quattro formaggi nei tavolini che danno sul viale dell’ospedale, coi fumi delle auto e il caldo a incollarci la pelle. Ormai è quasi sera, e anche se non sembra è quasi autunno. Una notifica sul telefono mi ricorda della partita. È quel prete, don Enrique. Argentino, non trova niente di meglio da fare che cercare di evangelizzare alla vecchia maniera: con il calcio. Rimesso in piedi Filippo facciamo un rapido salto a casa a cambiarci e infilarci gli scarpini. Mi porta Filippo, mi aspetta giù, poi faccio lo stesso sotto casa sua, e andiamo al campo. Ci viene da vomitare, ma il dovere è dovere. Qui però non ci sono oratori, e non ci sono bambini. Ci sono trentenni persi come me e Filippo, c’è un poliziotto con il figlio che non vede mai, c’è una nutrita schiera di peruviani che parlano solo in spagnolo e solo fra loro. Un cinquantenne palesemente destrorso fa da coach. A volte si presenta con una maglia con scritto “Dio, patria, famiglia”, attirandosi sguardi a metà tra l’astioso e l’incuriosito. Di fronte a queste attenzioni, noi a volte ci vergogniamo della natura così palesemente confessionale della nostra compagine. Gli avversari sono, come sempre, molto più agguerriti. Hanno i tatuaggi con le carpe giapponesi o con le clessidre, le maglie attillate. Quasi tutti hanno corpi scolpiti, quelli sovrappeso rimediano con più tatuaggi, tagli di capelli improbabili, scarpe verdi fluo. Mentre facciamo i giri di campo di riscaldamento, il tramonto trafigge il cielo di un ricordo, una promessa di semplicità andata perduta. La città sembra quasi bella nella gloria del calasole, e i prati incolti accanto al terreno da gioco si riempiono della prima umidità di settembre. Ancora quindici anni fa, questi erano i giorni prima che tutto ricominciasse; ora, tutto è già finito. Quello che sto vivendo, mi dico, è un capitolo aggiuntivo e non necessario; i personaggi principali della mia vita hanno completato il loro arco narrativo, o se ne sono andati. Restano da sbrigare alcune questioni minori, ma il grosso è fatto, la Messa è finita, e sarebbe forse dignitoso andarsene, piuttosto che rimanere a pregare davanti a un altare spoglio.  La partita è un incubo. Ho come dirimpettaio sulla fascia un ragazzino di vent’anni, che sembra aver capito perfettamente con chi ha a che fare, e mi aggredisce con ferocia ogni volta che ricevo palla. Il più delle volte perdo il possesso, e sono costretto a fingere di inseguirlo mentre si invola verso la nostra area.  Dopo una ventina di minuti ne ho abbastanza e chiedo il cambio. Le gambe mi tremano, le tempie pulsano della disidratazione di tutta una giornata. Mi butto contro la rete di recinzione e mi metto a guardare il cellulare, disinteressandomi della partita e della prestazione di Filippo, che pure non sta sfigurando nonostante gli eccessi. L’anca sinistra mi fa male; il ginocchio sbucciato e pieno di sangue rosso vivo mi ricorda della mia paventata sieropositività. Guardo su internet gli orari del centro prelievi, e decido di andare domani, appena sveglio: non posso più rimandare, devo sapere. Fatta la doccia, chi può rimane per il classico panino dopo la partita. Andiamo sempre al solito punto ristoro adiacente al campo, ricavato in una specie di prefabbricato con davanti cinque o sei tavoli di legno. Nonostante faccia fresco e sia ormai buio, ci sediamo tutti fuori: i peruviani tra loro, io e Filippo vicino al coach, don Enrique di fronte. È passato a trovarlo un altro prete. Ha l’abito talare bianco, con la fascia nera; parla con un fortissimo accento francese.  «In Gabon va molto bene», dice entusiasta il prete. «Abbiamo tanti bambini per la scuola e anche qualche vocazioni. La cosa peggiore sono le zanzare, che non si riesce a dormire e bisogna stare attenti alla malaria». Poi si mette a raccontare a don Enrique di come sopravvivono quando nel villaggio va via la luce, a volte anche per giorni. È l’ultima sera in Europa per don Rémy. Domani mattina, dice, probabilmente nei minuti in cui io sarò in coda all’ospedale, prenderà l’aereo e tornerà in Africa. Ammetto di non aver mai visto un uomo così genuinamente felice in tutta la mia vita.  Io sono mai stato felice? Me lo chiedo mentre Filippo mi riporta a casa e vedo scorrere nella notte le strade che dalla periferia portano al centro, con i soliti oleandri seccati, i soliti semafori, i soliti oceani di silenzio. Anche il passato mitico che vagheggio non era altro che una sorta di feroce lotta per la vita, in cui avevo momentaneamente pescato delle buone carte. Ho cercato con tutto me stesso di rimanere aggrappato ai miei desideri, ai miei affetti, a tutte quelle cose create che potessero farmi sentire vincente, amato, riempito. Mi sembra però che il destino dell’uomo sia perdere, perdere tutte le cose prima o dopo, fino a rimanere completamente nudo, completamente solo.  Credo anche che l’infelicità derivi in qualche modo dall’opporsi disperato che ognuno di noi fa a questa continua, inoppugnabile perdita. Per un po’ di anni il saldo è in credito o in pari, e si ha l’illusione che il gioco valga la pena. Poi arriva una perdita diversa dalle altre, che strappa il velo ai giorni, che non può e non vuole essere compensata, che urla nelle notti fino a scorticarle, fino a far intravedere il non senso. A quel punto l’unica soluzione è lasciare la presa.  Don Rémy, però, il prete francese che domani torna in Africa, ha trovato il modo di fottere tutti e suicidarsi restando vivo. Cos’è il suicidio se non perdere, dopo tutto il resto, anche se stessi? Vivere degnamente vuol dire non lasciare impronte sulla terra. Lo si può fare perché si resta appesi per il collo, o perché si è imparato a viaggiare molto leggeri.  Abbraccio Filippo e gli auguro la buona notte, poi chiudo lo sportello della Polo. Dalla strada vuota arriva un soffio di umidità e un lontano odore di pizzeria; penso a domani mattina. Ho un po’ meno paura. Eugenio Sournia *Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia, con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”, con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.  In copertina e nel testo: fotografie di Walker Evans (1903-1075) L'articolo Restare vivi. Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.
March 10, 2026 / Pangea
Agere Contra (Il Doblò). Un racconto di Eugenio Sournia
Il Doblò naviga ai sessanta all’ora nella dolce pianura umanizzata, tra gli sterpi secchi, l’erba gelata, il fumo dei comignoli. Tutto è fermo e grigio, e l’appressarsi di un’altra notte di coprifuoco è solo il passaggio del turno tra una stasi innaturale e angosciosa, e una fatta di cupa dolcezza. Noi siamo azzurri e gialli, io guido mentre Mirko sta seduto dietro accanto al signor Giacomelli, ancorato con la carrozzina tra i denti del Doblò. I moschettoni freddi che lo tengono fermo ciottolano alle irregolarità del manto della statale. Rosanna, la moglie, è accanto a me. Non si cheta un attimo, è tutta un lamento, quarant’anni di lavoro alla Alvex, i fumi, la pensione che non basta, come si fa adesso con le scale da salire, la rumena da trovare. Io sono lì che guido con dolcezza e penso che ognuno ha il suo dolore, tanto vale accettarlo con dignità e non farne tutto il proprio mondo. A dir la verità, io ho un po’ fatto del mio dolore tutto il mio mondo. È un fatto naturale, a cui la società odierna ti spinge: se non puoi essere altro, sii almeno una vittima. Ho ventinove anni, non ho patologie pregresse, sono anche noiosamente non povero. Perdio, almeno una bella diagnosi psichiatrica! Per cui via di paroxetine, di benzo, di derealizzazioni. Non vedo l’ora di parlartene, appena mi rendo conto che sai di cosa si tratta: ed ecco fatto il becco all’oca. Sono di nuovo la persona più interessante nella stanza, o almeno nel Doblò.  Ma la signora Rosanna non ne sa un cazzo, si capisce subito, è nata negli anni ’50 e sa solo di problemi veri, che si misurano in preventivi, in cartelle, in azotemie. Vuole delle risposte che contengano la stessa dose di realtà delle sue scarpe Mephisto con gli strass; o forse siamo più simili del previsto, e vuole anche lei solo un pubblico. Freno bruscamente per decelerare ai 30 all’ora richiesti dall’autovelox. Giacomelli si lamenta con un grugnito sordo. È piccolo, piccolo; ha i capelli ancora folti e tinti comicamente di marrone mogano, l’espressione assente dietro la mascherina. Siamo abituati coi disabili e mi sorprendo a riscoprire che ha facoltà di parola. «E tutto questo per morire» si sente arrivare dall’ometto in carrozzina. Mirko si affretta a correggere il tiro: «Suvvia Sirio, vedrà che non è niente, non si agiti, se fa così poi sta solo peggio». Poi passa dal lei al tu, come si fa coi bambini e, appunto, coi disabili: «Dai Sirio, vedrai che passiamo un bel Natale tutti insieme, c’è anche la festa della Misericordia». Giacomelli rientra nel suo silenzio e io invidio l’ostentato ottimismo del mio collega. Ho sempre saputo mentire, ma mai a fin di bene. Il paesaggio comincia a cambiare, e si tramuta velocemente in una squallida periferia industriale. Individuo il vialone corretto tra altri uguali, e imboccatolo parcheggio davanti alla gigantesca struttura medica, da cui promana una luce chiara e un tramestio di figure imbacuccate. Io rimuovo i moschettoni e Mirko spinge Giacomelli giù dal mezzo, mentre la moglie dice di sbrigarci che poi il marito prende freddo. I guanti di plastica servono almeno a maneggiare il metallo senza gelarsi le mani.  In un attimo siamo dentro, nell’aria sterile che sa di piscio e disinfettante. L’infermiera ci prova la febbre sparandoci la fronte col termometro e lascia entrare Giacomelli a fare gli esami. Che analisi siano esattamente, io confesso di non averlo capito. Non ho neanche capito del tutto se le deve solo fare o anche ritirarle, o almeno averne un esito parziale. So soltanto che la cosa costerà sui trecento euro, che la struttura non è pubblica, e che la moglie si continua a lamentare. Accolgo con sollievo l’invito della brunetta con accento sardo ad aspettare fuori, sa per le regole anticovid.  È un attimo che, rimasto solo col mio telefono, quel mondo fatto di lamenti, referti, luci bianche, occhiaie e lenzuola non esiste più, se non come rumore di fondo. È tempo di immergersi nuovamente nel mio dolore, nelle mie pulsioni, nelle angosce che io e solo io so prevedere per il genere umano tutto e universale. Mi sento anche un po’ ridicolo in questa divisa della Misericordia: un ragazzotto senza qualcosa di più importante da fare in un martedì pomeriggio, in ultima analisi qualcuno che ha scelto di fare del bene come estrema disperata risorsa non potendo fare qualcosa di meglio. Vorrei dire di farlo per gli altri, o almeno per Nostro Signore Gesù Cristo, ma sarebbero solo verità parziali. Dio, ora come ora, lo vedo nel cielo ormai nero e nelle luci di posizione degli aerei che atterrano. È nei transponder spenti dei Tupolev russi che incrociano nel Baltico, nelle menti dei Presidenti che telefonano; nell’eroica resistenza degli armeni del Nagorno-Karabakh che pregano prima di scaricare i loro vecchi AK sull’invasore azero. Dio è nei canti ortodossi col basso fisso, nei crocifissi di Giotto sepolti nelle navate laterali delle chiese-museo, è nell’Inferno che mi attende se non smetterò di avere rapporti prematrimoniali (perché io ti sposerò Virginia, quando la guerra sarà finita e dalla terra cresceranno fiori belli come te).  Quello che mi pare assai chiaro è che a Dio sembra non importare molto del signor Giacomelli. Lo vedo tornare sconfitto in carrozzina, spinto da Mirko, con la moglie al seguito che regge malferma decine di fogli tra ricevute di accettazione, lastre, documentazioni varie. Metto via il telefono per educazione e chiedo com’è andata, ma Mirko taglia corto, e ci limitiamo a reinstallare il povero Giacomelli nella sua postazione nel Doblò. È un sacco vuoto, sembra pesare come un bambino. Stavolta i moschettoni funzionano alla prima e chiudiamo il portellone, lasciando all’interno del mezzo solo il malato.  La moglie è in un angolo, vicino alla porta a vetri. Si è zittita, sembra essersi fatta improvvisamente seria, come se ora il suo dolore non avesse più bisogno di essere sfogato, ma bastasse da solo a riempirla. Mirko mi passa accanto e, stando attento a non farsi sentire dalla donna, mi fa capire che il vecchio è spacciato, che forse non ha senso neanche ricoverarlo. Comunque, Mirko e la signora Rosanna andranno a fare un’ultima chiacchierata con i medici, anche se i risultati che hanno appena ricevuto condannano Sirio senza appello. E poi ci sarebbe quell’altra questione, pagare: «Trecento euro per dirmi che devo morire. A che serve, Rosanna?». Sotto sotto ammiro il pragmatismo contadino del Giacomelli, che quarant’anni da operaio chimico non hanno saputo cancellare.                 Eh, Giacomelli. Adesso Mirko e la signora sono ritornati dentro, spariti nel caldo artificiale e secco della struttura. Io mi sono acceso una sigaretta, e rimango a qualche passo di distanza dal Doblò bianco, azzurro e giallo, dove dentro è seduto, da solo, un uomo che ha appena saputo che deve morire. Il mio primo pensiero è di lasciarlo dov’è, rimanere fuori a fumare e aspettare il ritorno degli altri. Del resto, la modernità ci ha insegnato a rispettare il dolore altrui: guardarlo da lontano, se possibile isolarlo, nasconderlo, reciderlo. Ognuno deve processare il proprio dolore con i propri strumenti, lavorandolo come si fa con un ingrediente grezzo per renderlo nuovamente e maggiormente produttivo. Tale delicato compito è bene affrontarlo da soli, o se proprio si deve, con l’aiuto di figure professionali e qualificate. Insomma, che Giacomelli processi, affronti, rielabori. Solo che Mirko e la moglie di Giacomelli non tornano, o comunque cominciano a metterci un’eternità. Il vecchio è imbracato nella carrozzina, con la mascherina tirata su fino agli occhi. Il suo campo visivo dev’essere molto scarso, guarda fisso il sedile davanti a sé. Dall’esterno vedo solo la sua pelle grigia e i capelli color cassapanca. Inizio a sentirmi in imbarazzo, ho finito la sigaretta, sono qui col telefono in mano mentre c’è un uomo in fin di vita da solo dentro il Doblò. Sento che sarebbe mio dovere entrare con lui, però che potrei dirgli? Inizierei a parlargli di Dio, come un prete, o come Mirko fingerei fino all’ultimo, stolidamente, che andrà tutto a posto? Se Dio è nei mosaici di Aghia Sophia, nelle linee dirette di Putin, nel catechismo di San Pio X, come faccio a farlo entrare in testa a un cazzo di operaio dell’Alvex con le ossa bruciate dal bicarbonato, che non entra in chiesa dal battesimo dell’ultimo figlio? Come faccio a fargli una lezione di teologia nei quattro cinque minuti che mi restano, prima che tornino la moglie e quel rincoglionito sorridente del mio collega, un golden retriever che scodinzola di fronte a storpi e moribondi?  Mi assale però il sospetto che Dio ci ha abbia dato la tenerezza per arrivare dove non possiamo con l’intelligenza; soprattutto, che ci abbia dato la vergogna, per andare là dove non giungiamo con la tenerezza.Quando è un po’ che non ho vergogna di me stesso prego sempre che dal cielo mi arrivi uno schiaffo a mano aperta, tanto to see if I still feel, di solito rimette le cose in prospettiva. A quel punto l’unica cosa da fare è “àgere contra”: muoversi nella direzione opposta a quella che causa la propria vergogna, compiere la scelta che richiede più sacrificio. Le poche scelte giuste che ho fatto nella vita, le ho fatte così. Io mi amo così tanto! Proprio per questo ho in odio un’epoca che ti dice che vai bene come sei: quell’amore che non muore mai lo devi combattere con tutte le tue forze. Prendo il mozzicone della sigaretta e mi avvio verso il bidone in muratura, che indovino nella penombra del parcheggio appena illuminato dai lampioni. Mi assicuro con estrema perizia che la cicca sia completamente spenta, la getto, quindi con la coda dell’occhio guardo speranzoso attraverso le vetrate se Mirko e la signora, per caso, fossero di ritorno. Sospiro, poi faccio il giro largo del mezzo, arrivo alla porta posteriore, e, portandomi dietro il freddo di novembre, entro nel Doblò. Eugenio Sournia *Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia, con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”, con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.  In copertina e nel testo: immagini dal film di Sergej Paradžanov, “Sayat-Nova. Il colore del melograno” (1969) L'articolo Agere Contra (Il Doblò). Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.
January 23, 2026 / Pangea
“Il corgi”. Un racconto di Eugenio Sournia
Ho fame. Ho ancora le mani che sanno di prosciutto della Conad; restano le briciole di pane sulla scrivania. Da qui, guardo e comando la sbarra che segna l’accesso a questo villaggio di relitti e di ambiziosi, di puri e iniqui, di uomini e donne che vedo affannarsi come scarafaggi ribaltati. Ho ancora fame, ma sono quasi le quattordici, e a questo punto conviene attendere e farsela a piedi verso casa, con la mia gamba malata. Sono quindici minuti di tormento, ma risparmio benzina, parcheggio, traffico; metto un po’ in circolo il mio sangue coagulato e marcio. E poi, la macchina oggi proprio non la potevo usare. * Arrivano. Man mano che si avvicinano le due del pomeriggio, poco per volta, dai vari reparti, arrivano gli uomini e le donne suddetti, gli scarafaggi negli esoscheletri fluorescenti di diversi colori: giallo per hostess e steward, arancio per la security, azzurro per gli operai. La forma delle giacche invernali ad alta visibilità copre i corpi, ulteriormente stozzati da berretti, sciarpe, occhiali. Sale un filo di condensa dalle bocche. Tutti sembrano soltanto un’anima, o un numero, ai due estremi dello spettro.  * Nel mezzo esatto di questo spettro ci sono io, che ho il corpo rotto e l’anima di un bambino: voglio, e non riesco a non volere. Desidero il caldo secco del gabbiotto, i fianchi generosi di Arianna delle pulizie, con quegli occhi, i capelli sempre sporchi. Desidero la prossima sigaretta; soprattutto, desidero scommettere ancora, e i soldi per farlo. * Da quando mio padre mi ha commissariato, la vita è un inferno. Lo stipendio va dritto nelle sue tasche, a me restano quelle poche centinaia di euro per il prosciutto, l’acqua, i panini. Da fumare lo chiedo, o lo rubo. Risparmio ogni metro di benzina, ogni grado di riscaldamento, resto nella casa fredda dove il frigorifero dorme e veglia con me, in questa vita che è trepidazione e sonno.  * Il vecchio deve morire. Vero, una volta andato, al porto mi manderanno via. Lo so bene, non erediterò la riconoscenza che gli devono, ma erediterò i suoi soldi, e soprattutto la libertà di spenderli. Lo sento da come sale le scale, ogni volta con meno fiato, ogni volta più paonazzo, con le calze contenitive che scoppiano nei mocassini: gli manca poco. * Linda e Carolina si avvicinano al totem, mancano oramai pochissimi minuti alla timbratura. Ogni volta che si arriva all’ora piena si crea un capannello di persone dei vari reparti; tutti attendono, scambiandosi occhiate complici, lo scoccare dell’orario. Alle due, chi è entrato alle sei va a casa: fuori da questo alveare ognuno ritorna alla propria vita individuale, molti alla propria solitudine. Nei secondi dell’attesa, c’è spesso lo spazio per una battuta, una sigaretta, una banalità. Pierobon, però, oggi è disperato: «Mi hanno rubato un corgi, ho chiamato mia moglie. Non si trova». Mauro Pierobon ha 52 anni, è un uomo calvo e grosso, con occhi azzurri liquidi, non belli. Ha una voce fastidiosa e problemi di udito. Lo ricordo a scuola, due classi più grande di me, bersaglio degli scherni per le sue frasi stentate, da endicappato. Con il tempo si è rimboccato le maniche, ha cominciato presto a lavorare ed è diventato capoturno security qui al porto. Torna a casa da sua moglie e, forse per compensare l’assenza di figli, alleva cani, razza corgi. Per intendersi, quelli della regina d’Inghilterra: bassi, tozzi, sproporzionati, valgono una fortuna. * Le due quarantenni lo abbracciano, fingono partecipazione e con le loro voci sguaiate lo rassicurano: il cane, parte di una cucciolata, salterà fuori, prima o poi. Mirella invece sta in un angolo e guarda a terra: ha problemi col marito, non se la sente di scherzare con gli altri. La fine del turno è una sveglia che la catapulta nell’inferno del suo matrimonio in disfacimento, del figlio a cui tacere. Castana, sottile, ha una bellezza elegante non ancora del tutto sfiorita e sa di fumo e di efelidi, anche d’inverno. Ci accomuna un destino: tre anni fa la sorpresi a intascarsi parte dell’incasso dei biglietti dei bus turistici che lavorano ai moli. La vidi, mi vide: non dissi nulla. Da allora, forse perché detesta credere di dovermi qualcosa, ha smesso di salutarmi.  * Io lo so che dite che puzzo, che lascio i fazzoletti sporchi in giro, che mi masturbo nel gabbiotto quando nessuno guarda. Lo so che odiate le mie richieste di sigarette, di cinquanta centesimi, odiate fare il turno con me anche se provo ad essere gentile. Lo so che non vi prendete neanche più la briga di aspettare che giri l’angolo per deridermi per i miei vizi, la mia gamba, il mio oggettivo fallimento. Mi basterebbe solo una goccia d’amore, saprei rendervela centuplicata: ma non me la date, e allora sarò tra voi come il più meschino dei parassiti. Un infante di cinquant’anni, che urla, piange ed è pronto a tutto per ottenere ciò che vuole. * Ieri notte ho preso la variante e in pochi minuti sono arrivato a Vico. Pierobon sta vicino al campo nomadi, in una vecchia palazzina con le serrande di plastica, lo sterrato davanti e il giardino recintato basso, quel tanto che basta per i cani. Quelli hanno abbaiato come dei pazzi, ma sono stato veloce, anche con la gamba offesa. Calogero ha detto che me lo pagherà bene: è per la nipotina. Devo solo ricordarmi di portare la macchina dai magrebini per lavare tutti quei peli. * E quindi Linda e Carolina consolano Pierobon, che fa avanti e indietro lamentandosi con la sua voce da ebete; Mirella fuma dietro la colonna, Previte e Di Sciullo ridono; Arianna spolvera il gabbiotto, e io sogghigno, guardando il dolore di un uomo che non sono io. * Sono le 14.00. Eugenio Sournia *In copertina e nel testo: disegni di Parmigianino (1503-1540) L'articolo “Il corgi”. Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.
January 2, 2026 / Pangea
Ballata dell’Intercontainer
Offro la mia anima martoriata alla poltrona ergonomica, alla scrivania di laminato, alla luce gialla, al gabbiotto. La offro all’asfalto gangrenoso; al moto ondoso dei semirimorchi, alla luna sul campanile, il tuo volto trasfigurato. Offro al timbratore, divinità del tempo – non all’azienda, non ai colleghi – ogni minuto di questa litania che è la mia vita. * Il contratto scade il trenta novembre, e ti penso. Non ho più voglia di dolore, solo voglio il caldo buono di un qualche oblio nuovo e diverso, una scapola, un neo, depositati nel mio letto e poi nei pensieri della giornata. Possono accomodarsi le immagini tra queste mura di plastica e metallo, e ristorare le sette, le otto, le nove poi le dieci.  * Io mi ricordo! E mi sembrava un gioco così semplice la sera, nell’angolo soffuso io con la camicia appena aperta tu ancora col cappotto freddo di strada e profumo. Dio doveva pur star guardando, dal basso della mia anima, doveva pur aver visto quanto ero felice: non andava bene, dovevo soffrire, dovevo vomitarmi ancora e ancora, fino all’apice. Quando sarò umiliato tutti finalmente mi potranno vedere. * Io non sono Cristo e dalla mia umiliazione nessuno trarrà alcuna salvezza. Il risultato pratico e concreto è un lievissimo aumento percentuale dell’efficienza nella registrazione dei semirimorchi, lavoro al quale sono tornato con malcelato autocompiacimento. Alzo la sbarra all’ingresso del piazzale, l’autista scende, mi dà targa e documento, io batto tutto al computer, poi è libero di andare. Quando cala la notte la larga vallata dei container sembra un villaggio che dorme, un gioco di bambino in cui le case di ferro sono targate MSC, Maersk, Lilliu, Sarda Trasporti. Immagino tra quelle case la mia. Il mare è a poche centinaia di metri, ma non ci penso mai. * Valentin scarica e gli chiedo una sigaretta. Vedo la torcia olimpica tatuata sul braccio e mi metto a chiedergli se era un atleta, che atleta, ma mi risponde in maniera dolce e sgrammaticata; annuisco senza capire. Gli sciorino le mie dieci parole di russo chiedendomi, come in tutti questi casi, se gli faccia piacere o meno – non importa, ne ho voglia. La sua faccia ha la forma di una pera che sta marcendo e diventando grigia, mangiata dalle vespe.  Lui è Eugenio Sournia * Vorrei tenermi la sigaretta che mi ha dato Valentin per fumarmela da solo; però decide di accenderne una anche lui e per qualche minuto si crea questa breve e strana intimità virile, in cui entrambi tacciamo e guardiamo la cancellata di metallo, la città che dorme al di là di quella, ormai vuota di promesse, sempre la stessa.  * Alla fine Valentin riparte e mi metto di nuovo a registrare i trasferimenti della giornata. XA245RS, AE33811, XD490EE. È un lavoro intelligente e bello: non penso mai, non penso mai, tutto il pensiero è tuo tuo e solo tuo. Mi dico un po’ di rosario e ricomincio la decina ogni volta che passa un camion e lo devo registrare, ma ogni Ave Maria è per te, Virginia, per la tua conversione, perché coincida col tuo ritorno, finalmente redenta, finalmente pronta, finalmente mia davvero. * Poi appoggio il telefono alla base del computer e metto il timer a cinque secondi. La luce è pessima, le pareti annerite da una melma senza nome, un cancro in potenza. In atto, la mia faccia più stralunata possibile, mi scatto una foto con l’unico scopo di riguardarla e riderne quando finalmente vivaddio sarò felice. Sarà un post su Instagram da far uscire il giorno dell’uscita di un disco, o di un libro, con una frase del tipo “il dolore è una porta”. Sono un uomo molto stupido. * Insomma Dio mi guarda dal cielo fondo e nero sopra l’Intercontainer, dall’asfalto gangrenoso, dalla scrivania di laminato, dalla luce gialla e sporca del gabbiotto. Io se non bestemmio è solo per ingraziarmelo, una sorta di pensiero magico che so bene non servire a niente, ma che mi è irrinunciabile: perché comunque spero, animalmente spero, che ci sia un’assurda imponderabile giustizia che cali da tutta questa bellezza a strapiombo.  * Ah, anche l’anima mia fu bella, ma la deturpai col peccato: mi resta la tenerezza. Da una macchina di tedeschi che mi passa davanti esce Bette Davis Eyes. Eugenio Sournia *Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia, con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”, con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.  In copertina: Gabriele Basilico, Dunkerque, 1984; copy Gabriele Basilico/Studio Basilico Milano L'articolo Ballata dell’Intercontainer proviene da Pangea.
October 15, 2025 / Pangea