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Lettera dell’uomo morto. [Intorno a un libro di Antonio Moresco]
Sono un uomo morto.  Vivo nella città dei morti. Non ricordo se ci sono nato nella città dei morti o se sono stato nella città dei vivi, prima. Se sono morto dopo, l’ho dimenticato. Se l’ho voluto dimenticare non lo so, non lo posso dire. So che mi piace essere morto e vivere nella città dei morti: “Che città inconcepibile, che città esplosa!”, così ha detto quel vivo. Non mi piacciono gli uomini vivi. Puzzano di vivo. Un uomo vivo è stato nella città dei morti. Proveniva dalla città dei vivi. Adesso nessuna sa dove sia andato. Non lo sanno i vivi e non lo sanno i morti. Si è spinto oltre il Finimondo assieme a “san Pinocchio, protettore degli spaccati!”. Lo so perché ho il suo cellulare fradicio. L’ha riportato a riva l’oceano dove il vivo l’aveva gettato, nell’oceano che separa la città dei morti da chissà quale altra città. Il cellulare fradicio è indistruttibile, più dei vivi e dei morti. Indistruttibile forse è una esagerazione, ma ha una memoria migliore dei vivi e dei morti. Nella memoria fradicia e funzionante del cellulare c’è il video dello scontro tra Superman e Superman-Giocattolaio:  > “Da questo punto in poi è tutto un susseguirsi di voli, di invenzioni aeree, > di assalti, di colpi, ma non solo di quelli che siamo abituati a vedere o a > immaginare in una lotta tra corpi, ma anche di quelli che non avevo mai visto > prima e nemmeno immaginato e che si palesano in questi due corpi non solo > umani e non più umani: aloni paralizzanti, flussi di energia elettrica, come > le macchie di inchiostro o le scariche elettriche che nel fondo dei mari > emettono seppie, torpedini… raggi che escono dalle loro mani, dalle loro > bocche, dai loro occhi…”  Io so come è andata, chi ha vinto, chi sta vincendo, tra il Giocattolaio che vuole sostituire i vivi e i morti e Superman che vuole proteggere i vivi e i morti, tra il Giocattolaio e le città dei vivi e le città dei morti. Lo so, ho le prove video nel cellulare, e le tengo per me. Sono un uomo morto. Il cellulare fradicio comincia a squillare, lo porto all’orecchio come una conchiglia industriale. Una vocetta piena di rancore inizia a reclamare un pezzo dall’uomo vivo: dov’è il pezzo per cui mi ha pagato? Devono andare in stampa e manca il pezzo che gli deve il vivo. Il vivo, per quel poco che l’ho seguito e l’ho capito, è a pezzi, è composto da molti pezzi. Che città è la città dei vivi dove un vivo chiede a un altro vivo un suo pezzo, senza farsene mai bastare, chiedendogliene ancora e ancora, come se un vivo fosse fatto da pezzi infiniti? Nella città dei morti i morti non chiedono ai loro morti i loro pezzi morti. Rispondo alla vocetta stridula leggendo un appunto presente nella memoria del cellulare fradicio:  > “Tutto il giornalismo è da reinventare, e noi stiamo ancora qui a mettere > selve di microfoni sotto la bocca storta di quattro palloni gonfiati che > sembrano vivi e che invece sono morti.” La vocetta stridula diventa ancora più stridula. Mi chiede che razza di inviato io sia se non invio più i miei pezzi dalla città dei morti alla città dei vivi. Cosa vogliono i vivi dai morti? Non gli basta quello che vogliono dai vivi? Noi morti non vogliamo niente dai vivi, allora perché i vivi vogliono ancora qualcosa dai noi morti? Per noi-morti intendo noi morti che non abbiamo mai scritto niente, che non abbiamo mai fatto niente per lasciare e lanciare un rampino nella città devi vivi per poterla raggiungere anche dalla città dei morti. Noi morti freddi, non i morti infiammati, infiammati da quando erano ancora vivi, i vivi ammalati di vita da vivi e che da morti continuano a essere malati, infiammati. I vivi così ammalati di vita che lanciano e lasciano rampini nella città dei morti per poterla raggiungere anche dalla città dei vivi, come ha fatto il vivo che sta andando oltre l’oceano del Finimondo assieme a San Pinocchio il protettore degli spaccati.  Io so che fare. Cercherò quei rampini e li svellerò. Non permetterò alla città dei vivi di portare la guerra dei vivi fin nella città dei morti. Il vivo è venuto qui nella città dei morti per incontrare tutti i morti infiammati come lui, i morti ossessionati come lui, i morti convinti che infiammare le città dei morti significhi salvare la città dei vivi: ma quando si è mai vista una fiamma che salva e che non incenerisce? È il freddo che salva. La freddezza della morte salva i morti. Impedirò la congiura dei vivi infiammati e dei morti infiammati che vogliono impedire il riversamento finalmente totale di tutti i vivi nella città dei morti. Sono un uomo morto e non so quale sia la gioia dei vivi ma so quant’è grande la mia gioia di uomo morto quando sento che  > “la terra trema ogni volta che arrivano grandi carovane di morti dalla città > dei vivi, quando la faglia tra la vita e la morte comincia a muoversi più > forte in seguito a guerre, stragi, flagelli…” Ancora la vocetta. Urlo alla vocetta, leggendo a caso dagli appunti che il vivo ha lasciato nella memoria del cellulare fradicio e funzionante, le urlo che non voglio più sapere più niente di lei e della città devi vivi, del mondo dei vivi che è “un paese fratricida, un paese perennemente incompiuto”, che “sembra un paese bonario invece è un paese feroce, privo di visione e feroce.” Devo sabotare il vivo che sta provando a sabotare, a terremotare, a scoperchiare la città dei morti, che sta “mettendo insieme (…) l’immaginario dei vivi e quello dei morti.” Non glielo permetterò. Come posso io, uomo morto, impedire all’uomo vivo di condurre altri vivi a invadere le città dei morti, a condurre i morti infiammati nella città dei vivi perché tutti danzino nelle fiamme come quella “ballerina di carta in fiamme”, la puttana di Dante che anche dall’esilio nella città dei morti continua a congiurare contro il gelo che assedia i morti e i vivi? Urlo alla vocetta che mi sono inventato tutto, che non esiste nessuna città dei morti. Ricorda la vocetta quanto le ho detto quando avevo intervistato Maradona nella Buenos Aires dei morti? Che non sapevo se quella fosse veramente la Buenos Aires dei morti o “almeno una sua piccola parte dislocata dentro lo spazio vertiginoso della città dei morti o della mia mente”. Ora l’ho capito: è tutto nella mia mente da vivo con la testa così in fiamme da essere praticamente morto, da poter vedere i morti, da poterci parlare come con Maradona “piccolo e grasso”, “perché Maradona è sempre stato dentro il dolore, Maradona è sempre stato dentro la morte”. Tutte stronzate da vivo che si sente morto tra gli altri vivi che non sentono più i morti solo perché sono morti pure loro e ora vivono nel buio, lo stesso buio dei morti che i vivi non vedono. La vocetta stridula dal cellulare fradicio continua a stridulare, convinta com’è di star parlando con l’uomo vivo lo minaccia di querele, di richieste di rimborsi. La vocetta stridula dice che non gliene fregava niente se si sta inventando tutto. Per chi l’ha presa? Certo che la città dei morti non esiste. Non importa a lei e non importa ai lettori. È così ingenuo, l’uomo vivo, da credere i lettori vivi dei giornali vivi vogliano leggere notizie non inventate? Certo che vogliono leggere notizie inventate! Purché siano inventate per piacere a loro. Ciascun lettore vivo si fa per dire di giornale vivo si fa per dire legge il suo giornale preferito per leggere le notizie inventate che gli facciano credere di aver capito tutto, di essere intelligente e aggiornato, di stare nello schieramento dei vivi giusti si fa per dire. Le città dei vivi sono terribili. Le città dei morti sono calme, gelide, caotiche come le città dei vivi ma rassegnate. Noi morti siamo felicemente rassegnati. Noi morti-morti, non quei morti-vivi che il vivo è venuto a incontrare, a spingere sulle altalene, a incontrare nelle viscere della città dei morti, i suoi campioni, i suoi guerrieri, le sue amate.  Il vivo, come quasi tutti i vivi, non sa quanta memoria ha il suo cellulare che registra tutto, anche quello che il vivo non sa che sia registrato. Nella memoria fradicia del cellulare funzionante è tracciato tutto il percorso del vivo nella città dei morti. Darò tutto al Giocattolaio che così potrà stanarli tutti: i campioni, i guerrieri, le amate, e renderli inoffensivi una volta per tutte. Interrompere quel flusso infuocato, mortale per i morti e vitale per i vivi. Il Giocattolaio crede di essere al di là della vita e della morte, non lo sa che non esiste niente al di là della vita e della morte, che al massimo puoi distruggere la vita, la morte no, la morte è indistruttibile. Perciò io mi schiero dalla parte del Giocattolaio. Perché lui è per la morte anche se crede di essere al di là della vita e della morte, proprio per quello. Spiegherò al Giocattolaio che la prima a dover essere spenta dovrà essere la ballerina di carte in fiamme, la puttana di Dante. Dopo di lei, Dante stesso. Mi dispiace solo non poter vedere la faccia del vivo quando saprà che il Giocattolaio li avrà spenti tutt’e due, tutti i suoi preferiti, ammesso il vivo si faccia mai più vivo nella città dei morti, ammesso non sia già sprofondato nell’oceano oltre il Finimondo, lui e San Pinocchio il protettore degli spaccati. Sono l’uomo morto che salverà i morti dall’ossessione dei vivi di non morire, dei pochi vivi e dai pochi morti ancora ossessionati dal desiderio di vita e che non si vogliono accontentare di quell’altra morte presto a buon prezzo per tutti della vita artificiale che il Giocattolaio sta diffondendo nella città dei vivi e nella città dei morti.  Ingenuo di un vivo che continua a sfondare tutte le città “per riaprire il mondo, per riaprire il tempo!” Proprio lui mi ha dato quello che mi serve per chiudere tutto definitivamente. Per la felicità dei morti felici di essere morti in morte, per la felicità dei vivi felici di essere morti in vita. La morte piace più della vita, la sanno i vivi e lo sanno i morti, solo il vivo non lo sa anche se glielo ha ripetuto qui nella città dei morti anche il dottor Freud che gli è andato incontro “vestito con gli abiti del suo tempo, il sigaro in bocca”. La vocetta.  Soddisfatto del mio piano perfetto da uomo morto mi è venuta voglia di abbandonarmi a una confessione: “Vocetta della città dei vivi, sai cosa non capisco? La disperazione di Hitler nella città dei morti. Certo, è un morto perseguitato. I morti di cui è stato responsabile, perseguitandoli, incenerendoli, distruggendoli, non gli danno requie. Ma che colpa può mai avere lui se la sua fiamma non è stata la fiamma che ravviva ma la fiamma che spegne e uccide? Che colpa ne ha Hitler se non ha mai accettato di essere una di quei vivi infiammati la cui fiamma non incendia nessuno ma li illumina? Che colpa ne ha Hitler se non ha mai saputo essere uno spaccato come Superman, se lui, Hitler, è stato ossessionato dal superuomo ovvero dall’infinitamente troppo debole per saper vivere scisso? Significa che lui non è stato mai protetto da San Pinocchio il protettore degli spaccati, che non è stato mai protetto da quella puttana della Santa Ballerina di Carte in Fiamme protettrice degli Incendiati? Potrò pure io santificare qualcuna, no?, o può farlo solo quel vivo che sentendosi il papa della letteratura ha santificato pure la piccola fiammiferaia santa protettrice degli scrittori di visione e degli inarresi… Dicevo di Hitler: che colpa ne ha lui se come me è sempre stato morto, se è nato morto, o se pure non è nato morto se lo è diventato in vita senza mai capire perché fosse morto, senza mai incendiarsi abbastanza per illuminare la spaccatura dentro di lui? Si sta così bene al buio. Sto benissimo al buio. Di Hitler non capisco, Vocetta, perché al vivo abbia detto “vorrei morire, ma non posso morire perché sono già morto”.  Sono parole di un vivo, queste, non di un morto! Solo un vivo può desiderare ancora qualcosa, fosse anche di morire. I morti non desiderano niente, non sanno più o non hanno mai saputo così desiderare. Anche io non desidero niente, desidero solo che il vivo non torni tra i morti, facendomi sentire così… così come… con un desiderio… Come Hitler… Che la compagnia di tutte le sue vittime, orrore!, stia suscitando in Hitler una scintilla di vita, una scintilla di vita nello stramorto della città dei morti, una lucina moreschiana? Vocetta, anche di questo devo parlare con il Giocattolaio. Dobbiamo spegnere tutto, deve essere spento al più presto anche Hitler nella città dei morti che avvisa i vivi tramite il vivo delle “nuove tirannidi genetiche a venire”, che ricorda ai vivi tramite il vivo che “la nostra è una specie genocida, è l’unica specie animale genocida”. I vivi e i morti non sono della stessa specie!, non lo sono più, non lo sono stati, non lo saranno mai o mai più, cara Vocetta, se tutto andrà secondo la mia volontà di poterne fare del tutto a meno, di questa maledetta volontà.”  Sono un uomo morto – ma non sono più lo stesso uomo morto di prima, di prima della venuta del vivo tra i morti, di quel vivo insurrezionalista. Che stia diventando anche io una di quelle creature che “forse esistevano all’inizio, quando tutto il mondo era ricoperto dalle acque, e si spostavano tra l’elemento liquido e quello solido del mondo che stava poco a poco emergendo, creature che si stavano precisando e inventando”? Che quell’uomo vivo abbia appiccato anche me, che abbia messo sulle mie tracce quella puttana della Santa Ballerina di Carte in Fiamme protettrice degli Incendiati che arderà e distruggerà il cellulare fradicio e la sua memoria fondamentale per il mio piano di spegnimento totale?  Si abbatta su di te la mia maledizione di uomo morto: possa tu vivere per sempre, uomo vivo! antonio coda *In copertina e nel testo: disegni di Alfred Kubin (1877-1959) L'articolo Lettera dell’uomo morto. [Intorno a un libro di Antonio Moresco] proviene da Pangea.
June 12, 2026 / Pangea
“Ed è un abisso di stelle”. Indagine nell’opera di Ivano Ferrari, il poeta del nostro tempo
> La poesia racconta? > Certo che racconta > tutto l’abbandono > nel coro di ombre > si arcipelaga il silenzio > mescolando rive > e la pienezza sanguina. Transitori e risorti (Crocetti, 2026) è una raccolta postuma, piena zeppa di inediti, del grande e indimenticato poeta Ivano Ferrari. Quando anni fa lessi per la prima volta il suo La morta moglie capitolai; aveva senso leggere altro? Cercai il numero su internet (pagine bianche): era l’unico Ivano Ferrari di Mantova. Mi ricordo che si sorprese quando gli dissi che lo chiamavo da Parigi, dove all’epoca vivevo. Lo ringraziai per i suoi versi e ci salutammo. Nelle sue liriche, glielo dissi, c’è il marcio, viscido, ubriaco d’una poesia antiborghese, poetica blasfema e spiritualità palpabile. Ivano Ferrari è nato nel 1948 a Mantova, dove è morto nel 2022. Ha militato in formazioni politiche extraparlamentari, ha fatto il lattoniere, l’operaio nel macello cittadino squartando vacche, lavandole, timbrandole e preparandole per farle trasformare in bistecche. Negli anni è diventato custode di Palazzo Te e ha pubblicato poco, pochissimo in vita. A forma d’errore, nel 1986 e poi il bellissimo La franca sostanza del degrado per Einaudi nel 1999, la raccolta Macello – che racconta del suo periodo operaio nel sangue, tra le bestie (2004) –, Rosso epistassi per Effigie nel 2008 si muove in territori politici e l’ultimo, il sublime e funereo La morte moglie (2013) sempre per Einaudi, dove indaga, attraverso liriche sempre più taglienti e minimali, la malattia e la morte dell’amata moglie (oltre ad una sezione ritrovata delle poesie scritte negli anni del macello).  È stato amico fraterno di Antonio Moresco, con cui ha condiviso passioni politiche, litigi, cadute e risalite (ne parlo in un podcast qui: Ivano Ferrari – Il macellaio ermetico – THE OUTSIDER | Podcast on Spotify )  > Cara evidenza > di desolazione > qui nel giacere > più vecchi che nudi > tra impudichi brividi > di grigio riamare. Ivano Ferrari, nelle sue poesie brevi, nei suoi inediti lancinanti, racconta la sua visione disincantata e angusta del mondo, ottuso per via della banale malignità dell’uomo contemporaneo.   > Se fossi un intellettuale > col cranio pieno di dolore > e di impalpabile angoscia > volteggerei come una libellula vestita di fiori. > Ma per tornare al concreto non lo sono. > Voglie di iena mi vengono non soffrendo di insonnia > e se non fosse per il nome che porto > mi sigillerei in una conchiglia > e in quell’antro molliccio affinerei i denti. > Ma devo accontentarmi di quel che passa il cervello > ed è un abisso di stelle. La figlia Valeria mi racconta del rapporto con il padre: ha cominciato a capire la sua poesia, dice, troppo tardi e sempre in maniera distante.  > “Quando è morto e ho cominciato a liberare la casa ho ritrovato questa massa > di scritti. L’unica persona che mi è venuta in mente è stata Antonio Moresco, > perché amico fraterno, mentore e grande conoscitore della poesia di mio padre. > Tra le carte e i testamenti scherzosi che ho trovato (tra cui quello in cui > desiderava avere due badanti, una umbra e una parigina) c’era uno scritto in > cui dichiarava Moresco suo erede testamentario. Così ho affidato tutto a lui > sapendo che ne avrebbe ricavato il meglio possibile perché dal punto di vista > poetico era la persona a lui più vicina”.  Così raggiungo al telefono Antonio Moresco, che mi racconta la genesi di questo meraviglio libro inedito. “Quando muore, Ivano mi fa la sorpresa di rendermi erede testamentario di tutta la sua opera, compresi un sacco di inediti, 103 cartelle mischiate nel più assoluto ordine temporale. Cartelle che mi porto a casa e che occupano vari scaffali nella mia libreria in corridoio. Sono rimasto sgomento davanti a quella mole senza saper come metterci le mani, non essendo specialista, uno studioso abituato a fare questo tipo di lavori e così sono rimasto almeno un anno fermo, a guardare nel corridoio quella montagna di cartelle. Poi mi è venuta l’idea di proporre all’editore Crocetti un libro di inediti. Mi sono incontrato con Crocetti, che ha subito trovato il titolo del libro, sfogliando una vecchia raccolta di poesie di Ivano, Rosso Epistassi (Effige, 2008). Così mi sono deciso di mettere le mani nel mare di inediti, leggendoli tutti, cartella per cartella, numerandole. C’erano poesie pubblicate o non pubblicate; altre cose erano rifacimenti, modifiche a poesie che già conoscevo. Inoltre, c’erano anche tantissimi materiali che non erano poesia; lettere, appunti, interviste, scritti vari, addirittura alcuni miei manoscritti che gli avevo fatto leggere all’epoca, quando entrambi eravamo autori inediti. Ne è nata una raccolta che non è solo una raccolta di poesie inedite, ma un volume libero, senza successione temporale, diviso più per ‘contaminazioni’ (il periodo del macello, la morte, l’amore, l’osceno – tutto quello che attraversa la sua opera). Molti inediti si riferiscono allo stesso tempo e allo stesso clima delle opere precedenti. Ho pensato anche di inserire quindi alcune lettere, appunti, e certi fulminanti racconti brevi dove viene fuori il suo sarcasmo, la sua pietà, il dolore, la tenerezza, l’ironia. Infine, ho aggiunto anche i fotomontaggi (le fotocopie) che Ivano faceva spesso – purtroppo gli originali a colori sono andati perduti, ma, chissà, forse prima o poi riusciremo a ritrovarli”.  Un libro nuovo, insomma, che è poi una vera grande raccolta di inediti, non quelle pseudo raccolte che raschiano il fondo del barile dell’autore à la page. Qui siamo davvero davanti a qualche cosa di nuovo che completa l’opera di questo autore meraviglioso. Un libro che testimonia la sua officina, la sua furia sperimentale. Un libro che ci fa entrare nella mente dello scrittore. Raccolta preziosa che mette in luce un grandissimo autore ancora poco celebrato.  Una raccolta, come dice ancora Moresco “che deve rilanciare il lavoro di Ivano nel mondo editoriale italiano, che possa fare da leva per una possibile ripubblicazione di tutte le sue opere. È la riscoperta di una figura centrale, a mio avviso, per la poesia italiana.” La cosa che possiamo fare noi è goderci quest’opera potente, viscerale, che ci porta oltre i canoni classici, in un deserto di parole pesate e di argomenti strazianti. Ivano Ferrari è il poeta del nostro tempo. Giosuè Gorinzi *In copertina: Antonio Moresco e Ivano Ferrari; photo Giovanni Giovannetti L'articolo “Ed è un abisso di stelle”. Indagine nell’opera di Ivano Ferrari, il poeta del nostro tempo proviene da Pangea.
May 1, 2026 / Pangea
Il Grande Direttore e il piccolo recensore. Ovvero: sull’ultima morescata di Antonio Moresco
«E questa che roba è?» «Una recensioncina sull’ultimo libro di Antonio Moresco…» «Ne ha scritto un altro?» «Sì, si chiama I due, per Hopelfulmonster» «Quanto scrive quello… Ha cambiato di nuovo editore?» «Si vede che gli piace collezionarli, o che agli editori piace mandarlo a bussare per porte nuove. Moresco sembra uno col vizio di volerle sfondare. Se si trova davanti a una porta aperta si agita, si angoscia, come Kafka.» «Non è possibile sia un libro di Moresco.» «Certo che lo è.» «Ti pare che Antonio Moresco, dico: ANTONIO MORESCO!, possa scrivere un libro ambientato nel continente sboreale?» «Fa sorridere, eh? Anzi, fa proprio ridere.» «Ma ridere cosa? Ti sembra il tempo che si possa ridere, il tempo delle facezie? Qui ci si riarma, è il tempo dei puri&duri&seri&alalà! Bisogna che si pianga. Essere tristi, incazzati, indignati. Così fanno gli scrittori.» «Beh, è una comicità comunque corrosiva, c’è il paese di Mignott, che è il nostro, dove si parla il mignottese, con la Presidente vestita da Barbie e il ministro che non parlava ma vomitava che dichiarano guerra ai cotolettesi…» «Mi prendi per il culo? Ti stai inventando tutto.» «Ma è qui, il libro è questo, non vedi?» «Sarà un omonimo. Ti pare che Antonio Moresco, ANTONIO MORESCO, l’autore di libroni massimalisti come I giochi dell’eternità, di fioche perle incandescenti come La lucina, si metta a scrivere di un traduttore che piscia sui capelli al suo scrittore, di uno scrittore che quando il traduttore lo chiama al telefono Saltella a piedi uniti fino all’apparecchio, con lo stronzo mezzo dentro e mezzo fuori, ti pare?» «Nella letteratura c’è tutta una tradizione del mischiare l’alto e il basso, carnevalesca, giullaresca…» «Basta, hai rotto i coglioni. Fai una cosa, chiama questo Antonio Moresco che ha scritto I due, piuttosto, e chiedigli cosa si prova a essere l’omonimo di ANTONIO MORESCO, un autore di culto tradotto persino in Francia!» «Appunto!» «Appunto che?» «In questo romanzo goliardico, sfacciato, caciarone, il gioco sta proprio tra lo scrittore mignottese, cioè italiano, e il suo scrittore cotolottese, cioè francese! Moresco, ti ricordo, non è nuovo a opere più sbilanciate, disperatamente ridanciane, anche Le favole della Maria, lo è stata. Non sarà mica per caso se il primo premio letterario di peso Moresco l’abbia preso per quel libro lì, un libro per bambini pazzerello, immaginoso, c’è un personaggio che si ficca il dito nel cervello attraverso il buco nel cappello…» «Dici che Moresco ha scritto un libro per bambini con uno che si ficca il dito nel cervello attraverso il buco nel cappello?» «Lo ricordo così, certo dovrei andare a controllare…» «Ma chiedi all’AI, no?» «All’AI?» «Tutti chiedono tutto all’AI. Secondo te questo tuo piccolo Moresco l’avrà scritto lui il romanzo che ti vai inventando? Avrà detto: AI, fai te! E l’AI l’avrà scritto in quattro e quattr’otto. Fanno tutti così. Anche MORESCO farà così, mica scemo lui.» «Ti dico che Moresco e MORESCO sono lo stesso scrittore. Moresco è uno scrittore a cui piace tradursi dall’alto al basso, di dritto e di rovescio, insomma fa un po’ il cazzo che gli va. Se ci pensi anche nell’ultimo libro, Lettera d’amore a Giacomo Leopardi, a un certo punto gli prende l’estro, s’inventa che lui e Leopardi si trasformano in due uccelli, sai, una morescata delle sue. Moresco è fatto così, ha bisogno di scontrarsi contro ogni gigante e contro ogni mulino a vento, e secondo me è lui per primo a chiederselo di continuo: sono diventato un gigante della letteratura o sono diventato un mulino a vento della letteratura?» «Poveri lettori, non bastava un solo MORESCO con le sue fisse per la luce e il buio, i vivi e i morti, il creato e l’increato, ora c’è pure un Moresco che scrive di Leopardi rondineschi, di traduttori pelosi con le palle di cocco, di dita ficcate nel cervello attraverso i buchi nel cappello.» «In I due lo Scrittore balla con Dante, incappucciato e nasuto, con Quella baldracca di Emily Dickinson, là, nel sogno delirante della letteratura, nel divertimento anarchico della letteratura, nel territorio assurdo e insurrezionalista della letteratura…  Ti dico che MORESCO e moresco sono lo stesso scrittore! Tanto la stessa persona non è mai una sola persona. Come in Settologia di Jon Fosse, dove Asle è sia il pittore riconosciuto a livello nazionale, che ogni Natale va in mostra e vende tutti i quadri, sia il pittore scartato che muore senza più nemmeno il suo cane, dopo settimane di delirium tremens all’Ospedale.» «Eccolo, adesso mette a confronto la Settologia di Fosse, di JON FOSSE!, con I due di Moresco, di antonio moresco. Sai cosa ci devi fare con questa recensioncina? Quello che il dio delle ciliegie al maraschino consiglia allo Scrittore e al Traduttore: ficcatevelo nel culo il vostro libro!» «No, tu la recensioncina me la devi pubblicare, è fondamentale che la pubblichi!» «Ti sei rincoglionito? Come fa a essere fondamentale pubblicare la recensioncina di I due di antonio moresco scritta da te?» «Ti spiego: a me è capitato come al lettore nel libro, cioè leggendolo ho rovesciato gli occhi e ho tirato fuori mezzo metro di lingua prima di sbatterlo via. L’ho lanciato con una tale violenza che il libro ha fatto un buco nella parete di fronte, ha attraversato da parte a parte una stanza della casa vicina e ha centrato in fronte l’inquilino dell’appartamento confinante, che nel frattempo si stava sparando una sega con un piede nudo sul pavimento e l’altro sollevato nell’aria e puntellato alla parete. Ha detto che gli ho rovinato la più bella sega della sua vita e adesso vuole denunciarmi!» «Ti denuncia perché gli hai rovinato la sega?» «Ha detto che mi denuncia! Io ho provato a scusami, a giustificarmi: sono un piccolo recensore, per questo stavo leggendo il libro che poi ho lanciato via! Altrimenti non lo avrei mai letto. E il vicino mi ha detto: “Fammi vedere la recensione e ti credo. Altrimenti ti denuncio.”  Per questo è fondamentale che me la pubblichi…» «Una denuncia per una sega rovinata! Fa ridere!» E ride ride ride. «Cazzo ti ridi? Se vuoi saperla tutta, nel libro di MORESCO/moresco il Traduttore cotolettese fa causa allo scrittore mignottese perché non gli si rizza più il cazzo.» E ride ride ride. Cosa ci sarà mai da riderà, mboh. antonio coda L'articolo Il Grande Direttore e il piccolo recensore. Ovvero: sull’ultima morescata di Antonio Moresco proviene da Pangea.
January 9, 2026 / Pangea