Non leggerà questo articolo.
Retrattile alla notorietà, rettile per tutto ciò che è mondo,
mondano, letterario – sta in disparte come i predatori d’equatore che chiamano
cielo il fogliame degli alti alberi, quei misteriosi pellegrini. Nelle tonalità
dell’ombra trova la sua scala del Paradiso; già trafitta da una ascesi dice
ferita dov’è l’occhio aperto, dice amore dov’è una diocesi di assenze.
Diana Mazon – o meglio: Diana Elizabeth Mazon Lopez – scrive come risultato di
una rinuncia; scrive su fibbie d’osso – della sua padronanza con il ‘religioso’
afferma un ventre cavo, una incapacità d’eco, i Gesù latinoamericani, che
sembrano lupi dal pelo ispido. Da ragazza – dice, in una matassa di omissioni –
voleva farsi suora: per una ambizione al sottosuolo. Voleva farsi murare, lei,
creatura murata, prima di murarsi da sé, grazie a grate di sorrisi sgargianti,
con le balestre.
Nel suo gioire si osserva una nitidezza da finestre rotte: quante volte è caduta
e risorta, caduta e risorta questa donna monolite, inattingibile, integra;
fragile come un prato, umile come una fonte.
Pare insegni, fa di tutto per passare inosservata, certa che è fierezza morire
senza lasciare semenza di sé, senza seminare memoria. Abita in un luogo che fa
memoria di Diana cacciatrice: il sacro erbivoro s’impenna sul campanile della
chiesa-madre; verrebbe da intendere: abitare con l’arco a tracolla, con i cani
che si irradiano, appena divinati, nei boschi.
Di suo nulla abbiamo: Diana scrive cancellando; scrive miniature sul fuoco, su
referti d’aria. Dice di non saper scrivere – di non volere – come le possedute.
Per vanto – una volta che siamo stati nello stesso essere, come ricuciti nello
stesso terracqueo animale – le ho sottratto questo testo. S’intitola Juana la
Loca, si riferisce – per allusioni ed elisioni – alla vicenda, ambigua, di
Giovanna di Castiglia, Regina d’Aragona, moglie di Filippo il Bello, arcana
madre di Carlo V “Imperatore dei Romani”, artefice dell’impero “dove non
tramonta il sole”. Il testo, naturalmente, vive in fasce, in manoscritti
intorbidati dalla noncuranza, in parole di regno e di sogno.
Nata a Toledo nel 1479, la dicono tumulata nella follia dopo la morte del
marito, caduto a Burgos, in battaglia, nel 1506. Per quarantasei anni Juana fu
reclusa tra fortezze e monasteri, messa ai margini dagli intrighi politici del
suo tempo, di fatto disconosciuta dal figlio. Lì, in quel torbido di camere
oscure e di discepole candele, nacque il mito della regina impazzita, della
potente spossessata di sé, della Loca. Morì a Torsedillas, Juana, coriacea al
male infertole per viltà, nell’aprile del 1555 – secondo alcuni, simulò la
follia; secondo altri, fu macerata dall’umor nero. Nei quadri dell’epoca, la si
vede bellissima, gli occhi svaniti, la bocca inflessibile, come se contemplasse
l’opera di angeli boia, il tormento dei miracolati. Il nero fu il suo colore,
l’obbedienza il vero emblema della sua onnipotenza. Nel suo stemma spicca
l’aquila e il leone rampante; fu un’icona romantica, finì per raffigurare
l’oscuro astro, il buco nero tra gli Asburgo e gli Aragona, il corpo che
riassume e annienta ogni potere. Un’antinomia vivente – o meglio: un segno di
contraddizione, uno scandalo.
Francisco Pradilla, Doña Juana la Loca, 1877
Juana la Loca, di fatto, è il diario segreto, stregato, della segregata
“Giovanna la Pazza” – è il suo cuore verbale messo a nudo – la camera dei
bisbigli, l’ostensorio spalancato a fauci. Ma anche: la rosa da pietrificare di
attenzioni, parola che per farsi complice deve mostrare una semplicità che
spiazza, senza macchia. La potenza è di una immediatezza senza parole gregarie
né segugi. È una donna, quella che parla, che promulga la morte come si cede
all’amore.
L’autrice, l’ho già detto, non leggerà questo articolo – vive di una spaventosa
alterità. Ha segregato il suo sé in una poltiglia di libellule: le zone che a
Nord significano pace, silenzio, fiordo, in lei hanno il conturbante alle
palpebre. È una figura australe, abituata al verde a tremila metri, non certo
alle nevi; al dio felide, non alla felicità druidica di questi acquitrini
padani; alla scrittura sull’acqua più che su pietra.
In fondo, “Juana la Loca” è la sua biografia: ricucire ogni ferita vuol dire, a
questo punto, sepolcro vuoto.
**
Juana la Loca
Quanto è difficile tornare alla stato di grazia
alla fede imperitura.
Cieca, la minima bestia
vaga perduta tra torti sentieri
è storta, animale
che cammina con coltelli nel cranio.
*
Le sue ultime parole: “Gesù Cristo crocefisso sia con me”.
*
Credeva di aver seminato un universo in un orto remoto:
impilò turbini di nomi, entrò nella follia.
Dicono sia un covo bianco, la follia,
la cella dello smarrito
dove si ammucchiano ossa senza memoria né cenere.
*
Come se la morte avesse lasciato la porta aperta, stordita la bocca canoa,
il condor mette nido nella penombra della brughiera
mentre la mia voce si dirama tra doline e dolori.
*
Credetti di impazzire… la verde esplosione contro la lampada
soppesò i sensi.
Necessità di testimoni?
Tutto pare reale soltanto nella solitudine di questa grotta.
*
Perché tutto mi sembra così distante?
*
Tu sai che dico ti amo quando ti parlo dal mio silenzio. Il rito che precede il
tuo arrivo è carico di dolcezze. Tutto sembra muoversi intorno a me mentre
raduno grappoli di pioggia e il bosco ti afferra il collo.
*
Nell’orbita, l’occhio di vetro moltiplica i cieli e tutto ruota intorno al
silenzioso lago dell’oblio. Vago vuota nelle tue pupille. Come si ama la ragione
radice, in perpetua preghiera. Sapendo che sotto terra non c’è eco. Sotterro
l’ombra, profano il sogno e nei tuoi sogni sono il sogno.
*
Se l’esistenza si consuma nell’altro, dove sono quando non ti vedo?
*
Voglio soffocare il mio sogno nel tuo petto mentre il silenzio fiorisce. Anche
l’insolito ha un imperativo. Con le mani tese al cielo, raccogliendo dal cranio
degli alberi ciò che resta della siccità. Pronuncio il tuo nome, me ne riempio
la bocca.
*
Nel punto più lontano, mi ritiro, rantolo. Passo sui denti il rosario del tuo
nome. Ti amo come si ama il silenzio e la preghiera, sono la bestia che si nutre
di scarti e di scorze. Sempre doppia. Sempre piena.
*
Sogno vulcani violenti nelle tue mani
cordigliere dove il condor rabbuia nubi di morte.
Mentre mi aspetti nella desolata valle del tuo petto
sono a caccia di uccelli neri, trine che trillano nel ghiaccio.
*
La grande madre,
la sterile, sogna l’incendio.
Nel suo grembo cresce il nido
il nodo che arma il pianto corazza:
il più piccolo sospiro scatena una cascata.
*
Ci sono vulcani che dormono secoli, preda dell’idiozia.
*
Non senti il canto pieno di sangue e di sale che risuona nei baratri dove
abbiamo nascosto il corpo? Dai fianchi del lupo nasce l’urlo più puro: il suo
ululato è un’ordalia, l’ordine di deporre le armi.
*
Le tue parole annodate alle radici che sigillano il ventre. Con la paglia che
sanguina proteggo il neonato. Il vento mi riporta alla terra. So che di notte la
sete è più violenta della paura.
*
La distanza che pone tra il mondo e la sua mano gli è utile per misurare il
rumore dell’assenza di ciò che non è mai stato. Ha il passo leggero, cresciuto
tra aquile fameliche e fatali, per questo la sua luce assomiglia a una
conchiglia di sale.
*
Un giorno me ne andrò senza lasciare traccia – disse. Sarà il silenzio a marcare
il passo, una culla d’argento piena di uova. Nessuna eco ripeterà il mio nome.
*
Ti levo alla carne, sei nella mia ferita aperta.
Theodore Van Thulden (stampatore) su opera di Rubens, Matrimonio tra Filippo ‘il
Bello’ e Giovanna ‘la Pazza’, 1636 ca.
**
Juana la loca
Cuán difícil es volver al estado de gracia
y fe imperecedera.
Ciega la pobre bestia,
vaga perdida por senderos retorcidos,
chueco el animal
camina con cuchillas en el cráneo.
*
Sus últimas palabras fueron «Jesucristo crucificado sea conmigo».
*
Creía haber sembrado un universo en un huerto escondido,
recogió un torbellino de nombres que la llevó a la locura.
Dicen que la locura es una cueva blanca,
la celda del extravío
donde se amontonan huesos sin memoria ni cenizas.
*
Como si la muerte hubiera dejado la puerta abierta y desconcierta a la boca
cinglada,
el cóndor hizo el nido en la penumbra del páramo
mientras mi voz se derramaba entre quebrantos y quebradas.
*
Creí enloquecer… el verde estallido contra la lámpara
despertó los sentidos.
¿Se necesitan testigos?
Todo parece real, solo en la soledad llena de esta cueva.
*
¿Por qué me es todo distante?
*
Tú sabes que te digo que te quiero, cuando desde mi silencio te hablo. El rito
que antecede tu llegada está cargado de ternura. Todo parece moverse a mi
derredor mientras cuelgo racimos de lluvia y el bosque se recoge en tu cuello.
Juan de Flandes, Ritratto di Giovanna ‘la Pazza’, 1500 ca.
*
En la cuenca, el ojo vitreo multiplica los cielos y todo gira alrededor del
silencioso lago del olvido. En tus pupilas me vacío. Como se ama la raíz, en
perpetua plegaria. Sabiendo que bajo la tierra no hay eco. Cobijo la sombra,
profano el sueño y en tus sueños, sueño soy.
*
Si solo en el otro se consuma la existencia, ¿dónde estoy cuando no te veo?
*
Quisiera ahogar mi sueño en tu pecho mientras todo silencio florece. Hay un
patrón incluso en el impar. Con las manos tendidas al cielo, recogiendo de las
copas de los árboles lo que queda de la sequía. Pronuncio tu nombre llenándome
la boca.
*
En el punto más lejano, me arrincono, jadeante. Paso entre los dientes el
rosario de tu nombre. Te amo como se ama el silencio y la plegaria, soy la
bestia que se nutre de retazos. Siempre doble. Siempre llena.
*
Sueño en tus manos volcanes hambrientos,
cordilleras dónde el cóndor desdibuja nubes de muerte.
Mientras me esperas en el valle desolado de tu pecho,
cazo pájaros negros, trinos de hiel.
*
La grande madre,
la estéril, sueña el incendio.
En las entrañas crece el nido
nudo que enmaraña el llanto cohibido,
el mínimo soplo desencadena la cascada.
*
Hay volcanes que duermen siglos preñados de necedad.
*
¿No oyes el canto salado y sangriento que resuena en las cuevas donde
escondíamos el cuerpo? Ha de nacer de la cintura del lobo el llanto sincero, su
aullido será llamarada, la llamada a deponer las armas.
*
Tus palabras se enredan en las raíces que sellan el pecho. Con la paja que aún
sangra, cobijo al recién nacido. El viento me devuelve a la tierra. Sé que la
noche la sed es más violenta que el miedo.
*
La distancia que pone entre el mundo y su tacto le es útil a la medida del
sonido de la ausencia de lo que nunca fue. Tiene el paso ligero porque le
criaron águilas hambrientas y oscuras, es por eso que su luz asemeja a una
concha de sal.
*
Un día me iré sin dejar huella – decía – será el silencio que marcará el paso,
cuna plateada llena de huevos. No habrá eco que repita mi nombre.
*
En la carne te llevo, mi herida abierta.
Diana Mazon
*In copertina: litografia di Oswaldo Guayasamin (1919-1999)
L'articolo “Tornare allo stato di grazia”. Storia in versi di Giovanna la Pazza,
un enigma proviene da Pangea.