Eccoci qui, ancora soli. Queste parole, con cui Céline apriva il suo romanzo più
intimo e sofferto, riempiono l’ideale esergo di ogni fotografia di ritratto. Ci
guardiamo in queste foto come in strani specchi, incuriositi da un’immagine che,
pur appartenendoci, sembra sempre un po’ troppo estranea. Il volto si staglia
nella fotografia, intorno non c’è rumore e lì, inappellabili, restiamo soli con
noi stessi. Con indifferenza o curiosità, oppure non senza una certa amarezza,
ci rendiamo conto di come, nonostante tutto, siamo ancora soli.
*
Guardarsi nelle proprie fotografie può essere un’esperienza spaesante e
malinconica. Le righe che seguono costituiscono un commentario a due foto che mi
ritraggono e, soprattutto, alla produzione dei fotografi che le hanno scattate.
Sono ritratti contingenti, frutto di assolute accidentalità. Mai cercati e mai
voluti, eppure, poi, accettati senza riserve, apprezzati come ineludibili
attestazioni di me. Divertente l’episodio in cui Ray Banhoff scattò la
fotografia: era la prima volta che lo incontravo, una mattina in uno squallido
bar di periferia nei pressi del casello di Chiesina Uzzanese – uno di quei
luoghi che lui ama tanto (li amo anche io). Mentre ci scambiavamo parole di
circostanza Banhoff si interruppe bruscamente. Fattomi cenno di aspettare, tornò
dall’auto con la macchina fotografica e mi immortalò davanti a un androgino
bersaglio per freccette. Con Gianluca Vitelli fu diverso. La sua foto giunse al
termine di una preziosissima estate del 2019, in un verde prato fiorentino,
all’imbrunire. La sua foto sigilla un’amicizia che vale un tesoro. Un
commentario dunque: un commentario personalissimo e piuttosto incongruo (ma, del
resto, potrebbe essere altrimenti?).
G. Vitelli, Ritratto di anziana signora ricoverata presso un centro per disturbi
cognitivi e demenze di Toronto, 2013. Courtesy: Gianluca Vitelli
Nelle fotografie la nostra immagine è mediata dal modo in cui il fotografo ci
vede: da come egli pensa che siamo, oppure da come egli vuole che siamo. Ci
vediamo attraverso di loro, osservando il prodotto della loro sensibilità che, a
sua volta, riflette la nostra più o meno consapevole forza di azione sull’altro.
Se non fosse già abbastanza, ci sarebbe anche da considerare la parte di mistero
che attiene allo strumento. Esso, nel suo imponderabile inconscio macchinale, ha
delle ragioni che non possiamo comprendere. Prima di continuare un’avvertenza:
sarebbe facile pensare a queste righe, con cui un autore commenta le foto di cui
è ritratto, come a un esercizio di narcisismo. Il narcisismo, almeno qui, non
c’entra: Montaigne lo indicava limpidamente scrivendo che l’uomo che conosceva
meglio era sé stesso e, pertanto, di sé stesso si sarebbe spesso occupato. In un
perverso classico del post-strutturalismo francese si legge che non serve
arrivare al punto in cui non si deve più dire “io”, ma bisogna raggiungere
quello spazio in cui non ha più nessuna importanza dire o non dire “io”. A volte
questo sì che sarebbe il massimo.
*
Dei due ritratti, quello scattato da Gianluca Vitelli è il più datato anche se,
in fondo, non si tratta che di pochi anni. Il cambiamento fisico non riflette
che una minima parte di quello interiore occorso dal giorno della fotografia a
oggi. Vitelli è un fotografo sensibile e raffinatissimo che nel 2013, appena
diciottenne, presentò un servizio su un gruppo di pazienti malati di
Alzheimer. Sono foto meravigliose di cui nel genere non si trova l’eguale:
un’anziana signora, una delle pazienti ritratte, ci guarda rigorosa e profonda,
in tutta l’irriducibile dignità del suo essere donna. Su questa autorevolezza la
malattia non può niente. Nel volto di un uomo, invece, ci commuove uno sguardo
ingenuo e vago, e nasce il sospetto che lì ci sia una quiete che la condizione
di normalità preclude.
G. Vitelli, Panoramica realizzata per Ellen Allien al Galactica Festival di
Bologna, 2019. Courtesy: Gianluca Vitelli
Quando Vitelli fotografa la città la rende tenera o spietata, felice o
malinconica, luminosa od oscura – sempre silenziosa, però. Talvolta ce ne
presenta il lato più autentico: un’essenza urbana pura, lo spirito di cosa una
città dovrebbe essere se non fosse quello che è costretta a diventare. In queste
fotografie Vitelli prende il mistero celato nella quotidianità più spontanea,
dove le persone immortalate hanno il fascino di magnetici divi dello schermo (è
sempre così per chi sa guardare veramente). Talaltra, invece, la città diventa
un luogo affascinante e lievemente sinistro: è l’altra faccia della realtà
urbana, quando cala il buio e le strade si popolano di spettri. In queste
fotografie il tempo è sospeso e non è difficile ritrovare l’atmosfera della
pittura di Hopper. Negli scatti ai grandi eventi musicali, invece, Vitelli
restituisce un mondo fantasmagorico e febbrile dove effetti di luce, giochi di
fumo e scenografie tecno-barocche creano un futuro capriccioso e ipnotico. Qui,
dove saremmo portati a credere che essa fosse più trattenuta, la fantasia del
fotografo esplode, immortalando mondi impossibili di luce e di
sogno. Diversamente dal caso di Banhoff, con Vitelli ci conosciamo profondamente
e siamo uniti da un’amicizia che dura da circa venticinque anni. Anche in forza
di questo legame non è un caso che nella sua foto mi riconosca come poche altre
volte mi è capitato. Nel ritratto di Vitelli mi vedo giovane e soddisfatto. Non
indosso gli occhiali: gli occhiali ti separano dal mondo, ti costringono a
guardare tutto da un oblò e finisci per sentirti un po’ più solo. La foto di
Vitelli mi fa pensare che sarebbe bello essere giovani per sempre.
G. Vitelli, Ritratto di bimba a Cascia, 2015. Courtesy: Gianluca Vitelli
*
Per quanto la parola possa oggi sembrare insignificante, Ray Banhoff è un vero
artista. Lo è in un senso concettuale per cui di artistico, più che le foto in
sé, è l’operazione che lui fa con i suoi scatti. Banhoff si interessa al
margine, a ciò che è periferico. Luogo di provincia o grande città, è
consapevole che, prima di un dato meramente territoriale, la periferia è una
condizione dello spirito. In un certo senso la sua è un’operazione di recupero:
il tentativo di far resistere ciò che è minimo, bizzarro, anacronistico,
inclassificabile e inassimilabile. Dare magistero a ciò che la società esclude,
relega ai margini e rifiuta; oppure a ciò che fagocita e, vergognandosene, tenta
di nascondere. Si tratta di un’operazione epidermica, condotta senza retorica o
compiacimenti nostalgici. Inoltre, pur riconoscendo quanto l’estetica dei
Novanta lo abbia segnato, gli faremmo un torto a considerarlo perso in uno
sguardo esclusivamente retrò e predigitale. Banhoff è perfettamente ricettivo
rispetto alla cultura pop più contemporanea. Capisce il presente come pochi
altri e, perciò, talvolta lo rifiuta disgustato.
Per uno strano transfert Banhoff diventa egli stesso il perfetto soggetto di una
foto alla Banhoff. Del resto, anche fisicamente è un po’ un’opera d’arte, con
quell’assurda Facies Christi che si ritrova e di cui è perfettamente
consapevole, tanto che in un suo progetto sui sosia si è ritratto come doppio di
Gesù. Di vero artista, oltre al talento, ha anche la personalità: mercuriale,
egocentrico, eccentrico per snobismo e snob per eccentrismo, irresistibile e
insopportabile. Insopportabile: come quando a Cremona, interrompendomi
continuamente, ha impedito la mia relazione su Spengler, mancando di rispetto a
me, a Spengler, e alla memoria di mio nonno Guido che negli anni Trenta si
laureò con una tesi sul Tramonto dell’Occidente.
Ray Banhoff, DJ Franchino con canino, 2020. Courtesy: Ray Banhoff
Le sue foto sono importanti per la vita che custodiscono. In ogni suo ritratto
il miracolo dell’uomo, nelle sue bassezze e nelle sue ferite, ma anche nella sua
impensabile e assurda unicità. Dietro a ogni foto un pezzo di quell’anima
incompresa, commossa, consumata, derisa, ma sempre grandiosa, grandiosa e
definitiva come soltanto l’anima dell’uomo può essere. Banhoff ha ritratto molte
celebrità. Celebrità di un tipo particolare però e, anche in questo caso, si è
spesso rivolto alla periferia del mondo dello spettacolo, con i suoi freaks più
discussi e vilipesi. Lo scatto a Fabrizio Corona è kitsch fino al sublime, in un
ribaltamento per cui la volgarità viene trasfigurata. Corona, a petto nudo e con
l’espressione di una carpa giapponese, si punta, languido, un cafonissimo
pugnale alla gola. Il fotoritratto di Franchino è commovente, con il vecchio
vocalist, fragile e remoto, con la faccia malsanamente scavata e il suo amato
cagnolino in braccio. Dietro si intravedono cuffie e consolle, i ferri del
mestiere. Morgan, invece, lascia che la sigaretta che tiene in mano si consumi
lentamente, e ci guarda con due occhi come quarzi marroni, occhi buoni e
vagamente tristi. Ma Banhoff non si interessa solo a personalità ampiamente
riconosciute, e il meglio lo dà quando sceglie i suoi soggetti tra la gente
comune, come nel progetto sui sosia dei divi dello spettacolo, stanati in
improbabili locali di frontiera o in paesini sperduti nella Toscana più
squallida. Sono sosia speciali che, come precisa Banhoff, devono incarnare il
loro archetipo e non semplicemente somigliarci. Ma è sbagliato parlare di gente
comune: i modelli di Banhoff mostrano sempre una loro bizzarria, una fascinosa
singolarità, e di comune non hanno niente. Sono vip al contrario: sovrani senza
regni, divi in un mondo che non possiamo capire.
Banhoff sa benissimo che, come scrive il suo amato Bukowski, «il miglior
spettacolo sono le persone e non devi neanche pagare il biglietto». Per molti
aspetti la sua ricerca potrebbe essere avvicinata a quella di Juergen Teller, ma
con un senso di verità nettamente più profondo, una verità che non lascia
scampo. Compiaciuto di essere stato scelto, vengo alla mia fotografia dove,
suscitando lo sguardo spiritato, alzando il colletto della camicia e
costringendomi a una tensione particolare, Banhoff mi ha nietzschianamente
costretto a diventare ciò che sono, estraendo una componente aggressiva ed
elettrica. Il bersaglio alle spalle mi fa martire e carnefice. Qui mi vedo
pronto all’annientamento; risoluto fino allo schianto, con l’amaro nodo in gola
che precede il silenzio.
Ray Banhoff, Cacciatore con fucile Browning, 2015. Courtesy: Ray Banhoff
*
Non c’è due senza tre, e qualche giorno fa un terzo ritratto fotografico si è
aggiunto agli altri. È ancora presto per parlarne, e ancora devo capirlo. Ha
scattato Marco Onofri, un grande fotografo di ritratti. Ha fatto leva sulla mia
naturale vanità, lusingandomi con un’offerta che sarebbe stato sciocco
rifiutare: si è detto incuriosito dal mio collo molto lungo, cosa di cui non mi
ero mai accorto prima. E poi alcuni suoi ritratti fotografici appesi alla parete
erano troppo belli per sprecare un’occasione simile. Un grande fotografo come
lui è capace di far brillare qualsiasi soggetto.
Se la fotografia di Vitelli potrebbe rappresentare uno stadio di tesi, quella di
Banhoff, nella contrazione dell’istante prima di un’esplosione, ne sarebbe
l’antitesi. La fotografia di Onofri, almeno per ora, sarebbe la sintesi tra le
due fasi, nella determinazione di una maturità raggiunta e precaria.
Antonio Soldi
*In copertina: Ray Banhoff, “Antonio Soldi come bersaglio umano”, 2024.
Courtesy: Ray Banhoff
L'articolo Eccoci qui, ancora soli. Sul ritratto fotografico, rito violento e
inappellabile proviene da Pangea.