A Lume Spento è uno dei libri leggendari della storia della poesia moderna. Ezra
Pound pubblica il suo primo libro a Venezia, nel 1908, presso lo stampatore
Antonini, in 150 copie, pullulanti di refusi – aveva ventitré anni, era sbarcato
in Europa con ottanta dollari in tasca. Per un po’, giocò a fare l’impresario di
Katherine Ruth Heyman: la pianista americana – ‘Kitty’ per gli amici – fu una
poderosa interprete di Aleksandr Skrjabin; introdusse Pound all’esoterismo.
L’anno dopo, la svolta: Pound conosce Yeats, a Londra, divenendone lo
scalpitante segretario; conosce Olivia Shakespear, scrittrice, mecenate,
matrona, intima di Yeats, di cui sposerà la figlia, Dorothy, nel 1914.
El Dorado dei collezionisti, libro a lungo tenuto remoto, a lungo temuto, A Lume
Spento dice, soprattutto, del desiderio di Pound di imporsi come poeta: giunto
in Europa, ‘Ez’ doveva testimoniare le proprie ambizioni tramite un tomo,
un’opera-martire, pubblicata a sue spese. Sul libro, tuttavia, gravano le
riserve dell’autore: l’edizione del 1965 di A Lume Spento & Other Early Poems,
voluta dalla figlia, Mary de Rachewiltz, reca l’epigrafico giudizio di Pound –
vergato da “San Ambrogio”, Liguria –, “Una raccolta di bignè stantii. ‘Cremini
al cioccolato, chi vi ha dimenticato?’”. Nel 1958, in duemila esemplari
numerati, Scheiwiller aveva approntato una traduzione parziale di A Lume Spento,
raccogliendo le versioni di Margherita Guidacci, Salvatore Quasimodo, Giuseppe
Ungaretti. Il ‘Meridiano’ che setaccia tra le Opere sceltedi Pound – a cura di
Mary, uscito per Mondadori nel 1970, poi nel 1992 – lascia di stucco l’esagitato
esegeta: di A Lume Spento vengono proposte una manciata appena di traduzioni, a
testimonianza di un libro reietto, di un libro-eresiarca. Eppure, si tratta pur
sempre del libro d’esordio del più influente poeta del Novecento; nel titolo –
una sorta di stimmate – s’intravede, per specchi e per spettri, il destino di
Pound. Nel terzo canto del Purgatorio, infatti, Dante narra la storia di
Manfredi, figlio di Federico II, il cui corpo morto fu disseppellito per ordine
di papa Clemente IV – “dov’ei le trasmutò a lume spento” – e gettato nel fiume
Liri. Dante pone Manfredi nell’Antipurgatorio perché si sarebbe convertito in
punto di morte – “io mi rendei/… a quel che volentier perdona” –, falciato, nel
1266, durante la battaglia di Benevento. Nell’eroe scomunicato, nel corpo
straziato, nel contrasto contro i poteri del tempo, e perfino in alcune
circostanze geografiche – Dante dice di uno spazio di rupi irte, vertiginose,
pari a quelle che si trovano “tra Lerici e Turbia”, in Liguria, in luoghi poco
lontani a quelli dell’ultima dimora di Pound prima dell’arresto – riconosciamo
il pazzesco epos di Pound.
Più in particolare, A Lume Spento squaderna – certo, ancora allo stato di
abbozzo – le ossessioni letterarie di Pound: Dante e i provenzali, il
neoplatonismo, Ovidio; una poesia è dedicata alla Decadenza, una
alla Nicotina (“Un inno alla droga”), su tutto aleggia un sentore di Swinburne e
di Ernest Dowson (un poeta ‘seminale’ e presto superato, ma che andrebbe
riscoperto). Una poesia, Aegupton, tra le più spiazzanti, piena di iniziatici
intenti, denuncia la precoce passione di Pound per l’egittologia (di lì a poco,
penderà però per la Cina antica):
“Io – proprio io – sono colui che conosce le strade
traverso il cielo, e il vento è il mio corpo.
Io ho visto la Signora della Vita,
io, proprio io, che con le rondini volo…
Io sono fiamma generata dal sole,
io, proprio io, che con le rondini volo,
poiché la luna è sulla mia fronte,
sotto il mio bacio spirano i venti”.
Spicca, nel giovane Pound, il gesto panico, l’alta sapienza nella simbologia
degli alberi – l’olmo, il frassino, la quercia – necessaria al poeta-mago per
orientare a sé il mondo, il tempo (si legga La Dea Bianca di Robert Graves, nato
poeta in quell’aura di segni e di simboli). A Lume Spento è dedicato a William
Brooke Smith, pittore, amico di Pound all’epoca della University of
Pennsylvania. Morì ragazzo, William, di tubercolosi, nel 1908; Pound lo
dice Painter, Dreamer of dreams. In lui, forse, vedeva lo specchio di se stesso
– la morte stessa della giovinezza. Il libro, allora, è atto salvifico più che
onorifico, gesto di teurgia prima che requiem. Resurrezione. Sul corpo morto di
un amico – dissotterrato “a lume spento” dall’oblio – nasce l’opera del poeta
totale.
Ora, dopo troppi decenni, A Lume Spento torna tra noi: Pietro Comba –
bravissimo, giovanissimo – ha curato la prima edizione integrale del primo libro
di Pound. Edita da Lindau, l’edizione di A Lume Spento è uno strumento
indispensabile per gli amanti di Pound: le trecento pagine di Note alle
poesie danno un’idea della cultura onnivora, onniveggente di ‘Ez’, e ci
accompagnano verso il grande salto nei Cantos. In sostanza, si tratta di un
vagabondaggio nell’oceanica mente di Pound.
Il primo libro di Pound ha ulteriore valore, d’abisso: Venezia, il luogo in cui
Pound nasce poeta, è anche quello in cui muore, nel 1972 – e dove è sepolto.
L’anello si chiude; sopra il caos della storia, armonia trionfa.
Ventitreenne, americano in Italia, Ezra Pound pubblica a sue spese A Lume
Spento, un esordio a suo modo leggendario. Che cosa si prefigge ‘Ez’ con questo
libro? Nella premessa alla ristampa di A lume spento, nel 1964, Pound è
estremamente severo con quel libro, “una raccolta di bignè stantii”, da cui
avrebbe imparato “la profondità dell’ignoranza”: perché?
Tra la fine del 1907 e l’inizio del 1908, Pound si trovò di fronte a un vero e
proprio bivio: cercare un nuovo impiego accademico (dopo avere perso la cattedra
di lingue romanze al Wabash College di Crawfordsville), perseguendo la carriera
universitaria in vista della quale aveva tanto studiato, oppure inseguire il
sogno del poeta “a tempo pieno”, tentando di dare una possibilità alle sue opere
poetiche e dunque fuggendo da quella terra, la sua terra, che già le aveva
rifiutate? La scelta di Pound – lo sappiamo – ricadde sulla seconda opzione,
benché le modalità di ricerca e la curiosità rimasero sempre quelle dello
studioso. Eppure, in realtà, da A Lume Spento Pound non si aspettava affatto il
successo: era, nelle sue intenzioni, un’opera di presentazione tramite la quale
cominciare a far circolare il proprio nome; aveva uno scopo principalmente
pubblicitario. E fu infatti un’opera sulla cui qualità Pound espresse i propri
dubbi fin dall’inizio. Non soltanto subito dopo la pubblicazione, in una lettera
a William Carlos Williams dell’ottobre 1908 (quando già si trovava a Londra) in
cui confessò di ritenere A Lume Spento «un’opera alquanto cupa e sgradevole», ma
addirittura prima di mandare in stampa il lavoro, in un momento di sconforto
veneziano ricordato diversi anni dopo nei Pisan Cantos:
> Dovrei buttare il lotto a mare?
> le bozze «A Lume Spento»/
> e alla colonna di Tòdaro
> dovrei raggiungere l’altra riva,
> o aspettare 24 ore
L’ambivalente incertezza di Pound nei confronti della sua opera d’esordio e in
generale della sua intera produzione giovanile, a causa soprattutto di uno stile
che risentiva in maniera importante di fonti tardo-ottocentesche (Swinburne,
Rossetti, Browning, Dowson, MacLeod, Thompson, Carman, Hovey, ecc.), andò
trasformandosi in acredine soprattutto a partire dagli anni ’40, quando
l’argomento poetico-economico costituiva ormai il fulcro degli interessi
poundiani. Così, quando Mary de Rachewiltz, la figlia, gli propose di ristampare
le sue prime due opere giovanili – A Lume Spento e A Quinzaine for This Yule –
insieme con una selezione di poesie inedite risalenti al primo periodo veneziano
del 1908, Pound si oppose inizialmente in modo radicale. Tuttavia, a seguito
dell’insistenza della figlia rispetto all’importanza della sua poesia giovanile
come «testimonianza di quale stoffa dovrebbero essere fatti i sogni di un
giovane poeta», Pound infine approvò la pubblicazione di A Lume Spento & Other
Early Poems (1965), anche se con l’inserimento di una esplicita riserva
rappresentata dalla sua Prefazione, in cui appunto definì le sue composizioni
giovanili «una raccolta di bignè stantii» e criticò il giovane sé stesso per
profonda ignoranza poetica.
In realtà, il tuo lavoro fa di A Lume Spento il primo cantiere ‘in opera’
dei Cantos. In che senso possiamo ravvisare una continuità tra libri altrimenti,
a una lettura superficiale, imparagonabili?
A Lume Spento è, a mio avviso, un’opera d’esordio piuttosto particolare, se
paragonata a quelle della grande maggioranza degli autori della nostra storia
letteraria. In essa si trovano, infatti, una serie di questioni, strumenti,
influenze, argomenti che non solo ritorneranno, ma che in certi casi saranno
sviluppati fino a divenire centrali nel magma dei Cantos. Faccio soltanto
qualche esempio affinché ciò che affermo sia più chiaro. Come i Cantos, A Lume
Spento è un’opera estremamente eclettica, frutto dell’influenza di una folta
varietà di autori, culture, tradizioni e tecniche stilistico-formali. A Lume
Spento anticipa inoltre diverse tematiche dei Cantos e della produzione
successiva in generale, come per esempio l’utilizzo delle maschere (o personae)
e del monologo drammatico, la metamorfosi, l’opposizione contro la realtà gretta
e mercantilista (che in seguito Pound definirà usurocratica) della società
contemporanea, la spinta a rinnovare la letteratura e l’epoca presenti tramite
il ricorso ad aspetti significativi della letteratura e dell’epoca del passato
(remoto e/o presente). Anche a livello tecnico-strumentale, infine, A Lume
Spento precorre i Cantos sotto molteplici punti di vista: vi troviamo, per
esempio, un grado importante di plurilinguismo («Non può star tutto in una sola
lingua», scriverà Pound nel Canto 86); l’incedere allusivo – e la conseguente
richiesta completiva al lettore – di quello che sarà il metodo ideogrammico;
l’uso della traduzione, dell’imitazione e dell’adattamento come meccanismi di
critica letteraria e produzione poetica originale.
Come Pitagora è il cuore esoterico delle Metamorfosi di Ovidio – libro caro a
Pound – così Plotino lo è di A Lume Spento. Spiegaci, in sostanza, come Plotino
e il neoplatonismo agiscono nella poetica di Pound.
La filosofia neoplatonica fu una componente fondamentale della poetica giovanile
di Pound, e che per altro rimase tale anche nei Cantos, specialmente in
relazione alla tematica della luce, elemento centrale del neoplatonismo greco e
rinascimentale. Un buon numero di componimenti di A Lume Spento – tra cui
spicca, in particolare, Plotinus, che porta appunto il nome del più noto
filosofo neoplatonico – è intriso di (neo)platonismo (e la particella “neo-” va
tra parentesi in quanto Plotino riteneva se stesso un pensatore essenzialmente
platonico). Per chi non conosce le Enneadi, Plotinus è semplicemente un
esperimento con la forma del sonetto a tema – per riassumere brutalmente –
solitudine cosmica; per chi invece ha avuto modo di studiarle più o meno a
fondo, esso si presenta sulla pagina come una vera e propria riproposizione
poetica della sezione conclusiva del maius opus plotiniano.
L’interesse di Pound per il pensiero di Plotino sorge però nell’ambito di una
più generale curiosità giovanile nei confronti dell’esoterismo e, per certi
versi, dell’occultismo, soprattutto in virtù dei suoi incontri con la pianista
Katherine Ruth Heyman, che ebbe un ruolo importante nella sua formazione
esoterica, in seguito alimentata da numerose letture (Swedenborg e Blake, per
fare due esempi) suggerite dalla stessa Heyman, e diversi altri incontri con
personalità influenti dell’ambito teosofico, come Yeats, Olivia Shakespear
(madre della futura moglie Dorothy), Allen Upward e G. R. S. Mead. Proprio da
quest’ultimo, che nel 1895 aveva riproposto in nuova edizione la traduzione
inglese di una miscellanea plotiniana contenente perlopiù passi tratti
dalle Enneadi, Pound derivò la centralità della figura di Plotino come guida. Un
ruolo che per Pound ha non solo un valore teoretico-filosofico (come accade
nella poesia giovanile), bensì anche una valenza spirituale, religiosa e
pratico-morale; e ciò è evidente, come già anticipato, nei Cantos, e in
particolare nel Canto 15, dove Plotino è per Pound il «savio duca» che guida il
poeta fuori dall’inferno verso il purgatorio.
Pullula di stilnovisti e di trovatori il ‘canzoniere’ poundiano: di lì a poco
saranno affiancati dai mistici poeti dell’antica Cina. Sono mere Masks indossate
da “vecchi cantori semimmemori delle loro melodie” o si tratta di elementi che
fondano la nuova poetica poundiana?
L’avvicinamento di Pound alla poesia provenzale e del Medioevo italiano è da
rintracciarsi, da un lato, nella sua formazione accademica, che s’incentrò sulla
filologia romanza (il saggio The Spirit of Romance, pubblicato nel 1910, ne è la
prova più eloquente), e, dall’altro lato, nell’approfondita lettura delle poesie
e traduzioni di Dante Gabriel Rossetti, di cui Pound stesso, nell’Introduzione
ai Sonnets and Ballate of Guido Cavalcanti (1912), avrebbe scritto: «Per quanto
concerne queste traduzioni e la mia conoscenza della poesia toscana, Rossetti è
mio padre e mia madre». E benché Pound ricercasse con una certa assiduità il
distacco da Rossetti e dai suoi altri maestri (come Browning e Swinburne), la
loro influenza su di lui fu – per aspetti diversi – davvero fondamentale. Da
questo punto di vista, l’opera rossettiana condusse Pound a individuare nella
poesia dei trovatori, di Dante e soprattutto di Cavalcanti un nuovo punto di
partenza per la propria personale tradizione poetica, in cui sono inclusi per
esempio Chaucer e Shakespeare, ma dalla quale viene estromesso in una maniera
alquanto netta Milton. Allo stesso modo, l’incontro con gli studi manoscritti di
Ernest Fenollosa qualche anno più tardi avrebbe portato Pound a introdurre nella
sua tradizione la poesia di Confucio e Li Po.
Quando, in A Lume Spento, Pound indossa le maschere di Bertran de Born, di Cino
da Pistoia, del tardo trovatore-bandito Villon facendo di esse delle personae,
lo fa anzitutto per instaurare un dialogo con il passato e per rinvenire in
questo passato qualcosa di significativo da riproporre – rinnovato («make it
new!») – nel presente. Emblematici, in questo senso, saranno Hugh Selwyn
Mauberley e, ancora di più, Homage to Sextus Propertius, in cui la letteratura
si fa in primo luogo critica politica e sociale della contemporaneità. Ma è già
così in A Lume Spento, dove forti e molte sono le invettive contro la deriva
mercantilista della società borghese ai danni dell’arte. Famam Librosque Cano è
forse l’esempio più chiaro:
> Scheletrico, occhialuto, trasandato,
> uno che dal mondo è reputato
> una sorta di sciagura contro il suo scialacquio
> e il suo secolare pantano di rossa avidità,
> eppure, a massima velocità,
> benché debba correre verso il guadagno,
> sogghignante si volterà
> perché egli non ha
> denaro, né volontà di arraffare il prodotto
> di Mammona.
Si tratta quindi, con tutta evidenza, di qualcosa di ben più profondo di un mero
gioco letterario. È, in buona sostanza, una ricerca poetica e di una nuova
poetica che Pound avrebbe sviluppato negli anni e nelle opere a seguire.
La più bella poesia di A Lume Spento è intitolata L’albero; l’intera raccolta si
muove sotto l’aura del frassino, albero sacro per antonomasia. Una sorta di
‘botanica simbolica’ soggiace al libro: che cosa vuole dirci Pound, che cosa
cerca?
Il tema della metamorfosi, mutuato da Ovidio, è uno dei cardini di A Lume
Spento, in cui è trattato specialmente in ottica arborea: soltanto in La
Fraisne, per esempio, Pound fa riferimento al frassino (albero in cui si
trasforma il protagonista Miraut de Garzelas e che ritorna anche in La Regina
Avrillouse), al corniòlo, alla quercia (di cui è fatto il trono del re in Ballad
Rosalind) e all’olmo; quercia e olmo sono, per altro, due alberi che in The
Tree, insieme con il lauro legato a Dafne, identificano gli ovidiani Filemone e
Bauci (benché questa, nelle Metamorfosi, si trasformi in tiglio e non in olmo).
La metamorfosi arborea di matrice ovidiana – da cui Pound mostrò di essere
particolarmente affascinato sin dalle sue primissime poesie consacrate a Hilda
Doolittle in Hilda’s Book, permeate da una generale atmosfera silvaneggiante –
denota nella sua produzione giovanile un potente sentimento panico, che fu
alimentato dall’influsso del crepuscolarismo celtico yeatsiano e che assolveva
una funzione ben precisa. La metamorfosi rappresenta infatti il ritorno del
poeta – delle e tramite le sue personae – alla natura, primo passo verso la
(ri)unione plotiniana con la silenziosa eternità del divino. Il componimento The
Tree, in questo senso, è certamente significativo, in quanto in esso Pound
descrive come il poeta, dopo avere finalmente abbandonato la sua forma umana e
dunque i dolori che la contraddistinguono per essenza (come Dafne, Filemone e
Bauci), si è potuto (ri)congiungere con il mondo naturale attraverso la
conoscenza dei suoi misteri più profondi, mere stravaganze per una mente umana:
> Restai immobile e fui un albero nel bosco,
> conoscendo la verità di cose prima ignote:
> di Dafne e del ramo d’alloro
> e di quell’anziana coppia che gli dèi ospitò
> e divenne tra le colline quercia-olmo.
> Non prima che gli dèi fossero stati
> benevolmente pregati e accolti
> al focolare dell’amata casa
> poterono compiere un tal miracolo.
> Nondimeno sono stato un albero nel bosco
> e molte cose nuove ho inteso
> che prima alla mia mente parevano follie.
Appare, per cupi splendori, anche l’Egitto – preveggenza di Boris, l’egittologo
esoterista futuro marito di Mary, la figlia di Pound… –: di che natura è questo
fascino, da dove giunge a Pound?
Si è soliti far risalire l’interesse poundiano per l’antico Egitto agli anni
Cinquanta-Sessanta e al confronto sul tema con il genero egittologo Boris de
Rachewiltz, a seguito del quale Pound fu spinto a misurarsi con le iscrizioni
geroglifiche (del Nuovo Regno in particolare) in studi e ricerche che maturarono
nelle pubblicazioni di Section: Rock Drill (1956) e della piccola antologia Love
Poems of Ancient Egypt (1962). In realtà, l’attenzione che Pound mostrò verso la
cultura e la simbologia dell’antico Egitto in questa fase della sua vita,
durante e dopo la dodicennale reclusione al St. Elizabeths Hospital di
Washington, non era che un ritorno a una tematica che – come molte fra quelle
care al poeta – aveva già trovato espressione nelle opere giovanili, a partire
proprio da A Lume Spento.
Nella Note Precedent to “La Fraisne”, una breve nota in prosa scritta nello
stile dello Yeats crepuscolare che anticipa e contestualizza una delle poesie
più importanti della raccolta, Pound inserisce una citazione esplicitamente
tratta dal Libro dei Morti (cap. 58), con probabile riferimento al dio Anubi:
«essendo passato uno che diceva come quello nel Libro dei Morti: “Io, proprio
io, sono l’assembratore d’anime”». Ma il riferimento all’Egitto è ancora più
evidente in Aegupton (in seguito ripubblicata come De Aegypto), un componimento
di matrice preraffaellita e simbolista il cui titolo contribuisce a fornire
suggestioni egizie altrimenti implicite nel testo (eccetto un paio di
riferimenti). È curioso notare come, per il refrain di Aegupton, Pound abbia
scelto un verso molto simile a quello già utilizzato nella nota a La Fraisne:
«Io – proprio io – sono colui che conosce le strade / traverso il cielo, e il
vento è il mio corpo», traendolo ancora una volta dal Libro dei Morti (cap. 78).
In entrambi i casi, e in generale per quanto concerne la fase poetica precedente
l’ingresso in famiglia di Boris, Pound ricavò la sua conoscenza della cultura
egizia dagli studi dell’egittologo e orientalista britannico E. A. T. Wallis
Budge (1857-1934), curatore della sezione di antichità assire ed egizie del
British Museum e autore di una importante traduzione inglese del Libro dei
Morti pubblicata nel 1895 (nella versione basata sul papiro di Ani, scoperto nel
1888) e poi ripubblicata nel 1898 (nella versione comparata tra più papiri). Ed
è proprio da queste traduzioni di Wallis Budge che derivano le due citazioni
egizie di A Lume Spento.
Negli anni della sua produzione giovanile, Pound dovette comunque affrontare un
importante dilemma poetico, ben espresso nel primo dei cosiddetti Ur-Cantos,
nucleo originario della sua grande opera, apparsi su rivista nell’estate del
1917:
> How shall we start hence, how begin the progress?
> Pace naif Ficinus, say when Hotep-Hotep
> Was a king in Egypt […]
> (Confucius later taught the world good manners,
> Started with himself, built out perfection.)
> With Egypt!
> Daub out in blue of scarabs, and with that greeny turquoise?
> Or with China, O Virgilio mio, and gray gradual steps
> Lead up beneath flat sprays of heavy cedars.
Insomma: da che punto partire per progredire poeticamente? Dall’Egitto o dalla
Cina? In un primo momento, Pound optò per la filosofia confuciana e l’ideogramma
cinese. Ma, durante la fase finale della sua produzione poetica, chiuse un
cerchio (ri)trovando spunti densi di significato nel geroglifico.
Dall’inno alla Nicotina alla poesia per Michelangelo, dalla poesia per Swinburne
all’ode decadente: Pound sembra provare un po’ tutti i linguaggi per
rintracciare la propria ‘voce’, già ambisce, forse, al poema che raccolga ogni
poesia possibile, fusione di storia e profezia, lirismo e filosofia, prassi
economica e pratica di vita. È così?
Si è già fatto cenno all’eclettismo che caratterizza A Lume Spento: un
eclettismo che è per Pound una caratteristica strutturale della sua poesia
(Cantos compresi), in quanto funzionale alla ricerca di una propria voce, di una
propria identità poetica che è per natura sempre in itinere, sempre malleabile.
Benché si possano rintracciare a posteriori numerose affinità tra A Lume
Spento e i Cantos, individuando nel poema una conseguenza quasi necessaria delle
ricerche condotte e dei risultati conseguiti da Pound durante gli anni di
noviziato poetico, è bene precisare che si tratta di affinità concernenti
l’applicazione di metodi e di tecniche, non di intenzioni esplicite o
chiaramente definite. In A Lume Spento emerge tuttavia un indizio quantomeno
curioso in tal senso, e si trova in uno dei componimenti più lunghi della
raccolta: Scriptor Ignotus. Qui Pound, indossando la maschera di un ignoto poeta
e dantista settecentesco di nome Bertold Lomax (derivato con molta probabilità
da Loomis, secondo nome di Pound e dunque ironico doppelgänger), si rivolge alla
donna amata, promettendole gloria eterna tramite la propria poesia:
> allora ti conforterei,
> dalle altezze in cui dimoro, quando
> quel grande senso di potere è su di me
> e sento il mio spirito più profondo piegarsi
> sibillinamente verso quella grande epica quarantennale
> di cui tu sai, ancora non scritta,
> ma come un giocattolo tra le mie dita.
La «grande epica quarantennale» di Lomax rimane però eternamente «non scritta»,
«allo stato di mera ombra» (come specifica Pound in nota), con la conseguenza
che il destino di Lomax, contrariamente alle proprie aspettative, è quello di
restare uno scriptor ignotus e della sua promessa all’amata di essere in ultima
istanza vacua e vanagloriosa. Lomax, insieme con diverse altre maschere di A
Lume Spento (su tutte, il trasandato poeta di Famam Librosque Cano e i tristi
figuri di Masks), è la concreta rappresentazione del timore del fallimento che
assillava nel profondo il giovane poeta: «Sopravvivrò come una rarità», scrisse
alla madre nell’ottobre 1910, paragonando la sua sorte a quella del grande
Yeats.
Ad ogni modo, a partire da questi versi di Scriptor Ignotus, credo si possa
affermare che in qualche modo fosse già presente nel giovane Pound l’ambizione
di comporre un’opera monumentale, grandiosa e roboante: ne parlò egli stesso in
questi termini in una lettera alla madre del giugno 1909. Si tratta di pensieri
certamente significativi, eppure ancora estemporanei, troppo incerti e
indefiniti per poter individuare in essi – come invece fecero l’amico Williams
nel 1931 e lo stesso Pound nel 1962 (retrodatando la nascita
dei Cantos addirittura al 1904) – il fondamento originario dei Cantos.
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