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Donare tutto di noi. Il regno dei cieli è vicino quando la perdita di sé stessi è totale
> “Il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica > costa tanto quanto uno ha. A Pietro e Andrea costò le reti e la barca; alla > vedova costò due spiccioli; a un altro costò un bicchiere d’acqua fresca”. > > Gregorio Magno, Omelie sui vangeli A Giovanni il Battista, il regno di Dio, in pratica, costa la sua libertà. Un prezzo altissimo. Tutto. Cristo inizia la sua predicazione e il Battista viene arrestato, più ancora, viene “consegnato”, passo definitivo prima del martirio. Questo è il regno di Dio, non altro, la consegna di ogni cosa, la consegna della propria vita. Non si comprende il Vangelo se non si passa da qui. Una vita intera a predicare, voce nel deserto, una vita ad aspettare, ad intimidire, a battezzare, una vita orientata totalmente a quella verità che, una volta manifestata, chiede di perdere tutto. Cristo è la scure a colpire le nostre radici.  Chiede tutto Cristo, chiede di morire consegnati al solito potere terreno che mai verrà sconfitto. Eppure, Cristo, sempre e solo Cristo, a dire che il regno dei cieli è vicino. Mentre moriamo, è vicino. E in questo paradosso c’è tutto l’incendio appiccato dal Vangelo.  Il regno dei cieli è vicino quando la perdita totale di sé stessi è totale, il regno dei cieli è vicino quando la notte del dubbio assale, quando pensiamo di aver atteso invano, quando affoghiamo nel dubbio che forse Gesù non sia davvero il Messia. Il regno dei cieli è vicino ogni volta che invidiamo il potere e le sue liturgie, è vicino mentre una lama ci taglia la gola. Il regno dei cieli è la nostra testa, il nostro orgoglio, la nostra identità apparente, posata su un vassoio, a fare mostra mostruosa di sé, a diventare brandello di carne per belve accecate d’odio, o solamente di noia. Il regno dei cieli è la morte che viene a liberarci dal fardello più pesante, quello che ci impedisce di abbandonarci in Dio: l’illusione di poterci salvare da soli.  Il regno di Dio cosa quanto uno ha, ma in quella perdita totale c’è qualcosa di superiore a qualsiasi valutazione: la libertà da noi stessi. Mentre il Battista viene arrestato Gesù abbandona la sua patria per cercare la “via del mare”:  > …per Matteo la “via del mare” è quella che passa da Cafarnao. Zabulon e > Neftali sono due tribù settentrionali deportate in Assiria dopo l’occupazione > dell’VIII secolo, al tempo di Isaia. Questa aveva determinato nella regione un > tale rimescolamento etnico da meritarle appunto il nome di “curva delle genti” > (ghelil ha-gojim), ossia Galilea. > > Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon,1995 La curva delle genti, un rimescolamento etnico, Matteo sembra volerci dire, da subito, che il regno dei cieli è per tutte le genti, messaggio universale. Gesù si immerge, battesimo, in una umanità che non si protegge dietro tradizioni, elezioni, sacre profezie, istituzioni. Quello che conta è solo la profezia, quello che conta davvero è che lui è la profezia: “il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce”. Così tutto crolla sotto i suoi colpi luminosi, incandescenti. Così anche il buio, come il Battista, è costretto a consegnare quello che è, tutto di sé: deve disintegrarsi in giorno. Anche la notte deve cedere sotto i colpi decisi di questo Cristo lucente che avanza e che tutto divora. Come un’alba violentissima, “per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta”, buona notizia, senza dubbio, ma anche dolorosa constatazione: ci viene tolta, in Cristo, la possibilità dell’ombra. Buona notizia che ci espone a una luce spaventosa, luce che non ci permette più di nascondere parte di noi in zone d’ombra, in spazi di morte, in regioni oscure dove occultare le nostre miserie.  Cosmè Tura, Pietà, 1460 ca. Lui cammina, svela, chiede una consegna luminosa a una luce che ustiona le pupille. Sarà ammazzato per questo, in fondo, sarà ammazzato da chi tenterà fino alla fine di apparire giusto nascondendo le proprie ombre di morte sotto i paramenti sacri della legge o della tradizione. Invece, la luce che esplode nelle tenebre, costringe alla verità, e la verità “costa tanto quanto uno ha”. Cioè la vita. > “Vi farò diventare pescatori di uomini”: un’espressione di Gesù che (…) non > può non stupire, e persino urtare. Soprattutto se ci si immedesima in coloro > che, come pesci, sono destinati a essere presi e trascinati via da quella > rete, catturati senza gloria, forse del tutto senza volerlo. Essere pescati > come pesci significa essere presi di sorpresa, all’improvviso, sentire la rete > che si chiude quando non si vorrebbe, accanirsi contro le sue maglie, invano, > prima di constatare che non ci sono più scappatoie: si è dentro, è l’inizio > della fine.   > > André Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”, Qiqajon, 2023 Gesù cammina e chiama, Gesù parla e prende, prende quello che vuole, l’amore è importuno, totale, coglie ciò che desidera. La libertà maturerà dopo, e sarà indispensabile, ma qui e ora c’è solo spazio per la caduta nel baratro di una luce accecante. Si è costretti a lasciare tutto, perfino il padre, un rapimento, “il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica costa tanto quanto uno ha”. Tantissimi anni fa, prete giovanissimo, ricordo il mio smarrimento davanti a un gruppo di giovani a cui stavo cercando di commentare questo brano di Vangelo. Io, lacrime commosse agli occhi, a descrivere la dolcezza del lago, il profumo di una vita finalmente chiamata, la gioia di lasciare tutto per seguire un sogno, io commosso, loro muti, persi, non capivano. Avevano ragione loro. La chiamata è violenta, totalizzante, definitiva. Avevano ragione loro, è una delle pagine più violente del Vangelo. Ha ragione André Louf, è l’inizio della fine. Un inizio che diventa ancora più violento quando, dentro le fatiche della sequela, nel cuore delle nostre crisi, dei nostri dubbi, qualcuno puntualmente viene a dirci che abbiamo scelto noi di seguire Cristo, che nessuno ci ha obbligato. Parole insulse di chi non conosce la violenza dell’amore. No, non si sceglie Cristo, è lui che sceglie noi, lui il pescatore della nostra umanità, lui il predatore noi la sua preda. Lui solo sa il dolore che prende quando ci si accorge che dalla rete non si può più uscire se non appendendosi ad un ramo, come un traditore qualsiasi. (Ma anche lì la sua luminosa misericordia predatrice arriva inesorabile ad affondare nella carne di Giuda i suoi artigli!) Ma arriverà un giorno, e sarà il giorno più importante della nostra vita anche se nessuno, da fuori, se ne accorgerà. Non si darà nessuna liturgia, nessuna pubblica promessa, nessuna ordinazione, nessuna istituzione presente, sarà il momento esatto in cui, nella nostra solitudine, guardando la vita passata nel tentativo di seguire Cristo, nel tentativo di scappargli, di urlargli in faccia che abbiamo sbagliato tutto, ma anche nel tentativo di innamorarci di lui… sarà il giorno, dolorosissima illuminazione, in cui finalmente comprenderemo che per fortuna è andata esattamente così. Che non cambieremmo nulla di ciò che è stato.  Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, Pietà, 1445 ca. Sarà il giorno in cui ringrazieremo Cristo per averci strappato dalle nostre illusioni di sterili felicità. Sarà il giorno in cui ringrazieremo, perfetta letizia, per il carcere condiviso con il Battista, per chi ci ha permesso di essere strappati dal deserto della convinzione di essere i migliori tra i profeti. Ringrazieremo per la lama a dissanguare le nostre parole diventate ora finalmente fragili e bisognose di essere salvate. Ringrazieremo per il potere che ci ha concesso di decapitare l’orgoglio. Ringrazieremo per la verità, quella che ci ha abbagliato, luce nelle nostre tenebre, quella che ci ha fatto vedere finalmente la nostra miseria, il nostro peccato, il nostro male, ringrazieremo perché finalmente avremo provato il bisogno di farci salvare. Ringrazieremo perfino per quelle reti lasciate, per quella vita che poteva essere e non è stata, per la sterilità di certe scelte, per i sogni infranti, per i progetti falliti, perfino per il male vergognosamente operato dalle nostre mani nel momento esatto in cui ci illudevamo di essere perfetti, ringrazieremo per essere stati liberati dalla tirannia di noi stessi. Ringrazieremo di essere stati presi nella rete, perché fuori ci saremmo persi. E in quel momento, ma solo in quel momento, attimo che sarà finalmente la fine, al termine del nostro cammino potremo dire il nostro definitivo sì. Avremo donato tutto di noi, saremo finalmente libertà venuta alla luce. Alessandro Deho’   *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  *In copertina: Rosso Fiorentino, Pietà, tra il 1537 e il 1540 L'articolo Donare tutto di noi. Il regno dei cieli è vicino quando la perdita di sé stessi è totale proviene da Pangea.
January 25, 2026 / Pangea
Sacrificare il sacrificio. Per incontrare Cristo bisogna stare immobili
> “Come un agnello condotto al macello, > come davanti ai tosatori una pecora muta, > egli non apre bocca…” > > (Isaia 53,7) Tace ma cammina, l’agnello, trapassa il nero delle pupille del Battista e scende, svelando dolorosamente che il Messia, l’Atteso, è muto, muto e condotto al macello.  Cammina, nel nostro silenzio, il Cristo cammina, ed è terribile, ed è dolcissimo, ed è irresistibile. All’uomo, per poter incontrare Cristo davvero, è chiesta la forza dell’immobilità, come Giovanni che lo vide venire verso di lui e sta. Sta, come si sta ai piedi della croce, come la donna starà sull’orlo del sepolcro per implorare briciole che sappiano aprire alla possibilità della resurrezione.   La sequela ci chiede prima di tutto di stare fermi, primo dei tanti paradossi del cristianesimo. Ci chiede, la sequela, di lasciarci invadere, di non fuggire, di smettere di voler addomesticare il mistero con dotti ragionamenti, ci obbliga a cedere all’immobilismo dello stupore (o dello sgomento), ci implora di lasciare che il Cristo ci mostri come sia lui a desiderare noi e non il contrario. La sequela inizia sempre con una morte, la nostra.  Cristo come il servo sofferente. Per riuscire a stare senza fuggire l’unica cosa buona da fare è cercare riparo nelle Scritture, almeno in quelle che sembra possano aiutarci a reggere l’urto dell’evento, del fatto, della dolce violenza della sua presenza. Cristo, muto, che ci cammina incontro, e sono fatti a pezzi i nostri orgogliosi cammini di ricerca, il nostro supponente tentativo di conquistare Dio, è lui a cercarci, pastore buono, le nostre mura devono solo saper crollare, perché solo tra le macerie delle nostre supponenze riusciremo a scorgere la sua presenza. Le nostre difese devono abbassarsi: martirio, conversione. Come un agnello condotto al macello… > “Gesù è sì l’ ‘Agnello’ di Dio ma non lo è nello stesso senso (e tanto meno > sullo stesso piano) degli agnelli dei sacrifici giudaici: egli lo è per il > fatto che la sua venuta, di per se stessa, sopprime da parte di Dio la > necessita di riti mediante i quali Israele, nel tempo dell’attesa, doveva > sempre nuovamente riallacciare il suo legame esistenziale con JWHW”   > “…in Gesù, Dio concede la pienezza del perdono a Israele e al mondo, Gesù non > è qui la nuova vittima cultuale, ma è colui mediante il quale Dio interviene > offrendo agli uomini la riconciliazione perfetta con se stesso” > > Xavier Léon-Dufour Il cammino di Cristo servo sofferente, dell’agnello muto che irresistibilmente non lasca scampo a un immobile Giovanni è segno di una traiettoria celeste, di una stella cometa incandescente che lascerà crateri da trasformare in grotte della possibile nostra natività, esplosioni divine, meteoriti di grazia a precipitare sulla crosta terreste il desiderio divino di un perdono offerto in pienezza. La pienezza! Significa che l’esplosione dell’incarnazione ha fatto a pezzi la transitorietà dei nostri cerimoniali, il bisogno umano di perpetrare continui riti di espiazione. Avrebbe dovuto. Ci vuole troppa umiltà per sacrificare il sacrificio, ci vuole troppa umiltà per restare fermi, senza nemmeno il bisogno di un rito che ci renda almeno in parte protagonisti della nostra rinascita, ci vuole umiltà per lasciare che sia lui a riempire le distanze. A riempirle per sempre e una volta per tutte. Ci vuole umiltà oppure. Oppure la follia degli innamorati che si lasciano penetrare fin nel profondo. Totalmente. E per sempre. Prokopiy Chirin, San Giovanni Battista, 1620 “E io non lo conoscevo”, con Giovanni anche noi, ogni volta, a confessare di non riuscire a conoscere fino in fondo questo Dio che ci anticipa, ci precede, ci sovrasta. Un Dio che viene dopo ma che è prima, che è sopra ma che si fa servo, un Dio che accerchia o abbraccia, un Dio che insieme conduce e smarrisce, un Dio che sembra assente e che invece è grembo, liquido amniotico in cui siamo immersi. “E io non lo conoscevo” e forse ancora non lo conosco, come non conosco il mistero dell’aria che respiro, dell’acqua che bevo, della luce che mi avvolge. Lo spiego ma non lo conosco. Non resta che respirarlo, berlo, accoglierlo questo Dio. Non resta che lasciarlo fare. Lasciarsi fare. Giovanni che testimonia quello che ha veduto. > “Ho veduto lo Spirito discendere, come una colomba che veniva dal cielo, e > rimanere su di lui”. Come una colomba, quasi come quando la “terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Genesi 1,2) o come la colomba del Cantico “O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole”. (Cantico 2,14). Come Giovanni sentirci informi e deserti, bisognosi di un volo divino a ricucire le distanze, a togliere il peccato, che poi è la morte, l’informe deserto che si mangia da dentro la nostra speranza. Stare, ma come un innamorato, nelle fenditure del dolore, nei nascondigli della disperazione, a implorare un volto, una voce, la presenza incantevole del Suo viso. Carlo Crivelli, San Giovanni Battista, 1476 > “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza > nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di > Dio”. Stare, con Giovanni, a guardare e testimoniare che il battesimo dello Spirito scenderà a trasformare ognuno di noi, scenderà lo Spirito per stare, lui in noi, per trasfigurarci in eternità. Stare, con Giovanni e lasciare a Cristo, pecora muta, di penetrare in noi fino a farci rinascere, dall’Alto. Stare con Giovanni, lasciarsi fare, lasciarsi battezzare in Lui. E poi, solo poi, implorare la forza di seguirlo, anche quando continueremo a non conoscerlo, a non comprenderlo, anche e soprattutto quando non capiremo perché non lo abbiamo abbandonato in tempo, prima di farci male, seguirlo, anche quando sentiremo nostalgia di una religione più vicina ai nostri bisogni, anche quando sentiremo la mancanza dei sacrifici, che nel loro rituale di morte ci facevano sentire terribilmente vivi, anche quando l’agnello muto sarà messo in croce e non parlerà, nemmeno lì, perché il Silenzio abitato dal Padre è l’unico modo per togliere il peccato dal mondo. Implorare la forza di seguirlo fino alla fine e lì, alla fine, riconoscere che, se una sequela è stata possibile, è solo perché, all’inizio ci siamo fermati, e abbiamo lasciato a Lui di immergersi in noi.  Dolcissimo battesimo, ingombrante indispensabile amore. Alessandro Deho’ *In copertina: Alvise Vivarini, Giovanni Battista, 1470 L'articolo Sacrificare il sacrificio. Per incontrare Cristo bisogna stare immobili proviene da Pangea.
January 18, 2026 / Pangea