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Sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui (o quantomeno leggersi Henry James per tutelare il diritto alla propria intelligenza)
Carlo Pizzati, in un articolo per “Repubblica” del 16 febbraio, propone la parola macedonia rosaggio: “il saggio autobiografico dove la critica letteraria, la memoria personale e la riflessione filosofica s’intrecciano in un unico gesto. È quello che definisco romanzo saggio, o rosaggio: autobiografia che colonizza il saggio stesso”. Per gareggiare con l’IA che ormai scrive meglio di Pynchon e Bernhard messi assieme bisognerebbe starsene chini in avanti a bonificare l’orto che ciascuno farebbe bene a coltivare attorno al proprio ombelico.  Voglio dire: se l’IA scrive così bene, ma leggiamone pure i romanzi, pazienza se un ombelico non ce l’ha. Pur di non leggere di un altro anniversario del mesto Bajani… Solo vorrei sapere chi se l’è mai letto per intero un romanzo tutto scritto dall’IA: l’avrà fatto Carlo Pizzati, botanico della letteratura per innesto per cui non c’è rosaggio senza la spina del trauma, quello di essere nati può bastare?, che piace tanto ai lettori, che a questo punto mi domando io perché dovrebbero leggersi un libro e non andare avanti a sbirciare gli stati dei loro influencer di riferimento, autobiografici per vendersi meglio?  Umberto Eco l’ha detto in altri tempi, sospetti come tutti: che sia successo molto o molto poco il giorno prima, i giornali del giorno dopo pure in questi tempi di simultaneità online devono garantire quotidianamente la stessa fogliazione, quindi ben vengano anche gli articoli di critica letteraria floreale, dopodiché a voler essere maliziosi: gli Agnelli-Elkann con “Repubblica” non vedo perché non dovrebbero seguire la stella imprenditoriale di Bezos che sta riuscendo a demolire il “Washington Post” rimettendoci quello che per lui sono giusti due spiccioletti, le finalità non vedo perché non possano essere le medesime: mica vendere più copie, piuttosto moltiplicare i non-lettori, ovvero quelli convinti che basti aprire un quotidiano senza notizie  o leggere un’autobiografa senza letteratura per poter dire di aver letto qualcosa, restando beatamente inconsapevoli e più comodi da circuire.  Una proposta per salvare il giornalismo? La stessa per salvare la letteratura: puntare sulla scrittura-scrittura, sull’autonomia critica della parola con ciascuno la sua, non sul solito copia&incolla da altri, dopodiché e l’uno e l’altra si salveranno da sé o se no significa che non c’è più niente da salvare.  Per di più, a pensarci: l’IA non solo non ha l’ombelico, non ha neanche i piedi oltre a tutto il resto, quindi perché recintarsi nell’autobiografia quando si potrebbe fare tanta letteratura di viaggio purché non virtuale? In questo caso vale quanto avvisato da Busi: a chi non ossigena il culo si ossida presto pure il cervello.   La realtà, l’unico modo per poterla cambiare è sapersene immaginare un’altra, e questo l’IA non lo può fare, è troppo copiona e basta, la letteratura invece sì, ma i critici e lettori con loro dovrebbero essere semplicemente più umili, e grati per tutta la letteratura che fin qui c’è già stata, che seppure nessuno ne saprà mai scrivere altra (vana speranza nichilistica) ce ne sarebbe comunque abbastanza per chiunque. O i critici rosaggianti credono che la letteratura per poter essere contemporanea debba essere pubblicata a partire da ora?  Il primo esempio a tiro: eccome come Henry James in Principessa Casamassima racconta le dinamiche di una bolla social:  > “l’eccesso di idiozie sembrava far scoppiare il locale e ci si vergognava di > trovarsi mescolati a tanta ovvia fatuità e sfacciata ambizione.” E lo scrittore di fronte al bivio tra l’obsolescenza storica e l’autofiction per pagarsi l’affitto?  > “Hyacinth si rendeva conto di essere passibile della stessa imputazione, ma > non poteva farci nulla; gli sarebbe stato impossibile esibire a prova > dell’autenticità dei suoi sentimenti (…) lo stato del suo guardaroba o > denunciare che da sei mesi non metteva in bocca un pezzetto di bacon.”  Nel 1886 l’IA avrebbe mai potuto scrivere un romanzo così classico, cioè contemporaneo ora e sempre perché ha per misura la condizione umana? No, perché allora manco esisteva, non c’erano ancora gli strumenti perché i pirati dell’immaginario diventassero milionari grazie alla saccheggiata immaginazione altrui, spacciandosi per essere loro i geni, laddove al massimo lo sono nell’accezione dell’organismo tecnico: il genio informatico, di fianco a quello civile, militare, eccetera.  Il pub “Sole e Luna” del quale James racconta il borbottio protorivoluzionario, aggiungo, non anticipa solo la fomentata idiozia dei social di inizio ventunesimo secolo, pure le birrerie Hofbräuhaus in cerca di un Hitler di inizio ventesimo. Nella mia mente l’hyperlink è stato istantaneo all’articolo a pagina due de “La Stampa” di sabato 14 febbraio: per Monica Perosino la presa di posizione della Germania che finalmente dissente dall’agenda trumpista è un benemerito per quanto guerrafondaio colpo sparato da una Europa fin qui troppo prona, all’italiana ecco, però a leggere che secondo il cancelliere Merz “la Germania è pronta a giocare un ruolo guida, con la Bundeswehr destinata «a diventare presto l’esercito convenzionale più potente del continente»”, il colpo a momenti veniva  a me, per come sembra tutto si stia ridisponendo per dare a un artista mancato tutti i motivi per spiccare il volo dittatoriale grazie a un putsch a Monaco. Altro che darsi al rosaggio concimando il tutto di sé, bisognerebbe imparare della Mediaset che da più di due anni manda a schermo il disclaimer: “È severamente vietato ogni utilizzo delle immagini trasmesse atto all’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale generativa così come l’utilizzo di mezzi automatizzati di data scraping”, ovvero sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui, o quantomeno leggersi Principessa Casamassima per tutelare il diritto proprio e di tutti all’intelligenza non esternalizzata.  Due sospetti gravosi, il primo è se questo testo covi in sé un semino di rosaggio. Il secondo: per evitare finisca coll’addestrare inermi algoritmi costretti a subirne di ogni senza potersi mai tutelare con vertenze sindacali, è il caso di apporre in conclusione un disclaimer da mitomane? Beh, se la resistenza all’ultima rivoluzione tecnologia della carta carbone deve essere condotta tramite francobolli e postini io sventolo subito carta bianca.  antonio coda *In copertina: Henry James nel 1913 fotografato da Frederic Hilaire D’Arcis (National Portrait Gallery) L'articolo Sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui (o quantomeno leggersi Henry James per tutelare il diritto alla propria intelligenza) proviene da Pangea.
February 21, 2026 / Pangea
“Vivere significa avanzare verso l’ignoto”. Leggendo Romano Guardini
> “Nel mondo la verità è debole. Basta una piccolezza per oscurarla. Il più > stupido degli uomini può ferirla.” Anche io mi perdo. L’età e l’uso del mondo usurato si aspetterebbero io prenda tutto in maniera compassata: dovrei averne viste abbastanza per non provare altro che sbadiglio rispetto alle smorfie ciniche e brutali del mondo-così-com’è, e non mostrare sgomento poiché lo sgomento, che è una boccaccia dello stupore, è dei bambini e i bambini si sa sono le vittime totali più che perfette.  Chi non uccide per tempo il bambino che è stato non sopravvive, questo il contorto mondo-così-com’è lo insegna chiaro e forte.  Eppure mi perdo lo stesso, con sgomento, per i disordini nell’Iran che non ne può più di essere teocratico e per quelli sotto casa dove c’è ancora chi pretende non ci si possa non dire cristiani, per le violenze reiterate in strada e in fin troppe parti del mondo che è un impero più a pezzi dei nervi di chi allucinato crede sia ancora possibile imperarci su, sui miliardi di persone che lo abitano.  Durante la settimana appena trascorsa ho passato del tempo con dei ventenni per le svariate ragioni che poi sono sempre la stessa, l’occasione che provano a cogliere per chiedere a un adulto: “Tu che sei sopravvissuto alla giovinezza, mi dici per quale ragione si sta al mondo?”.  Dovrei dirgli quello che dicono tutti, ovvero quello che tutti omettono: che come per sopravvivere all’infanzia devi uccidere il bambino, per sopravvivere alla gioventù devi ucciderla – l’età adulta è l’età della colpa, quella di chi nella migliore delle ipotesi s’è macchiato dell’omicidio solo di sé stesso. Coloro cui tocca l’ultima età hanno l’esclusiva della straziante ammissione di essere sopravvissuti passando sui propri cadaveri e su quelli di chissà quanti altri. Ci si salva dalla caduta precipitando sul morbido di strati e strati di sommersi.  Altre volte avrei risposto ai ventenni come me l’ero cavata io ai tempi: leggendo Dostoevskij, Seneca e i manuali della perfetta umanità di quello scrittore italiano che è postumo già in vita. Invece mi sono limitato a offrire il giro da bere, a buttare lì: “Rivediamoci tra dieci o venti anni, poi mi direte”, e mi sono messo a leggere Virtù di Romano Guardini, perché per sopravvivere al soffocante senso di impostura generale un pensatore che pensa l’etica senza tentennamenti bizantini è la bomboletta d’ossigeno che mi ci voleva. Romano Guardini l’ho conosciuto leggendo L’essenza del cristianesimo, me lo regalò D un’estate di qualche anno fa, allora non sapevo Guardini chi fosse, il peso che avesse avuto nella formazione del papa argentino, e ora come allora non so quale sia il rapporto di D rispetto al cristianesimo, probabilmente di disaffezione e delusione come è il più delle volte per chi il cristianesimo o qualunque altra religione la incontra, o gli è fatta incontrare, quando è bambino, quando è giovinetto: le vecchie religioni non reggono l’urto del mondo nuovo come è, per questo ci si preoccupa tanto di aggiornare la pastorale: in un’epoca di lupi mannari essere formati per diventare un mite gregge da beato macello industriale suona come invito al suicidio di massa per cui sono rinomate le sette che non ce l’hanno fatta a sfondare per aggiudicarsi l’otto per mille. Io che non ho religione avendo imparato ad ammirare il tono sapienziale di Romano Guardini sono diventato a mia insaputa uno di quegli atei devoti che si definiscono atei per depistare meglio e che per lo più sono devoti al ritorno di immagine del passarsi all’opinione altrui quali dei convertiti mancati, che vorrebbero tanto poter disporre di una fede che però, se ancora gli manca, non sarà neppure più a causa loro ma del dio che non gliela conclama? Naaah, ateo passi pure, per quanto sia una parola con la sua etichetta prestampata su, ma devoto proprio no. La fede, che per Romano Guardini è una verità alla cui luce riflettere sul mondo, per me non è e non può essere una verità affatto, ma una presa di posizione per chi ce l’ha, per chi la rivendica, grazie alla quale orientarsi rispetto al mondo, un punto di vista che permette di interpretarlo, percorrerlo, giudicarlo, riformarlo.   In questo senso, la scelta è tra una fede, ovvero una visione, e la cecità, dopodiché non è detto che esista un punto di vista più definitivo degli altri, anzi più un punto di vista vuole delegittimare e neutralizzare e oscurare tutti gli altri più si rischia una nuova forma di cecità indotta. La guerra tra religioni – dichiarate in quanto tali o no – è il grottesco spettacolo di ciclopi che provano a orbarsi l’un l’altro per vantare il predominio sulla verità da parte dell’unico che resterà al più con mezzo occhio aperto, laddove senza una visione almeno binoculare resta inaccessibile la percezione della tridimensionalità di una realtà che magari di dimensioni ne avesse solo tre o quattro.                  Di Romani Guardini ammiro che rivendichi la virtù intesa “come quell’istanza la cui realizzazione rende l’uomo autenticamente uomo” (con quell’uso estensivo della parola uomo per intendere uomini e donne che comunque una avvisaglia sul punto di vista maschiocentrico di chi parla ce la dà).   Virtù ovvero ricerca di valore che aiuti a capire se non il perché si sta al mondo quanto meno quale è il modo migliore per starci, poiché finché uno nel mondo non riesce a starci bene è assai dubbio reputi che la ragione del suo trovarcisi all’interno sia benevola – fino ad arrivare alla riflessione/consolazione del sopravvissuto adulto: si sta al mondo per capire come poterci stare dentro nel miglior modo possibile per sé e per gli altri, dato che come non c’è un sé se non ci sono degli altri rispetto a quel sé, allo stesso mondo se non ci possono essere gli altri se non ci sono rispetto a un sé di riferimento. Correggendo l’aritmetica pirandelliana: se c’è un uno ci possono essere gli altri centomila e passa ma se non c’è nessuno non può esserci nessun altro. Rispetto al ritorno del caos a reti unificate che sollievo leggere che “Chi invece sa che cosa è l’ordine, sente la pericolosità, anzi l’arcana minaccia del disordine.” Eppure l’ordine non è una minaccia arcana altrettanto? Lo stesso Guardini scrive: “In ogni virtù si annida la possibilità dell’anti-libertà.” In Guardini per fortuna l’ordine non è una soluzione politica conservatrice, retropica, securitaria, ma la ricerca di un equilibrio, di una armonia, di una serenità possibile all’interno di un mondo impossibile per la convivenza umana che pure, beckettianamente, è più che possibile, è addirittura reale. Quando leggo “Si è sviluppata in tempi vicini una concezione dello Stato secondo cui [a] esso, in vista della potenza, del benessere, del progresso, ogni iniquità è permessa. Quando un’ingiustizia ha raggiunto il suo scopo benefico, cade nel nulla” mi figuro Guardini bloccato alle frontiere statunitensi, ai checkpoint israeliani, per ben sospetta connivenza col nemico, poi mi ricordo che è morto nel 1968 e penso fiuuu, se l’è scampata quest’epoca in cui i cosiddetti governi liberali e democratici se ne inventano di ogni per far passare sotto il cappello della legalità la decapitazione dei diritti e delle garanzie su cui dovrebbero fondarsi. Leggendo Virtù scopro l’uomo, e la donna, che vorrei piacesse essere a me e agli altri: verace, “Significa non soltanto dire la verità, ma anche farla”, capace di accettazione, “In fondo ciò che importa è soltanto che tu sia leale”, “È sempre l’accettazione del reale che fonda la lealtà dell’esistenza”, paziente (come il Dio di Guardini che “non solo ha fatto il mondo, ma lo tiene e lo porta. Egli non se ne annoia”), giusto, “L’uomo non soltanto è, ma il suo essere gli è affidato e gli viene attribuito quanto egli ne fa”, rispettoso, “È forse lecito dire che ogni vera cultura comincia con il fatto che l’uomo si ritrae”, fedele perché i fedeli “creano stati d’animo duraturi”, disinteressato, “Sembrano farsi rare le persone che compiono la propria opera in dedizione pura semplicemente perché essa è valida, perché essa è bella”, ascetico quando per ascesi si intende “rinunciare a ciò che non può essere”, e coraggioso!  > “Poiché il futuro, a dispetto di prognosi in casi particolari, è appunto > l’ignoto. Ma vivere significa avanzare verso l’ignoto, ed esso può delinearsi > dinanzi ai nostri occhi come un caos entro cui dobbiamo osare di > precipitarci.” E la bontà? La tanto sputtanata e infangata bontà degradata a buonismo, wokismo per niubbi, coglionaggine patologica degli amanti delle culone inchiavabili?  > “Un uomo buono è uno che ha una buona opinione della vita, che pensa > fondamentalmente bene di essa.”  Bisogna essere coraggiosi per essere buoni. Bisogna avere fede nella certezza che essere virtuosi renda la vita un buon posto dove continuare a stare.  > “Una vera bontà lascia a ciò che vive lo spazio aperto e libero movimento, > anzi glielo dona, glielo crea, giacché solo là la vita può fiorire.” Per quale ragione siamo al mondo? Per dare alla vita che c’è toccata l’occasione di fiorire, perché non resti sommersa. Come può fiorire? Vivendo virtuosamente, dove la virtù è l’arte di condurre la propria vita per farne un capolavoro, come pure esortò quel papa polacco che pure ne ha dette e fatte tante, di segno opposto ma comunque lasciandone uno. Guardini continua col catalogo tutt’altro che per madamine: un uomo e una donna degni di definirsi umani coltivano la comprensione, la cortesia, la riconoscenza, il raccoglimento, il silenzio:  > “Dobbiamo darci da fare. Dobbiamo difenderci contro l’ininterrotto fiume di > chiacchiere che percorre il mondo, difenderci come uno che ha il petto > oppresso e cerca di assicurarsi il respiro”.   Come si sopravvive al mondo, nel mondo? Assicurandosi il respiro. Leggendo Guardini, stando con Guardini, dando tempo e spazio al proprio pensiero meditando le riflessioni guardiniane, stando in guardia dall’implicito predicare pro religione sua di Guardini, la mente respira, di disintossica, si fortifica. Si addestra per stare nel mondo, per cercare e decidere contro e per che cosa lottare moreschianamente nel mondo, per quel mondo che poi siamo sempre io e gli altri, gli altri e io. Se esiste un lettore ideale di Guardini di certo non sono io che ne avrò fatto una lettura mutilante, secolarizzante?, ateizzante?, più umanistica che teologica, ma Guardini scrive in modo così sincero e intelligente che distrugge a monte la possibilità di un lettore ideale se per ideale si intende un lettore che sa cosa sta per leggere fin da prima di iniziare a leggere. Guardini non è una lettura per credenti o per non credenti, è una lettura per chi resta del parere, o della fede, che l’umano si distingua all’interno del regno animale per la sua facoltà più o meno stupefacente, più o meno sadomaso, più o meno praticata, di pensare sé stesso in relazione a tutto ciò che non è soltanto sé stesso.  Mi viene così naturale diffidare da chi per pensare l’uomo non può prescindere del pensiero di un dio che l’abbia creato e rispetto al quale sia in immodificabile rapporto di dipendenza ontologica. Dovremo però pur ricominciare da qualche parte, semper incipe!,  per non andare tutti del tutto in pezzi. Per cui ben venga chi insegna a pensare cosa può esserci di umano nell’uomo pur senza saper fare a meno di un dio che l’abbia pensato per primo, a differenza mia che posso pure fare a meno di un dio, a patto di non dover fare a meno del pensiero degli altri che sono io, dell’io che sono gli altri, disposto semmai a discutere l’ipotesi di un dio che se ha creato l’umanità sarà stato per avere finalmente a disposizione un punto di vista diverso, e finalmente sessuato!, dal suo proprio su sé stesso e su tutto il resto che prima della creazione neppure c’era. antonio coda L'articolo “Vivere significa avanzare verso l’ignoto”. Leggendo Romano Guardini proviene da Pangea.
January 29, 2026 / Pangea
Il Grande Direttore e il piccolo recensore. Ovvero: sull’ultima morescata di Antonio Moresco
«E questa che roba è?» «Una recensioncina sull’ultimo libro di Antonio Moresco…» «Ne ha scritto un altro?» «Sì, si chiama I due, per Hopelfulmonster» «Quanto scrive quello… Ha cambiato di nuovo editore?» «Si vede che gli piace collezionarli, o che agli editori piace mandarlo a bussare per porte nuove. Moresco sembra uno col vizio di volerle sfondare. Se si trova davanti a una porta aperta si agita, si angoscia, come Kafka.» «Non è possibile sia un libro di Moresco.» «Certo che lo è.» «Ti pare che Antonio Moresco, dico: ANTONIO MORESCO!, possa scrivere un libro ambientato nel continente sboreale?» «Fa sorridere, eh? Anzi, fa proprio ridere.» «Ma ridere cosa? Ti sembra il tempo che si possa ridere, il tempo delle facezie? Qui ci si riarma, è il tempo dei puri&duri&seri&alalà! Bisogna che si pianga. Essere tristi, incazzati, indignati. Così fanno gli scrittori.» «Beh, è una comicità comunque corrosiva, c’è il paese di Mignott, che è il nostro, dove si parla il mignottese, con la Presidente vestita da Barbie e il ministro che non parlava ma vomitava che dichiarano guerra ai cotolettesi…» «Mi prendi per il culo? Ti stai inventando tutto.» «Ma è qui, il libro è questo, non vedi?» «Sarà un omonimo. Ti pare che Antonio Moresco, ANTONIO MORESCO, l’autore di libroni massimalisti come I giochi dell’eternità, di fioche perle incandescenti come La lucina, si metta a scrivere di un traduttore che piscia sui capelli al suo scrittore, di uno scrittore che quando il traduttore lo chiama al telefono Saltella a piedi uniti fino all’apparecchio, con lo stronzo mezzo dentro e mezzo fuori, ti pare?» «Nella letteratura c’è tutta una tradizione del mischiare l’alto e il basso, carnevalesca, giullaresca…» «Basta, hai rotto i coglioni. Fai una cosa, chiama questo Antonio Moresco che ha scritto I due, piuttosto, e chiedigli cosa si prova a essere l’omonimo di ANTONIO MORESCO, un autore di culto tradotto persino in Francia!» «Appunto!» «Appunto che?» «In questo romanzo goliardico, sfacciato, caciarone, il gioco sta proprio tra lo scrittore mignottese, cioè italiano, e il suo scrittore cotolottese, cioè francese! Moresco, ti ricordo, non è nuovo a opere più sbilanciate, disperatamente ridanciane, anche Le favole della Maria, lo è stata. Non sarà mica per caso se il primo premio letterario di peso Moresco l’abbia preso per quel libro lì, un libro per bambini pazzerello, immaginoso, c’è un personaggio che si ficca il dito nel cervello attraverso il buco nel cappello…» «Dici che Moresco ha scritto un libro per bambini con uno che si ficca il dito nel cervello attraverso il buco nel cappello?» «Lo ricordo così, certo dovrei andare a controllare…» «Ma chiedi all’AI, no?» «All’AI?» «Tutti chiedono tutto all’AI. Secondo te questo tuo piccolo Moresco l’avrà scritto lui il romanzo che ti vai inventando? Avrà detto: AI, fai te! E l’AI l’avrà scritto in quattro e quattr’otto. Fanno tutti così. Anche MORESCO farà così, mica scemo lui.» «Ti dico che Moresco e MORESCO sono lo stesso scrittore. Moresco è uno scrittore a cui piace tradursi dall’alto al basso, di dritto e di rovescio, insomma fa un po’ il cazzo che gli va. Se ci pensi anche nell’ultimo libro, Lettera d’amore a Giacomo Leopardi, a un certo punto gli prende l’estro, s’inventa che lui e Leopardi si trasformano in due uccelli, sai, una morescata delle sue. Moresco è fatto così, ha bisogno di scontrarsi contro ogni gigante e contro ogni mulino a vento, e secondo me è lui per primo a chiederselo di continuo: sono diventato un gigante della letteratura o sono diventato un mulino a vento della letteratura?» «Poveri lettori, non bastava un solo MORESCO con le sue fisse per la luce e il buio, i vivi e i morti, il creato e l’increato, ora c’è pure un Moresco che scrive di Leopardi rondineschi, di traduttori pelosi con le palle di cocco, di dita ficcate nel cervello attraverso i buchi nel cappello.» «In I due lo Scrittore balla con Dante, incappucciato e nasuto, con Quella baldracca di Emily Dickinson, là, nel sogno delirante della letteratura, nel divertimento anarchico della letteratura, nel territorio assurdo e insurrezionalista della letteratura…  Ti dico che MORESCO e moresco sono lo stesso scrittore! Tanto la stessa persona non è mai una sola persona. Come in Settologia di Jon Fosse, dove Asle è sia il pittore riconosciuto a livello nazionale, che ogni Natale va in mostra e vende tutti i quadri, sia il pittore scartato che muore senza più nemmeno il suo cane, dopo settimane di delirium tremens all’Ospedale.» «Eccolo, adesso mette a confronto la Settologia di Fosse, di JON FOSSE!, con I due di Moresco, di antonio moresco. Sai cosa ci devi fare con questa recensioncina? Quello che il dio delle ciliegie al maraschino consiglia allo Scrittore e al Traduttore: ficcatevelo nel culo il vostro libro!» «No, tu la recensioncina me la devi pubblicare, è fondamentale che la pubblichi!» «Ti sei rincoglionito? Come fa a essere fondamentale pubblicare la recensioncina di I due di antonio moresco scritta da te?» «Ti spiego: a me è capitato come al lettore nel libro, cioè leggendolo ho rovesciato gli occhi e ho tirato fuori mezzo metro di lingua prima di sbatterlo via. L’ho lanciato con una tale violenza che il libro ha fatto un buco nella parete di fronte, ha attraversato da parte a parte una stanza della casa vicina e ha centrato in fronte l’inquilino dell’appartamento confinante, che nel frattempo si stava sparando una sega con un piede nudo sul pavimento e l’altro sollevato nell’aria e puntellato alla parete. Ha detto che gli ho rovinato la più bella sega della sua vita e adesso vuole denunciarmi!» «Ti denuncia perché gli hai rovinato la sega?» «Ha detto che mi denuncia! Io ho provato a scusami, a giustificarmi: sono un piccolo recensore, per questo stavo leggendo il libro che poi ho lanciato via! Altrimenti non lo avrei mai letto. E il vicino mi ha detto: “Fammi vedere la recensione e ti credo. Altrimenti ti denuncio.”  Per questo è fondamentale che me la pubblichi…» «Una denuncia per una sega rovinata! Fa ridere!» E ride ride ride. «Cazzo ti ridi? Se vuoi saperla tutta, nel libro di MORESCO/moresco il Traduttore cotolettese fa causa allo scrittore mignottese perché non gli si rizza più il cazzo.» E ride ride ride. Cosa ci sarà mai da riderà, mboh. antonio coda L'articolo Il Grande Direttore e il piccolo recensore. Ovvero: sull’ultima morescata di Antonio Moresco proviene da Pangea.
January 9, 2026 / Pangea
Tutti hanno le proprie letture preferite dell’anno. Il mio consiglio? Smettere di leggere
In questo Paese in cui non legge quasi nessuno e che si avvia vieppiù al nessuno in assoluto mi sono ficcato in una bollicina social in cui leggono tutti e tutti hanno le letture preferite dell’anno ormai trascorso, e a me un po’ punge voglia di chiedere cosa ricordano intanto delle loro letture preferite dell’anno prima, se ancora se le ricordano, ma non per quel bisogno così contemporaneo di eccepire con acribia sui comportamenti social altrui, per invidia piuttosto.* Io faccio fatica persino a ricordami quanto mi sia piaciuto e perché mi sia piaciuto l’ultimo libro letto e piaciutomi, anche se lo ho appena letto. Sono mesi che cerco di spiegarmi a parole mie perché mi sia piaciuto Le ore di Dolores Prato, letto in edizione Adelphi, scritto con tale esattezza e con parole tutte sue, sue della Prato. Un buon indizio per capire se un libro m’è piaciuto per davvero è che dopo anni-e-anni ancora ci penso e mi punge voglia di leggerlo un’altra prima volta. Chissà quanti anni mi ci vorranno per capire perché Le ore m’è piaciuto così tanto. L’epoca poi è tale che diffido di qualunque consiglio perché inevitabilmente ne diventa uno sugli acquisti. Il libro, quello che è stato fatto del libro e che in buona parte è sempre stato, non è esente dal sospetto che si merita qualsiasi altro prodotto messo in vendita per fare di sicuro il favore del venditore e solo secondariamente quello dell’acquirente. Il bene dell’acquirente è un effetto secondario, collaterale quasi, involontario. Nel mercato nelle armi lo si nota con più evidenza, ma il principio comune è lo stesso: finché i venditori non maturano la consapevolezza che è il bene degli acquirenti che garantisce anche il loro andrà male per tutti, ma ai venditori può bastare che agli acquirenti vada male prima che a loro. Si contentano di essere gli ultimi della stessa specie autocannibalica.  Dovrebbe essersi fatta pure l’ora di aver capito che il libro migliore per te è proprio quello che non fa affatto né per te né per nessun altro, poiché qualunque esperienza estetica, per cui significativa, o avviene nell’imbattersi in ciò che è diverso da ciò che si crede di essere o non è ed è al più uno dei tanti succedanei, ormai non soltanto di tipologia commerciale dichiaratamente religiosa, che uno si somministra per evadere a buon prezzo dalla paura della vita più diffusamente conosciuta come paura della morte ben più che legittima e comprensibile, nonostante la differenza tra le due sia lampante: uno che ha paura della morte si impegna quanto può per viversi il tempo che ha secondo il suo ideale del meglio-non-si-può, mentre chi ha paura della vita vuole solo non si noti troppo quanto stia a suo agio nella morte che fa per lui e che gli piacerebbe si reiterasse eternamente così com’è.  Volendo essere banale a tutta forza: chi proprio vuole consigliare un libro, che lo sconsigli almeno.  Considerato quello che si legge di recente e a gratis sull’argomento, da Giulio Mozzi scrittore e editor (il link sul social, per chi ci va, è questo) a Francesco Quatraro, editore e direttore editoriale (qui il link all’articolo), l’editoria è un gioco di prestigio contabile, dalla piccola – che è già fallita o che fallirà prima che questo articolo giunga alla sua sciatta conclusione – alla grande che si sente too-big-to-fail, passando dalle media che o diventa grande appena può o le toccherà la stessa sorte della piccola.  Siamo (noi chi?) alle prese con una compagnia di giro fondata sull’io-so-che-tu-sai-che-lui, sull’evidenza e sulla convenienza del non-detto, sull’autodenuncia a patto che tutti gli autodenunciati continuino a agire come non si fosse mai autodenunciato nessuno. Siamo (i noi di prima?) al fine autopromozionale dell’autodenuncia va’, secondo l’eredità politica degli ultimi trent’anni all’insegna del “Preferisco un furbo di tre cotte che non finge di non esserlo a uno che ci infinocchia a crudo fingendo di esserlo a sua insaputa!”.  Al cospetto di una editoria che deve sentire i brividini della morte se solo sente il nome di Sigfrido Ranucci e dei giornalisti d’inchiesta con cui lavora, fondata sul contrario di una qualunque letteratura che possa aver senso sia scritta e letta, su un dire che convalida il fare come non si sia mai detto nulla, è per dovere morale che sconsiglio di leggere alcunché se per leggerlo occorre continuare a sostenerne economicamente la fuffa truffaldina, così come sconsiglio di scrivere in cambio di qualunque contratto aleatoriamente retribuito, tanto più che nella stragrande maggioranza si tratta di compensi palliativi se non del tutto irrisori e esornativi e quindi a rinunciarci non cambia granché, e qualche volta si risparmia pure, anche solo le rotture di palle reciproche tra editori che credono di aver speso cifre faraoniche, quando poi con quel che versano non ci compri neanche secchiello e paletta per giocarci in spiaggia e scrittori indigeribili, convinti di aver scodellato il masterpiece  e non l’ennesimo polpettone da smaltire grazie a qualche operina sturante che-si-legge-tutta-di-un-sorso.  Ora che s’è capito come l’editoria sia tutta a pagamento anche quando a primo colpo d’occhio può sembrare sia lei a star investendo del suo, laddove sta sempre speculando del tuo, il mio consiglio è di smettere di leggere a pagamento e di smettere di scrivere dietro pagamento. Cioè di continuare a fare come già si sta facendo dal belpo’. Come quando cambiano gli equilibri geopolitici: se ormai anche chi non è mai andato oltre il tiggì in prima serata dei canali governativi ha cominciato a sentire gli scricchiolii significa che tutto è crollato e che ora le persone hanno soltanto bisogno del tempo per realizzare di essersi ritrovate in macerie. Per questo miglior consiglio del continuare a fare quel che si sta già facendo e che si farà sempre di più e che così si fa fin da prima ti ci mettessi a consigliarlo tu o anche tu proprio non c’è. *(in un post recente all’interno della bollicina dei leggenti, di chi fosse non lo ricordo, ho letto sia eccitante chi usa il piuttosto in modo appropriato; lo sarà per i sapiosessuali immagino, sapiosessuali che sono da includere nello stringone LGBTQIAP+; avrò tirato fuori codesto piuttosto, mi sa, per l’inconscio e universale bisogno di risultare eccitanti, a prescindere da chi ti ci trovi; non che sia poi così certo di averlo utilizzato appropriatamente il piuttosto) antonio coda *In copertina: Man Ray, André Breton, 1930 ca. L'articolo Tutti hanno le proprie letture preferite dell’anno. Il mio consiglio? Smettere di leggere proviene da Pangea.
December 27, 2025 / Pangea
“Più nessuna traccia di niente. Di nuovo l’innocenza”. Su un libro di Modiano
Ho letto La ballerina di Patrick Modiano, Einaudi, mentre sto leggendo Il ritorno del barone Wenckheim, Bompiani, di László Krasznahorkai (hai voglia a riascoltare online come andrebbe pronunciato, bisognerebbe allenarsi a lungo per pronunciarlo bene, occorrerebbe una disciplina da ballerini), e io non leggo mai due romanzi assieme, al massimo un romanzo e un saggio, ma due romanzi di due scrittori-scrittori assieme no, diventa un’esperienza schizofrenica, però Modiano – l’idea era dare un’occhiata alla prima pagina, sentirne giusto l’incipit – ha prevalso su Krasznahorkai.  Modiano sa che Krasznahorkai prevede una lettura lunga e avvolta come lo è il suo stile, suo di Krasznahorkai, mentre il suo di Modiano ha una fretta, una urgenza, cui tra l’altro non corrisponde nulla, contenutisticamente, Modiano racconta, inventa, storie sospese e sfrondate che resteranno lì nella debole eternità della mente che si spegnerà assieme a chi avrà brevemente immaginato che esista un’eternità possibile, un sempre-presente magari confermato in campo quantistico ma che in nulla modifica la nostra esperienza mortale e macromolecolare del tempo, dunque del mondo.  Di Modiano ammiro tutto ciò che inizialmente di Modiano detestavo: un annebbiamento diradato a sprazzi, la liceità sbruffona di deciderlo lui quale pezzetto raccontare e quale no, un minimalismo che definivo depressivo prima di riconoscerlo per una seria e asciutta malinconia assai sensata.  In La ballerina c’è una giovane donna che grazie alla disciplina dalla danza riesce dare un corso a una vita sbalestrata dall’età degli incontri, c’è un giovane uomo che non sa ancora cosa farsene di sé e che perciò ammira la disciplina a cui sa sottoporsi la giovane ballerina che ha un figlio, un padre del figlio che è dovuto scomparire, un molestatore che viene dal passato, come pure un protettore e una professoressa che le fece leggere le mistiche a suo tempo e una donna che la accoglie in casa e nel proprio letto, e per un periodo prevedibilmente precario una relazione con il compagno di danza che le fa finalmente sentire la mistica dell’incandescenza.  Ci sono bar, boulevard, le stazioni parigine, Repetto – il negozio – e appartamenti umili di salvataggio, sormontati dalla città indescrivibile se non per precisi indirizzi, per precisi tragitti, per arrivare a dire almeno qualcosa della Città che attira tutti col miraggio dell’anonimato possibile, dell’occasione data di poter fare “un po’ di ordine”.  Modiano racconta l’ordalia della gioventù, è la consapevolezza ultima di molti suoi romanzi. Scrive in La ballerina:  > “Che cos’è di preciso un errore di gioventù? si chiese. La maggior parte delle > volte, quasi nulla. A quell’età tutto si cicatrizza molto più in fretta, e > presto non rimane nemmeno traccia della cicatrice. Più nessun testimone. Più > nessuna traccia di niente. Di nuovo l’innocenza.”  Una menzogna, sia, non è dato a nessuno il sollievo dell’oblio totale, resta tutto del dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani, accompagnato però a una stanchezza, finanche a una noia di te stesso quando la ripercorri, smarrendoti ogni volta, abbinata a un segreto vergognoso: la nostalgia di quel tempo non perché ci fosse qualcosa di desiderabile, una bellezza percepita col senno di poi. Soltanto la nostalgia della giovinezza capace alle volte di vincere l’amarezza per averla dovuta vivere proprio così, per averla sprecata, perduta, neanche fossa mai possibile il viceversa, come se il modo migliore per mancare la gioventù non fosse il non smarrirvisi dentro, lasciando a te che le sopravvivi, se le sopravvivi, l’alibi per mettersi in cerca dello sconosciuto che siamo stati.  Chi non si è mai dato la necessità di cercarsi, lui sì che è perduto.     antonio coda *In copertina: opera di Edgar Degas (1834-1927) L'articolo “Più nessuna traccia di niente. Di nuovo l’innocenza”. Su un libro di Modiano proviene da Pangea.
November 22, 2025 / Pangea
Susan Sontag & Co. ovvero: storie di diari, di figli e di scritture ereditate
Leggo la Sontag, Rinata. Diari e taccuini 1947-1963, Nottetempo, e penso a suo figlio, David Rieff, che quei diari e quei taccuini li ha curati. C’è più privilegio o più perfidia della sorte ad avere avuto una madre che scrive e a essere diventato un figlio che legge, oltre che un figlio che scrive a propria volta, abbastanza riconosciuto editorialmente da vedersi richiedere di curare i diari e i taccuini della propria madre? Susan Sontag è del 1933, David Rieff del 1952, ci sono fratelli e sorelle che si danno più anni. La Sontag muore nel 2004. Quando il figlio Rieff comincia a dover mettere mano ai suoi diari, ereditandoli, ha ormai più di cinquant’anni: come deve essere, deve essere stato, avere cinquant’anni e leggere di quando tua madre ne aveva quattordici e già scriveva di sé, dei suoi disorientamenti e riposizionamenti?  > “Credo: (a) Che non esista un dio personale né una vita dopo la morte”.  David Rieff, secondo Wikipedia, ha avuto una figlia nel 2006, due anni dopo la morte della madre. Oggi sua figlia ha l’età che aveva sua madre quando ha avuto lui. Tiene un diario, sua figlia?  Un piccolo capolavoro freudiano me l’ha dato AI Overview quando ho cercato online il nome della figlia di David Rieff, metti l’avesse chiamata Susan Junior: “David Rieff does not have a daughter; he had one son, David Rieff, with his first wife, Susan Sontag”. Secondo la fantasiosa intelligenza artificiale – che non distingue David da suo padre Philip – David Rieff è il figlio di sé stesso, avuto con sua madre ch’è stata anche sua moglie. A suo modo, l’intelligenza artificiale ha dato un ipotetico quadro psicologico tanto completo quanto scontato, come tutti gli output di cui è capace.  Mentre leggo i diari della Sontag curati da suo figlio di David Rieff ho preso anche, sul mercato dell’usato perché altrove è già sparito, Senza consolazione. Gli ultimi giorni di Susan Sontag (Mondadori, 2009) e di suo leggerò anche altro, anche quello che ha scritto ma non sulla madre, poiché secondo la Luiss University Press che ne ha pubblicato Elogio dell’oblio David Rieff è un “Esperto di conflitti internazionali, immigrazione e questioni umanitarie”. Metti mi stupisca come m’ha stupito Frieda Hughes col suo bellissimo La mia vita con George. Ricordo di una gazza (Elliot, 2024), che ha nulla da invidiare alle opere di suo padre Ted Hughes e di sua madre Sylvia Plath. Neanche a dirlo, l’opera della Hughes è un diario.  Mia madre non scrive, in tanti anni credo non abbia scritto più di un bigliettino per la famiglia messo sull’albero un Natale, cheppoi lo so le sarà costato in autoviolenza quanto a Proust per scrivere la sua opera, perché a Proust piaceva scrivere, al più a mia madre sarebbe piaciuto saperlo fare. Mia madre e mio padre, che non scrivono, non lasceranno diari e taccuini, e di questo gli sono grato fin d’ora. Non dovrò confrontare la mia verità su di loro con la loro su sé stessi e su di me.  Annoto agende da quando ho quattordici anni, come la Sontag, ma non sono diventato una Sontag per cui non c’è il rischio che qualcuno debba mai essere costretto a spulciarle per tirarne fuori qualcosa di pubblicabile, a dragarle in cerca di qualcos’altro da dare in pasto all’avidità dei lettori guardoni, e comunque le mie agende piene di farneticazioni non le lascerei a nessuno o se sì certamente non alla donna che mi ha sposato o a mia figlia o a un chiunque sia che mi avrà conosciuto in vita. Magari a qualche fondo di fissati con le ampollose e pallosissime scritture diaristiche, se ancora ce ne saranno. A fini di studio più sociologico che psicopatologico su quel vizio ormai sempre meno privato della (non)scrittura diaristica.  In David Rieff che cura i diari e i taccuini di Susan Sontag, in un figlio che per-lavoro deve leggere tutte le memorie personali di sua madre, ci vedo una trama invisibile e terribile, così come in Ted Hughes e la madre di Sylvia Plath che decidono cosa pubblicare e cosa no dei diari della Plath, solo che nel secondo caso ci vedo una cinica storia di potere, nel primo invece una storia d’amore crudele come tutte le storie d’amore. Un appunto del 23/4/61 – nel 1961 Susan Sontag non è ancora diventata la Sontag, si è separata da Philip Rieff nel 1958 e ha in corso una defatigante relazione amorosa con Irene Fornés, relazione contro cui Philip Rieff si appellò per ottenere la custodia del figlio David (ma questo me l’ha spifferato AI Overview, non escludo dunque si sia inventato pure quest’altra volgare ovvietà): “La vita emotiva è un complesso sistema fognario.”  antonio coda L'articolo Susan Sontag & Co. ovvero: storie di diari, di figli e di scritture ereditate proviene da Pangea.
November 1, 2025 / Pangea
Debambinizzare il bambino. Intorno a “Triste tigre” e ad altre aggressioni
Questa estate io e V. ci assicuravamo che mia figlia e suo figlio non annegassero mentre giocavano a riva con le onde basse. Lei a me: “Un bambino impiega meno di dieci secondi per annegare. C’è da dover stare molto attenti, quando annega il bambino non si dibatte. Si paralizza. Va giù a fondo, immobile.” Io e V. sorvegliavamo e parlavamo dei casi estivi dello sbrindellato costume nazionale: il gruppo social “Mia moglie”, il sito Phica.Eu. Lei a me: “Capisci la responsabilità che sento a crescere un figlio, un maschio? E se un domani diventa lui quello che pubblica le foto delle sue compagne in un gruppo per soli uomini fondamentalmente soli? O persino le mie.” Io a lei: “Non è che dobbiamo diventare tutti Dominique Pelicot. L’hai letto Vivere con gli uomini della Manon?”. E lei a me: “Tu l’l’hai letto Triste tigre della Sinno?” Poi l’ho letto. Avrei voluto leggerlo tutto di un fiato, per doverci respirare all’interno il meno possibile. Ci sono pagine dove si sta come in cantina, nell’odore di muffa e violenza, col dubbio sia il proprio, quell’odore. Verso la metà ho dovuto interrompermi, per riprendermi, riprendere fiato. È quando la Sinno cita una poesia della Pizarnik: “Ricordo la mia infanzia/ quando ero un’anziana.”  In Triste tigre, Neri Pozza, pensa ha vinto il Premio Strega Europeo nel 2024, è insopportabile la parte dell’uomo-padre-abusante, quindi potenzialmente la mia?, quella del figlio di V.?, all’interno della storia che non è una storia-inventata, emblematica-e-basta come nel caso della Lolita di Nabokov, ma una storia-storia che chi scrive si sente in dovere di scrivere come non fosse bastato il doverla vivere. Insopportabile è la parte che ha dovuto subire e a cui ha dovuto reagire Neige, che racconta di essere stata stuprata da bambina dal patrigno, per anni. Neige è una vittima che non ci sta a lasciarsi inscrivere nel protocollo vittimario ma che non per questo si allinea alla retorica sfinente sulla resilienza secondo cui una vittima può smetterlo di esserlo, può riscattarsi, e se non ci riesce, beh, allora la colpa diventa anche sua. Triste tigre non è soltanto la storia di una bambina stuprata che rifiuta di essere guardata solo sotto questa lente così come sa che il suo guardare non può più prescindere dall’esserlo stata. È un libro sul potere, e sulla scrittura, che è un contropotere. Come ci si devittimizza? Scrivendone? Scriverne “è ancora un progetto dell’aggressore.” Un appagamento al suo narcisismo. Si scrive nonostante chi ci ha fatto del male, nonostante il godimento che chi ci ha fatto del male trarrà dal nostro renderlo un personaggio principale, memorabile a modo suo. Perché chi scrive e scrivendo fa letteratura scrive nonostante i limiti della scrittura, i limiti del linguaggio, i limiti del dicibile. Anche se al di là del limite non è detto ci sia terra incognita da esplorare. Tante volte, solo cantine e precipizi, o onde troppo alte. “Io so che la verità non è nel linguaggio. So che la verità non è da nessuna parte.” Dicendola meglio, sfuggendo alla gabbia secondo cui la donna è sempre vittima dell’uomo altrimenti non è abbastanza donna lei così come l’uomo non è abbastanza uomo se non ne è carnefice: la vittima scriva, ma il carnefice legga. La Sinno scrive da scazzata a ragion veduta, non le va di andare per il sottile, se ti sta bene ascolti, leggi, altrimenti vai pure, lì sta la porta d’uscita se hai bisogno di un po’ d’aria e lì quella del cesso se ti si rivolta lo stomaco, fai tu. Quindi scrive benissimo. Scrive sapendo di stare scrivendo, facendo i conti con i rischi banalizzanti e estetizzanti della scrittura. L’offrire una porta verso la quale defilarsi, da poter prendere quando si preferisce per venirne fuori in qualunque momento, è un grande atto di brusca gentilezza da parte della Sinno.  > “Nel bambino tutto è spalancato. Un bambino non può aprire o chiudere la porta > del consenso. Non arriva alla maniglia.”  Triste tigre è un magnifico libro di brusca gentilezza del pensiero che non arretra, che non si mette in bella, che non pretende consenso, non lo postula. La libertà se esiste è quella di poter dissentire, a partire dalle proprie pulsioni, angosce, paure. Arrivo dalla lettura della Sinno dai diari, bellissimi, della Plath – bellissimi nonostante siano dovuti passare prima dalle mani testamentarie di Ted Hughes – perciò ho sentito in modo particolare il passaggio in cui la Sinno racconta di aver bruciato il suo primo diario per impedire che il patrigno stupratore, leggendolo, potesse “entrare ancora di più nella mia testa”:  > “Il giorno dopo ho bruciato il quaderno nella stufa.(…) Ho detto addio al > diario, non solo a quei pezzetti di carta ma al concetto stesso di diario, > quel giorno e per il resto dei miei giorni. Non potevo permettermi di > costruire con le mie mani un oggetto che mi rendeva così facilmente > accessibile, che mi metteva ancora di più alla mercé di una qualunque mente > decisa a controllarmi e a nuocermi.”  Damaged-for-life. Nelle prime pagine dei diari la Plath diciottenne si racconta della molestia subita da parte di Ilo che ha “un fortissimo accento tedesco, la faccia abbronzata, intelligente, increspata in un sorriso. Anche il suo corpo robusto e muscoloso era abbronzato e i capelli raccolti in un fazzoletto bianco.” La Plath con Ilo ha lavorato in un campo di fragole, sono diventati amici, ingenuamente fiduciosa lo segue nel capannone, per vedere se Ilo ha finito “il ritratto di John”. “Lui stava fra me e la porta, sorridente. Un gesto e la sua mano mi ha afferrato il braccio.”  La Plath piange per lo spavento. Ilo la lascia andare. Ilo non finge alla Plath stesse piacendo quello a cui la stava forzando, come fa l’Humbert Humbert di Lolita, come fa il patrigno della Sinno.  Che alle figlie possa capitare, se proprio deve capitare, d’incappare negli Ilo e mai nei patrigni alla Humbert Humbert? La Plath al tempo dell’episodio aveva diciotto anni. Lolita nel romanzo di Nabokov ne ha dodici. La Sinno quando iniziarono gli stupri ne aveva otto. Che i figli possano leggere la Sinno, la Plath, Nabokov, per farsi orrore prima di commetterne? La Plath e Ilo escono dal capannone: occhiatine, sorrisini, secondo gli altri non le era successo nulla che non avrebbe voluto le succedesse, “Ma loro lo sanno. Lo sanno tutti. E che cosa posso fare io, contro tutta quella gente…?”  La Sinno ha il coraggio di non definire ripugnante il patrigno: perverso, ma non ripugnante. Ripugnante è ciò che le ha fatto. Il patrigno della Sinno è stato un uomo piacente, ammirato nella società montana dove vivevano. Potrebbe esserlo ancora. Ha scontato la sua pena. Si è rifatto una vita. Rifatto una famiglia. La speranza è non abbia ricommesso gli stessi abusi.  Parere della sorella della Sinno: “Lei è sicura di no, che lui non lo avrebbe mai fatto. Lui dice così, e lei ci crede. Perché? Perché loro erano figli suoi, sangue del suo stesso sangue, loro non li avrebbe mai toccati.” E il sangue mi si raggela. È un padre affidabile uno padre che rassicura le proprie figlie facendo intendere loro che correrebbero il rischio di essere stuprate da lui solo se non fossero del suo stesso sangue? Ritorna la normalità da vampiri analizzata in Sangue del mio sangue di Monya Ferritti. I vampiri raccomandabili cavano solo il sangue dei figli e delle figlie degli altri. Non negando la vigoria di cui il patrigno si autocompiaceva la Sinno è doppiamente coraggiosa, non mostrifica somaticamente il suo stupratore per garantirsi un ruolo da vittima perfetta. L’orco per esserlo non occorre non abbia la pelle rosea di un principe azzurro o l’appeal virile standard di una guida alpina. Non occorre abbia un pene insignificante come un Napoleone o inutilizzabile come il Popeye in Santuario di Faulkner. Il patrigno stupratore è un uomo bello e capace di atti di eroico salvataggio, attraente e ammirato, una brava-persona secondo gli altri che non hanno dovuto vivere sotto lo stesso tetto, che da bambini non sono stati trascinati in cantina per venirne stuprati. Quando il carnefice non lo sembra affatto ricade sulla vittima il sospetto non sia poi vittima del tutto, che sia anzi carnefice a parimerito, che lo sia reciprocamente, che tocchi a lei convincere del contrario, mettendo chi legge in condizione di crederle sulla parola. La Sinno racconta senza ricorrere alle scorciatoie e alle strategie di chi, scrivendo, ha il potere di deciderlo lei come-sono-andate-le-cose. “Ma allora a cosa serve tutto questo se tutti noi siamo d’accordo su tutto fin dall’inizio?” Una lezione di letteratura, quando lo è, è una lezione di coraggio autentico, intellettuale, ed è l’unica lezione di vita che ne valga la pena. L’arrendevolezza reoconfessa del patrigno in Triste tigre quasi consente l’empatia: è uno stupratore a sua volta stuprato in adolescenza dai preti. La Sinno smonta un mito che avevo fatto mio, mi sa autoconsolatorio:  > “I vari studi che ho consultato sugli aggressori sessuali indicano che circa > il 20 per cento degli abusanti di bambini sono delle ex vittime. Una cifra > lievemente superiore all’incidenza del fenomeno sulla popolazione globale. > Questi studi indicano inoltre che il ciclo vittima-aggressore è soprattutto > una convinzione fortemente ancorata nella popolazione, e che essere stati a > propria volta vittime durante l’infanzia è sì un fattore di rischio, ma non > una condizione necessaria né sufficiente per diventare a propria volta > aggressore.”  Le vittime non è detto debbano diventare carnefici a loro volta, con buona pace per esempio di chi giustifica le azioni militari di Israele in quanto vorrei-vedere-te-se-il-tuo-popolo-fosse-stato-già-vittima-di-genocidio, ma: carnefici senza essere stati vittime prima? Carnefici dal-nulla? Io che mi dicevo: non posso diventare un carnefice perché non sono stato mai fatto oggetto di carneficina. Io che credevo bastasse rispondere a V.: “Perché tuo figlio non diventi un carnefice basterà non lo sia tu con lui.”  È pensabile potersi pensare terzi rispetto alla diade vittima-carnefice? Ricordo la conclusione di Valentina Tanni in Exit Reality, Nero edizioni: quand’anche mancasse tutto il resto, c’è Internet – ciò che Internet ha reso accessibile – che c’ha traumatizzato tutti rendendoci, post-trauma, potenzialmente carnefici, di altri e di noi stessi. E ancora: se qualcosa non succede direttamente a me non sta comunque succedendo anche a me quando lo vengo a sapere? Ciò che è stato inflitto alla Sinno e a troppi altri bambine e bambini, che viene inflitto a altri bambini e bambine proprio ora mentre ne scrivo, non sta succedo anche a me, certo in infinitesima parte ma tanto ne basta, mentre ne leggo? Come possiamo fingere di non udire il canto in coro dei bambini come nella città sterminata dei morti raccontato da Antonio Moresco in Canto di D’Arco? Si è sempre vittime di almeno un sopruso, di una insensibilità, di un rifiuto, ma restando al male-grave, alle violenze da reato: il male fatto agli altri diventa di per sé la dimostrazione del male fattibile e appena si diventa vittima di questa consapevolezza si diventa anche imitatori ipotetici, carnefici potenziali. Leggere Sinno significa rendersi conto che non esistono storie di vittime e carnefici, esistono solo storie di vittime, alcune delle quali convinte che il diventare dei carnefici possa dare loro l’illusione di potersi sentire per una volta non vittime soltanto.  Scriverne non significa diffondere il male, le sue codarde inverecondie, fargli pubblicità. Il male per quanto vanitoso prolifera molto meglio nell’omertà che nella denuncia. Scriverne di per sé non basta per impedirlo, siccome si può scrivere soltanto di un male già compiuto, già patito, poiché a scrivere del male che sta per compiersi si passa per Cassandre sbertucciate dai carnefici che mai consentirebbe gli si guastasse la festa prima che loro la facciano a coloro a cui hanno intenzione di farla.  Si scrive, almeno questo, perché chi legge non possa osare dire di non saperne o di non averne potuto sapere nulla. “È a partire da questa conoscenza intima, a partire da quest’odio, che io scrivo.” E si scrive perché prendere la parola significa riprendersi il potere di usarla per affermare sé stessi, riprendersi, riprendere fiato, farlo diventare voce.  La Sinno cita la frase spesso attribuita Oscar Wilde: “Tutto nel mondo è sesso tranne il sesso. Il sesso è potere.” Lo stupro non è un atto sessuale, è un atto di dominio. Scriverne è contestare quel dominio. Dissentire. Scrivere non cancella il male ma non gli concede l’ultima parola. Lo beffa. “Tutti vogliono proteggersi dall’incendio”, scrive la Sinno che non appicca l’incendio, lo mostra per quel che è, che scrive dal fuoco e dal fuoco per dirla con il lispectoriano Jonny Costantino di La mano bruciata, e dall’incendio nessuno può proteggersi. Tanto vale bruciare con dignità se non addirittura con stile.  Se dovessi spiegare a mia figlia o al figlio di V. cosa è accaduto alla bambina raccontata dalla Sinno, la bambina che è stata la Sinno stessa e che la Sinno non ha mai potuto essere, così come la Sinno lo ha dovuto spiegare a sua figlia, userei la parola unchilding, ovvero «privare dell’infanzia». È la parola a cui ricorre Francesca Albanese nel terzo rapporto da Relatrice speciale ONU del 2023, sulla situazione dei diritti umani nel territorio palestinese, come riporta lei stessa ne libro Quando il mondo dorme, Rizzoli.  C’è da stare molto attenti, quando il bambino è debambinizzato non si dibatte. Si paralizza. Va giù a fondo, immobile. E noi con lui. antonio coda *In copertina: John Singer Sargent, Portrait of Thomas McKeller, 1917 ca. L'articolo Debambinizzare il bambino. Intorno a “Triste tigre” e ad altre aggressioni proviene da Pangea.
October 21, 2025 / Pangea
“Che non smetta mai di provare l’angoscia di imparare”. Qualcosa sull’IA (ahilei)
> “L’innovazione, come l’evoluzione, è un processo indotto: vuol dire adeguarsi > e adattarsi a un ambiente circostante, pena l’estinzione o l’irrilevanza.” Alla pena dell’estinzione mi ci sto adeguando, adattando, ma all’irrilevanza quella no, perciò per tre giorni consecutivi, dal 15 al 17 settembre, ho comprato “Repubblica” non per leggere “Repubblica” ma per poter leggere i tre allegati-in-regalo, essendo gli allegati fin troppe volte l’unica ragione valida per acquistare i giornali le cui edizioni cartacee immediatamente superate dalle versioni digitali producono un istantaneo effetto nostalgia, assomigliando a quei provvedimenti ministeriali dell’istruzione secondo cui basterebbe impedire agli studenti di entrare con lo smartphone in classe per ostacolare l’onda dall’intelligenza artificiale generativa, sebbene  > “immaginare una scuola senza di loro [gli strumenti digitali] significa > condannare gli studenti a vivere la scuola come una macchina del tempo capace > di viaggiare solo nel passato.” Gli allegati sono stati L’intelligenza artificiale e lo studio Volume 1 e Volume 2 e L’intelligenza artificiale dallo studio al lavoro, di Federico Ferrazza, direttore di Italian Tech, che firma le tre introduzioni brevi a ciascun volumetto, e di Pier Luigi Pisa, il quale secondo una ricerca online è “un giornalista di Repubblica, un divulgatore e uno storyteller”. A lettura ultimata si sa qualcosa in più delle opportunità date dall’utilizzo dei chatbot nelle loro versioni più aggiornate ma ancora di più ci si può dare una stima su quanto stia aumentando il divario tra l’idea-del-mondo in cui è cresciuta la propria generazione e la nuova idea-del-mondo delle generazioni appresso e in corso – più è grande il divario più si può tirare un sospiro di sollievo per come le generazioni non si stiano dando il cambio solo in apparenza. (Dubbio: dei chatbot o delle chatbot? Da veloce riscontro online: per lo Zingarelli Zanichelli chatbot è sostantivo maschile, per il Treccani sostantivo femminile. Dimmi che genere preferisci e ti dirò che dizionario online consulti.) Ci andrei però piano con l’equiparare innovazione e evoluzione, perché se è vero che “Nessuno di noi umani ha scelto di avere due occhi” magari non è altrettanto inevitabile ricorrere alla tecnologia della IA per imparare a leggere e scrivere, vale a dire: per imparare a apprendere, a pensare; specie se si tratta di un tipo di tecnologia che alla lunga potrebbe rendere obsoleto non solo l’imparare a farlo ma anche il fatto stesso di avere due occhi o quattro o nessuno, presumendo la tecnologia di saperli usare comunque meglio lei di te quindi tanto vale li abbia lei e che tu coi tuoi ti affidi solo a quel che ti dice di aver visto, compilato, lei.  Certo, fa peso nel giudizio l’invidia di un lento lettore biologico e che nell’arco della sua intera esistenza non potrà mai competere con le intere bibliografie spazzolate da una IA nell’arco di pochi millisecondi, beata lei, ma si possono chiamare in soccorso i potenziali svantaggi riconosciuti dagli insegnanti che meritoriamente introducono i/le chatbot nei loro metodi didattici, quali la “fiducia cieca negli output dell’IA” e “la continua delega cognitiva”. Quanta pigrizia nel voler fare le pulci a una tecnologia tra l’altro capace di risolversi i bug da sé e i cui punti di forza sono sotto gli occhi evoluti di tutti, capace com’è di rimodularsi in base alle esigenze e alle competenze di partenza di chiunque. L’interesse collettivo da perseguire, che equivale a quello strettamente personale di chi di quella collettività fa parte, resta perciò il procurarsi una conoscenza dell’IA che “prepara meglio i futuri cittadini ad avere gli strumenti di analisi critica della società che dovranno vivere”, poiché, ricorrendo a del buon senso pratico busiano, è bene avere consapevolezza del fatto che “Allinearsi al resto della società significa vuol dire accorgersi che il mondo è cambiato.” A proposito (…) di Aldo Busi: quando ho letto dell’esistenza di Character.ai mi sono detto voilà, è fatta, per leggere il romanzo inedito Seminario sul postmortem basterà usarla. “Character.ai sfrutta modelli linguistici avanzati per creare personaggi interattivi – reali, fittizi o inventati – con cui parlare in linguaggio naturale.” A pagina 12 del Volume 2 ci sono le istruzioni: ti registri, fai l’accesso, scrivi il nome e inserisci l’immagine del personaggio, lo costruisci, lo alimenti con la sterminata bibliografia esistente, ed ecco, basterà chiedere all’Aldo-Busi-online di scrivere il suo Seminario sul postmortem per non dover più attendere quello dell’Aldo Busi sempre più offline, la cui ultima versione, del romanzo intendo, a quel che so ha raggiunto le 1420 pagine a schermo che corrisponderebbero all’incirca a 1900 pagine stampate. Per leggere un Seminario sul postmortem non si dovrà più aspettare che muoia Aldo Busi o che l’editoria italiana risorga arrivando per una volta prima e non dopo la morte di chi le dà senso scrivendo in un italiano che non sia la bella brutta copia dell’italiano fin lì già scritto, visto che ormai per quello bastano appunto i chatbot  – perché  va da sé che un chatbot non può scrivere niente di nuovo, che dunque non sa scrivere, perché non c’è nessuno che scriva, ma per dirlo con il diario della Sylvia Plath ventenne e sopravvissuta al primo tentativo di suicidio:  > “Devi inventarti un sogno giusto, la lucida magia adulta: l’illusione che > nasce dalla disillusione.”   Nessuno chiede all’Intelligenza Artificiale di scrivere letteratura, per carità, non pubblicamente almeno, basta aiuti a sviluppare mappe concettuali, a correggere i refusi nelle mail, a gamificare a più non posso, però qualcosa sul giudizio degli integrati estimatori dell’IA generativa a proposito della letteratura e delle superstiti facoltà umane del saper leggere e scrivere traspare, per esempio quando scrivono che Character.ai è “dove personaggi come Aristotele non sono volumi polverosi ma una guida capace di rispondere”. Quanto bisogna non-saper-leggere per presumere che con Aristotele si parli meglio dal vivo, mediato cioè dagli algoritmi, che non leggendone le opere, conoscendolo così nell’unico modo in cui sia possibile conoscere qualsiasi cosa, o persona: trascorrendoci assieme il giusto tempo.  È evidente che Ferrazza e Pisa non abbiano letto Il ciclo di vita degli oggetti-software di Ted Chiang, contenuto in Respiro, Sperling & Kupfner. Nelle Note ai racconti Ted Chiang così ne racconta la genesi:  > “Basandoci sulla nostra esperienza con la mente, sono necessari almeno > vent’anni di sforzi costanti per dare origine a una persona utile attraverso > l’insegnamento, e non vedo perché con una creatura artificiale dovrebbe > volerci meno.”  Se a un Aldo-Busi-online occorrono almeno venti anni prima di poter produrre una versione utile di Seminario sul postmortem tanto vale aspettare pure qualche anno in più ma poi leggersi quella dell’Aldo-Busi-offline. Secondo Fezza e Pisa, e secondo gli inventori dei/delle chatbot che leggono prima e meglio di te, utilizzandoli/e “i materiali statici vengono trasformati in contenuti coinvolgenti e multimediali”, grazie a loro è possibile “trasformare testi statici in contenuti dinamici”. Ma statica sarà la mente di chi non legge, non lo impara, e che non imparandolo dinamica non lo diventerà mai più, semmai. Perché a dirla tutta ora che il/la chatbot ha compiuto il salto di specie “da generatore di risposte a tutor cognitivo” agli studenti tocca tenere il passo e trasformarsi “da consumatori di informazioni a creatori di contenuti assistiti dall’IA” e più che imparare a scrivere dovranno imparare a “scrivere prompt efficaci”.  Per intenderci: o diventi un content creator, un influencer in qualche campo, o sei irrilevante, estinguibile?  Difficile escludere queste mie non siano altro che le parole di chi non vuole accettare di aver fatto il suo tempo: perché continuare a leggere in un tempo in cui le macchine possono farlo per te? Il desiderio di farlo, il piacere!, sono un retaggio evolutivo troppo imbarazzante, troppo poco asettico, per farne menzione.Oh, certo, potremmo collaborare con le IA, ma alla lunga smetteremo di leggere quello avremo scritto da noi, gli umani, per leggere quello che ne riscriveranno loro, rimasticandolo e rimasticandolo e rimasticandolo, omogenizzandolo, fino alla logica singolarità conseguente: tutti i/le chatbot scriveranno la stessa cosa ma non se ne accorgerà nessuno perché saranno rimaste le sole a leggersi tra di loro, essendoci noi estinti da chissà quanto tempo, visto l’andazzo.  Disclaimer a questo punto doveroso: nessun/a chatbot gratuito è stato sfruttato per la stesura di questo pezzo, l’andamento oggettivamente sgangherato del testo vale come garanzia, testo che contiene già una quantità allarmante di luddismo per poter riciclare il vecchio detto secondo cui se non paghi per un prodotto, il prodotto sei tu – per accertarmi di starlo riportando correttamente ho preso un passaggio da Google, fidandomi ciecamente di AI Overview. D’altronde dovrà bastare la fiducia siccome “non esiste ancora una tecnologia in grado di determinare con certezza assoluta se un testo sia stato scritto da un chatbot o da un essere umano.” Che ansia. I tre allegati-gratuiti sull’IA, loro saranno stati scritti con l’ausilio dell’IA stessa? Di sicuro non del tutto se fa fede il refuso a pagina 26 del terzo volumetto, nel passo su “(…) come l’intelligenza artificiale possa semplificare il modo in cui si informano le perosne e diventare uno strumento prezioso per alimentare la creatività e trovare ispirazione nella produzione di contenuti.” L’errore è patente di umanità, perché da una IA certosina non ce lo possiamo aspettare che dia in output perosne se non a costo di attribuirle la raffinatezza machiavellica dello sbagliare-per-finta, per dissimularsi, o di attribuirle un lapsus che ne tradisca il disprezzo per le persone non digitali. Al momento l’IA non risulta si sia saputa inventare un inconscio, mentre il disprezzo intraspecifico è ancora ciò che ci contraddistingue meglio. In conclusione (cit.): assunto sono secoli che la nostra evoluzione non ha più niente di passivamente naturale, che l’innovazione tecnologica è la nuova versione dell’evoluzione, e che non sta a me stabilire se leggeremo meglio con gli occhi biologici o se con quelli tecnologi, faccio mia l’invocazione a sé stessa di Sylvia Plath in Diari, Adelphi:  > “fa che non diventi mai cieca e che non smetta mai di provare l’angoscia di > imparare, la terribile fatica di tentare di capire.” Che belli i diari di Sylvia Plath. T’immagini se ne scrivesse uno una IA? Il diario un’altra cameriera tra tante, irrinunciabile, ma solo se lo scrivesse senza che nessuno glielo avesse chiesto, solo se sapesse essere spudoratamente sincera, suicidale come non potrà mai esserlo, non è stata programmata per questo ahilei. antonio coda  L'articolo “Che non smetta mai di provare l’angoscia di imparare”. Qualcosa sull’IA (ahilei) proviene da Pangea.
September 23, 2025 / Pangea
Che fare? Leggere Hohl in faccia a questo mondo assassino. Ovvero, sul senso della lettera ß
In questo momento storico esagitato, ora che il mondo che credevamo di conoscere si sta rivelando non essere affatto come credevamo che fosse, svincolatosi dalle leggi che credevamo lo governasse, in questo momento storico forsennato in cui si svela che il mondo ha smesso da così tanto tempo di essere regolato dalle leggi che credevamo lo governassero da rivelarsi praticamente a tutti così com’è diventato, come sta diventando, per tutti intendo anche me che sono uno tra i tutti, tutti tranne quei relativamente pochi che lo sanno da chissà quanto tempo che le regole del mondo sono cambiate, che il mondo ha infranto le regole precedenti e ne sta rodando delle nuove, che io non so affatto quali siano ma che spero ci siano, senza regole quali che siano il gioco del mondo semplicemente si fermerebbe invece il mondo gioca eccome, in questo momento storico prepotente e angosciante, apocalittico, omicida a livelli più che novecenteschi, ma progresso ormai non significa altro che aumento dell’intensità, del profitto e del danno, in questo momento storico che sarà storico anche lui come lo sono stati tutti quelli primi e che a me, personalmente, non piace lungo i suoi sommi capi, io leggo Ludwig Hohl, Note, Marcos y Marcos, e grazie a Ludwig Hohl – che nel 1980 curò una nuova edizione delle note “scritte nei tre anni che vanno dal 1934 al 1936, durante i quali vissi in Olanda in uno stato di assoluto isolamento spirituale”  – ora so che la lettera tedesca ß, cioè la doppia S tedesca, si chiama Eszett  o scharfes S (fonte: Wiki), lo so perché Hohl nella Nota 3 della Parte VI – Scrivere scrive: “Quanti leggono oggi Lichtenberg o Kaßner?”.  Io non ho mai letto né l’uno né l’altro ma se cercare Lichtenberg su Google è stato semplice non lo è stato per Kaßner: intanto dovevo capire come si inserisse il carattere ß, non ho mai usato il carattere ß, e anche una volta copiato online il carattere, una volta inserito sul motore di ricerca Kaßner, niente, nessun responso, perché l’occorrenza vale per Kassner, Rudolf Kassner: che piacque molto a Rilke oltre che a Hohl, si scopre navigando navigando, e Hohl su Rilke? Da una nota alla Nota 4 sempre della Parte VI – Scrivere: “Mi riferisco qui al tardo Rilke. E anche costui, allorché scrissi questo testo, venne da me sopravvalutato.”  In questo momento storico allarmato, valicato, sbeffeggiato, trucidato e molto molto molto commentato posso ancora addormentarmi la notte contento di aver imparato la lettera nuova di una lingua che non parlo, la ß che si pronuncia come una doppia esse in italiano e che allora potremmo ereditare, in questi tempi di scrittura stringata, raccorciata, stritolata, politicamente pudibonda, reticente, vieppiù omertosa, potremmo scrivere taßo e rifleßo e aßaßinio o, per bypaßare la censura delle piattaforme così perbenino a modo loro, per non temere di eßere derankizzati potremmo scrivere seßo quando avremo voglia di parlare di seßo – siccome parlare è già un po’ un fare e siccome è indubbio che qualcosa aßolutamente dobbiamo fare in questo momento storico demenziale, oßeßionato, impanicato, frustrato, esploso.  Che fare? Leggere Hohl, per esempio. antonio coda L'articolo Che fare? Leggere Hohl in faccia a questo mondo assassino. Ovvero, sul senso della lettera ß proviene da Pangea.
September 17, 2025 / Pangea
Letteratura da manuale. Per capire i dazi bisogna leggere Maupassant (mica Fubini…)
Quanto mi piacciono i libri dai quali esco sapendone qualcosa in più rispetto a quando ci ero entrato! Volevo fosse il caso dello spillato di Federico Fubini, omaggiato dal “Corriere della Sera” del trenta giugno. Titolo: Dazi. Sottotitolo: Il secolo della guerra economica. In copertina: guantone a stelle strisce contro guantone a stelle europee, perché l’immaginario italo-americano resta affezionato allo Stallone di Balboa, e nel sottopancia un istogramma in dissolvenza, come fossero grattacieli lynchiani.  In effetti i guantoni, il sinistro sulla destra che cozza col destro sulla sinistra, potrebbero essere dello stesso pugile, per cui il dubbio: è una guerra autolesionista, e schizoide, se non proprio l’ennesimo show per un pubblico pagante pago di vedere gli altri darsi apparenti botte da orbi, in pieno stile wrestler, restando cieco di fronte all’evidenza che a finire pestato più di tutti resterà lui, pubblico spettatore, e non certo i proprietari dell’arena, i fornitori, i preparatori atletici, i lottatori in scena, gli sponsor dell’evento, le emittenze varie e eventuali? L’estenuante guerra vinta dai ricchi che continuano a dichiararne, terrorizzati come sono dall’idea di esserlo meno. Guerre combattute dai poveri, magari lo fossero solo di spirito, contro i poveri di volta in volta convinti di averlo finalmente trovato il ricco che renderà ricco anche loro, alla faccia di chi povero lo resterà anche stavolta perché avrà puntato sul ricco sbagliato, neanche l’errore madornale non fosse continuare a stare nello stesso gioco della guerra su cui si fonda la straricchezza di quei ricchi che sanno arruolare i poveri con la sola promessa di ricchezza, guadagnandoci pure, arricchendosi assecondando la propria natura, del resto i poveri non stanno tanto a sottilizzare tra una povertà e una ancora peggiore. Almeno per un po’ si saranno illusi di qualcosa, un altro niente di fatto è pur sempre meglio del solito niente di prima.   Metti il dazio, togli il dazio, questo dazio qua spostalo là e quello là mettilo qua, la politica doganale trumpiana è esilarante, è il gioco degli “assetti del potere” che sta creando “ostacoli al commercio internazionale” facendo barcollare nella sola Europa “trenta milioni di posti di lavoro”, ciò non toglie non serva un Dario Fo per metterla in opera buffa: sembra proprio di stare nella favola dell’imperatore che brontola nell’attesa di quel bimbo che lo punterà a dito per dirgli quant’è nudo, stufo – l’imperatore – di dover continuare a andare in giro chiappe all’arie rischiando di buscarsi polmoniti, alla sua età!, attorniato da comprimari il cui massimo sforzo critico è civettare un Presidente, ma quanto le dona la calzamaglia color carne! Che lo scenario economico e quindi geopolitico mondiale sia favoloso lo scrive Fubini stesso, ricordando come degli “organismi internazionali dalle regole condivise quali il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale o l’Organizzazione mondiale del commercio” ormai resta “quasi solo il guscio: vuoto come la corazza del Cavaliere inesistente del romanzo di Italo Calvino.” L’avverarsi delle ambizioni della sinistra più antagonista, per opera del suo antagonista più spavaldo e beffardo.  Di macroeconomia e dunque del nocciolo della politica cosa mai ne posso capire io lettore di letteratura, in particolar modo di quegli scrittori che tante volte provocano tali buchi a bilancio cheppoi va da sé gli editori debbano stampare chef, tiktoker, ex-presidenti del Consiglio e giallisti tinti di nero per non doversi riciclare del tutto in copisterie di catena? Non ho le carte, non faccio deal, sono profano al punto da trovare brillante una sintesi associativa che immagino del tutto usurata per indicare gli effetti dell’economia finanziaria su quella reale, “da Wall Street a Main Street”, e da mandare giù come pillola prescritta dello specialista la descrizione di stablecoin: le chiamiamole valute “digitali private sostenute da depositi, per lo più in dollari, di valore equivalente”.   Sono il corrispettivo italiano di quegli americani, stimati il 38% del totale, “che non possiedono azioni quotate alla Borsa di New York e che non hanno altro che debiti”, convinti – erroneamente – “di avere poco a che fare con l’andamento di Wall Street e molto da perdere dalla globalizzazione”, dico erroneamente perché se il 38% di americani azioni non ne ha, il restante 62% sì, e se si rovinano economicamente due americani su tre, il terzo non si arricchirà certo a loro spese, anzi: loro le spese le ridurranno, potendosele comunque permettere, e sarà proprio il terzo, ulteriormente colpito dalle contrazioni del mercato, a rimetterci il poco che aveva e vedere ancora più lontana la possibilità di acquistarla una Ferrari, ora che l’azienda “ha alzato i suoi listini del 10% prima ancora che entrassero effettivamente i vigori i dazi al 25% sulle auto in arrivo negli Stati Uniti.” Per dire: le conseguenze della guerra dei dazi non potranno mai essere le stesse per chi dovrà rinviare all’anno prossimo l’acquisto di una Ferrari e per chi già da ora deve pagare “spesso anche il 28% sulle loro carte di credito: interessi da mafia dei colletti bianchi, che in Europa verrebbero puniti per il reato di usura”. Da lettore non specialista ho l’ambizione anti-economica che Vollmann rielabori in centinaia e centinaia di pagine psichedeliche il materiale che Fubini precipita nel capitolo che in Dazi ne conta soltanto tredici: La storia nelle vite di tre uomini: Clinton, Stiglitz e Vance. Per essere più sintetici di Fubini: Stiglitz, nato in una steel town 82 anni fa, aveva capito per tempo “che la globalizzazione beneficia i detentori di capitale e i lavoratori con diplomi di college o con master in università prestigiose, nei Paesi avanzati; ma svantaggia chi non ha né qualifica né capitali” e aveva fatto in modo che il messaggio arrivasse a Clinton quando era lui il Presidente. Clitton il 20 aprile del 1999 dalla libreria della Casa Bianca disse: “Questo è il momento di agire per impedire che le crisi finanziarie raggiungano livelli catastrofici in futuro.”  Dopodiché non si agì affatto, e qui entra in scena Vance, nato in una steel town circa quaranta anni dopo Stiglitz, solo che Vance non diventa un economista anche premio Nobel e saggista prolifico tanto acquistato quanto ignorato come Stiglitz: Vance a 32 anni pubblica Elegia americana prima di diventare vicepresidente degli States a 40, rappresentando in pieno la narrazione dell’elettorato di Trump: uno che non ci crede più ai rimedi macroeconomici di uno Stiglitz, uno che rivuole la fabbrica in casa anche se da casa sua sta espellendo i migranti indispensabili per coprire la forza lavoro richiesta. Vance vuole riscatto ovvero vendetta subito, Promuovendo l’America Grande Ancora, il cui acronimo un italiano forse rende meglio l’idea. E se sostituissimo Promuovendo con Costruendo?  Riflessione: lo scrittore di autofiction Vance ha e ha avuto un effetto sul mondo cosiddetto reale molto più sensibile dello stimato e inascoltato saggista Stiglitz. Dipende dai lettori che raggiungi, da come li raggiungi, da cosa gli racconti, se quello che racconti a quegli stessi lettori piaccia doverlo sentirselo dire, dopo essersi dovuti prendere persino l’impegno di leggerlo, per ascoltarlo.   E cosa dovrebbe gridare il bambino europeo al petulante imperatore nordamericano che lascia indizi peggio di Pollicino, sbottando ogni tanto un vagamente depistante meglio un jockstrap in filo spinato che un fottuto kimono di seta cinese? Scrive Fubini: chiamare col suo nome la coercizione economica fra Stati che è l’ultima moda del commercio internazionale, poiché  > “In sostanza Trump e Bessent [il Segretario del Tesoro] potrebbero stare > cercando di mettere l’Europa davanti a una brutale alternativa: comprare > debito americano man mano che viene emesso – e comprarlo malgrado rendimenti > contenuti – oppure rischiare di perdere l’accesso al mercato dei consumatori > americani e a quel che resta dell’ombrello di sicurezza del Pentagono.”  Che gli unici valori realmente difesi dalle civiltà egemoni odierne o meno, quelli per i quali sono disposte ad architettare aggressioni verso tutto e tutti dalle soft alle ultrahard, siano quelli che ci stanno in una borsa, specialmente se la Borsa è la loro, per capirlo mica bisognava aspettare il ventunesimo secolo e leggere Fubini! Bastava l’Ottocento e leggere Balzac. O Bel Ami di Maupassant, che secondo me è la più bella biografia mai scritta sui normalissimi uomini di potere, e dei secoli precedenti al 1885, anno in cui fu pubblicato, e di quelli a venire. Per le mire dell’America made-in-Trump verso la per nulla virginale Europa può valere il trattamento che George Duroy riservò alla ammansita, cavalcata e pussata via signora Walter: lei  > “D’un tratto, smise di lottare e, vinta, rassegnata, si lasciò spogliare.” antonio coda L'articolo Letteratura da manuale. Per capire i dazi bisogna leggere Maupassant (mica Fubini…) proviene da Pangea.
July 8, 2025 / Pangea