Dal monte le Beatitudini sono esplose con forza eruttiva ma la lava, colando dai
pendii, invece di dissolvere, miracolosamente, portava a fioritura l’umano.
Sbocciavano gigli dalle lacrime. L’uomo non veniva annientato da quello che
sembrava un messaggio disumano, impossibile, ma liberato. Come se l’eruzione
donasse all’uomo la possibilità di trapassare la corazza delle proprie vanità,
verticali narcisi sbucavano dalle ceneri del narcisismo.
Era possibile bruciare come pula tutto ciò che impediva all’uomo di abitare la
divina immagine e somiglianza. Dal fuoco, l’oro. E l’uomo finalmente luminoso.
Luce e sale. Lanterna sopra il monte. A sua volta eruzione che non distrugge ma
permette di elencare il mondo. Bastava lasciarsi toccare. Battezzare in Cristo.
E la Legge? E i Profeti? Nemmeno loro dissolti dalla lava. “Non crediate che io
sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a
dare pieno compimento” (Mt 5,17)
> “La legge anticotestamentaria si compie ora in Gesù che ne è l’interprete e il
> promulgatore definitivo: egli ne fa risaltare la qualità profonda di volontà
> di Dio, ne manifesta le intenzioni originali, ne realizza le dimensioni più
> autentiche: è ciò che Matteo definisce col verbo pleroun, il termine della
> pienezza più che del semplice adempimento”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Opere e giorni del Signore, Edizioni Paoline, 1992)
“Manifestare le dimensioni più originali”, il movimento lavico delle Beatitudini
trascina alla scoperta delle radici nascoste del visibile, come a volerci
immergere fino a poter vedere l’origine di ogni cosa. Tutto è Epifania
dell’Invisibile. Cristo riporta ogni realtà all’origine, a Genesi, il compimento
di cui parla non è solo qualcosa che sarà alla fine dei tempi ma ciò che è da
sempre. Esercizio di contemplazione del cuore delle cose. Manifestare l’origine
della legge è quindi riportare ogni cosa al desiderio primo del Padre. Guardare
il mondo e percepire il sussurro della “cosa buona” dell’Inizio. Avere tanta
fede da accogliere il fratello come “cosa molto buona”. Esercizio da santi. O da
idioti.
> “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e
> le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio
> disse: Sia la luce! E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio
> separò la luce dalle tenebre.”
>
> (Gn 1,1-4)
“Pienezza più che semplice adempimento”: il secondo movimento è una specie di
svelamento di ciò che saremo. Le Beatitudini espongono all’Eterno, così ogni
cosa visibile è comprensibile solo con uno sguardo gravido di fede, è una
gravidanza, siamo in attesa di nascere a vita eterna. Così la Legge, non si
tratta solo di eseguirla come fosse lettera morta da codificare ma di farsi
trascinare con lei al compimento di pienezza che promette, è un movimento che
tutti e tutto coinvolge, è un Esodo, un’epifania, un parto. È qualcosa di vivo.
Esercizio di fede. Vedere luce, contemplare l’eruzione delle Beatitudini anche
sull’altro monte, sul Calvario, dove chi resiste può testimoniare d’aver visto
la parola del Cristo adempiersi: “tutto è compiuto”. Nel cuore della morte:
fuoco. Ancora, solo i santi o i folli possono vedere la luce nelle tenebre.
Succede anche oggi. A occhi santi. Contemplatevi. Magari nel cuore della
malattia che, scandalosamente, può diventare addirittura luogo della
manifestazione. Come sul Calvario, luogo della pienezza. Ma questo non si può
dire ad alta voce, non può mai essere richiesta ad altri, non può diventare
legge universale da applicare, accade, è dono della grazia. (La pienezza della
legge è la Grazia?)
Comunque si può solo sussurrare solo a confidenti fidati, e con il cuore in
fiamme:
> “Sicché sono rimasta per 25 giorni in una solitudine così completa e in un
> silenzio così totale come mai forse nella mia vita. E Dio, trovandomi
> finalmente disponibile, ha cominciato a dirmi le mille cose che non gli avevo
> mai consentito di dirmi ed è stato, glielo assicuro, un mese di prodigi, che
> non mi ha lasciato il tempo per null’altro. San Giuseppe da Copertino (quello
> che alla sola menzione del nome di Dio volava in cima agli alberi) scrive la
> grande verità: che la malattia è sempre e unicamente «qualcosa che Dio ha da
> dirci»; cercarvi altre cause è buttar via la perla preziosa…”
>
> (Cristina Campo, Lettere a Mita, Adelphi, 1999)
“Non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia
avvenuto” (Mt 5,18). Nulla passerà invano, nulla. Nemmeno la malattia, nemmeno
il peccato, nemmeno ciò che non capiamo di noi, nemmeno i tentativi d’amore
naufragati. Nulla passerà invano. E potrebbe sembrare una minaccia, e lo
sarebbe, se non avessimo la sicurezza che in ogni iota c’è “qualcosa che Dio ha
da dirci”. Legge definitiva è saper ascoltare il Verbo che continua a farsi
carne. Inferno è il vivere invano. Cioè senza il Vivente in relazione con noi,
in ogni istante. Invano è un mondo senza Cristo. Credere, nel vuoto di certe
esperienze, che la vita non stia passando invano è esercizio da santi. O da
folli. “Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli
scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu
detto agli antichi: ‘Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al
giudizio’. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere
sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: ‘Stupido’, dovrà essere
sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: ‘Pazzo’, sarà destinato al fuoco della
Geènna”.
> “Scendere, servendosi della traccia offerta dalla legge, fin nel profondo del
> cuore e scoprire la qualità dei desideri nascosti. I desideri contrari allo
> spirito della legge sono peccato, anche se fuori non si vede niente”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Un movimento a scendere, superare la giustizia dello scriba e del fariseo che ci
portiamo dentro è farsi trascinare da Cristo verso la radice profonda di noi
stessi, non basta moltiplicare le regole, non basta nemmeno osservarle le
regole, occorre sprofondare nel cuore abbracciati a Cristo, crocifissi a lui.
Eppure, è sempre e solo sulla legge (sulle leggi) che noi tentiamo di agire.
Cambiare le regole, allargare o stringere le maglie, concentrarci sulla nostra
presunta coerenza (come se il rapporto con Cristo fosse giudicabile solo dalla
nostra narcisistica capacità di non sbagliare), accanirsi sul diritto
canonico… è tutto un ricamare intorno alla legge, è tutto un tentativo di
apparire perfetti. Per paura. Per paura di farsi trascinare fino al cuore di
quello che siamo. Per paura di guardare il nostro cuore e scoprire che contiene
anche tantissima tenebra. Per paura di doverci confrontare con la qualità dei
desideri nascosti, quelli indicibili, quelli che ci rendono omicidi, adulteri e
spergiuri. Per paura, alla radice, che la misericordia del Vivente non sia così
perfetta. Che il nostro male sia più grande del suo perdono. Ed è forse questo
che ci uccide. Solo i santi sopravvivono. O i folli.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina e nel testo: litografie di Otto Dix da “Das Evangelium nach
Matthäus”, 1960
L'articolo Solo i santi, solo i folli si salvano. Sulla paura di farsi
trascinare fino al cuore di quello che siamo proviene da Pangea.