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Letteratura italiana contemporanea (o dello spirito di autocommiserazione)
Un demone si aggira per la letteratura italiana contemporanea: lo spirito di autocommiserazione. Prendendo in mano i migliori scrittori della generazione intermedia – né troppo vecchi né troppo giovani – ci si accorge che una strana vertigine autocommiserativa esala dalle loro pagine. Dario Ferrari è classe 1982; Alberto Ravasio 1990. I libri in oggetto sono gli ultimi pubblicati: L’idiota di famiglia, per il primo; Il grande mantenuto, per il secondo. Entrambi si trovano nel periodo aureo della creatività: da qui in poi si può solo migliorare, o fallire meglio, come dice Beckett.   1. In entrambi i romanzi è il mondo dell’editoria a rilucere da lontano come un antro proibito, superato il quale bisogna pagare la tassa d’ingresso sotto forma di apologia o di invettiva. In entrambi ci sono scene in cui si varcano vere e proprie case editrici, o altre in cui si partecipa a festival letterari. Ma il vero punto focale è il precariato a cui costringe il mondo dell’editoria quando non si è ancora accettati tra le sue fila. Nel romanzo di Ferrari, un traduttore vive un’esistenza di stenti; in quello di Ravasio, un aspirante scrittore ripercorre la saga delle sue scorribande per cercare di pubblicare un libro. I romanzi sono quanto di meglio si possa trovare oggi in lingua italiana. Quello di Ravasio, in particolare, possiede una carica corrosiva di ironia capace di squadernare i generi e di fonderli in un’unica visione ininterrotta. Entrambi, in misura diversa, soffrono però della sindrome dell’autocommiserato: colui che sa di essere arrivato dove voleva e si volta a guardare le proprie disgrazie, contentandosi che siano riuscite a portarlo fin lì senza scalfirlo.   1.1. Sarebbe ovvio arguire che senza editoria difficilmente si potrebbe fare letteratura. Ma è sconfortante notare che la narrazione del mondo editoriale stia diventando il banchetto d’elezione di alcuni tra i migliori scrittori italiani. A rigor di logica, l’editoria dovrebbe essere un mezzo: gli editori servono a favorire e a promuovere la pubblicazione di un libro. Si ha come l’impressione che oggi, svuotato il mondo di valori, e inondata l’immensa distesa del web di diffusori di letteratura permanente, l’editoria stia diventando il fine del libro, forse proprio per soddisfare, inconsciamente, la pletorica platea di consumatori che ha prodotto. Alla proliferazione degli utenti segue l’unificazione dei fini. Tutto deve nascere e morire dentro l’editoria, come un novello Saturno che fagocita i propri figli. 1.2. Davvero la vita degli autori si riduce a così poco, al noviziato intellettuale prima di approdare al sacerdozio della pubblicazione? Ravasio stesso lo confessa: “scrivendo e non pubblicando, il solito morto di fame finiva a scrivere di quanto fosse difficile scrivere, cadeva in una spirale metaletteraria”. L’ipotesi del ricatto involontario da parte del mondo editoriale accenna una prima spiegazione. Varcare un mondo così autoreferenziale è talmente difficile che alla fine la pubblicazione si trasforma in una sorta di sindrome di Stoccolma.  2. La modesta proposta che si vorrebbe avanzare da queste righe, per quanto paradossale, è la logica dell’impiegato. Nella maggior parte dei casi, e per parecchio tempo, gli scrittori si sono gettati tra le braccia dell’impiego. Per ragioni economiche, certo, ma anche e soprattutto per ragioni mimetiche: omologarsi socialmente per elevarsi letterariamente; rendere invisibile, e quindi inattaccabile, il proprio furore letterario; coltivarlo in solitudine, al riparo da occhi indiscreti e inutili, per dargli il tempo di fiorire meglio.  Oggi al mestiere di scrivere segue anche, per ragioni promozionali, una serie di compiti che ostacolano e ritardano e imbolsiscono la scrittura, la narrazione dei quali è diventata una sorta di sottogenere letterario. Questo sottogenere non è la cosiddetta autofiction. Quando Philip Roth e Houellebecq si servono di questo genere, mettono al centro dell’agone il proprio corpo personale: è lo scrittore fatto e compiuto, come persona e insieme personaggio, a emergere nei loro romanzi, e il fatto di essere presenti nel romanzo mette seriamente in discussione le tematiche di cui si parla. In Sottomissione o La carta e il territorio è Houellebecq stesso a subire le circostanze di cui parla, il rovesciamento della politica nel primo, e l’abbruttimento del mondo artistico contemporaneo nel secondo; così nei libri di Zuckermann di Roth, o in Operazione Shylock. Nei romanzi di Ferrari e Ravasio c’è invece qualcosa di diverso, di intermittente, che non è né fiction né autofiction. L’autore non si presenta interamente, ma non rimane nemmeno nascosto: fa capolino tra le pagine, incerto se varcare la soglia o meno. La posa da autocommiserato è un’abile copertura che gli permette di rimanere in gioco senza scendere in campo. 2.1. Del cosiddetto paradigma dell’impiegato si potrebbero scomodare nomi illustri: Kafka che liquida pratiche sulla sicurezza del lavoro al terzo piano di un oscuro edificio assicurativo; Montale e Buzzati che ticchettano sulla macchina da scrivere facendo le fortune del Corriere della Sera, a pochi uffici di distanza; Mario Luzi che scrive recensioni cinematografiche per giornali di provincia; Wallace Stevens che lavora in banca; Bolañoche si presta ai più umili mestieri. L’impiegato, ad ogni modo, lavora per scrivere: vive per scrivere.  La lista potrebbe allungarsi. Come si vede, include tutti i generi: poeti, critici, romanzieri. Certo, se il giornalismo non è ancora morto, la sua fine è vicina, sussurrano alcuni. Ma il lavoro non passerà mai di moda, e pretendere di sopravvivere di soli romanzi senza voler scendere a compromessi, senza mimetismo, conduce dritti al precariato intellettuale. Se le idee non hanno un tetto stabile sotto il quale crescere, è molto facile che si vendano al peggior offerente. 3. Prendiamo ora i pesi massimi della letteratura, per fare un po’ di controstoria. Di Balzac sappiamo che la famiglia, prima di avviarlo verso la carriera da notaio, gli diede due anni di tempo per dimostrare il suo talento, se ne aveva. Lo spedì in una mansarda con un piccolo sussidio. E il figliol prodigo tornò a casa con una tragedia in versi: l’Oliver Cromwell. Iniziò a leggere davanti alla famiglia riunita in consiglio, ma lo giudicarono un fallimento senza appello.  Ma il Titano della futura Commedia umana, dei centoventi libri progettati e dei novantacinque portati a termine, dei dodici volumi in sottilissima carta d’india della Pléiade, dell’universo squadernato nel microcosmo “studi filosofici – studi analitici – scene della vita di provincia – scene della vita parigina”, quel Titano che, come racconta Zweig nella sua biografia, scriveva indefessamente dalle otto alle venti nutrendosi solo di caffè e macerazione, non si lasciò scoraggiare dai demoni della mediocrità e pubblicò, sotto pseudonimo per non infangare il sacro nome della famiglia, un altro romanzo: L’Anonimo. Fu l’inizio di una leggenda. In nessun caso la letteratura si mette a sberciare su sé stessa. Pettegola nelle idee, non si cura dei fatti che la smerciano. In nessun caso – e, come abbiamo visto, gli elementi romanzeschi non mancavano – Balzac avrebbe fatto della propria difficoltà di pubblicazione un romanzo vero e proprio. Le illusioni perdute e La pelle di zigrino raccontano di quanto può essere spietata la società verso chi è posseduto dalla vocazione della scrittura; ma non si limitano a denunciare una piccola porzione di realtà. 3.1. Quanto a Dostoevskij, è utile osservare il nano elevarsi a gigante. Nel 1845 Dostoevskij ha venticinque anni e altrettante sfumature di povertà ricamate addosso. Forse anche lui è in una mansarda; anche lui, come Balzac, si fida soltanto del suo talento. Non ha altra scelta: ha appena finito di scrivere Povera gente, il suo primo romanzo. A quel punto, uno scrittore ha due soluzioni: o farlo leggere a un amico o suicidarsi. Lo consegna quindi all’amico Dmitrij Grigorovič, il quale lo porta al poeta Nikolaj Nekrasov. Poi i due iniziano a leggere. Non è passata neanche un’ora, che una levitazione prende a sollevarli in aria, sempre più in alto, pagina dopo pagina. Alle quattro di mattina escono per strada e irrompono in casa di Dostoevskij. Iniziano ad abbracciarlo, le lacrime sgorgano naturalmente: è nato un genio. Ora, Povera gente non è un sillabario di tribolazioni, anche se aveva tutti i titoli per farlo, visto che dal 1876 al 1881 Dostoevskij diresse, scrisse e smerciò da solo, con l’unico ausilio della moglie, una rivista che conteneva articoli, racconti e resoconti giudiziari, tutti firmati da Dostoevskij, che oggi possiamo leggere nell’edizione Bompiani del Diario di uno scrittore. Nessuno più di Dostoevskij, quindi, assillato dai creditori, dalla ludopatia e dalle ristrettezze, poteva permettersi di parlare della povertà o fare della propria miseria un romanzo a puntate. Eppure nessuno meglio di lui ha levigato il grezzo materiale dell’indigenza per trascenderlo in romanzi immortali che non rievocano solo il tentativo di elevarsi attraverso la scrittura ma ne presentano il frutto compiuto.  4. Un altro che non viveva di scrittura: Gottfried Benn. Professione: anatomopatologo. Segni particolari: uno degli imperdonabili di cui parla Cristina Campo – all’avvento di Hitler si rifiutò di abbandonare l’Accademia degli Scrittori. Alla lettera accorata di Klaus Mann, che lo invitava a spatriare, rispose: “Sono tedesco, dove dovrei andare?”. Nella sua autobiografia pubblicata qualche anno fa, Doppia vita, racconta che quando prestava servizio medico presso l’esercito e i suoi libri di poesia comparivano in qualche supplemento letterario, il colonnello, stranito, abbassava il giornale e gli chiedeva: “siete forse voi che vi occupate di queste sciocchezze?”. La rispettabilità sociale veniva prima della celebrità letteraria. Oggi è il contrario. L’esempio di Benn ci interessa perché, parlando degli esempi di letteratura assoluta, cita Paludi di Gide, scritto nel 1894, ad appena venticinque anni. Cosa succede in questo libro tanto straordinario da essere citato dal severissimo Benn nella sua rosa personale del gusto? Molto semplicemente, Gide fa metaletteratura, arrivando alla prosa assoluta teorizzata da Benn. Racconta del proprio lavoro di scrittura, della fatica di scrivere Paludi, e di quanto sia complicato, e vano, separare un libro dal mondo. Cerca di raccontare la storia di un uomo che osserva le pianure e gli stagni; ma gli amici a cui vuole raccontarlo si annoiano. Allora si rende conto che lui stesso assomiglia alla storia che vorrebbe raccontare, e che il mondo, invece, non somiglia a nient’altro. I libri di Ravasio e Ferrari, invece, raccontano molto di tutto ciò che implica il fatto di pubblicare un libro e di condividere la stessa aria di chi lo pubblica. Ma alla fine si ha la sensazione che le pareti del mondo siano molto più larghe delle pagine di un libro, e che il lettore stia scomodo e stretto in quell’ambientazione. In meno di ottanta pagine, Gide ci consegna invece un affresco di immacolata modernità e senza introdurre le proprie fisime in maniera compiaciuta, senza troppa commiserazione mostra al lettore quanto sia sottile il confine tra il libro e il mondo, e come la scrittura sia uno dei pochi strumenti a nostra disposizione per assottigliare questo confine fino a renderlo invisibile. A partire da un elemento apparentemente insignificante – la scrittura di un libro – fa precipitare tutta l’architettura del mondo nella pagina.  Leggendo i libri di Ravasio e di Ferrari sapremo molto sullo stato dell’editoria e sullo status dello scrittore, ma pochissimo sul mondo. Leggendo quello di Gide non sapremo praticamente nulla di Paludi, ma quasi tutto l’essenziale sul mondo.  Andrea Muratore In copertina: Edvard Munch, “Elskende par i bolger”, 1896 L'articolo Letteratura italiana contemporanea (o dello spirito di autocommiserazione) proviene da Pangea.
June 5, 2026 / Pangea
“La notte più bella della mia vita”. Le relazioni pericolose di André Gide
“Bene! Ora ci facciamo un pompino”. È la proposta audace di Ferdinand Pouzac, un ragazzino quindicenne, rivolta ad André Gide, che nell’estate del 1907 scrisse di questa avventura erotica – durata lo spazio di mezza giornata – un brevissimo racconto autobiografico, meno di dieci pagine, intitolato Le Ramier. Racconto poco conosciuto, scritto di getto, scovato tra le carte inedite dalla figlia Catherine (1923-2013) agli inizi degli anni Duemila. Gide, che sposò l’amata cugina Madeleine Rondeaux nel 1895, senza aver mai consumato il matrimonio, ebbe una figlia con Elisabeth van Rysselberghe. Una figlia tenuta segreta  e riconosciuta solo nel 1938 dopo la morte della moglie Madeleine. Pubblicato dall’editore Gallimard nel 2002, il racconto uscì in Italia nel 2003 con il titolo Il Colombo selvatico nella preziosa collana ‘Le Vele’ dell’editrice Archinto, con una prefazione dello scrittore e critico letterario Jean-Claude Perrier e una postfazione dell’inglese David H. Walker, docente di letteratura francese all’Università di Sheffield. Scrive Catherine Gide nella Premessa dell’edizione italiana:  > “Trovo questo testo pieno di gioia di vivere. Vi manca assolutamente ogni > genere di perversità”. Pure per Perrier non ci sono perversità e volgarità: Le Ramier  è un racconto fresco, poetico e autentico. Il critico difende Gide pure dagli attacchi di “dozzine di tartufi e benpensanti di ogni genere, che prendevano a pretesto i suoi costumi e le sue confessioni per mettere all’indice l’opera e il suo autore al pubblico ludibrio”. Il titolo, così curioso, richiama una caratteristica del giovanissimo Ferdinand, soprannominato ‘Ramier’ – così scrive Gide – perchè “l’atto dell’amore lo faceva tubare così dolcemente nella notte”. E così Gide confida all’amico Eugène Rouart (1872-1936), ingegnere agronomo, scrittore e politico, di cui era ospite quel 28 luglio 1907 nella sua tenuta  agricola dalle parti di Toulouse, nel Sud Ovest della Francia.  Rouart e Gide, amici di lunga data, condivisero alcuni amanti, tra cui Mohammed – citato in Se il grano non muore – e appunto il giovanissimo Ferdinand Pouzac. Nel racconto Le Ramier l’amico Rouart è una sorta di ruffiano che vuole rendere lieto  il soggiorno di Gide: > “Gli ultimi giorni Rouart aveva fatto del suo meglio per procurarmi degli > incontri; una sera aveva fatto venire l’Albicocca, un mattino m’aveva condotto > il grande Jacques. Non dipendeva da lui se questi piaceri troppo organizzati e > al contempo troppo frettolosi mi avrebbero lasciato tutt’altro che sazio”. Le avventure erotiche di Gide e il suo orientamento sessuale sono noti. Gide scrive in difesa dell’omosessualità – della pederastia e della pedofilia, secondo i valori e i costumi dell’antica Grecia – il saggio Corydon, quattro dialoghi socratici, pubblicato per pochi intimi nel 1911 e dato alle stampe per il pubblico in edizione definitiva nel 1924.  Sempre nel 1924 Gide descrive i suoi primi turbamenti, desideri, conflitti morali e religiosi e la sua predilezione verso gli adolescenti nel romanzo autobiografico Se il grano non muore, con alcune pagine dedicate al suo secondo incontro con Oscar Wilde e il suo amante Lord Alfred Douglas in alcuni bordelli di Algeri.  Gli amori di Gide, che ebbe anche fugaci incontri con alcune prostitute – falliti tentativi di una “normalizzazione” così lui scrive-, sono teneri  e gentili, rispetto al modo “violento” degli altri di praticare l’amore per ottenere voluttà: > “Quanto a me, che capisco il piacere solo faccia a faccia, reciproco e senza > violenza, e che spesso, come Whitman, sono soddisfatto dal più furtivo > contatto”.  Gide declinò sia le proposte di Rouart, sia l’invito della fellatio di Ferdinand. Il 28 luglio del 1907 Gide e altri ospiti festeggiano, con un pranzo a base di trippa, pollo rachitico, vino eccellente, musica e fuochi d’artificio l’elezione di Rouart. Tra i commensali ci sono alcuni giovani ciclisti che avevano avuto il compito di staffette per prendere informazioni sull’andamento delle votazioni nei comuni vicini. Il caso – scrive Gide – lo aveva messo accanto a Ferdinand, uno dei ciclisti.  > “Quando, con la musica, partirono dei razzi, potei […]chinarmi verso di lui e > appoggiarmi, posandogli una mano sul ginocchio. Probabilmente avvertì che io > ci mettevo una certa intenzione, poichè credo che mi sorridesse”.  Così inizia, durante il pranzo, con un approcio eroticamente malizioso, la relazione di Gide, uomo quasi quarantenne con il giovanissimo Ferdinand che si protrae nel pomeriggio, dapprima in compagnia di altri giovani, tra balli e bevute, e poi da soli tra i covoni della campagna. Scrive Gide:  > “Dal momento che mi trovai solo con lui, sulla strada, ogni pensiero fuggì > dalla mia testa e non sentii altro che poesia. […] Lui si teneva stretto a me, > lasciando che la mia mano si posasse sulla spalla o sui fianchi.  […] ‘Che > bello, che bello’, ripeteva, e lo sentivo, corpo e anima, assai più fremente > di me, mentre in me, una grande tenerezza subentrava all’aspra febbre del > giorno.[…]Come ubriaco si lasciò cadere su di me, che in piedi lo stringevo > tra le braccia. Appoggiò teneramente la fronte alla mia guancia; la baciai”. La serata si conclude nella camera di Gide:  > “‘E così! Ci si spoglia tutti e due!’ esclama con un tono allegro da monello > che contrasta stranamente con il suo aspetto di fanciulla, quando comincio a > svestirlo.[…] senza alcun imbarazzo e senza eccessiva spudoratezza si > abbandonava all’amore con una tenerezza e una grazia che non avevo ancora mai > conosciute.[…] Un istante dopo, fraintendendo tutto divertito disse ‘Bene! Ora > ci facciamo un pompino’. Ma dal suo tono insicuro, mi persuasi che diceva così > per fare lo spaccone, non per vizio, ma per vergogna della sua innocenza. […] > Lo fermai al primo tentativo, poco vizioso io stesso, provando ripugnanza a > guastare con qualche eccesso volgare il ricordo che avrebbe lasciato in > entrambi una notte come questa, senza dubbio la più bella della mia vita”.  Anche Rouart fu preso dalla bellezza e dai modi di Ferdinand e ne scrisse il 31 luglio del 1907 in una lettera indirizzata Gide: > “Ho in mente di addomesticare questo colombo selvatico, il cui impressionante > tubare ti ha commosso l’altro giorno”. Che fine fece Ferdinand Pouzac, il colombo?  Dalla corrispondenza tra Gide, Rouart e l’amico drammaturgo Henri Ghéon veniamo a sapere che il giovane, dopo una lunga malattia, morirà di tubercolosi il 9 aprile 1910. Non muore, però, nell’anima di Gide che in alcuni suoi scritti evoca la notte con il Colombo selvatico, simile all’amore che aveva provato con un altro giovanissimo, l’arabo Mohammed.       Per un giovane lettore o un lettore inesperto, leggere oggigiorno Gide, autore a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, è impresa meritoria. Il Nobel per la letteratura del 1947 è uno scrittore raffinato e colto per un pubblico oramai abituato a ‘storie leggere’ da consumare in fretta.  Nelle poche pagine di Le Ramier ci sono Corydon, Se il grano non muore, L’Immoralista, I nutrimenti terrestri. La vicenda di Ferdinand Pouzac vede coinvolti alcuni dei protagonisti della “Nouvelle Revue Française” (NRF). Rouart, futuro senatore dell’Haute Garonne, desidera scrivere un romanzo dedicato al Colombo selvatico, così confida in una lettera a Gide, tanto da farlo inquietare. Concludendo: il libricino – 56 pagine – edito da Archinto nel 2023 andrebbe ristampato, è quasi introvabile. Francesco Bova L'articolo “La notte più bella della mia vita”. Le relazioni pericolose di André Gide proviene da Pangea.
May 19, 2026 / Pangea
“La dedica di un libro è un gesto magico”. Dediche ed epigrafi nelle opere di André Gide
Il lettore spesso sorvola sulle prime pagine di un libro, quelle dove l’autore scrive, all’inizio di un’opera, una epigrafe o il nome di una persona a cui è dedicato il testo. Eppure è possibile, con un breve lavoro di ricerca, cercare la ragione di questa scelta. Una epigrafe – e l’esergo – non è una vanità accademica dell’autore e una dedica non è solo un vezzo affettivo di riconoscenza verso una persona – reale o immaginaria – che, a volte, assume anche il ruolo di una musa. Quelle poche righe e quei nomi possono svelare molto sulla biografia dell’autore, sulle sue letture, sui suoi desideri e sui suoi conflitti,  sulle sue amicizie, sui suoi amori o sui suoi nemici. E possono essere per il lettore una chiave di comprensione del testo, sia esso un saggio, un dramma o un romanzo. O una sola poesia.  * L’epigrafe La parola epigrafe deriva dal greco antico e significa scritto sopra. Ciò richiama pure la parola epitaffio, ciò che sta sopra al sepolcro: un’iscrizione funebre che ha lo scopo di onorare e ricordare un defunto. E sulle tombe di artisti e scrittori famosi sono celebri gli epitaffi. Come quello inciso sulla lapide di Jorge Luis Borges And ne forhtedon na (Non temevano nulla) nel Cimitero dei Re a Ginevra. Nel cimitero Acattolico di Roma c’è la lapide di John Keats con incisa la frase Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua. Sulla lapide di Charles Bukowski c’e inciso Don’t try (Non provarci).  I libri, però, non sono lapidi (pietre) poste sopra una tomba, seppure a volte siano sepolti negli archivi e nei depositi polverosi (cimiteri di documenti) di qualche biblioteca. E le epigrafi poste in capo (scritto sopra) a un’opera letteraria non sono da leggere come epitaffi (iscrizioni sepolcrali) o discorsi funebri, come facevano gli antichi Greci, per celebrare un eroe. Sono altro, sono parole vive che chiedono di essere lette e interpretate perchè non sono state messe lì a caso. Esse sono scrigni da aprire, non urne cinerarie. All’interno non ci sono ceneri, ma tesori e saperi. E qualche fatica il lettore attento e curioso la deve fare per adornarsi di questi tesori. L’epigrafe, pertanto, ha un tono solenne e “lapidario”, come se fosse una vera e propria  incisione che dona valore all’opera che segue. Non è raro che le epigrafi siano tratte da opere classiche, anche molto antiche, da testi sacri come la Bibbia, il Corano, la Torah, i Veda, da opere filosofiche o dai versi di grandi poeti. Come vedremo nelle epigrafi di Gide, a volte le citazioni di alcuni versetti non sono fedeli al testo originario ma vere e proprie interpretazioni. * L’esergo L’esergo (dal latino exèrgum, a sua volta dal greco ex, fuori, ed èrgon, opera) è un termine utilizzato nella numismatica per definire lo spazio che in una moneta si trova sotto (fuori) il disegno principale dove inserire per esempio la data di emissione, la zecca, una firma. Termine che si usa anche nell’editoria per indicare una citazione tratta da un’altra opera, con la funzione di anticipare e di suggerire un percorso durante la lettura del testo. L’esergo ha un effetto evocativo, ed è una vera e propria suggestione quando l’autore sceglie con cura una determinata frase per introdurre o l’intera opera o alcuni capitoli della stessa. * La dedica Il verbo latino dēdĭcāre ha diverse sfumature e sinonimi (destinare, assegnare, offrire, rivolgere, consacrare) ed è più complesso, sul piano valoriale, di quello che si creda. È composto da due elementi: il prefisso dē e il verbo dīcāre che significa “dire” o “proclamare in modo solenne”. Nell’antichità la dedica aveva senso rituale durante la consacrazione di templi, statue, altari o altri articoli sacri. Il verbo esprime dunque un carattere di solennità. E pure di ufficialità, come lo sono le celebrazioni – religiose, pagane, laiche – di  alcuni giorni del calendario.  Dedicare una scuola, un’università o una biblioteca  a uno scrittore (Manzoni), una pedagogista (Montessori) o a uno scienziato (Fermi) è un riconoscimento importante del valore del destinatario della dedica. É una consacrazione (consecratio) che si attua attraverso un’offerta che rappresenta un gesto di gratitudine verso qualcuno o qualcosa. Grandezza dell’opera e grandezza del dedicatario si riflettono in un gioco di specchi. O almeno così spera l’autore dell’opera.  Oltre alla vanità, dedicare un romanzo a un critico letteraio, a un artista di successo, adularlo, può essere un espediente per ottenere un buon viatico.  In un romanzo la dedica può essere destinata a una persona realmente esistita o a un personaggio immaginario. Citare il nome e, a volte, il cognome di  una persona  può assumere la funzione di omaggio, dono o ringraziamento.  J. L. Borges, per l’appunto, la definì: “un dono, un regalo […] la dedica di un libro è un gesto magico” ( La cifra, Mondadori, 1982). A o Per… può significare che l’autore dedica il suo lavoro a una persona importante, piuttosto che a una figura  della mitologia greca. E non solo, per la ragione che molti autori hanno dedicato le loro opere ad amici cari, fidanzate, genitori, scrittori, scienziati. Sempre J. L. Borges definì la moglie Maria Kodama la “Dedica”. A un Borges  ormai cieco, lei gli faceva da occhi e da mani, leggendo e scrivendo per lui.  Oppure la dedica può essere offerta al “lettore“, come fece Walt Whitman con Foglie d’erba:  > “Tu, lettore, che palpiti di vita, orgoglio, amore, al pari di me, per te > adunque i canti che seguono”. Elsa Morante dedicò il romanzo La Storia “all’analfabeta a cui scrivo”: all’epoca ciò suscitò polemiche. L’analfabeta era il lettore popolare e marginale, rispetto al lettore colto e intellettuale.   Alcune dediche, a volte, possono essere maliziose, ironiche e non gradite quando il destinatario della dedica è un nemicoo comunque una persona con la quale l’autore si  è trovato in conflitto per ragioni artistiche, morali o ideologiche. La dedica come offesa esiste: come lo testimonia l’astio tra i poeti Carducci e Rapisardi.  Oscar Wilde si offese per una dedica non gradita. Accadde quando il suo ex amante, Lord Alfred Douglass, gli dedicò il libro Poems: “Come potevi sognare di dedicarmi un volume di poesie senza chiedermene ill permesso” (O. Wilde, De profundis – 1905).  Ci sono pure casi di “autodedica”, come fece Ugo Foscolo con il Sesto tomo dell’io, abbozzo di un romanzo autobiografico  (1801): > “Rispetto alla dedica del libro, io la offro a me stesso. Ed è questo, dacchè > mi son posto a cucire la mia odissea, l’unico pensiero veramente commodo, e > pronto. Non mi costa un minuto di sì, di no, di ma; e mi risparmia la fatica e > il rossore di scrivere una dedicatoria. Ond’io posso dal mio canto risparmiare > e al mecenate e al lettore due pagine per lo meno di noia. Le cose tra me e me > si passano in confidenza”.  Eh sì, alcune dediche e alcune epigrafi possono essere banali e noiose e per nulla autentiche sul piano del “dono” e della “consacrazione”.  * Le dediche di Andrè Gide Gide, lo scrittore francese Premio Nobel per la Letteratura nel 1947, utilizzò la dedica e l’epigrafe in molte sue opere. Chi erano, nella vita di Gide, le persone a cui ha dedicato le sue pagine? Erano amici, amanti, mentori, muse o nemici? Per quale ragione dedicare a loro un’opera? Per vanità? Per riconoscenza? Per adulazione? Per dileggio? Per ottenere qualcosa in cambio?  Alcuni dedicatari li troviamo nelle pagine autobiografiche di Se il grano non muore, del 1924. Ci sono Paul-Albert Laurens, Emmanuèle, Jaloux, Ghéon, Drouin, Roger Martin du Gara. Diverse persone destinatarie delle dediche di Gide sono state determinanti per la nascita della “Nouvelle Revue Française” (NRF) la prestigiosa rivista letteraria pubblicata per la prima volta nel 1909. Rivista che poi divenne un’eccellenza dell’editore Gallimard. Tra questi cito: Henri Ghéon, Jean Schlumberger, Andrè Ruyters, Marcel Drouin, Fédor Rosenberg. * Le dediche più importanti L’immoralista  è dedicato a Henry Gheon, il suo fedele compagno (1875–1944), scrittore, poeta, critico letterario e drammaturgo francese con cui ebbe un rapporto anche molto conflittuale. Fu uno dei fondatori della Nouvelle Revue Française.  I falsari a Roger Martin du Gara dedico il mio primo romanzo in testimonianza di profonda amicizia. Scrittore e poeta francese, (1881-1958), vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1937, la sua opera principale, fu la Saga dei Thibault. Ebbe un’intensa corrispondenza con André Gide che gli fece leggere in anteprima le pagine di Se il grano non muore. Sinfonia pastorale a Jean Schlumberger. Scrittore, poeta, e giornalista francese (1877–1968). Fu uno dei fondatori, insieme ad André Gide e Gaston Gallimard, della Nouvelle Revue Française. Fra  i suoi lavori più noti sono L’inquiète paternité (1911), La mort de Sparte (1921) e Saint-Saturnin (1931). Come critico letterario, fu autore di un saggio sulla figura di André Gide Madeleine et André Gide (1956).  Isabelle a Andrè Ruyters (1876–1952). Scrittore e poeta belga. Fu amico stretto di André Gide, con cui collaborò alla fondazione della Nouvelle Revue Française. Suo il controverso romanzo La correspondance du mauvais-riche, che suscitò polemiche e venne accusato di blasfemia per il tema epistolare preso dai Vangeli: la parabola del povero e del ricco nelle Scritture di Luca 16,19-31.   Il trattato del Narciso a Paul Valéry (1871-1945). Scrittore, poeta e filosofo francese. Scrisse il celebre Cimitero marino.Fu membro dell’Académie Française  e docente al Collège de France.  Il tentativo d’amore a Francis Jammes (1868 -1938) poeta francese. Le sue opere  tradotte in italiano sono: Quattordici preghiere. La chiesa vestita di foglie (Raffaelli Editore, 2017), Clairières dans le ciel (Con CD Audio, Rueballu, 2009, traduzione Maria Luisa Spaziani). Tra i due ci furono anche forti contrasti su temi religiosi, morali ed estetici, ripresi poi nel 1932 da Jammes nel romanzo autobiografico L’Antigyde ou Élie de Nacre .  Filottete e Paludi a Marcel Drouin (1871- 1943), noto anche con il pseudonimo Michel Arnauld, professore di filosofia e scrittore francese, cofondatore della Nouvelle Revue Française, fu amico e anche cognato di André Gide.  Betsabea a M.me Lucie Delarue Marous (1874-1945) scrittrice, poetessa, giornalista, scultrice e storica francese. Fu sposata con il traduttore J.-C. Mardrus, ma il suo orientamento sessuale era rivolto alle donne. Scrisse molto sull’amore lesbico.  Il ritorno del figliuol prodigo a Arthur Fontaine (1860– 1931) ingegnere e mecenate francese. Autore di  un romanzo poliziesco nel 1917, I crimini dello strangolatore. Molto apprezzati furono gli incontri artistici organizzati da Fontaine. Paul Valéry pronunciò l’elogio funebre di Fontaine nel 1931.  La scuola delle mogli a Edmond Jaloux in ricordo amichevole delle nostre conversazioni del 1896. Scrittore, poeta, saggista e critico francese (1878–1949), fu accademico della Académie française dal 1936. Pubblicò Une âme d’automne (1896), L’Agonie de l’amour (1899), e Le Reste est silence (1910), quest’ultimo vincitore del Prix Femina.  Libro secondo “Roberto” in La scuola delle mogli è dedicato a Ernst Robert Curtius (1886-1956), critico letterario e saggista tedesco, ebbe rapporti significativi con Gide. (vedi l’articolo «Rapports intellectuels entre la France et l’Allemagne» pubblicato sulla NRF nel 1921).  La porta stretta a M.A.C. (Madeleine Augustine Chambon Rondeaux). Gide dedicò uno dei suoi romanzi più famosi, La porta stretta (1909) considerato gemello – antitetico e complementare – del romanzo L’immoralista (1902) alla cugina – “una fanciulla tutta purezza” – che sposerà nell’ottobre 1895 (senza aver mai consumato il matrimonio) per tradirla con le sue relazioni omosessuali. La figura di M.A.C., che morì in solitudine nel 1938, ha dato vita a diversi personaggi femminili degli scritti di Gide: è stata Emmanuele, Madeleine, Alissa, Marceline, Evelina, Isabelle, Gertrude. Al rapporto con la moglie Gide dedicò, sotto forma di diario,  Et nunc manet in te (1947). El Hadj a Fédor Rosenberg (1867-1934). Russo di origine estone, fu professore di letteratura persiana all’università di San Pietroburgo. Rosenberg è noto per aver tradotto in francese il Libro di Zoroastro pubblicato dalla “Nouvelle Revue Française”. Esiste un ampio carteggio tra lui e Gide,   raccolto in un volume curato da Pierre Masson, presidente dell’Association des amis d’André Gide I nutrimenti terresti a Paul-Albert Laurens, en souvenir de notre voyage en Afrique. Pittore francese (1870–1934), membro dell’Accademia francese di Belle Arti. Ex compagno di scuola, fu un grande amico di Gide per più di quarant’anni e insieme fecero un viaggio in Africa tra il 1893 e il 1894, dove Gide ebbe le sue prime esperienze carnali, dapprima con Ali, un giovane portatore, poi con Mériem, una prostituta della tribù degli Ulad Nail.  Prometeo male incatenato a Paul-Albert Laurens. Caro amico, ti dedico questo libro, poichè ti piacque farne l’elogio. Possano i pochi che ti rassomigliano trovare, in questo fascio di loglio, come tu facesti, del buon frumento.  Teseo a Anne Heurgon, Jacques Heurgon, Jean Amrouche. Anne Heurgon (1899-1977) è stata una critica letteraria dell’opera di Gide. Jacques Heurgon (1903–1995) è stato un archeologo, filologo, etruscologo e latinista francese. Ebbe rapporti di amicizia e professionali con Gide, che ospitò nella sua casa in Marocco durante la Seconda Guerra Mondiale. Jean Amrouche (1906–1962) è stato uno scrittore, poeta e critico letterario algerino di origine berbera con cittadinanza francese. Ebbe con  Gide, un intenso rapporto epistolare (vedi André Gide & Jean Amrouche. Correspondance 1928-1950) e insieme collaborarono pubblicando testi sulla rivista “L’Arche”, fondata ad Algeri nel 1943. Paludi a Eugene Rouart. Dic cur hic – dimmi(l’altra scuola). Per il  mio amico Eugene Rouart ho scritto questa satira…di che  Eugène Louis Rouart (1872-1936), ingegnere agronomo e  politico francese fu un grande amico e confidente di Gide. Lui e la moglie Yvonne Lerolle ispirarono i personaggi  di  Évelyne e Robert D. nella trilogia de La scuola delle mogli. Rouart nel 1898  pubblicò il romanzo Villa sans maitre che ispirò il personaggio di Ménalque per L’immoralista e I nutrimenti terrestri di Gide.  Rouart e Gide condivisero alcuni amanti, tra cui Mohammed – citato in Se il grano non muore – e il giovanissimo Ferdinand Pouzac, soprannominato “Ramier”  perchè “l’atto dell’amore lo faceva tubare così dolcemente nella notte”. Vedi: A. Gide, Il colombo selvatico, Archinto, 2003. Viaggio al Congo è dedicato Alla memoria di Joseph Conrad, l’autore di Lord Jim e di Cuore di tenebra. Sotto c’è pure questa frase, attribuibile a Keats: Better be imprudent moveables than prudent fixure (Meglio essere mobili imprudenti che fissi prudenti). Nell’autunno del 1925 Gide lascia Parigi per raggiungere l’Africa, accompagnato dal giovane regista Marc Allégret (1900-1973), da quell’esperienza nacquero il saggio Voyage au Congo di Gide e l’omonimo documentario di Allegret.   * Le epigrafi L’educazione religiosa di Gide fu influenzata dalla famiglia, in particolare dalla madre (Juliette Rondeaux), di fede protestante. Il padre era calvinista. Frequentò la Scuola Alsaziana di forte orientamento protestante. “C’era il partito dei cattolici e quello dei protestanti. Alla mia entrata alla Scuola Alsaziana avevo appreso di essere protestante” scrive in Se il grano non muore. Con la cugina Madeleine Augustine Chambon Rondeaux (sua futura moglie) approfondì gli studi biblici. Fu tentato da una conversione al cattolicesimo: “Non sapevo con certezza a quale altare si accostava il mio cuore alla ricerca di Dio”  (da Se il grano non muore). Fu pure attratto dal sufismo. Ciò giustifica alcune epigrafi che richiamano la Bibbia, I Vangeli, il  Corano. “Sforzatevi di entrare per la porta stretta. Luca, XIII,24. Il versetto Tratto dal Vangelo secondo Luca è l’epigrafe del romanzo La porta stretta.   Un’altra epigrafe per il romanzo autobiografico Se il grano non muore è il versetto dell’apostolo ed evangelista Giovanni: “Dopo essere stato gettato sulla terra esso resta solo. Ma se muore reca molti frutti. Giovanni 12, 24”. In El Hadj o Il trattato del falso profeta due sono le citazioni religiose, la prima tratta dal Corano V, 71: “O apostolo, comunica ciò che è stato fatto scendere a te, da parte del tuo Signore, poichè se non lo farai, non avrai comunicato il suo messaggio”.  La seconda tratta dal Vangelo secondo Matteo XI, 7-9: “Cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? Ma cosa siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti?   Ma cosa siete andati a vedere? Un profeta?, Sì, vi dico, e più che un profeta”.  Ne Il trattato del Narciso, dedicato a Paul Valéry, l’epigrafe è una frase di Virgilio Nuper me in litore vidi (Poco tempo fa mi vidi sulla spiaggia) di Virgilio che si trova nella Seconda Ecloga delle Bucoliche.  Nell’epigrafe de Il tentativo d’amore o Il trattato del vano desiderio, Gide cita una frase, contenuta nel dramma del 1635 La vita è sogno, del drammaturgo e religioso spagnolo Pedro Calderon de la Barca: “Il desiderio è come una fiamma che brilla, e ciò che ha toccato non è che cenere – polvere leggera che un po’ di vento disperde – pensiamo dunque soltanto alle cose eterne”. Nel libro primo de I sotterranei del Vaticano l’epigrafe è ripresa dalla cronaca filosofica pubblicata sulla rivista “Mercure de France” del dicembre 1912 di Georges Palante (1862-1925) filosofo e insegnante francese noto per il suo anarco-individualismo: “Per quello che mi riguarda, la mia scelta è fatta: ho optato per l’ateismo sociale, quell’ateismo che, da una quindicina d’anni a questa parte, ho espresso in una serie di opere…” Nel libro secondo de I sotterranei del Vaticano l’epigrafe è una citazione tratta nell’ottavo volume delle memorie del Cardinale di Retz Jean-François Paul de Gondi (1613-1679): “Poichè non bisogna mai togliere la possibilità del ritorno a nessuno” (Retz – VIII, p.93). Nel libro quinto de I sotterranei del Vaticano l’epigrafe è una citazione in inglese tratta dal romanzo Lord Jim dello scrittore polacco naturalizzato britannico Joseph Conrad (1857-1924): There is only one remedy! One thing alone can cure us from being ourselves!…  Non c’è che un solo rimedio! Una cosa sola può guarirci dall’essere noi stessi!  Yes; strictly speaking, the question is not how to get cured, but how to live.  Sì; a voler essere precisi, la questione non è come guarire, ma come vivere.  Ne I nutrimenti terrestri l’epigrafe – “Ecco i frutti  di cui ci siamo nutriti sulla terra” – è una interpretazione di Gide di un versetto del Corano, II, 23: > “E se avete qualche dubbio in merito a quello che abbiamo fatto scendere sul > Nostro Servo, portate allora una sura simile a questa e chiamate altri > testimoni all’infuori di Allah, se siete veritieri”. Nel Libro primo de I nutrimenti terrestri l’epigrafe “La mia torbida gioia a lungo assopita di desta” è un verso del poeta persiano Hâfez (1325-1389). Nel Libro sesto de I nutrimenti terrestri l’epigrafe “Zun Sehen geboren zum schuen bestellt” (Nati per vedere, destinati a guardare) è tratta dal Türmerlied (Canto del guardiano della torre) presente nella seconda parte del Faust di Goethe.  Nel Libro settimo de I nutrimenti terrestri l’epigrafe “Quid tum si fuscus Amyntas” (Che importa se Amyntas è scuro?)  è tratta dalla decima Ecloga di Virgilio. Nel Libro ottavo de I nutrimenti terrestri l’epigrafe “I nostri atti s’attaccano a noi come il bagliore al fosforo; sono il nostro splendore, è vero, ma soltanto per la nostra usura” è una frase che si trova nella scena indicata come “Notte” del Faust di  Goethe. Francesco Bova L'articolo “La dedica di un libro è un gesto magico”. Dediche ed epigrafi nelle opere di André Gide proviene da Pangea.
January 23, 2026 / Pangea