Una favola moderna: da L. Frank Baum a Victor Fleming
Il primo di questi “meravigliosi maghi di Oz” è naturalmente il suo creatore, L.
Frank Baum, che nel 1900 pubblicò, con le illustrazioni di William Wallace
Denslow, il romanzo per ragazzi Il meraviglioso mago di Oz, capostipite di una
lunga serie che ebbe però minor fortuna.
Una storia che vuole essere una “favola moderna”. «Le fate alate dei Grimm e di
Andersen hanno donato ai cuori dei bambini una felicità più grande di qualsiasi
altra creazione umana», riconosce Baum nell’introduzione, ma la fiaba del buon
tempo antico, con le sue atmosfere drammatiche e a tratti infernali, è ormai
sentita come «storica». L’educazione moderna si occupa già a sufficienza di
morale: non c’è più bisogno di «struggimenti e incubi» per costruire un’etica,
ma solo di «meraviglia e gioia»; in una parola, di «intrattenimento».
Bando quindi all’allegoria, Oz è la terra del meraviglioso, un meraviglioso che
il suo autore ha sempre cercato, nella scrittura come nella sua curiosità nei
confronti del progresso e delle nuove tecnologie, tanto da riuscire nell’impresa
di far prendere vita al suo mondo fantastico sulla scena, con il musical che
debuttò nel 1902 alla Grand Opera House di Chicago e arrivò a Broadway l’anno
seguente, e sul grande schermo, con tre film prodotti tra il 1914 e il 1915
dalla sua “The Oz Film Manufactory Company”.
Mancava però all’epoca la magia del colore e del sonoro, quel “meraviglioso” che
sarà possibile solo una quarantina di anni dopo con Il mago di Oz, il musical
del 1939 diretto da Victor Fleming (che l’anno seguente si sarebbe aggiudicato
l’Oscar al miglior regista per Via col vento) per la Metro-Goldwyn-Mayer,
destinato a entrare nella storia del cinema, anche grazia al sognante assolo
“Over the rainbow”, interpretato da una giovanissima Judy Garland.
A canonizzare la pellicola ha sicuramente aiutato un’epoca che si preparava ad
affrontare il secondo conflitto mondiale, un’epoca che aveva bisogno di credere
che il bene trionfa sempre, e che la chiave perché ciò avvenga sono il
cameratismo e l’abnegazione. Ne nacque un film più spiccatamente moralistico
rispetto alla storia originale, dove il viaggio di Dorothy in questo mondo
fantastico, così pronto a dichiarare gli umani che vi incappavano per sbaglio
maghi e streghe buone, è solo un sogno, che la aiuterà a riscoprire il valore
della quotidianità e la gioia del ritorno a casa.
*
Il potere del nome: la Elphaba di Gregory Maguire
Cosa succede quando un universo narrativo si colora delle ambiguità del mondo
reale e alla perfida strega delle favole viene dato un nome? È uno scenario
esplorato dall’autore americano Gregory Maguire, che ha dedicato alla
letteratura per l’infanzia la sua carriera accademica e di scrittore, costellata
di romanzi per bambini e ragazzi e retelling per adulti di favole classiche.
Con Wicked. Vita e opere della Perfida Strega dell’Ovest (1995; in Italia,
Sonzogno 2006 e Mondadori 2024) inaugurò una saga che ha regalato una
rivisitazione per un pubblico adulto estremamente sfaccettata dell’universo
narrativo di Baum. In questo primo volume schiera come protagonista la sua
intramontabile villain dalla pelle verde come la Città di Smeraldo e il cappello
a punta, la Perfida Strega dell’Ovest. Un genere molto amato a livello
transmediale (basti pensare a Maleficent e Crudelia, per rimanere nel mondo
delle favole), che l’autore declina in maniera originale e innovativa: in questo
romanzo non troverete giustificazione, redenzione e spesso nemmeno comprensione;
e soprattutto, non troverete risposte, ma piuttosto tante domande, su noi stessi
e sul nostro mondo.
La sua terra di Oz è ben lontana dalla rassicurante indeterminatezza della
fiaba, dove ogni cosa concorre inesorabilmente al bene: è una terra complessa,
con le proprie tradizioni e le proprie leggi, in precario equilibrio tra pagane
superstizioni e ortodossia religiosa; una terra impoverita dallo sfruttamento
delle risorse naturali, infestata da pericolosi congegni a ingranaggi dotati,
forse, di volontà propria, e dilaniata da tirannia, leggi razziali e azioni
terroristiche; una terra dove i confini tra scienza e magia sono labili e ogni
scoperta deve passare attraverso le strette maglie della censura del regime.
E la Perfida Strega dell’Ovest non è meno complessa della sua Oz. È facile
provare repulsione per il male assoluto e godere della sconfitta di un mostro,
ma quando veniamo a sapere che quel “mostro” si chiama Elphaba siamo chiamati a
scoprirne l’infanzia con i suoi traumi e le sue tenerezze, l’adolescenza con le
sue ribellioni e i suoi ideali, gli anni dello studio, delle feste con gli
amici, dell’amore; e poi le paure, il dolore, il disincanto, l’odio viscerale
per le ingiustizie e l’ossessione di essere una pedina di un gioco più grande di
lei, pericoloso e inintelligibile. Per lei, non vi sarà ritorno a casa.
Ogni cosa diventa così spaventosamente realistica, caricandosi della complessità
e delle ambiguità del nostro mondo, ben più vicine e inquietanti di draghi,
streghe e malefici. Maguire ci conduce in una Oz dalle tinte tetre di una
moderna distopia e ci spinge a interrogarci, al pari dei suoi personaggi,
sull’origine del male, sulla natura della colpa e del perdono e sull’esistenza
di un mondo metafisico e di un disegno superiore.
*
Wicked: il retelling di Oz a Broadway e sul grande schermo
Nel 2003, a 100 anni dal musical ideato da Baum, approdò a Broadway una nuova
Oz: Wicked, un musical composto da Stephen Schwartz con libretto di Winnie
Holzman e destinato a essere tuttora ininterrottamente rappresentato a New York
e Londra, e a viaggiare per il mondo con produzioni locali.
Questo musical è una perfetta sintesi tra il puro intrattenimento della favola
originale e l’aspra critica sociale del romanzo di Maguire. Una storia che fa
commuovere e divertire, riflettere e sperare, una storia dove la Perfida Strega
dell’Ovest, qui una più classica eroina incompresa, mette solo in scena la
sua leggendaria morte causata dalla secchiata d’acqua di Dorothy. Fuggirà con il
suo amato trasformato in spaventapasseri oltre il deserto, rinunciando alla sua
(nonostante tutto) amata Oz, alla sua unica amica Glinda e alla riabilitazione
del proprio nome, per consegnare a Oz la narrazione e il capro espiatorio di cui
aveva bisogno. Lascerà il testimone a Glinda, ora la Buona Strega del Nord,
affinché costruisca una Oz migliore.
Tra il 2024 e il 2025, dopo anni di lavoro, il musical è arrivato al cinema,
diretto da Jon M. Chu e distribuito da Universal, con un cast di grandi talenti
guidato da Cynthia Erivo e Ariana Grande nei ruoli rispettivamente di Elphaba e
Glinda.
La scelta più dirompente, ma in fin dei conti più conservativa, è stata quella
di suddividere la narrazione in due film. Viene quindi mantenuta viva la
struttura in due atti tipica del musical evitando rischiose rivisitazioni per
adattarla ai tre atti canonici della cinematografia, dall’altro di dare spessore
e profondità alla trama attingendo elementi dal romanzo di Maguire. E anche ai
personaggi, incastonando due nuovi assoli interpretati dalle due protagoniste,
strategici non solo per concorrere agli Oscar con canzoni originali, ma anche e
soprattutto per dare maggiore tridimensionalità, in particolare al ruolo di
Glinda. Un dittico di pellicole separate da un anno di distanza, che ha
trasformato il doppio appuntamento al cinema in evento e il tempo narrativo, con
il suo salto temporale, in quello vissuto dagli spettatori.
Ma il film non si limita a citare Maguire. L’estetica richiama esplicitamente la
pellicola del ’39 e, in trasparenza, alle illustrazioni dell’opera originale di
Baum. Un eterno ritorno alle origini che si sposa alla perfezione con il taglio
decisamente moderno conferito a generi e temi: dal fantasy alla distopia,
passando per la dark academia e il romanzo di formazione, per raccontare
l’amicizia, l’amore e soprattutto la diversità, dettata dal colore della pelle,
dall’etnia o dalla disabilità.
Una diversità che nel film diventa metatestuale, attraverso un cast con
caratteristiche che nel corso della storia, e purtroppo ancora oggi, sono
oggetto di discriminazione: e così la protagonista emarginata per la sua pelle
color smeraldo è interpretata da un’attrice nera, la sorella in sedia a rotelle
Nessarose da Marissa Bode, attrice disabile, e il professor Dillamond,
licenziato e confinato perché di specie diversa, quella degli Animali, gli
animali dotati di parola, da Peter Dinklage, attore affetto da nanismo.
Diversità che è una maledizione in una società come quella di Oz, una società
dell’apparenza fondata sulle narrazioni di un potere assolutista, una società
che purtroppo non sempre e non ovunque ci siamo lasciati alle spalle. Favola e
propaganda, due facce della stessa medaglia che ci pongono di fronte al potere
delle storie, che l’umanità ha la libertà di rendere tanto generativo quanto
distruttivo, e la responsabilità di scegliere la prima via.
*
«Guardare con occhi diversi»
È una storia che ci insegna a «guardare con occhi diversi» il mondo, attraverso
un personaggio che è di volta in volta villain, protagonista grigia ed eroina,
passando da un archetipo bidimensionale a una creatura multiforme, così potente
proprio perché «figlia di entrambi i mondi», il nostro e quello di Oz.
Ed è proprio con occhi diversi che dobbiamo guardare agli adattamenti
dell’epopea di Oz, universi fantastici ciascuno figlio del proprio tempo.
Perché, se «il Tempo non ha potuto rendere obsoleta la sua mite filosofia», come
recita la didascalia all’inizio del film di Fleming, questa ha saputo incarnarsi
in ogni forma, spazio e tempo, trovando origine e conclusione nel nostro mondo.
Quella di Baum è, in definitiva, la storia di un meraviglioso ritorno a casa. E,
se si pensa che uno dei primi grandi archetipi narrativi, l’Odissea, è proprio
questo, un ritorno a casa, non stupisce la riflessione di Maguire sulla sua
vocazione al fantasy:
> «La risposta, forse, è il sottotitolo originale dello Hobbit: “There and Back
> Again” (“Andata e ritorno”). […] Il Mondo Accanto ci è indispensabile per
> sopravvivere a Questo Mondo. Abbiamo bisogno di una Terra di Mezzo per ogni
> Al-Qaeda. Abbiamo bisogno di andarci e tornare indietro, per capire meglio
> dove ci troviamo e cosa dobbiamo fare».
Buon ritorno a Oz. E, soprattutto, buon ritorno a casa.
Chiara Bianchi
*Si pubblica per gentile concessione un’anteprima dal prossimo numero di “Studi
Cattolici”, pubblicato da Ares Edizioni
In copertina: una illustrazione di William Wallace Denslow per “The Wonderful
Wizard of Oz”
L'articolo Per sopravvivere a questo mondo, abbiamo bisogno di Oz. Storia di un
mito: da L. Frank Baum a “Wicked” proviene da Pangea.