> “Nel mondo la verità è debole. Basta una piccolezza per oscurarla. Il più
> stupido degli uomini può ferirla.”
Anche io mi perdo. L’età e l’uso del mondo usurato si aspetterebbero io prenda
tutto in maniera compassata: dovrei averne viste abbastanza per non provare
altro che sbadiglio rispetto alle smorfie ciniche e brutali del
mondo-così-com’è, e non mostrare sgomento poiché lo sgomento, che è una
boccaccia dello stupore, è dei bambini e i bambini si sa sono le vittime totali
più che perfette. Chi non uccide per tempo il bambino che è stato non
sopravvive, questo il contorto mondo-così-com’è lo insegna chiaro e forte.
Eppure mi perdo lo stesso, con sgomento, per i disordini nell’Iran che non ne
può più di essere teocratico e per quelli sotto casa dove c’è ancora chi
pretende non ci si possa non dire cristiani, per le violenze reiterate in strada
e in fin troppe parti del mondo che è un impero più a pezzi dei nervi di chi
allucinato crede sia ancora possibile imperarci su, sui miliardi di persone che
lo abitano.
Durante la settimana appena trascorsa ho passato del tempo con dei ventenni per
le svariate ragioni che poi sono sempre la stessa, l’occasione che provano a
cogliere per chiedere a un adulto: “Tu che sei sopravvissuto alla giovinezza, mi
dici per quale ragione si sta al mondo?”.
Dovrei dirgli quello che dicono tutti, ovvero quello che tutti omettono: che
come per sopravvivere all’infanzia devi uccidere il bambino, per sopravvivere
alla gioventù devi ucciderla – l’età adulta è l’età della colpa, quella di chi
nella migliore delle ipotesi s’è macchiato dell’omicidio solo di sé
stesso. Coloro cui tocca l’ultima età hanno l’esclusiva della straziante
ammissione di essere sopravvissuti passando sui propri cadaveri e su quelli di
chissà quanti altri. Ci si salva dalla caduta precipitando sul morbido di strati
e strati di sommersi.
Altre volte avrei risposto ai ventenni come me l’ero cavata io ai tempi:
leggendo Dostoevskij, Seneca e i manuali della perfetta umanità di quello
scrittore italiano che è postumo già in vita. Invece mi sono limitato a offrire
il giro da bere, a buttare lì: “Rivediamoci tra dieci o venti anni, poi mi
direte”, e mi sono messo a leggere Virtù di Romano Guardini, perché per
sopravvivere al soffocante senso di impostura generale un pensatore che pensa
l’etica senza tentennamenti bizantini è la bomboletta d’ossigeno che mi ci
voleva.
Romano Guardini l’ho conosciuto leggendo L’essenza del cristianesimo, me lo
regalò D un’estate di qualche anno fa, allora non sapevo Guardini chi fosse, il
peso che avesse avuto nella formazione del papa argentino, e ora come allora non
so quale sia il rapporto di D rispetto al cristianesimo, probabilmente di
disaffezione e delusione come è il più delle volte per chi il cristianesimo o
qualunque altra religione la incontra, o gli è fatta incontrare, quando è
bambino, quando è giovinetto: le vecchie religioni non reggono l’urto del mondo
nuovo come è, per questo ci si preoccupa tanto di aggiornare la pastorale: in
un’epoca di lupi mannari essere formati per diventare un mite gregge da beato
macello industriale suona come invito al suicidio di massa per cui sono rinomate
le sette che non ce l’hanno fatta a sfondare per aggiudicarsi l’otto per mille.
Io che non ho religione avendo imparato ad ammirare il tono sapienziale di
Romano Guardini sono diventato a mia insaputa uno di quegli atei devoti che si
definiscono atei per depistare meglio e che per lo più sono devoti al ritorno di
immagine del passarsi all’opinione altrui quali dei convertiti mancati, che
vorrebbero tanto poter disporre di una fede che però, se ancora gli manca, non
sarà neppure più a causa loro ma del dio che non gliela conclama? Naaah, ateo
passi pure, per quanto sia una parola con la sua etichetta prestampata su, ma
devoto proprio no.
La fede, che per Romano Guardini è una verità alla cui luce riflettere sul
mondo, per me non è e non può essere una verità affatto, ma una presa di
posizione per chi ce l’ha, per chi la rivendica, grazie alla quale orientarsi
rispetto al mondo, un punto di vista che permette di interpretarlo, percorrerlo,
giudicarlo, riformarlo.
In questo senso, la scelta è tra una fede, ovvero una visione, e la cecità,
dopodiché non è detto che esista un punto di vista più definitivo degli altri,
anzi più un punto di vista vuole delegittimare e neutralizzare e oscurare tutti
gli altri più si rischia una nuova forma di cecità indotta. La guerra tra
religioni – dichiarate in quanto tali o no – è il grottesco spettacolo di
ciclopi che provano a orbarsi l’un l’altro per vantare il predominio sulla
verità da parte dell’unico che resterà al più con mezzo occhio aperto, laddove
senza una visione almeno binoculare resta inaccessibile la percezione della
tridimensionalità di una realtà che magari di dimensioni ne avesse solo tre o
quattro.
Di Romani Guardini ammiro che rivendichi la virtù intesa “come quell’istanza la
cui realizzazione rende l’uomo autenticamente uomo” (con quell’uso estensivo
della parola uomo per intendere uomini e donne che comunque una avvisaglia sul
punto di vista maschiocentrico di chi parla ce la dà).
Virtù ovvero ricerca di valore che aiuti a capire se non il perché si sta al
mondo quanto meno quale è il modo migliore per starci, poiché finché uno nel
mondo non riesce a starci bene è assai dubbio reputi che la ragione del suo
trovarcisi all’interno sia benevola – fino ad arrivare alla
riflessione/consolazione del sopravvissuto adulto: si sta al mondo per capire
come poterci stare dentro nel miglior modo possibile per sé e per gli altri,
dato che come non c’è un sé se non ci sono degli altri rispetto a quel sé, allo
stesso mondo se non ci possono essere gli altri se non ci sono rispetto a un sé
di riferimento. Correggendo l’aritmetica pirandelliana: se c’è un uno ci possono
essere gli altri centomila e passa ma se non c’è nessuno non può esserci nessun
altro.
Rispetto al ritorno del caos a reti unificate che sollievo leggere che “Chi
invece sa che cosa è l’ordine, sente la pericolosità, anzi l’arcana minaccia del
disordine.” Eppure l’ordine non è una minaccia arcana altrettanto? Lo stesso
Guardini scrive: “In ogni virtù si annida la possibilità dell’anti-libertà.” In
Guardini per fortuna l’ordine non è una soluzione politica conservatrice,
retropica, securitaria, ma la ricerca di un equilibrio, di una armonia, di una
serenità possibile all’interno di un mondo impossibile per la convivenza umana
che pure, beckettianamente, è più che possibile, è addirittura reale.
Quando leggo “Si è sviluppata in tempi vicini una concezione dello Stato secondo
cui [a] esso, in vista della potenza, del benessere, del progresso, ogni
iniquità è permessa. Quando un’ingiustizia ha raggiunto il suo scopo benefico,
cade nel nulla” mi figuro Guardini bloccato alle frontiere statunitensi, ai
checkpoint israeliani, per ben sospetta connivenza col nemico, poi mi ricordo
che è morto nel 1968 e penso fiuuu, se l’è scampata quest’epoca in cui i
cosiddetti governi liberali e democratici se ne inventano di ogni per far
passare sotto il cappello della legalità la decapitazione dei diritti e delle
garanzie su cui dovrebbero fondarsi.
Leggendo Virtù scopro l’uomo, e la donna, che vorrei piacesse essere a me e agli
altri: verace, “Significa non soltanto dire la verità, ma anche farla”, capace
di accettazione, “In fondo ciò che importa è soltanto che tu sia leale”, “È
sempre l’accettazione del reale che fonda la lealtà dell’esistenza”, paziente
(come il Dio di Guardini che “non solo ha fatto il mondo, ma lo tiene e lo
porta. Egli non se ne annoia”), giusto, “L’uomo non soltanto è, ma il suo essere
gli è affidato e gli viene attribuito quanto egli ne fa”, rispettoso, “È forse
lecito dire che ogni vera cultura comincia con il fatto che l’uomo si ritrae”,
fedele perché i fedeli “creano stati d’animo duraturi”,
disinteressato, “Sembrano farsi rare le persone che compiono la propria opera in
dedizione pura semplicemente perché essa è valida, perché essa è
bella”, ascetico quando per ascesi si intende “rinunciare a ciò che non può
essere”, e coraggioso!
> “Poiché il futuro, a dispetto di prognosi in casi particolari, è appunto
> l’ignoto. Ma vivere significa avanzare verso l’ignoto, ed esso può delinearsi
> dinanzi ai nostri occhi come un caos entro cui dobbiamo osare di
> precipitarci.”
E la bontà? La tanto sputtanata e infangata bontà degradata a buonismo, wokismo
per niubbi, coglionaggine patologica degli amanti delle culone inchiavabili?
> “Un uomo buono è uno che ha una buona opinione della vita, che pensa
> fondamentalmente bene di essa.”
Bisogna essere coraggiosi per essere buoni. Bisogna avere fede nella certezza
che essere virtuosi renda la vita un buon posto dove continuare a stare.
> “Una vera bontà lascia a ciò che vive lo spazio aperto e libero movimento,
> anzi glielo dona, glielo crea, giacché solo là la vita può fiorire.”
Per quale ragione siamo al mondo? Per dare alla vita che c’è toccata l’occasione
di fiorire, perché non resti sommersa. Come può fiorire? Vivendo virtuosamente,
dove la virtù è l’arte di condurre la propria vita per farne un capolavoro, come
pure esortò quel papa polacco che pure ne ha dette e fatte tante, di segno
opposto ma comunque lasciandone uno.
Guardini continua col catalogo tutt’altro che per madamine: un uomo e una donna
degni di definirsi umani coltivano la comprensione, la cortesia, la
riconoscenza, il raccoglimento, il silenzio:
> “Dobbiamo darci da fare. Dobbiamo difenderci contro l’ininterrotto fiume di
> chiacchiere che percorre il mondo, difenderci come uno che ha il petto
> oppresso e cerca di assicurarsi il respiro”.
Come si sopravvive al mondo, nel mondo? Assicurandosi il respiro. Leggendo
Guardini, stando con Guardini, dando tempo e spazio al proprio pensiero
meditando le riflessioni guardiniane, stando in guardia dall’implicito predicare
pro religione sua di Guardini, la mente respira, di disintossica, si fortifica.
Si addestra per stare nel mondo, per cercare e decidere contro e per che cosa
lottare moreschianamente nel mondo, per quel mondo che poi siamo sempre io e gli
altri, gli altri e io.
Se esiste un lettore ideale di Guardini di certo non sono io che ne avrò fatto
una lettura mutilante, secolarizzante?, ateizzante?, più umanistica che
teologica, ma Guardini scrive in modo così sincero e intelligente che distrugge
a monte la possibilità di un lettore ideale se per ideale si intende un lettore
che sa cosa sta per leggere fin da prima di iniziare a leggere. Guardini non è
una lettura per credenti o per non credenti, è una lettura per chi resta del
parere, o della fede, che l’umano si distingua all’interno del regno animale per
la sua facoltà più o meno stupefacente, più o meno sadomaso, più o meno
praticata, di pensare sé stesso in relazione a tutto ciò che non è soltanto sé
stesso.
Mi viene così naturale diffidare da chi per pensare l’uomo non può prescindere
del pensiero di un dio che l’abbia creato e rispetto al quale sia in
immodificabile rapporto di dipendenza ontologica. Dovremo però pur ricominciare
da qualche parte, semper incipe!, per non andare tutti del tutto in pezzi. Per
cui ben venga chi insegna a pensare cosa può esserci di umano nell’uomo pur
senza saper fare a meno di un dio che l’abbia pensato per primo, a differenza
mia che posso pure fare a meno di un dio, a patto di non dover fare a meno del
pensiero degli altri che sono io, dell’io che sono gli altri, disposto semmai a
discutere l’ipotesi di un dio che se ha creato l’umanità sarà stato per avere
finalmente a disposizione un punto di vista diverso, e finalmente sessuato!, dal
suo proprio su sé stesso e su tutto il resto che prima della creazione neppure
c’era.
antonio coda
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