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“La dedica di un libro è un gesto magico”. Dediche ed epigrafi nelle opere di André Gide
Il lettore spesso sorvola sulle prime pagine di un libro, quelle dove l’autore scrive, all’inizio di un’opera, una epigrafe o il nome di una persona a cui è dedicato il testo. Eppure è possibile, con un breve lavoro di ricerca, cercare la ragione di questa scelta. Una epigrafe – e l’esergo – non è una vanità accademica dell’autore e una dedica non è solo un vezzo affettivo di riconoscenza verso una persona – reale o immaginaria – che, a volte, assume anche il ruolo di una musa. Quelle poche righe e quei nomi possono svelare molto sulla biografia dell’autore, sulle sue letture, sui suoi desideri e sui suoi conflitti,  sulle sue amicizie, sui suoi amori o sui suoi nemici. E possono essere per il lettore una chiave di comprensione del testo, sia esso un saggio, un dramma o un romanzo. O una sola poesia.  * L’epigrafe La parola epigrafe deriva dal greco antico e significa scritto sopra. Ciò richiama pure la parola epitaffio, ciò che sta sopra al sepolcro: un’iscrizione funebre che ha lo scopo di onorare e ricordare un defunto. E sulle tombe di artisti e scrittori famosi sono celebri gli epitaffi. Come quello inciso sulla lapide di Jorge Luis Borges And ne forhtedon na (Non temevano nulla) nel Cimitero dei Re a Ginevra. Nel cimitero Acattolico di Roma c’è la lapide di John Keats con incisa la frase Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua. Sulla lapide di Charles Bukowski c’e inciso Don’t try (Non provarci).  I libri, però, non sono lapidi (pietre) poste sopra una tomba, seppure a volte siano sepolti negli archivi e nei depositi polverosi (cimiteri di documenti) di qualche biblioteca. E le epigrafi poste in capo (scritto sopra) a un’opera letteraria non sono da leggere come epitaffi (iscrizioni sepolcrali) o discorsi funebri, come facevano gli antichi Greci, per celebrare un eroe. Sono altro, sono parole vive che chiedono di essere lette e interpretate perchè non sono state messe lì a caso. Esse sono scrigni da aprire, non urne cinerarie. All’interno non ci sono ceneri, ma tesori e saperi. E qualche fatica il lettore attento e curioso la deve fare per adornarsi di questi tesori. L’epigrafe, pertanto, ha un tono solenne e “lapidario”, come se fosse una vera e propria  incisione che dona valore all’opera che segue. Non è raro che le epigrafi siano tratte da opere classiche, anche molto antiche, da testi sacri come la Bibbia, il Corano, la Torah, i Veda, da opere filosofiche o dai versi di grandi poeti. Come vedremo nelle epigrafi di Gide, a volte le citazioni di alcuni versetti non sono fedeli al testo originario ma vere e proprie interpretazioni. * L’esergo L’esergo (dal latino exèrgum, a sua volta dal greco ex, fuori, ed èrgon, opera) è un termine utilizzato nella numismatica per definire lo spazio che in una moneta si trova sotto (fuori) il disegno principale dove inserire per esempio la data di emissione, la zecca, una firma. Termine che si usa anche nell’editoria per indicare una citazione tratta da un’altra opera, con la funzione di anticipare e di suggerire un percorso durante la lettura del testo. L’esergo ha un effetto evocativo, ed è una vera e propria suggestione quando l’autore sceglie con cura una determinata frase per introdurre o l’intera opera o alcuni capitoli della stessa. * La dedica Il verbo latino dēdĭcāre ha diverse sfumature e sinonimi (destinare, assegnare, offrire, rivolgere, consacrare) ed è più complesso, sul piano valoriale, di quello che si creda. È composto da due elementi: il prefisso dē e il verbo dīcāre che significa “dire” o “proclamare in modo solenne”. Nell’antichità la dedica aveva senso rituale durante la consacrazione di templi, statue, altari o altri articoli sacri. Il verbo esprime dunque un carattere di solennità. E pure di ufficialità, come lo sono le celebrazioni – religiose, pagane, laiche – di  alcuni giorni del calendario.  Dedicare una scuola, un’università o una biblioteca  a uno scrittore (Manzoni), una pedagogista (Montessori) o a uno scienziato (Fermi) è un riconoscimento importante del valore del destinatario della dedica. É una consacrazione (consecratio) che si attua attraverso un’offerta che rappresenta un gesto di gratitudine verso qualcuno o qualcosa. Grandezza dell’opera e grandezza del dedicatario si riflettono in un gioco di specchi. O almeno così spera l’autore dell’opera.  Oltre alla vanità, dedicare un romanzo a un critico letteraio, a un artista di successo, adularlo, può essere un espediente per ottenere un buon viatico.  In un romanzo la dedica può essere destinata a una persona realmente esistita o a un personaggio immaginario. Citare il nome e, a volte, il cognome di  una persona  può assumere la funzione di omaggio, dono o ringraziamento.  J. L. Borges, per l’appunto, la definì: “un dono, un regalo […] la dedica di un libro è un gesto magico” ( La cifra, Mondadori, 1982). A o Per… può significare che l’autore dedica il suo lavoro a una persona importante, piuttosto che a una figura  della mitologia greca. E non solo, per la ragione che molti autori hanno dedicato le loro opere ad amici cari, fidanzate, genitori, scrittori, scienziati. Sempre J. L. Borges definì la moglie Maria Kodama la “Dedica”. A un Borges  ormai cieco, lei gli faceva da occhi e da mani, leggendo e scrivendo per lui.  Oppure la dedica può essere offerta al “lettore“, come fece Walt Whitman con Foglie d’erba:  > “Tu, lettore, che palpiti di vita, orgoglio, amore, al pari di me, per te > adunque i canti che seguono”. Elsa Morante dedicò il romanzo La Storia “all’analfabeta a cui scrivo”: all’epoca ciò suscitò polemiche. L’analfabeta era il lettore popolare e marginale, rispetto al lettore colto e intellettuale.   Alcune dediche, a volte, possono essere maliziose, ironiche e non gradite quando il destinatario della dedica è un nemicoo comunque una persona con la quale l’autore si  è trovato in conflitto per ragioni artistiche, morali o ideologiche. La dedica come offesa esiste: come lo testimonia l’astio tra i poeti Carducci e Rapisardi.  Oscar Wilde si offese per una dedica non gradita. Accadde quando il suo ex amante, Lord Alfred Douglass, gli dedicò il libro Poems: “Come potevi sognare di dedicarmi un volume di poesie senza chiedermene ill permesso” (O. Wilde, De profundis – 1905).  Ci sono pure casi di “autodedica”, come fece Ugo Foscolo con il Sesto tomo dell’io, abbozzo di un romanzo autobiografico  (1801): > “Rispetto alla dedica del libro, io la offro a me stesso. Ed è questo, dacchè > mi son posto a cucire la mia odissea, l’unico pensiero veramente commodo, e > pronto. Non mi costa un minuto di sì, di no, di ma; e mi risparmia la fatica e > il rossore di scrivere una dedicatoria. Ond’io posso dal mio canto risparmiare > e al mecenate e al lettore due pagine per lo meno di noia. Le cose tra me e me > si passano in confidenza”.  Eh sì, alcune dediche e alcune epigrafi possono essere banali e noiose e per nulla autentiche sul piano del “dono” e della “consacrazione”.  * Le dediche di Andrè Gide Gide, lo scrittore francese Premio Nobel per la Letteratura nel 1947, utilizzò la dedica e l’epigrafe in molte sue opere. Chi erano, nella vita di Gide, le persone a cui ha dedicato le sue pagine? Erano amici, amanti, mentori, muse o nemici? Per quale ragione dedicare a loro un’opera? Per vanità? Per riconoscenza? Per adulazione? Per dileggio? Per ottenere qualcosa in cambio?  Alcuni dedicatari li troviamo nelle pagine autobiografiche di Se il grano non muore, del 1924. Ci sono Paul-Albert Laurens, Emmanuèle, Jaloux, Ghéon, Drouin, Roger Martin du Gara. Diverse persone destinatarie delle dediche di Gide sono state determinanti per la nascita della “Nouvelle Revue Française” (NRF) la prestigiosa rivista letteraria pubblicata per la prima volta nel 1909. Rivista che poi divenne un’eccellenza dell’editore Gallimard. Tra questi cito: Henri Ghéon, Jean Schlumberger, Andrè Ruyters, Marcel Drouin, Fédor Rosenberg. * Le dediche più importanti L’immoralista  è dedicato a Henry Gheon, il suo fedele compagno (1875–1944), scrittore, poeta, critico letterario e drammaturgo francese con cui ebbe un rapporto anche molto conflittuale. Fu uno dei fondatori della Nouvelle Revue Française.  I falsari a Roger Martin du Gara dedico il mio primo romanzo in testimonianza di profonda amicizia. Scrittore e poeta francese, (1881-1958), vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1937, la sua opera principale, fu la Saga dei Thibault. Ebbe un’intensa corrispondenza con André Gide che gli fece leggere in anteprima le pagine di Se il grano non muore. Sinfonia pastorale a Jean Schlumberger. Scrittore, poeta, e giornalista francese (1877–1968). Fu uno dei fondatori, insieme ad André Gide e Gaston Gallimard, della Nouvelle Revue Française. Fra  i suoi lavori più noti sono L’inquiète paternité (1911), La mort de Sparte (1921) e Saint-Saturnin (1931). Come critico letterario, fu autore di un saggio sulla figura di André Gide Madeleine et André Gide (1956).  Isabelle a Andrè Ruyters (1876–1952). Scrittore e poeta belga. Fu amico stretto di André Gide, con cui collaborò alla fondazione della Nouvelle Revue Française. Suo il controverso romanzo La correspondance du mauvais-riche, che suscitò polemiche e venne accusato di blasfemia per il tema epistolare preso dai Vangeli: la parabola del povero e del ricco nelle Scritture di Luca 16,19-31.   Il trattato del Narciso a Paul Valéry (1871-1945). Scrittore, poeta e filosofo francese. Scrisse il celebre Cimitero marino.Fu membro dell’Académie Française  e docente al Collège de France.  Il tentativo d’amore a Francis Jammes (1868 -1938) poeta francese. Le sue opere  tradotte in italiano sono: Quattordici preghiere. La chiesa vestita di foglie (Raffaelli Editore, 2017), Clairières dans le ciel (Con CD Audio, Rueballu, 2009, traduzione Maria Luisa Spaziani). Tra i due ci furono anche forti contrasti su temi religiosi, morali ed estetici, ripresi poi nel 1932 da Jammes nel romanzo autobiografico L’Antigyde ou Élie de Nacre .  Filottete e Paludi a Marcel Drouin (1871- 1943), noto anche con il pseudonimo Michel Arnauld, professore di filosofia e scrittore francese, cofondatore della Nouvelle Revue Française, fu amico e anche cognato di André Gide.  Betsabea a M.me Lucie Delarue Marous (1874-1945) scrittrice, poetessa, giornalista, scultrice e storica francese. Fu sposata con il traduttore J.-C. Mardrus, ma il suo orientamento sessuale era rivolto alle donne. Scrisse molto sull’amore lesbico.  Il ritorno del figliuol prodigo a Arthur Fontaine (1860– 1931) ingegnere e mecenate francese. Autore di  un romanzo poliziesco nel 1917, I crimini dello strangolatore. Molto apprezzati furono gli incontri artistici organizzati da Fontaine. Paul Valéry pronunciò l’elogio funebre di Fontaine nel 1931.  La scuola delle mogli a Edmond Jaloux in ricordo amichevole delle nostre conversazioni del 1896. Scrittore, poeta, saggista e critico francese (1878–1949), fu accademico della Académie française dal 1936. Pubblicò Une âme d’automne (1896), L’Agonie de l’amour (1899), e Le Reste est silence (1910), quest’ultimo vincitore del Prix Femina.  Libro secondo “Roberto” in La scuola delle mogli è dedicato a Ernst Robert Curtius (1886-1956), critico letterario e saggista tedesco, ebbe rapporti significativi con Gide. (vedi l’articolo «Rapports intellectuels entre la France et l’Allemagne» pubblicato sulla NRF nel 1921).  La porta stretta a M.A.C. (Madeleine Augustine Chambon Rondeaux). Gide dedicò uno dei suoi romanzi più famosi, La porta stretta (1909) considerato gemello – antitetico e complementare – del romanzo L’immoralista (1902) alla cugina – “una fanciulla tutta purezza” – che sposerà nell’ottobre 1895 (senza aver mai consumato il matrimonio) per tradirla con le sue relazioni omosessuali. La figura di M.A.C., che morì in solitudine nel 1938, ha dato vita a diversi personaggi femminili degli scritti di Gide: è stata Emmanuele, Madeleine, Alissa, Marceline, Evelina, Isabelle, Gertrude. Al rapporto con la moglie Gide dedicò, sotto forma di diario,  Et nunc manet in te (1947). El Hadj a Fédor Rosenberg (1867-1934). Russo di origine estone, fu professore di letteratura persiana all’università di San Pietroburgo. Rosenberg è noto per aver tradotto in francese il Libro di Zoroastro pubblicato dalla “Nouvelle Revue Française”. Esiste un ampio carteggio tra lui e Gide,   raccolto in un volume curato da Pierre Masson, presidente dell’Association des amis d’André Gide I nutrimenti terresti a Paul-Albert Laurens, en souvenir de notre voyage en Afrique. Pittore francese (1870–1934), membro dell’Accademia francese di Belle Arti. Ex compagno di scuola, fu un grande amico di Gide per più di quarant’anni e insieme fecero un viaggio in Africa tra il 1893 e il 1894, dove Gide ebbe le sue prime esperienze carnali, dapprima con Ali, un giovane portatore, poi con Mériem, una prostituta della tribù degli Ulad Nail.  Prometeo male incatenato a Paul-Albert Laurens. Caro amico, ti dedico questo libro, poichè ti piacque farne l’elogio. Possano i pochi che ti rassomigliano trovare, in questo fascio di loglio, come tu facesti, del buon frumento.  Teseo a Anne Heurgon, Jacques Heurgon, Jean Amrouche. Anne Heurgon (1899-1977) è stata una critica letteraria dell’opera di Gide. Jacques Heurgon (1903–1995) è stato un archeologo, filologo, etruscologo e latinista francese. Ebbe rapporti di amicizia e professionali con Gide, che ospitò nella sua casa in Marocco durante la Seconda Guerra Mondiale. Jean Amrouche (1906–1962) è stato uno scrittore, poeta e critico letterario algerino di origine berbera con cittadinanza francese. Ebbe con  Gide, un intenso rapporto epistolare (vedi André Gide & Jean Amrouche. Correspondance 1928-1950) e insieme collaborarono pubblicando testi sulla rivista “L’Arche”, fondata ad Algeri nel 1943. Paludi a Eugene Rouart. Dic cur hic – dimmi(l’altra scuola). Per il  mio amico Eugene Rouart ho scritto questa satira…di che  Eugène Louis Rouart (1872-1936), ingegnere agronomo e  politico francese fu un grande amico e confidente di Gide. Lui e la moglie Yvonne Lerolle ispirarono i personaggi  di  Évelyne e Robert D. nella trilogia de La scuola delle mogli. Rouart nel 1898  pubblicò il romanzo Villa sans maitre che ispirò il personaggio di Ménalque per L’immoralista e I nutrimenti terrestri di Gide.  Rouart e Gide condivisero alcuni amanti, tra cui Mohammed – citato in Se il grano non muore – e il giovanissimo Ferdinand Pouzac, soprannominato “Ramier”  perchè “l’atto dell’amore lo faceva tubare così dolcemente nella notte”. Vedi: A. Gide, Il colombo selvatico, Archinto, 2003. Viaggio al Congo è dedicato Alla memoria di Joseph Conrad, l’autore di Lord Jim e di Cuore di tenebra. Sotto c’è pure questa frase, attribuibile a Keats: Better be imprudent moveables than prudent fixure (Meglio essere mobili imprudenti che fissi prudenti). Nell’autunno del 1925 Gide lascia Parigi per raggiungere l’Africa, accompagnato dal giovane regista Marc Allégret (1900-1973), da quell’esperienza nacquero il saggio Voyage au Congo di Gide e l’omonimo documentario di Allegret.   * Le epigrafi L’educazione religiosa di Gide fu influenzata dalla famiglia, in particolare dalla madre (Juliette Rondeaux), di fede protestante. Il padre era calvinista. Frequentò la Scuola Alsaziana di forte orientamento protestante. “C’era il partito dei cattolici e quello dei protestanti. Alla mia entrata alla Scuola Alsaziana avevo appreso di essere protestante” scrive in Se il grano non muore. Con la cugina Madeleine Augustine Chambon Rondeaux (sua futura moglie) approfondì gli studi biblici. Fu tentato da una conversione al cattolicesimo: “Non sapevo con certezza a quale altare si accostava il mio cuore alla ricerca di Dio”  (da Se il grano non muore). Fu pure attratto dal sufismo. Ciò giustifica alcune epigrafi che richiamano la Bibbia, I Vangeli, il  Corano. “Sforzatevi di entrare per la porta stretta. Luca, XIII,24. Il versetto Tratto dal Vangelo secondo Luca è l’epigrafe del romanzo La porta stretta.   Un’altra epigrafe per il romanzo autobiografico Se il grano non muore è il versetto dell’apostolo ed evangelista Giovanni: “Dopo essere stato gettato sulla terra esso resta solo. Ma se muore reca molti frutti. Giovanni 12, 24”. In El Hadj o Il trattato del falso profeta due sono le citazioni religiose, la prima tratta dal Corano V, 71: “O apostolo, comunica ciò che è stato fatto scendere a te, da parte del tuo Signore, poichè se non lo farai, non avrai comunicato il suo messaggio”.  La seconda tratta dal Vangelo secondo Matteo XI, 7-9: “Cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? Ma cosa siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti?   Ma cosa siete andati a vedere? Un profeta?, Sì, vi dico, e più che un profeta”.  Ne Il trattato del Narciso, dedicato a Paul Valéry, l’epigrafe è una frase di Virgilio Nuper me in litore vidi (Poco tempo fa mi vidi sulla spiaggia) di Virgilio che si trova nella Seconda Ecloga delle Bucoliche.  Nell’epigrafe de Il tentativo d’amore o Il trattato del vano desiderio, Gide cita una frase, contenuta nel dramma del 1635 La vita è sogno, del drammaturgo e religioso spagnolo Pedro Calderon de la Barca: “Il desiderio è come una fiamma che brilla, e ciò che ha toccato non è che cenere – polvere leggera che un po’ di vento disperde – pensiamo dunque soltanto alle cose eterne”. Nel libro primo de I sotterranei del Vaticano l’epigrafe è ripresa dalla cronaca filosofica pubblicata sulla rivista “Mercure de France” del dicembre 1912 di Georges Palante (1862-1925) filosofo e insegnante francese noto per il suo anarco-individualismo: “Per quello che mi riguarda, la mia scelta è fatta: ho optato per l’ateismo sociale, quell’ateismo che, da una quindicina d’anni a questa parte, ho espresso in una serie di opere…” Nel libro secondo de I sotterranei del Vaticano l’epigrafe è una citazione tratta nell’ottavo volume delle memorie del Cardinale di Retz Jean-François Paul de Gondi (1613-1679): “Poichè non bisogna mai togliere la possibilità del ritorno a nessuno” (Retz – VIII, p.93). Nel libro quinto de I sotterranei del Vaticano l’epigrafe è una citazione in inglese tratta dal romanzo Lord Jim dello scrittore polacco naturalizzato britannico Joseph Conrad (1857-1924): There is only one remedy! One thing alone can cure us from being ourselves!…  Non c’è che un solo rimedio! Una cosa sola può guarirci dall’essere noi stessi!  Yes; strictly speaking, the question is not how to get cured, but how to live.  Sì; a voler essere precisi, la questione non è come guarire, ma come vivere.  Ne I nutrimenti terrestri l’epigrafe – “Ecco i frutti  di cui ci siamo nutriti sulla terra” – è una interpretazione di Gide di un versetto del Corano, II, 23: > “E se avete qualche dubbio in merito a quello che abbiamo fatto scendere sul > Nostro Servo, portate allora una sura simile a questa e chiamate altri > testimoni all’infuori di Allah, se siete veritieri”. Nel Libro primo de I nutrimenti terrestri l’epigrafe “La mia torbida gioia a lungo assopita di desta” è un verso del poeta persiano Hâfez (1325-1389). Nel Libro sesto de I nutrimenti terrestri l’epigrafe “Zun Sehen geboren zum schuen bestellt” (Nati per vedere, destinati a guardare) è tratta dal Türmerlied (Canto del guardiano della torre) presente nella seconda parte del Faust di Goethe.  Nel Libro settimo de I nutrimenti terrestri l’epigrafe “Quid tum si fuscus Amyntas” (Che importa se Amyntas è scuro?)  è tratta dalla decima Ecloga di Virgilio. Nel Libro ottavo de I nutrimenti terrestri l’epigrafe “I nostri atti s’attaccano a noi come il bagliore al fosforo; sono il nostro splendore, è vero, ma soltanto per la nostra usura” è una frase che si trova nella scena indicata come “Notte” del Faust di  Goethe. Francesco Bova L'articolo “La dedica di un libro è un gesto magico”. Dediche ed epigrafi nelle opere di André Gide proviene da Pangea.
January 23, 2026 / Pangea