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O la borsa o la vita! Considerazioni intorno al massacro quotidiano
Da anni un popolo di poveri cristi, di poveri mussulmani, e persino di poveri atei è sottoposto al martirio. Non c’è crudeltà che sia stata loro risparmiata. La più atroce di tutte: quella sui bambini. Qualcosa che nemmeno Iddio avrebbe il diritto di perdonare, se la pensassi come Ivan Karamazov. È stata scritta e ancora si sta scrivendo una delle più vergognose pagine della “storia universale dell’infamia”. Comunque la si pensi, qualunque sia la fede: un’infamia! Silenzio delle nostre autorità governative, se non qualche balbettio, o peggio complicità, se c’è del vero nel “qui tacet, consentire videtur”. La più vile forma di complicità, quella del silenzio, dell’acconsentire tacendo, lo stesso vigliacco silenzio che acconsentì al martirio degli Ebrei d’Europa, in altri tempi. Poi succede che il Patriarca latino di Gerusalemme e il Custode di Terrasanta vengano fermati dalla polizia israeliana lungo la Via Crucis. Succede che venga loro impedito l’ingresso alla Basilica del Santo Sepolcro per la celebrazione della Messa della Domenica delle Palme. Non accadeva da secoli. Allora si assiste a un miracolo: la resurrezione del nostro Ministro degli esteri, ché altrimenti avrebbe rischiato di non passare alla storia come uno “nato con un cuor di leone”. Facendosi forte dell’indignazione della Cristianità, guardandosi alle spalle, poi a destra, quindi al  centro e poi a sinistra, di sotto e soprattutto di sopra, e persino sotto il letto, infine pare essersi deciso a convocare alla Farnesina l’ambasciatore di Israele.  A onor del vero o perlomeno ad essere sinceri, sino ad oggi non mi è sembrato molto leonino nemmeno il Pontefice che porta il nome di Leone, semmai piuttosto vago: è il minimo sindacale che un papa predichi la pacem in terris. Giusto qualche giorno fa la predicava nel suo viaggio apostolico in Costa Azzurra, a convertire i ricchi monegaschi. Parole al vento che il Mistral avrà disperso. A convincerli non ci riuscì neanche Tolstoj col racconto Costa caro. Cristo, invece, credo fosse con quelle ragazze e quei ragazzi che partirono alla volta Costa del Sangue e furono fermati e sequestrati in acque internazionali. Ma nel caso del Papa, almeno, si ha a che fare con la più antica diplomazia del mondo, più che altro sotterranea, forse un retaggio dei tempi eroici in cui i papi si nascondevano nelle catacombe. Però ci sono momenti, nella vita del più comune essere umano come nella storia del papato, dove non può esserci diplomazia che ci trattenga.  Però non è di questo che avrei voluto fare materia del presente articolo.  Dopo essermi tolto un piccolo peso dal cuore, volevo e ora voglio cominciare col descrivere, in poche e povere parole, la morte e la resurrezione secondo il “libero mercato”, quel credo nella “manina invisibile” e simili superstizioni nella plutonica provvidenza. Vorrei farlo dalla parola catacresi, figura retorica che in greco significa abuso. Tradotta nella neolingua dei giornali finanziari, ma non solo, tradotta e usata nel classico gergo borsistico essa va oltre l’abuso etimologicamente certificato per mistificare ancora di più la verità. Verità che consiste nella ciclica macellazione soprattutto di quella parte del suddetto “libero mercato” chiamata “parco buoi” “, ossia la massa planetaria dei piccoli risparmiatori e magari aspiranti quanto improbabili speculatori. Ma c’è di peggio e di più. Parlare o scrivere di “Sofferenza dei mercati”, “Panico dei mercati”, “Calvario dei mercati” e simili bestemmie, come d’uso nella più fetente letteratura giornalistica, significa offendere Dio e l’umanità. Par che a soffrire e morire non sia la gente a causa della guerra, delle bombe, della fame, dei contractors dell’Apocalisse, ma i banchieri, gli speculatori finanziari e simili adoratori del “vitello d’oro” che dei mercenari e della manipolazione, come di qualunque altro strumento, si servono per riempirsi la pancia e arricchire sino a vomitare. Basta un tweet postato “dall’uomo più potente del mondo” e si assiste al miracolo della “Resurrezione del mercato”. Ma è un trucco, una frode peggiore di quella tecnicamente conosciuta come “inside trading”. E di certo, con la guerra e la rapina delle risorse, non soffrono ma anzi ingrassano non solo i finanzieri, i petrolieri e “simile lordura”, ma i soliti avvoltoi come i produttori di armi e “i mercanti di morte”. Questa è cosa arcinota, ma giova ripeterla sempre, poiché sembra diventato normale e moralmente accettabile che un tale possa privatamente trafficare armi su scala industriale e insieme ricoprire apicali incarichi pubblici. Però si invocano e fanno leggi per disarmare (giustamente) dei ragazzini che in fondo non fanno che emulare gli adulti. Ma non si educa soprattutto con l’esempio? Non sono gli adulti, perlomeno certi adulti, a invocare il riarmo universale? A strombazzare “si vis pacem, para bellum”? Che poi, liberamente attualizzata e tradotta dal “latinorum” in italiano, la locuzione suonerebbe così: “Colonnello non voglio pane, voglio piombo per il mio moschetto!” Quante storie per dei ragazzi che si addestrano al combattimento all’arma bianca, in attesa di essere arruolati e mandati al fronte! Insomma, i ragazzi potrebbero rispondere: “O la borsa o la vita! Dateci i vostri missili e noi vi daremo i nostri temperini. Lasciateci rimbambire con gli smart… (sic!), con gli smartphone che ci avete donato per riempire il vostro vuoto sin dalla nostra più tenera infanzia. Lasciateci gli smartphone, perché il giorno che ce ne priverete e cominceremo a pensare faremo tremare il mondo!” Bel mondo davvero… Insomma, che dire a fronte di tante bugie, di tanta infamia e tanta desolazione? Forse non resta che sperare e aspettare ’A livella del grande tragicomico napoletano. O immaginare, col grande poeta fiorentino, quel fiume gonfio di lacrime e sangue dell’umanità, quel fiume che scorre all’Inferno e che ha le sue sorgenti nel tempo per finire nell’eterno mare o gran lago di ghiaccio. Quel fiume che ad un certo punto del suo corso strafoga in eterno i violenti e i prepotenti del mondo. Questo fiume che da giorni è alimentato anche dal petrolio di una nuova guerra di aggressione. L’ha scatenata il Caligola del nazionalcapitalismo americano che però, ai tempi del Vietnam, da giovane miliardario viziato fece carte false per non infangarsi gli stivaletti stile cafonal nel delta del Mekong. E certo non perché fosse contrario alla guerra. Si dice che nella guerra contro l’Iran lo abbia trascinato il suo camerata di stragi israeliano e che non abbia un vero piano. Si dice che sia pazzo, per quanto ciò non lo darei per scontato nemmeno se nominasse giudice della Corte suprema il suo cavallo. A dirlo sono soprattutto i suoi concorrenti dell’altro capitalismo, quelli del credo neoliberista, dell’internazionale neoliberista, coi suoi propagandisti, politici e giornalisti, quelli che di sofferenze al genere umano ne hanno inflitte forse più dei nazionalisti. Basti considerare la guerra che hanno provocato, voluto e alimentato ai confini orientali dell’Europa, e ancor prima, con la guerra balcanica per lo smembramento della Jugoslavia, al tempo dei bombardamenti di Belgrado anche con la partecipazione dell’Italia, regnanti a Roma il grande D’Alema e il suo vice Mattarella. A meno che non si scopra che a bombardare e a versare il sangue dei romani furono i serbi.  “Se c’è una speranza, è nei prolet” scrive George Orwell in 1984. Ma sarà poi vero? È mai esistito, ma per davvero, l’internazionalismo proletario? Cosa resta del motto “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”? Questo mito in Europa morì e fu sepolto nelle trincee della Grande guerra, oltre cent’anni fa, il tempo di un battito di ciglia paragonato ai cicli storici. Per cui mi conforta un poco, lo ripeto, la poesia del grande tragicomico napoletano. Enzo Fontana *In copertina: Otto Dix, Teschio, 1924 L'articolo O la borsa o la vita! Considerazioni intorno al massacro quotidiano proviene da Pangea.
April 7, 2026 / Pangea
L’Argonauta o il naufragio della vita. Un racconto di Enzo Fontana
Bianca colomba che voli sul relitto di Argo, allontanati da questa nave, perché presto per me, Giasone, qui volerà l’avvoltoio. Ma se per qualche momento vuoi riposarti dalle fatiche del volo, vieni a posarti sul mio petto. Dalle mie labbra potrai cogliere semi di parole. Ma dopo che mi avrai ascoltato, riprendi il volo perché non potrei difenderti dagli artigli rapaci. Qui mi vedi come uno spaventapasseri piantato nella sabbia, all’ombra dell’albero maestro, e con la poca forza che mi resta non potrei affrontare nemmeno un passerotto. Da dove vieni, tu, alla mia ultima spiaggia? Dov’è il tuo nido? Forse come Giasone non hai un nido e i tuoi piccoli sono finiti in pasto alla civetta. Sei forse una colomba di Zeus che porta nel becco l’ambrosia per il dio? Ricordo che avevo una colomba bianca, nel viaggio alla conquista del Vello d’Oro. E come la colomba la nostra nave volò sull’onda attraverso mascelle di pietra: le rupi Simplegadi si chiusero di schianto, ma strapparono solo qualche frammento dalla poppa della nave. Avevo una colomba bianca, la prima volta che vidi la figlia del re dei Colchi. Il viso di Medea era coperto da un velo d’argento, quando le donai la colomba, sacra ad Afrodite. Medea ricambiò con un’ampolla di sangue, il sangue di un fiore che avrebbe reso il mio corpo inattaccabile dei tori che soffiano fuoco, ma la mia anima vulnerabile alle sue arti.  Bianca stella del grande Zeus, quello che tu vedi è solo un relitto imprigionato nella sabbia, con le costole spezzate e il legno è fradicio di mare. Dove remavano gli argonauti ora abitano i granchi.Su questa stessa spiaggia avevo consacrato la nave alla Regina degli dei. Prima di salpare, su questa spiaggia costruimmo un altare ad Apollo. Mai si era vista una tale schiera di eroi prendere il mare! C’era Eracle, sterminatore di nani e di giganti, che presto avrebbe scelto altre avventure; c’era Orfeo della stirpe di Apollo, incantatore di uomini, di donne e di serpenti, e spesso la sua musica riuscì più della spada; c’era Teseo, e Castoro e Polluce, e il timoniere Tifi, che avrebbe lasciato la sua vita lungo il viaggio. Le tempeste e gli uccelli ci flagellavano, ma noi eravamo come una testuggine impenetrabile. Ciascuno seguiva il suo fato, la volontà degli dei e il comando di un re che sognava soltanto il nostro naufragio. Quante isole sul nostro cammino salato, e mari, e fiumi, e popoli! Argo era una nave magica. Atena le aveva dato il dono della parola. Al timone, quando i miei compagni dormivano, le confidavo mie pene, il sollievo per i pericoli scampati e l’angoscia per i pericoli in agguato. La voce di Argo dolcemente mi rassicurava indicandomi la stella da seguire per giungere al Paese dell’Aurora. Ogni notte mi appariva una donna velata avvolta nel Vello d’Oro. Gustave Moreau, Giasone e Medea, 1865 Bianca colomba che danzi sul mio petto, sappi che quando l’avvoltoio verrà a cavarmi gli occhi col suo rostro, non riuscirà a strapparmi i ricordi. Mi hanno detto che l’uomo scende nudo all’Averno, ma conserva i sentimenti, i luoghi e i volti della vita perduta. E poi, nel corso del viaggio, ho già visto il sentiero che conduce all’abisso, fantasmi di guerrieri in piedi e in armi sulla tomba, fratelli uccidere i fratelli, tutti accecati dalla notte. Ho visto le acque ritirarsi spaventate, dove il fiume Acheronte getta la sua amarezza nel mare. Nessuno, in vita, vedrà mai quello che noi argonauti vedemmo. Dai monti della Colchide scende un fiume dove il sangue di Prometeo si perde, a goccia a goccia. Noi non vedemmo il titano inchiodato dalla volontà di Zeus, però lo sentimmo e i suoi lamenti ci ferirono. Ormai eravamo giunti alla fine del nostro viaggio: il Paese dell’Aurora. Al re dei Colchi chiesi il premio promesso, il Vello d’Oro, ma gli dei sanno che mi avrebbe ucciso, se solo avesse potuto. Egli mi impose altre prove, altre fatiche, con la promessa di darmi infine quello che il cielo voleva. Nelle sue parole c’era un veleno. Ma il dio degli amanti aveva già scoccato la freccia nel nido del re: al cuore di sua figlia Medea. Medea che parlava alla luna e conosceva il segreto del fiore; Medea che tradì il sangue del suo sangue per fedeltà al suo amore; Medea che unse il mio corpo con questo amore, affinché potessi mettere il giogo ai tori di suo padre, tracciare il mio solco nella pianura, seminare denti di drago e sterminare i frutti della semina, ché erano giganti. Il re dei Colchi aveva già deciso la morte di noi argonauti, non certo di vestirci del Vello d’Oro, quando Medea, nel cuore della notte, venne a svegliarmi. Mi condusse nel bosco di Ares, dove il serpente custodiva il Vello d’Oro. La notte, il bosco e il serpente immenso esalavano vapori. Medea incominciò a cantare e a danzare, invocando Ecate, la dea. E il serpente prese a inarcarsi, dondolando la testa come un serpente incantato. Poi ricadde in avanti e lì restò, immobile, mentre le fauci si spalancavano lente, come una pietra tombale. Tra i ‘mostri’ affrontati dagli Argonauti spiccano i Gigeni, giganti a sei braccia (qui: Nuremberg Chronicle, 1493) Medea mi unse ancora e disse:  “II fuoco di Medea è più forte del fuoco del serpente. Tu che sei venuto dal paese dove il Sole tramonta, entra sicuro nelle fauci della bestia: il Vello d’Oro è nel suo ventre.” Così entrai in quella caverna di carne, nel luogo più feroce, e non mi fece male. Quando tornai a respirare l’aria del bosco, la notte fuggì, perché tornavo avvolto nella luce del Vello d’Oro! Medea portò una mano agli occhi e disse: “II sole è sorto dalle fauci del serpente!” E con il sole tra le mani tornammo alla nave, per fuggire dal regno dei Colchi. Il risveglio del re fu udito in ogni parte del regno: “Gli argonauti ci rubano il Vello!” I guerrieri si schierarono in armi lungo le sponde del fiume Fasi, ad aspettare il nostro passaggio. Attoniti gli eserciti ci videro passare, perché Argo splendeva come una nave d’oro. Noi argonauti eravamo schierati sul ponte con gli scudi. Avvolta nel Vello, Medea sembrava una statua d’oro scolpita da un dio. Il re e molti che troppo la guardarono scendere lungo il fiume restarono accecati. Argo ancora non aveva raggiunto la foce che molte navi si misero alla nostra caccia. E questo è il punto più doloroso del racconto, perché da questo punto in poi una sottile scia di sangue innocente ci avrebbe seguiti. Le navi dei Colchi erano più veloci e stavano per raggiungerci quando Medea trasse un fagotto da un cesto. Piangeva, e le sue lacrime cadevano sul viso di un bambino che le sorrideva. “Chi è quel bambino?” gridai. “La vostra salvezza!” gridò Medea. E con la lama divise il corpo di suo fratello Apsirto in quattro parti, seminandole nel mare. Poi, senza un grido, Medea si gettò negli abissi. L’orrore dipinse di nero i volti dei Colchi. I Colchi calarono le vele e alzarono lamenti alle Erinni, fermandosi a raccogliere le membra sparse del piccolo principe. Intanto la magica nave ci portava lontano, ma la notte tutti la sentimmo piangere e lamentarsi: “Nessun mare laverà mai questo sangue! Perché la scure di Argos mi strappò alla quiete nella foresta? Meglio se il fulmine mi avesse bruciato con tutte le radici!” Da quella notte Argo non avrebbe più parlato. Andammo alla deriva sul mare, specchio del cielo, con il Vello d’Oro inchiodato all’albero maestro. Il tempo divorò non pochi argonauti. Semmai qualcuno ritornò a Iolco, quello non fui io, Giasone. Enzo Fontana *Enzo Fontana ha pubblicato, tra le altre cose, “Tra la perduta gente” (Mondadori, 1996), “Mia linfa mio foco” (Guaraldi, 1996), “Diario di un ragazzo clonato” (Ancora, 2002), “Il fuoco nuovo” (Marietti, 2006).  In copertina: Asterione, uno degli Argonauti, condotto da Giove, 1664 L'articolo L’Argonauta o il naufragio della vita. Un racconto di Enzo Fontana proviene da Pangea.
March 24, 2026 / Pangea
Dal labirinto di Cnosso all’infinito. Storia di Icaro
Nel labirinto di Cnosso non si era ancora spenta l’eco del Minotauro. Pareva di sentire il pianto dei fanciulli d’Atene che ogni anno gli venivano offerti come tributo. La pioggia ancora non aveva cancellato il loro sangue dalle pietre quando mi ci trovai prigioniero con mio padre, Dedalo, l’architetto. In questo modo veniva ripagato il suo ingegno per l’opera voluta da Minosse per nascondere l’adulterio di Pasifae. “Non temere, Icaro, il Minotauro è morto” disse mio padre. “Ma il suo patrigno è anche più feroce!” diss’io trattenendo le lacrime. “Dormi, dormi, e al risveglio vedrai che avrò trovato il modo di liberarci” disse ancora. Pregò il dio del sonno che venisse ad accarezzarmi le palpebre. Sentivo parole, tra il sonno e la veglia, le stesse che mio padre aveva rivolto al re di Creta: “Reale giudice, non chiedo clemenza per me, ma imploro giustizia per mio figlio. La colpa di aver donato il filo ad Arianna è solo mia.” “Dedalo, per la regina tu costruisti la vacca di legno e per il re il labirinto di pietra” diceva Minosse. “In queste due opere  la colpa compensa il servizio. Ma ciò che hai fatto per Arianna non te lo perdono. Le hai suggerito il modo per non perdere Teseo nel labirinto e le hai dato il filo della morte. Con il tradimento mi hai privato della figlia e di Asterione, il divino bastardo. E ora mi chiedi di risparmiare il tuo Icaro? Giustizia vuole che si perda con te nel labirinto.” Mio padre però non si perse d’animo. Finse di accettare la sentenza, ma intanto aguzzava l’ingegno. Accarezzava con lo sguardo il volo degli uccelli. Li disegnava sulle pietre. Contendeva la notte al gufo, sempre preso da sogni d’evasione. All’aurora lo sentivo imitare il canto dell’usignolo. Un giorno lo vidi correre come un pazzo e muovere le braccia come ali.  “Icaro” mi disse ansimando, “ce ne andremo volando!” Mio padre parlò con il re degli uccelli e gli uccelli vennero portando nel becco penne e piume. Parlò con la regina delle api e le api ci donarono la cera. Con le sue mani mio padre costruì le ali magiche con cui spiccammo il volo. I gabbiani gridavano al prodigio e le sentinelle ci guardarono incredule. Ci vide Minosse dal suo palazzo e invano scagliò l’aguzza lancia invocando su di noi la maledizione di Febo Apollo. Zefiro gentile ci sospingeva verso Oriente, dove proprio in quel mentre il dio sorgeva con il suo cocchio alato. Mio padre disse: “Icaro, non dobbiamo sfidare il sole perché il calore scioglierebbe la cera e perderemmo le ali. Ma non dobbiamo nemmeno volare sul filo del mare perché le ali si potrebbero impregnare e il peso farci precipitare.” Volammo così tra cielo e mare e isole. Il vento ci portava il brusio delle lingue di popoli diversi. Mio padre mi indicò un’isola e una vela bianca che se ne allontanava nell’azzurro. “Quella è l’isola di Delo” mi disse, “dove Arianna piange Teseo che l’abbandona.” Si voltava a guardarmi a ogni battito d’ala, mio padre, come l’aquila verso il suo aquilotto. Ancora non so dire cosa mi prese, ma immaginai d’essere nato con le ali, il becco che rompeva il guscio, il nido in cima a un altro mondo, il primo volo. Il sangue mi danzava nelle vene e le ali tremavano irrequiete. E quando fummo su quel mare che avrebbero chiamato Icario, sentii il richiamo dell’infinito. Non erano parole, ma come una corrente irresistibile che mi trascinava verso l’alto. Le mie ali erano vele che non si potevano ammainare. Mio padre gridò e pianse, mentre l’azzurro mi rapiva. Mi avvicinavo al carro del sole. Splendeva l’elmo d’oro del divino auriga e i cavalli alati schiumavano fuoco. Presto fui tanto vicino da poterli sfiorare. Allora Febo Apollo mi porse una coppa di vino ribollente e disse: “Liba agli dèi immortali!” Bevvi tutto d’un fiato e il fuoco mi consumò dall’interno. La cera mi colava sulla pelle e le penne volavano via come farfalle. Ma mentre il corpo precipitava, l’anima mia saliva sempre più in alto. Così, dall’alto, continuai a vedere la corsa del dio sino all’ora del tramonto. Lo vidi coricarsi in una grande coppa con le ali, il suo giaciglio d’oro. Lo vidi cullato dall’onda della notte che lo trasportava verso il giardino delle Esperidi, verso la terra degli Etiopi. Aurora lo aspettava con il carro e i cavalli frementi. Una voce mi richiamò dalle mie visioni: “Andiamo, Icaro.” Era mio padre. Così mi risvegliai nel labirinto di Cnosso, coperto di brina e con le ali. Enzo Fontana *In copertina: Antoon van Dyck, Dedalo e Icaro, 1615 ca. L'articolo Dal labirinto di Cnosso all’infinito. Storia di Icaro proviene da Pangea.
January 2, 2026 / Pangea
La storia al rovescio. Ovvero: proposte per una nuova “Dichiarazione Balfour”
> “Il sangue degli altri si sparge per terra.  > Io questa mattina mi sono ferito > a un gambo di rosa, pungendomi un dito. > Succhiando quel dito, pensavo alla guerra. > Oh povera gente, che triste è la terra! > Non posso giovare, non posso parlare, > non posso partire per cielo o per mare. > E se anche potessi, o genti indifese, > ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese! > Potrei sotto il capo dei corpi riversi > posare un mio fitto volume di versi? > Non credo. Cessiamo la mesta ironia. > Mettiamo una maglia, che il sole va via”. Con l’autore di questa poesia, Franco Fortini, un giorno di molti anni fa ebbi occasione di parlare della sua Lettera agli ebrei italiani. Mi scappò persino una battuta: “Come Paolo di Tarso!”. Fortini, Davide Maria Turoldo, Camillo De Piaz e altri volonterosi venivano a incontrarci in una “casa del dolore”, me e i miei compagni di ideali, di avventura e di sventura. Non ci parlarono mai da una cattedra per riportarci alla ragione. Ci si parlava con franchezza.  Quel giorno, ad un certo punto, si parlò anche dei valori universali dell’ebraismo di contro alla miopia degenerativa dei nazionalismi, cui nemmeno quello ebraico fa eccezione, mentre dovrebbe, proprio in virtù della storia dell’ebraismo e delle persecuzioni razziali. Si parlò delle allucinazioni razziste e della pretesa purezza del sangue. Mi ricordai allora, e lo dissi, che nelle arterie mi scorre lo 0 negativo, universalista fin nelle vene. Dissi ciò che pensavo, ovvero che l’unico sangue puro è quello degli innocenti e che tutto il resto, più o meno, col tempo si guasta.  Ci pensavo anche giorni fa quando, passando davanti a un’edicola, mi sono imbattuto in un titolo grondante cattiveria e altrui sangue spruzzato in prima pagina: Il circo di Gaza. Giganteggiava su un quotidiano nazionale, sempre uso, più o meno come certi altri suoi simili, a lucrare e a sguazzare tra le altrui lacrime, trattando le tragedie umane come burle, facendo sicuro affidamento sulla stupidità dei suoi lettori, degni del circo massimo e del pollice all’inverso. Osceno abuso della libertà di stampa! Ciò che riporto è solo un piccolo esempio che però si inserisce a pieno titolo nella “storia universale dell’infamia”, precisamente in quel capitolo in corso di svolgimento nella striscia di Gaza.  Contro questa infamia, nel giorno in cui scrivo queste povere righe, nella stessa Israele è in atto uno sciopero generale. In Israele comunque esiste e resiste una opposizione a quell’infamia. Anche se è un’opposizione minoritaria, per me acquista maggior valore. Scrivo e ribadisco la parola infamia nel preciso significato etimologico del termine. Chi ha voluto e pubblicato quel titolo derisorio della tragedia palestinese, ovviamente dirà che con il termine “circo” intendeva smascherare i clowns della sinistra. Per quanto della sinistra siano rimasti oramai più che altro dei giocolieri della parola, pronti a intrupparsi (a parole) coi cavalieri teutonici, coi neonapoleonici e persino coi neonazisti nella nuova crociata contro la Rus’ (come da plurisecolare tradizione, dal medioevo ad oggi), il senso di quel titolo, come di tanti altri, è ben chiaro. Chi lo ha voluto e pubblicato, in altri tempi, al tempo della svastica dilagante e trionfante su tutti i fronti europei, avrebbe intitolato il suo commento Il circo di Varsavia, in spregio al dolore e alle lacrime degli ebrei del ghetto. Mi sono ritornate in mente le bestemmie pronunciate da un’eurodeputata, italiana per nostra vergogna, che giorni fa, in un parlamento europeo semideserto – come sempre quando si tratta dello sterminio dei semiti di serie b – in fin dei conti giustificava l’uccisione dei bambini di Gaza in quanto “figli di terroristi”. In altri tempi, gente della stessa pasta di quella degna rappresentante dei suoi elettori avrebbe giustificato l’uccisione dei figli dei “perfidi giudei” fin nella culla. Insomma, se credessi alla dottrina della reincarnazione, direi che si tratta delle stesse anime nere ritornate dalle fogne dell’inferno a governare “l’aiuola che ci fa tanto feroci”. Però c’è di peggio delle anime nere. Ci sono le anime belle, benpensanti e, peggio ancora, la massa amorfa delle anime indifferenti. Ci sono gli ignavi e gli ipocriti, a cominciare dalla stragrande maggioranza dei leader europei, della stragrande maggioranza dei direttori dei giornali e dei telegiornali che, al massimo, blaterano ancora di “due popoli e due stati” e di riconoscimento dello Stato di Palestina. Se fossero sinceri, per prima cosa dovrebbero imporsi con tutti i mezzi di cui dispongono sostenendo almeno il diritto all’esistenza in vita dei palestinesi; invece perlopiù biascicano e belano, codardi e timorosi come sono soprattutto di urtare la “sensibilità” di forze, palesi e occulte, che possono compromettere o addirittura stroncare la loro carriera. Si riempiono la bocca di “valori europei” (quali? gli eurodollari? gli ideali o gli intascati?), ma non rinuncerebbero a un mese di gratifica per tutto ciò in cui dicono di credere. Però c’è dell’altro.  In un articolo che ho letto di recente, un giornalista-analista di notevole intelligenza, di pasta ben diversa dal comune, suggerisce che la vecchia Europa, coi suoi 450 milioni di abitanti (perlopiù sul viale del tramonto), si faccia carico di accogliere un rifugiato palestinese ogni 10.000 anime, dal momento che, se davvero si vuole uno stato, servono almeno dei sopravvissuti che lo popolino. L’intenzione è sinceramente umanitaria, per quanto vi si potrebbe rilevare qualcosa di inquietante: persino gli invasati coloni della Cisgiordania accoglierebbero la proposta con grida di giubilo. Il trasferimento in Europa dei palestinesi sarebbe certo meno doloroso della deportazione di due milioni di persone in paesi già martoriati come la Libia, come il sud Sudan o come l’Uganda (ancora l’Uganda, la terra vagamente promessa dai padroni dell’Africa orientale al sionismo nascente!). Nello stesso articolo, il giornalista sostiene che l’iniziativa potrebbe partire anche da un solo paese, ad esempio l’Italia, dando comunque per scontata la reazione xenofoba che ne deriverebbe. L’Italia, anzi la Padania, è infatti il paese che ha dato i natali all’illustre Salvini, il più sfegatato fan del governo israeliano dai tempi del defunto senatore Spadolini, quello che da giovine, al tempo in cui gli ebrei venivano sterminati, era un fan repubblichino e, da adulto, un riciclato illustre leader repubblicano, presidente del gran consiglio, uomo di grossa stazza morale, ecc. Di recente, il caporale leghista, travestito da Golem di Padania, è stato insignito del premio Italia-Israele 2025. Il cinismo di chi glielo ha assegnato va al di là di qualunque commento. Insomma, non solo si vende un “mondo al contrario”, ma si spaccia la storia al rovescio. Per cui è meglio non fare affidamento sull’Italia per il soccorso ai palestinesi. Meglio però farebbe persino l’estrema destra ebraica a non fidarsi dei Gasparri e dei Salvini, a parte il fatto che diffida di chiunque. A me invece è venuto in mente un altro paese che potrebbe e dovrebbe avviare l’iniziativa di salvataggio dei salvabili. Quale? L’Inghilterra! Di recente il premier britannico si è detto favorevole al riconoscimento dello Stato di Palestina, dopo oltre un secolo dalla famosa Dichiarazione di quel lord che gli irlandesi avevano appellato “Bloody Balfour!”, nome che i palestinesi non smetteranno mai di benedire, se mai ne resteranno. Ma in attesa che lo stato promesso ai palestinesi sorga non si sa dove e quando, dal momento che si tratta di una promessa menzognera, l’Inghilterra potrebbe accogliere un ferito, un bambino, e persino un moribondo ogni diecimila abitanti del Regno Unito. Potrebbe incaricare il suo ministro degli esteri di formulare una dichiarazione tipo quella che di seguito mi permetto di abbozzare: “10 Downing Street, London… Egregio Gran Muftì di Gerusalemme, È mio piacere fornirle, in nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di sincero rammarico per i cent’anni di sciagure riversatesi su generazioni di palestinesi a causa della lettera del 2 novembre 1917 del mio illustre predecessore, lord Balfour, il quale, nel corso dell’odierna seduta spiritica del gabinetto dei ministri, si è manifestato e ci ha dichiarato:   “Voglia il governo di Sua Maestà vedere con favore la costituzione nel Regno Unito di un focolare nazionale per il popolo palestinese, e adoperarsi per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla dovrà essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non palestinesi nel Regno Unito, né i diritti e lo status politico dei palestinesi nelle altre nazioni”. Le sarò grato se vorrà portare la nuova dichiarazione Balfour a conoscenza dell’Autorità nazionale palestinese, dichiarazione che è stata sottoscritta e approvata dal governo di Sua Maestà al termine della stessa seduta spiritica. Sinceramente suo…” Una simile dichiarazione da parte dell’attuale segretario di stato per gli affari esteri del Regno Unito, certo non potrebbe far risorgere i morti. Non ci sono parole che possano compensare cent’anni di sofferenze causate dalla dichiarazione di un lord a cui non importava né degli ebrei né dei palestinesi, se non come pedine della scacchiera coloniale. Balfour, infatti, scrivendo al barone Rothschild, il gran signore della finanza, non era certo mosso dalla compassione per i poveri ebrei che erano giunti e che sempre più, nei neri anni a venire, avrebbero cercato di raggiungere anche l’Inghilterra fuggendo dalle persecuzioni nell’Europa orientale. (Consiglio ai lettori il monumentale libro-testimonianza di Jeffrey Veidlinger, professore di Storia e Studi giudaici presso la University of Michigan: L’Olocausto prima di Hitler. 1918-1921. I pogrom in Ucraina e Polonia alle origini del genocidio degli ebrei, Rizzoli, 2023) No, dei poveri lord Balfour voleva solo liberarsi, come l’illustre economista Robert Malthus. Ovviamente c’erano altre ragioni di dominio coloniale, ma una delle principali era quella di dirottare l’emigrazione ebraica verso una terra dove potesse servire allo scopo. Insomma, se al mondo ci fosse anche solo un briciolo di giustizia, il governo britannico, i popoli britannici, come riparazione dovrebbero essere i primi ad accogliere i palestinesi a braccia aperte. E invece… Ho cominciato con le parole di Franco Fortini e concludo con le parole del pastore luterano di Betlemme, Munther Isaac, pronunciate nella predica di Natale dell’Anno Domini 2023: > “Noi palestinesi ci risolleveremo, l’abbiamo sempre fatto, > anche se questa volta sarà più difficile. > Non so voi però, voi che siete rimasti a guardare > mentre ci sterminavano. > Non so se potrete mai risollevarvi.” > > Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, Fazi Editore, 2025 Enzo Fontana *In copertina: un’opera di Otto Dix L'articolo La storia al rovescio. Ovvero: proposte per una nuova “Dichiarazione Balfour”  proviene da Pangea.
August 23, 2025 / Pangea
In memoria di due amici (e dell’incontro mistico tra Dante e Ezra Pound)
Gli editori hanno avuto un’indubbia influenza sulla mia vita, in un modo o nell’altro. A Milano, molti anni fa – e sono davvero molti – mi ritrovai a cena con due amici e un alto funzionario della narrativa Mondadori. Questi amici che intendo ricordare erano lo storico del cristianesimo Remo Cacitti e l’editore Mario Guaraldi. L’uso dell’imperfetto è d’obbligo, poiché Remo è passato dal tempo all’eterno il 3 marzo 2023, Mario ha intrapreso lo stesso viaggio lo scorso 2 febbraio.   A quella sorta di convivio pensavo lo scorso 2 febbraio viaggiando verso Rimini, dove il più lungimirante editore che io abbia conosciuto, Mario Guaraldi, stava morendo. Di lui scrisse allora Davide Brullo qui su Pangea. Non mi soffermerò quindi su ciò che è già stato scritto, e “con miglior plettro”. Ricorderò solo qualcosa di quell’episodio dove Remo e Mario si incontrarono per la prima ed ultima volta, poiché in seguito non ci sarebbe stata un’altra occasione.  Quella sera io avevo letteralmente le ore contate, nel senso che dovevo fare rientro da una certa licenza (niente affatto poetica!) entro la mezzanotte, come Cenerentolo, poiché a quell’ora finiva l’incantesimo della libertà. Si parlò di molte cose, ed io, come al solito, più che alto rimasi ad ascoltare. Ma ad un certo punto si fece il nome di Tolstoj, e qui trovai la forza di vincere la timidezza. Parlai di Guerra e Pace, che avevo letto e riletto, in vari momenti della mia vita, persino in francese e in inglese (conservo le edizioni Gallimard e Collins), non avendo potuto leggerlo in originale. E, in particolare, mi venne in mente e parlai di quelle che stimo alcune tra le più ispirate pagine della letteratura universale: quelle della morte del principe Andrej. Pagine che – chiunque le abbia lette – difficilmente può dimenticare. Ricordate, lettori? Ferito nella battaglia di Borodino, il principe Andrej Bolkonskij viene trasportato via da Mosca e una notte, in una isba, mentre la sua amata e ritrovata Natascia lo veglia al lume di candela, in apparenza concentrata a far la calza, egli si assopisce e sogna. Sogna una “cosa” che vuole entrare nella stanza, e lui che la teme, però si sente impotente di fronte ad essa.  Scende giù dal letto e striscia sino alla porta e cerca di impedirglielo. Ma “quella cosa” sembra onnipotente mentre l’energia vitale del principe Andrej è al lumicino. Così la porta cede alla forza e “quella cosa” entra nella stanza e si disvela: è la morte. Ma in quello stesso istante, il principe Andrej apre gli occhi e intuisce che la morte è un risveglio.  Voglia Dio che lo stesso sia accaduto alle anime generose di Remo e Mario. Ricordo che quella sera milanese l’editore Guaraldi sfogliava un post-libro che aveva pubblicato col titolo Due viaggi di Ulisse. Conteneva un mio breve racconto seguito dalle due versioni del viaggio: Pound che omaggia Dante col XXVI canto dell’Inferno, dopodiché questi gli recita la versione contenuta nei Cantos. Mario aveva voluto dedicare questo reciproco riconoscimento poetico, non solo immaginario, alla figlia di Pound: > “Si ringrazia Mary de Rachewiltz per essere stata al gioco di questo ideale > dialogo fra Dante e Pound”. L’alto funzionario intanto sembrava sorpreso (glielo leggevo nello sguardo) che uno con la mia storia, un “ex combattente e reduce” della sinistra più guerrigliera e sinistrata, potesse provare empatia per uno scrittore che – di certo a sua insaputa (!) – era diventato l’icona dei buzzurri di Casa Pound. Mario mi liberò dall’imbarazzo dicendo che io i Cantos li avevo letti e apprezzati per davvero e che Mary de Rachewiltz non vedeva l’ora di liberare il nome del padre incatenato in quella casa di tortura. (A tal fine, anni dopo Mary de Rachewiltz avrebbe intentato persino una causa legale.) Remo Cacitti intervenne ricordando un memorabile incontro che Pier Paolo Pasolini aveva avuto nel 1968 a Venezia col grande vecchio e poeta maledetto.  Qui concludo il mio breve ricordo di quel convivio con i miei amici con poche righe tratte dai Due viaggi di Ulisse. > “Quando lo spirito di Ezra Pound dalla bella Venezia giunse al Limbo, qualcuno > in cielo sentì una fitta all’anima. Era il suo pupillo T. S. Eliot, che in > vita mortale gli aveva dedicato il poema La Terra Desolata: ‘Al miglior > fabbro!’ Allora costui si alzò dal suo posto nella Rosa paradisiaca e si mise > a girare tra gli altri beati con una petizione il favore dell’antico maestro. > > Anche Dante era pronto a firmare. Ma quando T. S. Eliot gli fu davanti rimase > con la penna d’angelo sospesa in un dubbio, o forse era soltanto il desiderio > di conoscere l’autore dei Cantos di Babele, prima di firmare per la salvezza > della sua anima. Così decise e così si accinse a fare, dopo aver pregato > l’Autore della vita affinché gli permettesse di lasciare il suo scranno per > ritornare un poco nel Limbo dei sospiri. Poi che gli fu concesso, già esperto > della strada in breve si ritrovò fra le tenebre dell’Inferno, nel primo > cerchio: vide subito la ‘ghianda di luce’ dov’erano gli spiriti magni. Pound > si aggirava nel settore orientale come Alice nel Paese delle meraviglie, a > fare la conoscenza dei ricchi di scienza e arte…” Enzo Fontana L'articolo In memoria di due amici (e dell’incontro mistico tra Dante e Ezra Pound) proviene da Pangea.
April 22, 2025 / Pangea
Oskar Kokoschka e la bambolaia. Ovvero: sul folle amore per Alma
“Non si può proibire a un uomo di farsi una grande bambola di cera e di baciarla” è scritto in Anna Karenina. È scritto in un certo punto del libro, ambientato in Italia, dove si discute di tecnica pittorica, spesso confusa col talento vero. Questa frase di Lev Tolstoj, libratasi chissà come dal dedalo della mia memoria, mi è posata tra le righe mentre leggevo un altro romanzo, ambientato nella Germania del 1918, però fresco di stampa: La bambolaia di Giuseppina Manin (La Nave di Teseo, 2025). Il pittore austriaco Oskar Kokoschka è reduce di guerra, dove per ben due volte è stato ferito, ma non così a fondo come ora, per la terza volta e da una bella donna. Rischierebbe forse di gettarsi sotto un treno come Anna, o, peggio, di fare il contrario, per la disperazione di avere perduto l’amore della donna amata, “la ragazza più bella di Vienna”. Alma Schindler è il suo nome da ragazza, poi Alma Mahler o Alma Grupius o Alma Werfel, secondo il marito di turno, a suo genio, a seconda del genio a cui ha fatto girare la testa, quello che le orbita più vicino, secondo il tempo, relativo come il sesso e l’amore carnale, irresistibilmente da lei attratto, come stabilito dalla legge della gravidanza universale. E inoltre le conquiste che le vengono attribuite, con ammirazione o per invidia, tante da far concorrenza al catalogo sbrodolato dall’invidioso Leporello nel Don Giovanni; una per tutte: il pittore dell’Angelus Novus, Paul Klee, che la ritrae come Giuditta che decapitò l’Assiro, e come Salomè che volle la testa di Giovanni il Battista. Quindi non fa meraviglia che anche Oskar Kokoschka abbia perduto la testa.  L’esito di un’ossessione può essere tragico. Ricordo che in prigione conobbi uno scultore – di cui per pietà e pudore non faccio il nome – che giunse al punto di uccidere la giovane donna che voleva lasciarlo, forse con ciò credendo di legarla a sé per l’eternità. Ma grazie al cielo (nel quale c’è da credere ben più che alla psicanalisi o all’autoanalisi), Oskar Kokoschka riuscirà a liberarsi dal delirio per la donna idolatrata con una folle idea che però si rivelerà la sua salvezza: farsene creare un idolo per davvero. Per questo ricorre a Hermine Moos, un’artigiana di Monaco, dietro suggerimento di un’altra bambolaia, Lotte Pritzel. A lei il pittore si presenta, durante un’esposizione in una prestigiosa galleria d’arte. Qui la bambolaia si trova a disagio, si sente ed è un poco emarginata nello spazio meno in vista, con la sua “arte minore”, fra tanti talenti e giovani promesse.  Oskar Kokoschka appare sulla scena con sguardo allucinato. Parrebbe solo un maniaco feticista, poiché, ancor prima di presentarsi, si mette a palpare e frugare sino nelle intimità più profonde le bambole esposte all’attenzione degli amatori ma anche dei guardoni. Poi, finalmente, si accorge dell’esistenza dell’artista o artigiana, che invece ha subito riconosciuto il giovane ma già celebre pittore. Lui le chiede di incontrarla in altro luogo e in questo nuovo incontro le proporrà di ricreare il simulacro del suo perduto amore. Benché stupefatta e riluttante, Hermine Moss alla fine accetterà di dare forma e materia al sogno o incubo dell’artista. Seguiranno dodici lettere maniacali di Oskar Kokoschka, disegni su disegni, ordini, più che suggerimenti, sui materiali da impiegare, e minuziose istruzioni per il montaggio della bambola con le quali si conferma un po’ il feticista della prima impressione.  La sua ossessione rischia di contagiare la povera Hermine Moss che forse si sarà sentita trattata lei stessa come una bambola, anzi come uno di quegli automi che andavano di gran moda nel Settecento. Per salvarsi vorrebbe rinunciare alla folle impresa in cui è stata coinvolta. Con questa intenzione si reca dal dottor Gerhard Pagel, un neurologo amico di Oskar Kokoschka, sorta di messaggero delle sue fantasie, come il mitico ‘messaggero d’amore’, ma che si rivelerà anche per lei un vero amico. Egli la convince a non arrendersi e a continuare nell’impresa. Sarà ancora lui a stimolarla, più avanti, accompagnandola a trarre ispirazione da La sposa del vento, il capolavoro di Oskar Kokoschka e insieme il quadro perfetto della sua disperazione. Ma il primo incontro con il dottor Pagel ha luogo nella cornice storica della Germania nel 1918: un quadro clinico, un ospedale, un ricovero dei pazzi, tra i gemiti e i resti di una generazione sconfitta, smembrata dalla guerra, dalla fame, dall’umiliazione, sofferente nell’anima come nella carne, ma dove già opera l’oscura forza malvagia che è già intenta a rimetterne insieme i pezzi in un nuovo mostro da rianimare, riarmare e indottrinare. Basterà una sola generazione e andrà in scena il secondo tempo della ‘guerra civile europea’, guerra che ancora una volta incendierà il mondo. A me viene in mente il Frankenstein militarista che si è risvegliato in Europa ai giorni nostri e va cantando: “All’armi! All’armi! All’armi siam sinistri, persino più dei destri terrore dei zaristi! A morte i pacifinti!” Un mostro di bassa fantasia che va arruolando tutte le teste d’Europa in una “coalizione dei volonterosi”, coniando uno slogan non certo originale, dal momento che l’ufficio propaganda di Bush junior lo usò per l’accozzaglia di paesi partecipanti alla seconda guerra del Golfo. Ma al di là della digressione (le digressioni del resto non mancano nello stesso romanzo e ci stanno bene, come il richiamo al mito, da Pigmalione al Prometeo moderno), ritorniamo al tema conduttore.  La gestazione della bambola richiederà nove mesi e per Hermine Moss sarà un dolore non solo il parto ma la separazione, come può accadere in certi casi con l’utero in affitto, la grande conquista progressista del secolo che per il genere umano rischia di essere più breve e micidiale del precedente. “Cara signorina Moss, mi raccomando la parrucca…”, le scrive il suo tormentatore. Così, per soddisfarlo, la bambolaia sacrificherà anche i capelli, i suoi stessi riccioli, non riuscendo a trovare di meglio. E per cosa? La rivelazione, il gran finale, lasciamolo al lettore del bel romanzo di Giuseppina Manin, scritto in un modo che si legge d’un fiato e ti rimane nel cuore. Mi prendo però licenza di svelare almeno la fine di tre esistenze. Hermine Moss, la bambolaia, morì suicida un decennio dopo. Così si risparmiò la tragedia dei suoi cari e della famiglia ebraica cui apparteneva. Se pianse, fu dal “seno di Abramo”. Alma la Bella ariana invece morì a New York da vecchia navigata però nostalgica, più che del Kaiser, d’un aspirante pittore che per disgrazia era stato respinto per ben due volte dall’Akademie der bildenden Künste Wien.  Forse trapassò sognando d’essere la prima donna ammessa e ammirata dai guerrieri nel Walhalla. Oskar Kokoschka, il pittore de La sposa del vento, il tormentatore di se stesso e della bambolaia ebrea, riprese a dipingere e morì in Svizzera, “sazio di giorni”. Enzo Fontana *In copertina: Alma, l’idolo di Oskar Kokoschka, in forma di bambola L'articolo Oskar Kokoschka e la bambolaia. Ovvero: sul folle amore per Alma proviene da Pangea.
March 27, 2025 / Pangea