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“Sono stato un albero nel bosco”. Indagine intorno al giovane Pound
A Lume Spento è uno dei libri leggendari della storia della poesia moderna. Ezra Pound pubblica il suo primo libro a Venezia, nel 1908, presso lo stampatore Antonini, in 150 copie, pullulanti di refusi – aveva ventitré anni, era sbarcato in Europa con ottanta dollari in tasca. Per un po’, giocò a fare l’impresario di Katherine Ruth Heyman: la pianista americana – ‘Kitty’ per gli amici – fu una poderosa interprete di Aleksandr Skrjabin; introdusse Pound all’esoterismo. L’anno dopo, la svolta: Pound conosce Yeats, a Londra, divenendone lo scalpitante segretario; conosce Olivia Shakespear, scrittrice, mecenate, matrona, intima di Yeats, di cui sposerà la figlia, Dorothy, nel 1914.  El Dorado dei collezionisti, libro a lungo tenuto remoto, a lungo temuto, A Lume Spento dice, soprattutto, del desiderio di Pound di imporsi come poeta: giunto in Europa, ‘Ez’ doveva testimoniare le proprie ambizioni tramite un tomo, un’opera-martire, pubblicata a sue spese. Sul libro, tuttavia, gravano le riserve dell’autore: l’edizione del 1965 di A Lume Spento & Other Early Poems, voluta dalla figlia, Mary de Rachewiltz, reca l’epigrafico giudizio di Pound – vergato da “San Ambrogio”, Liguria –, “Una raccolta di bignè stantii. ‘Cremini al cioccolato, chi vi ha dimenticato?’”. Nel 1958, in duemila esemplari numerati, Scheiwiller aveva approntato una traduzione parziale di A Lume Spento, raccogliendo le versioni di Margherita Guidacci, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti. Il ‘Meridiano’ che setaccia tra le Opere sceltedi Pound – a cura di Mary, uscito per Mondadori nel 1970, poi nel 1992 – lascia di stucco l’esagitato esegeta: di A Lume Spento vengono proposte una manciata appena di traduzioni, a testimonianza di un libro reietto, di un libro-eresiarca. Eppure, si tratta pur sempre del libro d’esordio del più influente poeta del Novecento; nel titolo – una sorta di stimmate – s’intravede, per specchi e per spettri, il destino di Pound. Nel terzo canto del Purgatorio, infatti, Dante narra la storia di Manfredi, figlio di Federico II, il cui corpo morto fu disseppellito per ordine di papa Clemente IV – “dov’ei le trasmutò a lume spento” – e gettato nel fiume Liri. Dante pone Manfredi nell’Antipurgatorio perché si sarebbe convertito in punto di morte – “io mi rendei/… a quel che volentier perdona” –, falciato, nel 1266, durante la battaglia di Benevento. Nell’eroe scomunicato, nel corpo straziato, nel contrasto contro i poteri del tempo, e perfino in alcune circostanze geografiche – Dante dice di uno spazio di rupi irte, vertiginose, pari a quelle che si trovano “tra Lerici e Turbia”, in Liguria, in luoghi poco lontani a quelli dell’ultima dimora di Pound prima dell’arresto – riconosciamo il pazzesco epos di Pound.  Più in particolare, A Lume Spento squaderna – certo, ancora allo stato di abbozzo – le ossessioni letterarie di Pound: Dante e i provenzali, il neoplatonismo, Ovidio; una poesia è dedicata alla Decadenza, una alla Nicotina (“Un inno alla droga”), su tutto aleggia un sentore di Swinburne e di Ernest Dowson (un poeta ‘seminale’ e presto superato, ma che andrebbe riscoperto). Una poesia, Aegupton, tra le più spiazzanti, piena di iniziatici intenti, denuncia la precoce passione di Pound per l’egittologia (di lì a poco, penderà però per la Cina antica): “Io – proprio io – sono colui che conosce le strade traverso il cielo, e il vento è il mio corpo. Io ho visto la Signora della Vita, io, proprio io, che con le rondini volo… Io sono fiamma generata dal sole, io, proprio io, che con le rondini volo, poiché la luna è sulla mia fronte, sotto il mio bacio spirano i venti”.  Spicca, nel giovane Pound, il gesto panico, l’alta sapienza nella simbologia degli alberi – l’olmo, il frassino, la quercia – necessaria al poeta-mago per orientare a sé il mondo, il tempo (si legga La Dea Bianca di Robert Graves, nato poeta in quell’aura di segni e di simboli). A Lume Spento è dedicato a William Brooke Smith, pittore, amico di Pound all’epoca della University of Pennsylvania. Morì ragazzo, William, di tubercolosi, nel 1908; Pound lo dice Painter, Dreamer of dreams. In lui, forse, vedeva lo specchio di se stesso – la morte stessa della giovinezza. Il libro, allora, è atto salvifico più che onorifico, gesto di teurgia prima che requiem. Resurrezione. Sul corpo morto di un amico – dissotterrato “a lume spento” dall’oblio – nasce l’opera del poeta totale.   Ora, dopo troppi decenni, A Lume Spento torna tra noi: Pietro Comba – bravissimo, giovanissimo – ha curato la prima edizione integrale del primo libro di Pound. Edita da Lindau, l’edizione di A Lume Spento è uno strumento indispensabile per gli amanti di Pound: le trecento pagine di Note alle poesie danno un’idea della cultura onnivora, onniveggente di ‘Ez’, e ci accompagnano verso il grande salto nei Cantos. In sostanza, si tratta di un vagabondaggio nell’oceanica mente di Pound.  Il primo libro di Pound ha ulteriore valore, d’abisso: Venezia, il luogo in cui Pound nasce poeta, è anche quello in cui muore, nel 1972 – e dove è sepolto. L’anello si chiude; sopra il caos della storia, armonia trionfa.  Ventitreenne, americano in Italia, Ezra Pound pubblica a sue spese A Lume Spento, un esordio a suo modo leggendario. Che cosa si prefigge ‘Ez’ con questo libro? Nella premessa alla ristampa di A lume spento, nel 1964, Pound è estremamente severo con quel libro, “una raccolta di bignè stantii”, da cui avrebbe imparato “la profondità dell’ignoranza”: perché? Tra la fine del 1907 e l’inizio del 1908, Pound si trovò di fronte a un vero e proprio bivio: cercare un nuovo impiego accademico (dopo avere perso la cattedra di lingue romanze al Wabash College di Crawfordsville), perseguendo la carriera universitaria in vista della quale aveva tanto studiato, oppure inseguire il sogno del poeta “a tempo pieno”, tentando di dare una possibilità alle sue opere poetiche e dunque fuggendo da quella terra, la sua terra, che già le aveva rifiutate? La scelta di Pound – lo sappiamo – ricadde sulla seconda opzione, benché le modalità di ricerca e la curiosità rimasero sempre quelle dello studioso. Eppure, in realtà, da A Lume Spento Pound non si aspettava affatto il successo: era, nelle sue intenzioni, un’opera di presentazione tramite la quale cominciare a far circolare il proprio nome; aveva uno scopo principalmente pubblicitario. E fu infatti un’opera sulla cui qualità Pound espresse i propri dubbi fin dall’inizio. Non soltanto subito dopo la pubblicazione, in una lettera a William Carlos Williams dell’ottobre 1908 (quando già si trovava a Londra) in cui confessò di ritenere A Lume Spento «un’opera alquanto cupa e sgradevole», ma addirittura prima di mandare in stampa il lavoro, in un momento di sconforto veneziano ricordato diversi anni dopo nei Pisan Cantos: > Dovrei buttare il lotto a mare? > le bozze «A Lume Spento»/ > e alla colonna di Tòdaro > dovrei raggiungere l’altra riva, > o aspettare 24 ore L’ambivalente incertezza di Pound nei confronti della sua opera d’esordio e in generale della sua intera produzione giovanile, a causa soprattutto di uno stile che risentiva in maniera importante di fonti tardo-ottocentesche (Swinburne, Rossetti, Browning, Dowson, MacLeod, Thompson, Carman, Hovey, ecc.), andò trasformandosi in acredine soprattutto a partire dagli anni ’40, quando l’argomento poetico-economico costituiva ormai il fulcro degli interessi poundiani. Così, quando Mary de Rachewiltz, la figlia, gli propose di ristampare le sue prime due opere giovanili – A Lume Spento e A Quinzaine for This Yule – insieme con una selezione di poesie inedite risalenti al primo periodo veneziano del 1908, Pound si oppose inizialmente in modo radicale. Tuttavia, a seguito dell’insistenza della figlia rispetto all’importanza della sua poesia giovanile come «testimonianza di quale stoffa dovrebbero essere fatti i sogni di un giovane poeta», Pound infine approvò la pubblicazione di A Lume Spento & Other Early Poems (1965), anche se con l’inserimento di una esplicita riserva rappresentata dalla sua Prefazione, in cui appunto definì le sue composizioni giovanili «una raccolta di bignè stantii» e criticò il giovane sé stesso per profonda ignoranza poetica. In realtà, il tuo lavoro fa di A Lume Spento il primo cantiere ‘in opera’ dei Cantos. In che senso possiamo ravvisare una continuità tra libri altrimenti, a una lettura superficiale, imparagonabili? A Lume Spento è, a mio avviso, un’opera d’esordio piuttosto particolare, se paragonata a quelle della grande maggioranza degli autori della nostra storia letteraria. In essa si trovano, infatti, una serie di questioni, strumenti, influenze, argomenti che non solo ritorneranno, ma che in certi casi saranno sviluppati fino a divenire centrali nel magma dei Cantos. Faccio soltanto qualche esempio affinché ciò che affermo sia più chiaro. Come i Cantos, A Lume Spento è un’opera estremamente eclettica, frutto dell’influenza di una folta varietà di autori, culture, tradizioni e tecniche stilistico-formali. A Lume Spento anticipa inoltre diverse tematiche dei Cantos e della produzione successiva in generale, come per esempio l’utilizzo delle maschere (o personae) e del monologo drammatico, la metamorfosi, l’opposizione contro la realtà gretta e mercantilista (che in seguito Pound definirà usurocratica) della società contemporanea, la spinta a rinnovare la letteratura e l’epoca presenti tramite il ricorso ad aspetti significativi della letteratura e dell’epoca del passato (remoto e/o presente). Anche a livello tecnico-strumentale, infine, A Lume Spento precorre i Cantos sotto molteplici punti di vista: vi troviamo, per esempio, un grado importante di plurilinguismo («Non può star tutto in una sola lingua», scriverà Pound nel Canto 86); l’incedere allusivo – e la conseguente richiesta completiva al lettore – di quello che sarà il metodo ideogrammico; l’uso della traduzione, dell’imitazione e dell’adattamento come meccanismi di critica letteraria e produzione poetica originale. Come Pitagora è il cuore esoterico delle Metamorfosi di Ovidio – libro caro a Pound – così Plotino lo è di A Lume Spento. Spiegaci, in sostanza, come Plotino e il neoplatonismo agiscono nella poetica di Pound.  La filosofia neoplatonica fu una componente fondamentale della poetica giovanile di Pound, e che per altro rimase tale anche nei Cantos, specialmente in relazione alla tematica della luce, elemento centrale del neoplatonismo greco e rinascimentale. Un buon numero di componimenti di A Lume Spento – tra cui spicca, in particolare, Plotinus, che porta appunto il nome del più noto filosofo neoplatonico – è intriso di (neo)platonismo (e la particella “neo-” va tra parentesi in quanto Plotino riteneva se stesso un pensatore essenzialmente platonico). Per chi non conosce le Enneadi, Plotinus è semplicemente un esperimento con la forma del sonetto a tema – per riassumere brutalmente – solitudine cosmica; per chi invece ha avuto modo di studiarle più o meno a fondo, esso si presenta sulla pagina come una vera e propria riproposizione poetica della sezione conclusiva del maius opus plotiniano. L’interesse di Pound per il pensiero di Plotino sorge però nell’ambito di una più generale curiosità giovanile nei confronti dell’esoterismo e, per certi versi, dell’occultismo, soprattutto in virtù dei suoi incontri con la pianista Katherine Ruth Heyman, che ebbe un ruolo importante nella sua formazione esoterica, in seguito alimentata da numerose letture (Swedenborg e Blake, per fare due esempi) suggerite dalla stessa Heyman, e diversi altri incontri con personalità influenti dell’ambito teosofico, come Yeats, Olivia Shakespear (madre della futura moglie Dorothy), Allen Upward e G. R. S. Mead. Proprio da quest’ultimo, che nel 1895 aveva riproposto in nuova edizione la traduzione inglese di una miscellanea plotiniana contenente perlopiù passi tratti dalle Enneadi, Pound derivò la centralità della figura di Plotino come guida. Un ruolo che per Pound ha non solo un valore teoretico-filosofico (come accade nella poesia giovanile), bensì anche una valenza spirituale, religiosa e pratico-morale; e ciò è evidente, come già anticipato, nei Cantos, e in particolare nel Canto 15, dove Plotino è per Pound il «savio duca» che guida il poeta fuori dall’inferno verso il purgatorio. Pullula di stilnovisti e di trovatori il ‘canzoniere’ poundiano: di lì a poco saranno affiancati dai mistici poeti dell’antica Cina. Sono mere Masks indossate da “vecchi cantori semimmemori delle loro melodie” o si tratta di elementi che fondano la nuova poetica poundiana?  L’avvicinamento di Pound alla poesia provenzale e del Medioevo italiano è da rintracciarsi, da un lato, nella sua formazione accademica, che s’incentrò sulla filologia romanza (il saggio The Spirit of Romance, pubblicato nel 1910, ne è la prova più eloquente), e, dall’altro lato, nell’approfondita lettura delle poesie e traduzioni di Dante Gabriel Rossetti, di cui Pound stesso, nell’Introduzione ai Sonnets and Ballate of Guido Cavalcanti (1912), avrebbe scritto: «Per quanto concerne queste traduzioni e la mia conoscenza della poesia toscana, Rossetti è mio padre e mia madre». E benché Pound ricercasse con una certa assiduità il distacco da Rossetti e dai suoi altri maestri (come Browning e Swinburne), la loro influenza su di lui fu – per aspetti diversi – davvero fondamentale. Da questo punto di vista, l’opera rossettiana condusse Pound a individuare nella poesia dei trovatori, di Dante e soprattutto di Cavalcanti un nuovo punto di partenza per la propria personale tradizione poetica, in cui sono inclusi per esempio Chaucer e Shakespeare, ma dalla quale viene estromesso in una maniera alquanto netta Milton. Allo stesso modo, l’incontro con gli studi manoscritti di Ernest Fenollosa qualche anno più tardi avrebbe portato Pound a introdurre nella sua tradizione la poesia di Confucio e Li Po. Quando, in A Lume Spento, Pound indossa le maschere di Bertran de Born, di Cino da Pistoia, del tardo trovatore-bandito Villon facendo di esse delle personae, lo fa anzitutto per instaurare un dialogo con il passato e per rinvenire in questo passato qualcosa di significativo da riproporre – rinnovato («make it new!») – nel presente. Emblematici, in questo senso, saranno Hugh Selwyn Mauberley e, ancora di più, Homage to Sextus Propertius, in cui la letteratura si fa in primo luogo critica politica e sociale della contemporaneità. Ma è già così in A Lume Spento, dove forti e molte sono le invettive contro la deriva mercantilista della società borghese ai danni dell’arte. Famam Librosque Cano è forse l’esempio più chiaro: > Scheletrico, occhialuto, trasandato, > uno che dal mondo è reputato > una sorta di sciagura contro il suo scialacquio > e il suo secolare pantano di rossa avidità, > eppure, a massima velocità, > benché debba correre verso il guadagno, > sogghignante si volterà > perché egli non ha > denaro, né volontà di arraffare il prodotto > di Mammona. Si tratta quindi, con tutta evidenza, di qualcosa di ben più profondo di un mero gioco letterario. È, in buona sostanza, una ricerca poetica e di una nuova poetica che Pound avrebbe sviluppato negli anni e nelle opere a seguire. La più bella poesia di A Lume Spento è intitolata L’albero; l’intera raccolta si muove sotto l’aura del frassino, albero sacro per antonomasia. Una sorta di ‘botanica simbolica’ soggiace al libro: che cosa vuole dirci Pound, che cosa cerca? Il tema della metamorfosi, mutuato da Ovidio, è uno dei cardini di A Lume Spento, in cui è trattato specialmente in ottica arborea: soltanto in La Fraisne, per esempio, Pound fa riferimento al frassino (albero in cui si trasforma il protagonista Miraut de Garzelas e che ritorna anche in La Regina Avrillouse), al corniòlo, alla quercia (di cui è fatto il trono del re in Ballad Rosalind) e all’olmo; quercia e olmo sono, per altro, due alberi che in The Tree, insieme con il lauro legato a Dafne, identificano gli ovidiani Filemone e Bauci (benché questa, nelle Metamorfosi, si trasformi in tiglio e non in olmo). La metamorfosi arborea di matrice ovidiana – da cui Pound mostrò di essere particolarmente affascinato sin dalle sue primissime poesie consacrate a Hilda Doolittle in Hilda’s Book, permeate da una generale atmosfera silvaneggiante – denota nella sua produzione giovanile un potente sentimento panico, che fu alimentato dall’influsso del crepuscolarismo celtico yeatsiano e che assolveva una funzione ben precisa. La metamorfosi rappresenta infatti il ritorno del poeta – delle e tramite le sue personae – alla natura, primo passo verso la (ri)unione plotiniana con la silenziosa eternità del divino. Il componimento The Tree, in questo senso, è certamente significativo, in quanto in esso Pound descrive come il poeta, dopo avere finalmente abbandonato la sua forma umana e dunque i dolori che la contraddistinguono per essenza (come Dafne, Filemone e Bauci), si è potuto (ri)congiungere con il mondo naturale attraverso la conoscenza dei suoi misteri più profondi, mere stravaganze per una mente umana: > Restai immobile e fui un albero nel bosco, > conoscendo la verità di cose prima ignote: > di Dafne e del ramo d’alloro > e di quell’anziana coppia che gli dèi ospitò > e divenne tra le colline quercia-olmo. > Non prima che gli dèi fossero stati > benevolmente pregati e accolti > al focolare dell’amata casa > poterono compiere un tal miracolo. > Nondimeno sono stato un albero nel bosco > e molte cose nuove ho inteso > che prima alla mia mente parevano follie. Appare, per cupi splendori, anche l’Egitto – preveggenza di Boris, l’egittologo esoterista futuro marito di Mary, la figlia di Pound… –: di che natura è questo fascino, da dove giunge a Pound? Si è soliti far risalire l’interesse poundiano per l’antico Egitto agli anni Cinquanta-Sessanta e al confronto sul tema con il genero egittologo Boris de Rachewiltz, a seguito del quale Pound fu spinto a misurarsi con le iscrizioni geroglifiche (del Nuovo Regno in particolare) in studi e ricerche che maturarono nelle pubblicazioni di Section: Rock Drill (1956) e della piccola antologia Love Poems of Ancient Egypt (1962). In realtà, l’attenzione che Pound mostrò verso la cultura e la simbologia dell’antico Egitto in questa fase della sua vita, durante e dopo la dodicennale reclusione al St. Elizabeths Hospital di Washington, non era che un ritorno a una tematica che – come molte fra quelle care al poeta – aveva già trovato espressione nelle opere giovanili, a partire proprio da A Lume Spento. Nella Note Precedent to “La Fraisne”, una breve nota in prosa scritta nello stile dello Yeats crepuscolare che anticipa e contestualizza una delle poesie più importanti della raccolta, Pound inserisce una citazione esplicitamente tratta dal Libro dei Morti (cap. 58), con probabile riferimento al dio Anubi: «essendo passato uno che diceva come quello nel Libro dei Morti: “Io, proprio io, sono l’assembratore d’anime”». Ma il riferimento all’Egitto è ancora più evidente in Aegupton (in seguito ripubblicata come De Aegypto), un componimento di matrice preraffaellita e simbolista il cui titolo contribuisce a fornire suggestioni egizie altrimenti implicite nel testo (eccetto un paio di riferimenti). È curioso notare come, per il refrain di Aegupton, Pound abbia scelto un verso molto simile a quello già utilizzato nella nota a La Fraisne: «Io – proprio io – sono colui che conosce le strade / traverso il cielo, e il vento è il mio corpo», traendolo ancora una volta dal Libro dei Morti (cap. 78). In entrambi i casi, e in generale per quanto concerne la fase poetica precedente l’ingresso in famiglia di Boris, Pound ricavò la sua conoscenza della cultura egizia dagli studi dell’egittologo e orientalista britannico E. A. T. Wallis Budge (1857-1934), curatore della sezione di antichità assire ed egizie del British Museum e autore di una importante traduzione inglese del Libro dei Morti pubblicata nel 1895 (nella versione basata sul papiro di Ani, scoperto nel 1888) e poi ripubblicata nel 1898 (nella versione comparata tra più papiri). Ed è proprio da queste traduzioni di Wallis Budge che derivano le due citazioni egizie di A Lume Spento. Negli anni della sua produzione giovanile, Pound dovette comunque affrontare un importante dilemma poetico, ben espresso nel primo dei cosiddetti Ur-Cantos, nucleo originario della sua grande opera, apparsi su rivista nell’estate del 1917: > How shall we start hence, how begin the progress? > Pace naif Ficinus, say when Hotep-Hotep > Was a king in Egypt […] > (Confucius later taught the world good manners, > Started with himself, built out perfection.) > With Egypt! > Daub out in blue of scarabs, and with that greeny turquoise? > Or with China, O Virgilio mio, and gray gradual steps > Lead up beneath flat sprays of heavy cedars. Insomma: da che punto partire per progredire poeticamente? Dall’Egitto o dalla Cina? In un primo momento, Pound optò per la filosofia confuciana e l’ideogramma cinese. Ma, durante la fase finale della sua produzione poetica, chiuse un cerchio (ri)trovando spunti densi di significato nel geroglifico. Dall’inno alla Nicotina alla poesia per Michelangelo, dalla poesia per Swinburne all’ode decadente: Pound sembra provare un po’ tutti i linguaggi per rintracciare la propria ‘voce’, già ambisce, forse, al poema che raccolga ogni poesia possibile, fusione di storia e profezia, lirismo e filosofia, prassi economica e pratica di vita. È così? Si è già fatto cenno all’eclettismo che caratterizza A Lume Spento: un eclettismo che è per Pound una caratteristica strutturale della sua poesia (Cantos compresi), in quanto funzionale alla ricerca di una propria voce, di una propria identità poetica che è per natura sempre in itinere, sempre malleabile. Benché si possano rintracciare a posteriori numerose affinità tra A Lume Spento e i Cantos, individuando nel poema una conseguenza quasi necessaria delle ricerche condotte e dei risultati conseguiti da Pound durante gli anni di noviziato poetico, è bene precisare che si tratta di affinità concernenti l’applicazione di metodi e di tecniche, non di intenzioni esplicite o chiaramente definite. In A Lume Spento emerge tuttavia un indizio quantomeno curioso in tal senso, e si trova in uno dei componimenti più lunghi della raccolta: Scriptor Ignotus. Qui Pound, indossando la maschera di un ignoto poeta e dantista settecentesco di nome Bertold Lomax (derivato con molta probabilità da Loomis, secondo nome di Pound e dunque ironico doppelgänger), si rivolge alla donna amata, promettendole gloria eterna tramite la propria poesia: > allora ti conforterei, > dalle altezze in cui dimoro, quando > quel grande senso di potere è su di me > e sento il mio spirito più profondo piegarsi > sibillinamente verso quella grande epica quarantennale > di cui tu sai, ancora non scritta, > ma come un giocattolo tra le mie dita. La «grande epica quarantennale» di Lomax rimane però eternamente «non scritta», «allo stato di mera ombra» (come specifica Pound in nota), con la conseguenza che il destino di Lomax, contrariamente alle proprie aspettative, è quello di restare uno scriptor ignotus e della sua promessa all’amata di essere in ultima istanza vacua e vanagloriosa. Lomax, insieme con diverse altre maschere di A Lume Spento (su tutte, il trasandato poeta di Famam Librosque Cano e i tristi figuri di Masks), è la concreta rappresentazione del timore del fallimento che assillava nel profondo il giovane poeta: «Sopravvivrò come una rarità», scrisse alla madre nell’ottobre 1910, paragonando la sua sorte a quella del grande Yeats. Ad ogni modo, a partire da questi versi di Scriptor Ignotus, credo si possa affermare che in qualche modo fosse già presente nel giovane Pound l’ambizione di comporre un’opera monumentale, grandiosa e roboante: ne parlò egli stesso in questi termini in una lettera alla madre del giugno 1909. Si tratta di pensieri certamente significativi, eppure ancora estemporanei, troppo incerti e indefiniti per poter individuare in essi – come invece fecero l’amico Williams nel 1931 e lo stesso Pound nel 1962 (retrodatando la nascita dei Cantos addirittura al 1904) – il fondamento originario dei Cantos. 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November 22, 2025 / Pangea