Vado a trovare Davide a Lipari. Penso a Efesto che ci controllerà. Sarà lui a
decidere del mio comportamento sull’isola: dovrò tenere a bada la mia hybris.
Quando arrivo, Davide mi accoglie e mi propone una passeggiata serale. Se ci
appostiamo in un punto che dice lui, forse a tarda notte vedremo una mahara. Lui
l’ha già vista e sta condividendo un segreto. Così, dopo aver fatto un po’ di
mare, la sera ce ne andiamo nella zona di Chiesa Vecchia. Attendiamo che la
gente rincasi e confidiamo nella magia.
Alle tre di notte una signora, che Davide mi rivela essere una tabaccaia, si
materializza davanti ai nostri occhi e si cosparge la pelle di un unguento. Da
quel momento è una mahara, potrà volare in Africa nella barca di un pescatore e
tornare con frutti esotici da offrire al marito. Interloquiamo con lei,
decidiamo di aspetterla al suo ritorno, deve rientrare all’alba: con le luci del
giorno la strega tornerà ad essere una tabaccaia.
Così, mentre aspettiamo, per passare il tempo faccio qualche domanda a Davide…
Caro Davide, partiamo da un dato geopoetico: sei nato a Lipari. Quanto incide,
l’isola, sulla tua scrittura? Una volta mi hai detto che ti porti dentro la sua
luce…
L’isola è un piccolo cosmo. Ha, anche morfologicamente, una sua precisa
identità. Non c’è continuità con il resto del mondo ma netta separazione. Su
un’isola è più concreta l’idea di un altrove. Tutto questo non può non incidere
sul pensiero e sul sentimento dell’isolano, di chi la vita l’ha conosciuta su
un’isola e su un’isola ha vissuto tutte le sue prime volte. Sicuramente anche la
mia scrittura è intrisa dell’isolitudine di cui ci parlava Bufalino e della luce
spietata e meravigliosa delle Eolie.
Vivi ormai a Roma da molti anni, come percepisci la capitale dal punto di vista
culturale e relativamente al mondo della poesia – fra eventi, rassegne, reading?
La vita culturale di Roma è abbastanza vivace. Sono numerosi e variegati, tra
reading ed eventi letterari, i momenti di scambio e di socialità tra chi scrive.
È sulla reale qualità della poesia veicolata da questi eventi che bisognerebbe
porsi delle domande ed eventualmente esprimere perplessità.
È a Roma che prende vita anche il progetto “Roman Beat Generation” – di cui fai
parte. Come lo vivi? Cosa ti ha spinto a partecipare?
Apprezzo molto lo sforzo sincero di chi intende valorizzare e far conoscere le
voci poetiche contemporanee. Quindi non potevo non essere felice dell’invito tuo
e di Fabrizia Sabbatini e di Magog a far parte di questa splendida antologia che
mette insieme una stralunata brigata di poeti tra loro molto diversi e per
questo rappresentativi di una preziosa biodiversità poetica.
In veste di educatore, come vedi il rapporto delle nuove generazioni con la
parola scritta? Leggono, scrivono, i più giovani?
Purtroppo, dal mio punto di osservazione, che è proprio tra i banchi di scuola
dei ragazzi, la situazione non è delle migliori. I più giovani leggono e
scrivono pochissimo e spesso lo fanno male.
Torniamo al Davide scrittore. Sei autore di opere che si muovono su più registri
e m’incuriosisce, in particolare, il tuo Zebù bambino, un poemetto sull’infanzia
del diavolo. Come hai scelto questo tema?
Il tema di Zebù bambino non è esattamente frutto di una scelta, a dire il vero.
Tutto il breve testo è nato in maniera spontanea (e di getto: l’ho scritto in
una sera estiva a Lipari). Il tema dell’infanzia come età d’oro dell’uomo – ma
anche come stagione spietata in cui si fa esperienza del dolore – mi è da sempre
molto caro ed è anche al centro di un mio romanzo: Malizia Christi.
Attraverso un appunto musicale – so che ami il grunge che movimentò Seattle, in
particolare i Nirvana – ti chiedo: sul fronte italiano del canto poetico, pensi
ci sia stato o ci possa essere un movimento underground o saremo sempre i figli
della tradizione?
Adoro la voce di Kurt Cobain, la musica dei Nirvana. Tra l’altro, sono anche
stato a Seattle, molti anni fa (non sulle tracce dei Nirvana, però). Sul “fronte
italiano del canto poetico” per fortuna esiste un movimento underground che gode
di ottima salute. Che grosso guaio se non esistessero i ribelli, sempre in
aperta polemica con la tradizione, con la lingua e col potere.
Mi ricollego all’ultima: in generale sei più dell’idea che sia già stato detto
tutto oppure mancano l’interesse e le figure che sappiano rintracciare elementi
di novità artistica?
È senza dubbio già stato detto tutto ma non in tutti gli innumerevoli e
mirabolanti modi in cui il tutto può essere detto.
*In copertina: Davide Cortese a ventidue anni sopra la Chiesa Vecchia; photo
Giuseppe Allegrino
L'articolo Tra la “mahara” (la strega volante) e i Nirvana. Dialogo con Davide
Cortese proviene da Pangea.
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Quella sera, alla libreria Arion di via Veneto, non si stava solo presentando un
libro. Si respirava l’elettricità tipica di chi è a un passo dal disvelamento di
un segreto.
Eravamo nei primi anni Duemila. Un’epoca analogica, dove non potevi ancora
vivisezionare la vita di un tuo idolo su Instagram. Il mistero era reale, denso,
quasi fisico. Aspettavamo l’arrivo del discusso scrittore americano come si
aspetta un’apparizione: con quel misto di venerazione e curiosità morbosa che si
riserva ai miti maledetti. Avevo adorato i suoi romanzi: avevo già
divorato Sarah e Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (da cui Asia Argento ha
tratto un film), entrambi tradotti da Martina Testa e pubblicati da Fazi.
Quando Jeremiah è apparso, il silenzio si è fatto pesante e gravido. Davanti a
me non c’era un ragazzo, ma un’icona pop fatta di fragilità e artificio.
Indossava un cappello nero a falde larghe, come nelle sue foto apparse sulle
riviste, calcato sui bei capelli biondi che poi si riveleranno una parrucca. Gli
enormi occhiali scuri a coprire metà del viso, trasformandolo in una maschera
impenetrabile. Un corpo minuto, l’aria timida, un’identità fluida che sfuggiva a
ogni definizione.
Sembrava un Michael Jackson della letteratura.
Ero lì, a pochi centimetri da quella che è stata poi definita una grande truffa
letteraria (svelata nel 2006 dal “New York Times” e divenuta nel 2018 un film di
Justin Kelly) ma allora per me rispondeva tutto alla nuda verità. Avevo letto i
libri di J.T. LeRoy come fossero vangeli autobiografici, e mi chiedevo se il
ragazzo che avevo davanti, lì in libreria, avesse davvero attraversato l’inferno
descritto con tanta brutale grazia nelle sue pagine.
Mi sono avvicinato a lui stringendo in mano il suo romanzo La fine di
Harold (Fazi), appena acquistato. Col mio stentato inglese gli ho detto che
scrivevo anche io, che venivo da una piccola isola: Lipari e che da poco vivevo
a Roma. Mi ha ascoltato con attenzione, guardandomi da dietro le lenti scure e
ha scritto per me questa dedica: “Davide, qui a Roma trovi molta ispirazione per
la poesia. J T LeRoy”. Ha firmato con quello che allora credevo fosse il suo
nome, mi ha sorriso e mi ha stretto la mano.
Non potevo sapere che dietro quegli occhiali non c’era Jeremiah, ma Savannah
Knoop, che a sua volta interpretava il sogno febbrile di Laura Albert, la
compagna di suo fratello. Laura Albert era la vera scrittrice che stava dietro
quella messinscena.
Oggi, quell’autografo non mi appare come la reliquia di una menzogna, ma
come l’autentica prova di una performance artistica totale. Laura Albert aveva
compreso che il pubblico non voleva solo una storia, voleva un corpo singolare
da idolatrare.
Ci interroghiamo spesso sul confine tra auto-fiction e invenzione. Che
differenza c’è tra un autore che usa il proprio nome per un personaggio e uno
che inventa un personaggio per fargli calzare la propria vita. La realtà è
fragile: Laura Albert ha creato un mondo altro perché il suo, fatto di dolore e
abusi, era stato rifiutato da tutti gli editori a cui si era rivolta.
La letteratura, in fondo, è una danza sul filo del rasoio tra ciò che è e ciò
che appare. Se la finzione è ciò che nasce dall’immaginazione, allora quella
sera alla libreria Arion di via Veneto io non ho incontrato un impostore. Ho
incontrato la letteratura nella sua forma più pura e spietata: quella capace di
strapparti al reale e farti credere, anche solo per il tempo di una dedica, che
l’impossibile fosse seduto proprio davanti a te.
Davide Cortese
*In copertina: un fotogramma da “The Cult of JT Leroy”, 2014
L'articolo Il fantasma di via Veneto. La sera in cui incontrai J.T. LeRoy, il
Michael Jackson della letteratura proviene da Pangea.