Quella sera, alla libreria Arion di via Veneto, non si stava solo presentando un
libro. Si respirava l’elettricità tipica di chi è a un passo dal disvelamento di
un segreto.
Eravamo nei primi anni Duemila. Un’epoca analogica, dove non potevi ancora
vivisezionare la vita di un tuo idolo su Instagram. Il mistero era reale, denso,
quasi fisico. Aspettavamo l’arrivo del discusso scrittore americano come si
aspetta un’apparizione: con quel misto di venerazione e curiosità morbosa che si
riserva ai miti maledetti. Avevo adorato i suoi romanzi: avevo già
divorato Sarah e Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (da cui Asia Argento ha
tratto un film), entrambi tradotti da Martina Testa e pubblicati da Fazi.
Quando Jeremiah è apparso, il silenzio si è fatto pesante e gravido. Davanti a
me non c’era un ragazzo, ma un’icona pop fatta di fragilità e artificio.
Indossava un cappello nero a falde larghe, come nelle sue foto apparse sulle
riviste, calcato sui bei capelli biondi che poi si riveleranno una parrucca. Gli
enormi occhiali scuri a coprire metà del viso, trasformandolo in una maschera
impenetrabile. Un corpo minuto, l’aria timida, un’identità fluida che sfuggiva a
ogni definizione.
Sembrava un Michael Jackson della letteratura.
Ero lì, a pochi centimetri da quella che è stata poi definita una grande truffa
letteraria (svelata nel 2006 dal “New York Times” e divenuta nel 2018 un film di
Justin Kelly) ma allora per me rispondeva tutto alla nuda verità. Avevo letto i
libri di J.T. LeRoy come fossero vangeli autobiografici, e mi chiedevo se il
ragazzo che avevo davanti, lì in libreria, avesse davvero attraversato l’inferno
descritto con tanta brutale grazia nelle sue pagine.
Mi sono avvicinato a lui stringendo in mano il suo romanzo La fine di
Harold (Fazi), appena acquistato. Col mio stentato inglese gli ho detto che
scrivevo anche io, che venivo da una piccola isola: Lipari e che da poco vivevo
a Roma. Mi ha ascoltato con attenzione, guardandomi da dietro le lenti scure e
ha scritto per me questa dedica: “Davide, qui a Roma trovi molta ispirazione per
la poesia. J T LeRoy”. Ha firmato con quello che allora credevo fosse il suo
nome, mi ha sorriso e mi ha stretto la mano.
Non potevo sapere che dietro quegli occhiali non c’era Jeremiah, ma Savannah
Knoop, che a sua volta interpretava il sogno febbrile di Laura Albert, la
compagna di suo fratello. Laura Albert era la vera scrittrice che stava dietro
quella messinscena.
Oggi, quell’autografo non mi appare come la reliquia di una menzogna, ma
come l’autentica prova di una performance artistica totale. Laura Albert aveva
compreso che il pubblico non voleva solo una storia, voleva un corpo singolare
da idolatrare.
Ci interroghiamo spesso sul confine tra auto-fiction e invenzione. Che
differenza c’è tra un autore che usa il proprio nome per un personaggio e uno
che inventa un personaggio per fargli calzare la propria vita. La realtà è
fragile: Laura Albert ha creato un mondo altro perché il suo, fatto di dolore e
abusi, era stato rifiutato da tutti gli editori a cui si era rivolta.
La letteratura, in fondo, è una danza sul filo del rasoio tra ciò che è e ciò
che appare. Se la finzione è ciò che nasce dall’immaginazione, allora quella
sera alla libreria Arion di via Veneto io non ho incontrato un impostore. Ho
incontrato la letteratura nella sua forma più pura e spietata: quella capace di
strapparti al reale e farti credere, anche solo per il tempo di una dedica, che
l’impossibile fosse seduto proprio davanti a te.
Davide Cortese
*In copertina: un fotogramma da “The Cult of JT Leroy”, 2014
L'articolo Il fantasma di via Veneto. La sera in cui incontrai J.T. LeRoy, il
Michael Jackson della letteratura proviene da Pangea.