Nel labirinto di Cnosso non si era ancora spenta l’eco del Minotauro. Pareva di
sentire il pianto dei fanciulli d’Atene che ogni anno gli venivano offerti come
tributo. La pioggia ancora non aveva cancellato il loro sangue dalle pietre
quando mi ci trovai prigioniero con mio padre, Dedalo, l’architetto. In questo
modo veniva ripagato il suo ingegno per l’opera voluta da Minosse per nascondere
l’adulterio di Pasifae.
“Non temere, Icaro, il Minotauro è morto” disse mio padre.
“Ma il suo patrigno è anche più feroce!” diss’io trattenendo le lacrime.
“Dormi, dormi, e al risveglio vedrai che avrò trovato il modo di liberarci”
disse ancora. Pregò il dio del sonno che venisse ad accarezzarmi le palpebre.
Sentivo parole, tra il sonno e la veglia, le stesse che mio padre aveva rivolto
al re di Creta:
“Reale giudice, non chiedo clemenza per me, ma imploro giustizia per mio figlio.
La colpa di aver donato il filo ad Arianna è solo mia.”
“Dedalo, per la regina tu costruisti la vacca di legno e per il re il labirinto
di pietra” diceva Minosse. “In queste due opere la colpa compensa il servizio.
Ma ciò che hai fatto per Arianna non te lo perdono. Le hai suggerito il modo per
non perdere Teseo nel labirinto e le hai dato il filo della morte. Con il
tradimento mi hai privato della figlia e di Asterione, il divino bastardo. E ora
mi chiedi di risparmiare il tuo Icaro? Giustizia vuole che si perda con te nel
labirinto.”
Mio padre però non si perse d’animo. Finse di accettare la sentenza, ma intanto
aguzzava l’ingegno. Accarezzava con lo sguardo il volo degli uccelli. Li
disegnava sulle pietre. Contendeva la notte al gufo, sempre preso da sogni
d’evasione. All’aurora lo sentivo imitare il canto dell’usignolo. Un giorno lo
vidi correre come un pazzo e muovere le braccia come ali.
“Icaro” mi disse ansimando, “ce ne andremo volando!”
Mio padre parlò con il re degli uccelli e gli uccelli vennero portando nel becco
penne e piume. Parlò con la regina delle api e le api ci donarono la cera. Con
le sue mani mio padre costruì le ali magiche con cui spiccammo il volo. I
gabbiani gridavano al prodigio e le sentinelle ci guardarono incredule.
Ci vide Minosse dal suo palazzo e invano scagliò l’aguzza lancia invocando su di
noi la maledizione di Febo Apollo. Zefiro gentile ci sospingeva verso Oriente,
dove proprio in quel mentre il dio sorgeva con il suo cocchio alato. Mio padre
disse:
“Icaro, non dobbiamo sfidare il sole perché il calore scioglierebbe la cera e
perderemmo le ali. Ma non dobbiamo nemmeno volare sul filo del mare perché le
ali si potrebbero impregnare e il peso farci precipitare.”
Volammo così tra cielo e mare e isole. Il vento ci portava il brusio delle
lingue di popoli diversi. Mio padre mi indicò un’isola e una vela bianca che se
ne allontanava nell’azzurro.
“Quella è l’isola di Delo” mi disse, “dove Arianna piange Teseo che
l’abbandona.”
Si voltava a guardarmi a ogni battito d’ala, mio padre, come l’aquila verso il
suo aquilotto. Ancora non so dire cosa mi prese, ma immaginai d’essere nato con
le ali, il becco che rompeva il guscio, il nido in cima a un altro mondo, il
primo volo. Il sangue mi danzava nelle vene e le ali tremavano irrequiete. E
quando fummo su quel mare che avrebbero chiamato Icario, sentii il richiamo
dell’infinito. Non erano parole, ma come una corrente irresistibile che mi
trascinava verso l’alto. Le mie ali erano vele che non si potevano ammainare.
Mio padre gridò e pianse, mentre l’azzurro mi rapiva. Mi avvicinavo al carro del
sole. Splendeva l’elmo d’oro del divino auriga e i cavalli alati schiumavano
fuoco. Presto fui tanto vicino da poterli sfiorare. Allora Febo Apollo mi porse
una coppa di vino ribollente e disse:
“Liba agli dèi immortali!”
Bevvi tutto d’un fiato e il fuoco mi consumò dall’interno. La cera mi colava
sulla pelle e le penne volavano via come farfalle. Ma mentre il corpo
precipitava, l’anima mia saliva sempre più in alto. Così, dall’alto, continuai a
vedere la corsa del dio sino all’ora del tramonto. Lo vidi coricarsi in una
grande coppa con le ali, il suo giaciglio d’oro. Lo vidi cullato dall’onda della
notte che lo trasportava verso il giardino delle Esperidi, verso la terra degli
Etiopi. Aurora lo aspettava con il carro e i cavalli frementi. Una voce mi
richiamò dalle mie visioni:
“Andiamo, Icaro.”
Era mio padre. Così mi risvegliai nel labirinto di Cnosso, coperto di brina e
con le ali.
Enzo Fontana
*In copertina: Antoon van Dyck, Dedalo e Icaro, 1615 ca.
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