Una parte cospicua del ‘Meridiano’ dedicato a Octavio Paz (Poesie e prose
scelte, Mondadori, 2025) è riservato alle sue traduzioni, o meglio, “Versioni e
divertimenti”. In effetti, si tratta di traduzioni di traduzioni, dalla lirica
indiana antica, da quella cinese e giapponese. In sostanza, Octavio Paz operava
confrontando diverse versioni: in particolare, quelle di Daniel H. H. Ingalls
per la letteratura sanscrita; quelle di Kenneth Rexroth e di Vincent McHugh per
la poesia cinese e giapponese. A volte, si faceva aiutare da studiosi, come il
diplomatico e ispanista Eikichi Hayashiya, cittadino di Tokyo. Non è secondario
ricordare che Octavio Paz – insieme a Vargas Llosa il più importante
intellettuale latinoamericano del secolo scorso, per portata letteraria e
saggistica – è stato ambasciatore del Messico in India e in Giappone: ha
lavorato, con impenitente pazienza, per una ‘unione’ tra Oriente e Occidente.
Sia come sia, gli haiku non sono mai stati così belli – mai così haiku – come
nello spagnolo di Paz; questo è Kobayashi Issa:
> “Guardo nei tuoi occhi,
> libellula,
> monti lontani”
(Miro en tus ojos,
caballito del diablo,
montes lejanos)
Che strano: ci è voluto un poeta messicano vissuto nel XX secolo per farci
apprezzare un poeta giapponese nato nel 1763.
Poeta alieno ai toni canonici della poesia latinoamericana, Octavio Paz aveva
bisogno di rapacità, ritualità, lirica all’arma bianca: toni che ha trovato
nella letteratura estremorientale. Fin da subito, il poeta avverte che “le mie
traduzioni sono traduzioni di traduzioni e non hanno valore filologico”, eppure,
in modo singolare, riescono efficaci, ci investono di nuova autenticità.
*
Il tema è totale, investe l’idea stessa del tradurre. Cathay è il precedente
illustre di Paz, specie di Sion del traduttore-inventore. In quel libro, edito
nel 1915 a Londra, da Elkin Mathews, Ezra Pound costruisce, con pochi cocci,
un’idea occidentale della Cina ancestrale. Pound unì filologia e paradosso:
maneggiò gli studi dell’orientalista Ernest Fenollosa – ne aveva conosciuto la
moglie, da poco vedova, Sidney McCall, ruvida, americana, scrittrice – per poi
fare, magnificamente, da sé. Alcuni versi – “Viaggio faticoso, si ruppero le
ruote,/ Strade come budella di pecora”; roads twisted like sheep’s guts – sono
eminentemente poundiani, reflusso dell’Imagismo. Cathay, in fondo, è il grande
disegno preparatorio dei Cantos, il luogo in cui la fascinazione confuciana di
Pound s’impenna, il libro – divinatorio, divino – in cui Ovidio dialoga con il
Signore di Shang, in cui Ulisse pare consultare l’I-Ching.
Qualche decennio dopo, nel 1938, pubblicando Hölderlin’s Madness (per Dent,
Londra; in Italia: Aragno, 2023), il ventiduenne David Gascoyne, traboccante di
transfert, perfeziona l’idea della traduzione come reinvenzione totale, genio
del tradotto combinato a quello del traduttore. In una nota, il poeta denuncia
il diabolico patto: “Le poesie che seguono non sono la traduzione di poesie
scelte di Hölderlin, ma un libero adattamento, introdotto e collegato da poesie
interamente originali. L’insieme costituisce quello che forse potremmo
considerare una persona”. Traduzione come animismo: tradotto e traduttore
diventano un’unica cosa, una individualità.
Naturalmente – meglio: per effetto di ferina naturalezza – le traduzioni di
Gascoyne – che aveva come riferimento la traduzione dei Poèmes de la Folie de
Hölderlin ad opera di un altro poeta, Pierre-Jean Jouve – sono mirabili.
In tutti i casi – Pound, Paz, Gascoyne – la traduzione-reinvenzione è funzionale
alla singolare ricerca lirica dei poeti. Insomma: tradurre è andare con le
lanterne, evocare gli spettri; eventualmente, fronteggiare l’urlo e dare marea
all’incendio.
*
Ad esempio: non è vero che i poeti siano i traduttori più bravi. I poeti,
semplicemente, traducono per sopravvivere. Le – pur belle – traduzioni di
Rebora, Sbarbaro, Caproni o Sereni non aggiungono nulla al tema né alla loro
opera; le – pur brutte – traduzioni di Montale ci insegnano qualcosa sul
‘metodo’ lirico del poeta, sulle sue letture. Anche Ungaretti ha tradotto tanto,
spesso con brio: è significativo il suo legame con William Blake (“Lavoro alle
traduzioni di Blake da più di sette lustri. È un poeta difficile. Sempre, anche
quando è semplice come l’acqua. Ma c’è poeta, o un qualsiasi uomo che parli, che
sia nel suo dire interamente decifrabile?”). A conti fatti, il discorso non
cambia.
*
A volte, a contrario, accade che un non poeta riesca a conferire poesia a un
testo tradotto, illuminandolo come mai prima. Nel caso dei ‘classici’, è il
classico esempio di Ezio Savino. Grecista, latinista, scrittore, Savino ha
tradotto Sofocle e Eschilo con primigenia ferocia, una nitidezza rituale che fa
impallidire i classicisti: forse è per questo che lo si guarda come una bestia
rara. Savino è il Chirone dei traduttori.
Allo stesso modo, Angelo Maria Ripellino – slavista per mestiere, poeta per
estro – ha tradotto i poeti russi come nessuno. In particolare, legò con Boris
Pasternak; a proposito, Cesare G. De Michelis scrisse che “l’opera traduttoria
di Ripellino su Pasternak ha acquistato i caratteri non solo dell’autorevolezza
ma anche della definitività”. Il saggio di De Michelis – nell’edizione
einaudiana delle Poesie di Pasternak del 1992 – s’intitola, non per caso, Il
“Pasternak” di Ripellino, come se si trattasse di un’appropriazione più che di
una traduzione. A volte questo appropriarsi accade dopo lungo assedio e strenua
lotta, a volte per coincidenza d’affetto: il corpo lirico del tradotto è
coniugale a quello del traduttore.
Secondo alcuni, le traduzioni di Tommaso Landolfi sono belle perché
‘landolfeggiano’ – del tradotto, poco c’importa. Non è inesatto considerare le
versioni di Hölderlin di Mandruzzato – stampa Adelphi – più belle, al tatto e al
palato, di quelle, più esatte, di Luigi Reitani (stampa Mondadori).
*
In un libro di vertiginosa potenza, L’arco e la lira, Octavio Paz scrive, tra
l’altro, che:
> “…l’opera poetica è in lotta con se stessa. Per questo è viva. E da questa
> continua contesa… ha origine anche ciò che si è chiamato la pericolosità della
> poesia. Il poeta è un essere a parte, un eterodosso per fatalità congenita:
> dice sempre un’altra cosa, anche quando dice le stesse cose del resto degli
> uomini della sua comunità. La diffidenza degli Stati e delle Chiese nei
> confronti della poesia non nasce solo dal naturale imperialismo di questi due
> poteri: l’indole stessa del dire poetico provoca il sospetto. Non è tanto ciò
> che dice il poeta, ma ciò che è implicito nel suo dire, il suo dualismo ultimo
> e irriducibile, ciò che conferisce alle sue parole un sapore di liberazione…
> La parola poetica non è mai completamente di questo mondo: ci trasporta sempre
> oltre, in altre terre, ad altri cieli, ad altre verità. La poesia sembra
> sfuggire alle leggi di gravità della storia, perché la sua parola non è mai
> completamente storica”.
È proprio in questa alterità che funziona la traduzione del poeta; quando,
tramite tradimento, scaturisce una verità nuova. La necessità di un testo di
essere tradotto è in questo sconfinamento del senso, non in altro. La verità
opera nel frainteso.
In un saggio in cui sonda il “parlare in lingue”, Lettura e contemplazione –
accolto anche questo nel ‘Meridiano’ – Octavio Paz ricorda una leggenda
tibetana. Un giorno, siamo nel XVIII secolo, il Dalai Lama vide dalla finestra
del palazzo del Potala la dea Tara che danzava. La dea veniva evocata da “un
povero vecchio”, che girava intorno alle mura del palazzo “recitando le sue
preghiere”. Quel recitare, incita la dea a svelarsi. Il vecchio sussurrava le
preghiere di un antico testo in sanscrito: i teologi inviati dal Dalai Lama
intercettarono difetti nella traduzione del testo. Dissero al vecchio di
emendare il dire, di pronunciare correttamente, secondo giustizia filologica,
quella preghiera – “da quel giorno Tara non apparve più”. È in ciò che non
consuona secondo legge umana, in ciò che sfugge alle filologiche spire,
l’ispirazione, il vero.
Forse è per questo che gli scrittori, messi a tradurre il testo sacro,
difficilmente riescono. Intimiditi dalla nuda gloria della Bibbia – un testo che
desertifica il lavorio intellettuale, un testo-dolmen che annienta il
verseggiatore Versailles – tentano di mettere del loro, di ormeggiare lì la
propria lingua. Così, uno scrittore altrimenti geniale come Massimo Bontempelli
s’impantana in versioni bibliche claudicanti, con linguaggio irto di aculei
retorici. Così, ad esempio, alcune lasse dal capitolo XX dell’Apocalisse,
paragonate alla versione di un poeta, Giancarlo Pontiggia, recentemente edita da
De Piante. “E sopra lui chiuse e sigillò perché non traviasse più i popoli”
(Bontempelli) vs. “e vi pose un sigillo sopra, e un ordine:/ Non sedurre più le
genti” (Pontiggia); “E vidi i troni, e su questi si assisero, e fu commesso loro
di giudicare” vs. “E vidi troni,/ e vi si sedettero sopra,/ e fu dato loro di
giudicare”; “E se taluno non si trovò scritto nel libro della vita, fu gettato
nel lago di fuoco” vs. “E chi non fu scritto nel rotolo della vita/ fu gettato
nello stagno del fuoco”.
È vero: Guido Ceronetti ha ‘liberato’ la lettura della Bibbia dalle ganasce
sacerdotali; per certi versi ha dissigillato il Testo. Alcune traduzioni
bibliche – preferisco Giobbe, Cantico dei Cantici, Isaia – sono il vero
capolavoro di Ceronetti: eppure – forse per colpa dell’onnivora ‘mobilità’ del
testo biblico, un testo cannibale – ho il sospetto che il tempo le invecchi
irrimediabilmente. La Traduzione della prima lettera ai Corinti di Giovanni
Testori, invece – pubblicata nel 1991 da Longanesi – convince ancora, è ancora
giovane. Merito dell’audacia – Testori svolge la prosa di San Paolo in poesia;
poesia che rimanda, per chi ha orecchio, a Nel tuo sangue e a Ossa mea – e,
anche qui, della violenza da rabbiosa belva con cui quel testo agisce – ha agito
– nella ricerca letteraria del traduttore. A proposito, Carlo Bo scrisse che
Testori “cerca di farsi traduttore di Paolo con Paolo, di parlare con Paolo”. A
volte: traduzione-duello; a volte: traduzione-confessione. Testori disse di “un
terribile impegno preso con lui”, con Paolo.
> “Volevo portarlo all’interno del processo di verbalizzazione della nostra
> poesia; volevo gettarlo come un ingombrante monumento dentro nostra
> letteratura. Anche di forza; anche peccando di violenza”.
Traduzione come terribile impegno – cosa, scrive Testori, che “rasenta il
ridicolo”. Tra il terrore e il ridicolo. Spogliarsi per essere falciati da
linguaggio altro – perciò: mio. Esempio dal primo capitolo; così eclatante da
impedire didascalia:
> “Paolo,
> io,
> da Cristo vocato
> – volontà Dio –
> con Sostene,
> ai fratelli della corinzia Chiesa,
> ai creati da Lui,
> luogo in ogni chiamati,
> grazia invoco,
> pace.
> Per donazione del Padre
> e del Figlio ricchezza
> in parole,
> in fede-scienza,
> dato vi fu
> del Mistero coscienza
> e d’ostenderlo imperio
> ad altrui conoscenza.
> Così
> in voi e in noi
> di Cristo il Verbo,
> niente cedendo,
> in crimine alcuno cadendo,
> l’ultima rivelazione sua attendendo,
> testimonianza riceve
> e dà”.
Essere Paolo più di Paolo – tradurre: entrare nella pelle del tradotto,
rivelarlo a lui stesso, con lavorio d’amore e di lama.
*
Questa dinamica del tradurre per tradimento ha, in Italia, due fuochi. Il primo
è Salvatore Quasimodo. La sua versione dei Lirici greci (Edizioni di Corrente,
1940, poi Mondadori, 1944) è stata tanto rivoluzionaria da costituire una novità
nella poesia in italiano. Il poeta ritorce la filologia contro i filologi, con
parole dirompenti: “Quella terminologia classicheggiante (per intenderci: opimo,
pampineo, rigoglio, fulgido, florido, ecc.) che pretese di costituirsi a
linguaggio aromatico, adatto soprattutto alle traduzioni dei testi greci e
latini, se ancora perdura in una zona storicamente evasiva della cultura
nazionale, è morta nello spirito delle generazioni nuove”. E poi:
> “Il valido apporto della filologia decade sempre oltre i limiti d’una
> interpretazione del testo esaminato e ricostruito. L’indicazione dello
> studioso non può esaurire la ‘densità poetica’ del testo; ma prepara alla
> scelta di quella parola o costrutto che rientri nella situazione di canto del
> poeta che si traduce”.
Gli esiti, insuperati per nitore, sono noti; solito esempio:
> “Tramontata è la luna
> e le Pleiadi a mezzo della notte;
> anche giovinezza già dilegua
> e ora nel mio letto resto sola”.
Dal lato opposto, Pier Paolo Pasolini che traduce L’Orestiade di Eschilo per
Vittorio Gassman, nel 1960. Il poeta, per voluttà e voracità – tutto il suo dire
è affanno di fame, è famelico: “non mi è restato che seguire il mio profondo,
avido, vorace istinto”; “mi sono gettato sul testo, a divorarlo come una belva”;
“con la brutalità dell’istinto” –, ignora il testo greco: maneggia le versioni
francese (di Paul Mazon, 1949), inglese (edita a Cambridge nel 1938) e quella
italiana di Mario Untersteiner (del 1947), innervandole nel suo “italiano:
quello delle Ceneri di Gramsci (con qualche punta espressiva sopravvissuta
da L’usignolo della chiesa cattolica)”. Nota di brigantaggio: “Peggio di così
non potevo comportarmi”. L’ideologia pasoliniana agisce ovunque: “La tendenza
linguistica generale è stata a modificare continuamente i toni sublimi in toni
civili… Da ciò un avvicinamento alla prosa, all’allocuzione bassa, ragionante”.
In sostanza, all’Eschilo edotto nei misteri di Eleusi si predilige il militare e
il cittadino, alla sostanza religiosa quella politica, al tempio l’agorà.
È un Eschilo tutt’altro, venuto da altrove, quello di Pasolini, dove anche
Cassandra non parla cinta da estasi e isteria: si rivolge con parole misurate a
“Dio” – pare un’Antigone:
> “Oh Dio! Tu parli, e compi la nostra rovina.
> No, non si può lottare con te, Maledizione
> divina di questa casa! Tu vedi tutto.
> Ciò che io credevo al sicuro e lontano,
> tu lo colpisci, con la tua arma che non perdona”.
D’altronde, il coro non impenna lemmi ambigui, vestali, ma versi da moralista
settecentesco:
> “Il male chiama altro male:
> non si può giudicare: chi
> vuol prendere è preso,
> chi ha ucciso è ucciso: nel trono
> di Dio sta scritto: Chi ha peccato paga”.
Forse nella traduzione di traduzione – questo sussurro di sussurri, questo
colibrì che si fa aquila – emerge una verità più limpida di quella che si scorge
nella pura traduzione. È come se in questo passaggio di consegne, di torce in
stormi, si giunga a qualcosa di più sottile: il terzo mette a tacere la lite tra
i due.
*
Tradurre, quando non è un gesto ‘professionale’ ma ‘esistenziale’ – i cui esiti
investono l’esistenza del traduttore, per cui quella traduzione è un hic et
nunc, un primo-e-ultimo, un ora-e-mai-più – è un sacrificio. Qualcosa, perché
accada qualcos’altro, deve morire. Ciò che non vediamo del testo tradotto è
l’altare, lo scannatoio, la bestia che sanguina. A volte, il corpo sacrificale è
quello dell’autore tradotto – a volte quello del traduttore. Soltanto di rado
sono entrambi a officiare il sacro rito del tradurre – sacralità che accade per
dissacrazione, per dissoluzione dei vincoli di fede.
La gratitudine segue l’atto di razzia, la grazia accade dopo la barbarie.
Secondo San Paolo, la traduzione – “interpretazione delle lingue”, hermeneia
glosson; secondo Testori: “d’ogni lingua interpretazione” – è un carisma: in sé
ha dunque tutti gli scorticanti drammi del dono. La traduzione è un dono
pentecostale, ha a che fare con l’escatologia, con la conoscenza delle cose
ultime – lingua morta che risorge: già, ma quanto sarà serbato del
corpo originale? Poco importa: la nostra tradizione non riguarda lingua sacra –
ebraico, arabo – ma linguaggio che ha i blasoni della blasfemia e della
latitanza – il greco dei Vangeli non è lingua che parlava Gesù il Nazareno –
lingua da espulsi, da senza patria, da paria. Non più questione di ‘rispettare
lo spirito’ di un testo ma di essere ispirati.
Così la traduzione prende efficacia, diventa belva, preme e opera. Divora.
*In copertina: “Tavola Doria” frammento ricalcato dalla “Battaglia di Anghiari”,
Leonardo da Vinci
L'articolo “Peccando di violenza”. Della traduzione come tradimento proviene da
Pangea.
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A Lume Spento è uno dei libri leggendari della storia della poesia moderna. Ezra
Pound pubblica il suo primo libro a Venezia, nel 1908, presso lo stampatore
Antonini, in 150 copie, pullulanti di refusi – aveva ventitré anni, era sbarcato
in Europa con ottanta dollari in tasca. Per un po’, giocò a fare l’impresario di
Katherine Ruth Heyman: la pianista americana – ‘Kitty’ per gli amici – fu una
poderosa interprete di Aleksandr Skrjabin; introdusse Pound all’esoterismo.
L’anno dopo, la svolta: Pound conosce Yeats, a Londra, divenendone lo
scalpitante segretario; conosce Olivia Shakespear, scrittrice, mecenate,
matrona, intima di Yeats, di cui sposerà la figlia, Dorothy, nel 1914.
El Dorado dei collezionisti, libro a lungo tenuto remoto, a lungo temuto, A Lume
Spento dice, soprattutto, del desiderio di Pound di imporsi come poeta: giunto
in Europa, ‘Ez’ doveva testimoniare le proprie ambizioni tramite un tomo,
un’opera-martire, pubblicata a sue spese. Sul libro, tuttavia, gravano le
riserve dell’autore: l’edizione del 1965 di A Lume Spento & Other Early Poems,
voluta dalla figlia, Mary de Rachewiltz, reca l’epigrafico giudizio di Pound –
vergato da “San Ambrogio”, Liguria –, “Una raccolta di bignè stantii. ‘Cremini
al cioccolato, chi vi ha dimenticato?’”. Nel 1958, in duemila esemplari
numerati, Scheiwiller aveva approntato una traduzione parziale di A Lume Spento,
raccogliendo le versioni di Margherita Guidacci, Salvatore Quasimodo, Giuseppe
Ungaretti. Il ‘Meridiano’ che setaccia tra le Opere sceltedi Pound – a cura di
Mary, uscito per Mondadori nel 1970, poi nel 1992 – lascia di stucco l’esagitato
esegeta: di A Lume Spento vengono proposte una manciata appena di traduzioni, a
testimonianza di un libro reietto, di un libro-eresiarca. Eppure, si tratta pur
sempre del libro d’esordio del più influente poeta del Novecento; nel titolo –
una sorta di stimmate – s’intravede, per specchi e per spettri, il destino di
Pound. Nel terzo canto del Purgatorio, infatti, Dante narra la storia di
Manfredi, figlio di Federico II, il cui corpo morto fu disseppellito per ordine
di papa Clemente IV – “dov’ei le trasmutò a lume spento” – e gettato nel fiume
Liri. Dante pone Manfredi nell’Antipurgatorio perché si sarebbe convertito in
punto di morte – “io mi rendei/… a quel che volentier perdona” –, falciato, nel
1266, durante la battaglia di Benevento. Nell’eroe scomunicato, nel corpo
straziato, nel contrasto contro i poteri del tempo, e perfino in alcune
circostanze geografiche – Dante dice di uno spazio di rupi irte, vertiginose,
pari a quelle che si trovano “tra Lerici e Turbia”, in Liguria, in luoghi poco
lontani a quelli dell’ultima dimora di Pound prima dell’arresto – riconosciamo
il pazzesco epos di Pound.
Più in particolare, A Lume Spento squaderna – certo, ancora allo stato di
abbozzo – le ossessioni letterarie di Pound: Dante e i provenzali, il
neoplatonismo, Ovidio; una poesia è dedicata alla Decadenza, una
alla Nicotina (“Un inno alla droga”), su tutto aleggia un sentore di Swinburne e
di Ernest Dowson (un poeta ‘seminale’ e presto superato, ma che andrebbe
riscoperto). Una poesia, Aegupton, tra le più spiazzanti, piena di iniziatici
intenti, denuncia la precoce passione di Pound per l’egittologia (di lì a poco,
penderà però per la Cina antica):
“Io – proprio io – sono colui che conosce le strade
traverso il cielo, e il vento è il mio corpo.
Io ho visto la Signora della Vita,
io, proprio io, che con le rondini volo…
Io sono fiamma generata dal sole,
io, proprio io, che con le rondini volo,
poiché la luna è sulla mia fronte,
sotto il mio bacio spirano i venti”.
Spicca, nel giovane Pound, il gesto panico, l’alta sapienza nella simbologia
degli alberi – l’olmo, il frassino, la quercia – necessaria al poeta-mago per
orientare a sé il mondo, il tempo (si legga La Dea Bianca di Robert Graves, nato
poeta in quell’aura di segni e di simboli). A Lume Spento è dedicato a William
Brooke Smith, pittore, amico di Pound all’epoca della University of
Pennsylvania. Morì ragazzo, William, di tubercolosi, nel 1908; Pound lo
dice Painter, Dreamer of dreams. In lui, forse, vedeva lo specchio di se stesso
– la morte stessa della giovinezza. Il libro, allora, è atto salvifico più che
onorifico, gesto di teurgia prima che requiem. Resurrezione. Sul corpo morto di
un amico – dissotterrato “a lume spento” dall’oblio – nasce l’opera del poeta
totale.
Ora, dopo troppi decenni, A Lume Spento torna tra noi: Pietro Comba –
bravissimo, giovanissimo – ha curato la prima edizione integrale del primo libro
di Pound. Edita da Lindau, l’edizione di A Lume Spento è uno strumento
indispensabile per gli amanti di Pound: le trecento pagine di Note alle
poesie danno un’idea della cultura onnivora, onniveggente di ‘Ez’, e ci
accompagnano verso il grande salto nei Cantos. In sostanza, si tratta di un
vagabondaggio nell’oceanica mente di Pound.
Il primo libro di Pound ha ulteriore valore, d’abisso: Venezia, il luogo in cui
Pound nasce poeta, è anche quello in cui muore, nel 1972 – e dove è sepolto.
L’anello si chiude; sopra il caos della storia, armonia trionfa.
Ventitreenne, americano in Italia, Ezra Pound pubblica a sue spese A Lume
Spento, un esordio a suo modo leggendario. Che cosa si prefigge ‘Ez’ con questo
libro? Nella premessa alla ristampa di A lume spento, nel 1964, Pound è
estremamente severo con quel libro, “una raccolta di bignè stantii”, da cui
avrebbe imparato “la profondità dell’ignoranza”: perché?
Tra la fine del 1907 e l’inizio del 1908, Pound si trovò di fronte a un vero e
proprio bivio: cercare un nuovo impiego accademico (dopo avere perso la cattedra
di lingue romanze al Wabash College di Crawfordsville), perseguendo la carriera
universitaria in vista della quale aveva tanto studiato, oppure inseguire il
sogno del poeta “a tempo pieno”, tentando di dare una possibilità alle sue opere
poetiche e dunque fuggendo da quella terra, la sua terra, che già le aveva
rifiutate? La scelta di Pound – lo sappiamo – ricadde sulla seconda opzione,
benché le modalità di ricerca e la curiosità rimasero sempre quelle dello
studioso. Eppure, in realtà, da A Lume Spento Pound non si aspettava affatto il
successo: era, nelle sue intenzioni, un’opera di presentazione tramite la quale
cominciare a far circolare il proprio nome; aveva uno scopo principalmente
pubblicitario. E fu infatti un’opera sulla cui qualità Pound espresse i propri
dubbi fin dall’inizio. Non soltanto subito dopo la pubblicazione, in una lettera
a William Carlos Williams dell’ottobre 1908 (quando già si trovava a Londra) in
cui confessò di ritenere A Lume Spento «un’opera alquanto cupa e sgradevole», ma
addirittura prima di mandare in stampa il lavoro, in un momento di sconforto
veneziano ricordato diversi anni dopo nei Pisan Cantos:
> Dovrei buttare il lotto a mare?
> le bozze «A Lume Spento»/
> e alla colonna di Tòdaro
> dovrei raggiungere l’altra riva,
> o aspettare 24 ore
L’ambivalente incertezza di Pound nei confronti della sua opera d’esordio e in
generale della sua intera produzione giovanile, a causa soprattutto di uno stile
che risentiva in maniera importante di fonti tardo-ottocentesche (Swinburne,
Rossetti, Browning, Dowson, MacLeod, Thompson, Carman, Hovey, ecc.), andò
trasformandosi in acredine soprattutto a partire dagli anni ’40, quando
l’argomento poetico-economico costituiva ormai il fulcro degli interessi
poundiani. Così, quando Mary de Rachewiltz, la figlia, gli propose di ristampare
le sue prime due opere giovanili – A Lume Spento e A Quinzaine for This Yule –
insieme con una selezione di poesie inedite risalenti al primo periodo veneziano
del 1908, Pound si oppose inizialmente in modo radicale. Tuttavia, a seguito
dell’insistenza della figlia rispetto all’importanza della sua poesia giovanile
come «testimonianza di quale stoffa dovrebbero essere fatti i sogni di un
giovane poeta», Pound infine approvò la pubblicazione di A Lume Spento & Other
Early Poems (1965), anche se con l’inserimento di una esplicita riserva
rappresentata dalla sua Prefazione, in cui appunto definì le sue composizioni
giovanili «una raccolta di bignè stantii» e criticò il giovane sé stesso per
profonda ignoranza poetica.
In realtà, il tuo lavoro fa di A Lume Spento il primo cantiere ‘in opera’
dei Cantos. In che senso possiamo ravvisare una continuità tra libri altrimenti,
a una lettura superficiale, imparagonabili?
A Lume Spento è, a mio avviso, un’opera d’esordio piuttosto particolare, se
paragonata a quelle della grande maggioranza degli autori della nostra storia
letteraria. In essa si trovano, infatti, una serie di questioni, strumenti,
influenze, argomenti che non solo ritorneranno, ma che in certi casi saranno
sviluppati fino a divenire centrali nel magma dei Cantos. Faccio soltanto
qualche esempio affinché ciò che affermo sia più chiaro. Come i Cantos, A Lume
Spento è un’opera estremamente eclettica, frutto dell’influenza di una folta
varietà di autori, culture, tradizioni e tecniche stilistico-formali. A Lume
Spento anticipa inoltre diverse tematiche dei Cantos e della produzione
successiva in generale, come per esempio l’utilizzo delle maschere (o personae)
e del monologo drammatico, la metamorfosi, l’opposizione contro la realtà gretta
e mercantilista (che in seguito Pound definirà usurocratica) della società
contemporanea, la spinta a rinnovare la letteratura e l’epoca presenti tramite
il ricorso ad aspetti significativi della letteratura e dell’epoca del passato
(remoto e/o presente). Anche a livello tecnico-strumentale, infine, A Lume
Spento precorre i Cantos sotto molteplici punti di vista: vi troviamo, per
esempio, un grado importante di plurilinguismo («Non può star tutto in una sola
lingua», scriverà Pound nel Canto 86); l’incedere allusivo – e la conseguente
richiesta completiva al lettore – di quello che sarà il metodo ideogrammico;
l’uso della traduzione, dell’imitazione e dell’adattamento come meccanismi di
critica letteraria e produzione poetica originale.
Come Pitagora è il cuore esoterico delle Metamorfosi di Ovidio – libro caro a
Pound – così Plotino lo è di A Lume Spento. Spiegaci, in sostanza, come Plotino
e il neoplatonismo agiscono nella poetica di Pound.
La filosofia neoplatonica fu una componente fondamentale della poetica giovanile
di Pound, e che per altro rimase tale anche nei Cantos, specialmente in
relazione alla tematica della luce, elemento centrale del neoplatonismo greco e
rinascimentale. Un buon numero di componimenti di A Lume Spento – tra cui
spicca, in particolare, Plotinus, che porta appunto il nome del più noto
filosofo neoplatonico – è intriso di (neo)platonismo (e la particella “neo-” va
tra parentesi in quanto Plotino riteneva se stesso un pensatore essenzialmente
platonico). Per chi non conosce le Enneadi, Plotinus è semplicemente un
esperimento con la forma del sonetto a tema – per riassumere brutalmente –
solitudine cosmica; per chi invece ha avuto modo di studiarle più o meno a
fondo, esso si presenta sulla pagina come una vera e propria riproposizione
poetica della sezione conclusiva del maius opus plotiniano.
L’interesse di Pound per il pensiero di Plotino sorge però nell’ambito di una
più generale curiosità giovanile nei confronti dell’esoterismo e, per certi
versi, dell’occultismo, soprattutto in virtù dei suoi incontri con la pianista
Katherine Ruth Heyman, che ebbe un ruolo importante nella sua formazione
esoterica, in seguito alimentata da numerose letture (Swedenborg e Blake, per
fare due esempi) suggerite dalla stessa Heyman, e diversi altri incontri con
personalità influenti dell’ambito teosofico, come Yeats, Olivia Shakespear
(madre della futura moglie Dorothy), Allen Upward e G. R. S. Mead. Proprio da
quest’ultimo, che nel 1895 aveva riproposto in nuova edizione la traduzione
inglese di una miscellanea plotiniana contenente perlopiù passi tratti
dalle Enneadi, Pound derivò la centralità della figura di Plotino come guida. Un
ruolo che per Pound ha non solo un valore teoretico-filosofico (come accade
nella poesia giovanile), bensì anche una valenza spirituale, religiosa e
pratico-morale; e ciò è evidente, come già anticipato, nei Cantos, e in
particolare nel Canto 15, dove Plotino è per Pound il «savio duca» che guida il
poeta fuori dall’inferno verso il purgatorio.
Pullula di stilnovisti e di trovatori il ‘canzoniere’ poundiano: di lì a poco
saranno affiancati dai mistici poeti dell’antica Cina. Sono mere Masks indossate
da “vecchi cantori semimmemori delle loro melodie” o si tratta di elementi che
fondano la nuova poetica poundiana?
L’avvicinamento di Pound alla poesia provenzale e del Medioevo italiano è da
rintracciarsi, da un lato, nella sua formazione accademica, che s’incentrò sulla
filologia romanza (il saggio The Spirit of Romance, pubblicato nel 1910, ne è la
prova più eloquente), e, dall’altro lato, nell’approfondita lettura delle poesie
e traduzioni di Dante Gabriel Rossetti, di cui Pound stesso, nell’Introduzione
ai Sonnets and Ballate of Guido Cavalcanti (1912), avrebbe scritto: «Per quanto
concerne queste traduzioni e la mia conoscenza della poesia toscana, Rossetti è
mio padre e mia madre». E benché Pound ricercasse con una certa assiduità il
distacco da Rossetti e dai suoi altri maestri (come Browning e Swinburne), la
loro influenza su di lui fu – per aspetti diversi – davvero fondamentale. Da
questo punto di vista, l’opera rossettiana condusse Pound a individuare nella
poesia dei trovatori, di Dante e soprattutto di Cavalcanti un nuovo punto di
partenza per la propria personale tradizione poetica, in cui sono inclusi per
esempio Chaucer e Shakespeare, ma dalla quale viene estromesso in una maniera
alquanto netta Milton. Allo stesso modo, l’incontro con gli studi manoscritti di
Ernest Fenollosa qualche anno più tardi avrebbe portato Pound a introdurre nella
sua tradizione la poesia di Confucio e Li Po.
Quando, in A Lume Spento, Pound indossa le maschere di Bertran de Born, di Cino
da Pistoia, del tardo trovatore-bandito Villon facendo di esse delle personae,
lo fa anzitutto per instaurare un dialogo con il passato e per rinvenire in
questo passato qualcosa di significativo da riproporre – rinnovato («make it
new!») – nel presente. Emblematici, in questo senso, saranno Hugh Selwyn
Mauberley e, ancora di più, Homage to Sextus Propertius, in cui la letteratura
si fa in primo luogo critica politica e sociale della contemporaneità. Ma è già
così in A Lume Spento, dove forti e molte sono le invettive contro la deriva
mercantilista della società borghese ai danni dell’arte. Famam Librosque Cano è
forse l’esempio più chiaro:
> Scheletrico, occhialuto, trasandato,
> uno che dal mondo è reputato
> una sorta di sciagura contro il suo scialacquio
> e il suo secolare pantano di rossa avidità,
> eppure, a massima velocità,
> benché debba correre verso il guadagno,
> sogghignante si volterà
> perché egli non ha
> denaro, né volontà di arraffare il prodotto
> di Mammona.
Si tratta quindi, con tutta evidenza, di qualcosa di ben più profondo di un mero
gioco letterario. È, in buona sostanza, una ricerca poetica e di una nuova
poetica che Pound avrebbe sviluppato negli anni e nelle opere a seguire.
La più bella poesia di A Lume Spento è intitolata L’albero; l’intera raccolta si
muove sotto l’aura del frassino, albero sacro per antonomasia. Una sorta di
‘botanica simbolica’ soggiace al libro: che cosa vuole dirci Pound, che cosa
cerca?
Il tema della metamorfosi, mutuato da Ovidio, è uno dei cardini di A Lume
Spento, in cui è trattato specialmente in ottica arborea: soltanto in La
Fraisne, per esempio, Pound fa riferimento al frassino (albero in cui si
trasforma il protagonista Miraut de Garzelas e che ritorna anche in La Regina
Avrillouse), al corniòlo, alla quercia (di cui è fatto il trono del re in Ballad
Rosalind) e all’olmo; quercia e olmo sono, per altro, due alberi che in The
Tree, insieme con il lauro legato a Dafne, identificano gli ovidiani Filemone e
Bauci (benché questa, nelle Metamorfosi, si trasformi in tiglio e non in olmo).
La metamorfosi arborea di matrice ovidiana – da cui Pound mostrò di essere
particolarmente affascinato sin dalle sue primissime poesie consacrate a Hilda
Doolittle in Hilda’s Book, permeate da una generale atmosfera silvaneggiante –
denota nella sua produzione giovanile un potente sentimento panico, che fu
alimentato dall’influsso del crepuscolarismo celtico yeatsiano e che assolveva
una funzione ben precisa. La metamorfosi rappresenta infatti il ritorno del
poeta – delle e tramite le sue personae – alla natura, primo passo verso la
(ri)unione plotiniana con la silenziosa eternità del divino. Il componimento The
Tree, in questo senso, è certamente significativo, in quanto in esso Pound
descrive come il poeta, dopo avere finalmente abbandonato la sua forma umana e
dunque i dolori che la contraddistinguono per essenza (come Dafne, Filemone e
Bauci), si è potuto (ri)congiungere con il mondo naturale attraverso la
conoscenza dei suoi misteri più profondi, mere stravaganze per una mente umana:
> Restai immobile e fui un albero nel bosco,
> conoscendo la verità di cose prima ignote:
> di Dafne e del ramo d’alloro
> e di quell’anziana coppia che gli dèi ospitò
> e divenne tra le colline quercia-olmo.
> Non prima che gli dèi fossero stati
> benevolmente pregati e accolti
> al focolare dell’amata casa
> poterono compiere un tal miracolo.
> Nondimeno sono stato un albero nel bosco
> e molte cose nuove ho inteso
> che prima alla mia mente parevano follie.
Appare, per cupi splendori, anche l’Egitto – preveggenza di Boris, l’egittologo
esoterista futuro marito di Mary, la figlia di Pound… –: di che natura è questo
fascino, da dove giunge a Pound?
Si è soliti far risalire l’interesse poundiano per l’antico Egitto agli anni
Cinquanta-Sessanta e al confronto sul tema con il genero egittologo Boris de
Rachewiltz, a seguito del quale Pound fu spinto a misurarsi con le iscrizioni
geroglifiche (del Nuovo Regno in particolare) in studi e ricerche che maturarono
nelle pubblicazioni di Section: Rock Drill (1956) e della piccola antologia Love
Poems of Ancient Egypt (1962). In realtà, l’attenzione che Pound mostrò verso la
cultura e la simbologia dell’antico Egitto in questa fase della sua vita,
durante e dopo la dodicennale reclusione al St. Elizabeths Hospital di
Washington, non era che un ritorno a una tematica che – come molte fra quelle
care al poeta – aveva già trovato espressione nelle opere giovanili, a partire
proprio da A Lume Spento.
Nella Note Precedent to “La Fraisne”, una breve nota in prosa scritta nello
stile dello Yeats crepuscolare che anticipa e contestualizza una delle poesie
più importanti della raccolta, Pound inserisce una citazione esplicitamente
tratta dal Libro dei Morti (cap. 58), con probabile riferimento al dio Anubi:
«essendo passato uno che diceva come quello nel Libro dei Morti: “Io, proprio
io, sono l’assembratore d’anime”». Ma il riferimento all’Egitto è ancora più
evidente in Aegupton (in seguito ripubblicata come De Aegypto), un componimento
di matrice preraffaellita e simbolista il cui titolo contribuisce a fornire
suggestioni egizie altrimenti implicite nel testo (eccetto un paio di
riferimenti). È curioso notare come, per il refrain di Aegupton, Pound abbia
scelto un verso molto simile a quello già utilizzato nella nota a La Fraisne:
«Io – proprio io – sono colui che conosce le strade / traverso il cielo, e il
vento è il mio corpo», traendolo ancora una volta dal Libro dei Morti (cap. 78).
In entrambi i casi, e in generale per quanto concerne la fase poetica precedente
l’ingresso in famiglia di Boris, Pound ricavò la sua conoscenza della cultura
egizia dagli studi dell’egittologo e orientalista britannico E. A. T. Wallis
Budge (1857-1934), curatore della sezione di antichità assire ed egizie del
British Museum e autore di una importante traduzione inglese del Libro dei
Morti pubblicata nel 1895 (nella versione basata sul papiro di Ani, scoperto nel
1888) e poi ripubblicata nel 1898 (nella versione comparata tra più papiri). Ed
è proprio da queste traduzioni di Wallis Budge che derivano le due citazioni
egizie di A Lume Spento.
Negli anni della sua produzione giovanile, Pound dovette comunque affrontare un
importante dilemma poetico, ben espresso nel primo dei cosiddetti Ur-Cantos,
nucleo originario della sua grande opera, apparsi su rivista nell’estate del
1917:
> How shall we start hence, how begin the progress?
> Pace naif Ficinus, say when Hotep-Hotep
> Was a king in Egypt […]
> (Confucius later taught the world good manners,
> Started with himself, built out perfection.)
> With Egypt!
> Daub out in blue of scarabs, and with that greeny turquoise?
> Or with China, O Virgilio mio, and gray gradual steps
> Lead up beneath flat sprays of heavy cedars.
Insomma: da che punto partire per progredire poeticamente? Dall’Egitto o dalla
Cina? In un primo momento, Pound optò per la filosofia confuciana e l’ideogramma
cinese. Ma, durante la fase finale della sua produzione poetica, chiuse un
cerchio (ri)trovando spunti densi di significato nel geroglifico.
Dall’inno alla Nicotina alla poesia per Michelangelo, dalla poesia per Swinburne
all’ode decadente: Pound sembra provare un po’ tutti i linguaggi per
rintracciare la propria ‘voce’, già ambisce, forse, al poema che raccolga ogni
poesia possibile, fusione di storia e profezia, lirismo e filosofia, prassi
economica e pratica di vita. È così?
Si è già fatto cenno all’eclettismo che caratterizza A Lume Spento: un
eclettismo che è per Pound una caratteristica strutturale della sua poesia
(Cantos compresi), in quanto funzionale alla ricerca di una propria voce, di una
propria identità poetica che è per natura sempre in itinere, sempre malleabile.
Benché si possano rintracciare a posteriori numerose affinità tra A Lume
Spento e i Cantos, individuando nel poema una conseguenza quasi necessaria delle
ricerche condotte e dei risultati conseguiti da Pound durante gli anni di
noviziato poetico, è bene precisare che si tratta di affinità concernenti
l’applicazione di metodi e di tecniche, non di intenzioni esplicite o
chiaramente definite. In A Lume Spento emerge tuttavia un indizio quantomeno
curioso in tal senso, e si trova in uno dei componimenti più lunghi della
raccolta: Scriptor Ignotus. Qui Pound, indossando la maschera di un ignoto poeta
e dantista settecentesco di nome Bertold Lomax (derivato con molta probabilità
da Loomis, secondo nome di Pound e dunque ironico doppelgänger), si rivolge alla
donna amata, promettendole gloria eterna tramite la propria poesia:
> allora ti conforterei,
> dalle altezze in cui dimoro, quando
> quel grande senso di potere è su di me
> e sento il mio spirito più profondo piegarsi
> sibillinamente verso quella grande epica quarantennale
> di cui tu sai, ancora non scritta,
> ma come un giocattolo tra le mie dita.
La «grande epica quarantennale» di Lomax rimane però eternamente «non scritta»,
«allo stato di mera ombra» (come specifica Pound in nota), con la conseguenza
che il destino di Lomax, contrariamente alle proprie aspettative, è quello di
restare uno scriptor ignotus e della sua promessa all’amata di essere in ultima
istanza vacua e vanagloriosa. Lomax, insieme con diverse altre maschere di A
Lume Spento (su tutte, il trasandato poeta di Famam Librosque Cano e i tristi
figuri di Masks), è la concreta rappresentazione del timore del fallimento che
assillava nel profondo il giovane poeta: «Sopravvivrò come una rarità», scrisse
alla madre nell’ottobre 1910, paragonando la sua sorte a quella del grande
Yeats.
Ad ogni modo, a partire da questi versi di Scriptor Ignotus, credo si possa
affermare che in qualche modo fosse già presente nel giovane Pound l’ambizione
di comporre un’opera monumentale, grandiosa e roboante: ne parlò egli stesso in
questi termini in una lettera alla madre del giugno 1909. Si tratta di pensieri
certamente significativi, eppure ancora estemporanei, troppo incerti e
indefiniti per poter individuare in essi – come invece fecero l’amico Williams
nel 1931 e lo stesso Pound nel 1962 (retrodatando la nascita
dei Cantos addirittura al 1904) – il fondamento originario dei Cantos.
L'articolo “Sono stato un albero nel bosco”. Indagine intorno al giovane Pound
proviene da Pangea.
Ezra Pound nomina la lince nel secondo Cantos:
> “E dal nulla, un respiro,
> fiato caldo alle mie caviglie.
> Come ombre rispecchiate, le bestie,
> una coda pelosa nel nulla.
> Ronfiar di lince, odoravano di brughiera le bestie…
>
> Sicuro fra le mie linci,
> pascendo d’uva i miei leopardi”
>
> (cito dalla versione, nobile, a tratti ‘obliqua’, di Mary de Rachewiltz)
All’arcana bestia, ‘Ez’ dedica uno dei Pisan Cantos, il LXXIX. La lince, in
questo caso, ricorre di continuo, lasciando chiare orme grafiche, ornamenti
d’artiglio:
> “O Lince, mio amore, mia amata lince
> Vigila sul mio otre di vino,
> Proteggi il mio lambicco fra i monti
> Finché Spirito entri nel whisky”
La parte finale del “canto” si impenna in rito, è scandito da varie invocazioni
alla lince:
> “O Lince, proteggi il mio frutteto
> Astieniti dal solco di Demetra”;
> “Qui sono linci linci
> S’ode un suono nella foresta
> di pardi o di bassaridi
> di crotali o fruscio di foglie?
>
> Citera, fra queste linci
> i cespugli di quercia sbocceranno?”
> “O lince, fa che il mio mosto fermenti
> Che s’illimpidisca”
> “O lince vigila sul vigneto
> Quando il chicco s’ingrossa sotto i pampini…”
La lince non farà più comparsa nei Cantos, svanita in misterica reticenza,
elusiva quanto Eleusi. Eppure, il suo ruolo nei “Pisani”, che è poi, per
circostanze storiche – Pound in arresto, presso il Disciplinary Training Center,
a Metato, Pisa, sotto tiro continuo di morte –, la porzione più cruda e risoluta
dei Cantos, “un testamento, redatto talora in terza persona, un addio agli
amici, e un’autobiografia degli affetti”, è centrale, è a zenit. Il Commento di
Mary de Rachewiltz all’edizione mondadoriana dei Cantos – da cui estraggo il
virgolettato – non offre chiarimenti su questa Lynx. Nell’edizione dei Canti
postumi – Mondadori, 2002; poi Carcanet, 2015 –, tuttavia, Massimo Bacigalupo
allude alla lince come all’“animale-totem di Pound”. Il Companion to the Cantos
of Ezra Pound allestito da Carroll F. Terrell per la University of California
Press (1984) non è risolutivo. Si dice che “La lince è uno dei felini sacri a
Dioniso. Perpetuo refrain nel canto, la lince non è soltanto il simbolo per
appellarsi al dio del sesso e del vino, ma anche l’emblema di una donna in
particolare. Gli studiosi dibattono per capire se Pound si riferisca, qui, a
Dorothy, a Olga Rudge, o Bride Scratton o a qualche altra amate”.
A Dioniso, è vero, sono associati i felini: non tanto la lince – felino
effimero, incerto perfino nella definizione, inabile al puro simbolo, per lo più
minimizzato a ‘gatto selvatico’ – quanto la pantera, la tigre, il leone. La
lince rifugge alla classificazione dei bestiari antichi, a cui mal si adatta.
Nei “Pisani”, per altro, Pound gioca a sobillare le associazioni; il canto si
chiude con la figura del puma, “sacro a Hermes, Cimbica serva del Sole”. Il puma
– Cimbica nella lingua indigena del Sudamerica – non figura, per ovvia sfasatura
geografica, tra le bestie sacre a Hermes (a cui sono ascritti, piuttosto, la
lepre e il falco, la tartaruga e il gallo): è egli stesso bestia ermetica.
“Significa, come altre figure feline, la manifestazione del divino nella natura”
(Terrell). Il puma: divora e partorisce il sole – Pound, poeta-profeta, ci
lascia sulla soglia dell’enigma; non scioglie – scuce. A noi resta il flottare
tra fili filatteri, l’angustia dell’ago, mangusta di metallo.
Torniamo a cavalcare la lince.
Il primo riferimento di Pound sono Le metamorfosi di Ovidio. Nel quinto libro il
poeta latino dice di Linco, re degli Sciti, che attenta alla vita di Triptòlemo,
devoto a Cerere, che “gli affidò dei semi ordinandogli di spargerli/ parte in
terra incolta e parte in quella dopo anni ricoltivata”. Linco, “preso
dall’invidia”, tenta di uccidere Triptòlemo nel sonno, “quando in lince lo mutò
Cerere”.
Il mito mette in contrasto diversi aspetti ‘culturali’ che potevano attrarre
Pound. Intanto, gli Sciti, rappresentati da “quel barbaro” di Linco, in
contrasto con la cultura greca classica, raffigurata da Triptòlemo, cittadino
della “famosa Atene”. Gli Sciti erano famosi per essere audaci guerrieri a
cavallo; i loro gioielli raffigurano lupi in assalto, serpi intrecciate, leoni
delle nevi e cervi dal palco immane. Dalle regioni connesse alla Scizia proviene
Medea, la donna che porta il caos dov’è l’ordine. In un passo straordinario
tratto dalle Storie di Alessandro Magno di Curzio Rufo, il re degli Sciti – o
meglio, il loro rappresentante, dacché gli Sciti sono il popolo supremamente
libero, all’assalto – affronta il Macedone ricordandogli che “anche il leone è
stato qualche volta il pasto di piccolissimi uccelli, e la ruggine corrode il
ferro. Niente è così forte che non possa essere messo in pericolo anche dal
debole…”, che “non raggiungerai mai gli Sciti [perché] la nostra povertà sarà
più veloce del tuo esercito, che trasporta il bottino di tanti popoli”.
All’ordine – all’armonia – imposta dalla civiltà greca, gli Sciti oppongono un
altro stile. Alla città – orgoglio della mente organizzatrice dell’uomo –
preferiscono l’accampamento, la tenda docile al vento, senza fondamenta. Alla
stanzialità preferiscono il nomadismo; alla spada e all’aratro (e al loro
confratello, la nave) contrappongono l’arco e il cavallo; alla religione degli
dèi olimpici, gli dèi della natura, auscultati dallo sciamano; al poema redatto
dai poeti e alla filosofia oppongono i canti attorno al fuoco e i motti
ancestrali, i ‘proverbi’; al tempio sostituiscono il bosco e la prateria;
all’umano (l’uomo al centro del mondo) oppongono l’animale, un rapporto
simbiotico con la bestia; al commercio (che inaugura l’era del profitto) il
baratto; inadatti alla legge esigono la certezza del patto.
Da qui si giunge all’opposizione radicale, radicata in una visione del mondo.
Alla civiltà fondata sull’agricoltura e i suoi culti (Cerere/Demetra) gli Sciti
contrappongono la civiltà della caccia e della razzia. Alla civiltà del pane
preferiscono la civiltà del vino (Dioniso). Al feroce irenismo, l’ira e perfino
l’invidia (termine a cui era associata, in luce del mito, la lince), che è poi
l’invadere, che è poi l’evadere per ambizione. Alla civiltà ‘coniugale’
preferiscono quella dell’assalto all’arma bianca: la Baccante meglio che la
moglie. È sotto la coltre di Dioniso – il cui culto è stato esportato a Oriente
– che si muove la Scizia.
Faccio un passo di lato – anzi, un affondo.
Riguardo al lignaggio della lince Pound scrive: “Manitou, dio delle linci,
ricorda il nostro grano”. Il meccanismo è analogo all’idea del puma sacro a
Hermes: coincidenza di opposti, epica del sobillare le culture. Manitou,
infatti, è il “Grande spirito” dei nativi americani, in particolare – leggo dal
solito Companion – “è il nome con cui gli indiani Algonchini identificano il
potere che permea tutte le cose”.
Pound, in sacro sincretismo, recluso nella gabbia pisana – dunque: privo di
biblioteca, nella piena del morire, impollinato da memorie dispari –, autentica
angelica bestia, fonde il mito greco (trapiantato nella cultura latina) con
quello dei nativi. Nel bestiario degli Algonchini – gli Ojibwe, in particolare,
che abitavano nella regione dei Grandi Laghi – spicca la figura di The Great
Lynx, “Mishipeshu”. Questa lince è una belva chimerica, “in qualche modo simile
a un drago, è un felino con le corna, simbolo del suo potere. Ha zampe palmate
che gli rendono facile il nuoto, dorso e coda ricoperti di squame. Mishipeshu
vive nelle profondità dei laghi. Ha forma felina, è anfibio, ma viene descritto
come un rettile. È lui la causa di inondazioni, mulinelli, e dell’improvvisa
rottura del ghiaccio in inverno. Se implorato, garantisce successo nella caccia,
cibo in abbondanza” (Serge Lemaître, “Mishipeshu”, The Canadian Encyclopedia).
Sul genio della lince, il più sfuggente dei simboli, nella mitologia amerinda
Claude Lévi-Strauss ha scritto un libro, Storia della Lince.
La marziale sapienza degli Algonchini ricorda quella degli Sciti: destrezza
nell’ammansire la bestia, genio della caccia; quei corpi, poi, in armature
leggere, stupendamente pronti a un destino disertore.
Più che raffigurare una qualche felide amata, la lince è figura del poeta. La
lince è l’animale che – a differenza della pantera, del leone, della tigre – non
si inscatola nei bestiari o nelle cronache esoteriche, non si riassume in una
attitudine o in un aggettivo. La lince è la bestia imprendibile e imparagonabile
per antonomasia; c’è, non si fa vedere e tutto osserva; lascia lievi tracce
sulla neve, predilige la solitudine. Secondo un mito dei nativi, la lince è
all’origine della nebbia: è l’assoluto invisibile. Come il poeta, è l’animale
costantemente in estinzione – che sfugge perfino ai proclami di chi vorrebbe
proteggerla. È la bestia che in cattività muore. Emblema del ‘mostruoso’ – cioè,
del meraviglioso – che non accetta alcuna norma imposta alla bellezza. È il
miracolo.
Tra i tanti poeti devoti alla lince, va citata Emily Dickinson, bianco felino di
Amherst. In una lettera a Catherine Scott Turner, inviata nell’estate del 1860,
insegna che la lince ha il talento dell’astuta prudenza:
> “Una scusa molto ben congegnata, cara, ma con una Lince come me [a Lynx like
> me] completamente inefficace – Trovare è lento, occasioni per perdere così
> frequenti in un mondo come questo, perciò io trattengo con estrema attenzione,
> una prudenza così astuta può sembrare non necessaria, ma è l’abbondanza, mia
> cara, a motivare coloro che hanno conosciuto la povertà, e il Salvatore ci
> dice, Kate, che i poveri sono sempre con noi”.
>
> (traduzione di Giuseppe Ierolli)
Molti anni dopo, nel 1981, Ted Hughes – formidabile costruttore di bestiari
lirici – scriverà una poesia sulla Lynx:
> “Le zampe silenti della foresta,
> delle nuvole, delle montagne
> hanno il loro meritato riposo
> sotto l’orecchio di Lince.
> Dormono del suo sonno – come
> in un profondo – profondo – lago.
>
> Non disturbare la belva
> o le nuvole apriranno gli occhi,
> la foresta, in silenzio,
> sposterà tutti i boschi
> e le montagne, arse di nebbia,
> svaniranno tra le loro pietre”.
Esiste atto di devozione più grande? La lince – per sempre legata ai suoi
arcani: il lago e la nebbia – dorme: i boschi, i cieli, le pietre sono il suo
sogno. Al risveglio, tutto svanirà. Allo stesso modo, anche noi siamo il frutto
del sogno del poeta, il felide felice.
*In copertina: Ernesto Ornati ritrae Ezra Pound, Rapallo, 1967
L'articolo Devoti alla Lince. Indagine sull’animale-totem di Ezra Pound proviene
da Pangea.
Il 9 luglio del 2025 Mary de Rachewiltz, la figlia di Ezra Pound, compie cento
anni. Un po’ Sfinge, un po’ menhir è lì, memoria stilita, memoria petroglifo, a
sigillare lo stigma del padre. Mary, col suo dire fermo, pieno di meli e di
vespe, pare un monito. Il padre, ‘Ez’, il poeta che si è fatto carico – come
profeta, maestro, pioniere, lottatore – del Novecento (e forse della ‘fine’
della letteratura per come l’abbiamo conosciuta, sfinendola), è nato
nell’ottobre del 1885; quarant’anni fa Mary pubblicava la ‘sua’ prima edizione
dei “Cantos” nei ‘Meridiani’ Mondadori. L’introduzione – in impeccabile
‘distanza’ – attaccava così: “The Cantos: poema scritto in pubblico, ma anche
poesia chiusa. Dai trovatori Pound ha imparato a coprire le proprie tracce. E
più i giri si volgono verso il centro di sé e della sua tribù, più si imbozzola.
Ma per chi riesce a rompere il guscio è un entrare nella ‘ghianda di luce’, un
reggere ‘la sfera di cristallo’”. Un poema che riassuma azione e divinazione,
tenacia e teurgia, storia e mito, assiduità e assurdo. Che impresa vertiginosa.
I giorni di Mary paiono consustanziali a quelli del padre: qualcosa che ha a che
vedere con il patto. Investita del compito di penetrare i “Cantos”, la ragazza
ha tremato, tumultuoso il sì, consapevole che ogni investitura è crocefissione.
Pound ha unito in sé Provenza e Giappone, Usa e Cina, eppure, di biblica essenza
è tale paternità.
Ad ogni modo. Qui si ricalca il reportage di un viaggio compiuto a Brunnenburg,
alla corte di Mary: fu stampato, in origine, tempo fa, sul “Giornale”. Mantiene
una sua stremata ‘autenticità’. L’ultima volta, ho sentito Mary lo scorso anno:
parlammo di Pound e del Giappone, del desiderio di tradurre i suoi drammi No;
lei, la ragazza, citava Aristotele – cento anni sono un soffio per chi levita
sui millenni.
**
La fine è una luna enorme, davanti all’autostrada, simile al calcagno di Dio.
Rimini-Brunnenburg andata e ritorno. In un giorno. Agosto luciferino. Oltre
novecento chilometri. Abbiamo sorbito il tè con la Storia della letteratura.
Tanto basta.
Accompagno Walter Raffaelli nel forte dei principi de Rachewiltz, appena sotto
Castel Tirolo, dove abita Mary, la figlia di Ezra Pound. Dopo Vanni Schewiller,
Raffaelli è l’editore poundiano per antonomasia: ha pubblicato testi di Ezra, le
poesie di Mary e della figlia Patrizia, i libri del marito di Mary, l’egittologo
Boris. Il castello dei de Rachewiltz è arpionato alla roccia come un urlo. La
strada per arrivare è ripida, intitolata – vivaddio – a Pound. Pochi elementi,
però, entrando nella dimora, arcigna, ricordano il poeta. Un manifesto racconta
un ciclo estivo di concerti; l’ingresso è per il Museo agricolo. Da un’aiuola
sbuca la faccia di Pound scolpita da Gaudier-Brzeska. Al castello sono ospiti
dei musicisti: nastri sonori avvolgono chi entra. Mary sbuca all’improvviso da
una porta laterale. Minuta ed energica, classe 1925, un sorriso ampio come un
balcone di gerani e quegli occhi, azzurri e spogli, che pietrificano i ricordi.
Ci conduce per una scala a chiocciola. Sulle pareti, schizzi vorticisti tratti
da “Blast”, la rivista creata da Pound insieme a Wyndham Lewis. Più tardi
sorbiremo il tè su una teca di vetro. Sotto le tazze, piccolissimi monili egizi,
occhi, orecchini, pettini, divinità enigmatiche, che adornavano tombe di tremila
anni fa.
«Vuole accomodarsi sulla sedia di William Butler Yeats o su quella di Ezra
Pound?». Un senso d’inferiorità rende le mie ossa acciaio. Per il momento resto
in piedi. Da una parte c’è il ritratto di Pound fatto da Rolando Monti: il
poeta, davanti al mare ligure, cammina in avanti, bruscamente, con la mano
sinistra in tasca, ma guarda, severo, indietro. Sotto, libri di Pound in tutte
le lingue del pianeta. Una parte della libreria è dedicata alle pubblicazioni di
Pound in italiano. Dalla stanza, un bunker in cui si è frenato il tempo, la
vista sulla valle di Tirolo è vertiginosa. «A mio padre non piacevano le case né
i nidi», mi dice la figlia, che alternativamente chiama Pound «Pound» o «mio
padre». «Secondo lui le case erano inutili. Un uomo, diceva, non ha bisogno di
case, ma di due valigie. Una per i vestiti. L’altra per i libri». La cassa dei
libri di Pound, in legno, c’è anche quella, griffata «Ezra Pound, Rapallo». Su
una parete, il calco dei visi del poeta e di Olga Rudge, l’amata, la madre di
Mary. Su un tavolo, la copia dell’Ulisse di James Joyce dedicata a Pound.
Insieme a Mary, ci accompagna nella discussione la figlia Patrizia. Più tardi,
all’uscita, incrocio l’altro figlio, Siegfried, che cavalca la bicicletta manco
fosse uno stallone. «Pound qui non stava bene», dice, sibilando, Mary.
Dopo dodici anni di reclusione nel manicomio criminale di St. Elizabeths,
Washington D.C., nell’estate del 1958, Pound attracca in Italia, a bordo della
“Cristoforo Colombo”. Va a stare da Mary e da Boris, nel castello tirolese,
vasta solitudine di campi verdi, rocce in picchiata, gelo. «Mio padre è e resta
un americano: aveva bisogno di spazio. Qui sentiva freddo. Questi luoghi gli
trasmettevano una certa angustia intellettuale. Cominciò a fare il processo a se
stesso, visto che non fu mai processato. Si accusava, si interrogava se avesse
sbagliato tutto… La gente non può immaginare, ma per sopravvivere nel campo di
prigionia a Pisa, prima, e poi al St. Elizabeths, Pound ha dovuto concentrarsi
totalmente sul suo lavoro. Altrimenti, sarebbe impazzito». Quelli del ritorno
sono anni durissimi per il poeta.
> «Non riconosce più l’Italia che ha lasciato anni prima. Gli crolla
> letteralmente il mondo addosso. La morte di Ernest Hemingway e di Hilda
> Doolittle nel 1961, quella di E.E. Cummings nel 1962, di William Carlos
> Williams nel 1963, di Thomas S. Eliot nel 1965… Pound vede morire tutti i suoi
> amici, vede disintegrarsi un’epoca».
Mentre Mary parla appaiono e scompaiono nella stanza i volti di quegli uomini
che hanno cambiato la letteratura occidentale. Di fianco a Mary si spalanca una
nicchia con la biblioteca consultata da Pound. Mi accompagna. I libri sono
coperti da una carta trasparente. Estrae alcuni volumi, una storia della Cina
antica, in francese. «Nel 1940 Pound pubblica i Cantos LII-LXXI, quelli relativi
all’epica cinese e agli scritti di John Adams. Vede, Pound a Rapallo, in quegli
anni, non faceva il fascista, studiava…». Che fine ha fatto quel mondo, gli
Eliot, i Joyce, gli Hemingway, quella energia? Oggi la cultura è mercanteggio di
sciocchezze. «Cosa la stupisce? Dopo l’epoca di Dante sono dovuti passare secoli
per avere un Leopardi!». Risposta rotonda. «E poi, io non voglio uscire da
questa stanza, sono nel pieno di quell’era, di quegli istanti, lo capisce?». Lo
capisco, certo. Anch’io vorrei annegare qui.
Ezra e Mary
Quest’anno, un ennesimo anniversario poundiano. Il rammarico di Mary si
percepisce, vivo come un fuoco, sotto pelle. «Spererei che Mondadori pubblicasse
un’edizione economica dei Cantos, per rendere più accessibile l’opera di Pound».
Invece niente. «Il problema è che per non incorrere nelle accuse di fascismo
bisogna sempre mascherare Pound con un involucro sufficientemente grande. Magari
parlarne con altri autori, in contesti più ampi». Quando Mary se ne esce,
«vorrei fondare una Repubblica poundiana!», ci zittiamo tutti. Parla piano, con
accuratezza. «Pretendo che qualcuno, il governo degli Stati Uniti d’America, un
gruppo di Università americane, restituisca a mio padre la personalità
giuridica. Dal 1945, quando, senza processo, fu internato al St. Elizabeths,
Pound non ha più riavuto i suoi diritti civili: e cos’è un uomo privo di
diritti?». Più che l’ira, la rassegnazione colora il viso di Mary, sulle cui
spalle grava un secolo di grande letteratura. Gli ultimi anni di Pound replicano
il silenzio – «che equivale a una dichiarazione di non-colpevolezza» – opposto
in quel 1945 alle autorità americane.
> «Negli ultimi anni mio padre non parlava con nessuno. Una fotografia lo
> ritrae, magrissimo, davanti a una rosa. Un articolo di Indro Montanelli, che
> in passato non era stato molto gentile con Pound, lo descrive a Venezia, in
> un’aula piena di persone, forse un’ambasciata, seduto, che gioca con un
> gatto».
L’articolo di Montanelli, Pound, uscì sul “Corriere della Sera” l’11 aprile del
1971. L’episodio ricordato da Mary è raccontato in questo modo dal grande
giornalista:
> «In salotto, si rimise sul divano al suo posto di esule e risprofondò nella
> sua lignea immobilità. Di vivo, c’erano solo le mani, che continuamente si
> cercano e auscultano, ma con dolcezza e senza orgasmo. Esse sembravano
> esercitare non so quale ipnotico potere su Crim, la gattina siamese di
> Liselotte che, accucciata ai suoi piedi, le fissava con le pupille dilatate da
> una folle stupefazione. Poi, scalato il sofà con un soffice balzo, cominciò a
> leccargliele. E infine vi si raccolse facendone la sua cuccia e reclamandone
> la carezza. Per un poco, Pound subì. Subì anche lo sguardo della bestiola che
> gli teneva gli occhi negli occhi, unica fra tutti noi a non sentirsene
> turbata. Poi la prese delicatamente per la collottola e la rimise accanto a
> sé. Ma Crim non si diede per vinta e ricominciò la sua morbida insinuante
> ascensione dal cuscino alle ginocchia di Pound e dalle ginocchia alle braccia,
> fra le quali si accoccolò. Tutti seguitavano a parlare, ma senza distogliere
> lo sguardo da quel muto dialogo – forse un idillio, forse un duello – fra Ezra
> e il gatto».
>
> (L’articolo è accolto in: E. Pound, È inutile che io parli. Interviste e
> incontri italiani 1925-1972, De Piante, 2021)
Alcuni taccuini mostrano la poesia estrema di Pound, quella dei Drafts and
Fragments. Scrittura minima, obliqua, confusa. Orfica. «Oggi finirei i Cantos in
un altro modo…».
Sono venuto fin quassù per capire questo. Dove finiscono davvero, in quella
turba di note dalla grafia oracolare, i Cantos? «Le ipotesi più veritiere sono
tre. I Cantos terminano con la frase “ma la bellezza esiste”, che non è
confluita nel poema. Oppure con “Un po’ di luce, come un barlume/ ci riconduca
allo splendore”. Infine, ed è la fine che preferisco, il capolavoro di Pound si
blocca su questo verso: let the wind speak, lascia che parli il vento». Il
poeta, a quel punto, non ha più verbo né voce: è realizzato.
*In copertina: Ezra e Homer Pound insieme a Mary
L'articolo “Ci riconduca allo splendore”. Alla ricerca di Ezra Pound. Ovvero, in
gita da Mary proviene da Pangea.
Due anniversari poundiani ci ‘obbligano’ a rileggere il poeta-totem del secolo.
Il primo è sul bivio della tragedia: ottant’anni fa – era il maggio del 1945 –
Pound viene arrestato con l’accusa di alto tradimento, recluso in un campo, a
Pisa, in durissime condizioni. In giugno subisce diverse visite psichiatriche;
sarà poi scortato nel reclusorio militare di St. Elizabeths, Washington DC.
D’altro stampo il secondo anniversario: il 9 luglio Mary de Rachewiltz compie
cento anni. La figlia – nata dall’unione di Pound con la violinista Olga Rudge –
ha dedicato la vita alla divulgazione e alla traduzione delle opere del padre,
custodendone il carisma. Una mostra, allestita presso il Palais Mamming di
Merano, “Mary’s Dream. Portrait of a Lady”, ne riassume l’esistere, a suo modo
rude – e regale. In memoria di Ezra Pound, l’ultimo numero di “Studi Cattolici”,
la rivista di Ares – tra i rari, integerrimi editori ‘poundiani’ in Italia –
dedica un “Quaderno” speciale da cui abbiamo estratto lo studio di Alessandro
Rivali, già autore del libro-intervista “Ho cercato di scrivere Paradiso. Ezra
Pound nelle parole della figlia” (Mondadori, 2018). Il fascicolo è arricchito da
materiali poundiani inediti tratti dall’archivio di Cesare Cavalleri; è
trascritta inoltre una lettera di Pound alla figlia dalla prigione di Pisa il 19
ottobre del 1945, di particolare bellezza, a liceità di un ‘compito’: “sei
autorizzata a curare il mio ms [manoscritto] ma non voglio che tu venga
sommersa, preferirei piuttosto che tu scriva dieci pagine per conto tuo invece
di curarne un centinaio. Ok per un lavoro di dieci anni nel tuo tempo libero, ma
attenta a non affondare in un lavoro accademico”.
**
Ottant’anni fa – era il 3 maggio del 1945 – iniziò la prigionia del poeta Ezra
Pound (1887-1972). Sulle sue spalle pesava la gravissima accusa di tradimento,
per aver parlato – da cittadino statunitense – ai microfoni della Radio
Fascista1. Dopo i primi interrogatori, relativamente tranquilli, a Genova,
presso il Centro del controspionaggio americano distaccato presso la 92ª
Divisione Usa, il 25 maggio il poeta fu portato al campo di reclusione e
rieducazione per soldati americani costruito nel comune di Metato, a nord di
Pisa. Qui, Pound fu rinchiuso in una gabbia non troppo diversa da quelle che
abbiamo visto nei servizi tv dedicati alla prigione di Guantanamo. Esposto al
sole cocente di giorno e alla luce dei riflettori di notte, in uno spazio
ristrettissimo e senza ripari, incerto sulla sua condizione futura, che avrebbe
potuto anche condurlo sulla sedia elettrica, il poeta pensò – come mi confidò la
figlia Mary – al suicidio, forse tagliandosi i polsi con il reticolato con cui
era stata rinforzata la sua gabbia. Il 18 giugno Pound patì un collasso nervoso
dovuto all’asprezza della detenzione, e di conseguenza gli furono concesse
condizioni mitigate nell’infermeria del campo.
In queste circostanze così drammatiche il poeta continuò a scrivere
quei Cantos che nel suo intento dovevano essere il Grande poema americano e a
cui si era dedicato anima e corpo dagli anni della Prima guerra mondiale (i
primi tre canti, poi completamente rivisti, uscirono su Poetry nel 1917).
I canti nati dalla prigionia di Pisa – i famosi Pisan Cantos, vincitori del
prestigioso Premio Bollingen del 1949 – sono forse il momento più alto e
commosso della multiforme avventura poetica di Pound. Sono il personalissimo
“Purgatorio” di un uomo su cui «il sole è tramontato», che scopre che «la carità
più profonda / si trova fra chi ha infranto / le regole», che si sente un «cane
bastonato sotto la grandine» e che comprende che «chi ha trascorso un mese nelle
celle della morte / non crede più alla pena capitale / Dopo un mese nelle celle
della morte un uomo / non ammetterà gabbie per belve». Nel suo Commento
ai Cantos, in appendice all’edizione del ‘Meridiano’ Mondadori, la figlia Mary
scriverà dei Pisani: «Si possono considerare anche un testamento, un addio agli
amici e un’autobiografia degli affetti».
Pound nel campo di Pisa scrive sull’improvvisato materiale che ha a
disposizione, fosse pure un lembo di carta igienica (se ne può vedere uno in
foto nell’edizione New Directions dei Pisan Cantos curata da Richard Sieburth2).
Pound diventa uno scriba che ha per appiglio lo scrigno della memoria e per
ispirazione la realtà osservabile dalla gabbia. È «sostenuto» dall’apparizione
di una lucertola, nota «gli uccelli selvatici [che] mangiavano pane bianco»,
come «un grillino verde / smeraldo più pallido» a cui «manca la zampina destra»,
suggerisce perfino a un felino intruso di cambiare le sue abitudini: «Gatto
ladro nottambulo lascia stare i miei duri tomi / non è cibo per gatti / se tu
fossi più furbo / verresti all’ora dei pasti / quando la carne abbonda / non
puoi mangiare i manoscritti né il Confucio / e neppure la Bibbia / fuori da
questa scatola di lardo / timbrata W, 11 o o 9 o / che mi fa da guardaroba». E
ancora, Pound benedice il vento che «sa di mare» e lo «toglie all’inferno, alla
fossa / alla polvere e alla luce accecante».
Nei Pisani Pound è la «formica solitaria da un formicaio distrutto» e «dalle
rovine dell’Europa» si chiede se rivedrà «le antiche strade», inoltre riavvolge
il nastro della memoria fino al giorno in cui lasciò l’America per l’Europa con
80 dollari in tasca e il sogno di diventare poeta. Nel suo “diario di un dolore”
dietro i reticolati scriverà alcuni dei più toccanti versi del Novecento, tra
cui quelli indimenticabili del Canto 81: «Quello che veramente ami rimane, / il
resto è scorie / Quello che veramente ami non ti sarà strappato / Quello che
veramente ami è la tua vera eredità».
Il primo traduttore dei Pisani fu Alfredo Rizzardi che compendiò bene i motivi
portanti dell’opera:
> “Nei Canti pisani la fantasia scopre la memoria, e il suo calore non è più
> fuoco fatuo, ma giunge a bruciare. Costante in ogni pagina è la scoperta della
> propria vita passata, per cui le figure evocate nel cerchio infiammato della
> propria vita passata paiono ancora più reali, più vive di quelle sbiadite, che
> lo circondano. Amici. Compagni di giovinezza, figure care: evocate dalla terra
> dei morti quasi il Poeta vi avesse posato il piede e a essi parlasse”3.
*
I Drafts and Fragments
Se i Pisani sono felicemente noti, non si può dire lo stesso per l’ultimo
tassello del grande poema incompiuto (o “infinito” secondo la suggestione della
figlia Mary) dei Cantos. Quei Drafts and Fragments che in Italia conosciamo in
tre edizioni: Scheiwiller (1973, a cura di Mary de Rachewiltz), Guanda (1981, a
cura di Carlo Alberto Corsi e Michelangelo Coviello) e quella del ‘Meridiano’
Mondadori preparato sempre da Mary de Rachewiltz nel 1985 per il centenario
della nascita di Pound.
Questi ultimi frammenti sono di una bellezza lacerante. Schegge purissime.
Bagliori carichi di pietasche segnano il tempo di un uomo al tramonto della
vita. Di un uomo che aveva scontato senza processo tredici anni di manicomio
criminale a Washington e che, una volta tornato in Italia, correva l’estate del
1958, sognava di dare un “Paradiso” al suo poema. La realtà fu ben diversa,
senz’altro più cruda.
Gli anni del “ritorno” non furono facili. Pound era invecchiato, era stato
privato della personalità giuridica e affidato alla moglie Dorothy, nominata suo
tutore legale, da tanti era considerato un “nemico” dal passato ingombrante,
sentiva la mancanza di troppi amici. Eppure, in quel tempo difficile, iniziò gli
appunti per l’ultimo tratto del suo lungo viaggio. Iniziò a scrivere a
Brunnenburg, il castello di Mary e Boris de Rachewiltz a Tirolo, pochi
chilometri sopra Merano, cercando di combattere i demoni che di volta in volta
lo tentavano: i rigori del clima, l’isolamento del luogo, la solitudine, lo
spaesamento e persino la gelosia delle donne intorno a lui, come avrebbe
annotato nel Canto 113. Per il poeta Brunnenburg sarebbe dovuta essere la
personale Ezuversity dove accogliere discepoli e amici e continuare a scrivere
(come aveva fatto negli anni di reclusione in cui aveva lavorato alle
sezioni Rock Drill e Thrones dei Cantos). Invece iniziò il sofferto periodo
del tempus tacendi. Resta magnifico il ritratto di Grazia Livi
per Epoca tracciato a cinque anni di distanza dal rientro in Italia:
> “La prima cosa che colpisce, in Ezra Pound, è la sua genialità ormai vinta e
> naufragante oltre gli illusori confini del mondo. È ancora diritto e solenne
> d’aspetto, con la faccia asciutta ornata da una bianca barbetta appuntita, le
> mani magre e agili, il gesto da gentiluomo che subito si alza in piedi e offre
> la sua poltrona, ma nello stesso tempo si ha la chiara impressione che egli
> non appartenga più a sé stesso e che tutti gli elementi della sua persona
> siano coordinati fra di loro in maniera puramente fisica, funzionale. L’occhio
> è come vitreo e contempla le facce, gli oggetti con una fissità dolorante; la
> voce emerge a fatica dal torace stanco a comporre lentissime frasi meditanti;
> i piedi immobili sul tappeto, sono calzati di pantofole. Non c’è un libro,
> attorno a lui, che testimoni della sua gloria trascorsa: solo un’edizione
> parigina dei primi sedici Cantos, pubblicata nel 1925 […]. Questo, infatti, è
> Ezra Pound al giorno d’oggi: non un uomo ma un simbolo, che mantiene rapporti
> soltanto formali con la vita; non un personaggio, ma una presenza che guarda
> alle vicende di questo mondo con animo già liberato, già lontano, già
> naufragante nella tragica e illuminata saggezza che precede la fine”4.
Il Centro Apice dell’Università degli Studi di Milano è una miniera di
informazioni per gli amanti di Pound, in primis perché custodisce l’archivio
Scheiwiller, l’intrepido editore che sostenne sempre il poeta americano,
pubblicando nel 1955, tra l’altro, in anteprima mondiale, Section: Rock-Drill
85-95 de los cantares.
Nell’archivio è custodita un’interessante lettera di Ugo Dadone (1886-1963),
amico di Boris e poliedrica figura di giornalista, viaggiatore e “agente
segreto”, che ospitò Pound a Roma nel 1961. Dadone raccontava con preoccupazione
a Scheiwiller le difficilissime condizioni del poeta. A suo dire, Pound si
sentiva in colpa per aver combinato “guai” a Brunnenburg, era depresso perché
non aveva più amici, il suo conto in banca era in passivo e non voleva più
pubblicare perché non sarebbe stato comunque pagato; infine, non si sentiva in
grado di fare nulla di buono perché non aveva più idee da svolgere.
Era il Pound che l’anno prima aveva scritto a Eliot (15 aprile 1960) dicendo che
si sentiva seduto sulle proprie “rovine”: a tale missiva l’autore di The Waste
Land rispose con un telegramma: «Tu sei il più grande poeta di sempre. E io devo
tutto a te».
*
L’iter della pubblicazione degli ultimi Cantos
In questo contesto delicato iniziò l’iter che avrebbe rocambolescamente portato
alla pubblicazione dei meravigliosi Drafts and Fragments. La figlia Mary parlò
di «un crepuscolo con tenerezza e rimpianto e un’affermazione della propria
innocenza», mentre Massimo Bacigalupo nel suo indispensabile L’ultimo Poundparlò
di «una nuova, sofferta, temperie psicologica»:
> “Il Poeta che s’era lasciato allegramente alle spalle la pietra miliare del
> Canto 100 senza quasi farci caso e che emerge indenne, “aloof”, cinquanta
> pagine innanzi dalle “onde scure” che hanno più d’una volta minacciato di
> sommergerlo, sente ora che la sua poesia – e la sua vita – ha i giorni
> contati, che il “nemico” – non più l’ossessivo “they” ma l’oscurità, la morte,
> e anche un mondo di cultura dal quale egli è escluso – sta guadagnando terreno
> da tutte le parti, al punto di invertire le posizioni mantenute nonostante
> tutto – in quanto conditio sine qua non dello scrivere – sino a ora”.
Nel ricco saggio Hall of Mirrors6 Peter Stoicheff ha ricostruito un periodo di
vicenda della pubblicazione di questi ultimi Cantos, pubblicazione che avvenne
con un Pound riluttante che non si sentiva pronto per l’ultima revisione e che
fin dal 17 ottobre 1959 aveva annotato «la bellezza perduta per mancanza di
energia nella mano che scrive»7.
Tutto nacque dall’intervista che Donald Hall chiese a Pound per la Paris Review,
rivista di cui Hall era allora poetry editor. Si incontrarono per tre giorni a
Roma, in via Poliziano, nel tempo in cui Pound era ospite di Dadone. Pound
voleva essere pagato per l’intervista e in risposta si sentì dire che si sarebbe
potuto fare, ma che l’intervista sarebbe dovuta essere corredata da poesie
inedite. Pound propose gli inediti Versi prosaici e alcune lettere inedite a
Basil Bunting, ma la proposta venne respinta; la rivista rilanciò per avere
un’anteprima di nuovi Cantos. Pound mandò le bozze di sette Canti acconsentendo
poi alla pubblicazione dei Canti 115 e 116. Quando James Laughlin, lo storico
editore di Pound con le sue New Directions, vide il materiale, scrisse al poeta
che aveva letto qualcosa di veramente meraviglioso, erano versi semplicemente
«magnifici». Non fu però Laughlin a pubblicare l’ultimo tassello dei Cantos. Fu
“bruciato” nel 1967 dall’edizione pirata di Fuck You Press (un nome un
programma…) di Ed Sanders, che aveva avuto il materiale “incandescente” da Tom
Clark, un ragazzo che stava preparando una tesi sulla struttura dei Cantos e che
a sua volta aveva ricevuto i dattiloscritti da Hall. La Fuck Press stampò (o
disse di aver stampato…) 300 copie dei Drafts and Fragments che andarono subito
a ruba. Per Laughlin si trattò di un’edizione disgustosa, ma fu il volano perché
New Directions desse il via all’edizione autorizzata che noi conosciamo. Una
curiosità: c’è stato anche uno studioso come Joshua Kotin che si è messo sulle
tracce delle 300 copie per cercare di “mapparle” (finora è riuscito a
rintracciare il destino di 152 esemplari)8.
Una nota a margine. L’intervista di Pound con Hall fu pubblicata nel
prezioso Per conoscere Pound9 e offre molti spunti sugli ultimi pensieri del
poeta. Pound ricordava come un poeta dovesse avere «una curiosità continua»,
come l’artista «dovesse continuare a muoversi». Non dissimile il suo consiglio
per i giovani. A suo parere andavano incoraggiati a “migliorare la loro
curiosità” senza fingere,
> “ma ciò non basta. La pura registrazione del mal di pancia, il solo svuotare
> il cestino non basta. Infatti la coppa di ponce degli studenti dell’Università
> di Pennsylvania aveva come motto: «Qualsiasi cretino può essere spontaneo»”.
Nel corso della conversazione Pound ammetteva le sue difficoltà a concludere
i Cantos con un paradiso:
> “È difficile scrivere il paradiso quando tutti i segni superficiali dicono
> che dovresti scrivere un’apocalisse. È più facile trovare abitanti per
> l’inferno o anche per il purgatorio. Sto cercando di riunire e fissare i più
> alti voli della mente…”
*
La verità sta nella tenerezza
Pur con queste drammatiche premesse, gli ultimi frammenti di Pound restano tra i
momenti più alti della sua poesia. Sono l’esame di coscienza di un grande
dolente all’epilogo della vita. Sono le illuminazioni piene di tenerezza di un
uomo che ha inseguito l’arte (rinnovandola) in ogni istante della sua vita. Che
ha visto da vicino la bellezza, la morte e la disperazione. È un poeta in cerca
di «una quieta dimora», di «un amato e quieto paradiso» e che, come scrive
nel Canto 110, riesce a vedere con occhi di «corallo o turchese». È una
scrittura difficile, ma allo stesso tempo carica di accensioni ed epifanie.
Ritornano i luoghi cari, dalla Liguria a Venezia, gli affetti, gli eletti da
inserire nel paradiso (Mozart, Agassiz e Linneo), i versi perfetti segnati dalla
lunga confidenza con l’Estremo Oriente: «Il mare oltre i tetti, ma sempre mare e
promontorio. / E in ogni donna, pur fra l’acredine c’è una tenerezza, / Una luce
azzurra sotto le stelle».
È un poeta che, come tutti i grandi poeti, dona sentenze memorabili che
racchiudono un mondo: «La verità sta nella tenerezza». Ritorna il tema
dell’umiltà, così presente nei Pisani, perché è «un uomo che cerca il bene, / e
fa il male», ed è consapevole che «la bellezza non sta nella pazzia / Anche se
cocci ed errori miei mi circondano. / E non sono un semidio, / Non riesco a
dargli un nesso. / Se in casa l’amore manca, manca tutto».
E, ancora, «Ammettere l’errore e tenere al giusto: / Carità talvolta io l’ebbi,
/ non riesco a farla fluire. / Un po’ di luce, come un barlume / ci riconduca
allo splendore ora».
Un poeta della sensibilità di Giovanni Raboni colse al volo la grandezza di
questi frammenti. Nell’introduzione alla bellissima edizione Guanda preparò una
memorabile pagina di accompagnamento, in cui tra l’altro affermava:
> “Col passare del tempo, la grandezza della poesia di Pound mi appare sempre
> più evidente, solitaria e indimostrabile. A volte ho l’impressione di trovarmi
> solo a contemplarla, e mi prende il timore che, a chi me ne chiedesse conto,
> non saprei rispondere che con un gesto di rinuncia o una parola di sgomento.
> Altre volte, è come se questa grandezza mi fosse stata rivelata in sogno, e il
> suo segreto, la sua prova scomparissero, si dissolvessero ogni mattina con
> l’avvento della luce… […] Ma ecco, intanto, una buona occasione per rileggere,
> e ripensare, Pound: questi stupendi Drafts & Fragments, che… hanno il grande
> merito o vantaggio di mostrarci un Pound anche praticamente in bilico e
> tensione fra “poema” e “frammento”, fra la drammatica, impossibile ricerca
> dell’unità e della compiutezza e l’esaltante vitalità della dispersione,
> dell’esplosione, del molteplice. Insomma, un Pound ancora più fortemente e
> visibilmente “potenziale” – sino al puro abbozzo, al puro appunto stenografico
> –, ancora più vicino del solito a quello stato di energia pura, non incarnata
> né incarnabile una volta per tutte, che costituisce la verità più profonda (il
> segno – il sogno – più vero) della sua grandezza”.
Il parere di Raboni si accorda perfettamente a quanto scrisse Ford Madox Ford
per l’opuscolo che accompagnò la pubblicazione americana di XXX Cantos nel
1933:
> “La prima parola da dire sui Cantos è bellezza. E l’ultima sarà bellezza. La
> loro straordinaria incomparabile bellezza. Formano una storia del mondo senza
> eguali vista da queste coste che sono la culla della nostra civiltà… E una
> sola cosa è necessaria alla nostra società più della Storia. Ed è che ci sia
> da qualche parte un’opera d’arte o qualcuno che produce un’opera d’arte che
> ogni volta che la visiti susciterà infallibilmente in te delle emozioni.
> Questo è quanto fanno i Cantos”.
E per avere la misura di questa tersa grandezza forse non c’è modo migliore che
riportare alcuni luminosi frammenti della versione finale dei Cantos scelta da
Mary de Rachewiltz:
“Ho provato a scrivere il Paradiso
non ti muovere,
lascia parlare il vento
così è Paradiso
Lascia che gli Dei perdonino quel che
ho costruito
Chi ho amato cerchi di perdonare
quello che ho costruito
[…]
Uomini siate non distruttori”.
Alessandro Rivali
1 Sulla vicenda si veda il recente Luca Gallesi, Ezra Pound a Pisa – Un poeta in
prigione, Ares, Milano 2024. Per un inquadramento a tutto tondo degli ultimi
anni di Pound: A. David Moody, Ezra Pound: poet, vol. III, The Tragic Years
1939-1972, Oxford University Press, Oxford 2015.
2 New Directions, New York 2003.
3 A. Rizzardi, La maschera e la poesia in Ezra Pound, in Canti Pisani di Ezra
Pound, Guanda, Parma 1953, p. XXIII.
4 G. Livi, “Vi parla Ezra Pound: Io so di non sapere nulla”, intervista con Ezra
Pound, Epoca, n. 652, 24 marzo 1963, pp. 90-93.
5 M. Bacigalupo, L’ultimo Pound, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1981, p.
525.
6 P. Stoicheff, The Hall of Mirrors: “Drafts & Fragments” and the End of Ezra
Pound’s “Cantos”, University of Michigan Press, Michigan 1995.
7 Commento a Stesure e frammenti dei Cantos CX-CXVII, in E. Pound, I Cantos, a
cura di Mary de Rachewiltz, Meridiani Mondadori, Milano 1985, p. 1629.
8 Sulla vicenda, l’articolo dello stesso J. Kotin “The Fuck You Press Cantos: A
Census”, realitystudio.org/bibliographic-bunker/fuck-you-press-archive/the-fuck-you-press-cantos-a-census/
9 A cura di Mary de Rachewiltz, con un saggio introduttivo di M.L. Ardizzone,
Mondadori, Milano 1989.
L'articolo “La verità sta nella tenerezza”. Gli ultimi Cantos: il testamento di
Ezra Pound proviene da Pangea.
Gli editori hanno avuto un’indubbia influenza sulla mia vita, in un modo o
nell’altro. A Milano, molti anni fa – e sono davvero molti – mi ritrovai a cena
con due amici e un alto funzionario della narrativa Mondadori. Questi amici che
intendo ricordare erano lo storico del cristianesimo Remo Cacitti e l’editore
Mario Guaraldi. L’uso dell’imperfetto è d’obbligo, poiché Remo è passato dal
tempo all’eterno il 3 marzo 2023, Mario ha intrapreso lo stesso viaggio lo
scorso 2 febbraio.
A quella sorta di convivio pensavo lo scorso 2 febbraio viaggiando verso Rimini,
dove il più lungimirante editore che io abbia conosciuto, Mario Guaraldi, stava
morendo. Di lui scrisse allora Davide Brullo qui su Pangea. Non mi soffermerò
quindi su ciò che è già stato scritto, e “con miglior plettro”. Ricorderò solo
qualcosa di quell’episodio dove Remo e Mario si incontrarono per la prima ed
ultima volta, poiché in seguito non ci sarebbe stata un’altra occasione.
Quella sera io avevo letteralmente le ore contate, nel senso che dovevo fare
rientro da una certa licenza (niente affatto poetica!) entro la mezzanotte, come
Cenerentolo, poiché a quell’ora finiva l’incantesimo della libertà. Si parlò di
molte cose, ed io, come al solito, più che alto rimasi ad ascoltare. Ma ad un
certo punto si fece il nome di Tolstoj, e qui trovai la forza di vincere la
timidezza. Parlai di Guerra e Pace, che avevo letto e riletto, in vari momenti
della mia vita, persino in francese e in inglese (conservo le edizioni Gallimard
e Collins), non avendo potuto leggerlo in originale. E, in particolare, mi venne
in mente e parlai di quelle che stimo alcune tra le più ispirate pagine della
letteratura universale: quelle della morte del principe Andrej. Pagine che –
chiunque le abbia lette – difficilmente può dimenticare. Ricordate, lettori?
Ferito nella battaglia di Borodino, il principe Andrej Bolkonskij viene
trasportato via da Mosca e una notte, in una isba, mentre la sua amata e
ritrovata Natascia lo veglia al lume di candela, in apparenza concentrata a far
la calza, egli si assopisce e sogna. Sogna una “cosa” che vuole entrare nella
stanza, e lui che la teme, però si sente impotente di fronte ad essa. Scende
giù dal letto e striscia sino alla porta e cerca di impedirglielo. Ma “quella
cosa” sembra onnipotente mentre l’energia vitale del principe Andrej è al
lumicino. Così la porta cede alla forza e “quella cosa” entra nella stanza e si
disvela: è la morte. Ma in quello stesso istante, il principe Andrej apre gli
occhi e intuisce che la morte è un risveglio.
Voglia Dio che lo stesso sia accaduto alle anime generose di Remo e Mario.
Ricordo che quella sera milanese l’editore Guaraldi sfogliava un post-libro che
aveva pubblicato col titolo Due viaggi di Ulisse. Conteneva un mio breve
racconto seguito dalle due versioni del viaggio: Pound che omaggia Dante col
XXVI canto dell’Inferno, dopodiché questi gli recita la versione contenuta
nei Cantos. Mario aveva voluto dedicare questo reciproco riconoscimento poetico,
non solo immaginario, alla figlia di Pound:
> “Si ringrazia Mary de Rachewiltz per essere stata al gioco di questo ideale
> dialogo fra Dante e Pound”.
L’alto funzionario intanto sembrava sorpreso (glielo leggevo nello sguardo) che
uno con la mia storia, un “ex combattente e reduce” della sinistra più
guerrigliera e sinistrata, potesse provare empatia per uno scrittore che – di
certo a sua insaputa (!) – era diventato l’icona dei buzzurri di Casa Pound.
Mario mi liberò dall’imbarazzo dicendo che io i Cantos li avevo letti e
apprezzati per davvero e che Mary de Rachewiltz non vedeva l’ora di liberare il
nome del padre incatenato in quella casa di tortura. (A tal fine, anni dopo Mary
de Rachewiltz avrebbe intentato persino una causa legale.) Remo Cacitti
intervenne ricordando un memorabile incontro che Pier Paolo Pasolini aveva avuto
nel 1968 a Venezia col grande vecchio e poeta maledetto.
Qui concludo il mio breve ricordo di quel convivio con i miei amici con poche
righe tratte dai Due viaggi di Ulisse.
> “Quando lo spirito di Ezra Pound dalla bella Venezia giunse al Limbo, qualcuno
> in cielo sentì una fitta all’anima. Era il suo pupillo T. S. Eliot, che in
> vita mortale gli aveva dedicato il poema La Terra Desolata: ‘Al miglior
> fabbro!’ Allora costui si alzò dal suo posto nella Rosa paradisiaca e si mise
> a girare tra gli altri beati con una petizione il favore dell’antico maestro.
>
> Anche Dante era pronto a firmare. Ma quando T. S. Eliot gli fu davanti rimase
> con la penna d’angelo sospesa in un dubbio, o forse era soltanto il desiderio
> di conoscere l’autore dei Cantos di Babele, prima di firmare per la salvezza
> della sua anima. Così decise e così si accinse a fare, dopo aver pregato
> l’Autore della vita affinché gli permettesse di lasciare il suo scranno per
> ritornare un poco nel Limbo dei sospiri. Poi che gli fu concesso, già esperto
> della strada in breve si ritrovò fra le tenebre dell’Inferno, nel primo
> cerchio: vide subito la ‘ghianda di luce’ dov’erano gli spiriti magni. Pound
> si aggirava nel settore orientale come Alice nel Paese delle meraviglie, a
> fare la conoscenza dei ricchi di scienza e arte…”
Enzo Fontana
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Pound) proviene da Pangea.