Sono un uomo morto.
Vivo nella città dei morti. Non ricordo se ci sono nato nella città dei morti o
se sono stato nella città dei vivi, prima. Se sono morto dopo, l’ho dimenticato.
Se l’ho voluto dimenticare non lo so, non lo posso dire. So che mi piace essere
morto e vivere nella città dei morti: “Che città inconcepibile, che città
esplosa!”, così ha detto quel vivo.
Non mi piacciono gli uomini vivi. Puzzano di vivo. Un uomo vivo è stato nella
città dei morti. Proveniva dalla città dei vivi. Adesso nessuna sa dove sia
andato. Non lo sanno i vivi e non lo sanno i morti. Si è spinto oltre il
Finimondo assieme a “san Pinocchio, protettore degli spaccati!”. Lo so perché ho
il suo cellulare fradicio. L’ha riportato a riva l’oceano dove il vivo l’aveva
gettato, nell’oceano che separa la città dei morti da chissà quale altra città.
Il cellulare fradicio è indistruttibile, più dei vivi e dei morti.
Indistruttibile forse è una esagerazione, ma ha una memoria migliore dei vivi e
dei morti. Nella memoria fradicia e funzionante del cellulare c’è il video dello
scontro tra Superman e Superman-Giocattolaio:
> “Da questo punto in poi è tutto un susseguirsi di voli, di invenzioni aeree,
> di assalti, di colpi, ma non solo di quelli che siamo abituati a vedere o a
> immaginare in una lotta tra corpi, ma anche di quelli che non avevo mai visto
> prima e nemmeno immaginato e che si palesano in questi due corpi non solo
> umani e non più umani: aloni paralizzanti, flussi di energia elettrica, come
> le macchie di inchiostro o le scariche elettriche che nel fondo dei mari
> emettono seppie, torpedini… raggi che escono dalle loro mani, dalle loro
> bocche, dai loro occhi…”
Io so come è andata, chi ha vinto, chi sta vincendo, tra il Giocattolaio che
vuole sostituire i vivi e i morti e Superman che vuole proteggere i vivi e i
morti, tra il Giocattolaio e le città dei vivi e le città dei morti. Lo so, ho
le prove video nel cellulare, e le tengo per me. Sono un uomo morto.
Il cellulare fradicio comincia a squillare, lo porto all’orecchio come una
conchiglia industriale. Una vocetta piena di rancore inizia a reclamare un pezzo
dall’uomo vivo: dov’è il pezzo per cui mi ha pagato? Devono andare in stampa e
manca il pezzo che gli deve il vivo. Il vivo, per quel poco che l’ho seguito e
l’ho capito, è a pezzi, è composto da molti pezzi. Che città è la città dei vivi
dove un vivo chiede a un altro vivo un suo pezzo, senza farsene mai bastare,
chiedendogliene ancora e ancora, come se un vivo fosse fatto da pezzi infiniti?
Nella città dei morti i morti non chiedono ai loro morti i loro pezzi morti.
Rispondo alla vocetta stridula leggendo un appunto presente nella memoria del
cellulare fradicio:
> “Tutto il giornalismo è da reinventare, e noi stiamo ancora qui a mettere
> selve di microfoni sotto la bocca storta di quattro palloni gonfiati che
> sembrano vivi e che invece sono morti.”
La vocetta stridula diventa ancora più stridula. Mi chiede che razza di inviato
io sia se non invio più i miei pezzi dalla città dei morti alla città dei
vivi. Cosa vogliono i vivi dai morti? Non gli basta quello che vogliono dai
vivi? Noi morti non vogliamo niente dai vivi, allora perché i vivi vogliono
ancora qualcosa dai noi morti? Per noi-morti intendo noi morti che non abbiamo
mai scritto niente, che non abbiamo mai fatto niente per lasciare e lanciare un
rampino nella città devi vivi per poterla raggiungere anche dalla città dei
morti. Noi morti freddi, non i morti infiammati, infiammati da quando erano
ancora vivi, i vivi ammalati di vita da vivi e che da morti continuano a essere
malati, infiammati. I vivi così ammalati di vita che lanciano e lasciano rampini
nella città dei morti per poterla raggiungere anche dalla città dei vivi, come
ha fatto il vivo che sta andando oltre l’oceano del Finimondo assieme a San
Pinocchio il protettore degli spaccati.
Io so che fare. Cercherò quei rampini e li svellerò. Non permetterò alla città
dei vivi di portare la guerra dei vivi fin nella città dei morti. Il vivo è
venuto qui nella città dei morti per incontrare tutti i morti infiammati come
lui, i morti ossessionati come lui, i morti convinti che infiammare le città dei
morti significhi salvare la città dei vivi: ma quando si è mai vista una fiamma
che salva e che non incenerisce? È il freddo che salva. La freddezza della morte
salva i morti.
Impedirò la congiura dei vivi infiammati e dei morti infiammati che vogliono
impedire il riversamento finalmente totale di tutti i vivi nella città dei
morti.
Sono un uomo morto e non so quale sia la gioia dei vivi ma so quant’è grande la
mia gioia di uomo morto quando sento che
> “la terra trema ogni volta che arrivano grandi carovane di morti dalla città
> dei vivi, quando la faglia tra la vita e la morte comincia a muoversi più
> forte in seguito a guerre, stragi, flagelli…”
Ancora la vocetta.
Urlo alla vocetta, leggendo a caso dagli appunti che il vivo ha lasciato nella
memoria del cellulare fradicio e funzionante, le urlo che non voglio più sapere
più niente di lei e della città devi vivi, del mondo dei vivi che è “un paese
fratricida, un paese perennemente incompiuto”, che “sembra un paese bonario
invece è un paese feroce, privo di visione e feroce.”
Devo sabotare il vivo che sta provando a sabotare, a terremotare, a scoperchiare
la città dei morti, che sta “mettendo insieme (…) l’immaginario dei vivi e
quello dei morti.” Non glielo permetterò. Come posso io, uomo morto, impedire
all’uomo vivo di condurre altri vivi a invadere le città dei morti, a condurre i
morti infiammati nella città dei vivi perché tutti danzino nelle fiamme come
quella “ballerina di carta in fiamme”, la puttana di Dante che anche dall’esilio
nella città dei morti continua a congiurare contro il gelo che assedia i morti e
i vivi?
Urlo alla vocetta che mi sono inventato tutto, che non esiste nessuna città dei
morti. Ricorda la vocetta quanto le ho detto quando avevo intervistato Maradona
nella Buenos Aires dei morti? Che non sapevo se quella fosse veramente la Buenos
Aires dei morti o “almeno una sua piccola parte dislocata dentro lo spazio
vertiginoso della città dei morti o della mia mente”. Ora l’ho capito: è tutto
nella mia mente da vivo con la testa così in fiamme da essere praticamente
morto, da poter vedere i morti, da poterci parlare come con Maradona “piccolo e
grasso”, “perché Maradona è sempre stato dentro il dolore, Maradona è sempre
stato dentro la morte”. Tutte stronzate da vivo che si sente morto tra gli altri
vivi che non sentono più i morti solo perché sono morti pure loro e ora vivono
nel buio, lo stesso buio dei morti che i vivi non vedono.
La vocetta stridula dal cellulare fradicio continua a stridulare, convinta com’è
di star parlando con l’uomo vivo lo minaccia di querele, di richieste di
rimborsi. La vocetta stridula dice che non gliene fregava niente se si sta
inventando tutto. Per chi l’ha presa? Certo che la città dei morti non esiste.
Non importa a lei e non importa ai lettori. È così ingenuo, l’uomo vivo, da
credere i lettori vivi dei giornali vivi vogliano leggere notizie non inventate?
Certo che vogliono leggere notizie inventate! Purché siano inventate per piacere
a loro. Ciascun lettore vivo si fa per dire di giornale vivo si fa per dire
legge il suo giornale preferito per leggere le notizie inventate che gli
facciano credere di aver capito tutto, di essere intelligente e aggiornato, di
stare nello schieramento dei vivi giusti si fa per dire.
Le città dei vivi sono terribili. Le città dei morti sono calme, gelide,
caotiche come le città dei vivi ma rassegnate. Noi morti siamo felicemente
rassegnati. Noi morti-morti, non quei morti-vivi che il vivo è venuto a
incontrare, a spingere sulle altalene, a incontrare nelle viscere della città
dei morti, i suoi campioni, i suoi guerrieri, le sue amate.
Il vivo, come quasi tutti i vivi, non sa quanta memoria ha il suo cellulare che
registra tutto, anche quello che il vivo non sa che sia registrato. Nella
memoria fradicia del cellulare funzionante è tracciato tutto il percorso del
vivo nella città dei morti. Darò tutto al Giocattolaio che così potrà stanarli
tutti: i campioni, i guerrieri, le amate, e renderli inoffensivi una volta per
tutte. Interrompere quel flusso infuocato, mortale per i morti e vitale per i
vivi.
Il Giocattolaio crede di essere al di là della vita e della morte, non lo sa che
non esiste niente al di là della vita e della morte, che al massimo puoi
distruggere la vita, la morte no, la morte è indistruttibile. Perciò io mi
schiero dalla parte del Giocattolaio. Perché lui è per la morte anche se crede
di essere al di là della vita e della morte, proprio per quello.
Spiegherò al Giocattolaio che la prima a dover essere spenta dovrà essere la
ballerina di carte in fiamme, la puttana di Dante. Dopo di lei, Dante stesso. Mi
dispiace solo non poter vedere la faccia del vivo quando saprà che il
Giocattolaio li avrà spenti tutt’e due, tutti i suoi preferiti, ammesso il vivo
si faccia mai più vivo nella città dei morti, ammesso non sia già sprofondato
nell’oceano oltre il Finimondo, lui e San Pinocchio il protettore degli
spaccati.
Sono l’uomo morto che salverà i morti dall’ossessione dei vivi di non morire,
dei pochi vivi e dai pochi morti ancora ossessionati dal desiderio di vita e che
non si vogliono accontentare di quell’altra morte presto a buon prezzo per tutti
della vita artificiale che il Giocattolaio sta diffondendo nella città dei vivi
e nella città dei morti.
Ingenuo di un vivo che continua a sfondare tutte le città “per riaprire il
mondo, per riaprire il tempo!” Proprio lui mi ha dato quello che mi serve per
chiudere tutto definitivamente. Per la felicità dei morti felici di essere morti
in morte, per la felicità dei vivi felici di essere morti in vita.
La morte piace più della vita, la sanno i vivi e lo sanno i morti, solo il vivo
non lo sa anche se glielo ha ripetuto qui nella città dei morti anche il dottor
Freud che gli è andato incontro “vestito con gli abiti del suo tempo, il sigaro
in bocca”.
La vocetta.
Soddisfatto del mio piano perfetto da uomo morto mi è venuta voglia di
abbandonarmi a una confessione: “Vocetta della città dei vivi, sai cosa non
capisco? La disperazione di Hitler nella città dei morti. Certo, è un morto
perseguitato. I morti di cui è stato responsabile, perseguitandoli,
incenerendoli, distruggendoli, non gli danno requie. Ma che colpa può mai avere
lui se la sua fiamma non è stata la fiamma che ravviva ma la fiamma che spegne e
uccide? Che colpa ne ha Hitler se non ha mai accettato di essere una di quei
vivi infiammati la cui fiamma non incendia nessuno ma li illumina? Che colpa ne
ha Hitler se non ha mai saputo essere uno spaccato come Superman, se lui,
Hitler, è stato ossessionato dal superuomo ovvero dall’infinitamente troppo
debole per saper vivere scisso? Significa che lui non è stato mai protetto da
San Pinocchio il protettore degli spaccati, che non è stato mai protetto da
quella puttana della Santa Ballerina di Carte in Fiamme protettrice degli
Incendiati? Potrò pure io santificare qualcuna, no?, o può farlo solo quel vivo
che sentendosi il papa della letteratura ha santificato pure la piccola
fiammiferaia santa protettrice degli scrittori di visione e degli inarresi…
Dicevo di Hitler: che colpa ne ha lui se come me è sempre stato morto, se è nato
morto, o se pure non è nato morto se lo è diventato in vita senza mai capire
perché fosse morto, senza mai incendiarsi abbastanza per illuminare la
spaccatura dentro di lui? Si sta così bene al buio. Sto benissimo al buio. Di
Hitler non capisco, Vocetta, perché al vivo abbia detto “vorrei morire, ma non
posso morire perché sono già morto”.
Sono parole di un vivo, queste, non di un morto! Solo un vivo può desiderare
ancora qualcosa, fosse anche di morire. I morti non desiderano niente, non sanno
più o non hanno mai saputo così desiderare. Anche io non desidero niente,
desidero solo che il vivo non torni tra i morti, facendomi sentire così… così
come… con un desiderio… Come Hitler… Che la compagnia di tutte le sue vittime,
orrore!, stia suscitando in Hitler una scintilla di vita, una scintilla di vita
nello stramorto della città dei morti, una lucina moreschiana? Vocetta, anche di
questo devo parlare con il Giocattolaio. Dobbiamo spegnere tutto, deve essere
spento al più presto anche Hitler nella città dei morti che avvisa i vivi
tramite il vivo delle “nuove tirannidi genetiche a venire”, che ricorda ai vivi
tramite il vivo che “la nostra è una specie genocida, è l’unica specie animale
genocida”. I vivi e i morti non sono della stessa specie!, non lo sono più, non
lo sono stati, non lo saranno mai o mai più, cara Vocetta, se tutto andrà
secondo la mia volontà di poterne fare del tutto a meno, di questa maledetta
volontà.”
Sono un uomo morto – ma non sono più lo stesso uomo morto di prima, di prima
della venuta del vivo tra i morti, di quel vivo insurrezionalista. Che stia
diventando anche io una di quelle creature che “forse esistevano all’inizio,
quando tutto il mondo era ricoperto dalle acque, e si spostavano tra l’elemento
liquido e quello solido del mondo che stava poco a poco emergendo, creature che
si stavano precisando e inventando”? Che quell’uomo vivo abbia appiccato anche
me, che abbia messo sulle mie tracce quella puttana della Santa Ballerina di
Carte in Fiamme protettrice degli Incendiati che arderà e distruggerà il
cellulare fradicio e la sua memoria fondamentale per il mio piano di spegnimento
totale?
Si abbatta su di te la mia maledizione di uomo morto: possa tu vivere per
sempre, uomo vivo!
antonio coda
*In copertina e nel testo: disegni di Alfred Kubin (1877-1959)
L'articolo Lettera dell’uomo morto. [Intorno a un libro di Antonio Moresco]
proviene da Pangea.
Tag - Antonio Moresco
> La poesia racconta?
> Certo che racconta
> tutto l’abbandono
> nel coro di ombre
> si arcipelaga il silenzio
> mescolando rive
> e la pienezza sanguina.
Transitori e risorti (Crocetti, 2026) è una raccolta postuma, piena zeppa di
inediti, del grande e indimenticato poeta Ivano Ferrari. Quando anni fa lessi
per la prima volta il suo La morta moglie capitolai; aveva senso leggere altro?
Cercai il numero su internet (pagine bianche): era l’unico Ivano Ferrari di
Mantova. Mi ricordo che si sorprese quando gli dissi che lo chiamavo da Parigi,
dove all’epoca vivevo. Lo ringraziai per i suoi versi e ci salutammo. Nelle sue
liriche, glielo dissi, c’è il marcio, viscido, ubriaco d’una poesia
antiborghese, poetica blasfema e spiritualità palpabile.
Ivano Ferrari è nato nel 1948 a Mantova, dove è morto nel 2022. Ha militato in
formazioni politiche extraparlamentari, ha fatto il lattoniere, l’operaio nel
macello cittadino squartando vacche, lavandole, timbrandole e preparandole per
farle trasformare in bistecche. Negli anni è diventato custode di Palazzo Te e
ha pubblicato poco, pochissimo in vita. A forma d’errore, nel 1986 e poi il
bellissimo La franca sostanza del degrado per Einaudi nel 1999, la
raccolta Macello – che racconta del suo periodo operaio nel sangue, tra le
bestie (2004) –, Rosso epistassi per Effigie nel 2008 si muove in territori
politici e l’ultimo, il sublime e funereo La morte moglie (2013) sempre per
Einaudi, dove indaga, attraverso liriche sempre più taglienti e minimali, la
malattia e la morte dell’amata moglie (oltre ad una sezione ritrovata delle
poesie scritte negli anni del macello).
È stato amico fraterno di Antonio Moresco, con cui ha condiviso passioni
politiche, litigi, cadute e risalite (ne parlo in un podcast qui: Ivano Ferrari
– Il macellaio ermetico – THE OUTSIDER | Podcast on Spotify )
> Cara evidenza
> di desolazione
> qui nel giacere
> più vecchi che nudi
> tra impudichi brividi
> di grigio riamare.
Ivano Ferrari, nelle sue poesie brevi, nei suoi inediti lancinanti, racconta la
sua visione disincantata e angusta del mondo, ottuso per via della banale
malignità dell’uomo contemporaneo.
> Se fossi un intellettuale
> col cranio pieno di dolore
> e di impalpabile angoscia
> volteggerei come una libellula vestita di fiori.
> Ma per tornare al concreto non lo sono.
> Voglie di iena mi vengono non soffrendo di insonnia
> e se non fosse per il nome che porto
> mi sigillerei in una conchiglia
> e in quell’antro molliccio affinerei i denti.
> Ma devo accontentarmi di quel che passa il cervello
> ed è un abisso di stelle.
La figlia Valeria mi racconta del rapporto con il padre: ha cominciato a capire
la sua poesia, dice, troppo tardi e sempre in maniera distante.
> “Quando è morto e ho cominciato a liberare la casa ho ritrovato questa massa
> di scritti. L’unica persona che mi è venuta in mente è stata Antonio Moresco,
> perché amico fraterno, mentore e grande conoscitore della poesia di mio padre.
> Tra le carte e i testamenti scherzosi che ho trovato (tra cui quello in cui
> desiderava avere due badanti, una umbra e una parigina) c’era uno scritto in
> cui dichiarava Moresco suo erede testamentario. Così ho affidato tutto a lui
> sapendo che ne avrebbe ricavato il meglio possibile perché dal punto di vista
> poetico era la persona a lui più vicina”.
Così raggiungo al telefono Antonio Moresco, che mi racconta la genesi di questo
meraviglio libro inedito. “Quando muore, Ivano mi fa la sorpresa di rendermi
erede testamentario di tutta la sua opera, compresi un sacco di inediti, 103
cartelle mischiate nel più assoluto ordine temporale. Cartelle che mi porto a
casa e che occupano vari scaffali nella mia libreria in corridoio. Sono rimasto
sgomento davanti a quella mole senza saper come metterci le mani, non essendo
specialista, uno studioso abituato a fare questo tipo di lavori e così sono
rimasto almeno un anno fermo, a guardare nel corridoio quella montagna di
cartelle. Poi mi è venuta l’idea di proporre all’editore Crocetti un libro di
inediti. Mi sono incontrato con Crocetti, che ha subito trovato il titolo del
libro, sfogliando una vecchia raccolta di poesie di Ivano, Rosso
Epistassi (Effige, 2008). Così mi sono deciso di mettere le mani nel mare di
inediti, leggendoli tutti, cartella per cartella, numerandole. C’erano poesie
pubblicate o non pubblicate; altre cose erano rifacimenti, modifiche a poesie
che già conoscevo. Inoltre, c’erano anche tantissimi materiali che non erano
poesia; lettere, appunti, interviste, scritti vari, addirittura alcuni miei
manoscritti che gli avevo fatto leggere all’epoca, quando entrambi eravamo
autori inediti. Ne è nata una raccolta che non è solo una raccolta di poesie
inedite, ma un volume libero, senza successione temporale, diviso più per
‘contaminazioni’ (il periodo del macello, la morte, l’amore, l’osceno – tutto
quello che attraversa la sua opera). Molti inediti si riferiscono allo stesso
tempo e allo stesso clima delle opere precedenti. Ho pensato anche di inserire
quindi alcune lettere, appunti, e certi fulminanti racconti brevi dove viene
fuori il suo sarcasmo, la sua pietà, il dolore, la tenerezza, l’ironia. Infine,
ho aggiunto anche i fotomontaggi (le fotocopie) che Ivano faceva spesso –
purtroppo gli originali a colori sono andati perduti, ma, chissà, forse prima o
poi riusciremo a ritrovarli”.
Un libro nuovo, insomma, che è poi una vera grande raccolta di inediti, non
quelle pseudo raccolte che raschiano il fondo del barile dell’autore à la
page. Qui siamo davvero davanti a qualche cosa di nuovo che completa l’opera di
questo autore meraviglioso. Un libro che testimonia la sua officina, la sua
furia sperimentale. Un libro che ci fa entrare nella mente dello scrittore.
Raccolta preziosa che mette in luce un grandissimo autore ancora poco
celebrato.
Una raccolta, come dice ancora Moresco “che deve rilanciare il lavoro di Ivano
nel mondo editoriale italiano, che possa fare da leva per una possibile
ripubblicazione di tutte le sue opere. È la riscoperta di una figura centrale, a
mio avviso, per la poesia italiana.”
La cosa che possiamo fare noi è goderci quest’opera potente, viscerale, che ci
porta oltre i canoni classici, in un deserto di parole pesate e di argomenti
strazianti.
Ivano Ferrari è il poeta del nostro tempo.
Giosuè Gorinzi
*In copertina: Antonio Moresco e Ivano Ferrari; photo Giovanni Giovannetti
L'articolo “Ed è un abisso di stelle”. Indagine nell’opera di Ivano Ferrari, il
poeta del nostro tempo proviene da Pangea.
«E questa che roba è?»
«Una recensioncina sull’ultimo libro di Antonio Moresco…»
«Ne ha scritto un altro?»
«Sì, si chiama I due, per Hopelfulmonster»
«Quanto scrive quello… Ha cambiato di nuovo editore?»
«Si vede che gli piace collezionarli, o che agli editori piace mandarlo a
bussare per porte nuove. Moresco sembra uno col vizio di volerle sfondare. Se si
trova davanti a una porta aperta si agita, si angoscia, come Kafka.»
«Non è possibile sia un libro di Moresco.»
«Certo che lo è.»
«Ti pare che Antonio Moresco, dico: ANTONIO MORESCO!, possa scrivere un libro
ambientato nel continente sboreale?»
«Fa sorridere, eh? Anzi, fa proprio ridere.»
«Ma ridere cosa? Ti sembra il tempo che si possa ridere, il tempo delle facezie?
Qui ci si riarma, è il tempo dei puri&duri&seri&alalà! Bisogna che si pianga.
Essere tristi, incazzati, indignati. Così fanno gli scrittori.»
«Beh, è una comicità comunque corrosiva, c’è il paese di Mignott, che è il
nostro, dove si parla il mignottese, con la Presidente vestita da Barbie e il
ministro che non parlava ma vomitava che dichiarano guerra ai cotolettesi…»
«Mi prendi per il culo? Ti stai inventando tutto.»
«Ma è qui, il libro è questo, non vedi?»
«Sarà un omonimo. Ti pare che Antonio Moresco, ANTONIO MORESCO, l’autore di
libroni massimalisti come I giochi dell’eternità, di fioche perle incandescenti
come La lucina, si metta a scrivere di un traduttore che piscia sui capelli al
suo scrittore, di uno scrittore che quando il traduttore lo chiama al
telefono Saltella a piedi uniti fino all’apparecchio, con lo stronzo mezzo
dentro e mezzo fuori, ti pare?»
«Nella letteratura c’è tutta una tradizione del mischiare l’alto e il basso,
carnevalesca, giullaresca…»
«Basta, hai rotto i coglioni. Fai una cosa, chiama questo Antonio Moresco che ha
scritto I due, piuttosto, e chiedigli cosa si prova a essere l’omonimo di
ANTONIO MORESCO, un autore di culto tradotto persino in Francia!»
«Appunto!»
«Appunto che?»
«In questo romanzo goliardico, sfacciato, caciarone, il gioco sta proprio tra lo
scrittore mignottese, cioè italiano, e il suo scrittore cotolottese, cioè
francese! Moresco, ti ricordo, non è nuovo a opere più sbilanciate,
disperatamente ridanciane, anche Le favole della Maria, lo è stata. Non sarà
mica per caso se il primo premio letterario di peso Moresco l’abbia preso per
quel libro lì, un libro per bambini pazzerello, immaginoso, c’è un personaggio
che si ficca il dito nel cervello attraverso il buco nel cappello…»
«Dici che Moresco ha scritto un libro per bambini con uno che si ficca il dito
nel cervello attraverso il buco nel cappello?»
«Lo ricordo così, certo dovrei andare a controllare…»
«Ma chiedi all’AI, no?»
«All’AI?»
«Tutti chiedono tutto all’AI. Secondo te questo tuo piccolo Moresco l’avrà
scritto lui il romanzo che ti vai inventando? Avrà detto: AI, fai te! E l’AI
l’avrà scritto in quattro e quattr’otto. Fanno tutti così. Anche MORESCO farà
così, mica scemo lui.»
«Ti dico che Moresco e MORESCO sono lo stesso scrittore. Moresco è uno scrittore
a cui piace tradursi dall’alto al basso, di dritto e di rovescio, insomma fa un
po’ il cazzo che gli va. Se ci pensi anche nell’ultimo libro, Lettera d’amore a
Giacomo Leopardi, a un certo punto gli prende l’estro, s’inventa che lui e
Leopardi si trasformano in due uccelli, sai, una morescata delle sue. Moresco è
fatto così, ha bisogno di scontrarsi contro ogni gigante e contro ogni mulino a
vento, e secondo me è lui per primo a chiederselo di continuo: sono diventato un
gigante della letteratura o sono diventato un mulino a vento della letteratura?»
«Poveri lettori, non bastava un solo MORESCO con le sue fisse per la luce e il
buio, i vivi e i morti, il creato e l’increato, ora c’è pure un Moresco che
scrive di Leopardi rondineschi, di traduttori pelosi con le palle di cocco, di
dita ficcate nel cervello attraverso i buchi nel cappello.»
«In I due lo Scrittore balla con Dante, incappucciato e nasuto, con Quella
baldracca di Emily Dickinson, là, nel sogno delirante della letteratura, nel
divertimento anarchico della letteratura, nel territorio assurdo e
insurrezionalista della letteratura… Ti dico che MORESCO e moresco sono lo
stesso scrittore! Tanto la stessa persona non è mai una sola persona. Come
in Settologia di Jon Fosse, dove Asle è sia il pittore riconosciuto a livello
nazionale, che ogni Natale va in mostra e vende tutti i quadri, sia il pittore
scartato che muore senza più nemmeno il suo cane, dopo settimane di delirium
tremens all’Ospedale.»
«Eccolo, adesso mette a confronto la Settologia di Fosse, di JON FOSSE!, con I
due di Moresco, di antonio moresco. Sai cosa ci devi fare con questa
recensioncina? Quello che il dio delle ciliegie al maraschino consiglia allo
Scrittore e al Traduttore: ficcatevelo nel culo il vostro libro!»
«No, tu la recensioncina me la devi pubblicare, è fondamentale che la
pubblichi!»
«Ti sei rincoglionito? Come fa a essere fondamentale pubblicare la recensioncina
di I due di antonio moresco scritta da te?»
«Ti spiego: a me è capitato come al lettore nel libro, cioè leggendolo ho
rovesciato gli occhi e ho tirato fuori mezzo metro di lingua prima di sbatterlo
via. L’ho lanciato con una tale violenza che il libro ha fatto un buco nella
parete di fronte, ha attraversato da parte a parte una stanza della casa vicina
e ha centrato in fronte l’inquilino dell’appartamento confinante, che nel
frattempo si stava sparando una sega con un piede nudo sul pavimento e l’altro
sollevato nell’aria e puntellato alla parete. Ha detto che gli ho rovinato la
più bella sega della sua vita e adesso vuole denunciarmi!»
«Ti denuncia perché gli hai rovinato la sega?»
«Ha detto che mi denuncia! Io ho provato a scusami, a giustificarmi: sono un
piccolo recensore, per questo stavo leggendo il libro che poi ho lanciato via!
Altrimenti non lo avrei mai letto. E il vicino mi ha detto: “Fammi vedere la
recensione e ti credo. Altrimenti ti denuncio.” Per questo è fondamentale che
me la pubblichi…»
«Una denuncia per una sega rovinata! Fa ridere!»
E ride ride ride.
«Cazzo ti ridi? Se vuoi saperla tutta, nel libro di MORESCO/moresco il
Traduttore cotolettese fa causa allo scrittore mignottese perché non gli si
rizza più il cazzo.»
E ride ride ride. Cosa ci sarà mai da riderà, mboh.
antonio coda
L'articolo Il Grande Direttore e il piccolo recensore. Ovvero: sull’ultima
morescata di Antonio Moresco proviene da Pangea.