Sale
> “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo
> si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato
> dalla gente”.
>
> (Mt 5,13)
Le beatitudini, cristalline e terribili, sono appena state appese al vento del
monte e lì volteggiano e lo faranno eternamente in attesa di corpi, in attesa di
discepoli, in attesa di essere colte da chi, come il profeta, accetterà la
persecuzione in cambio di una vita che sappia reggere l’urto della felicità:
“rallegratevi ed esultate”.
Le beatitudini profumano ancora del soffio di Cristo, sono onda di mare
dolcissima e violenta, felicità in cui ci si immerge, paradosso che trascina
lontano dal porto protetto e rassicurante. Felicità è morire di beatitudini.
Qualcuno si fa travolgere dal discorso del Maestro, qualcuno si abbandona
all’urto dell’onda della possibile pienezza, è il discepolo. Sale della terra. È
il folle in Cristo, è il povero, è l’uomo in lacrime, è il mite, è il giusto, è
il misericordioso, è il puro di cuore, è il costruttore di pace, è il
perseguitato, è il sale della terra. È quello che almeno prova ad esserlo, è
colui che lo desidera con tutto se stesso. È l’uomo in Cristo. Ed è beato,
felice, luminoso. E non sceglierebbe altro. Non vuole, non può. Nessun
sacrificio, è solo consegna di sé. Totale e amorosa.
> “Il sale è necessario nella vita degli uomini. Che cosa bisogna dire? Ora è
> conveniente chiederci in base a che cosa i discepoli di Gesù sono paragonati
> al sale. Pare a me, perciò, che come il sale conserva i cibi, perché non si
> trasformino in vermi a causa del fetore, e li renda utilizzabili per molto
> tempo, così i discepoli di Cristo occupano ogni luogo della terra e lo
> mantengono per opporsi al fetore dei peccati che viene dall’idolatria e
> dall’impudicizia”.
>
> (Origene, Frammento 91)
Nella molteplice possibilità di interpretazione del simbolo del sale Origene
sceglie il potere della conservazione. Il sale è ciò che permette alla carne di
opporsi alla decomposizione della morte. In questa logica i discepoli sono
gettati da Dio in abbondanti manciate su tutta la terra per impedire alla
Creazione di trasformarsi in cadavere mangiato dai vermi. Sale gettato per
conservare viva la vita. Perché il tempo senza Dio, l’abbandono dell’amore, in
una parola sola quello che chiamiamo peccato, decompone, consuma, imputridisce.
Il discepolo è sale che difende il profumo della vita dall’assedio costante del
fetore della morte. Viene in mente Lazzaro, che già puzzava, viene in mente
Cristo, vengono in mente le sue lacrime, sale a scendere sulle guance, sale a
depositarsi sulle labbra, sale scagliato come un ordine a difendere la vocazione
intima dei corpi, sale come bacio a richiamare l’amico tra i vivi, sale simbolo
d’eternità.
Il sale è necessario alla vita degli uomini, senza sale si muore. Il sale degli
uomini delle beatitudini è una benedizione, è la povertà a trattenere in vita
cuori affascinati dalla ricchezza, dalla violenza, dall’oppressione,
dall’imposizione… il sale è opposizione alle logiche del mondo.
Portiamo l’immagine di Origene nella preghiera, inginocchiamoci davanti al
Vivente con il coraggio di chiedere il dono delle beatitudini, per non lasciare
che il nostro narcisismo si nutra, come verme in una carcassa, del nostro corpo.
Delle nostre buone intenzioni. Delle nostre illusioni. Chiediamo il coraggio di
metterci almeno nel sentiero delle beatitudini, e che Lui sparga sale sulle
nostre ferite, dolore bruciante, ma che il taglio non degeneri in
cancrena. Sale, a conservare la parte più intima di noi, la nostra profonda
identità, sale affinché l’immagine e somiglianza non venga deturpata. Chiediamo
di essere abitati dall’uomo delle Beatitudini, per non decomporci, per non
smarrirci, per poter sentire già fin d’ora come credibile la Sua promessa di
resurrezione.
*
Luce
> “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra
> un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul
> candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa”.
>
> (Mt 5, 14-15)
Le beatitudini nascono dalle labbra di Dio come fuoco, sono possibilità di
un’alba incandescente che giura la possibilità di una domenica senza tramonto.
Beatitudini come roveto che non consuma, incendiano cuori, mangiano i bordi
delle tenebre, cauterizzano le ferite inferte dal dolore, oppongono dighe di
fuoco all’infezione del male. Cristo è angelo di luce terribile e irresistibile.
Qualcuno riuscirà a riconoscere la stessa luce anche sull’altro monte, Lui città
illuminata perfino sulla cima del Calvario, lì dove il moggio sembrava cappa
definitiva sul Verbo, lì dove beatitudine vera sarà la consegna di Cristo al
Padre. Luce a trafiggere per sempre le tenebre.
> “Adesso li definisce luce del mondo; illuminati da lui, che è la luce vera ed
> eterna, a loro volta diventino luce in mezzo alle tenebre. (…) Per mezzo di
> esse infatti – a modo che il sole, con i suoi splendenti raggi, diffonde luce
> dovunque – ha fatto pervenire la luce della conoscenza di se stesso
> nell’universo intero”.
>
> (Cromazio di Aquilea, Commento al Vangeli di Matteo 19,1)
Eppure la luce è terribile. Scegliere il buio, complicare l’interpretazione del
mondo, scipparlo della semplicità pur di trovare una piega di pensiero dove
nascondersi. Trovare alibi, non esporsi in nome di una fasulla umiltà.
Proclamare di non sentirsi all’altezza per non dover essere costretti a
rivestirsi di luce e quindi mostrarsi, senza maschere, senza ipocrisia, per
quello che si è: poveri cristi. Ma illuminati. I discepoli non sono perfetti,
non lo saranno mai. Solo vivono. E decidono. Rispondono concretamente. Prendono
posizione sulla terra. Belli perché rivestiti della luce di Cristo. E chi li
guarda, vede bene il miracolo: è Cristo a risplendere, il testimone è solo luce
riflessa. Ed è beato, è felice di questo, ed è libero dal proprio infinito
bisogno di volersi imporre al mondo “lui deve crescere; io, invece, diminuire”
(Gv 3,30). Eppure, in questa consegna, ennesimo paradosso, il discepolo
finalmente scopre la propria identità profonda. Siamo al mondo per farci portare
alla luce, per diventare luce, per venire alla luce, per danzare in lui, siamo
al mondo per nascere. Non può restare nascosta una città, non può restare
nascosta una luce, non possiamo restare nascosti noi perché, semplicemente,
senza di Lui, noi non saremmo.
Non è nemmeno questione di testimonianza, non in prima battuta, ma di necessità.
Credo davvero che arrivi un momento in cui il discepolo non possa più fare a
meno del rapporto con Cristo, di essere illuminato costantemente dalla sua luce,
e questo per necessità, solo per necessità, necessario come l’aria. Si può anche
sparire dal mondo, smettere di parlare, smettere di predicare, smettere di
scrivere, smettere di esporsi, smettere qualsiasi cosa, ma non si può smettere
Lui.
Si sta nella luce per necessità, perché senza “la luce della conoscenza di se
stesso nell’universo intero”, l’universo imploderebbe nel buio e noi con lui.
*
Lodare Dio
> “…ma immediatamente soggiunge, spiegandone la ragione: affinché diano gloria
> al Padre vostro celeste, perché uno, il quale facendo il bene è ammirato dagli
> uomini, abbia nella propria coscienza l’intenzione del bene compiuto, ma non
> abbia l’intenzione di acquistare notorietà se non per lodare Dio, a vantaggio
> di coloro ai quali si fa conoscere”.
>
> (Agostino, Discorsi 54,3)
Essere discepolo-sale, essere discepolo-luce, può essere una grande trappola. La
più terribile. Solo un discepolo può tradire il Cristo, chi non è discepolo non
può arrivare a tanto.
Colpisce che sia sempre l’ammirazione degli uomini ad avere la forza di
masticare la luce, di rendere insipido il rapporto del discepolo con Dio. La
visibilità, lo diceva già Agostino, “acquistare notorietà”, mossa che illude di
essere ancora suoi e invece ci riduce a non essere più nulla, vivi solo
nell’ammirazione volatile e spesso invidiosa degli uomini.
Perché se il “sale perde il sapore” semplicemente non è più sale. Anche se si
illude di continuare a dare sapore alla vita propria ed altrui, anche se non
smetterà di parlare di Dio. Essere discepoli è arrivare a vivere solo per lodare
Dio. Nient’altro che questo. Così nella preghiera ritorno all’amato Ignazio di
Loyola, principio e fondamento:
> “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così
> raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per
> l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue
> che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve
> allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci
> indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla
> scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non
> desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza
> piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga
> piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e
> scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo
> creati”.
>
> (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Testa di Cristo di Albrecht Dürer; nel testo, due icone di San
Paolo dello stesso artista
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Dio proviene da Pangea.