Roma mia, non morirò più (La Nave di Teseo) di Aurelio Picca non è un semplice
romanzo ma l’autobiografia carnale e celestiale della Capitale. Un coro di voci,
un referto visionario e ruvido dell’Urbe, dei suoi spettri, della plebe antica e
dei nuovi popoli degli abissi che la attraversano; e soprattutto dei mondi che
ancora la distinguono, alludendo al suo segreto.
Terzo capitolo della sua trilogia capitolina, dopo Arsenale di Roma
distrutta e Il più grande criminale di Roma è stato amico mio, con questo libro
Picca, tra gli scrittori italiani più intensi e ancestrali, porta il lettore in
un corpo a corpo con i mille volti della città in un viaggio per “cartoline”,
che va dalle catacombe agli incontri con Amelia Rosselli e Mario Schifano, dalle
erbacce che divorano i monumenti ai riti e miti del suo passato divo e
originario.
Un Atlante, un bestiario e allo stesso tempo un safari urbano – o meglio un
pellegrinaggio frazeriano – nel Cuore di Tenebra di Roma.
Lo stile di Picca, si muove tra questi ‘regni’ alternando pagine verticali,
sacrali, quasi oracolari, a capitoli orizzontali che ricordano la cronaca
trecentesca di Cola di Rienzo e la crudele magnificenza dei sonetti del Belli.
Offrendo al lettore l’affresco balzacchiano, la confessione epistolare di una
città insieme inaccessibile e opulenta, carnale e mutevole, che solo l’autore sa
scorgere e rivelare in tutta la sua grazie maledetta. Per meglio conoscere
quest’opera abbiamo intervistato l’autore all’ultimo piano della torre della sua
Velletri.
Partirei dall’inizio. Perché Roma mia, non morirà più? Come nasce questo libro?
Il titolo mi abita da circa vent’anni. In origine doveva essere il nome di un
poema dedicato a Roma. Mi ronzava in testa l’idea di un’opera civile sulla
Capitale come lo era stata a livello nazionale L’Italia è morta, io sono
l’Italia, e questa formula è rimasta lì, sedimentata. A un certo punto mi è
parso giusto, oltre che bello, consegnarla a questo libro. Anche perché il
titolo contiene una sfumatura che ne racchiude il senso.
Cioè?
Non è “non morirò mai”, è “non morirò più”. Non è l’eternità dichiarata fin
dall’inizio; è una scoperta, una svolta.
Cosa significa?
“Non morirò mai” presuppone che tu sappia da sempre di essere immortale: quasi
fossi una divinità, una creatura eterna. “Non morirò più”, invece, implica
l’aver conosciuto la morte. È la scoperta di una sopravvivenza e di una
rigenerazione dopo aver attraversato una fine. Quel “più” racconta il viaggio
che ho fatto.
Quando inizia questo viaggio?
Se devo dargli dei confini, comincia venticinque anni fa, all’inizio dei
Duemila. Dal punto di vista della scrittura si chiude, formalmente, l’anno
scorso. In questo quarto di secolo ho ripercorso Roma: nord, sud, est, ovest. Ma
“ripercorrere” vuol dire anche rivedere e ricordare: luoghi, paesaggi urbani e
campestri, quartieri, personaggi. Incontro artisti, certo; ma incontro anche
quelli che erano “plebe”, e adesso sono farmacisti, commessi, bodyguard. Ne
viene fuori un libro costruito per “cartoline”. Ogni titolo è una cartolina,
ogni luogo è una cartolina: serve a rendere la misura del viaggio, e forse anche
a sdrammatizzarla. Questo perché la cartolina è leggera, rapida; eppure è pur
sempre una forma di testimonianza, di ricordo, quasi fosse una cicatrice e un
amuleto.
Perché scegliere una sorta di cronaca di Roma, dei suoi regni perduti e dei suoi
regni nascosti?
Negli anni ho scritto molti “pezzi” destinati a raccontare Roma anche con un
taglio realista, da cronachista. Questo mi ha costretto, ma anche permesso, di
realizzare un doppio livello: da una parte l’energia creativa, il desiderio di
raccogliere la profondità della realtà “a sangue caldo”, come se fosse una
faccenda corporea e condizionata da una fisicità sensitiva, sensoriale,
sensuale; dall’altra un elemento “a sangue freddo”, quasi chirurgico, di
osservazione dei dettagli, di dura descrizione. Non solo dei luoghi, ma delle
cose, delle atmosfere, delle persone. C’è, dietro, una vecchia concezione
realista: non soltanto vedere ciò che gli altri non vedono, ma anche restituire
– con un’angolazione diversa – ciò che tutti vedono.
Quindi una cronaca non giornalistica, ma una storia totale, complessa e ricca di
orizzontalità…
Sì, anche se pure nella storia più “oggettiva” avviene sempre una
trasfigurazione. La parola non coincide mai con ciò che racconta: la cambia,
come un colore cambia un oggetto, trasfigurandola in modo da mostrarne l’essenza
nascosta. Però volevo restituire anche il senso della cronaca: un racconto
continuo, un gettare cartoline una dopo l’altra, con l’illusione – necessaria –
di poter raccontare tutta Roma. Un piccolo manuale simbolico, un condensato che
tenta di raccogliere la città intera tramite la sommatoria delle sue sezioni.
Volevo mostrare, quindi, come si faceva nelle macellerie antiche, “tutti i pezzi
della bestia”: i muscoli, le ossa, il cuore, la testa, i quarti sezionati di
questa città mostrati nella loro visceralità, come se fossero appena stati
estratti da un mattatoio. Quartieri, persone, mezzi di trasporto sono così
condensati una emblematica collezione delle membra di quella creatura che è
Roma.
E dentro questa bestia c’è anche la metamorfosi: la fine della Roma plebea e
l’inizio di una Roma in parte demitizzata, ma ancora piena di segreti. Come
cambia tutto questo?
Non parlo di fine, ma di metamorfosi. Restano cocci, schegge e frantumi
dell’antica plebe, ma non si può più chiamarla così. Nel libro restano punti che
richiamano l’antica plebe, ma via via si vede la trasformazione che essa ha
subito. E c’è l’ostinazione di chi cammina, e vorrebbe ancora riconoscerla: la
cerca sotto corpi in mutazione. Quando scrivo di San Basilio, e vado a vedere il
presepe umano di certi angoli, cerco negli anfratti le vestigia del passaggio
della plebe. Ma lì vedo il cambiamento. Ciò che è perduto e ciò che resta. Se
esiste ancora una plebe, non è più la plebe di Belli o di Pasolini. È un’altra
cosa. E ogni tanto riaffiora il criminale, ma non è più l’animale ferito che
esce dal bosco come Atteone, trasformato in cerbiatto, trafitto dai dardi dei
cacciatori. Ora ha i segni di una città che non è mai diventata davvero
metropoli, è diventata piuttosto una distesa, una entità che cresce per
addizione, senza confini, divorando e allargandosi nel Lazio. Ho voluto perciò
scarnificare questa Roma per andare a vederne l’essenza oltre i travestimenti
contemporanei.
In alcuni passaggi Roma sembra un “cuore di tenebra” urbano. In altri sembra un
arcipelago: isole diversissime con un mito comune. Qual è la sua idea di Roma?
Partirei dicendo che il vecchio schema centro/periferia, Parioli e le borgate,
non esiste più per come lo intendiamo. Oggi il centro si è esteso alla periferia
e la periferia ha invaso il centro. Per questo valgono entrambe le immagini.
Roma conserva qualcosa di arcaico, di anacronistico, perciò appare “esotica”: ti
trovi in periferie che sembrano avere un centro e subito dopo in un seguito del
centro che non è più Roma, non è più niente. È Africa conradiana e sommatoria di
isole sconosciute insieme, ma entrambe chiedono di essere esplorate. E poi,
antropologicamente, Roma non è diventata mai metropoli nonostante i tentativi: i
romani restano aggrappati ai luoghi fondativi, ai loro colli. Alla fine è un
arcipelago sgretolato. Ma dentro quella dilatazione c’è una giungla di
stratificazioni: non tutte hanno raggiunto l’ultima fase evolutiva, molte sono
ancora in trasformazione.
Nel libro compaiono anche figure di una Roma che non c’è più: facchini,
madonnari, categorie scomparse o ridimensionate. È una forma di nostalgia?
No. Non sono nostalgico. Se esiste una nostalgia che posso provare è solo
quella per una nudità primigenia, legata a un’infanzia feroce. Strade più nude,
più abbandonate di adesso. Quando Roma era davvero una città più piccola e
perciò immensa. Roma, invece, oggi si dilata, come fa dal dopoguerra in poi,
fino al Grande Raccordo come confine cementizio, mentre facendo ciò continua a
restringersi. La nostalgia, quindi, semmai, è per quella nudità che sapeva
ancora di fraternità con le proprie radici feroci e animiche, con le parentele
con etruschi, latini e albanesi e tutto quel pulviscolo originario.
Una confidenza con radici feroci e arcaiche.
Si. È una Roma più ventrale, più viscerale. Quando non c’era la fuga “a nord”,
non c’era la deriva verso la Cassia che ne ha mutato la geografia e perciò il
carattere. Era una Roma più animale, più istintiva, segnata da ferocia naturale,
non perversa. La ferocia di oggi è, invece, finta e repressa, e perciò
pornografica. Non mi interessa. A me piace la Roma che si ritrova verso il
proprio confine meridionale, quella che va verso i Castelli, i lidi degli
imperatori, Nettuno e Anzio, che è più istintiva e crudele, in cui esitano
ancora le ombre dei fondatori. Però, ad onore del vero, anche in alcune, poche,
parti settentrionali della città si può trovare questo spirito.
Sono mutati anche i romani: che fine hanno fatto ad esempio i fagottari…
Anche loro sono cambiati: quelli antichi erano pellegrini innamorati, che
portavano con sé i loro pasti custoditi in vecchie tovaglie; i nuovi fagottari
sono spesso turisti globali con la busta di plastica e l’acqua minerale. O
peggio sono gli stessi romani che vivono la loro terra da turisti.
In definitiva, cos’è Roma oggi?
È tanta e poca insieme. Arcaica ed espansa, stratificata e nuda. Una città che
si trasforma continuamente senza compiersi mai del tutto. Non morirà più perché
ha già incorporato le proprie morti nella leggenda.
Nel suo libro, oltre all’atlante e al bestiario, c’è una forte presenza di mito,
sacro, visione: elementi che attraversano tutta la tua opera. Che ruolo hanno
qui?
Nascono dalla volontà di non accontentarsi dell’apparente: dalla non
accettazione della realtà così com’è. Attraversare un territorio significa
scioglierlo, retrarlo, costruire una mappa nuova su sé stessi a partire dalle
mappe vecchie, dai ricordi, dagli smarrimenti. In questo attraversamento –
infernale, purgatoriale, perché no paradisiaco – c’è l’intenzione di guardare
nell’abisso: non per fotografarlo, ma per sentirlo. E qui che le cartoline si
fanno cicatrici e talismani.
È quasi una reliquia.
Esatto. È anche un piccolo enigma. Ci sono cartoline scritte con grafie
illeggibili, lingue indecifrabili: devi imparare a leggerle, colme di detti e
non detti. Non tutti conoscono la geografia, pochi hanno la confidenza con i
luoghi e sanno davvero visitarli. E sì, possono essere reliquie: come le
reliquie del Divino Amore. Ogni frammento così conserva un residuo sacro, anche
quando sembra semplice cronaca.
Il mito esce dalla porta e rientra dalla finestra: perde la Roma animale e
popolare, ma può ritornare. Secondo lei il mito rinasce sempre o muore?
Non muore, ma può cambiare. Non sparisce, ma può nascondersi. Il mito è
potentissimo perché è in larga parte indecifrabile. Noi gli diamo nomi – Ercole,
Diana, Atteone – ma in realtà è qualcosa senza nome. Non appartiene alla storia,
forse appartiene di più alla leggenda. E la storia ha infinite riscritture; la
leggenda, invece, è trama invisibile e per questo è più vera: nessuno può
aiutarci, se non i poeti.
Il mito è una calligrafia del mistero?
Sì: è la radice della stessa immaginazione. Io sono legato, per esempio, al mito
dell’approdo di Enea nel Lazio: Virgilio lo consegna come leggenda, ma l’idea
che un uomo arrivi con il fuoco di Troia dentro di sé e con quel fuoco fondi
Roma è una cosa che si deve sentire. Il mito è un racconto antropologico,
sensitivo, sensoriale. Sono i sussurri e i segreti del tempo fuori dalla storia.
È anche sensualità?
Certo. E mi viene da dire, esagerando, che bisogna nascere dentro il mito:
perché il mito è uno stato di grazia. E lo conosci solo se gli appartieni.
Che ruolo ha quest’opera dentro la sua trilogia su Roma e nella sua opera?
La trilogia è “insaputa”: non avevo alcun progetto di scrivere tre libri che
contenessero ogni volta, la parola Roma. Sono venuti da sé. Il primo è una sorta
di racconto lungo: un attraversamento dall’infanzia alla maturità di alcuni
ragazzi che, nel passaggio delle cose, vedono Roma cambiare. È un’avventura di
vita. Il secondo è la storia di un’amicizia, e insieme di un ragazzo che fu
forse l’ultimo criminale feroce romano: e non è improprio parlare di ferocia
“pagana”. La ferocia, a Roma, non è, del resto, un accidente: è pane quotidiano,
è rito pagano che affiora sotto la superficie cristiana. Basta pensare ai miti
del Tempio di Diana, al Ramo d’oro, alla continuità sotterranea tra sacro e
violenza. Quei criminali erano intrisi di quella sostanza.
E quest’ultimo?
Il terzo libro, invece, se vogliamo dirla così, è anche un regalo che mi faccio:
avere attraversato e descritto parti di città che non esisteranno più oltre che
a quel che resta. Alla fine ciò che brilla è anche ciò che non c’è più. Penso a
un luogo come l’ippodromo di Tor di Valle: per un ragazzo di oggi non significa
niente, eppure era un pezzo di mondo. Penso ai “cavallari”.
Che immagine ne ha?
Ricordo che stavano alla Cecchignoletta, dentro un frammento del castello di
Alessandro Borgia — che loro non sapevano nemmeno chi fosse. Questa è una
“vestarella” di Roma e dei romani: mescolare sacro e profano, abitare un luogo
carico di storia e sacralità senza possederne la coscienza. Una partecipazione
inconsapevole al mito e alla leggenda, che per riflesso li rendeva belli: nudi,
grandi, innamorati dei cavalli. Giocavano con quel passato e lo vivevano come
gli antichi, mentre — paradossalmente — i romani di oggi sono schiacciati dal
suo peso anche quando non “sanno” in cosa esso consista. O forse sanno e non
vogliono dirlo. Non vogliono dirselo: non vogliono ammettere di essere ancora,
in qualche forma, quegli uomini nudi e feroci. Anche perché lo sono, ma
diversamente. Ho scritto questo libro anche per ricordarglielo: che sono davvero
così, che quella genìa esiste ancora. Quindi sì: ho raccontato ciò che non
esiste più — perché alcuni luoghi sono stati abbattuti — ma ho raccontato
soprattutto ciò che esiste ancora, cioè l’interiorità di Roma e dei romani. Lo
smemoramento eterno: maschio e femmina, nudo e vestito, nobile e plebeo;
conquistatore e conquistato; arricchito e miserabile; ladro e piccolo borghese;
inquisitore e vittima. Il setaccio della storia cambia le forme, i riti, i
ruoli; ma quell’anima resta. E io la richiamo in faccia a chi finge che non ci
sia.
È un libro testamentario?
Lo è nel senso più concreto: racconta il primo quarto di secolo di questo
millennio con le sue metastasi, senza mai recidere il passato che la città si
porta dentro. Un passato che formalmente è finito, ma in realtà è interminabile:
l’ho limitato per ragioni editoriali, fisiche, e anche per discrezione; però
contiene già in sé il germe dell’illimitatezza, perché ogni punto toccato è un
punto suscettibile di ulteriori dilatazioni. Roma è riconoscibile e insieme
esotica: ci sono luoghi, a cinque chilometri dal centro, senza indicazioni;
entri e diventa concentrazionario, ti stringe, non sai più come entrare e
soprattutto non sai più come uscire.
Il suo stile non nasce solo da Roma. I libri romani sono quasi una parte
minoritaria rispetto a un’opera che attraversa l’Italia e non solo.
Certamente, ciò che faccio con Roma in questo libro l’ho fatto anche altrove.
Pensa a Urbino: ci andai, dopo due giorni scappai perché mi sembrava una città
concentrazionaria che mi strozzava. Poi lessi di via Volta della Morte, seppi di
un omicidio, e rimasi sei mesi: l’ho setacciata quanto Roma e ne è uscito un
romanzo nero, un giallo antropologico. Un racconto nascosto dentro il volto
sfigurato di Federico da Montefeltro nel ritratto di Piero della Francesca. In
fondo è la stessa dinamica degli altri miei libri: attraversare un corpo.
Perché forse sì: la mia opera è un attraversamento dell’Italia come organismo.
E L’Italia è morta, io sono l’Italialo dice brutalmente: l’Italia è un accumulo
di tombe, di cimiteri; il viaggio in Italia è un viaggio cimiteriale, è
conoscere una madre di fantasmi. Questo mi rinnova: sentire, quasi fisicamente,
i galeoni degli spiriti etruschi che ti camminano accanto. Ma non voglio essere
frainteso. Si tratta di un modo di percepire il paesaggio come memoria
incarnata. Ancora oggi rifaccio l’Appennino per “rivalicare la colonna
vertebrale” d’Italia, per immaginare l’accento osco, osco-emiliano, per sentire
la lingua come roccia. È un viaggio corporeo, ma anche animico.
E di cosa si nutre?
Di vita, ma soprattutto di letture: all’inizio, molto Ottocento francese, e poi
la grande tradizione degli scrittori italiani detti provinciali. Io sono sempre
stato attratto più dall’espressione che dalla trama: dalla scrittura come gamma
di colori, come possibilità di figurazione e anche di trasfigurazione.
E allora: cos’è per lei lo stile?
Lo stile è farsi del male. Non nel senso melodrammatico: nel senso che non
accetti nulla che ti scorra addosso. Prendi solo ciò che ti segna, che incide il
corpo, che non può essere cancellato. Io detesto i tatuaggi, ma perché credo che
i veri tatuaggi siano interiori: scie di viaggio, cicatrici. Ferite. La
scrittura è farsi cicatrici e, in un certo senso, grondare sangue. Ma è un
godimento: non ha nulla di doloroso. Deve essere vitale. Io so da sempre che non
sarò uno scrittore “senile”: scriverò finché il mio corpo ragionante regge.
Quando resterà solo la testa, smetterò. La testa senza corpo è poca cosa.
Quindi scrittura come rigenerazione e sofferenza, come fedeltà alla giovinezza.
Un po’ come un rito: muore e rinasce, come il re di Nemi di Frazer.
Sì: è un urlo di giovinezza continuo. Non è che “non prevede” la morte: è che
non è interessato alla morte, e proprio per questo la guarda senza paura. È
quasi amare la morte: una forma di entusiasmo della morte, come un approdo
giusto.
Al termine del libro cita Mishima e Pasolini. Perché proprio loro?
Perché dicono molto della mia idea di scrittura attraverso la loro opera e la
loro fine. Pasolini, da scrittore, non mi turbò; Mishima mi turbò profondamente.
Sentii che Pasolini non era “nel corso del mio destino”, Mishima sì: come se
avesse inaugurato, prima di me, quel destino, indicando che lì c’era un luogo
giusto dove stare. Sono attratto dal convincimento stilistico spietato di
Mishima e dalla sua postura davanti alla morte: una abnegazione, quasi
un’apoteosi verso il sacro. Mishima non è mai pornografico la sua è una morte
non “offesa”: se la procura, la sacralizza. Pasolini invece muore in modo
offeso. Non come martire, ma come una creatura ferita. Più che una morte sembra
una autopunizione. Due scrittori che sono intervenuti nella mia opera
soprattutto per come sono giunti alla fine del loro destino.
E che rapporto ha lei con la morte?
Non ne ho paura. Me ne sono accorto anni fa, dopo un’anestesia: mi svegliai
ricordando solo un buio. Se la morte è solo un sonno senza sogni, è ininfluente.
Se poi esiste un celeste, per dirla con Foscolo, tanto meglio. Mi spaventa
piuttosto il disordine prima della morte: non aver ordinato le mie cose, non
aver completato le mie opere, non aver lasciato un testamento chiaro. La morte,
in sé, è l’essenza della vita, è una forza primordiale. È un orgasmo d’oro che
ti inonda. Per questo non la temo.
Una volta mi hai detto che l’obiettivo dello stile è “lo zaffiro”, la
verticalità assoluta. Come procede questa ricerca?
È sempre quella. Non so se riuscirò a scrivere ancora il libro che ho sognato:
tutto verticale, ottocento-novecento pagine. So che i libri che mi restano da
scrivere sono cinque o sei. Non so se ce la farò. Ma non tradirò la verticalità.
Se non riuscirò a farla tutta insieme, la farò uno alla volta: colpi di lancia.
Colpi di lancia scagliati verso l’azzurro.
Francesco Subiaco
L'articolo “Colpi di lancia scagliati verso l’azzurro”. Dialogo con Aurelio
Picca su Roma, il sacro e la scrittura che deve grondare sangue proviene da
Pangea.
Tag - mito
Il padre era sbarcato negli Stati Uniti a dieci anni. I suoi venivano dalla
Germania, erano protestanti, piuttosto abbienti. Commerciavano in orologi. Il
padre indossava tre nomi: Florenz, Friedrick, Martin; diede agli Usa quattro
figli. Il primogenito, Alfred Louis Kroeber, nacque a Hoboken, modesta cittadina
del New Jersey; fu spedito alla Columbia, amava la letteratura inglese.
Conosceva il greco, parlava naturalmente inglese, in famiglia si esprimeva in
tedesco. Pare avesse un certo talento nella scrittura, poi abbandonato – certe
cose non si ereditano, sono un lascito.
Folgorato dalla figura di Franz Boas, il pioniere dell’antropologia moderna,
tedesco come lui, trasferitosi negli Usa dopo aver compiuto esplorazioni tra gli
eschimesi e i nativi, Alfred Kroeber ne divenne l’allievo più talentuoso. I suoi
primi studi si concentrarono sugli Arapaho; in California, a Berkeley, fondò la
cattedra di antropologia e diresse il “Phoebe A. Hearst Museum of Anthropology”.
Al suo rapporto con Ishi, un nativo, un sopravvissuto, deve le sue scoperta
sulla civiltà Yana, popolo originario della California settentrionale, quasi del
tutto sterminato durante i feroci fasti della “Corsa all’oro”.
I primi studi compiuti di Kroeber, pubblicati nel 1907, riguardano Indian Myths
of South Central California e The Religion of the Indians of California. Da
Boas, Kroaber aveva recepito la regola fondamentale dell’antropologia
scientifica: l’osservazione sul campo, confortata da strenua raccolta di dati.
Il primo esito di questa cernita venne pubblicato nel 1900 sul “Journal of
American Folk-Lore” (Vol. 13; Issue 50): si tratta di una raccolta di Cheyenne
Tales a tratti di struggente bellezza. Tali miti & leggende – un breve
repertorio è tradotto in calce all’articolo – sono stati “registrati sotto
dettatura oppure direttamente trascritti dai nativi”. La “rozzezza stilistica”,
così come i salti allusivi, le apparenti illogicità nella trama del racconto,
sono, per Kroeber, fondamentali perché denunciano il “carattere originario del
testi”. La poetica della ‘simpatia’ – o meglio, la magia – prevale sulla
didattica della dialettica; il sacro ha un vello ispido, da ritualità senza
mediatore. La “nudità primordiale”, priva di orpelli retorici, ci fa intuire –
pur per sussulti, per balbettii, per fraintesi spiragli – i caratteri della
cultura dei nativi. “Il drappeggio di una parafrasi moderna” – così scrive
Kroeber – ne danneggerebbe irrimediabilmente il pregio. È lunga la storia di
abbellimenti culturali che hanno imbellettato il primordiale con disneyano
trucco, al fine di ridurre i nativi a meri figuranti, a figurine, quando non a
statuari, astrusi esseri con copricapo di piume, pronti per Hollywood.
Benché abbia condotto spedizioni in Messico e in Perù, l’interesse scientifico
di Kroeber si è concentrato per lo più intorno ai nativi della California. È da
quelle osservazioni che l’antropologo trae la propria visione dei fenomeni
culturali “come appartenenti alla natura, situandoli però in una dimensione
separata (quella del ‘superorganico’), autonoma dai fenomeni fisici e chimici
(l’‘inorganico’) così come da quelli biologici e psichici (l’‘organico’). La
cultura possiederebbe perciò una natura ipostatica che trascende la stessa
coscienza e volontà dell’individuo” (così la “Treccani”). Fino a qualche
decennio fa, i libri di Kroeber erano fondamentali per chi volesse diventare
antropologo. In Italia, Il Mulino pubblicava La natura della
cultura (1952), Antropologia dei modelli culturali (1976), Il concetto di
cultura (1972); per Feltrinelli è uscito Antropologia: razza, lingua, cultura,
psicologia, preistoria (1983). Categorie di un mondo perduto.
Kroeber morì, ricco di gloria accademica, nel 1960, pluriottantenne, a Parigi.
Sfoggiava una folta barba, aveva lo sguardo intenso; nonostante una certa
compiuta severità, lo dicono simpatico, pronto al prossimo. La prima moglie,
Henriette, morì di tubercolosi dopo sette anni di matrimonio; la seconda,
Theodora, di vent’anni più giovane, vedova pure lei, lo seguì nelle ricerche
antropologiche – scrisse un’importante studio sul nativo Ishi – e gli dedicò,
nel 1970, una bella biografia, Alfred Kroeber. A Personal Configuration. L’anno
prima si era risposata con un artista, John Quinn.
Dall’unione tra Alfred e Theodora nacque, nel 1929, la scrittrice Ursula K. Le
Guin: esordì alla letteratura un anno prima della morte del padre. La
complessità dei mondi fantastici ideati da Ursula deriva dalla sapienza
trasmessale dai genitori: in particolare, in Always Coming Home (in
italiano: Sempre la valle, Mondadori, 2025), la scrittrice costruisce, con
impressionante armatura antropologica, l’epopea dei Kesh, “un popolo pacifico,
che rifiuta governi e costrizioni”, sopravvissuto a immane catastrofe ecologica.
Ursula crea il linguaggio – con glossario – di questo popolo di nativi, un
corpus di miti, il repertorio delle loro conoscenze musicali. Insomma, il libro
– che ha richiesto cinque anni di elaborazione – è una specie di “romanzo
antropologico”. Anche le poesie di Le Guin sono – direttamente o indirettamente
– legate agli studi compiuti dai genitori. In un poemetto, in particolare, A
Private Ceremony of Public Mourning for the Language of the People Called
Wappo (raccolto in Wild Oats and Fireweed, uscito nel 1988, intorno agli anni
di Sempre la valle), Le Guin cita un libro del padre, Handbook of the Indians of
California (1925). Da lì, impalca una sorta di lugubre canto rituale:
> “Non c’è nessuno
> non c’è nessuno niente
> nessuno in vita non più
> non più lingua non più uno che sappia
> parola non uno
> e nessun nome no non più: quale
> fu il loro nome?
> Quale quello del mio popolo?
> Chi li uccise li disse Temerari.
> Morti – e con loro morti i nomi”.
Anche così, da genitori a figli, trapassa il sapere. Ogni esercizio di
linguaggio è resurrezione. Come una talea, il mito passa di mano in mano – chi
dice che sia un vaso vuoto, un vortice di niente, non vede il germoglio che
prende coraggio, esplode.
**
Leggende Cheyenne
Quando furono creati, le genti si unirono in assemblea per capire se sarebbero
vissuti a lunghi, se morte si stagliava su loro. Se una pietra galleggia
sull’acqua, viviamo, se affonda moriamo, dicono. La pietra è gettata in acqua.
Per un attimo resta sulla superficie dell’acqua e tutti gioiscono: viviamo per
sempre, dicono. Poi affonda. Ne gettarono un’altra. Galleggiava per un po’, poi
spariva alla vista. Il breve periodo in cui la pietra galleggia significa che la
vita dell’uomo è breve – definitiva la morte.
*
Animali di terra e di cielo tennero consiglio per stringere patti e promettersi
reciproco aiuto, come fossero fratelli. Questa riunione fu chiamata “Assemblea
dell’amicizia con gli uccelli”. La maggior parte delle bestie era propensa a
vivere in pace, ma gli uccelli rapaci – l’aquila, il falco, la gazza e il corvo
– si opposero. Il falco disse: La guerra è la più nobile cosa. Poi volò via a
cacciare altri uccelli. Anche l’aquila lo seguì, esprimendo parole contrarie
all’amicizia. L’assemblea fu sciolta. Le bestie appresero nuovi nascondigli –
tutte furono cibo per i rapaci.
*
Un uomo prese il sentiero di guerra. Venne il giorno del ritorno a casa. Una
bufera di neve gli fece perdere i sensi, rischiò di morire. Qualcuno lo sollevò,
conducendolo presso una tenda. In tanti affollavano la tenda, in tanti vestivano
a festa. Era una congrega di volpi. Insegnarono all’uomo la loro danza, gli
mostrarono come dipingere, cosa indossare, quali canti intonare. Con loro,
c’erano quattro ragazze. Il quarto mattino, l’uomo aveva imparato ogni cosa, la
tempesta era terminata, il tempo era buono. La danza si interruppe e l’uomo fu
accompagnato verso casa. Quando la compagnia si sciolse, l’uomo vide che si
trattava di lupi e di coyote. Un lupo guidò l’uomo che tornò sano e salvo a
casa. Lì, l’uomo istituì la danza delle volpi, che dura tuttora.
*
Sole e Luna disputarono si chi dei due fosse superiore. Il Sole disse di essere
luminoso, di governare sul giorno; disse che nessuno era più potente di lui. La
Luna disse di governare la notte; disse che nessuno era più potente di lei: si
prendeva cura di tutte le cose della terra, proteggeva uomini e animali dai
pericoli. Il Sole le rispose: “Sono io che illumino il mondo. Se dovessi
riposare, tutto si oscurerebbe; l’umanità non può fare a meno di me”. Allora la
Luna replicò: “Io sono grande. E potente. Posso prendere il governo del giorno e
guidare ogni cosa. Non mi importa se tu riposi”. Sole e Luna sono entrambi
grandi sovrani, si parlarono a lungo. Il giorno in cui disputarono durò due
giorni: tanto a lungo si parlarono. Infine, la Luna disse di avere moltissimi
esseri meravigliosi e potenti dalla sua parte – si riferiva alle stelle.
*
La terra poggia su una grande trave. Lontano, a Nord, abita un castoro, bianco
come la neve: è il padre dell’umanità. Un giorno, rosicchierà i sostegni della
trave e la terrà crollerà perché siamo indifesi. Quando si arrabbierà, il
castoro farà proprio questo. Il palo è già corroso. Per questo, i Cheyenne non
mangiano castoro e non toccano la sua pelle. Se non rispettano questa norma, si
ammalano.
*
Uno spettro prese il corpo di un uomo: aveva due facce, una rivolta in avanti e
una indietro. Era immensamente grande e poteva attraversare i fiumi camminando.
Era un grande cacciatore: non esisteva selvaggina in grado di sfuggirgli. Un
giorno, trovò una tenda isolata, in cui viveva un uomo con la sua famiglia, tra
cui la figlia, molto bella. Lo spettro si innamorò perdutamente della ragazza e
decise di rifornire di carne quella famiglia. Ogni mattina, prima dell’alba,
lasciava selvaggina fuori dalla tenda. L’uomo ignorava chi fosse così generoso
con loro, così scavò un nascondiglio e vi entrò quando scese la notte. Fu allora
che vide lo spettro. Ne fu spaventato e quando il fantasma tornò presso la tenda
gli disse che non gli avrebbe concesso sua figlia. Decisero allora di sfidarsi
facendo un gioco. Giocarono per cinque notti. Il gioco consisteva nel nascondere
un bottone nelle mani. L’uomo riuscì con astuzia a battere il fantasma, che
perse la donna di cui era infatuato. Non portò più cibo a quella famiglia.
*
Un uomo andò a caccia di aquile. Scavò una buca, la coprì con sterpaglie, vi
mise sopra un vitello di bufalo, scuoiato. Poi si nascose nella buca. L’aquila
vide il vitello e piombò su di lui. Appena cominciò a mangiarlo, l’uomo afferrò
le gambe del rapace. L’aquila non si fece intimidire e volò su una montagna
ripida, da cui sapeva che l’uomo non avrebbe potuto scendere. L’uomo cominciò ad
avere fame e pianse. Adorò il sole, lo pregò di aiutarlo a scendere in pianura
sano e salvo. Alla fine, la tempesta lo riportò a casa. Era stato salvato dal
sole.
*
Affamato, il coyote cercava cibo. Non riuscì a catturare né lepre né uccello,
non aveva nulla da mangiare. Quando incontro una tartaruga, decise di ucciderla.
Sapendo di non poter sfondare il suo guscio, tentò di vincerla con uno
stratagemma. “Sono un grande amico del popolo delle tartarughe”, disse il
coyote. “Le tartarughe mi chiamano Capo Tartaruga perché sono amico per la vita
delle tartarughe”. Così il coyote voleva costringere la tartaruga a mostrarsi.
La tartaruga disse che si chiamava Tartaruga Medicina. “Bene, tartaruga, abbiamo
avuto un incontro da amici: ricordiamolo a lungo”. Stavano per lasciarsi e il
coyote pensò di poter uccidere la tartaruga. Andò a baciarla, pensando di
poterla dilaniare. La tartaruga, però, intuì le sue intenzioni e morse il muso
del coyote, che scappò via.
*
Un cacciatore aveva ucciso un bufalo. Nel luogo dove lo stava macellando, si
posò un corvo. “Ho molta fame”, disse il corvo al cacciatore, “e non ho mai
mangiato gli occhi del bufalo. Conosco molto bene i problemi degli occhi e ti
chiedo di farmi mangiare gli occhi del bufalo e di nutrirmi della carne che
desidero”. L’uomo rispose al corvo: “Ti darò la carne che desideri e ucciderò
altri bufali per te, così potrai saziarti dei loro occhi”. Il corvo disse:
“Tornerò dalla mia famiglia, porterò qui mia moglie e i miei giovani corvi. In
cambio, ti istruirò sui modi per guarire gli occhi”. L’uomo pensò che gli
sarebbe utile quell’insegnamento perché la moglie era cieca da un occhi e vedeva
male dall’altro. Il corvo tornò con la sua famiglia nel luogo dove l’uomo stava
tagliando la carne e ne mangiarono. Poi il corvo e sua moglie gli diedero
insegnamenti riguardo agli occhi. Entrambi cominciarono a cantare. L’uomo
credette a ciò che gli cantava il corvo, ma a causa del suo insegnamento perse
immediatamente gli occhi. Quando cercò di tornare a casa, si perse. Infine,
cadde in una gola ripida e profonda. Latrò, urlò, ma nessuno venne ad aiutarlo.
*In copertina: Sioux nella fotografia di Edward Sheriff Curtis (1868-1952)
L'articolo “Un uomo andò a caccia di aquile…”: le leggende dei Cheyenne (e
l’epopea di scrittori straordinari) proviene da Pangea.
Nel labirinto di Cnosso non si era ancora spenta l’eco del Minotauro. Pareva di
sentire il pianto dei fanciulli d’Atene che ogni anno gli venivano offerti come
tributo. La pioggia ancora non aveva cancellato il loro sangue dalle pietre
quando mi ci trovai prigioniero con mio padre, Dedalo, l’architetto. In questo
modo veniva ripagato il suo ingegno per l’opera voluta da Minosse per nascondere
l’adulterio di Pasifae.
“Non temere, Icaro, il Minotauro è morto” disse mio padre.
“Ma il suo patrigno è anche più feroce!” diss’io trattenendo le lacrime.
“Dormi, dormi, e al risveglio vedrai che avrò trovato il modo di liberarci”
disse ancora. Pregò il dio del sonno che venisse ad accarezzarmi le palpebre.
Sentivo parole, tra il sonno e la veglia, le stesse che mio padre aveva rivolto
al re di Creta:
“Reale giudice, non chiedo clemenza per me, ma imploro giustizia per mio figlio.
La colpa di aver donato il filo ad Arianna è solo mia.”
“Dedalo, per la regina tu costruisti la vacca di legno e per il re il labirinto
di pietra” diceva Minosse. “In queste due opere la colpa compensa il servizio.
Ma ciò che hai fatto per Arianna non te lo perdono. Le hai suggerito il modo per
non perdere Teseo nel labirinto e le hai dato il filo della morte. Con il
tradimento mi hai privato della figlia e di Asterione, il divino bastardo. E ora
mi chiedi di risparmiare il tuo Icaro? Giustizia vuole che si perda con te nel
labirinto.”
Mio padre però non si perse d’animo. Finse di accettare la sentenza, ma intanto
aguzzava l’ingegno. Accarezzava con lo sguardo il volo degli uccelli. Li
disegnava sulle pietre. Contendeva la notte al gufo, sempre preso da sogni
d’evasione. All’aurora lo sentivo imitare il canto dell’usignolo. Un giorno lo
vidi correre come un pazzo e muovere le braccia come ali.
“Icaro” mi disse ansimando, “ce ne andremo volando!”
Mio padre parlò con il re degli uccelli e gli uccelli vennero portando nel becco
penne e piume. Parlò con la regina delle api e le api ci donarono la cera. Con
le sue mani mio padre costruì le ali magiche con cui spiccammo il volo. I
gabbiani gridavano al prodigio e le sentinelle ci guardarono incredule.
Ci vide Minosse dal suo palazzo e invano scagliò l’aguzza lancia invocando su di
noi la maledizione di Febo Apollo. Zefiro gentile ci sospingeva verso Oriente,
dove proprio in quel mentre il dio sorgeva con il suo cocchio alato. Mio padre
disse:
“Icaro, non dobbiamo sfidare il sole perché il calore scioglierebbe la cera e
perderemmo le ali. Ma non dobbiamo nemmeno volare sul filo del mare perché le
ali si potrebbero impregnare e il peso farci precipitare.”
Volammo così tra cielo e mare e isole. Il vento ci portava il brusio delle
lingue di popoli diversi. Mio padre mi indicò un’isola e una vela bianca che se
ne allontanava nell’azzurro.
“Quella è l’isola di Delo” mi disse, “dove Arianna piange Teseo che
l’abbandona.”
Si voltava a guardarmi a ogni battito d’ala, mio padre, come l’aquila verso il
suo aquilotto. Ancora non so dire cosa mi prese, ma immaginai d’essere nato con
le ali, il becco che rompeva il guscio, il nido in cima a un altro mondo, il
primo volo. Il sangue mi danzava nelle vene e le ali tremavano irrequiete. E
quando fummo su quel mare che avrebbero chiamato Icario, sentii il richiamo
dell’infinito. Non erano parole, ma come una corrente irresistibile che mi
trascinava verso l’alto. Le mie ali erano vele che non si potevano ammainare.
Mio padre gridò e pianse, mentre l’azzurro mi rapiva. Mi avvicinavo al carro del
sole. Splendeva l’elmo d’oro del divino auriga e i cavalli alati schiumavano
fuoco. Presto fui tanto vicino da poterli sfiorare. Allora Febo Apollo mi porse
una coppa di vino ribollente e disse:
“Liba agli dèi immortali!”
Bevvi tutto d’un fiato e il fuoco mi consumò dall’interno. La cera mi colava
sulla pelle e le penne volavano via come farfalle. Ma mentre il corpo
precipitava, l’anima mia saliva sempre più in alto. Così, dall’alto, continuai a
vedere la corsa del dio sino all’ora del tramonto. Lo vidi coricarsi in una
grande coppa con le ali, il suo giaciglio d’oro. Lo vidi cullato dall’onda della
notte che lo trasportava verso il giardino delle Esperidi, verso la terra degli
Etiopi. Aurora lo aspettava con il carro e i cavalli frementi. Una voce mi
richiamò dalle mie visioni:
“Andiamo, Icaro.”
Era mio padre. Così mi risvegliai nel labirinto di Cnosso, coperto di brina e
con le ali.
Enzo Fontana
*In copertina: Antoon van Dyck, Dedalo e Icaro, 1615 ca.
L'articolo Dal labirinto di Cnosso all’infinito. Storia di Icaro proviene da
Pangea.
Terra? Spirito? Carne? Ade? Chi era costei?
Il sesso femminile in greco antico è “aidoion”, termine che significa
venerabile, ma anche vergognoso. Crinale sottile come un lembo di pelle tra
l’estasi e il tormento, il ritegno e l’oblio di sé.
Un giorno Demetra, disperata per la perdita della figlia Persefone, che era
stata inghiottita in una voragine dal re degli Inferi, vagava dalle parti di
Eleusi. Vi incontrò Baubo, donna esperta nelle arti magiche. Per divertire la
dea, Baubo si alzò la veste, divaricò le gambe e cominciò a far parlare proprio
lei, il suo “aidoion”. Molto prima di Freud e dell’osteria numero venti, pare
costei avesse i denti, e li digrignasse felice. A quello sberleffo Demetra
sorrise, trovò la speranza e in seguito la figlia, e il mondo riprese a fiorire.
Persefone tornerà alla madre dal suo precipizio, come dal precipizio di Baubo si
era infine levato un canto di vita (nei Mimiambi di Eroda il fallo artificiale
verrà chiamato baubone, strumento d’assolo muliebre quando il contrappunto
maschio è afono).
Costei è dunque nella letteratura greca “il cunicolo”, “la buca”, “la fossa”,
“il baratro”, memoria dal sottosuolo di una perdizione buia. In un epigramma il
poeta Filodemo denuda il grembo di Cidilla. “Mi apro il cammino vicino a un
abisso”. D’altra parte Afrodite, custode suprema di cotanto splendore, dai
fedeli maschi è chiamata anche “la tumulatrice” e “colei che sta vicino ai
sepolcri”.
Come il sorriso di Demetra dopo quello di Baubo, per costei vi è tuttavia
l’abbrivio di una risalita. Il nome della cosa perviene così alla superficie di
una quotidianità ristoratrice, di un ricongiungimento domestico e
gaudioso. Eccola dunque “l’umida soglia”, “la porta”, “il portico profumato”,
“il focolare”. Accendere il focolare, secondo Aristofane, è appunto
intrattenersi in loco con verve incendiaria.
Nei medesimi paraggi di un’imago che rientra per cena, il rendez-vous amoroso si
nutrirà anche di suggestioni culinarie. Costei sarà “la cucina”, “il piatto”,
“la scodella”. In un frammento di Platone comico, ancora Afrodite, col doppio
intendere all’organo celestiale e al menu del giorno, dà consigli votivi alle
fanciulle che vogliano accettare l’invito nel letto di Faone, bellissimo
giovane: “Offrite in dono una schiacciata a forma di testicoli e una focaccia
pregna, e il ganzo sarà vostro”.
Fattosi il mattino dell’eros bucolico, costei esce finalmente di casa e incontra
la natura delle seduzioni fresche e in piena luce. “Il prato”, “il giardino”,
l’“andare al campo” inteso come l’impratichirsi di lei. E poi “la mentuccia”,
“il prezzemolo”, “il fico”, “la rosa” ma soprattutto “il mirto”, cespuglio
aromatico sacro ad Afrodite, di cui erano intessute le corone degli sposi come
auspicio di fertilità e i cui rami servivano a scacciare le mosche. Sulla tomba
di Euforione, artista innamorato della difference, ai viandanti verrà chiesto di
lasciare proprio rami di mirto, delizia perduta del tempo che fu. Lo stesso
mirto che insieme ai prati fioriti attende nell’aldilà gli iniziati ai misteri
di Demetra ad Eleusi (siamo sempre dalle parti di Baubo): forse la grande
metafora di un paradiso sensuale senza fine e, si vuole sperare, senza pace.
C’è spazio fugace anche per richiami al regno animale. “Il riccio”, “il
porcellino”, “il passero” (animale anch’esso sacro ad Afrodite le cui carni si
diceva inducessero potenza virile), “la rondine”. Di questa in particolare si
intravedeva, nell’associazione erotica, il simbolo ciclico di una rinascita ma
anche il tratto unico, irripetibile, di un incontro rapinoso. “Rondini, volate
lontano dagli altri uccelli”, dice più o meno Lisistrata alle compagne che hanno
deciso lo sciopero delle cosce per indurre i mariti ateniesi e spartani alla
concordia, nell’omonima commedia di Aristofane.
Il verso delle rondini diverrà poi, nella poesia greca, altro modo per dire un
idioma arcano, oscuro. Baubo a un certo punto ha smesso di spiegarsi. Riprenderà
a farlo con gli insostenibili monologhi teatrali della postmodernità. Ridateci
le rondini.
Praticati i cunicoli, i focolari e i prati, costei è infine pronta a mettersi in
viaggio. Sarà “l’istmo”, “la valle”, “il monte”. Rufino, poeta della cui
biografia non si sa nulla, la chiamerà “l’Eurota rigonfio”, come il fiume
spartano che porta quel nome. Vi è l’etimo della parola, che in greco indica
larghezza, ampiezza. Ma forse vi è di più. Lungo l’Eurota si trovava un
santuario che gli Spartani avevano dedicato ad Elena, l’incantevole casus della
guerra di Troia. Si diceva che a tutte le donne brutte che vi entravano in
preghiera apparisse Elena in persona, che le rendeva belle. Il poeta è forse
pervaso da devota galanteria, come a dire “dentro quel tempio di carne diventate
tutte indistinguibili, perigliose”. Costei è ancora “il golfo”. La stessa parola
greca, kolpos, indica il seno ed il mare di casa, quello benigno che ti aspetta
davanti al porto. Un senso comune di accoglienza disponibile, tranquilla.
Rufino, ancora lui, immagina di essere l’arbitro di una gara a tre, come Paride
con le dee. Stavolta c’è da scrutarne la sonrisa vertical, nuda e gocciante
nettare, e decidere chi ce l’ha più bella. Quella di Rodope stilla in mezzo alle
gambe, come un fascio di rose schiuso da una brezza vivace. Quella di Rodoclea è
simile a un cristallo, umida come una statua appena plasmata in un tempio.
Quella di Melita non si sa, perché il giudice incorona tutte e tre e non dice
altro. Qualcuno sospetta che manchi una parte (e che parte), e che il testo sia
corrotto. Ci piace pensare a una corruzione più soave, intenzionale. Sfibrato
dalla perlustrazione trina, il poeta sente là-bas l’ingiunzione ferma del
fraterno straniero, e quel giorno più non vi scrivette avante.
Michele Castellari
*In copertina: René Magritte, Le viol, 1934
L'articolo “Mi apro il cammino vicino a un abisso”. Il sesso femminile secondo
gli antichi proviene da Pangea.
Conte è una prosa lirica di Rimbaud che fa parte del gruppo delle Illuminations.
Secondo ciò che dice Paul Verlaine, quelle prose “illuminate”, scritte “durante
viaggi in Belgio, in Inghilterra e in tutta la Germania” – quasi vi fosse
una destinazione tra la topografia e la grafia – sono state completate nel 1875,
centocinquanta anni fa. Quei fogli, in disordinata armonia, portano il caos, una
coerenza aurorale li ancora – il primigenio ci sboccia addosso: leggi e gli
occhi sfarfallano, prendono il volo, si fanno libellule – fiere primizie in
piumaggio blu.
Conte, in particolare, è una sorta di efferata fiaba. Si parla di un principe,
sfiancato dalla propria generosità, che trova fervida giovinezza
nell’assassinio, nella perfezione in ferocia. Ciò che uccide, tuttavia, rivive,
lo insegue. La rapina è rapimento dei sensi; razzia è razzolare nel fondaco del
sé. L’incontro con il Genio – l’altro, ineffabile, se stesso – è il trauma della
“felicità indicibile, insopportabile”. Anche il principe, che tanto ha ucciso
per scoprire la verità dell’amore, muore – del desiderio intravide l’ombra,
l’effimera effusione.
Olivier Bivort – che ha curato l’edizione delle Opere di Rimbaud per Marsilio –
scrive che Conte è il punto di contatto tra Rimbaud e il “genere della fiaba”,
che è una prosa “alla maniera delle Mille e una notte”.
Il Principe a me pare Minotauro: il palazzo – il mondo – è la sua prigione. È un
Minotauro sapiente, però: uccide senza innocenza. Poiché è – ed è unico al mondo
– Minotauro (Asterione dovremmo chiamarlo), non desidera – vive nel desiderio.
Se il Genio, in questo gioco di specchi, è Teseo – l’altro volto di Minotauro,
il vero mostro, l’eroe che, per attitudine mitica, vive senza coordinata di
condivisione, solo per sempre – chi è Arianna? Di una fiaba conta ciò che non si
chiude, non si sovrappone: preveggenza che qualcosa possa davvero sanguinare.
Non si sguainano sguaiate risa, al cospetto della fiaba – la fiaba atterrisce
perché è inesplicabile.
Il testo – tradotto, ma, per effluvi del caso, restato lì quando ho costruito
una antologia di testi rimbaudiani– è questo:
“Un Principe, esperto in perfezione di generiche generosità, era sfiancato.
Ipotizzava catastrofiche rivoluzioni d’amore, pensava che le sue donne fossero
superiori a quella compiacenza lordata di cielo e di lusso. Voleva violare le
verità, l’istante del desiderio, del piacere originario. Che fosse aberrazione
del bene – voleva.
Per lo meno, possedeva il cuore dell’umano potere.
Le donne che lo avevano conosciuto furono assassinate. Che saccheggio nel
giardino della bellezza! Al lume della spada, lo benedissero. Non ne volle altre
– e quelle riapparvero.
Uccise i seguaci, dopo la caccia e la libagione – e lo inseguirono.
Godeva nello sgozzare le più superbe belve. Fece in fiamme i palazzi. Soggiogò i
popoli per spezzarli. Le folle, i tetti d’oro e le mirabili belve esistevano
ancora.
La distruzione eccita, la crudeltà ringiovanisce. I popoli non mormorarono.
Nessuno offrì il suo parere.
Una sera galoppava con fierezza. Giunse un Genio, ineffabile in bellezza,
inviolato a dirsi. Dai tratti e dalla postura, era la promessa di un amore
molteplice e complesso, di una felicità indicibile, insopportabile! Il Principe
e il Genio si annientarono, probabilmente, nella salvezza assoluta. Come
avrebbero potuto non morirne? Morirono, dunque, insieme.
Ma il Principe si consumò nel palazzo, a un’età ordinaria. Il Principe era il
Genio. Il Genio era il Principe. – Di sapiente armonia è privo il nostro
desiderio”.
Il caso, tuttavia, ha la sua piena e la sua risacca.
In una libreria genovese, “Bookowski”, qualche giorno fa, sepolto tra piramidi
di tomi, trovo un numero di “niebo”, la “rivista di poesia” ideata da Milo De
Angelis: il numero 6 del settembre 1978. Il numero – in azzurro acquerello,
presto sbiadito – è dedicato alla fiaba. Tra i testi, leggende polacche e
indiane – ridotte da Swami Vivekananda –, Una fiaba rumena e due fiabe di
Giovambattista Basile, il genio de Lo cunto de li cunti, tradotte e commentate
da Roberto Mussapi. Il centro della rivista è proprio il Conte, il Racconto di
Rimbaud, proposto in doppia traduzione, di Vincenzo Guarracino e di Valeria
Drovandi. In un commento – o meglio, evasione, diversione – al Racconto,
nell’ultima pagina di “niebo”, Milo De Angelis scrive così:
> “Solo ciò che è stato annientato è meraviglioso in un altro, dice Rimbaud: ma
> non ce ne accorgeremo mai per un confronto, non ce ne accorgeremo sputando sul
> suo viso di oggi, su quello che ne resta, facendo l’elogio del tradimento. È
> idiota credere nell’infedeltà, così vicina alla vita letteraria, al cartone
> animato della vita quotidiana, della vita scambiabile. E chi è ‘fedele’
> (fedele come un gatto, una fedeltà a bagliori, di legami dimenticati e vivi)
> sa che davvero c’è stato un solo amore e che lì la poesia non deve tornare
> mai”.
Benché Cristina Campo abbia scritto, e magnificamente, di Fiaba e mistero, anni
prima, credo che quel numero di “niebo” – un numero costruito da fanciulli
selvatici – tocchi il significato lancinante della fiaba. La fiaba respinge chi
cerca “pedissequamente di trovarne le cause”; la fiaba – mito in sconquasso,
verifica di una infanzia con l’arco a tracolla – non accetta chi “manca di un
trasalimento che lo porti via”. In quell’antico testo, Le fiabe e il secondo
bambino, De Angelis – sradicando i vari Propp, Bettelheim, Fromm e Dario Fo –
scrive che
> “le immagini di una fiaba cominciano a essere viste quando non sono più
> applicabili, quando i colori dei tarocchi sgorgano dal punto in cui non
> possono più essere adoperati, così come un gesto che credeva di essere d’amore
> diventa splendido quando l’amore non è più il suo scopo”.
Nell’evanescenza, nell’assenza di scopo – nell’assenza di una morale, la moria
della lettera – è l’essere all’assalto, l’essere assassino della fiaba. Di un
corpo ci affascina la scia; la perenne possibilità – non la perizia di ciò che è
perituro, quella perfezione dei troppi letterati anatomisti di oggi, affetti da
necrofilia, da necrosi dell’immaginare.
Il mito del labirinto – forse perché il labirinto è il mito della scrittura
stessa: ci si perde per ritrovare il bandolo, e nella perdizione qualcosa,
sempre, muore – è al fondamento della fiaba. Secondo il repertorio inanellato da
Robert Graves, è Arianna, innamoratasi di Teseo “a prima vista”, ad aiutare il
condottiero a uccidere “il mio fratellastro”, nel sonno, grazie al gomitolo
ordito da Dedalo. Il costruttore del labirinto è anche colui che conosce come
dissigillare la sua creatura (il labirinto è vivo ed è figura di Pitone, il
sacro serpe) – ma non può dissigillarlo: ne morirebbe. L’amore passionale vira
sempre nel sacrificio, ambisce al soffocamento: Minotauro ha opzione di potenza
sulla verginità di Arianna, per questo deve essere eliminato. Verrebbe da
chiedersi: chissà cosa sogna Minotauro.
Secondo una variante del mito riportata da Graves, Teseo avrebbe imprigionato e
condotto Minotauro ad Atene, “legato e portato in trionfo”, come un grizzly o
come l’abominevole uomo delle nevi – come un freak da cui trarre congrui
guadagni. Non si sa – secondo la nota versione del mito – se Teseo abbia ucciso
Minotauro “con la spada donatagli da Arianna o con le nude mani o con la sua
famosa clava”: le varianti conferiscono al racconto diverse accezioni, ai
personaggi diverse entità simboliche. Ma la fiaba, si sa, non accetta simboli:
azzanna.
A dire degli abitanti di Creta, per altro, Minotauro non è mai esistito; Arianna
si è innamorata di Teseo dopo che costui ha vinto le gare di lotta ideate dal
re, Minosse; Labirinto è il nome di una prigione, più letale di Alcatraz –
prigione venefica, prigione piena di serpentine, prigione-serpente.
Ardire ai penetrali del mito significa morire; infine, i protagonisti diventano
frange di carta, eventi in fumo. Torniamo a “niebo”. Così, ancora, De Angelis,
in idillio oracolare:
> “Non appena si spezza il filo che doveva condurlo fuori, Teseo vede che il
> labirinto si cancella, invaso dal vento radioso del Mar Egeo, e capisce che il
> labirinto era solo il progetto di uscire, guidato dal filo di Arianna. In
> mille fiabe, dalle saghe islandesi ai miti di Osiride, regna la grande scena
> dell’uccisione di Arianna, colei che crea la più buia prigione con l’offerta
> di una salvezza firmata. Arianna verrà ferocemente uccisa per aver scelto di
> farsi ringraziare”.
Che il labirinto sia un parto di Arianna – il luogo primigenio in cui
imprigionare l’amato, per poi farlo venire alla luce, contraffatto dalla prova –
lo pensava anche Friedrich Nietzsche. Ne scrisse, all’acme del delirio, quasi
che Arianna fosse l’esatto nome della sua follia:
> “Chi, all’infuori di me, sa cos’è Arianna! Mai finora qualcuno ha conosciuto
> la soluzione di tutti questi enigmi, e dubito che qualcuno abbia mai anche
> solo visto degli enigmi in tutte queste cose… Oh Arianna, tu stessa sei il
> labirinto: da te non si esce più fuori”.
Ringraziare: essere grati, affibbiare il colpo di grazia.
Nel suo ultimo libro – a tensione di testamento – La solitudine del
Minotauro (Aragno, 2023), Franco Rella sposta ancora l’asse del ragionare:
> “Teseo entra nel labirinto, entra nell’enigma partorito dalla gola del
> Minotauro. Un enigma senza fondo che certamente era sfuggito a Teseo: Abgrund,
> abissale, come suggeriscono i mistici tedeschi o addirittura più che
> abissale, Ungrund, senza fondo. Arianna aveva capito? Lo aveva almeno
> percepito? Lei ha spinto l’ignaro, ottuso Teseo perché con la spada o, come
> dicono, con la clava, chiudesse l’abisso, mettesse un fondo a ciò che non ha
> fondo, e suturasse la ferita che si era aperta nel mondo con la nascita di
> Minotauro. Forse per questo Teseo l’aveva abbandonata, sgomento per qualcosa
> che lo sovrastava e che sentiva muoversi oscuramente come un’aura funesta che
> avvolgeva Arianna. Per questa operazione che potremmo definire di igiene
> cosmica, lei ha avuto le nozze con Dioniso e, come alcuni narrano, è stata
> assunta tra le costellazioni”.
Chissà se è davvero Minotauro l’ispiratore di Labirinto, se è davvero Arianna
“la Signora del Labirinto”, creato dalla laboriosa intelligenza del filo,
un’intelligenza-vipera – la trama. Di certo, dopo la prova Teseo non è più se
stesso: il suo cuore monolite si è frantumato, si è fatto labirintico. Qualcuno
potrebbe dire: è Labirinto il vero protagonista del mito, la sola cosa viva; e
Dioniso se ne va con lui, legato al filo, cioè al guinzaglio, quasi fosse uno
dei suoi sgherri ghepardi. Lo senti ancora trottare. Lo senti soffiare.
Quanto al poeta: ci piacerebbe fosse Minotauro, Labirinto o Arianna. La fiaba
non specifica: è uno dei ragazzi offerti in dono al mostro; l’articolata
prigione è figura delle sue viscere.
*In copertina: M.C. Escher, Bond of Union, 1956
L'articolo “Solo ciò che è stato annientato è meraviglioso”. Ipotesi intorno al
Labirinto (cioè: di serpenti e di fiabe) proviene da Pangea.
In un testo “sul fine conforme ai voleri di Dio e sulla vera ascesi”, Gregorio
di Nissa intima ai cristiani di non degradare in Minotauro o Centauro. Il primo,
corpo umano e “testa di vitello”, è l’uomo irragionevole, che “resta in balie di
dottrine idolatre”; il secondo, busto da uomo e corpo da sauro, è retto da
selvaggia “passione per il sesso femminile propria dei cavalli”. Nel suo dire –
in: Gregorio di Nissa, Fine, professione e perfezione del cristiano, Città
Nuova, 1979 –, il Padre della Chiesa stigmatizza il credo pagano, ben radicato
nel IV secolo. Il mito, infatti, insiste sulla ‘confusione’ tra uomo e bestia, è
affascinato dall’unione sacrilega tra umano e animalesco: da qui il proliferare
di chimeriche creature, centauri, minotauri, satiri, sfingi.
Caratteristica del dio, inoltre, è mutarsi in qualsiasi altro essere: per
portare a risultato le proprie seduzioni, Zeus si fa toro e cigno, aquila e
pioggia e nuvola… Nelle Metamorfosi – specie di travolgente epica enciclopedica
del mito – Ovidio insegna che tutto è soggetto al mutamento, che ogni forma
esegue il proprio contrario, per capriccio divino e voluttà. È il desiderio a
muovere l’azione, che sia atto di predazione, predizione, predilezione per
l’ira, l’invidia, la rovina in rabbia. Così: Cadmo e Armonia divergono in
serpenti; Aretusa si muta in fonte (che zampilla a Ortigia); Niobe diventa di
pietra; Dafne si fa alloro; Licaone, sovrano in Arcadia, muta in uomo-lupo – e
così via. Fantomatica araldica di creature sfuggenti, che generano, per
proliferazione, ulteriori forme, fraintesi, inseguimenti. In uno dei “sogni di
sogni” registrati da Antonio Tabucchi, Ovidio sogna di mutarsi in farfalla; è lo
stesso sogno fatto da Zhuangzi, il grande pensatore cinese vissuto tre secoli
prima del poeta latino: “Ma egli non sapeva se fosse Zhuangzi che aveva sognato
di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere Zhuangzi”.
In sostanza, Gregorio di Nissa insegna a essere integralmente, perentoriamente
uomini. Questo corpo – spirito & carne – donatoci da Dio va restituito intatto,
ben custodito, non più imbestiato – senza alcun merito, aspiriamo a risorgere,
non più a latrato o a ladrocinio. Con il cristianesimo, sembra definitivamente
finito il tempo degli dèi proteiformi – greci o egizi o mesopotamici: con
divinità dalla testa di leonessa e di sciacallo, dèi alati, dee ferine,
continuamente gravide – e delle forme mutanti. Più che altro, sembra separato il
regno umano, di quelli somiglianti a Dio, da quello delle altre bestie. Non è
del tutto vero. L’uomo si incarica di tutte le creature animali – Noè – e ne
assume i paramenti simbolici: Davide ha in sé l’audacia del leone e del lupo, le
bestie che ha imparato a conoscere portando al pascolo il gregge del padre.
L’anima – nephesh, il sé – è paragonata alla “cerva” che “anela ai corsi
d’acqua” (Sal 42, 2). D’altronde, Cristo, “divinamente e umanamente analfabeta”
– José Bergamin, Decadenza dell’analfabetismo, Rusconi, 1972: devo a Tommaso
Scarponi l’aver riportato in memoria, fallacia d’anni, questo mirabile testo –,
abita dove non è uomo, spinto al deserto (erémos; cioè, il desolato, il
selvaggio) dallo Spirito (Pneuma), “stava tra le bestie selvatiche e gli angeli
lo servivano” (Mc 1, 13).
Secondo tradizione, Gesù è l’Agnello, Agnus Dei, e “il leone della tribù di
Giuda” (Ap 5, 5); nei bestiari medioevali è pellicano e cigno, pavone e pantera.
Non si disgiunge il divino dall’animalesco, quasi che quella fosse la sua
vera figura, l’esattezza. Anche gli evangelisti – incarnazione del tetramorfo
(Ez 10, 14), sono leone e angelo, toro e aquila. Pienamente uomo – cioè: altro.
Allo stesso modo, l’ibrido inietta un fascino sovrannaturale. Il lupo che
allatta l’uomo – Romolo & Remo nella plaga Palatino; Mowgli nella giungla
indiana –; la donna che dà latte alla bestia. Ogni nascita ‘speciale’ ha
specificità ferina – oppure, a contrasto, virginea sprezzatura. In alcune
raffigurazioni, la Vergine è affiancata dal Bambino e dall’agnello, simbolo di
Giovanni Battista: nulla vieta che offra il suo portentoso latte a entrambi. In
Amazzonia le donne Awá-Guajá sanno allattare alcuni cuccioli animali rimasti
orfani come le Baccanti, secondo Euripide, offrono il seno a cuccioli di lupo e
di cervo – le menadi che a nude mani squartano la bestia e di carne cruda si
nutrono, hanno ruolo centrale nei misteri di Orfeo, che riguardano il linguaggio
dei primordi, la poesia.
Potenza che lacera, quel latte: biancore a colpi d’ascia, tra la Via Lattea e
l’addentare, l’adorare quel bianco-bianco, quell’avorio, tesoro a piena bocca,
di gioiello e di mela.
In una delle poesie più belle, Fawn’s Foster-mother – raccolta in Cowdor and
Other Poems, 1928 – Robinson Jeffers racconta di una signora che ha allattato,
da neomamma, un piccolo di cervo. L’ha fatto con naturalezza, con ruvida gioia.
La signora abitava con il marito nell’odierno Garrapata State Park, poco lontano
da Big Sur, California, e da Carmel, dove il poeta aveva costruito, nell’arco di
cinque anni, dal 1919 al ’24, la sua mitologica casa, “Tor House”, in pietra,
per sé e la sua donna, Una, secondo lo stile dei castelletti irlandesi. Nessun
simbolo aliena la poesia di Robinson Jeffers da una quotidianità lattescente,
pugnace: pare che la donna abbia amato quel cerbiatto più dei suoi figli. La
poesia è tra le predilette da Ted Hughes, poeta di corvi, lupercali, lupi; un
autentico bardo che ha imbastito bestiari per tutta la vita; un poeta-Chirone,
un poeta-sciamano che sa auscultare le viscere e le stelle.
Di ogni poeta, d’altronde, non cerchiamo l’anima, ma il dire animalesco.
**
La madre adottiva del cervo
La vecchia siede davanti alla porta, su una panca,
litiga con la megera figlia, pallida, depressa.
Una volta, passando di lì, l’ho vista ridere, sola, al sole:
mi raccontò di quando si era appena sposata,
stava in una vecchia fattoria in cima al Garrapatas Canyon.
(Ora quella casa è vuota: il tetto crollato
muraglie di tronchi tra le vive pietre; le sequoie
sono state abbattute ma le querce reggono ancora;
il luogo è più solitario che mai).
“Allattavo il mio secondo figlio; mio marito
trovò un cerbiatto nascosto in un bosco di felci;
era giorno, me lo portò, gli misi il muso al seno;
piuttosto che lasciarlo morire di fame, pensai: avevo
latte a sufficienza per tre bimbi. Come succhiava
quel piccolo frugolo: affondava i piccoli zoccoli
nel mio stomaco come fossero aculei.
Mi ha dato più gioia lui di tutti gli altri”.
Il viso, deformato dall’età, sembra una strada
disfatta dai carri, è roso dalla meschinità e dall’incuria.
Cella di pelle secca, pura superficie che molto presto
si staccherà dalle palpebre della terra: eppure,
ha avuto anche lei la sua primavera, ha vissuto nelle arterie
che fecondano il mondo, nella musica della montagna.
Robinson Jeffers
*In copertina: Jean-Léon Gérôme, La Baccante, 1853
L'articolo Intorno a uomini-bestia e a donne che allattano lupi e cerbiatti
proviene da Pangea.
All’inizio dell’Odissea, sull’Olimpo si sono riuniti gli dei e Zeus comincia a
parlare della sventura di Egisto, ucciso da Oreste, che ha vendicato
l’assassinio di suo padre Agamennone. Il re di Micene, di ritorno da Troia,
aveva trovato infatti la morte per mano di chi si era unito a sua moglie. Questo
tema della vendetta di Oreste domina tutta la prima parte del poema omerico,
quella che solitamente viene chiamata «Telemachia». Perché? La sua rievocazione
è il tarlo di Telemaco, il figlio di Odisseo, che aspetta il ritorno del padre,
dopo venti anni di assenza, temendo sia morto, per cui parte in cerca di sue
notizie, mentre i Proci nella reggia spadroneggiano, e chiedono alla madre
Penelope di rassegnarsi alla vedovanza e sposare uno di loro. Ma che cosa
rappresentano per Telemaco l’omicidio di Agamennone e la vendetta del figlio
continuamente evocati?
Per rispondere a questa domanda bisognerebbe provare a immaginare l’Odissea da
un punto di vista completamente diverso. Immaginarla, cioè, come se fosse, per
intero, una fantasticheria di Telemaco. Come se tutto il racconto di Odisseo,
delle sue disavventure, la peregrinazione per mari e per terre, non sia altro
che l’elaborazione mentale di un figlio che nell’attesa del ritorno del padre,
nel vuoto di potere che egli ha lasciato non tanto nel regno ma nella sua
crescita, ha bisogno di ricostruire la figura paterna attraverso il
mito. L’Odissea come sogno interiore di Telemaco, insomma, come suo percorso
immaginativo e iniziatico per definire la propria identità.
Il viaggio di Odisseo apparirebbe come una narrazione interna – doppiamente
interna, considerato che Odisseo per buona parte del poema racconta in prima
persona – una mitopoiesi prodotta da Telemaco per colmare il vuoto
paterno. Tutte le tappe del viaggio – Circe, Polifemo, le Sirene, Scilla e
Cariddi – non sarebbero pertanto ostacoli esterni, ma figure simboliche
dell’inconscio, personificazioni di forze psichiche che il giovane deve
attraversare per crescere. Odisseo incarna tutto ciò che Telemaco, ancora in
formazione, non è ma desidera diventare. In questo senso, l’Odissea funziona
come una phantasmagoria, una costruzione mentale che serve a mediare il
passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Si spiegherebbe così anche
diversamente il senso della «Telemachia», cioè la scelta di Omero, del tutto
insolita, di ritardare l’entrata in scena del protagonista fino al quinto libro,
dedicando un lungo preambolo alle avventure di Telemaco. Un preambolo che
potrebbe essere la chiave di lettura dell’intero poema, cambiandone radicalmente
il senso. E quale sarebbe il senso? Che non si dà narrazione alcuna all’infuori
della figura del Padre, della sua distanza, della sua indecifrabilità. Che
qualsiasi racconto sia, come suggerisce il significato stesso del nome Telemaco,
la descrizione di una battaglia svolta lontano dal padre o per tenere il padre
lontano. Una battaglia che è – anche, allo stesso tempo – una «tentazione di
evasione dalla sfera paterna» (come pare che Kafka volesse intitolare l’intera
sua opera). In questo combattimento, dunque, rientra a pieno titolo il fantasma
di Oreste, che è una proiezione delle paure – o del desiderio inconscio – di
Telemaco.
All’inizio del poema, dopo la discussione tra gli dei sull’Olimpo e la decisione
di Atena di raggiungere la reggia di Odisseo a Itaca sotto le sembianze di uno
straniero di nome Mentore, troviamo il principe che siede tra i «Pretendenti»
che gozzovigliano. «Sedeva con l’angoscia nell’animo» scrive Omero. E pensando
al padre, fantastica sulla possibilità che possa arrivare all’improvviso a
disperdere i Proci. Telemaco è come Amleto nel palazzo di Elsinore: è giovane, è
depresso, dialoga in cuor suo con lo spettro del padre, che è stato ucciso dal
fratello in combutta con sua madre. Penelope non ha mai tradito Odisseo, però le
insistenze dei Proci bastano ad agitare nella mente di Telemaco la fantasia
della triangolazione. È la stessa Atena travestita a materializzarla, quando gli
suggerisce, poco dopo, di pensare a come uccidere i Proci.
> «Non sei più un bambino, non ne hai più l’età. Non sai quale fama si è
> conquistata fra gli uomini il divino Oreste, per aver ucciso il perfido Egisto
> che gli assassinò il padre glorioso? Anche tu dunque, grande come sei, e
> bello, mostrati audace, affinché possano dir bene di te i tuoi discendenti».
Come lo spettro del re Amleto inciterà il principe alla vendetta, così la dea
spinge Telemaco ad agire, a onorare suo padre, per certificare l’ingresso
nell’età adulta. Ecco che per la seconda volta nel poema il tema di Oreste viene
evocato.
Telemaco, appena compare, all’inizio del canto, è seduto, paralizzato
dall’inazione e dal dubbio (l’«essere o non essere» non riguarda sé stesso ma
suo padre). Odisseo è lontano, e la sua assenza non è soltanto fisica: è una
mancanza simbolica, un vuoto che condiziona la formazione del figlio, è «la
mancanza nel campo dell’Altro», come la chiamerebbe Lacan, il punto da cui
prendono avvio il desiderio e l’identità del soggetto. Atena, infatti, lo invita
a muoversi, a compiere un viaggio, a cercare notizie sul padre per cercare, in
realtà, notizie su sé stesso. Prima però gli comunica che suo padre non è morto,
e con una certa delicatezza gli dice, vagamente, che
> «qualcosa lo trattiene sul mare immenso, forse, in un’isola cinta dall’acqua,
> uomini selvaggi e crudeli lo tengono, contro il suo volere, prigioniero».
Nessun accenno alla bellissima ninfa Calipso. Poi gli rivolge una inattesa
domanda, gli chiede se davvero lui è il figlio di Odisseo, come a esigere una
prova. Domanda cruciale, ineludibile, alla quale Telemaco risponde così:
> «Mia madre dice che sono suo figlio, ma io non so; nessuno può sapere qual è
> la sua nascita. Vorrei essere figlio di un uomo felice, che giunge alla
> vecchiaia padrone dei suoi beni. E colui, invece, del quale figlio mi dicono,
> perché questo tu mi domandi, è di tutti i mortali il più infelice».
Risposta sorprendente. «Vorrei essere figlio di un uomo felice». Odisseo non può
essere felice perché sconta la punizione per la sua hybris. Come tutti gli eroi
della guerra di Troia, gli usurpatori, i vincitori con l’inganno, anche lui –
soprattutto lui – deve pagare se non con la morte, con l’infelicità quella colpa
di aver ecceduto. Ma la punizione per la colpa, spesso, non si esaurisce
soltanto nel colpevole: la nemesi opera anche nelle generazioni successive, come
sappiamo da molti miti greci.
Che giustizia è mai questa che fa ricadere la colpa di un padre sul figlio e sui
figli del figlio ancora? Una catena di castigo che non si interrompe,
generazione dopo generazione. Forse la vera spiegazione è proprio nella risposta
di Telemaco. Si desidera un padre felice, perché il peso dell’infelicità paterna
grava inevitabilmente anche sul figlio. È questa la vera nemesi, la vera
colpa? Forse la più grande responsabilità che ha un genitore nei confronti dei
propri figli è proprio nella sua capacità d’essere felice. Così Telemaco, dopo
aver convocato per la prima volta un’assemblea degli uomini di Itaca – un atto
di grande significato: mostra il desiderio di assumere il ruolo di guida in
assenza del padre – e aver lamentato l’arroganza e il comportamento disonorevole
dei Proci, salpa di notte da Itaca verso Pilo, nel Peloponneso, dando inizio al
suo viaggio alla ricerca del padre, diretto verso la casa di Nestore, il più
vecchio e il più saggio tra i re greci che hanno partecipato alla guerra di
Troia. Lui, a differenza di Odisseo, è tornato nel suo regno, e lì Telemaco,
accompagnato dalla dea Atena sempre travestita da Mentore, lo raggiunge per
avere notizie del padre.
Felice Giani, Telemaco consolato da Temosiri, sacerdote del tempio di Apollo,
1790 ca.
A Pilo, sulla riva del mare la gente sacrifica tori neri a Poseidone, con un
grande banchetto rituale al quale partecipa anche il re Nestore con i suoi
figli. I due vengono accolti con grande ospitalità, prima ancora di sapere chi
fossero, come impone la legge sacra dell’ospitalità (la xenia, principio
fondamentale nella cultura greca antica). Atena incoraggia Telemaco a parlare
con Nestore senza timore. Il giovane, allora, spiega il motivo del suo viaggio:
vuole sapere che fine abbia fatto suo padre Odisseo, disperso dopo la fine della
guerra di Troia. Ma il re di Pilo non ha più visto Odisseo, ricorda con affetto
la sua amicizia e poi, ecco che, per la terza volta, tramite il prosieguo del
racconto di Nestore, ricompare il tema dell’uccisione di Agamennone per mano
della moglie Clitennestra e dell’amante di lei, Egisto, e il tema della vendetta
di Oreste, il leitmotiv che accompagna ossessivamente la «Telemachia». Oreste è
l’alter ego di Telemaco: la sua vendetta non è soltanto un richiamo,
un’esortazione ad agire (Telemaco dovrebbe prendere esempio da lui, vendicare il
padre uccidendo i Proci che insidiano il letto nuziale dei suoi genitori), ma
anche, più sotterraneamente, la materializzazione di una fantasia: il padre che
ritorna e viene ucciso da qualcuno che ha preso il suo posto al fianco della
madre.
Telemaco deve liberarsi di questi fantasmi (definirlo complesso edipico è un
anacronismo curioso, ma di fatto di questo stiamo parlando), e il suo viaggio,
la sua piccola, circoscritta «odissea» attorno all’assenza di suo padre a questo
serve, a farlo maturare, a fargli assumere il suo ruolo di uomo adulto. Ma
questa prima tappa funziona solo come presa di coscienza: Telemaco avrà bisogno
di sapere che suo padre è vivo, per poter realizzare la sua rappresentazione
del nostos paterno, per poter riconciliarsi con lui immaginandone il lungo
percorso che ha dovuto affrontare per tornare in patria, e per poter figurarsi
un epilogo diverso da quello di Agamennone.
Nestore invita così Telemaco a recarsi a Sparta, da Menelao, che potrebbe avere
informazioni più precise su Odisseo. Gli offre un carro e il figlio Pisistrato
come guida e compagno di viaggio. I due giovani vengono accolti (ancora una
volta) con grande ospitalità a Sparta, dove il re Menelao e la regina Elena
(tornati insieme dopo la guerra di Troia), stanno celebrando un doppio
matrimonio, quello del figlio di Menelao e della figlia con principi stranieri.
Se qui il tema del matrimonio dei giovani si riflette nel matrimonio adulto, è
per un motivo preciso. Telemaco deve imparare ancora qualcosa di fondamentale:
l’idea che la vita è, in fondo, un compromesso, che l’amore coniugale è fatto di
separazione, inganno, allontanamento e ricomposizione, anche se le crepe non si
risanano mai.
Elena intuisce la somiglianza tra Telemaco e il padre Odisseo e scopre, così, la
vera identità del giovane (un’identità derivata). Questo riconoscimento fa
commuovere tutti, perché il pensiero di tutti è rivolto, adesso, allo scomparso
Odisseo. Ecco, allora, che Elena decide di versare nel vino una droga
(pharmakon), che «fuga il dolore e l’ira, il ricordo di tutti i malanni». Ma
perché Elena vuole anestetizzare gli ospiti e il marito? Sappiamo che il pianto
per gli antichi greci non era motivo di vergogna: tutti gli eroi versano
lacrime, perfino Achille. E allora perché questo desiderio di narcotizzare le
emozioni? Omero non ce lo spiega, e intanto, ordinato che si versasse il vino
drogato ai presenti, Elena inizia a raccontare di Odisseo e di quando il re di
Itaca, travestito da mendicante, era penetrato nella città di Troia. Solo lei lo
riconobbe (così come adesso ha riconosciuto Telemaco), e dopo averlo lavato e
rivestito, gli chiese di rivelarle i piani militari dei greci, giurandogli
solennemente che non lo avrebbe tradito, lasciandolo tornare al suo accampamento
e alle navi. Da quel momento, dice, «il mio cuore gioiva, perché ormai mi s’era
rivolto a tornare a casa»; e lei, pentita, malediva la follia amorosa che
l’aveva strappata alla casa, a un marito «a nessuno inferiore, per il senno e
l’aspetto».
Elena sta cercando qui di farsi perdonare il tradimento, giudicando la sua fuga
a Troia come una follia amorosa, ma a questo punto, però, interviene Menelao e
racconta della notte in cui lui e gli altri guerrieri greci si erano nascosti
nella pancia del cavallo di legno. Elena, dice, per tre volte girò intorno al
cavallo e chiamò per nome i migliori dei Danai, imitando la voce delle loro
mogli, così che alcuni di loro, tra cui lo stesso Menelao, furono spinti a
rispondere, se non gli fosse stato impedito da Odisseo, che non si era lasciato
ingannare e aveva tappato la bocca degli uomini, salvandoli tutti da una morte
sicura, finché Atena non condusse la donna lontano. La voce di Elena che imita
quella delle mogli dei greci è un richiamo irresistibile, come il canto delle
sirene (questa Elena che maneggia le droghe, riconosce gli uomini, imita le voci
ha qualcosa di magico, indubbiamente). Ma che cosa sta facendo Menelao qui, se
non accusare sua moglie di aver tentato di ingannare i greci, i suoi
compatrioti, e lo stesso marito (ingannarlo ancora una volta, imitando la sua
stessa voce, un inganno nell’inganno), mettendo a repentaglio la loro vita, per
difendere i troiani? Menelao, in altre parole, smentisce la moglie, rinnega la
versione che lei stessa ha appena raccontato nel tentativo di scagionarsi,
adulando il marito («a nessuno inferiore, per il senno e l’aspetto»). Mentre
Elena ha appena detto di aver aiutato Odisseo, nascondendo ai troiani la sua
sortita in città, e di essersi pentita della sua scelta, oppressa dalla
nostalgia per la casa nuziale e lo sposo, Menelao le rinfaccia di aver cercato
di smascherare l’inganno del cavallo di legno, inchiodandola alla sua antica
responsabilità.
Con un capolavoro di psicologia coniugale raffinatissima, Omero qua ci mostra un
marito e una moglie che, tornati insieme dopo una lunga separazione, covano
ancora sensi di colpa da un lato e rancori mai sopiti dall’altro. Capiamo adesso
il motivo per cui Elena ha voluto drogare gli ospiti e il marito: affinché
quest’ultimo, obnubilato dal «farmaco», credesse alla sua versione e non si
facesse prendere dall’ira o dalla sofferenza della gelosia. Ma, evidentemente,
nemmeno la droga è riuscita a cancellare dalla mente di Menelao il tradimento
della moglie.
Bartolomeo Pinelli, Il sogno di Telemaco, 1808
Telemaco poi, viene a sapere finalmente da Menelao che suo padre è vivo, tenuto
prigioniero sull’isola Ogigia dalla ninfa Calipso. Ma prima di rivelarglielo,
Menelao gli racconta, conosciuta da Perseo, la sorte degli altri comandanti
greci reduci da Troia, tra cui, quella del fratello Agamennone, ucciso da
Egisto. Per la quarta volta ritorna il tema di Oreste («Potresti trovarlo vivo,
Egisto, o forse l’ha già ucciso Oreste» dice Menelao a Telemaco, quasi a
suggerirgli la vendetta). Alla fine del suo breve viaggio, dunque, Telemaco ha
scoperto che suo padre è vivo, ma anche – riecco il fantasma, il ritorno del
rimosso – che sua madre, l’archetipo della sposa fedele, potrebbe rivelarsi
un’Elena, o una Clitennestra, che non solo tradisce il marito, ma trama anche
per la sua morte.
La «Telemachia» dunque è come la trasposizione di un rito di passaggio che ogni
adolescente deve compiere: allontanamento, straniamento, ritorno in città come
cittadino di pieno diritto. Ecco perché il ritorno di Odisseo – con la strage
dei Proci, il riconoscimento – può essere interpretato come la conclusione
catartica di un processo immaginativo: un desiderio di restaurazione e di
ordine, una «fantasia di completamento» che può avvenire solo quando Telemaco
riesce a cancellare il fantasma di Oreste. Il suo «doppio», cioè, non deve più
essere il figlio che vendica l’assassinio del padre, ma il padre stesso.
Telemaco deve liberarsi dalla fantasia del padre tradito e ucciso, di questo
desiderio inconscio, per vivere finalmente il desiderio cosciente che il padre
torni, lo riconosca, agisca insieme a lui, e infine lo legittimi.
Rileggere l’Odissea come un racconto mentale di Telemaco significa spostare il
baricentro del poema dalla dimensione esterna dell’avventura a quella interna
della psiche. L’opera si rivela allora come un Bildungsroman, un viaggio non
tanto nei mari del Mediterraneo quanto nel paesaggio interiore di un figlio che,
per diventare uomo, ha bisogno di immaginare il proprio padre come modello, non
come antagonista. Un sogno epico, ma anche una necessaria finzione per
attraversare il vuoto e costruire un’identità.
Fabrizio Coscia
*Le citazioni dell’Odissea sono tratte dalla traduzione di Maria Grazia Ciani,
edizione Marsilio.
*In copertina: Jacques-Louis David, L’addio a Telemaco, 1818
L'articolo “Vorrei essere figlio di un uomo felice”. L’Odissea? La
fantasticheria di Telemaco, il prototipo di Amleto proviene da Pangea.
Il flagello: così s’intitola una poesia de Il conte di Kevenhüller,
straordinaria raccolta di Giorgio Caproni – uscì per Garzanti, era il 1986.
L’esergo recita: “Su un’Invenzione di Ginevra Bompiani”; la nota chiosa: “Chiedo
perdono a Ginevra Bompiani per la mia quasi delittuosa distorsione del suo
splendido racconto intitolato La cerva cornuta”. In effetti, la poesia pare
quasi un calco dello “splendido racconto”.
“In perpetua corsa.
Nessuno era mai riuscito
a osservarla vicina.
Di lei, si sapeva soltanto
che razziava nei campi
Ma chi, chi non razziava
– ogni giorno – nei campi?
E quale voracità
poteva avere, una cerva,
per creare un flagello”.
Così Caproni; così Ginevra Bompiani: “…è difficile che qualcuno l’abbia guardata
da vicino. Di lei si sapeva che razziava nei campi. Ma chi non razziava nei
campi? E che appetito poteva mai avere una cerva da costituire un flagello?”.
Il racconto, tutto un precipizio, rilegge la terza fatica di Eracle, la cattura
della cerva di Cerinea. Alcuni passi sono molto belli:
> “La cerva non rappresentava altro pericolo che quello del desiderio. Il
> desiderio di andarsene. Anche per sempre. Quello era il desiderio che lui
> doveva spegnere, accollandoselo; una vertigine, lo spasimo di buttarsi nel
> vuoto precipizio; bisognava che lui ci scendesse vertiginosamente, rischiando
> di ruzzolare fino in fondo, sollevando sterpi sassi e radici sotto ogni passo,
> perché la loro saggezza si risolvesse un’altra volta a star ferma, ad
> accontentarsi, a non desiderare più”.
A un certo punto si dice che Eracle insegue la cerva “come un aspirante suicida,
non come un eroe guerriero”.
Il racconto è estratto dalla seconda parte (La stanchezza) di un libro che
s’intitola Le specie del sonno. Uscì nel 1975, per “La biblioteca blu” di Franco
Maria Ricci, tirato in tremila copie. In copertina: un cammeo in cui Eracle
tiene per il collare Cerbero, il cane infero. Ripreso nel 1998 da Quodlibet,
Giorgio Agamben – che, tra l’altro, ha curato la raccolta postuma di
Caproni, Res amissa – ne ha scritto come di “un classico ritrovato nella
letteratura italiana del Novecento”. All’epoca – nel ’75 – Italo Calvino firmò
un’introduzione accuratamente algida, in cui diceva che “L’occhio di Ginevra
Bompiani fissa gli emblemi mitologici come macchie di Rorschach, con la
differenza che il suo sguardo non può essere ingenuo e che il potere di
fascinazione di queste figure non può essere quello di ciò che è visto per la
prima volta”. La quarta parlava – in forma più brillante – di “un libro
assolutamente unico nella letteratura italiana, che riunisce in esemplare
equilibrio la grazia un po’ improbabile di un bestiario medioevale e il rigore
quasi scientifico di un trattato di mitologia”.
Sono troppi gli autori del Novecento che hanno usato la maschera del mito, fino
all’usura – da Camus a Pavese, da Rilke a Broch, da Marguerite Yourcenar a
Ghiannis Ritsos, da Julio Cortázar a Borges a Robert Graves –: la Bompiani
arriva ultima, sorprendendo “le creature del mito nei loro gesti più quotidiani
e immediati, cioè nel loro assoluto ignorare di essere mitiche” (Agamben). Più
di recente, in ambito anglofono – Anne Carson, Alice Oswald, Susan Stewart, Pat
Barker – il mito ha dato misura di sempiterna inesauribilità. Ma questo è un
altro discorso.
Cinquant’anni dopo, Le specie del sonno mantiene il ritmo di una sagace
inattualità, è testimone di una immaginazione perturbante. Nel racconto che dà
il titolo alla raccolta, ad esempio, si dice degli ermafroditi:
> “Fatti per l’amore, e incapaci di provarlo, a loro non resta che la
> malinconia, il sonno infantile e il dispetto”.
Insonni, invece, sono i Centauri. Vivono il doppio degli uomini, di cui
afferrano, in razzia, le donne. Una ferina inquietudine li rende, al contempo,
avidi di ogni sapere ma incapaci di trasmetterlo, di farne uso:
> “A che scopo infatti costruire casa focolare giardino se non ci si può dormire
> in mezzo? A che scopo fabbricare utensili se l’irrequietezza propria agli
> eterni vigilanti li costringe a cambiare continuamente quartiere, a
> trascorrere in solitudine da una collina all’altra, da una grotta a un fiume
> montano?”.
Creature dell’istante, pari a rapaci, la sapienza dei Centauri è equivalente
alla pura insipienza: la loro vita, un pozzo.
Riguardo agli angeli, è scritto che “guardano altrove”, intimoriti dal loro
annuncio, che spartiscono per obbedienza, senza prendervi parte, come il pane
sbriciolato per i piccioni, a orde. Tra tutte, una lassa è di folgorante
bellezza:
> “Se un angelo passa vicino alla vostra casa, sparategli. E quando sarà caduto
> nel vostro giardino, col petto insanguinato e le ali che sbattono debolmente
> sul terreno, avvolgetegli il capo e posatelo sulle vostre ginocchia, facendo
> da cuscino alla sua agonia; e guardando la vostra casa, respirate di sollievo,
> vedendola uscire con la consueta lentezza dalla penombra mattutina”.
Che raffinatezza intrisa di sangue. In questo gioco di specchi e di venefiche
pozioni, a volte, vorremmo la bestia in disastro, che balzi dalle pagine per
fracassarci il corpo – per farlo infine fruttificare. Ma sono dettagli, perché è
proprio il rigore da entomologo – ardore geometrico che precipita nella pazzia –
a rendere un libro tanto improbabile, autentico. Il talento per la sprezzatura
non sempre è eccidio, a volte finisce per essere incendio. A volte, intendo, la
limpidezza non è austera: è come mettere una sedia di fianco al muro di una
casa: sali, lettore, entra di soppiatto nella camera da letto.
Max Klinger, Centauro inseguito, 1881
Ne Il calore animale, ad esempio, si dice che la donnola è la nemica del
basilisco, ma soprattutto che
> “Contro l’inumano non è mai stata un’arma la verità, ma sempre la finzione o
> l’inganno: l’astuzia delle catene di Ulisse mutila il canto delle sirene, un
> falso nome deride il furore del ciclope, la testa di Medusa riflessa nel
> bronzo devia il suo sguardo pietrificante e accorda la vittoria a Perseo; il
> raggiro sottrae il mondo umano alla legge della coincidenza che lo fa
> scomparire”.
Un racconto s’intitola Consigli a un cacciatore; tacitamente, sarà piaciuto a
Caproni, il cui libro – quello citato in cima –, in fondo, è un lirico trattato
di caccia. All’amico appostato il poeta indirizza un metafisico avvertimento:
“Presta bene orecchio,
amico, a quel che ti dico.
Tu miri contro uno specchio.
Sparerai a te stesso, amico”.
Per attingere al meraviglioso, bisogna conoscere la tessitura della trappola,
avere occhi a filo d’ascia, approvati dalla nottola, annottare ogni pensiero.
Caccia, cioè: non avere scusanti, otturare le scappatoie.
*In copertina: Giambattista Tiepolo, Centauro e Satiro, s.d.
L'articolo “Se un angelo passa vicino alla vostra casa, sparategli”. Intorno a
un libro inattuale proviene da Pangea.