> La poesia racconta?
> Certo che racconta
> tutto l’abbandono
> nel coro di ombre
> si arcipelaga il silenzio
> mescolando rive
> e la pienezza sanguina.
Transitori e risorti (Crocetti, 2026) è una raccolta postuma, piena zeppa di
inediti, del grande e indimenticato poeta Ivano Ferrari. Quando anni fa lessi
per la prima volta il suo La morta moglie capitolai; aveva senso leggere altro?
Cercai il numero su internet (pagine bianche): era l’unico Ivano Ferrari di
Mantova. Mi ricordo che si sorprese quando gli dissi che lo chiamavo da Parigi,
dove all’epoca vivevo. Lo ringraziai per i suoi versi e ci salutammo. Nelle sue
liriche, glielo dissi, c’è il marcio, viscido, ubriaco d’una poesia
antiborghese, poetica blasfema e spiritualità palpabile.
Ivano Ferrari è nato nel 1948 a Mantova, dove è morto nel 2022. Ha militato in
formazioni politiche extraparlamentari, ha fatto il lattoniere, l’operaio nel
macello cittadino squartando vacche, lavandole, timbrandole e preparandole per
farle trasformare in bistecche. Negli anni è diventato custode di Palazzo Te e
ha pubblicato poco, pochissimo in vita. A forma d’errore, nel 1986 e poi il
bellissimo La franca sostanza del degrado per Einaudi nel 1999, la
raccolta Macello – che racconta del suo periodo operaio nel sangue, tra le
bestie (2004) –, Rosso epistassi per Effigie nel 2008 si muove in territori
politici e l’ultimo, il sublime e funereo La morte moglie (2013) sempre per
Einaudi, dove indaga, attraverso liriche sempre più taglienti e minimali, la
malattia e la morte dell’amata moglie (oltre ad una sezione ritrovata delle
poesie scritte negli anni del macello).
È stato amico fraterno di Antonio Moresco, con cui ha condiviso passioni
politiche, litigi, cadute e risalite (ne parlo in un podcast qui: Ivano Ferrari
– Il macellaio ermetico – THE OUTSIDER | Podcast on Spotify )
> Cara evidenza
> di desolazione
> qui nel giacere
> più vecchi che nudi
> tra impudichi brividi
> di grigio riamare.
Ivano Ferrari, nelle sue poesie brevi, nei suoi inediti lancinanti, racconta la
sua visione disincantata e angusta del mondo, ottuso per via della banale
malignità dell’uomo contemporaneo.
> Se fossi un intellettuale
> col cranio pieno di dolore
> e di impalpabile angoscia
> volteggerei come una libellula vestita di fiori.
> Ma per tornare al concreto non lo sono.
> Voglie di iena mi vengono non soffrendo di insonnia
> e se non fosse per il nome che porto
> mi sigillerei in una conchiglia
> e in quell’antro molliccio affinerei i denti.
> Ma devo accontentarmi di quel che passa il cervello
> ed è un abisso di stelle.
La figlia Valeria mi racconta del rapporto con il padre: ha cominciato a capire
la sua poesia, dice, troppo tardi e sempre in maniera distante.
> “Quando è morto e ho cominciato a liberare la casa ho ritrovato questa massa
> di scritti. L’unica persona che mi è venuta in mente è stata Antonio Moresco,
> perché amico fraterno, mentore e grande conoscitore della poesia di mio padre.
> Tra le carte e i testamenti scherzosi che ho trovato (tra cui quello in cui
> desiderava avere due badanti, una umbra e una parigina) c’era uno scritto in
> cui dichiarava Moresco suo erede testamentario. Così ho affidato tutto a lui
> sapendo che ne avrebbe ricavato il meglio possibile perché dal punto di vista
> poetico era la persona a lui più vicina”.
Così raggiungo al telefono Antonio Moresco, che mi racconta la genesi di questo
meraviglio libro inedito. “Quando muore, Ivano mi fa la sorpresa di rendermi
erede testamentario di tutta la sua opera, compresi un sacco di inediti, 103
cartelle mischiate nel più assoluto ordine temporale. Cartelle che mi porto a
casa e che occupano vari scaffali nella mia libreria in corridoio. Sono rimasto
sgomento davanti a quella mole senza saper come metterci le mani, non essendo
specialista, uno studioso abituato a fare questo tipo di lavori e così sono
rimasto almeno un anno fermo, a guardare nel corridoio quella montagna di
cartelle. Poi mi è venuta l’idea di proporre all’editore Crocetti un libro di
inediti. Mi sono incontrato con Crocetti, che ha subito trovato il titolo del
libro, sfogliando una vecchia raccolta di poesie di Ivano, Rosso
Epistassi (Effige, 2008). Così mi sono deciso di mettere le mani nel mare di
inediti, leggendoli tutti, cartella per cartella, numerandole. C’erano poesie
pubblicate o non pubblicate; altre cose erano rifacimenti, modifiche a poesie
che già conoscevo. Inoltre, c’erano anche tantissimi materiali che non erano
poesia; lettere, appunti, interviste, scritti vari, addirittura alcuni miei
manoscritti che gli avevo fatto leggere all’epoca, quando entrambi eravamo
autori inediti. Ne è nata una raccolta che non è solo una raccolta di poesie
inedite, ma un volume libero, senza successione temporale, diviso più per
‘contaminazioni’ (il periodo del macello, la morte, l’amore, l’osceno – tutto
quello che attraversa la sua opera). Molti inediti si riferiscono allo stesso
tempo e allo stesso clima delle opere precedenti. Ho pensato anche di inserire
quindi alcune lettere, appunti, e certi fulminanti racconti brevi dove viene
fuori il suo sarcasmo, la sua pietà, il dolore, la tenerezza, l’ironia. Infine,
ho aggiunto anche i fotomontaggi (le fotocopie) che Ivano faceva spesso –
purtroppo gli originali a colori sono andati perduti, ma, chissà, forse prima o
poi riusciremo a ritrovarli”.
Un libro nuovo, insomma, che è poi una vera grande raccolta di inediti, non
quelle pseudo raccolte che raschiano il fondo del barile dell’autore à la
page. Qui siamo davvero davanti a qualche cosa di nuovo che completa l’opera di
questo autore meraviglioso. Un libro che testimonia la sua officina, la sua
furia sperimentale. Un libro che ci fa entrare nella mente dello scrittore.
Raccolta preziosa che mette in luce un grandissimo autore ancora poco
celebrato.
Una raccolta, come dice ancora Moresco “che deve rilanciare il lavoro di Ivano
nel mondo editoriale italiano, che possa fare da leva per una possibile
ripubblicazione di tutte le sue opere. È la riscoperta di una figura centrale, a
mio avviso, per la poesia italiana.”
La cosa che possiamo fare noi è goderci quest’opera potente, viscerale, che ci
porta oltre i canoni classici, in un deserto di parole pesate e di argomenti
strazianti.
Ivano Ferrari è il poeta del nostro tempo.
Giosuè Gorinzi
*In copertina: Antonio Moresco e Ivano Ferrari; photo Giovanni Giovannetti
L'articolo “Ed è un abisso di stelle”. Indagine nell’opera di Ivano Ferrari, il
poeta del nostro tempo proviene da Pangea.
Tag - Antonio Moresco
«E questa che roba è?»
«Una recensioncina sull’ultimo libro di Antonio Moresco…»
«Ne ha scritto un altro?»
«Sì, si chiama I due, per Hopelfulmonster»
«Quanto scrive quello… Ha cambiato di nuovo editore?»
«Si vede che gli piace collezionarli, o che agli editori piace mandarlo a
bussare per porte nuove. Moresco sembra uno col vizio di volerle sfondare. Se si
trova davanti a una porta aperta si agita, si angoscia, come Kafka.»
«Non è possibile sia un libro di Moresco.»
«Certo che lo è.»
«Ti pare che Antonio Moresco, dico: ANTONIO MORESCO!, possa scrivere un libro
ambientato nel continente sboreale?»
«Fa sorridere, eh? Anzi, fa proprio ridere.»
«Ma ridere cosa? Ti sembra il tempo che si possa ridere, il tempo delle facezie?
Qui ci si riarma, è il tempo dei puri&duri&seri&alalà! Bisogna che si pianga.
Essere tristi, incazzati, indignati. Così fanno gli scrittori.»
«Beh, è una comicità comunque corrosiva, c’è il paese di Mignott, che è il
nostro, dove si parla il mignottese, con la Presidente vestita da Barbie e il
ministro che non parlava ma vomitava che dichiarano guerra ai cotolettesi…»
«Mi prendi per il culo? Ti stai inventando tutto.»
«Ma è qui, il libro è questo, non vedi?»
«Sarà un omonimo. Ti pare che Antonio Moresco, ANTONIO MORESCO, l’autore di
libroni massimalisti come I giochi dell’eternità, di fioche perle incandescenti
come La lucina, si metta a scrivere di un traduttore che piscia sui capelli al
suo scrittore, di uno scrittore che quando il traduttore lo chiama al
telefono Saltella a piedi uniti fino all’apparecchio, con lo stronzo mezzo
dentro e mezzo fuori, ti pare?»
«Nella letteratura c’è tutta una tradizione del mischiare l’alto e il basso,
carnevalesca, giullaresca…»
«Basta, hai rotto i coglioni. Fai una cosa, chiama questo Antonio Moresco che ha
scritto I due, piuttosto, e chiedigli cosa si prova a essere l’omonimo di
ANTONIO MORESCO, un autore di culto tradotto persino in Francia!»
«Appunto!»
«Appunto che?»
«In questo romanzo goliardico, sfacciato, caciarone, il gioco sta proprio tra lo
scrittore mignottese, cioè italiano, e il suo scrittore cotolottese, cioè
francese! Moresco, ti ricordo, non è nuovo a opere più sbilanciate,
disperatamente ridanciane, anche Le favole della Maria, lo è stata. Non sarà
mica per caso se il primo premio letterario di peso Moresco l’abbia preso per
quel libro lì, un libro per bambini pazzerello, immaginoso, c’è un personaggio
che si ficca il dito nel cervello attraverso il buco nel cappello…»
«Dici che Moresco ha scritto un libro per bambini con uno che si ficca il dito
nel cervello attraverso il buco nel cappello?»
«Lo ricordo così, certo dovrei andare a controllare…»
«Ma chiedi all’AI, no?»
«All’AI?»
«Tutti chiedono tutto all’AI. Secondo te questo tuo piccolo Moresco l’avrà
scritto lui il romanzo che ti vai inventando? Avrà detto: AI, fai te! E l’AI
l’avrà scritto in quattro e quattr’otto. Fanno tutti così. Anche MORESCO farà
così, mica scemo lui.»
«Ti dico che Moresco e MORESCO sono lo stesso scrittore. Moresco è uno scrittore
a cui piace tradursi dall’alto al basso, di dritto e di rovescio, insomma fa un
po’ il cazzo che gli va. Se ci pensi anche nell’ultimo libro, Lettera d’amore a
Giacomo Leopardi, a un certo punto gli prende l’estro, s’inventa che lui e
Leopardi si trasformano in due uccelli, sai, una morescata delle sue. Moresco è
fatto così, ha bisogno di scontrarsi contro ogni gigante e contro ogni mulino a
vento, e secondo me è lui per primo a chiederselo di continuo: sono diventato un
gigante della letteratura o sono diventato un mulino a vento della letteratura?»
«Poveri lettori, non bastava un solo MORESCO con le sue fisse per la luce e il
buio, i vivi e i morti, il creato e l’increato, ora c’è pure un Moresco che
scrive di Leopardi rondineschi, di traduttori pelosi con le palle di cocco, di
dita ficcate nel cervello attraverso i buchi nel cappello.»
«In I due lo Scrittore balla con Dante, incappucciato e nasuto, con Quella
baldracca di Emily Dickinson, là, nel sogno delirante della letteratura, nel
divertimento anarchico della letteratura, nel territorio assurdo e
insurrezionalista della letteratura… Ti dico che MORESCO e moresco sono lo
stesso scrittore! Tanto la stessa persona non è mai una sola persona. Come
in Settologia di Jon Fosse, dove Asle è sia il pittore riconosciuto a livello
nazionale, che ogni Natale va in mostra e vende tutti i quadri, sia il pittore
scartato che muore senza più nemmeno il suo cane, dopo settimane di delirium
tremens all’Ospedale.»
«Eccolo, adesso mette a confronto la Settologia di Fosse, di JON FOSSE!, con I
due di Moresco, di antonio moresco. Sai cosa ci devi fare con questa
recensioncina? Quello che il dio delle ciliegie al maraschino consiglia allo
Scrittore e al Traduttore: ficcatevelo nel culo il vostro libro!»
«No, tu la recensioncina me la devi pubblicare, è fondamentale che la
pubblichi!»
«Ti sei rincoglionito? Come fa a essere fondamentale pubblicare la recensioncina
di I due di antonio moresco scritta da te?»
«Ti spiego: a me è capitato come al lettore nel libro, cioè leggendolo ho
rovesciato gli occhi e ho tirato fuori mezzo metro di lingua prima di sbatterlo
via. L’ho lanciato con una tale violenza che il libro ha fatto un buco nella
parete di fronte, ha attraversato da parte a parte una stanza della casa vicina
e ha centrato in fronte l’inquilino dell’appartamento confinante, che nel
frattempo si stava sparando una sega con un piede nudo sul pavimento e l’altro
sollevato nell’aria e puntellato alla parete. Ha detto che gli ho rovinato la
più bella sega della sua vita e adesso vuole denunciarmi!»
«Ti denuncia perché gli hai rovinato la sega?»
«Ha detto che mi denuncia! Io ho provato a scusami, a giustificarmi: sono un
piccolo recensore, per questo stavo leggendo il libro che poi ho lanciato via!
Altrimenti non lo avrei mai letto. E il vicino mi ha detto: “Fammi vedere la
recensione e ti credo. Altrimenti ti denuncio.” Per questo è fondamentale che
me la pubblichi…»
«Una denuncia per una sega rovinata! Fa ridere!»
E ride ride ride.
«Cazzo ti ridi? Se vuoi saperla tutta, nel libro di MORESCO/moresco il
Traduttore cotolettese fa causa allo scrittore mignottese perché non gli si
rizza più il cazzo.»
E ride ride ride. Cosa ci sarà mai da riderà, mboh.
antonio coda
L'articolo Il Grande Direttore e il piccolo recensore. Ovvero: sull’ultima
morescata di Antonio Moresco proviene da Pangea.