Pozzuoli, Anno 2026. Deciso, ho iniziato a leggere la raccolta delle lettere di
Dostoevskij pubblicata da Aragno, sapidamente intitolata: I demoni quotidiani.
Me la sono tirata in casa da anni, pagata col benefit aziendale, dovuto in
quanto previsto dal CCNL dei metalmeccanici. La prima lettera è del 23 luglio
1837, al padre: “Gentilissimo babbino!”.
Dostoevskij non ha ancora compiuto sedici anni, ne ha tre o quattro più di me
quando l’ho letto la prima volta. Ne avevo tra i dodici e i tredici quando
lessi Delitto e castigo praticamente per caso, perché avevo finito i Dylan
Dog. Se io sono chi sono, chiunque io sia, in buona parte devo a Dostoevskij
l’avere in orrore la violenza, l’aver capito forse troppo presto che non esista
una violenza giusta: l’ingiustizia mi è insopportabile, lo stesso commettere
violenza contro gl’ingiusti è un orrore.
Delitto e castigo è la storia di un uomo che esce sconfitto dal tentativo di
avere la meglio sulla coscienza che ha. Raskol’nikov è sconfitto in partenza
perché non crede in quello a cui vorrebbe credere, che il suo sentirsi vittima
d’ingiustizia giustifichi la volontà di fare vittime sue.
Nel romanzo di Dostoevskij il castigo viene prima della pena, la pena di voler
commettere un delitto e di commetterlo poi per davvero pur di non sentire più
come una debolezza l’imperio della propria coscienza.
Raskol’nikov ha ventitré anni, non fa più in tempo a non avere una coscienza,
non ne ha tredici, magari a tredici fai ancora in tempo a pianificare e mettere
in opera il tentato omicidio della tua professoressa di francese, scrivendo una
lettera con l’incipit che tradotto dall’inglese pare faccia così:
> “Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre. Sono giunto alla
> conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di
> ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo,
> quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione.
> Ucciderò la mia insegnante di francese.”
Raskol’nikov non avrebbe mai potuto scrivere una lettera del genere. Neanche
Franz Kafka, che pure ha avuto più coraggio scrivendola direttamente al padre,
provando ad ucciderlo via lettera, mortificandolo simulando di mortificarsi,
seppure non gliela abbia mai recapitata, neppure spedita. E comunque la lettera
al padre Kafka l’ha scritta nel 1919, quando aveva trentasei anni, uno in più di
Dante quando s’avviò per la dritta via smarrita. E più difficile scrivere al
proprio padre da grande o da piccoli?
Raskol’nikov e Kafka non avrebbero potuto scriverla perché la coscienza e
l’inconscio glielo avrebbero impedito, o meglio: avrebbero fatto in modo che la
coscienza e l’inconscio glielo impedissero.
La tentazione è di dedurre che oggi non abbiamo né coscienza né inconscio? Come
nella storia raccontata in L’avversario da Carrère. Dopo la prima lettera di
Dostoevskij quindicenne, siccome ho deciso non leggerò più di una lettera al
giorno, ho letto le prime pagine de L’avversario. Volgari nel senso pornografico
della volgarità: “La mattina del sabato 9 gennaio 1993, mentre Jean Claude
Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di
Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia.” Chi sa scrivere e
scrive un incipit così lo sento ben capace di scrivere “Non ho trovato il
coraggio di uccidere mio padre”, eccetera eccetera. Lo sento capacissimo di
essere lui lo stupratore anale della gattina a Tor Tre Teste.
Sto dicendo Carrère sia senza coscienza e senza inconscio? Dico sappia scrivere
come se non ne avesse. Come fosse lo scrittore paradigmatico del tempo
toccatogli, come Dostoevskij e Kafka del loro di tempo. Quando ho iniziato a
scrivere della prima lettera letta di Dostoevskij non credevo sarei giunto a
fare questo considerazione su Carrère, che non mi piace particolarmente, che mi
respinge senza riuscire a respingermi del tutto, anzi, attraendomi più di quanto
a tratti mi ripugni, come capitava con Dostoevskij quando avevo dodici o tredici
anni, come è capitato con Kafka letto per la prima volta non molto tempo dopo
Dostoevskij.
Devo giustificare lo strano scollamento mentale che ho provato leggendo la
lettera di Dostoevskij fanciullo? L’ha scritta quasi centonovanta anni fa,
Dostoevskij è morto da circo un secolo e mezzo, ma a me sembra di poterne
guardare ora stesso la nuca giovane china a scrivere la lettera al gentilissimo
babbino, come stessimo entrambi nel pensionato e io fossi il Kostemèrov che sta
preparando lui e suo fratello Michaìl all’esame di ammissione alla Scuola del
Genio Militare.
Leggo la lettera di un quindicenne di nome Fëdor perché diventerà Dostoevskij ma
Fëdor questo non può saperlo, non sa della vita e della lotta che lo attendono.
Il padre a cui scrive verrà ucciso dei suoi servi della gleba meno di due anni
dopo. Il fratello Michaìl assieme al quale firma la lettera al babbino morirà
nel 1864, lasciandogli debiti e la vedova di cui prendersi cura. È ancora presto
per tutto, pure per farsi nascere dentro un Raskol’nikov pur di poter scrivere
di Raskol’nikov. Seppure potessi, non gli anticiperei nulla sul suo futuro.
Dostoevskij saprà misurarcisi, ha saputo misurarcisi, a misura di letteratura,
scriverà romanzi impossibili da leggere una volta soltanto, da leggere soltanto
senza esserne deformati o riformati, e per ora scrive al padre:
> “Ancora a lungo dovrete occuparvi dell’educazione dei figliuoli: siamo
> molti.”
Scrive Fëdor:
> “Quanto al tempo di Pietroburgo, è delizioso, italiano.”
Qui è estate da poco e c’è allerta meteo.
antonio coda
L'articolo Lettera alla prima lettera di Dostoevskij proviene da Pangea.
Tag - Antonio Coda
Sono un uomo morto.
Vivo nella città dei morti. Non ricordo se ci sono nato nella città dei morti o
se sono stato nella città dei vivi, prima. Se sono morto dopo, l’ho dimenticato.
Se l’ho voluto dimenticare non lo so, non lo posso dire. So che mi piace essere
morto e vivere nella città dei morti: “Che città inconcepibile, che città
esplosa!”, così ha detto quel vivo.
Non mi piacciono gli uomini vivi. Puzzano di vivo. Un uomo vivo è stato nella
città dei morti. Proveniva dalla città dei vivi. Adesso nessuna sa dove sia
andato. Non lo sanno i vivi e non lo sanno i morti. Si è spinto oltre il
Finimondo assieme a “san Pinocchio, protettore degli spaccati!”. Lo so perché ho
il suo cellulare fradicio. L’ha riportato a riva l’oceano dove il vivo l’aveva
gettato, nell’oceano che separa la città dei morti da chissà quale altra città.
Il cellulare fradicio è indistruttibile, più dei vivi e dei morti.
Indistruttibile forse è una esagerazione, ma ha una memoria migliore dei vivi e
dei morti. Nella memoria fradicia e funzionante del cellulare c’è il video dello
scontro tra Superman e Superman-Giocattolaio:
> “Da questo punto in poi è tutto un susseguirsi di voli, di invenzioni aeree,
> di assalti, di colpi, ma non solo di quelli che siamo abituati a vedere o a
> immaginare in una lotta tra corpi, ma anche di quelli che non avevo mai visto
> prima e nemmeno immaginato e che si palesano in questi due corpi non solo
> umani e non più umani: aloni paralizzanti, flussi di energia elettrica, come
> le macchie di inchiostro o le scariche elettriche che nel fondo dei mari
> emettono seppie, torpedini… raggi che escono dalle loro mani, dalle loro
> bocche, dai loro occhi…”
Io so come è andata, chi ha vinto, chi sta vincendo, tra il Giocattolaio che
vuole sostituire i vivi e i morti e Superman che vuole proteggere i vivi e i
morti, tra il Giocattolaio e le città dei vivi e le città dei morti. Lo so, ho
le prove video nel cellulare, e le tengo per me. Sono un uomo morto.
Il cellulare fradicio comincia a squillare, lo porto all’orecchio come una
conchiglia industriale. Una vocetta piena di rancore inizia a reclamare un pezzo
dall’uomo vivo: dov’è il pezzo per cui mi ha pagato? Devono andare in stampa e
manca il pezzo che gli deve il vivo. Il vivo, per quel poco che l’ho seguito e
l’ho capito, è a pezzi, è composto da molti pezzi. Che città è la città dei vivi
dove un vivo chiede a un altro vivo un suo pezzo, senza farsene mai bastare,
chiedendogliene ancora e ancora, come se un vivo fosse fatto da pezzi infiniti?
Nella città dei morti i morti non chiedono ai loro morti i loro pezzi morti.
Rispondo alla vocetta stridula leggendo un appunto presente nella memoria del
cellulare fradicio:
> “Tutto il giornalismo è da reinventare, e noi stiamo ancora qui a mettere
> selve di microfoni sotto la bocca storta di quattro palloni gonfiati che
> sembrano vivi e che invece sono morti.”
La vocetta stridula diventa ancora più stridula. Mi chiede che razza di inviato
io sia se non invio più i miei pezzi dalla città dei morti alla città dei
vivi. Cosa vogliono i vivi dai morti? Non gli basta quello che vogliono dai
vivi? Noi morti non vogliamo niente dai vivi, allora perché i vivi vogliono
ancora qualcosa dai noi morti? Per noi-morti intendo noi morti che non abbiamo
mai scritto niente, che non abbiamo mai fatto niente per lasciare e lanciare un
rampino nella città devi vivi per poterla raggiungere anche dalla città dei
morti. Noi morti freddi, non i morti infiammati, infiammati da quando erano
ancora vivi, i vivi ammalati di vita da vivi e che da morti continuano a essere
malati, infiammati. I vivi così ammalati di vita che lanciano e lasciano rampini
nella città dei morti per poterla raggiungere anche dalla città dei vivi, come
ha fatto il vivo che sta andando oltre l’oceano del Finimondo assieme a San
Pinocchio il protettore degli spaccati.
Io so che fare. Cercherò quei rampini e li svellerò. Non permetterò alla città
dei vivi di portare la guerra dei vivi fin nella città dei morti. Il vivo è
venuto qui nella città dei morti per incontrare tutti i morti infiammati come
lui, i morti ossessionati come lui, i morti convinti che infiammare le città dei
morti significhi salvare la città dei vivi: ma quando si è mai vista una fiamma
che salva e che non incenerisce? È il freddo che salva. La freddezza della morte
salva i morti.
Impedirò la congiura dei vivi infiammati e dei morti infiammati che vogliono
impedire il riversamento finalmente totale di tutti i vivi nella città dei
morti.
Sono un uomo morto e non so quale sia la gioia dei vivi ma so quant’è grande la
mia gioia di uomo morto quando sento che
> “la terra trema ogni volta che arrivano grandi carovane di morti dalla città
> dei vivi, quando la faglia tra la vita e la morte comincia a muoversi più
> forte in seguito a guerre, stragi, flagelli…”
Ancora la vocetta.
Urlo alla vocetta, leggendo a caso dagli appunti che il vivo ha lasciato nella
memoria del cellulare fradicio e funzionante, le urlo che non voglio più sapere
più niente di lei e della città devi vivi, del mondo dei vivi che è “un paese
fratricida, un paese perennemente incompiuto”, che “sembra un paese bonario
invece è un paese feroce, privo di visione e feroce.”
Devo sabotare il vivo che sta provando a sabotare, a terremotare, a scoperchiare
la città dei morti, che sta “mettendo insieme (…) l’immaginario dei vivi e
quello dei morti.” Non glielo permetterò. Come posso io, uomo morto, impedire
all’uomo vivo di condurre altri vivi a invadere le città dei morti, a condurre i
morti infiammati nella città dei vivi perché tutti danzino nelle fiamme come
quella “ballerina di carta in fiamme”, la puttana di Dante che anche dall’esilio
nella città dei morti continua a congiurare contro il gelo che assedia i morti e
i vivi?
Urlo alla vocetta che mi sono inventato tutto, che non esiste nessuna città dei
morti. Ricorda la vocetta quanto le ho detto quando avevo intervistato Maradona
nella Buenos Aires dei morti? Che non sapevo se quella fosse veramente la Buenos
Aires dei morti o “almeno una sua piccola parte dislocata dentro lo spazio
vertiginoso della città dei morti o della mia mente”. Ora l’ho capito: è tutto
nella mia mente da vivo con la testa così in fiamme da essere praticamente
morto, da poter vedere i morti, da poterci parlare come con Maradona “piccolo e
grasso”, “perché Maradona è sempre stato dentro il dolore, Maradona è sempre
stato dentro la morte”. Tutte stronzate da vivo che si sente morto tra gli altri
vivi che non sentono più i morti solo perché sono morti pure loro e ora vivono
nel buio, lo stesso buio dei morti che i vivi non vedono.
La vocetta stridula dal cellulare fradicio continua a stridulare, convinta com’è
di star parlando con l’uomo vivo lo minaccia di querele, di richieste di
rimborsi. La vocetta stridula dice che non gliene fregava niente se si sta
inventando tutto. Per chi l’ha presa? Certo che la città dei morti non esiste.
Non importa a lei e non importa ai lettori. È così ingenuo, l’uomo vivo, da
credere i lettori vivi dei giornali vivi vogliano leggere notizie non inventate?
Certo che vogliono leggere notizie inventate! Purché siano inventate per piacere
a loro. Ciascun lettore vivo si fa per dire di giornale vivo si fa per dire
legge il suo giornale preferito per leggere le notizie inventate che gli
facciano credere di aver capito tutto, di essere intelligente e aggiornato, di
stare nello schieramento dei vivi giusti si fa per dire.
Le città dei vivi sono terribili. Le città dei morti sono calme, gelide,
caotiche come le città dei vivi ma rassegnate. Noi morti siamo felicemente
rassegnati. Noi morti-morti, non quei morti-vivi che il vivo è venuto a
incontrare, a spingere sulle altalene, a incontrare nelle viscere della città
dei morti, i suoi campioni, i suoi guerrieri, le sue amate.
Il vivo, come quasi tutti i vivi, non sa quanta memoria ha il suo cellulare che
registra tutto, anche quello che il vivo non sa che sia registrato. Nella
memoria fradicia del cellulare funzionante è tracciato tutto il percorso del
vivo nella città dei morti. Darò tutto al Giocattolaio che così potrà stanarli
tutti: i campioni, i guerrieri, le amate, e renderli inoffensivi una volta per
tutte. Interrompere quel flusso infuocato, mortale per i morti e vitale per i
vivi.
Il Giocattolaio crede di essere al di là della vita e della morte, non lo sa che
non esiste niente al di là della vita e della morte, che al massimo puoi
distruggere la vita, la morte no, la morte è indistruttibile. Perciò io mi
schiero dalla parte del Giocattolaio. Perché lui è per la morte anche se crede
di essere al di là della vita e della morte, proprio per quello.
Spiegherò al Giocattolaio che la prima a dover essere spenta dovrà essere la
ballerina di carte in fiamme, la puttana di Dante. Dopo di lei, Dante stesso. Mi
dispiace solo non poter vedere la faccia del vivo quando saprà che il
Giocattolaio li avrà spenti tutt’e due, tutti i suoi preferiti, ammesso il vivo
si faccia mai più vivo nella città dei morti, ammesso non sia già sprofondato
nell’oceano oltre il Finimondo, lui e San Pinocchio il protettore degli
spaccati.
Sono l’uomo morto che salverà i morti dall’ossessione dei vivi di non morire,
dei pochi vivi e dai pochi morti ancora ossessionati dal desiderio di vita e che
non si vogliono accontentare di quell’altra morte presto a buon prezzo per tutti
della vita artificiale che il Giocattolaio sta diffondendo nella città dei vivi
e nella città dei morti.
Ingenuo di un vivo che continua a sfondare tutte le città “per riaprire il
mondo, per riaprire il tempo!” Proprio lui mi ha dato quello che mi serve per
chiudere tutto definitivamente. Per la felicità dei morti felici di essere morti
in morte, per la felicità dei vivi felici di essere morti in vita.
La morte piace più della vita, la sanno i vivi e lo sanno i morti, solo il vivo
non lo sa anche se glielo ha ripetuto qui nella città dei morti anche il dottor
Freud che gli è andato incontro “vestito con gli abiti del suo tempo, il sigaro
in bocca”.
La vocetta.
Soddisfatto del mio piano perfetto da uomo morto mi è venuta voglia di
abbandonarmi a una confessione: “Vocetta della città dei vivi, sai cosa non
capisco? La disperazione di Hitler nella città dei morti. Certo, è un morto
perseguitato. I morti di cui è stato responsabile, perseguitandoli,
incenerendoli, distruggendoli, non gli danno requie. Ma che colpa può mai avere
lui se la sua fiamma non è stata la fiamma che ravviva ma la fiamma che spegne e
uccide? Che colpa ne ha Hitler se non ha mai accettato di essere una di quei
vivi infiammati la cui fiamma non incendia nessuno ma li illumina? Che colpa ne
ha Hitler se non ha mai saputo essere uno spaccato come Superman, se lui,
Hitler, è stato ossessionato dal superuomo ovvero dall’infinitamente troppo
debole per saper vivere scisso? Significa che lui non è stato mai protetto da
San Pinocchio il protettore degli spaccati, che non è stato mai protetto da
quella puttana della Santa Ballerina di Carte in Fiamme protettrice degli
Incendiati? Potrò pure io santificare qualcuna, no?, o può farlo solo quel vivo
che sentendosi il papa della letteratura ha santificato pure la piccola
fiammiferaia santa protettrice degli scrittori di visione e degli inarresi…
Dicevo di Hitler: che colpa ne ha lui se come me è sempre stato morto, se è nato
morto, o se pure non è nato morto se lo è diventato in vita senza mai capire
perché fosse morto, senza mai incendiarsi abbastanza per illuminare la
spaccatura dentro di lui? Si sta così bene al buio. Sto benissimo al buio. Di
Hitler non capisco, Vocetta, perché al vivo abbia detto “vorrei morire, ma non
posso morire perché sono già morto”.
Sono parole di un vivo, queste, non di un morto! Solo un vivo può desiderare
ancora qualcosa, fosse anche di morire. I morti non desiderano niente, non sanno
più o non hanno mai saputo così desiderare. Anche io non desidero niente,
desidero solo che il vivo non torni tra i morti, facendomi sentire così… così
come… con un desiderio… Come Hitler… Che la compagnia di tutte le sue vittime,
orrore!, stia suscitando in Hitler una scintilla di vita, una scintilla di vita
nello stramorto della città dei morti, una lucina moreschiana? Vocetta, anche di
questo devo parlare con il Giocattolaio. Dobbiamo spegnere tutto, deve essere
spento al più presto anche Hitler nella città dei morti che avvisa i vivi
tramite il vivo delle “nuove tirannidi genetiche a venire”, che ricorda ai vivi
tramite il vivo che “la nostra è una specie genocida, è l’unica specie animale
genocida”. I vivi e i morti non sono della stessa specie!, non lo sono più, non
lo sono stati, non lo saranno mai o mai più, cara Vocetta, se tutto andrà
secondo la mia volontà di poterne fare del tutto a meno, di questa maledetta
volontà.”
Sono un uomo morto – ma non sono più lo stesso uomo morto di prima, di prima
della venuta del vivo tra i morti, di quel vivo insurrezionalista. Che stia
diventando anche io una di quelle creature che “forse esistevano all’inizio,
quando tutto il mondo era ricoperto dalle acque, e si spostavano tra l’elemento
liquido e quello solido del mondo che stava poco a poco emergendo, creature che
si stavano precisando e inventando”? Che quell’uomo vivo abbia appiccato anche
me, che abbia messo sulle mie tracce quella puttana della Santa Ballerina di
Carte in Fiamme protettrice degli Incendiati che arderà e distruggerà il
cellulare fradicio e la sua memoria fondamentale per il mio piano di spegnimento
totale?
Si abbatta su di te la mia maledizione di uomo morto: possa tu vivere per
sempre, uomo vivo!
antonio coda
*In copertina e nel testo: disegni di Alfred Kubin (1877-1959)
L'articolo Lettera dell’uomo morto. [Intorno a un libro di Antonio Moresco]
proviene da Pangea.
> “È disorientante e imbarazzante avere due bocche. Il suono che producono è una
> vera e propria cacofonia.”
Leggendo Il genere del suono di Anne Carson, per Crocetti, ho ricordato la
leggenda caraibica letta a mia figlia come favola della buonanotte, pescata a
caso da Miti e leggende dei Caraibi, per la collana Grandi Tascabili Economici
della Newton.
Mia figlia è chiacchierina e gli piacciono i chiacchierini. Pochi giorni fa ha
scritto il primo biglietto a un bambino della classe, il suo primo amore? Gli ha
scritto: “Anche se sei chiacchierone sei bellissimo”, e nella risposta il
bambino-suo-primo-amore ha scritto: “È bellissimo che siamo chiacchieroni.”
Il titolo della fiaba caraibica è stato Perché le donne parlano tanto e l’ho
scelto sperando fosse divertente, anche se le righe corsive di presentazione mi
hanno subito messo in guardia: “Anche in questa storia è presente una misoginia
di antica data che può farsi risalire, attraverso le culture dei conquistadores,
a quella letteratura antifemminista che ha uno dei suoi capisaldi
nel Corbaccio del Boccaccio. Anche qui il referente è la Bibbia.”
Il volume della Newton è a cura di Claudio Corvino – Corvino per la letteratura
antifemminista risale al Trecento per Boccaccio e all’ottavo secolo Avanti
Cristo per i libri più datati della Bibbia. L’ottavo secolo è anche il limite
temporale inferiore preso in considerazione dalla Carson che in Omero ritrova lo
stesso giudizio, pregiudizio, sulle donne: sul loro voler parlare sempre, troppo
e male: Ulisse che si risveglia senza vestiti nell’isola dei Feaci nel libro VI
dell’Odissea omerica, circondato da urla femminile. “Che chiasso di femmine mi
si fa intorno!”.
L’antifemminismo come radice giudaico-cristiana.
Nella leggenda caraibica, presente nella sezione Vecchie storie delle Bahamas ma
che delle Bahamas non ha nulla, la storia è questa: Dio creò Adamo ed Eva ed Eva
la creò muta. Adamo da principiò non se ne lamentò, poi cominciò a sentirsi
troppo solo senza qualcuno con cui poter parlare, o meglio che rispondesse alle
sue domande, e Dio per rimediare strappò la coda al primo leprotto a vista e con
quello ci fece la lingua per Eva, ma:
> “i peli della coda del leprotto le solleticavano il palato e così sputacchiava
> cercando di liberarsene, e più ci provava, più peli le si attaccavano al
> palato. Ed ecco perché la lingua delle donne non sta mai ferma.”
Per quel che vale, da una veloce verifica con un motore di ricerca online non
risulta la presenza di leprotti alle Bahamas, ma per un Dio non sarà mica un
problema rimediare un leprotto anche se la fauna locale non lo prevede, e ancora
meno sarà stato un problema per il curatore di miti&leggende caraibiche di
riportarne una che non si capisce cos’abbia di caraibico, o meglio si capisce
benissimo che quando un popolo subisce una colonizzazione finisce per perdere
anche il ricordo dei suoi miti e delle sue leggende, come osserva Naipaul
in Fedeli ad oltranza, per Adelphi:
> “Ma nella nostra isola la popolazione autoctona che conosceva i luoghi sacri
> fu annientata e, al suo posto, nella colonia-piantagione arrivò gente come
> noi, i cui luoghi sacri si trovavano in un altro continente.”
A mia figlia, che ha sei anni, a fine lettura ho chiesto di controllare: “La tua
lingua allora è tutta pelosa come la coda di un leprotto?”, e lei: “No!” e giù a
ridacchiare. Allo stesso modo avrei potuto chiederle se secondo lei la sua voce
assomigliasse più a quella di una gallina, come nel caso di Nancy Astor secondo
il collega alla Camera dei comuni sir Henry Channon, o se a quella di Getrude
Stein, che secondo una delle sue biografie “Aveva una risata come una bistecca
di manzo. Amava il manzo.” Ovvero, per chiederglielo con la Carson, se si sente
pronta al fatto che “compito fondamentale della cultura patriarcale
dall’antichità ai giorni nostri” è quello di “associare ideologicamente il suono
femminile alla mostruosità, al disordine, alla morte”. Immagino avrebbe
ridacchiato meno.
Altro inciso: traduttore del testo della Carson per Crocetti è stato Patrizio
Ceccagnoli – che è un po’ la versione italiana della voce della Carson. Siccome
quanto scritto fin qui si presta fin troppo al risentimento di chi definisce
woke chi non ha punto voglia di lasciar dormire il cane dell’egemonia culturale
il cui sonno genera già fin troppi mostri mi lascio il pelo dell’uovo sulla
lingua, ce l’avrò un po’ di leprotto pure io, e non sollevo la questione sul
caso di un libro scritto da una donna a proposito del tentativo perenne
dell’uomo di toglierle la parola che viene tradotto da un uomo, al più invito
alla lettura dell’aggiornatissimo saggio Sensibili di Svenja Flasspöhler, per
Nottetempo, che riflette su come “ridefinire i limiti dell’accettabile” con lo
scopo di “illuminare la sensibilità nella sua dialettica, in rapporto con la
resilienza, in modo da trovare possibili vie d’uscita dalle crisi del nostro
tempo”, e che sa destreggiarsi con intelligente equilibrio tra gli opposti
estremismi in merito alle questioni di appropriazione-culturale:
> “Un dubbio analogo investe la possibilità per gli scrittori bianchi di
> immedesimarsi nella realtà e nella identità dei neri: si sospetta che chi
> decide di farlo voglia solo trarre profitto da una condizione di oppressione
> di cui è invece responsabile. Ma per quanto una tale sensibilizzazione possa
> essere giustificata dalla storia del colonialismo, questa rigidità riporta il
> gioco post-strutturalista alla fissità dello strutturalismo.”
Il registro della Flasspöhler nel saggio è di aggiornata e civile e stimolante
conversazione, insomma tutt’altro che il “gemito raggelante della Gorgone” o “la
voce fatale delle Sirene” o l’atteggiamento della vecchia Iambe “che urla
oscenità e si alza la gonna sopra la testa per esibire i suoi organi genitali”,
come da copione normalmente assegnato dagli uomini alle donne, convinti di saper
parlare, e di aver diritto a parlare, lorsignori, più delle donne perché a
differenza delle donne saprebbero tacere.
Gli uomini che se lo raccontano da soli di saper parlare meglio delle donne mi
domando se siano poi davvero convinti di deciderlo da sé quando è opportuno
tacere e di cosa o se sappiano in cuor loro di star soltanto obbedendo alla
consegna del silenzio a cui li sottopone il potere perché gli si conceda. Le
donne, estromesse dal potere, vuoi vedere mai che parlano fintanto che ne sono
escluse e che per emanciparsi, cioè per godere degli stessi privilegi degli
uomini potenti, sono disposte a limitarsi e a obbedire alla stessa consegna, a
uniformarsi sull’omertà su cui si fonda il potere e rispetto al quale la
letteratura si pone come antipotere poiché non tace ma racconta, e racconta non
quel che il potere consente ma esattamente quello che il potere mai vorrebbe che
fosse raccontato?
Il rimando è istantaneo all’incipit de Le consapevolezze ultime, di Aldo Busi,
per me memorabile quanto quello de Seminario sulla gioventù, questo:
> “Una delle ultime consapevolezze di cui ho fatto bottino, per magro che sia, è
> che da ragazzo ero affascinato dagli uomini che non parlano perché avevano
> tutti la pelle cerulea e luminescente e lo sguardo intenso di chi vuole far
> capire qualcosa senza dire cosa illudendoti, e secondo me illudendosi, che
> loro lo sapevano, cosa.”
Agli uomini che a forza di tacere per potersi sentire uomini hanno perso la
parola e assieme alla parola la possibilità di conoscere qualcosa di sé stessi,
cosa significhi essere uomini per esempio ma mica soltanto una banalità del
genere sul genere, non resta che imparare dalle donne come recuperarla, prima
che la perdano pure loro, le donne, pur di passare a loro volta dalla parte dei
perdenti di successo, di chi per vedersi riconosciuto il diritto al potere della
parola deve rinunciare alla parola, accontentandosi così di un potere cheppoi
non sarà mai il loro ma di chi tiene presso di sé la parola per meglio dominare
chi avrà introiettato la vergogna di aprire bocca.
Mia figlia continuerà a essere chiacchierina o riusciranno a rieducarla suo
malgrado a tenere la bocca chiusa per la troppa vergogna si noti la coda pelosa
di leprotto che ha per lingua? Da Il genere del suono della Carson:
> “Era un assioma della antica teoria medica greco-romana e delle coeve dispute
> di anatomia che la donna avesse due bocche. (…) Entrambe le bocche forniscono
> accesso a una cavità protetta da labbra che è meglio tenere chiuse.”
E il bambino-suo-primo-amore resisterà alla pressione sociale per cui se vuole
diventare uomo dovrà imparerà a tacere altrimenti dovrà sentirsi messo in fila
con “Le donne, i catamiti, gli eunuchi e gli androgini”, ovvero tra coloro i cui
“suoni sono sgradevoli da sentire e mettono a disagio gli uomini”, quegli
uomini-veri che pur di sentirsi in prossimità del feticcio della virilità
autorizzata diventeranno taciturni, inautentici, silenziosi, muti come Iddio
creò Eva quel dì lontano laggiù alle Bahamas?
O come tutti per potersi illudere di piacere dovranno dispiacersi e basta, a
partire da sé stessi, per la goduria del potere che è principalmente quello di
non far provare piacere agli altri incapace com’è di saperne provare lui?
antonio coda
*In copertina: Guercino, studio di volto, XVII secolo
L'articolo Il leprotto delle Bahamas, ovvero: perché le donne (non) devono
tenere la bocca chiusa proviene da Pangea.
Scrivere è spostarsi da dove si era fino al momento prima di scrivere, e leggere
è lo stesso – nella mia convinzione su cosa possa essere la scrittura, nella
ragione del mio continuare a leggere nell’epoca in corso nella quale si contano
sempre meno lettori o cosiddetti lettori forti, o così pare, definizioni a vuoto
tra l’altro: o si è lettori, ovvero si legge per non trovarsi più nello stesso
posto dove si era fino al momento prima di leggere, o si è al più sostenitori di
quel ramo industriale detto editoria che secca a velocità prodigiosa, sempre più
puntellato da protesi sintetiche dettate dagli algoritmi pappagalleschi che
nulla possono offrire della vitalità anarchica della letteratura. La letteratura
lo decide lei quand’è primavera, fa fiorire le rose anche d’inverno. La
scrittura di Angelo Ferracuti lo è al quadrato perché è scrittura in viaggio,
che è come dire viaggiare due volte, spostando in avanti l’umano desiderio di
varcare le frontiere, fossero pure quelle dell’immaginario e della morte, per
continuare a spostarci in avanti, perché ogni viaggio è l’ultimo soltanto fino
al viaggio dopo.
Nell’intervista di Morena Marsilio per la letteratura Working Class di te hai
detto: “non so fare altro che viaggiare e raccontare.” Che viaggio è stato
questa volta?
Impegnativo, in luoghi difficili da raccontare, entrando in contatto con gli
altri nel loro momento più delicato. All’hospice “La farfalla” di Montegranaro
la persona con cui ho parlato è morta da lì a poco. In una clinica in Svizzera
mi ha affidato la sua storia la donna che aveva accompagnato il marito, ricorso
il giorno prima all’eutanasia attiva. La commozione è una emozione che affatica.
Siamo di fronte non solo all’estetica del racconto ma a questioni etiche
fondamentali, e all’intimità delle relazioni umane più profonde. Raccontare gli
altri richiede l’assumersi una grande responsabilità. Il mio amico Dondero
diceva: “Io non fotografo le persone per un risultato estetico, le fotografo
perché mi interessano, perché esistono.” Il mio modo di raccontarle proviene
dall’oralità perduta della cultura contadina. Lo dico sempre: vorrei poter
raccontare a voce le mie storie, e così le scrivo. La volontà linguistica è la
naturalezza del parlato.
A proposito di Viaggio sul fiume mondo, chiesi cosa potesse essere vissuto
soltanto in Amazzonia, e la risposta fu: “la relazione costante con la morte,
che da noi è stata totalmente rimossa.” Con L’ultimo viaggio, che racconta
proprio i viaggi di chi va incontro alla morte che tarda a dare sollievo,
continui a esplorare il nostro rimosso?
Racconto i rimossi da sempre. Per anni ho scritto storie dal mondo del lavoro,
del suo immaginario volutamente e artatamente rimosso dallo storytelling dei
produttori, positivo ed edificante, che cancella i conflitti, il sudore e il
dolore di cui sono fatti. Racconto le storie che mi interessano. Ho appena
letto Teglie di rabbia dello svedese Henrik Johansson che racconta il mondo dei
panifici industriali, delle meccaniche interpersonali al suo interno, i rapporti
tra lavoratori stabili e precari e interinali, quello che se non fosse
raccontato non potrebbe mai essere visto, saputo. Dopo che leggi un libro così
neppure il pane quotidiano può continuare a essere guardato con gli stessi occhi
di prima. Il compito della letteratura è anche questo. Agire sullo sguardo verso
le cose.
Un viaggio prevede sempre un minimo di preparativi, pratici, mentali. Per
scrivere questo libro di reportage, quali sono stati?
Aver perso la mia prima moglie a quarantadue anni mi ha preparato, temprato.
In L’ultimo viaggio proseguono le riflessioni sulla morte che hanno portato alla
scrittura di La metà del cielo. Ho letto molto, visto molti film, come per
esempio il bellissimo Amour di Haneke. Il bagaglio era già pronto per questi che
sono racconti ancora più che reportage, infedeli soltanto nel montaggio, nel
senso che non ho inventato nulla di quello che è stato scritto. I santi bevitori
di Berlino, il sesto racconto del libro, restituisce una condizione umana
potentissima e non è nient’altro che la realtà. Aver avuto il fiuto di trovarla
è equivalso a essere a metà dell’opera.
Il tuo è un libro di viaggi ma anche di vagabondaggi. Attraversato dalla ricerca
di risposte come pure da una non del tutto sottintesa volontà di smarrirsi, tra
indirizzi forse presi male, appuntamenti messi a rischio dagli imprevisti,
rincorse dei protagonisti che preferiscono conservare un basso profilo. Come si
fa a raggiungere l’assenza di chi ha preferito spingersi verso l’ultima e
destinazione? È un libro paradossale.
È la realtà a essere paradossale se si impara a non distogliere gli occhi.
Entrare nell’hospice di Montegranaro è davvero come varcare la frontiera di un
purgatorio in terra, abitato da persone in attesa della morte, da spettri in
vita. Appena fuori c’è il mondo a cui siamo abituati con la sua velocità, mentre
lì dentro è tutto frammentato, silenzioso. Le foto di Marrozzini in apertura del
libro lo testimoniano bene.
Voglio entrare nel libro dalla porta di Oslo. Scrivi “almeno due volte l’anno
vado a Oslo.” Una delle scene che fermi nei tuoi taccuini sembra provenga dal
romanzo-capolavoro Gli inconsolabili di Ishiguro, è quella dove parli di una
delle stranezze di Oslo, che è “l’esistenza degli strani turnisti che cambiano
manualmente la traiettoria dei tram, una cosa che prima facevano direttamente
gli autisti, scendendo dalla locomotiva. Ho visto uno di questi scambisti che
usciva veloce dall’automobile per deviare il 19 sulla strada che porta a
Majorstuen, mentre fuori nevicava fittamente, prima di tornarsene dentro
l’abitacolo subito dopo in attesa di un nuovo passaggio. Una cosa assurda,
insensata, involontariamente comica, qualcosa del vecchio mondo corporale,
manuale che resiste.” Potrebbe valere come descrizione della vita in sé vista
dalla prospettiva della morte: assurda, insensata, involontariamente comica.
Non esistono più neppure gli scambisti dei tram. L’atteggiamento dei norvegesi
nei confronti della morte non è stato come me lo immaginavo. I popoli nordici
sono laici, gli olandesi sono all’avanguardia rispetto al diritto all’eutanasia
attiva, invece in Norvegia semplicemente non se ne parla. In parte agisce un
cristianesimo sotterraneo, l’antico nome di Oslo era Christiania, ma il punto è
che il popolo norvegese è molto vitalistico, in metropolitana vedi le persone
con gli sci, secondo un vecchio detto: vogliono morire con gli stivali ai piedi.
La Norvegia almeno ai miei occhi è un posto bizzarro, ricco di petrolio ma con
una percentuale di infelicità molto alta. Un popolo malinconico, come lo è la
sua letteratura. Ho intervistato molti scrittori norvegesi, da ultimo e di
recente Frode Grytten che con Il giorno in cui Nils Vik morì ha scritto proprio
un romanzo sul fine vita. I suoi lettori gli hanno detto che il libro li ha
aiutati a parlare di ciò di cui nessuno parla, del morire.
Nel libro si entra attraverso la foto scelta per la copertina, una sorta di
esposizione al negativo di uno degli scatti del secondo reportage fotografico di
Marrozzini. È la foto di Graziella a diciotto anni, la protagonista dell’ultimo
racconto, Tutta la vita. Graziella vive a Monteleone di Fermo, è paralizzata,
deve essere assistita in tutto, ma di andare a morire non ci pensa affatto.
Graziella è irriducibile. Era una donna depressa che ha reagito alla malattia in
maniera positiva. La sua storia racconta qualcos’altro però: lei può essere così
com’è grazie alla presenza di una comunità affettiva che è scomparsa nel resto
della società. Oggi si muore da vecchi, spesso da soli, abbandonati in una
corsia d’ospedale.
Graziella sceglie di tenersi la vita che ha.
Un libro che avvalorasse una parte sola, quella di chi come me è favorevole
all’eutanasia attiva, sarebbe stato un libro sprecato. L’intenzione è stata la
moltiplicazione dei punti di vista. Ogni scelta è quella giusta se presa in
rispetto della propria volontà. Quel che conta è poter scegliere. D’altronde c’è
un altro aspetto da dover tenere in considerazione: la vita ci appartiene ma noi
non apparteniamo solo a noi stessi. Mi viene in mente la storia di Lucio Magri e
di Luciana Castellina che lo tira giù dal treno verso la Svizzera, che gli dice:
tu non puoi andare a morire, non appartieni solo a te stesso, tu sei anche
nostro. Stiamo parlando del gruppo dei fondatori del “manifesto”, di laici
marxisti. Apparteniamo a noi stessi ma apparteniamo pure a una memoria, a una
comunità, ai nostri affetti.
Gli altri come deterrente alla morte.
Nella civiltà contadina da cui provengo, che aveva ci mancherebbe i suoi lati
coercitivi, c’era di sicuro che nessuno veniva lasciato da solo. In Un indovino
mi disse Tiziano Terzani, uno che è stato in viaggio tutta la vita, scrive che
morire nella casa dove si è nati, dove magari sono morti i propri genitori, i
propri nonni, è un po’ morire meno. È una frase rassicurante. Ho voluto
scrivere L’ultimo viaggio con lo stesso tono. È un libro rassicurante. Per me
raccontare i posti dove si va a morire ha significato demistificarne le immagini
deformate con cui sono entrati nell’immaginario collettivo. La morte è più
normale di quanto se ne pensi.
Nell’Hospice “La farfalla” di Montegranaro una infermiera ti “racconta di un
ragazzo che aveva acquistato su un sito internet il kit della morte, poi non è
riuscito ad usarlo, non si è fidato di iniettarsi la dose mortale.” Nella realtà
aggiornata, dov’è possibile ordinarsi la morte a domicilio, qual è il senso di
mettersi in viaggio verso la morte?
La Svizzera con le sue cliniche per l’eutanasia attiva è diventata una frontiera
dell’immaginario. Bisogna essere ben consapevoli che a decidere di fare questo
viaggio è chi vive il corpo come una prigione, chi non ne può più. Parliamo di
una percentuale bassissima di persone. In Svizzera rappresenta l’uno percento
dei decessi. Il numero di coloro che arrivano dall’Italia è talmente esiguo.
Però nell’immaginario collettivo ha preso uno spazio enorme, come se chiunque
muoia è perché è andato in Svizzera. Per chi soffre di malattie gravissime la
vita non è più vita, è una attesa disperata della morte. Il viaggio conserva un
immaginario molto forte, e in questi casi diventa un viaggio verso la
liberazione. In un paese cattolico come l’Italia potrà essere frainteso, ma
bisogna capire che le persone che finalmente intraprendono questo viaggio sono
felici, che per loro andare a morire è una gioia. È raggiungere la terra
promessa.
In direzione opposta a quello che può sembrare il feticismo della vita, il
vivere come dover vivere che tu voglia o no.
Nel libro mi sono sforzato per capire anche le cose che non condivido. E capisco
il dilemma dei medici contrari all’eutanasia attiva. La medicina nasce per
salvare la vita, è la sua missione, è la sua speranza. Allungare la vita costi
quel che costi pur di non darla vinta alla morte.
Sottolineature da L’ultimo viaggio: nell’hospice, “C’è un mobiletto con dei
libri, romanzi per lo più”; “Sabrina stava raccogliendo le sue cose, soprattutto
libri, che aveva letto mentre vegliava suo marito”; a Basilea “una scaffalatura
con alcuni dizionari di lingua spagnola e italiana, qualche romanzo”. Poi ci
sono gli oggetti che lasciano i morti per scelta in una camera dedicata della
clinica per l’eutanasia attiva: “Libri, taccuini eleganti”. In questo mondo,
dove gli scrittori – almeno in Italia – “sono diventati quando va
bene entertainers, continuamente in tour come improbabili star tra festival e
tristi raduni di lettori in provincia” e dove addestriamo programmi informatici
perché scrivano i libri a comando per andare incontro ai propri vizi da lettori,
la lettura e la scrittura sembra continuino a essere ciò a cui è ancora
possibile aggrapparsi mentre il proprio mondo emotivo e cognitivo si sta di
fatto dissolvendo.
Non ho inventato niente, erano lì. Certo sarà stato anche il mio interesse a
farmeli notare. I libri in una casa rivelano molto di chi sceglie di tenersi
proprio quelli. Di fronte al fatto della morte la letteratura resta uno dei
metodi di evasione momentanea più efficace. L’uomo con cui parlai all’hospice e
che morì poco dopo però non mi parlò di libri, mi descrisse la moto con cui gli
sarebbe piaciuto fare un viaggio se fosse uscito da lì. Quello che c’è, che
resiste, è il bisogno di raccontarsi, e di qualcuno che ascolti il tuo racconto.
Quando è successo a me ricordo che mia moglie mi strinse la mano, le sue ultime
parole furono: “Le bambine.” Abbiamo avuto due figlie. Non ha detto altro, aveva
già detto tutto.
Photo Giovanni Marrozzini; per gentile concessione
In L’ultimo viaggio ci sono dei lampi autobiografici, punti di collasso in cui
il raccontatore coincide con il raccontato. Frasi come: “Quando è morta mia
moglie non c’era ancora l’hospice”, come “penso che nelle cose che scrivo niente
è neutrale, neanche la nebbia”. In questo libro hai raccontato storie che
avrebbero potuto essere le tue?
Pochi mesi prima che morisse mia moglie avevo sentito di alcuni frati che
preparavano un decotto presunto curativo. Le dissi: “Vuoi che vada a prendertene
un bottiglione?” Mi guardò come fossi diventato matto. Non sono credente ma per
lei sarei andato in chiesa a dire una preghiera. Mi disse: “Questo te lo
risparmio.” Quando vivi sotto una pressione psicologica così stringente le pensi
tutte. Aver scritto anche di me in L’ultimo viaggio è la riprova che ho fatto
sul serio, che partecipo di quel che scrivo. Ci sono storie che avremmo
preferito non dover vivere ma che abbiamo dovuto vivere lo stesso. Non puoi
decidere ciò che devi vivere, però puoi decidere di raccontarlo e come
raccontarlo.
Altri viaggi da vivere per raccontarli?
Ce ne sono tanti! Sento il gran fascino di Pyramiden, nelle isole Svalbard, un
ex sito minerario svuotatosi dopo il crollo del muro di Berlino, dove è rimasto
tutto intatto e disabitato. Poi ho da sempre il sogno di attraversare i luoghi
di Jack London che è stato uno dei miei miti letterari di gioventù, le terre
dello Yukon e dei cercatori d’oro, perché ce ne sono ancora. Sono e resto in
cerca delle storie di cui sento io per primo la necessità che vengano
raccontate, ascoltate.
antonio coda
L'articolo “La morte è più normale di quanto si pensi”. Dialogo con Angelo
Ferracuti proviene da Pangea.
Mi sento rappresentato assai dalla striscia di Buni sul numero 1655 di
“Internazionale”, quello con in copertina una foto di Hamid Vakili – la donna
che m’ha sposato, quando l’è capitato l’occhio, m’ha chiesto perché avessi
comprato una rivista sugli zombie. Erano due bombardati in Iran. I numeri
d’“Internazionale” non posso tenerli per casa con la copertina a vista, ho una
bambina di sei anni che va in agitazione anche solo guardando le prime scene
di Jumpers, con la tartarughina rovesciata sulla schiena che non riesce a
rimettersi sulle zampe. Il numero 1655 lo lascio aperto sulla pagina successiva,
con la pubblicità del Rolex, da bravo comunista-vota-no troppo spocchioso per
andare al Pulp Podcast.
Nella striscia di Buni che intendo c’è questa sorta di coniglio bianco e nero
che tazza rossa in mano raccoglie il giornale consegnato sul vialetto, se lo
porta al tavolo della colazione, lo apre e gli esplodono in faccia le
ultimissime, viene ustionato all’ennesimo grado dal mondo nella malora della
guerra a-fin-di-bene, il bene s’è capito di chi, di certo non dei cittadini che
grazie alla guerra non s’ingrossano i conti in banca, anzi, s’accostano alle
pompe di rifornimento con lo spirito contrito di chi entra nella Rothko Chapel
di Houston.
Cercando nella rubrica dei contatti whatsapp mi chiedo a chi potrebbe far
piacere se gli mandassi uno stralcio dal pezzo di Sasha Mudd La magia di leggere
ai figli ad alta voce dello stesso numero di “Internazionale”, questo:
> “Parte del brivido che proviamo entrando in una storia assieme a chi ci
> ascolta nasce dall’improvvisa immersione – simultanea, intensa, naturale – in
> una coscienza, quella del personaggio. I suoi pensieri e le sue emozioni
> diventano i nostri. Il suo viaggio, il nostro. Il lato solitario della
> coscienza svanisce mentre noi siamo risucchiati in un altro sé, entrando in
> una sorta di trance collettiva. Da tanti, diventiamo uno.”
Roba da brivido, sul serio, sembra Pluribus.
La Mudd, voglio precisare, ai suoi figli legge Peter Pan e Harry Potter ma c’è
pure chi è riuscito a farsi rifarsi la coscienza leggendo in comitiva Il Signore
degli Anelli. La realtà è la conseguenza delle fantasie che uno si fa.
Da Fiori di un solo giorno, di Anna Kazumi Stahl:
> “Di che vita reale parli? Certo che capita questo genere di cose. Cosa pensi
> che sia? Ti svegli un bel giorno e hai il cancro. Ieri no, ma oggi sì, e non
> lo credevi possibile. Oppure ti svegli un bel giorno e ci troviamo in uno
> stadio d’assedio, oppure ti bloccano i risparmi, vinci al lotto, ti investe un
> autobus… Oppure, Aimée, erediti una casa che vale un mucchio di soldi. La vita
> è così, Aimée. Ormai sei grande, non dovresti meravigliarti.”
Sembra la morale di quella puntata de La ruota della fortuna col concorrente di
ventidue anni che ha vinto duecentomila euro e con l’assistente al tabellone
Samira attonita in volto, come resto attonito io quando sento i giocatori dire
“Esse come Samira”.
I grandi non si meravigliano, non dovrebbero. I romanzi di finzione che spiegano
cos’è la vita reale sono un’ottima dimostrazione di come non esista nessuna vita
reale prescrivibile. Scrive la Mudd nell’articolo di cui prima:
> “Di solito la coscienza è frammentata. Saettiamo da un pensiero all’altro, da
> un’emozione alla seguente. La coscienza di un personaggio, invece, ha una
> forma, un’unità, una coerenza che di rado raggiungiamo nel corso della nostra
> vita.”
La letteratura è l’arte di dare forma di parole a ciò che forma non ha, realtà
compresa. I bambini è giusto lo sappiano per tempo.
antonio coda
In copertina: La bella addormentata secondo Roland Topor
L'articolo La letteratura è l’arte di dare forma di parole a ciò che forma non
ha, realtà compresa proviene da Pangea.
Carlo Pizzati, in un articolo per “Repubblica” del 16 febbraio, propone la
parola macedonia rosaggio: “il saggio autobiografico dove la critica letteraria,
la memoria personale e la riflessione filosofica s’intrecciano in un unico
gesto. È quello che definisco romanzo saggio, o rosaggio: autobiografia che
colonizza il saggio stesso”.
Per gareggiare con l’IA che ormai scrive meglio di Pynchon e Bernhard messi
assieme bisognerebbe starsene chini in avanti a bonificare l’orto che ciascuno
farebbe bene a coltivare attorno al proprio ombelico. Voglio dire: se l’IA
scrive così bene, ma leggiamone pure i romanzi, pazienza se un ombelico non ce
l’ha. Pur di non leggere di un altro anniversario del mesto Bajani… Solo vorrei
sapere chi se l’è mai letto per intero un romanzo tutto scritto dall’IA: l’avrà
fatto Carlo Pizzati, botanico della letteratura per innesto per cui non c’è
rosaggio senza la spina del trauma, quello di essere nati può bastare?, che
piace tanto ai lettori, che a questo punto mi domando io perché dovrebbero
leggersi un libro e non andare avanti a sbirciare gli stati dei loro influencer
di riferimento, autobiografici per vendersi meglio?
Umberto Eco l’ha detto in altri tempi, sospetti come tutti: che sia successo
molto o molto poco il giorno prima, i giornali del giorno dopo pure in questi
tempi di simultaneità online devono garantire quotidianamente la stessa
fogliazione, quindi ben vengano anche gli articoli di critica letteraria
floreale, dopodiché a voler essere maliziosi: gli Agnelli-Elkann con
“Repubblica” non vedo perché non dovrebbero seguire la stella imprenditoriale di
Bezos che sta riuscendo a demolire il “Washington Post” rimettendoci quello che
per lui sono giusti due spiccioletti, le finalità non vedo perché non possano
essere le medesime: mica vendere più copie, piuttosto moltiplicare i
non-lettori, ovvero quelli convinti che basti aprire un quotidiano senza
notizie o leggere un’autobiografa senza letteratura per poter dire di aver
letto qualcosa, restando beatamente inconsapevoli e più comodi da circuire.
Una proposta per salvare il giornalismo? La stessa per salvare la letteratura:
puntare sulla scrittura-scrittura, sull’autonomia critica della parola con
ciascuno la sua, non sul solito copia&incolla da altri, dopodiché e l’uno e
l’altra si salveranno da sé o se no significa che non c’è più niente da
salvare.
Per di più, a pensarci: l’IA non solo non ha l’ombelico, non ha neanche i piedi
oltre a tutto il resto, quindi perché recintarsi nell’autobiografia quando si
potrebbe fare tanta letteratura di viaggio purché non virtuale? In questo caso
vale quanto avvisato da Busi: a chi non ossigena il culo si ossida presto pure
il cervello.
La realtà, l’unico modo per poterla cambiare è sapersene immaginare un’altra, e
questo l’IA non lo può fare, è troppo copiona e basta, la letteratura invece sì,
ma i critici e lettori con loro dovrebbero essere semplicemente più umili, e
grati per tutta la letteratura che fin qui c’è già stata, che seppure nessuno ne
saprà mai scrivere altra (vana speranza nichilistica) ce ne sarebbe comunque
abbastanza per chiunque. O i critici rosaggianti credono che la letteratura per
poter essere contemporanea debba essere pubblicata a partire da ora?
Il primo esempio a tiro: eccome come Henry James in Principessa
Casamassima racconta le dinamiche di una bolla social:
> “l’eccesso di idiozie sembrava far scoppiare il locale e ci si vergognava di
> trovarsi mescolati a tanta ovvia fatuità e sfacciata ambizione.”
E lo scrittore di fronte al bivio tra l’obsolescenza storica e l’autofiction per
pagarsi l’affitto?
> “Hyacinth si rendeva conto di essere passibile della stessa imputazione, ma
> non poteva farci nulla; gli sarebbe stato impossibile esibire a prova
> dell’autenticità dei suoi sentimenti (…) lo stato del suo guardaroba o
> denunciare che da sei mesi non metteva in bocca un pezzetto di bacon.”
Nel 1886 l’IA avrebbe mai potuto scrivere un romanzo così classico, cioè
contemporaneo ora e sempre perché ha per misura la condizione umana? No, perché
allora manco esisteva, non c’erano ancora gli strumenti perché i pirati
dell’immaginario diventassero milionari grazie alla saccheggiata immaginazione
altrui, spacciandosi per essere loro i geni, laddove al massimo lo sono
nell’accezione dell’organismo tecnico: il genio informatico, di fianco a quello
civile, militare, eccetera.
Il pub “Sole e Luna” del quale James racconta il borbottio protorivoluzionario,
aggiungo, non anticipa solo la fomentata idiozia dei social di inizio
ventunesimo secolo, pure le birrerie Hofbräuhaus in cerca di un Hitler di inizio
ventesimo. Nella mia mente l’hyperlink è stato istantaneo all’articolo a pagina
due de “La Stampa” di sabato 14 febbraio: per Monica Perosino la presa di
posizione della Germania che finalmente dissente dall’agenda trumpista è un
benemerito per quanto guerrafondaio colpo sparato da una Europa fin qui troppo
prona, all’italiana ecco, però a leggere che secondo il cancelliere Merz “la
Germania è pronta a giocare un ruolo guida, con la Bundeswehr destinata «a
diventare presto l’esercito convenzionale più potente del continente»”, il colpo
a momenti veniva a me, per come sembra tutto si stia ridisponendo per dare a un
artista mancato tutti i motivi per spiccare il volo dittatoriale grazie a un
putsch a Monaco.
Altro che darsi al rosaggio concimando il tutto di sé, bisognerebbe imparare
della Mediaset che da più di due anni manda a schermo il disclaimer: “È
severamente vietato ogni utilizzo delle immagini trasmesse atto
all’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale generativa così come
l’utilizzo di mezzi automatizzati di data scraping”, ovvero sarebbe ora
intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui, o
quantomeno leggersi Principessa Casamassima per tutelare il diritto proprio e di
tutti all’intelligenza non esternalizzata.
Due sospetti gravosi, il primo è se questo testo covi in sé un semino di
rosaggio. Il secondo: per evitare finisca coll’addestrare inermi algoritmi
costretti a subirne di ogni senza potersi mai tutelare con vertenze sindacali, è
il caso di apporre in conclusione un disclaimer da mitomane? Beh, se la
resistenza all’ultima rivoluzione tecnologia della carta carbone deve essere
condotta tramite francobolli e postini io sventolo subito carta bianca.
antonio coda
*In copertina: Henry James nel 1913 fotografato da Frederic Hilaire D’Arcis
(National Portrait Gallery)
L'articolo Sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri
dell’immaginazione altrui (o quantomeno leggersi Henry James per tutelare il
diritto alla propria intelligenza) proviene da Pangea.
> “Nel mondo la verità è debole. Basta una piccolezza per oscurarla. Il più
> stupido degli uomini può ferirla.”
Anche io mi perdo. L’età e l’uso del mondo usurato si aspetterebbero io prenda
tutto in maniera compassata: dovrei averne viste abbastanza per non provare
altro che sbadiglio rispetto alle smorfie ciniche e brutali del
mondo-così-com’è, e non mostrare sgomento poiché lo sgomento, che è una
boccaccia dello stupore, è dei bambini e i bambini si sa sono le vittime totali
più che perfette. Chi non uccide per tempo il bambino che è stato non
sopravvive, questo il contorto mondo-così-com’è lo insegna chiaro e forte.
Eppure mi perdo lo stesso, con sgomento, per i disordini nell’Iran che non ne
può più di essere teocratico e per quelli sotto casa dove c’è ancora chi
pretende non ci si possa non dire cristiani, per le violenze reiterate in strada
e in fin troppe parti del mondo che è un impero più a pezzi dei nervi di chi
allucinato crede sia ancora possibile imperarci su, sui miliardi di persone che
lo abitano.
Durante la settimana appena trascorsa ho passato del tempo con dei ventenni per
le svariate ragioni che poi sono sempre la stessa, l’occasione che provano a
cogliere per chiedere a un adulto: “Tu che sei sopravvissuto alla giovinezza, mi
dici per quale ragione si sta al mondo?”.
Dovrei dirgli quello che dicono tutti, ovvero quello che tutti omettono: che
come per sopravvivere all’infanzia devi uccidere il bambino, per sopravvivere
alla gioventù devi ucciderla – l’età adulta è l’età della colpa, quella di chi
nella migliore delle ipotesi s’è macchiato dell’omicidio solo di sé
stesso. Coloro cui tocca l’ultima età hanno l’esclusiva della straziante
ammissione di essere sopravvissuti passando sui propri cadaveri e su quelli di
chissà quanti altri. Ci si salva dalla caduta precipitando sul morbido di strati
e strati di sommersi.
Altre volte avrei risposto ai ventenni come me l’ero cavata io ai tempi:
leggendo Dostoevskij, Seneca e i manuali della perfetta umanità di quello
scrittore italiano che è postumo già in vita. Invece mi sono limitato a offrire
il giro da bere, a buttare lì: “Rivediamoci tra dieci o venti anni, poi mi
direte”, e mi sono messo a leggere Virtù di Romano Guardini, perché per
sopravvivere al soffocante senso di impostura generale un pensatore che pensa
l’etica senza tentennamenti bizantini è la bomboletta d’ossigeno che mi ci
voleva.
Romano Guardini l’ho conosciuto leggendo L’essenza del cristianesimo, me lo
regalò D un’estate di qualche anno fa, allora non sapevo Guardini chi fosse, il
peso che avesse avuto nella formazione del papa argentino, e ora come allora non
so quale sia il rapporto di D rispetto al cristianesimo, probabilmente di
disaffezione e delusione come è il più delle volte per chi il cristianesimo o
qualunque altra religione la incontra, o gli è fatta incontrare, quando è
bambino, quando è giovinetto: le vecchie religioni non reggono l’urto del mondo
nuovo come è, per questo ci si preoccupa tanto di aggiornare la pastorale: in
un’epoca di lupi mannari essere formati per diventare un mite gregge da beato
macello industriale suona come invito al suicidio di massa per cui sono rinomate
le sette che non ce l’hanno fatta a sfondare per aggiudicarsi l’otto per mille.
Io che non ho religione avendo imparato ad ammirare il tono sapienziale di
Romano Guardini sono diventato a mia insaputa uno di quegli atei devoti che si
definiscono atei per depistare meglio e che per lo più sono devoti al ritorno di
immagine del passarsi all’opinione altrui quali dei convertiti mancati, che
vorrebbero tanto poter disporre di una fede che però, se ancora gli manca, non
sarà neppure più a causa loro ma del dio che non gliela conclama? Naaah, ateo
passi pure, per quanto sia una parola con la sua etichetta prestampata su, ma
devoto proprio no.
La fede, che per Romano Guardini è una verità alla cui luce riflettere sul
mondo, per me non è e non può essere una verità affatto, ma una presa di
posizione per chi ce l’ha, per chi la rivendica, grazie alla quale orientarsi
rispetto al mondo, un punto di vista che permette di interpretarlo, percorrerlo,
giudicarlo, riformarlo.
In questo senso, la scelta è tra una fede, ovvero una visione, e la cecità,
dopodiché non è detto che esista un punto di vista più definitivo degli altri,
anzi più un punto di vista vuole delegittimare e neutralizzare e oscurare tutti
gli altri più si rischia una nuova forma di cecità indotta. La guerra tra
religioni – dichiarate in quanto tali o no – è il grottesco spettacolo di
ciclopi che provano a orbarsi l’un l’altro per vantare il predominio sulla
verità da parte dell’unico che resterà al più con mezzo occhio aperto, laddove
senza una visione almeno binoculare resta inaccessibile la percezione della
tridimensionalità di una realtà che magari di dimensioni ne avesse solo tre o
quattro.
Di Romani Guardini ammiro che rivendichi la virtù intesa “come quell’istanza la
cui realizzazione rende l’uomo autenticamente uomo” (con quell’uso estensivo
della parola uomo per intendere uomini e donne che comunque una avvisaglia sul
punto di vista maschiocentrico di chi parla ce la dà).
Virtù ovvero ricerca di valore che aiuti a capire se non il perché si sta al
mondo quanto meno quale è il modo migliore per starci, poiché finché uno nel
mondo non riesce a starci bene è assai dubbio reputi che la ragione del suo
trovarcisi all’interno sia benevola – fino ad arrivare alla
riflessione/consolazione del sopravvissuto adulto: si sta al mondo per capire
come poterci stare dentro nel miglior modo possibile per sé e per gli altri,
dato che come non c’è un sé se non ci sono degli altri rispetto a quel sé, allo
stesso mondo se non ci possono essere gli altri se non ci sono rispetto a un sé
di riferimento. Correggendo l’aritmetica pirandelliana: se c’è un uno ci possono
essere gli altri centomila e passa ma se non c’è nessuno non può esserci nessun
altro.
Rispetto al ritorno del caos a reti unificate che sollievo leggere che “Chi
invece sa che cosa è l’ordine, sente la pericolosità, anzi l’arcana minaccia del
disordine.” Eppure l’ordine non è una minaccia arcana altrettanto? Lo stesso
Guardini scrive: “In ogni virtù si annida la possibilità dell’anti-libertà.” In
Guardini per fortuna l’ordine non è una soluzione politica conservatrice,
retropica, securitaria, ma la ricerca di un equilibrio, di una armonia, di una
serenità possibile all’interno di un mondo impossibile per la convivenza umana
che pure, beckettianamente, è più che possibile, è addirittura reale.
Quando leggo “Si è sviluppata in tempi vicini una concezione dello Stato secondo
cui [a] esso, in vista della potenza, del benessere, del progresso, ogni
iniquità è permessa. Quando un’ingiustizia ha raggiunto il suo scopo benefico,
cade nel nulla” mi figuro Guardini bloccato alle frontiere statunitensi, ai
checkpoint israeliani, per ben sospetta connivenza col nemico, poi mi ricordo
che è morto nel 1968 e penso fiuuu, se l’è scampata quest’epoca in cui i
cosiddetti governi liberali e democratici se ne inventano di ogni per far
passare sotto il cappello della legalità la decapitazione dei diritti e delle
garanzie su cui dovrebbero fondarsi.
Leggendo Virtù scopro l’uomo, e la donna, che vorrei piacesse essere a me e agli
altri: verace, “Significa non soltanto dire la verità, ma anche farla”, capace
di accettazione, “In fondo ciò che importa è soltanto che tu sia leale”, “È
sempre l’accettazione del reale che fonda la lealtà dell’esistenza”, paziente
(come il Dio di Guardini che “non solo ha fatto il mondo, ma lo tiene e lo
porta. Egli non se ne annoia”), giusto, “L’uomo non soltanto è, ma il suo essere
gli è affidato e gli viene attribuito quanto egli ne fa”, rispettoso, “È forse
lecito dire che ogni vera cultura comincia con il fatto che l’uomo si ritrae”,
fedele perché i fedeli “creano stati d’animo duraturi”,
disinteressato, “Sembrano farsi rare le persone che compiono la propria opera in
dedizione pura semplicemente perché essa è valida, perché essa è
bella”, ascetico quando per ascesi si intende “rinunciare a ciò che non può
essere”, e coraggioso!
> “Poiché il futuro, a dispetto di prognosi in casi particolari, è appunto
> l’ignoto. Ma vivere significa avanzare verso l’ignoto, ed esso può delinearsi
> dinanzi ai nostri occhi come un caos entro cui dobbiamo osare di
> precipitarci.”
E la bontà? La tanto sputtanata e infangata bontà degradata a buonismo, wokismo
per niubbi, coglionaggine patologica degli amanti delle culone inchiavabili?
> “Un uomo buono è uno che ha una buona opinione della vita, che pensa
> fondamentalmente bene di essa.”
Bisogna essere coraggiosi per essere buoni. Bisogna avere fede nella certezza
che essere virtuosi renda la vita un buon posto dove continuare a stare.
> “Una vera bontà lascia a ciò che vive lo spazio aperto e libero movimento,
> anzi glielo dona, glielo crea, giacché solo là la vita può fiorire.”
Per quale ragione siamo al mondo? Per dare alla vita che c’è toccata l’occasione
di fiorire, perché non resti sommersa. Come può fiorire? Vivendo virtuosamente,
dove la virtù è l’arte di condurre la propria vita per farne un capolavoro, come
pure esortò quel papa polacco che pure ne ha dette e fatte tante, di segno
opposto ma comunque lasciandone uno.
Guardini continua col catalogo tutt’altro che per madamine: un uomo e una donna
degni di definirsi umani coltivano la comprensione, la cortesia, la
riconoscenza, il raccoglimento, il silenzio:
> “Dobbiamo darci da fare. Dobbiamo difenderci contro l’ininterrotto fiume di
> chiacchiere che percorre il mondo, difenderci come uno che ha il petto
> oppresso e cerca di assicurarsi il respiro”.
Come si sopravvive al mondo, nel mondo? Assicurandosi il respiro. Leggendo
Guardini, stando con Guardini, dando tempo e spazio al proprio pensiero
meditando le riflessioni guardiniane, stando in guardia dall’implicito predicare
pro religione sua di Guardini, la mente respira, di disintossica, si fortifica.
Si addestra per stare nel mondo, per cercare e decidere contro e per che cosa
lottare moreschianamente nel mondo, per quel mondo che poi siamo sempre io e gli
altri, gli altri e io.
Se esiste un lettore ideale di Guardini di certo non sono io che ne avrò fatto
una lettura mutilante, secolarizzante?, ateizzante?, più umanistica che
teologica, ma Guardini scrive in modo così sincero e intelligente che distrugge
a monte la possibilità di un lettore ideale se per ideale si intende un lettore
che sa cosa sta per leggere fin da prima di iniziare a leggere. Guardini non è
una lettura per credenti o per non credenti, è una lettura per chi resta del
parere, o della fede, che l’umano si distingua all’interno del regno animale per
la sua facoltà più o meno stupefacente, più o meno sadomaso, più o meno
praticata, di pensare sé stesso in relazione a tutto ciò che non è soltanto sé
stesso.
Mi viene così naturale diffidare da chi per pensare l’uomo non può prescindere
del pensiero di un dio che l’abbia creato e rispetto al quale sia in
immodificabile rapporto di dipendenza ontologica. Dovremo però pur ricominciare
da qualche parte, semper incipe!, per non andare tutti del tutto in pezzi. Per
cui ben venga chi insegna a pensare cosa può esserci di umano nell’uomo pur
senza saper fare a meno di un dio che l’abbia pensato per primo, a differenza
mia che posso pure fare a meno di un dio, a patto di non dover fare a meno del
pensiero degli altri che sono io, dell’io che sono gli altri, disposto semmai a
discutere l’ipotesi di un dio che se ha creato l’umanità sarà stato per avere
finalmente a disposizione un punto di vista diverso, e finalmente sessuato!, dal
suo proprio su sé stesso e su tutto il resto che prima della creazione neppure
c’era.
antonio coda
L'articolo “Vivere significa avanzare verso l’ignoto”. Leggendo Romano Guardini
proviene da Pangea.
«E questa che roba è?»
«Una recensioncina sull’ultimo libro di Antonio Moresco…»
«Ne ha scritto un altro?»
«Sì, si chiama I due, per Hopelfulmonster»
«Quanto scrive quello… Ha cambiato di nuovo editore?»
«Si vede che gli piace collezionarli, o che agli editori piace mandarlo a
bussare per porte nuove. Moresco sembra uno col vizio di volerle sfondare. Se si
trova davanti a una porta aperta si agita, si angoscia, come Kafka.»
«Non è possibile sia un libro di Moresco.»
«Certo che lo è.»
«Ti pare che Antonio Moresco, dico: ANTONIO MORESCO!, possa scrivere un libro
ambientato nel continente sboreale?»
«Fa sorridere, eh? Anzi, fa proprio ridere.»
«Ma ridere cosa? Ti sembra il tempo che si possa ridere, il tempo delle facezie?
Qui ci si riarma, è il tempo dei puri&duri&seri&alalà! Bisogna che si pianga.
Essere tristi, incazzati, indignati. Così fanno gli scrittori.»
«Beh, è una comicità comunque corrosiva, c’è il paese di Mignott, che è il
nostro, dove si parla il mignottese, con la Presidente vestita da Barbie e il
ministro che non parlava ma vomitava che dichiarano guerra ai cotolettesi…»
«Mi prendi per il culo? Ti stai inventando tutto.»
«Ma è qui, il libro è questo, non vedi?»
«Sarà un omonimo. Ti pare che Antonio Moresco, ANTONIO MORESCO, l’autore di
libroni massimalisti come I giochi dell’eternità, di fioche perle incandescenti
come La lucina, si metta a scrivere di un traduttore che piscia sui capelli al
suo scrittore, di uno scrittore che quando il traduttore lo chiama al
telefono Saltella a piedi uniti fino all’apparecchio, con lo stronzo mezzo
dentro e mezzo fuori, ti pare?»
«Nella letteratura c’è tutta una tradizione del mischiare l’alto e il basso,
carnevalesca, giullaresca…»
«Basta, hai rotto i coglioni. Fai una cosa, chiama questo Antonio Moresco che ha
scritto I due, piuttosto, e chiedigli cosa si prova a essere l’omonimo di
ANTONIO MORESCO, un autore di culto tradotto persino in Francia!»
«Appunto!»
«Appunto che?»
«In questo romanzo goliardico, sfacciato, caciarone, il gioco sta proprio tra lo
scrittore mignottese, cioè italiano, e il suo scrittore cotolottese, cioè
francese! Moresco, ti ricordo, non è nuovo a opere più sbilanciate,
disperatamente ridanciane, anche Le favole della Maria, lo è stata. Non sarà
mica per caso se il primo premio letterario di peso Moresco l’abbia preso per
quel libro lì, un libro per bambini pazzerello, immaginoso, c’è un personaggio
che si ficca il dito nel cervello attraverso il buco nel cappello…»
«Dici che Moresco ha scritto un libro per bambini con uno che si ficca il dito
nel cervello attraverso il buco nel cappello?»
«Lo ricordo così, certo dovrei andare a controllare…»
«Ma chiedi all’AI, no?»
«All’AI?»
«Tutti chiedono tutto all’AI. Secondo te questo tuo piccolo Moresco l’avrà
scritto lui il romanzo che ti vai inventando? Avrà detto: AI, fai te! E l’AI
l’avrà scritto in quattro e quattr’otto. Fanno tutti così. Anche MORESCO farà
così, mica scemo lui.»
«Ti dico che Moresco e MORESCO sono lo stesso scrittore. Moresco è uno scrittore
a cui piace tradursi dall’alto al basso, di dritto e di rovescio, insomma fa un
po’ il cazzo che gli va. Se ci pensi anche nell’ultimo libro, Lettera d’amore a
Giacomo Leopardi, a un certo punto gli prende l’estro, s’inventa che lui e
Leopardi si trasformano in due uccelli, sai, una morescata delle sue. Moresco è
fatto così, ha bisogno di scontrarsi contro ogni gigante e contro ogni mulino a
vento, e secondo me è lui per primo a chiederselo di continuo: sono diventato un
gigante della letteratura o sono diventato un mulino a vento della letteratura?»
«Poveri lettori, non bastava un solo MORESCO con le sue fisse per la luce e il
buio, i vivi e i morti, il creato e l’increato, ora c’è pure un Moresco che
scrive di Leopardi rondineschi, di traduttori pelosi con le palle di cocco, di
dita ficcate nel cervello attraverso i buchi nel cappello.»
«In I due lo Scrittore balla con Dante, incappucciato e nasuto, con Quella
baldracca di Emily Dickinson, là, nel sogno delirante della letteratura, nel
divertimento anarchico della letteratura, nel territorio assurdo e
insurrezionalista della letteratura… Ti dico che MORESCO e moresco sono lo
stesso scrittore! Tanto la stessa persona non è mai una sola persona. Come
in Settologia di Jon Fosse, dove Asle è sia il pittore riconosciuto a livello
nazionale, che ogni Natale va in mostra e vende tutti i quadri, sia il pittore
scartato che muore senza più nemmeno il suo cane, dopo settimane di delirium
tremens all’Ospedale.»
«Eccolo, adesso mette a confronto la Settologia di Fosse, di JON FOSSE!, con I
due di Moresco, di antonio moresco. Sai cosa ci devi fare con questa
recensioncina? Quello che il dio delle ciliegie al maraschino consiglia allo
Scrittore e al Traduttore: ficcatevelo nel culo il vostro libro!»
«No, tu la recensioncina me la devi pubblicare, è fondamentale che la
pubblichi!»
«Ti sei rincoglionito? Come fa a essere fondamentale pubblicare la recensioncina
di I due di antonio moresco scritta da te?»
«Ti spiego: a me è capitato come al lettore nel libro, cioè leggendolo ho
rovesciato gli occhi e ho tirato fuori mezzo metro di lingua prima di sbatterlo
via. L’ho lanciato con una tale violenza che il libro ha fatto un buco nella
parete di fronte, ha attraversato da parte a parte una stanza della casa vicina
e ha centrato in fronte l’inquilino dell’appartamento confinante, che nel
frattempo si stava sparando una sega con un piede nudo sul pavimento e l’altro
sollevato nell’aria e puntellato alla parete. Ha detto che gli ho rovinato la
più bella sega della sua vita e adesso vuole denunciarmi!»
«Ti denuncia perché gli hai rovinato la sega?»
«Ha detto che mi denuncia! Io ho provato a scusami, a giustificarmi: sono un
piccolo recensore, per questo stavo leggendo il libro che poi ho lanciato via!
Altrimenti non lo avrei mai letto. E il vicino mi ha detto: “Fammi vedere la
recensione e ti credo. Altrimenti ti denuncio.” Per questo è fondamentale che
me la pubblichi…»
«Una denuncia per una sega rovinata! Fa ridere!»
E ride ride ride.
«Cazzo ti ridi? Se vuoi saperla tutta, nel libro di MORESCO/moresco il
Traduttore cotolettese fa causa allo scrittore mignottese perché non gli si
rizza più il cazzo.»
E ride ride ride. Cosa ci sarà mai da riderà, mboh.
antonio coda
L'articolo Il Grande Direttore e il piccolo recensore. Ovvero: sull’ultima
morescata di Antonio Moresco proviene da Pangea.
In questo Paese in cui non legge quasi nessuno e che si avvia vieppiù al nessuno
in assoluto mi sono ficcato in una bollicina social in cui leggono tutti e tutti
hanno le letture preferite dell’anno ormai trascorso, e a me un po’ punge voglia
di chiedere cosa ricordano intanto delle loro letture preferite dell’anno prima,
se ancora se le ricordano, ma non per quel bisogno così contemporaneo di
eccepire con acribia sui comportamenti social altrui, per invidia piuttosto.*
Io faccio fatica persino a ricordami quanto mi sia piaciuto e perché mi sia
piaciuto l’ultimo libro letto e piaciutomi, anche se lo ho appena letto. Sono
mesi che cerco di spiegarmi a parole mie perché mi sia piaciuto Le ore di
Dolores Prato, letto in edizione Adelphi, scritto con tale esattezza e con
parole tutte sue, sue della Prato. Un buon indizio per capire se un libro m’è
piaciuto per davvero è che dopo anni-e-anni ancora ci penso e mi punge voglia di
leggerlo un’altra prima volta. Chissà quanti anni mi ci vorranno per capire
perché Le ore m’è piaciuto così tanto.
L’epoca poi è tale che diffido di qualunque consiglio perché inevitabilmente ne
diventa uno sugli acquisti. Il libro, quello che è stato fatto del libro e che
in buona parte è sempre stato, non è esente dal sospetto che si merita qualsiasi
altro prodotto messo in vendita per fare di sicuro il favore del venditore e
solo secondariamente quello dell’acquirente. Il bene dell’acquirente è un
effetto secondario, collaterale quasi, involontario. Nel mercato nelle armi lo
si nota con più evidenza, ma il principio comune è lo stesso: finché i venditori
non maturano la consapevolezza che è il bene degli acquirenti che garantisce
anche il loro andrà male per tutti, ma ai venditori può bastare che agli
acquirenti vada male prima che a loro. Si contentano di essere gli ultimi della
stessa specie autocannibalica.
Dovrebbe essersi fatta pure l’ora di aver capito che il libro migliore per te è
proprio quello che non fa affatto né per te né per nessun altro, poiché
qualunque esperienza estetica, per cui significativa, o avviene nell’imbattersi
in ciò che è diverso da ciò che si crede di essere o non è ed è al più uno dei
tanti succedanei, ormai non soltanto di tipologia commerciale dichiaratamente
religiosa, che uno si somministra per evadere a buon prezzo dalla paura della
vita più diffusamente conosciuta come paura della morte ben più che legittima e
comprensibile, nonostante la differenza tra le due sia lampante: uno che ha
paura della morte si impegna quanto può per viversi il tempo che ha secondo il
suo ideale del meglio-non-si-può, mentre chi ha paura della vita vuole solo non
si noti troppo quanto stia a suo agio nella morte che fa per lui e che gli
piacerebbe si reiterasse eternamente così com’è.
Volendo essere banale a tutta forza: chi proprio vuole consigliare un libro, che
lo sconsigli almeno.
Considerato quello che si legge di recente e a gratis sull’argomento, da Giulio
Mozzi scrittore e editor (il link sul social, per chi ci va, è questo) a
Francesco Quatraro, editore e direttore editoriale (qui il link all’articolo),
l’editoria è un gioco di prestigio contabile, dalla piccola – che è già fallita
o che fallirà prima che questo articolo giunga alla sua sciatta conclusione –
alla grande che si sente too-big-to-fail, passando dalle media che o diventa
grande appena può o le toccherà la stessa sorte della piccola.
Siamo (noi chi?) alle prese con una compagnia di giro fondata
sull’io-so-che-tu-sai-che-lui, sull’evidenza e sulla convenienza del non-detto,
sull’autodenuncia a patto che tutti gli autodenunciati continuino a agire come
non si fosse mai autodenunciato nessuno. Siamo (i noi di prima?) al fine
autopromozionale dell’autodenuncia va’, secondo l’eredità politica degli ultimi
trent’anni all’insegna del “Preferisco un furbo di tre cotte che non finge di
non esserlo a uno che ci infinocchia a crudo fingendo di esserlo a sua
insaputa!”.
Al cospetto di una editoria che deve sentire i brividini della morte se solo
sente il nome di Sigfrido Ranucci e dei giornalisti d’inchiesta con cui lavora,
fondata sul contrario di una qualunque letteratura che possa aver senso sia
scritta e letta, su un dire che convalida il fare come non si sia mai detto
nulla, è per dovere morale che sconsiglio di leggere alcunché se per leggerlo
occorre continuare a sostenerne economicamente la fuffa truffaldina, così come
sconsiglio di scrivere in cambio di qualunque contratto aleatoriamente
retribuito, tanto più che nella stragrande maggioranza si tratta di compensi
palliativi se non del tutto irrisori e esornativi e quindi a rinunciarci non
cambia granché, e qualche volta si risparmia pure, anche solo le rotture di
palle reciproche tra editori che credono di aver speso cifre faraoniche, quando
poi con quel che versano non ci compri neanche secchiello e paletta per giocarci
in spiaggia e scrittori indigeribili, convinti di aver scodellato il
masterpiece e non l’ennesimo polpettone da smaltire grazie a qualche operina
sturante che-si-legge-tutta-di-un-sorso.
Ora che s’è capito come l’editoria sia tutta a pagamento anche quando a primo
colpo d’occhio può sembrare sia lei a star investendo del suo, laddove sta
sempre speculando del tuo, il mio consiglio è di smettere di leggere a pagamento
e di smettere di scrivere dietro pagamento. Cioè di continuare a fare come già
si sta facendo dal belpo’.
Come quando cambiano gli equilibri geopolitici: se ormai anche chi non è mai
andato oltre il tiggì in prima serata dei canali governativi ha cominciato a
sentire gli scricchiolii significa che tutto è crollato e che ora le persone
hanno soltanto bisogno del tempo per realizzare di essersi ritrovate in macerie.
Per questo miglior consiglio del continuare a fare quel che si sta già facendo e
che si farà sempre di più e che così si fa fin da prima ti ci mettessi a
consigliarlo tu o anche tu proprio non c’è.
*(in un post recente all’interno della bollicina dei leggenti, di chi fosse non
lo ricordo, ho letto sia eccitante chi usa il piuttosto in modo appropriato; lo
sarà per i sapiosessuali immagino, sapiosessuali che sono da includere nello
stringone LGBTQIAP+; avrò tirato fuori codesto piuttosto, mi sa, per l’inconscio
e universale bisogno di risultare eccitanti, a prescindere da chi ti ci trovi;
non che sia poi così certo di averlo utilizzato appropriatamente il piuttosto)
antonio coda
*In copertina: Man Ray, André Breton, 1930 ca.
L'articolo Tutti hanno le proprie letture preferite dell’anno. Il mio
consiglio? Smettere di leggere proviene da Pangea.
Ho letto La ballerina di Patrick Modiano, Einaudi, mentre sto leggendo Il
ritorno del barone Wenckheim, Bompiani, di László Krasznahorkai (hai voglia a
riascoltare online come andrebbe pronunciato, bisognerebbe allenarsi a lungo per
pronunciarlo bene, occorrerebbe una disciplina da ballerini), e io non leggo mai
due romanzi assieme, al massimo un romanzo e un saggio, ma due romanzi di due
scrittori-scrittori assieme no, diventa un’esperienza schizofrenica, però
Modiano – l’idea era dare un’occhiata alla prima pagina, sentirne giusto
l’incipit – ha prevalso su Krasznahorkai.
Modiano sa che Krasznahorkai prevede una lettura lunga e avvolta come lo è il
suo stile, suo di Krasznahorkai, mentre il suo di Modiano ha una fretta, una
urgenza, cui tra l’altro non corrisponde nulla, contenutisticamente, Modiano
racconta, inventa, storie sospese e sfrondate che resteranno lì nella debole
eternità della mente che si spegnerà assieme a chi avrà brevemente immaginato
che esista un’eternità possibile, un sempre-presente magari confermato in campo
quantistico ma che in nulla modifica la nostra esperienza mortale e
macromolecolare del tempo, dunque del mondo.
Di Modiano ammiro tutto ciò che inizialmente di Modiano detestavo: un
annebbiamento diradato a sprazzi, la liceità sbruffona di deciderlo lui quale
pezzetto raccontare e quale no, un minimalismo che definivo depressivo prima di
riconoscerlo per una seria e asciutta malinconia assai sensata.
In La ballerina c’è una giovane donna che grazie alla disciplina dalla danza
riesce dare un corso a una vita sbalestrata dall’età degli incontri, c’è un
giovane uomo che non sa ancora cosa farsene di sé e che perciò ammira la
disciplina a cui sa sottoporsi la giovane ballerina che ha un figlio, un padre
del figlio che è dovuto scomparire, un molestatore che viene dal passato, come
pure un protettore e una professoressa che le fece leggere le mistiche a suo
tempo e una donna che la accoglie in casa e nel proprio letto, e per un periodo
prevedibilmente precario una relazione con il compagno di danza che le fa
finalmente sentire la mistica dell’incandescenza.
Ci sono bar, boulevard, le stazioni parigine, Repetto – il negozio – e
appartamenti umili di salvataggio, sormontati dalla città indescrivibile se non
per precisi indirizzi, per precisi tragitti, per arrivare a dire almeno qualcosa
della Città che attira tutti col miraggio dell’anonimato possibile,
dell’occasione data di poter fare “un po’ di ordine”.
Modiano racconta l’ordalia della gioventù, è la consapevolezza ultima di molti
suoi romanzi. Scrive in La ballerina:
> “Che cos’è di preciso un errore di gioventù? si chiese. La maggior parte delle
> volte, quasi nulla. A quell’età tutto si cicatrizza molto più in fretta, e
> presto non rimane nemmeno traccia della cicatrice. Più nessun testimone. Più
> nessuna traccia di niente. Di nuovo l’innocenza.”
Una menzogna, sia, non è dato a nessuno il sollievo dell’oblio totale, resta
tutto del dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani, accompagnato però a
una stanchezza, finanche a una noia di te stesso quando la ripercorri,
smarrendoti ogni volta, abbinata a un segreto vergognoso: la nostalgia di quel
tempo non perché ci fosse qualcosa di desiderabile, una bellezza percepita col
senno di poi. Soltanto la nostalgia della giovinezza capace alle volte di
vincere l’amarezza per averla dovuta vivere proprio così, per averla sprecata,
perduta, neanche fossa mai possibile il viceversa, come se il modo migliore per
mancare la gioventù non fosse il non smarrirvisi dentro, lasciando a te che le
sopravvivi, se le sopravvivi, l’alibi per mettersi in cerca dello sconosciuto
che siamo stati.
Chi non si è mai dato la necessità di cercarsi, lui sì che è perduto.
antonio coda
*In copertina: opera di Edgar Degas (1834-1927)
L'articolo “Più nessuna traccia di niente. Di nuovo l’innocenza”. Su un libro di
Modiano proviene da Pangea.