“Genova ha un grande poeta, ma quasi nessuno se ne accorge. E forse anche questo
sarebbe stato il mio destino, se non mi fossi trasferito a Roma”: così disse a
Nicola Ghiglione nell’ottobre 1986 Giorgio Caproni quando lo incontrò a Chiavari
per l’ultima volta; e sul tema dell’indifferenza di Genova per i suoi poeti, già
provata sessant’anni prima da Montale trasferitosi volentieri a Firenze, lo
stesso Ghiglione era tornato scrivendo “Genova antica, con la stecca alla
persiana/ all’insù, usa a dannare gente di lettere:/ arenile di sembianze
domestiche e di fatti”, versi finali della poesiaGenova uscita sulla “Fiera
Letteraria” il 19 maggio del 1957. Ma perché Caproni definì Ghiglione un “grande
poeta”?
In piena guerra, a fine febbraio del 1945, fu pubblicato a Milano, per le
edizioni della prestigiosa rivista “L’uomo”, il poemetto Canti civili. L’autore
era appunto Nicola Ghiglione, nato a Voltri, borgo nell’estremo Ponente del
capoluogo ligure, nel 1915, diplomato al liceo classico Vittorino da Feltre di
Genova e durante la guerra, inabile per problemi fisici, addetto all’ufficio
censura alla Stazione Principe. Qui, mentre la città era bersaglio di continui
bombardamenti dal cielo e dal mare e vedendo attorno a sé drammatici episodi
quotidiani di sofferenza, uno alla volta Ghiglione compose ventitré Canti
civili, ciascuno dei quali aveva per protagonisti personaggi emarginati già
prima dello scoppio della guerra e che il conflitto aveva portato al limite
della disperazione; ed ecco allora i versi per il ladro di immondizie e per le
prostitute, per i guardiacessi e per lo spazzino, per gli straccivendoli e per
il beccamorto gobbo. Dall’insieme di queste poesie, per la loro essenza ricca di
suggestioni e di passione, di dolore, di ironia e di miseria (quante volte torna
l’invocazione “pane, pane!”), scaturiva un quadro di travolgente forza creativa,
del tutto originale nella scrittura, estranea all’ermetismo ormai spento e
semmai vivacizzata da immagini surreali.
Un’opera tanto originale e carica di suggestioni non poteva passare inosservata:
il primo che ne scrisse fu l’autorevole Carlo Bo che la recensì sulla rivista
“Costume” nel novembre del 1945, acconto alla pagina nella quale compariva il
suo commento al romanzo Uomini e no di Elio Vittorini, allora protagonista del
mondo letterario italiano. Nella recensione ai Canti civili Bo aveva
perentoriamente affermato che “non bisogna lasciar passare sotto silenzio questa
voce nuova e forte”, sottolineandone “la novità e la robustezza e anche le
qualità esemplari di tale invenzione” e soprattutto “l’urgenza di una voce”;
concludeva riconoscendo in Ghiglione “una natura viva di poeta”. Dopo questo
primo importante riconoscimento eccone un altro il 20 febbraio 1947 a firma di
Giorgio Caproni, che con Ghiglione aveva mosso i primi passi nella poesia quando
ancora viveva o frequentava Genova (da qui la frase citata in apertura), uscito
sul più importante periodico culturale italiano “La fiera letteraria”; le poesie
dei Canti civili vengono definite “strane” perché, affermava Caproni, “se le ho
chiamate così non l’ho mica fatto per ricorrere ad una pudica parola-paravento
essendo nudo di idee: bensì perché non trovo altro aggettivo capace di
qualificare il loro non essere in alcuna nostra convenzione poetica”, tanto che
più avanti si richiamerà a Sergej Esenin e a Edgar Lee Masters,concludendo che
Ghiglione si potrebbe definire “un poeta a suo modo maudit i cui terribili
fantocci giocano in un clima che sa quasi di brechtiana opera da tre
soldi”. Parte da questa motivata osservazione di Caproni sull’originalità di
Ghiglione e dunque sull’impossibilità – tanto cara a gran parte dei critici
italiani – di mettergli un’etichetta e di collocarlo in una conclamata corrente,
la ragione del prevalente disinteresse per lui da parte dei nostri valenti
esperti di poesia (solo Walter Siti lo ha citato nel suo saggio del 1980 Il
neorealismo nella poesia italiana). Fu una grande (e piacevole) sorpresa per me
ricevere una lettera da Parigi nella quale uno studente mi chiese notizie su
Ghiglione perché alla Sorbonne gli era stata assegnata una tesi su di lui:
quante all’Università di Genova?
Dopo un esordio così clamoroso, Ghiglione continuò a scrivere poesie, non più
drammaticamente tese come quelle nate in tempo di guerra, ma sempre attente ad
affrontare con un vocabolario immaginifico e non privo di neologismi, argomenti
di grande impegno civile; è il caso della profetica Volevo vivere scritta sul
finire degli anni Cinquanta e suggerita dalla costruzione in val Polcevera
(nell’entroterra di Genova) di grandi serbatoi di benzina che avevano distrutto
l’ ambiente naturale: “Amavo infinitamente quel colle/ che ora brucia; c’era una
terra violetta/ e bigia, strisciava un verde amaro d’amarena. […] Volevo vivere
in quella terra sana”, ma ora da quelle raffinerie s’alzano al cielo, “torrioni
di bambagia”, emblema di quell’inquinamento atmosferico che allora non era certo
tema trattato dai poeti italiani. Ghiglione continuerà a scrivere in versi su
tutti gli argomenti che destavano in lui una forte creatività di immagini e tra
questi anche di sport, dal calcio all’atletica e soprattutto al ciclismo: ecco
allora Girardengo che per la Milano-Sanremo scende dal Turchino come “una
freccia/ lanciata con il vento giù per la/ discesa” e Coppi che giunge solo su
una vetta “crollandosi il sudore come una/ mosca sul naso, a tutto vento”.
Di fatto privo di un lavoro, Ghiglione svolse notevole attività giornalistica,
in particolare dal 1952 sul quotidiano “Il Secolo XIX” di Genova diretto da
Cavassa, ma quando nel 1969 questi venne sostituito da Piero Ottone per il
nostro poeta non ci fu più spazio; continuò a collaborare con altri giornali,
segnatamente con “Il Lavoro”, finché la morte lo colse il 16 gennaio 1990;
neppure una settimana dopo (il 22) si spense anche Giorgio Caproni, quasi un
segno del destino che aveva legato questi due grandi poeti anche se uno è
giustamente famoso e l’altro è ingiustamente dimenticato: ma è compito della
critica onesta sanare questi squilibri.
Francesco De Nicola
*
Poesie di Nicola Ghiglione
Poveri
I poveri lungo ai portali fanno a sciami
come i polli e i cani – vestiti di fame –
(la veste della fame è stretta ai fianchi).
Raccolgono sussidi e scarpe
indugiano a guardare i colori umani
nel tempietto vuoto delle vetrine sgonfiate
dove stanno appesi vestitini di carne.
*
Sera sul mare
Vedo la sera calare sul tuo viso
(farsi lacrima o destino) come vela
che parte; lascia il taglio della spuma
a giocare intorno alla sciupata arena.
da Incastri (1939-1942)
*****
Canto dei carrettieri
Le ruote del carro scricchiolano come letti
di ospedale. I cavalli appena escono cascano
fra le stanghe e mostrano il midollo agli uccelli –
fame fame – nel loro sacco
brucano il vento raccolto in fondo alle rotaie
*
Canto del caldarrostaio
Sono il caldarrostaio – non consumo né giorno
né notte – sono come uno scaldino.
Do il taglio alle castagne,
metto a sacco le mani.
Burloni passano i padroni –
burloni ladri e soldati – .
Fa fresco come d’estate nel mio camerino
coperto di lane.
Bruciate le mani di ogni furfante
nel mio calderone il carbone rovente
fa la ghisa viola.
Il ventaglio della mia banderuola porta
denti al destino.
*
Canto del ladro di immondizie
Mi brucia nelle tasche l’elemosina della spazzatura
e fumo calandomi sotto allo sportello – pace –
mi faccio il funerale e sento sulla testa
il passo del vigile che mi cerca – la ruota del ciclista.
Il ladro che accanto a me si sveste
nel buio come un rettile (e mi dice lo stesso di tacere
se mi punge il ventre con uno spillo).
*
Canto dei beoni
Lo stomaco nostro è verde se non ha più vino –
che giocattolo abbiamo nel cervello che ci balla
e parla come un vecchio e sdentato centesimo?
Noi vogliamo sentire rotolare le botti
con dentro i topi e suoni di violino.
*
Canto dell’ ombrellaio
Ombrelli – ombrelli – il mio grido denutrito
fa eco come la pioggia sulle piastrelle dell’intestino.
O uomini bagnati – fatevi largo con il parapioggia –
l’acqua più non logora le vesti – è la fame
che tutto intasca e fa pigro il monaco e il soldato
sotto il rosso ombrellone fuso di fiaschi di vino.
Ombrelli – ombrelli – preparatevi o uomini per la festa
un minuscolo ombrello impiccato al taschino.
*
Canto dei pompieri
Bruciasse tutta la città – il Municipio e la Cattedrale
le armi con le bagasce distese nei mantelli –
il fuoco sia un nastro rosso da mettere in gola.
Così impiccati al nostro carrame con la campanella
dondoleremo insieme – la corsa poggerà sulle nostre guance.
E dopo l’incendio di tutta l’umanità resti
un soldino e una scarpa.
*
Canto degli spaventapasseri
Noi figli dei contadini, miseri uomini del vento
con gli abiti senza bottoni e con scodelle d’argento –
(le lame del tegolo) a che battiamo strumento
per impaurire il cielo che ha segnato sui nostri cappellacci
un chiodo per impiccarci. A che ci sbracciamo, fratelli,
moncherini di cencio – il viso gonfiato di stracci
con un naso rosso e due occhiacci di spillo – salute ai passeri
ai rondoni che ci proteggono e alle lucertole che ci vendicano –
Salute a tutti – salute al frumento battagliato di lucciole.
Al gozzo tuo – o vecchio avaro – che mungi le pannocchie
per suscitarti lamento. O grosse tasche tu avessi
per seppellirti – vecchio crudele – Uccelli guarniteci il mento
e la garza per le nostre ferite donateci o rondini.
Non abbiamo ginocchi né capelli e solo gambe di legno.
A noi dunque le grucce! Mettiamoci a far saltelloni su tutto il frumento.
Fratello, sei gobbo, non rispondi – tu fai guardia davvero?
Ti hanno messo la gobba e un vecchio fucile a tracolla per far tremare i
bambini?
Aguzza l’ingegno e togliti la finta barba
fatti stirare la pancia dal vento: noi siamo i moncherini
e tu sei gobbo – arrancati il peso – se poi faremo a saltelloni
per battere tutto il grano del gran vecchio con un gozzo di legno.
da Canti civili (1945)
*****
Il Bisagno a Genova
Vivi nei muri segnato d’acque sporche,
Bisagno, mio fiume genovano,
scorrente in controluce
come ago in un paniere.
Nelle febbri gialle delle erbe
bruciano latte, e battono tamburi
i bimbi oscuri, sulle vecchie conce
qualcuno s’addormenta,
toglie un sasso al muro che decrepa
come moneta, nel sacco macerata
trovi l’arancia e lo spigo d’aglio,
un rigolo d’acqua mortuaria di Staglieno,
una pigna e una natta. C’è chi soffia
dentro alla carta un fumo a primavera,
come movesse schegge da l’arcaio
si curva e ravviva la fiamma.
Egli tocca la piaga al lumicino
dell’acqua scorrente, dentro al sasso
la pietra focaia ancora è nera.
*
Volevo vivere
Se per un momento guardo lontano
in quel terreno bruciato dalle raffinerie
vedo un cielo tempestoso e caldo.
S’è alzata una fiamma olearia
che guizza di rosso, e come se l’acqua
la toccasse ghermisce l’ombra, si disfa.
Amavo infinitamente quel colle
che ora brucia; c’era una terra violetta
e bigia, strisciava un verde amaro d’amarena
e solchi erano pieni d’acqua calma.
Volevo vivere in quella terra sana,
ma la fiamma caseifina urla le notti
dei camionisti, nella garitta di pelo
c’è un occhio guardiano, un continuo
pigolio di benzina, e tanto silenzio di vetro
come torri ferme e torrioni di bambagia.
da Cartoline liguri (1958)
*****
Fausto Coppi, 1955
Coppi in vetta
Crollandosi il sudore come una
mosca sul naso, a tutto vento
giunse sulla cima, solo.
Dietro il vuoto
dell’intera salita,
uno spartiacque di gente
sui tornanti
che quasi si scopriva.
*
Moser, record assoluto dell’ora
Le corna dei manubri come i
cervi nell’arcuata sorte
dei mammiferi a pigiare sui
pedali e la lunata ruota
che non frigge più nell’anello
dei giri dell’ora che s’inabissa.
Non ti distrae l’istante
che s’inizia
e le nere farfalle della piste.
*
Trittico per la Milano-San Remo
I. Vecchia Milano-San Remo
Con i trabiccoli allora e con i cavalli
su per il Turchino, viaggiava
il corno di caccia in attesa del
passaggio dei corridori, e l’astronomo.
Una freccia
lanciata con il vento giù per la
discesa.
La maglia tricolore di Girardengo.
II. Attesa a San Remo, oggi
Forse il Poggio ancora
l’ultima distanza il tratto
non più molle tra i garofani
e le serre per un’ora solare
– la salita consacrata –
fino all’ultima curva
senza più la fontana
e il solo raggio – laggiù –
a interrogarsi
chi poi vincerà.
III. L’ultimo alla San Remo
Al suo passaggio l’ultimo
arrivato ha due mani
sul manubrio gonfie di proletario.
Non si arresta e sa
che la gloria sfuggita
dai suoi occhi gonfi di fatica
è una rossa farfalla senza nomi.
Così a San Remo tra la
folla che se ne va taglia con
la ruota la sua fetta di vita.
*
Domenica di fine campionato
Nella cucina il solito odore di pollo
ribollito, ed è così per ogni domenica
anche quando il campionato sarà finito.
Ogni domenica che giunge ineluttabile
senza essere sera, solo al suono dei clacson
ritorna la gente, ritorna il sonnolento rito
di chi ha vinto, ritorna la marea moscia
di bandiere arrotolate sotto il ventre
per chi ha perso la sua patria nel campo verde.
Ogni domenica ha odore di pollo ribollito
i miei nervi si sono spezzati su di un libro,
ho mosso la mia stanca aggressione di parole.
Sono misteriosamente fuoruscito da un
lungo tentativo per convincermi che il mondo
mi ha diviso, che il goool ha tanti
cuori rabbonito. Spazi ed addii: per sempre,
orizzonti chiusi, e i tempi solo sufficienti,
perché la crudeltà della notte mi sia breve.
(giugno
1981)
da Lunarietto sportivo (1991)
*In copertina: Telemaco Signorini, Giovani pescatori, 1861
L'articolo “Genova ha un grande poeta…” Nicola Ghiglione, il cantore dei ladri
di immondizie, dei beoni e dei ciclisti proviene da Pangea.