Durante una recente audizione al Senato degli Stati Uniti, Waymo ha ammesso che
i suoi robotaxi non sono così autonomi come la retorica aziendale lascia
intendere.
Mauricio Peña, responsabile della sicurezza dell’azienda controllata da
Alphabet, ha confermato che quando i veicoli incontrano situazioni insolite, il
controllo viene trasferito a conducenti remoti. Molti di questi operatori non
lavorano negli Stati Uniti, ma dalle Filippine e da altri paesi.
L’ammissione smonta la narrazione dell’autonomia completa e riporta al centro
una realtà scomoda: dietro i sistemi di intelligenza artificiale presentati come
rivoluzionari c’è ancora una certa dipendenza dal lavoro umano, spesso
sottopagato e delocalizzato.
La testimonianza di Waymo non è un caso isolato ma l’ennesima conferma di un
pattern industriale consolidato. L’IA si regge su una struttura ibrida in cui
l’intervento umano rimane indispensabile, pur restando invisibile agli utenti
finali. E il modello economico è sempre lo stesso: esternalizzare la
supervisione verso paesi dove il costo del lavoro è inferiore, mantenendo però
intatta la narrazione di un sistema “completamente automatizzato”.
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