Il lettore spesso sorvola sulle prime pagine di un libro, quelle dove l’autore
scrive, all’inizio di un’opera, una epigrafe o il nome di una persona a cui è
dedicato il testo. Eppure è possibile, con un breve lavoro di ricerca, cercare
la ragione di questa scelta. Una epigrafe – e l’esergo – non è una vanità
accademica dell’autore e una dedica non è solo un vezzo affettivo di
riconoscenza verso una persona – reale o immaginaria – che, a volte, assume
anche il ruolo di una musa. Quelle poche righe e quei nomi possono svelare molto
sulla biografia dell’autore, sulle sue letture, sui suoi desideri e sui suoi
conflitti, sulle sue amicizie, sui suoi amori o sui suoi nemici. E possono
essere per il lettore una chiave di comprensione del testo, sia esso un saggio,
un dramma o un romanzo. O una sola poesia.
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L’epigrafe
La parola epigrafe deriva dal greco antico e significa scritto sopra. Ciò
richiama pure la parola epitaffio, ciò che sta sopra al sepolcro: un’iscrizione
funebre che ha lo scopo di onorare e ricordare un defunto. E sulle tombe di
artisti e scrittori famosi sono celebri gli epitaffi. Come quello inciso sulla
lapide di Jorge Luis Borges And ne forhtedon na (Non temevano nulla) nel
Cimitero dei Re a Ginevra. Nel cimitero Acattolico di Roma c’è la lapide di John
Keats con incisa la frase Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua. Sulla
lapide di Charles Bukowski c’e inciso Don’t try (Non provarci).
I libri, però, non sono lapidi (pietre) poste sopra una tomba, seppure a volte
siano sepolti negli archivi e nei depositi polverosi (cimiteri di documenti) di
qualche biblioteca. E le epigrafi poste in capo (scritto sopra) a un’opera
letteraria non sono da leggere come epitaffi (iscrizioni sepolcrali) o discorsi
funebri, come facevano gli antichi Greci, per celebrare un eroe. Sono altro,
sono parole vive che chiedono di essere lette e interpretate perchè non sono
state messe lì a caso. Esse sono scrigni da aprire, non urne cinerarie.
All’interno non ci sono ceneri, ma tesori e saperi. E qualche fatica il lettore
attento e curioso la deve fare per adornarsi di questi tesori. L’epigrafe,
pertanto, ha un tono solenne e “lapidario”, come se fosse una vera e
propria incisione che dona valore all’opera che segue. Non è raro che le
epigrafi siano tratte da opere classiche, anche molto antiche, da testi sacri
come la Bibbia, il Corano, la Torah, i Veda, da opere filosofiche o dai versi di
grandi poeti. Come vedremo nelle epigrafi di Gide, a volte le citazioni di
alcuni versetti non sono fedeli al testo originario ma vere e proprie
interpretazioni.
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L’esergo
L’esergo (dal latino exèrgum, a sua volta dal greco ex, fuori, ed èrgon, opera)
è un termine utilizzato nella numismatica per definire lo spazio che in una
moneta si trova sotto (fuori) il disegno principale dove inserire per esempio la
data di emissione, la zecca, una firma. Termine che si usa anche nell’editoria
per indicare una citazione tratta da un’altra opera, con la funzione di
anticipare e di suggerire un percorso durante la lettura del testo. L’esergo ha
un effetto evocativo, ed è una vera e propria suggestione quando l’autore
sceglie con cura una determinata frase per introdurre o l’intera opera o alcuni
capitoli della stessa.
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La dedica
Il verbo latino dēdĭcāre ha diverse sfumature e sinonimi (destinare, assegnare,
offrire, rivolgere, consacrare) ed è più complesso, sul piano valoriale, di
quello che si creda. È composto da due elementi: il prefisso dē e il
verbo dīcāre che significa “dire” o “proclamare in modo solenne”. Nell’antichità
la dedica aveva senso rituale durante la consacrazione di templi, statue, altari
o altri articoli sacri. Il verbo esprime dunque un carattere di solennità. E
pure di ufficialità, come lo sono le celebrazioni – religiose, pagane, laiche –
di alcuni giorni del calendario.
Dedicare una scuola, un’università o una biblioteca a uno scrittore (Manzoni),
una pedagogista (Montessori) o a uno scienziato (Fermi) è un riconoscimento
importante del valore del destinatario della dedica. É una consacrazione
(consecratio) che si attua attraverso un’offerta che rappresenta un gesto di
gratitudine verso qualcuno o qualcosa. Grandezza dell’opera e grandezza del
dedicatario si riflettono in un gioco di specchi. O almeno così spera l’autore
dell’opera.
Oltre alla vanità, dedicare un romanzo a un critico letteraio, a un artista di
successo, adularlo, può essere un espediente per ottenere un buon viatico.
In un romanzo la dedica può essere destinata a una persona realmente esistita o
a un personaggio immaginario. Citare il nome e, a volte, il cognome di una
persona può assumere la funzione di omaggio, dono o ringraziamento.
J. L. Borges, per l’appunto, la definì: “un dono, un regalo […] la dedica di un
libro è un gesto magico” ( La cifra, Mondadori, 1982).
A o Per… può significare che l’autore dedica il suo lavoro a una persona
importante, piuttosto che a una figura della mitologia greca. E non solo, per
la ragione che molti autori hanno dedicato le loro opere ad amici cari,
fidanzate, genitori, scrittori, scienziati. Sempre J. L. Borges definì la moglie
Maria Kodama la “Dedica”. A un Borges ormai cieco, lei gli faceva da occhi e da
mani, leggendo e scrivendo per lui.
Oppure la dedica può essere offerta al “lettore“, come fece Walt Whitman
con Foglie d’erba:
> “Tu, lettore, che palpiti di vita, orgoglio, amore, al pari di me, per te
> adunque i canti che seguono”.
Elsa Morante dedicò il romanzo La Storia “all’analfabeta a cui scrivo”:
all’epoca ciò suscitò polemiche. L’analfabeta era il lettore popolare e
marginale, rispetto al lettore colto e intellettuale.
Alcune dediche, a volte, possono essere maliziose, ironiche e non gradite quando
il destinatario della dedica è un nemicoo comunque una persona con la quale
l’autore si è trovato in conflitto per ragioni artistiche, morali o
ideologiche. La dedica come offesa esiste: come lo testimonia l’astio tra i
poeti Carducci e Rapisardi.
Oscar Wilde si offese per una dedica non gradita. Accadde quando il suo ex
amante, Lord Alfred Douglass, gli dedicò il libro Poems: “Come potevi sognare di
dedicarmi un volume di poesie senza chiedermene ill permesso” (O. Wilde, De
profundis – 1905).
Ci sono pure casi di “autodedica”, come fece Ugo Foscolo con il Sesto tomo
dell’io, abbozzo di un romanzo autobiografico (1801):
> “Rispetto alla dedica del libro, io la offro a me stesso. Ed è questo, dacchè
> mi son posto a cucire la mia odissea, l’unico pensiero veramente commodo, e
> pronto. Non mi costa un minuto di sì, di no, di ma; e mi risparmia la fatica e
> il rossore di scrivere una dedicatoria. Ond’io posso dal mio canto risparmiare
> e al mecenate e al lettore due pagine per lo meno di noia. Le cose tra me e me
> si passano in confidenza”.
Eh sì, alcune dediche e alcune epigrafi possono essere banali e noiose e per
nulla autentiche sul piano del “dono” e della “consacrazione”.
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Le dediche di Andrè Gide
Gide, lo scrittore francese Premio Nobel per la Letteratura nel 1947, utilizzò
la dedica e l’epigrafe in molte sue opere. Chi erano, nella vita di Gide, le
persone a cui ha dedicato le sue pagine? Erano amici, amanti, mentori, muse o
nemici? Per quale ragione dedicare a loro un’opera? Per vanità? Per
riconoscenza? Per adulazione? Per dileggio? Per ottenere qualcosa in cambio?
Alcuni dedicatari li troviamo nelle pagine autobiografiche di Se il grano non
muore, del 1924. Ci sono Paul-Albert Laurens, Emmanuèle, Jaloux, Ghéon, Drouin,
Roger Martin du Gara. Diverse persone destinatarie delle dediche di Gide sono
state determinanti per la nascita della “Nouvelle Revue Française” (NRF) la
prestigiosa rivista letteraria pubblicata per la prima volta nel 1909. Rivista
che poi divenne un’eccellenza dell’editore Gallimard. Tra questi cito: Henri
Ghéon, Jean Schlumberger, Andrè Ruyters, Marcel Drouin, Fédor Rosenberg.
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Le dediche più importanti
L’immoralista è dedicato a Henry Gheon, il suo fedele compagno (1875–1944),
scrittore, poeta, critico letterario e drammaturgo francese con cui ebbe un
rapporto anche molto conflittuale. Fu uno dei fondatori della Nouvelle Revue
Française.
I falsari a Roger Martin du Gara dedico il mio primo romanzo in testimonianza di
profonda amicizia. Scrittore e poeta francese, (1881-1958), vincitore del Premio
Nobel per la letteratura nel 1937, la sua opera principale, fu la Saga dei
Thibault. Ebbe un’intensa corrispondenza con André Gide che gli fece leggere in
anteprima le pagine di Se il grano non muore.
Sinfonia pastorale a Jean Schlumberger. Scrittore, poeta, e giornalista francese
(1877–1968). Fu uno dei fondatori, insieme ad André Gide e Gaston Gallimard,
della Nouvelle Revue Française. Fra i suoi lavori più noti sono L’inquiète
paternité (1911), La mort de Sparte (1921) e Saint-Saturnin (1931). Come critico
letterario, fu autore di un saggio sulla figura di André Gide Madeleine et André
Gide (1956).
Isabelle a Andrè Ruyters (1876–1952). Scrittore e poeta belga. Fu amico stretto
di André Gide, con cui collaborò alla fondazione della Nouvelle Revue Française.
Suo il controverso romanzo La correspondance du mauvais-riche, che suscitò
polemiche e venne accusato di blasfemia per il tema epistolare preso dai
Vangeli: la parabola del povero e del ricco nelle Scritture di Luca 16,19-31.
Il trattato del Narciso a Paul Valéry (1871-1945). Scrittore, poeta e filosofo
francese. Scrisse il celebre Cimitero marino.Fu membro dell’Académie
Française e docente al Collège de France.
Il tentativo d’amore a Francis Jammes (1868 -1938) poeta francese. Le sue
opere tradotte in italiano sono: Quattordici preghiere. La chiesa vestita di
foglie (Raffaelli Editore, 2017), Clairières dans le ciel (Con CD Audio,
Rueballu, 2009, traduzione Maria Luisa Spaziani). Tra i due ci furono anche
forti contrasti su temi religiosi, morali ed estetici, ripresi poi nel 1932 da
Jammes nel romanzo autobiografico L’Antigyde ou Élie de Nacre .
Filottete e Paludi a Marcel Drouin (1871- 1943), noto anche con il pseudonimo
Michel Arnauld, professore di filosofia e scrittore francese, cofondatore della
Nouvelle Revue Française, fu amico e anche cognato di André Gide.
Betsabea a M.me Lucie Delarue Marous (1874-1945) scrittrice, poetessa,
giornalista, scultrice e storica francese. Fu sposata con il traduttore J.-C.
Mardrus, ma il suo orientamento sessuale era rivolto alle donne. Scrisse molto
sull’amore lesbico.
Il ritorno del figliuol prodigo a Arthur Fontaine (1860– 1931) ingegnere e
mecenate francese. Autore di un romanzo poliziesco nel 1917, I crimini dello
strangolatore. Molto apprezzati furono gli incontri artistici organizzati da
Fontaine. Paul Valéry pronunciò l’elogio funebre di Fontaine nel 1931.
La scuola delle mogli a Edmond Jaloux in ricordo amichevole delle nostre
conversazioni del 1896. Scrittore, poeta, saggista e critico francese
(1878–1949), fu accademico della Académie française dal 1936. Pubblicò Une âme
d’automne (1896), L’Agonie de l’amour (1899), e Le Reste est silence (1910),
quest’ultimo vincitore del Prix Femina.
Libro secondo “Roberto” in La scuola delle mogli è dedicato a Ernst Robert
Curtius (1886-1956), critico letterario e saggista tedesco, ebbe rapporti
significativi con Gide. (vedi l’articolo «Rapports intellectuels entre la France
et l’Allemagne» pubblicato sulla NRF nel 1921).
La porta stretta a M.A.C. (Madeleine Augustine Chambon Rondeaux). Gide dedicò
uno dei suoi romanzi più famosi, La porta stretta (1909) considerato gemello –
antitetico e complementare – del romanzo L’immoralista (1902) alla cugina – “una
fanciulla tutta purezza” – che sposerà nell’ottobre 1895 (senza aver mai
consumato il matrimonio) per tradirla con le sue relazioni omosessuali. La
figura di M.A.C., che morì in solitudine nel 1938, ha dato vita a diversi
personaggi femminili degli scritti di Gide: è stata Emmanuele, Madeleine,
Alissa, Marceline, Evelina, Isabelle, Gertrude. Al rapporto con la moglie Gide
dedicò, sotto forma di diario, Et nunc manet in te (1947).
El Hadj a Fédor Rosenberg (1867-1934). Russo di origine estone, fu professore di
letteratura persiana all’università di San Pietroburgo. Rosenberg è noto per
aver tradotto in francese il Libro di Zoroastro pubblicato dalla “Nouvelle Revue
Française”. Esiste un ampio carteggio tra lui e Gide, raccolto in un volume
curato da Pierre Masson, presidente dell’Association des amis d’André Gide
I nutrimenti terresti a Paul-Albert Laurens, en souvenir de notre voyage en
Afrique. Pittore francese (1870–1934), membro dell’Accademia francese di Belle
Arti. Ex compagno di scuola, fu un grande amico di Gide per più di quarant’anni
e insieme fecero un viaggio in Africa tra il 1893 e il 1894, dove Gide ebbe le
sue prime esperienze carnali, dapprima con Ali, un giovane portatore, poi con
Mériem, una prostituta della tribù degli Ulad Nail.
Prometeo male incatenato a Paul-Albert Laurens. Caro amico, ti dedico questo
libro, poichè ti piacque farne l’elogio. Possano i pochi che ti rassomigliano
trovare, in questo fascio di loglio, come tu facesti, del buon frumento.
Teseo a Anne Heurgon, Jacques Heurgon, Jean Amrouche.
Anne Heurgon (1899-1977) è stata una critica letteraria dell’opera di Gide.
Jacques Heurgon (1903–1995) è stato un archeologo, filologo, etruscologo e
latinista francese. Ebbe rapporti di amicizia e professionali con Gide, che
ospitò nella sua casa in Marocco durante la Seconda Guerra Mondiale. Jean
Amrouche (1906–1962) è stato uno scrittore, poeta e critico letterario algerino
di origine berbera con cittadinanza francese. Ebbe con Gide, un intenso
rapporto epistolare (vedi André Gide & Jean Amrouche. Correspondance 1928-1950)
e insieme collaborarono pubblicando testi sulla rivista “L’Arche”, fondata ad
Algeri nel 1943.
Paludi a Eugene Rouart. Dic cur hic – dimmi(l’altra scuola). Per il mio amico
Eugene Rouart ho scritto questa satira…di che
Eugène Louis Rouart (1872-1936), ingegnere agronomo e politico francese fu un
grande amico e confidente di Gide. Lui e la moglie Yvonne Lerolle ispirarono i
personaggi di Évelyne e Robert D. nella trilogia de La scuola delle
mogli. Rouart nel 1898 pubblicò il romanzo Villa sans maitre che ispirò il
personaggio di Ménalque per L’immoralista e I nutrimenti terrestri di Gide.
Rouart e Gide condivisero alcuni amanti, tra cui Mohammed – citato in Se il
grano non muore – e il giovanissimo Ferdinand Pouzac, soprannominato
“Ramier” perchè “l’atto dell’amore lo faceva tubare così dolcemente nella
notte”. Vedi: A. Gide, Il colombo selvatico, Archinto, 2003.
Viaggio al Congo è dedicato Alla memoria di Joseph Conrad, l’autore di Lord
Jim e di Cuore di tenebra. Sotto c’è pure questa frase, attribuibile a
Keats: Better be imprudent moveables than prudent fixure (Meglio essere mobili
imprudenti che fissi prudenti).
Nell’autunno del 1925 Gide lascia Parigi per raggiungere l’Africa, accompagnato
dal giovane regista Marc Allégret (1900-1973), da quell’esperienza nacquero il
saggio Voyage au Congo di Gide e l’omonimo documentario di Allegret.
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Le epigrafi
L’educazione religiosa di Gide fu influenzata dalla famiglia, in particolare
dalla madre (Juliette Rondeaux), di fede protestante. Il padre era calvinista.
Frequentò la Scuola Alsaziana di forte orientamento protestante. “C’era il
partito dei cattolici e quello dei protestanti. Alla mia entrata alla Scuola
Alsaziana avevo appreso di essere protestante” scrive in Se il grano non muore.
Con la cugina Madeleine Augustine Chambon Rondeaux (sua futura moglie)
approfondì gli studi biblici. Fu tentato da una conversione al cattolicesimo:
“Non sapevo con certezza a quale altare si accostava il mio cuore alla ricerca
di Dio” (da Se il grano non muore). Fu pure attratto dal sufismo. Ciò
giustifica alcune epigrafi che richiamano la Bibbia, I Vangeli, il Corano.
“Sforzatevi di entrare per la porta stretta. Luca, XIII,24. Il versetto Tratto
dal Vangelo secondo Luca è l’epigrafe del romanzo La porta stretta.
Un’altra epigrafe per il romanzo autobiografico Se il grano non muore è il
versetto dell’apostolo ed evangelista Giovanni: “Dopo essere stato gettato sulla
terra esso resta solo. Ma se muore reca molti frutti. Giovanni 12, 24”.
In El Hadj o Il trattato del falso profeta due sono le citazioni religiose, la
prima tratta dal Corano V, 71: “O apostolo, comunica ciò che è stato fatto
scendere a te, da parte del tuo Signore, poichè se non lo farai, non avrai
comunicato il suo messaggio”. La seconda tratta dal Vangelo secondo Matteo XI,
7-9: “Cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? Ma
cosa siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Ma cosa siete
andati a vedere? Un profeta?, Sì, vi dico, e più che un profeta”.
Ne Il trattato del Narciso, dedicato a Paul Valéry, l’epigrafe è una frase di
Virgilio Nuper me in litore vidi (Poco tempo fa mi vidi sulla spiaggia) di
Virgilio che si trova nella Seconda Ecloga delle Bucoliche.
Nell’epigrafe de Il tentativo d’amore o Il trattato del vano desiderio, Gide
cita una frase, contenuta nel dramma del 1635 La vita è sogno, del drammaturgo e
religioso spagnolo Pedro Calderon de la Barca: “Il desiderio è come una fiamma
che brilla, e ciò che ha toccato non è che cenere – polvere leggera che un
po’ di vento disperde – pensiamo dunque soltanto alle cose eterne”.
Nel libro primo de I sotterranei del Vaticano l’epigrafe è ripresa dalla cronaca
filosofica pubblicata sulla rivista “Mercure de France” del dicembre 1912 di
Georges Palante (1862-1925) filosofo e insegnante francese noto per il suo
anarco-individualismo: “Per quello che mi riguarda, la mia scelta è fatta: ho
optato per l’ateismo sociale, quell’ateismo che, da una quindicina d’anni a
questa parte, ho espresso in una serie di opere…”
Nel libro secondo de I sotterranei del Vaticano l’epigrafe è una citazione
tratta nell’ottavo volume delle memorie del Cardinale di Retz Jean-François Paul
de Gondi (1613-1679): “Poichè non bisogna mai togliere la possibilità del
ritorno a nessuno” (Retz – VIII, p.93).
Nel libro quinto de I sotterranei del Vaticano l’epigrafe è una citazione in
inglese tratta dal romanzo Lord Jim dello scrittore polacco naturalizzato
britannico Joseph Conrad (1857-1924):
There is only one remedy! One thing alone can cure us from being ourselves!…
Non c’è che un solo rimedio! Una cosa sola può guarirci dall’essere noi stessi!
Yes; strictly speaking, the question is not how to get cured, but how to live.
Sì; a voler essere precisi, la questione non è come guarire, ma come vivere.
Ne I nutrimenti terrestri l’epigrafe – “Ecco i frutti di cui ci siamo nutriti
sulla terra” – è una interpretazione di Gide di un versetto del Corano, II, 23:
> “E se avete qualche dubbio in merito a quello che abbiamo fatto scendere sul
> Nostro Servo, portate allora una sura simile a questa e chiamate altri
> testimoni all’infuori di Allah, se siete veritieri”.
Nel Libro primo de I nutrimenti terrestri l’epigrafe “La mia torbida gioia a
lungo assopita di desta” è un verso del poeta persiano Hâfez (1325-1389).
Nel Libro sesto de I nutrimenti terrestri l’epigrafe “Zun Sehen geboren zum
schuen bestellt” (Nati per vedere, destinati a guardare) è tratta
dal Türmerlied (Canto del guardiano della torre) presente nella seconda parte
del Faust di Goethe.
Nel Libro settimo de I nutrimenti terrestri l’epigrafe “Quid tum si fuscus
Amyntas” (Che importa se Amyntas è scuro?) è tratta dalla decima Ecloga di
Virgilio.
Nel Libro ottavo de I nutrimenti terrestri l’epigrafe “I nostri atti s’attaccano
a noi come il bagliore al fosforo; sono il nostro splendore, è vero, ma soltanto
per la nostra usura” è una frase che si trova nella scena indicata come “Notte”
del Faust di Goethe.
Francesco Bova
L'articolo “La dedica di un libro è un gesto magico”. Dediche ed epigrafi nelle
opere di André Gide proviene da Pangea.