Sulle orme del fremdling, cioè dello straniero. Questa la chiave di lettura
privilegiata per il viaggio lungo due secoli nella letteratura e nella filosofia
compiuto da Mario Bosincu, germanista dell’Università di Sassari, in Stranieri
in terra straniera. Dal romanticismo a Nietzsche (Le Lettere, 2024). Si tratta
di un’indagine attraverso la quale Bosincu entra, con una straordinaria perizia
filologica, dentro il mondo di alcune “figure esemplari dell’alterità” che hanno
caratterizzato in particolare – ma non soltanto – la cultura tedesca in un ampio
periodo che comprende la fine del Settecento e la Seconda guerra
mondiale. Novalis e poi Nietzsche, Chateaubriand e Friedrich Georg Jünger, e poi
Schopenhauer, Byron, Thoreau, etc… Tutti accomunati nello sguardo da viandante
(wanderer) con cui attraversano il loro tempo cogliendone con doloroso acume la
decadenza e il quale, chiaramente, non ha saputo guardare fino in fondo, a volte
neppure in superficie, al genio veggente di questi figli outsider.
Nel capitolo che apre l’opera Bosincu, citando Polanyi, ci introduce all’epoca
moderna come ad un paesaggio funestato da crolli e scissioni. La modernità
capitalista ha operato un ribaltamento totalmente nuovo nella Storia, con il
sopravvento della sfera economica – prima assorbita dalla società, sotto il
vigile controllo di istituzioni e tradizioni – sulla vita comunitaria che ha
finito con il farsi assoggettare al mercato e la comunità stessa è diventata un
mero aggregato di individui in perenne competizione tra loro. Una nuova
soggettività, rileva Sombart, è derivata da questo ribaltamento valoriale in
cui l’homo capitalisticus è anzitutto dominato da un oscuro caos interiore. Lo
diciamo con Hans Sedlmayr: la modernità è il tempo dominato dalla drammatica
perdita del centro, quel punto cioè in cui l’uomo si percepisce come unità. Una
catastrofe che precipita questo uomo nuovo, ormai reificato come una qualsiasi
“cosa” oggetto di transazione economica, in una condizione in cui la perdita di
una dimensione spirituale e trascendente non gli restituisce alcuna libertà.
Tutt’altro. In queste tragiche circostanze, la vita non si è arricchita; al
contrario ha subìto un impoverimento che gli antimoderni passati in rassegna da
Bosincu hanno sempre avversato, pagando il prezzo dell’emarginazione e forse, in
qualche caso, anche del dileggio.
Certo, dobbiamo pur chiarire una volta per tutte che cosa significhi essere
antimoderni. Una sorta di banalizzazione vuole questi scrittori e filosofi
inchiodati ad un passato idealizzato dalla loro fantasia, nemici acerrimi di ciò
che è, appunto, “nuovo”. Ma qui la questione è la durata. Recuperare, cioè,
tutto quello che con ostinato spirito di autodistruzione, l’epoca moderna
avversa come obiettivo primario, come ragione della sua esistenza. Durata,
ovvero ciò che rimane oltre l’inganno del molteplice. Spiritualmente e
culturalmente anestetizzato, quest’uomo moderno non sa cogliere gli agguati che
i dolenti stranieri gli tendono all’unico scopo di restituirgli una dignità,
fuori dalla prigione borghese capitalista. Che lo ha isolato innanzitutto da sé
stesso. La reductio ad unum della frammentarietà, per l’appunto, è questo
isolamento radicale, vagheggiato come forma di liberazione anche per l’uomo
postmoderno, che doveva restituire la libertà assoluta di autodeterminarsi
all’infinito. Spacciata per capax universi, in realtà sembra esserne proprio
l’opposto; un continuo far assurgere ad unità la mera parte. Ma l’homo
capitalisticus è proiettato in un infinito orizzontale per cui questa continua
rinnovazione, questo reinventarsi in qualcosa sempre altro da sé dura un istante
brevissimo, per essere liquidato in quello successivo, senza più valore di
mercato. Proprio perché parliamo di durata, la scrittura di Bosincu lambisce
anche la poesia – l’unica in grado di riaffermare d’imperio ciò che rimane – in
una serie di continui rimandi tra concetto filosofico e immagine poetica.
La modernità inaugurata dall’Illuminismo, con quella che Bosincu chiama
“colonizzazione dell’immaginario”, contiene però in sé i germi di una rivolta
antimoderna: infatti, proprio gli antimoderni scoprono che l’uomo moderno,
totalmente contingente, può essere superato, obiettivo nietzschiano di
grandezza. Gli “stranieri”, che si sono sempre sottratti al cappio dell’epoca
che li ha ospitati immeritatamente, ci offrono una via di “resistenza
ethopoietica alla modernità”, che recuperi “l’uomo totale” contro l’uomo ad una
dimensione, ostaggio di una storia minuscola, nonostante il suo titanismo. Del
resto, ci viene di aggiungere, quale onore nel titaneggiare se non si riconosce
un Dio cui contendere il mondo? Gli antimoderni sono stranieri in terra
straniera perché vanno verso una casa che non è ancora. Quale tempo abitiamo,
noi che ripercorriamo, per dirla con Schopenhauer, il loro martirio? Ancora
meglio: quale tempo vogliamo abitare?
Livia Di Vona
*In copertina: acquarello preparatorio di Caspar David Friedrich (1774-1840)
L'articolo Lo sguardo del viandante. Il genio degli outsider contro il delirio
della modernità capitalista proviene da Pangea.