Nel dicembre del 1965 uscì nelle sale americane Il dottor Živago. Il mirabile
esordio di Geraldine Chaplin – ventenne, figlia di Charlie, nipote di Eugene
O’Neill, nel film fa Tonja, la bella moglie del fedifrago dottore – venne messo
in ombra dalla rapace sensualità di Julie Christie, indimenticabile Lara. Agli
Oscar, l’anno dopo, Julie sbalordì tutti: vinse la statuetta come “attrice
protagonista” per l’altro film in cui compariva, Darling di John Schlesinger –
interpretava una mantide che passa di maschio in maschio, preda di furente
ambizione. Il dottor Živago ottenne cinque Oscar sulle dieci candidature
complessive, in categorie secondarie; gli incassi furono straordinari. David
Lean, regista britannico solidissimo e capace nel gergo epico – pensiamo a Il
ponte sul fiume Kwai, 1957 – il suo Oscar l’aveva conquistato tre anni prima,
con Lawrence d’Arabia. Pur in contesti storici e geografici analoghi – la
rivoluzione degli arabi e quella russa; il deserto da un lato, gli innevati
Urali dall’altro – non potremmo pensare a personalità più diverse. T.E. Lawrence
agisce nella Storia, in fondo, per disintegrarsi; Živago subisce la Storia con
l’estro del creatore; uno è un archeologo che si fa guerriero, l’altro un poeta
che presta servizio come dottore. Entrambi scrivono. Sia Il dottor
Živago che Lawrence d’Arabia sono stati ridotti in partitura cinematografica da
Robert Bolt, sceneggiatore abilissimo (tra l’altro, anche di Mission, 1986). Il
dottor Živago uscì nelle sale italiane nel dicembre del ’66; nel suo ultimo film
– del 1984 – David Lean opta per toni più tenui, ‘da camera’,
adattando Passaggio in India, il romanzo di E.M. Forster.
In un articolo recente, Scott Tobias, critico cinematografico del “Guardian”, ha
scritto, grosso modo, che Il dottor Živago è un film elefantiaco, fuori tempo,
“un relitto”, che tuttavia “conquista ancora”. Merito dell’idea di fondo – in
fondo in fondo banale: “l’amore persevera nei tempi oscuri, come l’arte che da
esso scaturisce” – e del fatto, infine, che Il dottor Živago “è il tipico film
da guardare al caldo, durante un lungo pomeriggio invernale”. Omar Sharif, per
certi tratti, ricorda Boris Pasternak.
Il dottor Živago, in effetti, era un film fuori tempo perfino ai suoi tempi: nel
1963 Fellini esce con Otto e mezzo; nel 1961 Ingmar Bergman usciva con Come in
uno specchio; Andrej Tarkovskij aveva vinto il Leone d’oro con L’infanzia di
Ivan nel 1962. Anche in questo, tuttavia, rispecchia il romanzo da cui è tratto:
quando, in modo enigmatico e provvidenziale, Il dottor Živago viene pubblicato
da Feltrinelli, nel ’57, è, a prima vista, un libro arcano, arcaico, che guarda
a Lev Tolstoj più che al romanzo novecentesco, ai risultati spiazzanti di
Faulkner, Céline o Thomas Mann. È un romanzo come non se ne scrivevano più; a
tutta prima ben diverso dalla prosa estasiante, energumena, viva de Il
salvacondotto, la prova autobiografica che Pasternak pubblica nel 1931. Proprio
come accade alla traduzione filmica di Lean, il romanzo di Pasternak è accolto
dalla critica tra entusiasmi e perplessità; il successo è eclatante. Il dottor
Živago è un romanzo che pur parlando di un tempo remoto, parla a tutti, a tu per
tu, con lo scandalo di una confessione. Le Poesie di Jurij Živago in appendice –
non le più belle di Pasternak, ma bellissime, e ben rese da Mario Socrate
nell’edizione originaria – ci costringono a rileggere il romanzo, la cui natura
è sempre più vertiginosa, ad ogni lettura, sempre più prodigiosa. Di fronte
al Dottor Živago – anche di questo si era accorto Giangiacomo Feltrinelli, come
si evince dall’epistolario edito in: Paolo Mancosu, Živago nella tempesta. Le
avventure editoriali del capolavoro di Pasternak, Feltrinelli, 2015 – i concetti
di ‘bello’ o ‘brutto’ svaniscono, come di fronte a chi ti offra una verità, al
contempo adamantina e urgente: quel che conta è la rivelazione, non la materia
di cui è fatta.
Pasternak, come si sa, lavorò al Dottor Živago per dieci anni; ne parlò a tutti,
con l’ansia epistolare da cui era afflitto – alla pari del suo maestro, Rainer
Maria Rilke, scriveva dalle vette, con la penna intinta nel cuore del condor,
senza darsi, senza attendere risposta, dacché lui giungeva, rapace, come
un responso –: tra tutti, in particolare, alla cugina, Olga Fréjdenberg,
filologa di talento, naturalmente espulsa dall’università di San Pietroburgo
durante l’estasi stalinista; a lei Il dottor Živago pareva un capolavoro, un
libro “al di sopra di ogni giudizio… una variante tutta particolare del libro
della Genesi” (l’epistolario tra Boris e Olga è stato edito da Garzanti come Le
barriere dell’anima, nel 1987). Al contrario, il libro non piacque a Varlam
Šalamov che lo riteneva una specie di tradimento dalle intuizioni liriche
originarie di Pasternak. Allo stesso modo, Angelo Maria Ripellino, il più grande
interprete di Pasternak in Italia, esalta le opere degli anni Venti e Trenta –
“La sua arte presenta grandi difficoltà al lettore: bisogna scioglierne i nodi
parola per parola, decifrarla come un’algebra verbale, come un esercizio di
complicata sintassi… ma chi sa penetrarla trova ad ogni lettura sempre nuovi
valori, resta abbagliato dalla gioiosa luminosità delle parole” – minimizzando
gli estremi esiti (“pur conservando l’antica freschezza di stile, i libri
pubblicati dopo l’ultima guerra riflettono più intensamente e con modi più
semplici la nuova realtà”). Al dibattito critico, infine infimo – Il dottor
Živago è giustamente ascritto tra i grandi libri del secolo – seguì quello
politico; le infami accuse rivolte al poeta finirono per sfiancarlo: Pasternak
muore nel 1960, trent’anni dopo il suo amico ustorio, Vladimir Majakovskij (che
compare d’improvviso nel Dottor Živago, in nota critica folgorante: “È come una
continuazione di Dostoevskij. O meglio, è una lirica scritta da qualcuno dei
suoi personaggi più inquieti, i giovani, come Ippolit, Raskol’nikov, o il
protagonista de L’adolescente”).
In realtà, Boris Pasternak agisce sempre come un creatore. Anche come poeta,
Pasternak sembra disinteressarsi alla natura ‘letteraria’ dei suoi testi –
adempie un compito ‘bardico’, sciamanico. La scrittura – è in fondo questo il
tema dominante del Dottor Živago, ben più del contesto storico, da cartolina, e
della favola d’amore, di contorno – vince la morte, è una piega nel ventre della
necessità storica. Perché questa scrittura sia efficace è necessario amare, con
totalità che va verso l’impossibile – attraverso Puškin, Pasternak arriva a
Dante: Lara è una Beatrice lasciva. Dacché sono scritte, inscritte, le cose, le
vite, mutano via: il Verbo non è verboso, ma avvera, è vero.
In questo, il film di Lean è maldestro: non può interpretare le pagine
‘cosmiche’ né quelle metafisiche del Dottor Živago, le più alte – la trama, a
conti fatti e a romanzo chiuso, è poca cosa; la Storia un’effimera al veleno al
cospetto degli individui, le cui microscopiche esistenze sono salvate,
integralmente, dalla passione dello scrittore/messia.
> “La notte bianca del nord era alla fine. Nel riapparire delle cose, ognuna
> stava al suo posto, quasi incredula di sé, come inventata: la montagna, il
> bosco, il burrone. […] La cascata dominava tutt’intorno. Era terribile nella
> sua singolarità che la dotava di una vita, d’una coscienza propria e la
> trasformava come in un drago favoloso, in un serpente tiranno del luogo, lì a
> esigere il tributo, a devastare i dintorni”.
Come si può tradurre in immagini un brano pieno di tanta tensione creaturale?
Come è possibile tradurre in sequenze filmiche i paragrafi – i più potenti,
infine, del romanzo – in cui Pasternak/ Živago tenta di tracciare il senso
dell’esistere, come si ferisce un albero perché dia il suo latte, quella
magnifica poltiglia? Questo, ad esempio:
> “Così scrivendo di ogni sorta di cose, rilevò di nuovo e si convinse che
> l’arte è sempre al servizio della bellezza e la bellezza è la felicità di
> dominare la forma, che la forma è il presupposto organico dell’esistenza e
> che, per esistere, ogni cosa vivente deve possedere la forma e che, di
> conseguenza, tutta l’arte, non esclusa quella tragica, è il racconto della
> felicità di esistere”.
Questa frase – piuttosto astrusa rispetto alle norme estetiche comuni, per cui
l’arte è il frutto dorato di un amaro soffrire, ma assai ‘russa’: l’Onegin è un
poema che trasuda, pur nella tragedia, felicità e vita, una felicità che
potremmo dire dominio, natura e perfino Dio – testimonia che il Pasternak
di Živago non è diverso dal Pasternak di Mia sorella, la vita, dal Pasternak del
magnetico poemetto Le onde. Nel 1935, invitato – e inviato per obbligo di Stato
– al “Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura”
ordito da André Gide e da André Malraux, Pasternak si espresse, in sostanza, con
le stesse, lapidarie parole: “La poesia rimarrà sempre eguale a se stessa, più
alta di ogni Alpe d’altezza celebrata: essa giace nell’erba, sotto i nostri
piedi… quanto più ci sarà felicità a questo mondo, tanto più sarà facile essere
artisti”. Fu a Parigi tormentato dall’insonnia, il suo intervento durò,
all’incirca, un paio di minuti: per la prima volta, dopo anni di lettere e di un
corpo – quello di Rilke – spartito, setacciato, depauperato, Pasternak incontrò
Marina Cvetaeva. Chissà se avrebbe scritto nello stesso modo Il dottor Živago se
Marina Cvetaeva non fosse morta, a fine agosto, nel ’41, di tutto priva, con la
corda al collo – messianica Marina.
Nel Dottor Živago appare perfino una ‘politica’, una ‘poetica della politica’.
Pasternak anela al tempo in cui “la vita di ognuno si svolgeva liberamente, non
secondo un’illustrazione didascalica”. Una vita in lode – senza legge; una vita
in comune – senza dominatori, nient’altro che erba; una vita infante, imberbe,
per sempre novizia. Una vita tesa al sacro – un sacro che un tempo (brevissimo,
come angelica apparizione) si chiamò “rivoluzione”, ma che è poi
riconciliazione. Una vita da primo e da ultimo giorno.
Il dottor Živago – vuoi per le circostanze storiche in cui è nato, vuoi per
l’esistenza del suo autore, devoto all’opera fino a morirne – resta un libro più
importante di altri ben più riusciti (Vita e destino di Vasilij Grossmann, ad
esempio, oppure i Racconti di Kolyma di Varlam Šalamov, per non dire dei libri
sperimentali di Andrej Belyj che tanto piacevano a Nabokov o di quelli radicali
di Aleksandr Solženicyn) perché è un libro che trascende la letteratura (“Il
fatto è che non so se esista più l’arte e che cosa essa significhi ancora”).
Pasternak, con la consueta, indulgente, indifesa indifferenza, tentò di
scarcerare il manoscritto del DottorŽivago dall’Unione Sovietica, dove il libro
non avrebbe mai visto luce, certo di ciò che sarebbe accaduto: l’infamia,
l’accusa, la messa al bando. In qualche modo, Pasternak doveva andare fino in
fondo, doveva spogliarsi. Desiderava il martirio. Non era più di questo mondo.
“Io sono già morto e tu vivi ancora” è l’attacco di una delle vertiginose poesie
di Živago, Il vento.
Quando, nel 1954, girò voce che Pasternak avrebbe potuto vincere il Nobel per la
letteratura – andò a Hemingway – ricevette una cartolina dalla cugina. Da
qualche tempo si scriveva con Ariadna, la figlia di Marina Cvetaeva, sepolta –
per effetto del lignaggio, si dirà: il padre, impegnato nei servizi segreti, era
stato ucciso nel 1941 – nelle prigioni staliniste, “siamo grandi amici, sebbene
l’abbia vista soltanto nel ’35 a Parigi, quando era ancora una bambina. È una
donna infelice e intelligentissima, che scrive delle lettere straordinariamente
piene di talento”. Alla cugina disse della necessità di “vivere silenziosamente
e segretamente”, che le viete circostanze della fama non avrebbero potuto
“cambiare di un minuto il corso delle ore della vita semplice, laboriosa, senza
nome e ignorata da tutti che conduco”. È vero, c’è sempre una bruma ambigua in
ciò che scrive Pasternak – ma che scrittura… Spesso, a Peredelkino, lo vedevano
con la zappa in mano – che è poi un modo per arpionare la penna. Spesso
camminava nei boschi. “C’è un angelo custode nella mia vita, questa è la cosa
principale. Siano rese grazie a lui”. Chissà se il suo angelo era tremendo
quanto quello di Rilke – o era uno di quelli imbozzolati tra quattro e sei ali,
immani crisalidi, incerti tra la figura sterile o la gravidanza in spade.
*In copertina: Julie Christie sul set del Dottor Živago
L'articolo “C’è un angelo custode nella mia vita”. L’epopea infinita del “Dottor
Živago” proviene da Pangea.
Tag - Romanzo
Ho conosciuto Douglas Glover grazie a Eugene Marten. Nell’intervista realizzata
su questo foglio telematico, l’ottimo scrittore americano appena tradotto da
Playground cita The Life and Times of Captain N.; un libro, dice, più bello
di Meridiano di sangue. M’informo. Il romanzo, ambientato durante gli anni della
Rivoluzione americana, tra il 1779 e il 1781, alterna rovinosi tradimenti ad
affabili efferatezze. Il protagonista, Oskar, un ragazzino, scrive una lettera a
George Washington; il padre – arguto in violenza – ha scelto di stare col Regno
di Gran Bretagna; la madre è in piena isteria, i nativi imperversano, a fiotti,
elegantissimi nell’uccidere (“Verità è bellezza”, dice, a un certo punto, un
nano, mentre maneggia il Tristram Shandy e la Anatomy of Melancholy di Burton,
“Guarda i selvaggi: poesia che prende vita. Ogni loro gesto è retorico. Per loro
bellezza è verità. Per raccontare la loro verità devi dimenticare questo mondo e
parteggiare per il poetico”).
Del romanzo esiste anche una versione francese, dal titolo più incisivo: Le
Rédempteur. In origine, uscì per Knopf nel 1993, l’anno in cui Cormac McCarthy,
dopo decenni di grandi romanzi per lo più sconosciuti ai più, accede al grande
pubblico, con Cavalli selvaggi. L’anno prima, Richard B. Woodward lo aveva
intervistato per il “New York Times”, creando l’icona del the best unknown
novelist in America: lo scrittore assiso in una sua insonorizzata solitudine,
che parla poco, professa l’eremitaggio etico, conosce i serpenti a sonagli del
Mojave. Grosso modo con le stesse parole – the most eminent unknown Canadian
writer alive – è stato censito Douglas Glover. La nota che appare sul suo sito,
alimenta un’agiografia di smarrimenti e sottrazioni: “L’oscurità di Douglas
Glover è leggendaria; è noto soprattutto per essere sconosciuto”. Si citano i
due figli, “Jacob e Jonah, che senza dubbio diventeranno più bravi di lui”. I
suoi libri – così scrivono alcuni giornali come “Music & Literature” – “possono
essere paragonati ai romanzi di Cormac McCarthy, Donald Barthelme e William
Faulkner”.
In realtà, di Douglas Glover si sa molto – per lo meno, abbastanza. Nato nel
1948 a Simcoe, piccolo borgo canadese, in Ontario, dove aveva sede l’azienda di
tabacco della famiglia, ha studiato filosofia a Toronto, si è specializzato a
Edimburgo, ha praticato come giornalista, è stato “writer in residence” in
diverse università, più o meno note. Nel 2010 ha fondato la rivista letteraria
“Numéro Cinq”, che ha diretto per sette anni. Douglas Glover ha le stimmate del
guru, è messianico perfino nel viso: fronte ampia, occhi levati da uno spirito
lupo, impettita magrezza; lo straordinario nell’ordinario. Quando lo
fotografano, spesso si vela il volto con mani in mandria.
È un teorico della letteratura; meglio: è un profeta della scrittura, uno che
scava, uno che stana il verbo. Uno in caccia. Tra l’altro, ha scritto un saggio
su “Don Chisciotte”, The Enamoured Knight, ma i suoi interventi più sagaci sono
quelli brevi, predatori. Tra i tanti, preferisco The Novel as a Poem; attacca
così:
> “Il miglior insegnante di scrittura che abbia mai avuto era un cowboy del
> Kansas, si chiamava Robert Day, l’ho conosciuto all’Iowa Writer’s Workshop,
> era capitato all’ultimo minuto per sostituire un collega: sarebbe stato con
> noi un semestre, era il gennaio del 1981. Il primo giorno di lezione –
> indossava stivali, jeans, camicia a scacchi – non disse una parola, prese il
> gesso, segnò la lavagna con una scrittura a caratteri cubitali: Ricordati di
> ricordargli che il romanzo è una poesia”.
Robert Day, da giovane, aveva lavorato per G.P. Putnam’s, a New York, “ricordava
ancora l’entusiasmo per la pubblicazione di Lolita”, aveva pubblicato un solo
romanzo, The Last Cattle Drive, aveva un ranch nel Kansas occidentale, “gestito,
ai limiti della legalità, insieme ad alcuni amici”. Indottrinò Glover intorno
alla sapienza letteraria di Raymond Queneau, Robert Musil, Chinua Achebe, Amos
Tutuola, Vladimir Nabokov e Kobo Abe. Non potremmo immaginare scrittori più
diversi tra loro.
Douglas Glover esordisce alla letteratura proprio nel 1981, con The Mad River
and Other Stories, un libro pressoché introvabile. Il primo dei suoi cinque
romanzi, Precious, esce due anni dopo: è la parodia di un giallo; il
protagonista, “un giornalista alcolizzato ed esausto con la tendenza a cacciarsi
nei guai e tre matrimoni falliti alle spalle”, pare ritagliato sulla sagoma di
Hank Quinlain, il personaggio eternato da Orson Welles. Il romanzo più noto – e
più tradotto – di Glover s’intitola Elle: ambientato nel XVI secolo, romanza
l’epopea di Marguerite de La Rocque, giovane donna francese abbandonata da
Jacques Cartier presso la leggendaria “Isola dei Demoni”, Terranova. Si
susseguono, in rissa, orsi, spettri, inuit; dissero dell’“immaginazione
rabelaisiana di Glover”. Il romanzo, uscito nel 2003, dieci anni dopo The Life
and Times of Captain N., permise a Glover il Governor General’s Award, il premio
letterario più importante del Canada, superando Margaret Atwood.
L’ultimo libro pubblicato da Glover, The Erotics of Restraint, una raccolta di
saggi, è uscito nel 2019; l’ultimo pensiero on writing è uscito la scorsa
estate: Glover parla di Anna Karenina e più in particolare di Literary Suicide.
Avrebbe voluto scrivere un romanzo “sul suicidio del mio bisnonno, nel 1914.
Alla fine ho abbandonato l’impresa perché, immagino, non avrei saputo descrivere
un suicidio”.
The Life and Times of Captain N. – di cui in calce si offrono, in libera
traduzione, alcune pagine – è un libro docilmente torbido, molto bello. Rispetto
a Meridiano di sangue, la cui scrittura, biblica e ancestrale, procede per
gnostiche involuzioni, qui si va per folgori, per agnizioni improvvise, per
bruschi lampi. Meridiano di sangueè un romanzo-assedio; The Life and Times of
Captain N. è un romanzo razzia. Nello stesso anno in cui esce il romanzo – per
dire della pervicacia del ‘genere’ – Gli spietati, il cupo western di Clint
Eastwood, ottiene quattro Oscar.
Soprattutto, The Life and Times of Captain N. è una riflessione sul senso della
scrittura, se la scrittura possa davvero testimoniare la verità quando non il
suo idolo, la sua contraffazione. A un certo punto Oskar, il ragazzo che sta
scrivendo la sua storia, scrive:
> “Intendo dire la Verità, ma è difficile afferrarla. La Verità è una Maschera &
> il suo Stigma è la Divisione. Non è che il Nulla che giace tra le Cose.
> Vortica. Eppure credo che conoscerla sia una specie di Pazzia, di gioioso
> Conforto”.
Tracciare i punti di contatto tra Douglas Glover e Cormac McCarthy è infine
inutile: un gioco di apparenze, di eteree strategie letterarie, di fuochi in
fuga. Le grandi singolarità sono imparagonabili, la scrittura prevede un uomo
solo, qualcosa che scalfisce la parola pioniere e la parola primevo. È ora di
tradurre Douglas Glover.
***
Da The Life and Times of Captain N.
Il Patto sconfitto
Agosto-settembre 1779
Dio d’acqua
Il ragazzo arranca con la penna d’oca, schizza gocce d’inchiostro preparato in
casa sulla rude corteccia di betulla. La lingua lecca il labbro superiore: si
concentra. Sei pronto a scrivere? Pensa. Sei pronto a dire la verità? Sì.
Il ragazzo ha quindici anni. Il padre è scomparso nella foresta, è andato a
cercare il re. La madre è a letto. Le sue grida e i suoi miagolii allontanano
tutti dalla casa. Nella chiesa che il padre ha costruito in una porzione della
fattoria, la gente del villaggio recita preghiere per lei e per i suoi figli –
blatera bestemmie contro il padre del ragazzo. Gli zii e le zie del ragazzo sono
in fila sui banchi per denunciare il fratello. Quando pregano in silenzio, odono
le urla della madre del ragazzo.
Non si lava – non mangia. Lo spazio puzza, galoppano i gemiti. Ci sono altri sei
bambini oltre al ragazzo – lui è il più grande. Corrono, liberi, nel cortile
della fattoria, nel bosco. Venite, vicini, venite, servitevi degli animali della
fattoria, fottete gli attrezzi del padre. Cardi e bardana, senape selvatica e
erbe matte soffocano i filari di mais. I cervi “pascolano di notte dove le
recinzioni sono state sfondate.
Caro Gen. Washington, mio Padre ci ha picchiati tutti”, scrive il ragazzo. “Era
un terribile Uomo. Non dovremmo essere trattati male per quel che ci ha fatto.
Lui picchiava mia Madre & lei picchiava il bambino. Mio Padre picchiava me & io
picchiavo Ephas, Jonah, Sophronia, Cacophonia & Ella. Poi mi ha picchiato perché
li picchiavo e li ha picchiato perché si sono fatti picchiare. Per altri versi,
era un Uomo Buono, ma ora può capire perché è andato a combattere per il Re. Il
mio nome è Oskar Nellis. Sono per la Repubblica. Penso che ci debbano restituire
la Mucca. Goldie, il Nero, è andato via con Papà. Altri tre sono scappati nella
foresta. Ce li devono restituire”.
Il ragazzo smette di scrivere perché qualcuno cerca di forzare la serratura del
gabinetto. La porta si apre e rivela un ragazzo magro, sulla ventina, naso
lungo, verruca sul mento, cappello a tesa larga, sporco, pantaloni strappati
fino al ginocchio. È scalzo, come Oskar.
È un dio d’acqua, un Dunkard, un battista errante di nome Tobias Catchpole, che
venne a pregare circa tre anni prima con la madre di Oskar, grosso modo quando
il padre di Oskar è partito per la guerra. Lei disse che le aveva donato la
Luce. Una volta ricevuta la Luce, smise di parlare del padre di Oskar. Non fu
mai più menzionato il suo nome. Ora Tobias Catchpole ha il controllo totale
della casa dei Nellis. Ha buttato giù Oskar ed Ephas dal loro letto in soffitta.
Uccide polli e maiali per cena senza chiedere il permesso, senza condividerli
con i ragazzi. Ha venduto i vestiti del padre di Oskar ai passanti.
“Cosa fai?”, chiede il dio d’acqua: si abbassa i pantaloni, ha le anche pallide
e sporche, la scorreggia squittisce.
“Scrivo”, dice il ragazzo.
“Opera di Satana”, dice il dio d’acqua. “Chi ti ha insegnato?”. “Sir William
Johnson, signore, il nano”, dice Oskar. “I bambini andavano a scuola ma il nano
mi ha insegnato a scrivere prima che fossi abbastanza grande per la scuola”.
“Ti ha insegnato a scrivere col sangue?”, gli chiede il dio d’acqua.
“Nossignore. Non ho mai sentito parlare di quel metodo”.
“Probabilmente, ti stava fregando. Ti ha fatto firmare qualcosa?”.
“Mi ha addestrato a firmare con il mio nome”, risponde Oskar. “Ma solo sulla
corteccia di betulla”.
“Senza alcun dubbio hai firmato qualche patto diabolico con i selvaggi. C’erano
disegni sul rotolo?”
“A volte”.
“Dobbiamo portarti all’acqua. Dobbiamo lavarti e purificarti nell’acqua”, dice
il dio d’acqua.
*
Non c’era nessuno
Non c’era nessuno. Poi furono tutti. Silenti, come la luce del sole.
Nonna Hunsacker sedeva e canticchiava sulla sedia a dondolo, con i piedi sulla
padella. Giuro su Dio: continuò a canticchiare anche dopo che Dolce Vento le
spaccò il cranio, anche dopo che il cervello le sbocciò ovunque. Stava ancora
canticchiando e lui le sollevò i capelli e cominciò a scorticarle la fronte.
Mentre mio fratello Abiel tentava di sollevare un’obiezione, Tuono che Scalpita
gli segò lo stomaco con un coltello da caccia. Abiel si sedette sulla sedia
dallo schienale vertiginoso, quella che usava Papà, a capotavola, tenendosi le
budella nella camicia, tirando su col naso, a vaste zaffate. Philomela urlò agli
assassini, corse all’aperto, tenendosi la gonna. Uccello che Vola e Luce che si
Sbriciola, nient’altro che ragazzi, poco più grandi di Abiel, la fecero
inciampare nel porcile. Quando cercò di strisciare, le saltarono in groppa,
finché non le si spezzò la schiena.
Buttai Baby Orvis dalla finestra tuffandomi a capofitto dietro di lui, corremmo
verso il campo di grano dove mamma e zia Annie ammucchiavano i covoni. Gli unici
suoni che udivo erano la cantilena di nonna Hunsacker, i lamenti di Abiel, le
urla di Philomena. Mi voltai e vidi Tuono che Scalpita che mi fissava.
Tra me e la casa c’erano una mezza dozzina di alberi; mi diressi verso il covone
più vicino; mi rintanai lì con Baby Orvis. Philomena gemeva, mormorava “Mamma,
Mamma…”; Abiel rovesciò un urlo orribile. Non vedevo mamma e zia Annie,
probabilmente si erano date alla fuga.
Il piccolo Orvis cominciò a piangere. Dalla luce che filtrava dai covoni vidi
una specie di uovo d’oca, una specie di pugno blu che gli usciva dalla fronte,
dove aveva sbattuto, precipitando dalla finestra. Cercai di zittirlo – non servì
a nulla. Mi tirai giù la parte superiore della maglia e gli ficcai un capezzolo
in bocca, come avevo visto fare a mamma: anche se non avevo un petto degno di
nota, Orvis non se ne accorse, non lo voleva. La pula mi inceneriva le narici,
si insinuava sotto le vesti.
Caldo come febbre.
Sopra ogni cosa, là fuori – la fattoria e i campi, la natura selvaggia oltre le
recinzioni – era planato il silenzio.
“Ci farai uccidere”, sussurrai a Baby Orvis. Avevano ucciso il mio cane,
Romulus, pensai.
Baby Orvis lo hanno ucciso.
Uccello che Vola, indossando il grembiule di Philomena, lanciò Orvis in aria: lo
colpì con la baionetta otto o nove volte prima che Orvis smettesse di urlare.
Ero sdraiato tra le stoppie di grano, Dolce Vento mi teneva le mani. I capelli
di nonna Hunsacker pendevano dalla sua cintura, gocciolava sangue. il sangue di
Orvis piroettava verso il sole ogni volta che Uccello che Vola lo sollevava.
Rotolò su se stesso contro il cielo azzurro, torceva la testa, urlava, in un
groviglio di sangue e di azzurro. Benché non avesse ancora capelli degni di
nota, Uccello che Vola raspò il cranio di Orvis, infilò lo scalpo nella
cinghia.
Incrociammo mamma e zia Annie ai margini del bosco: erano sdraiate, le teste
mozze, mosche che si infilavano nei loro occhi sbarrati. Nonno Hunsacker era
appollaiato, illeso, su una roccia. Sedeva, le mani sulle ginocchia. Quando
Tuono che Scalpita lo chiamò, nonno Hunsacker si alzò, zoppicò verso di lui.
Tuono che Scalpita lo colpì con un moschetto. Poi si inginocchiò, cominciò a
fargli lo scalpo, tagliava come si raccolgono i cavoli.
Douglas Glover
*In copertina: Newell Convers Wyeth, Crows in Winter, 1941
L'articolo Sia lode a Douglas Glover, il Cormac McCarthy canadese proviene da
Pangea.
Mi chiedo, da buon pisquano, che interesse dovrei avere di andare in libreria a
scegliere dei libri quando sul PlayStation Store posso comprarmi a 18,99 euro
videogiochi come Final Fantasy XV: ditelo a vostra madre e storcerà il naso –
invece, è sintomo d’intelligenza. Prodotti come questo hanno raggiunto livelli
di complessità e costruzione del mondo che la letteratura italiana ha smesso di
perseguire da tempo.
FFXV è uscito nel 2016 dopo dieci anni di sviluppo; ha richiesto, nel corso del
suo ciclo di produzione, tra le 200 e le 300 persone – nonché un budget fra i 50
e gli 80 milioni di dollari (escluso il marketing). Racconta la storia di
Noctis, un ragazzo privilegiato e irrisolto che esce di casa per sposarsi, sale
in macchina con tre amici, parte leggero e scopre che quello sarà il suo ultimo
viaggio da persona normale. Hajime Tabata, il creatore, ha dichiarato: il cuore
del gioco è il viaggio insieme agli amici, il rapporto padre-figlio rappresenta
uno dei pilastri della narrativa.
Nella prima scena non c’è nulla di epico: si spinge una macchina in panne
con Stand by me (appositamente interpretata da Florence + The Machine) in
sottofondo. Poco dopo, campeggio brandizzato Coleman, pasti preparati alla
griglia, foto cretine della giornata: un fantasy basato sulla realtà, un mondo
di dèi e demoni con pompe di benzina, noodle istantanei e cani che abbaiano
fuori dai motel. Narrativamente, concretizza in un gesto preciso: il lettore non
si affeziona alla trama, si lega alla complicità tra i personaggi. E quando la
storia virerà nel tragico saremo turbati dagli eventi in sé, certo, ma ancora di
più dal fatto che sia finita per loro quattro.
Si potrebbe riassumere FFXV così: un road trip americano applicato a un JRPG
giapponese, dove il viaggio in macchina è metafora dell’ingresso nell’età
adulta. Si attraversano una serie di riti di passaggio tra cui il primo grande
lutto: la morte di Regis, re di Insomnia, avviene off-screen per Noctis. Il
figlio la scoprirà infatti in televisione, come un qualsiasi ragazzo che assiste
al crollo del proprio mondo al telegiornale.
Allo stesso modo l’Anello di Lucis, ottenuto attraverso il sacrificio di uno dei
personaggi principali – qualcuno che brucia attraverso la sua assenza – è un
potere che consuma chi non è degno. Non offre nulla di miracoloso: non
conferisce a Noctis gloria, bensì morte. E quando nel finale il protagonista
accetta di morire sul trono completa la curva. Smette di essere il ragazzo ai
margini diventando suo padre, il re che si sacrifica per il mondo.
L’universo di FFXV concretizza tutta una serie di topoi dei JRPG. Un miscuglio
barocco di riferimenti (Roma imperiale, cattolicesimo, modernità occidentale,
mitologia targata Square Enix) per un risultato che genera un’atmosfera precisa:
una leggenda sporca, dove dèi ostili ti costringono a pagare il conto di un
passato mai vissuto. Se si esamina il lore di FFXV con l’occhio di chi tiene
corsi di scrittura creativa è un disastro: nomi, testi, divinità e profezie che
si accavallano, spiegazioni arrivate troppo tardi o di sbieco. Quando si smette
però di chiedergli la coerenza del manuale, e lo si inizia a leggere per ciò che
è, ne otteniamo un ritratto cristallino.
I libri della Cosmogonia sono fondamentali per capirlo: scritture sacre interne
all’universo di gioco, hanno il tono dell’Antico Testamento. Non spiegano per
rassicurare, proclamano per farti sentire piccolo davanti a una storia che
esisteva prima di te – e che continuerà dopo di te. Gli dèi non sono mai dalla
parte giusta: sono divinità lontane, indifferenti, quando non apertamente
ostili. Non ti aiutano perché sei il protagonista: ti mettono alla prova, ti
schiacciano, ti utilizzano come strumento. Nella Cosmogonia sono descritti come
esseri il cui pensiero trascende la comprensione umana: non cercano empatia, non
spiegano le loro scelte, non offrono misericordia. Siamo noi a dover dimostrare
qualcosa.
Noctis è una figura chiaramente cristologica, e priva di consolazione. Simbolo
della luce che si immola per scacciare l’oscurità e pagare il debito
dell’espiazione. L’iconografia è esplicita: il sacrificio del Re-Cristo, il
trono come Calvario, i Re del passato che lo trafiggono come una comunione
violenta di Santi. La tradizione non accoglie, uccide. E solo così riconosce. La
mitologia di FFXV promette solo che qualcuno dovrà farsi carico del male: ciò
che è divino non è buono, l’ordine cosmico non è giusto e il sacrificio non è
glorioso – è necessario.
Il ruolo del villain, Ardyn, mostra l’essenza della narrazione. Il villain
rappresenta una domanda in grado di farsi sentire anche dopo aver superato le
cento ore di gioco. Perché Ardyn, all’inizio, era il prescelto. Non un
usurpatore, né un mostro sfortunato: assorbiva il male del mondo su di sé per
purificarlo, caricandosi letteralmente addosso la sofferenza altrui. Eppure il
suo gesto non viene riconosciuto. Gli dèi e la dinastia dei re lo trasformano in
una discarica cosmica, sfruttandolo finché fa comodo, per poi cancellarlo dalla
storia.
Da qui nasce tutto. Ardyn non è immortale nel senso romantico del termine. La
sua è un’immortalità marcia, corrotta, tenuta in vita esclusivamente per
continuare a soffrire. E il rapporto con gli dèi si mostra emblematico: semplice
relazione di uso e scarto.
Ardyn è indirizzato, costretto e lasciato marcire. L’odio del villain non viene
davvero rivolto a Noctis, il bersaglio è il sistema: la monarchia sacralizzata,
la profezia, l’ordine divino che decide chi deve sacrificarsi e chi no. Ardyn
non contesta il sacrificio in astratto: contesta chi lo impone e con quale
diritto. La volontà implicita è devastante: perché io devo diventare un mostro
per assorbire il male del mondo, mentre voi restate puri, intatti, venerati?
Il villain di FFXV non vuole governare, non vuole vincere: non vuole sostituirsi
a Noctis. Il suo obiettivo è quello di far crollare l’impalcatura morale che
rende quel sacrificio accettabile. Per questo è vicino ai grandi personaggi
della tragedia: la persona giusta nel posto sbagliato, spezzata dal sistema, che
ora vuole trascinare tutto con sé. La sua presenza rende il finale di Final
Fantasy XV molto più amaro. Perché sì, il sacrificio di Noctis è necessario. Ma
Ardyn costringe il lettore a vedere che lo diventa a causa di un ordine cosmico
profondamente ingiusto. Non c’è armonia, né provvidenza, né equilibrio. Soltanto
qualcuno che paga il conto, ogni volta, al posto degli altri. FFXV fa una cosa
rara. Non ti consola. Ti lascia con l’idea che il mondo possa essere salvato
solo attraverso un sacrificio imposto da dèi – che non sono buoni – e da una
storia che non è mai pulita. Ardyn non è l’errore del sistema. Ardyn è la prova
che il sistema è sempre stato marcio.
La struttura stessa di FFXV è una di quelle cose che, sulla carta, sembrano un
errore. La prima metà aperta, dispersiva, svagata; la seconda parte che si fa
chiusa, lineare, soffocante. Un gioco che per ore ti lascia libero di perdere
tempo e poi, senza chiedere il permesso, ti toglie tutto. Eppure questa scelta
così sbilenca è una delle ragioni per cui la narrazione funziona. I grandi
eventi che avvengono fuori scena, il colpo di stato, la guerra, le decisioni
politiche, non vengono vissuti perché Noctis non li attraversa. Lo scopo della
narrazione non è quello di essere onnisciente: non ti informa, non si pone al
tuo servizio mettendoti al centro del mondo. Ti costringe ad abitare uno sguardo
limitato: quello di un ragazzo che all’inizio pensa solo a viaggiare, rimandando
tutto il resto. Nella prima metà si fa esattamente questo. Ci si perde in cacce
inutili, momenti fotografici, dungeon opzionali, battute di pesca, deviazioni
prive di senso. Insomnia e la guerra restano un rumore lontano, qualcosa che sai
esistere ma non ti riguarda davvero. Lunafreya, Ravus, la politica: conosci le
loro gesta per interposta persona, come notizie lette di sfuggita. Rappresenta
la fase della vita in cui il mondo va avanti e si è convinti di avere ancora del
tempo.
Poi, dal capitolo del treno in avanti, tutto cambia. La mappa si chiude, il
gioco smette di lasciarti respirare trasformandosi in un corridoio narrativo,
cupo, insistente. I toni si scuriscono: Niflheim, Gralea, Tenebrae in rovina.
Lo Starscourge avanza e il mondo diventa letteralmente buio. E il colpo finale
arriva con il salto temporale di dieci anni: torni a Eos e non la riconosci. Gli
amici sono invecchiati, segnati, stanchi. I luoghi che prima erano tappe del
viaggio ora sono infestati da demoni. Ciò che sembrava un ritorno è in realtà un
epilogo.
La struttura funziona perché è metanarrativa – facendoti sentire il rimpianto
del tempo buttato. Hai perso settimane cavalcando Chocoboco mentre il mondo
andava in rovina e ora ti si presenta il conto.E soprattutto rafforza il finale:
lo avverti, tutto è già successo, non resta che accompagnare la storia alla sua
ultima esalazione. Qui il respiro è millimetrico. L’ultima notte accampati
insieme. L’ultimo falò. Un momento in cui puoi parlare con Gladio, Ignis e
Prompto ma il messaggio è univoco: ti abbiamo portato fin qui, adesso sei
solo. E qualche ora dopo, la scelta dell’ultima fotografia prima di affrontare
Ardyn è il gesto narrativo più potente della narrazione. Una sola immagine da
portare con sé prima di morire. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi. Soltanto
una meccanica, narrativa pura: ti costringe a ripercorrere tutta la tua
esperienza e decidere cosa rappresenta la tua vita.
Infine, sul trono, i Re del passato trafiggono Noctis e lui li invita a colpire
con maggiore forza. È la rappresentazione più brutale dell’eredità: per entrare
nella tradizione occorre lasciare che ti uccida. L’epilogo, con Noctis e
Lunafreya in uno spazio sospeso, gioca apertamente la carta del sentimentalismo.
Ma a quel punto hai addosso almeno cento ore di strada, di notti in tenda, di
silenzi in macchina. E colpisce. Forte.
FFXV fa ciò che chiediamo alla letteratura quando smette di essere un compitino.
Perché ti fa vivere la parte noiosa della vita, perché ti lega a quattro
persone, perché racconta la crescita come perdita: perderai il padre, perderai
la fidanzata, perderai la normalità e infine perderai te stesso. È un ibrido
instabile: road trip americano, purezza da anime, mitologia pseudo-cristiana,
estetica occidentale filtrata dallo sguardo giapponese. Non sempre coerente.
Emotivamente devastante.
Perché quando tutto finisce si pensa solo a una cosa. Molto semplice, molto
vera.
Vorresti ancora una giornata in macchina insieme a loro.
Il punto è imbarazzante nella sua semplicità: in un videogioco come Final
Fantasy XV puoi restarci dentro per più di cento ore senza annoiarti. Nessun
riempitivo, nessuna cortesia: strada, ritorni, scontri e routine che si
accumulano e producono senso. Questo mondo non ha fretta di lasciarti andare,
non ti accompagna educatamente verso l’uscita, non ti tratta come un consumatore
da rispettare. Anzi, devi restare.
La narrativa italiana contemporanea risulta sempre più spesso costruita come
opuscoletto a servizio del lettore: libri che chiudi nel tempo di fare Fano
Torrette-Forlimpopoli con il regionale. Scendi dal treno con addosso la
sensazione di aver letto qualcosa di scritto bene senza che nulla ti sia rimasto
addosso. I protagonisti si chiamano tutti Giampirla, fingono di soffrire e gli
riesce nel modo giusto: riconoscibile, contenuto, presentabile. La fruizione è
misurata, innocua, a prova di barbagianni. È una narrativa che raramente
richiede tempo, dedizione o rischio. Ti accompagna all’uscita, con un Grazie per
avere viaggiato con noi su questo treno e nessuna pretesa di essere
ricordata. Quando esci da mondi vasti come quello di FFXV e apri un romanzo
italiano contemporaneo la sproporzione è umiliante.
C’è poi una ragione materiale, che di solito si finge non esista: un autore
italiano pubblicato da una grande casa editrice riceve, nella maggior parte dei
casi, un anticipo fra i 1.500 e i 3.000 euro. Stipendio simbolico per un lavoro
che dovrebbe richiedere mesi, se non anni, di concentrazione totale. Per dare un
ordine di grandezza: un animatore junior in uno studio giapponese o americano
guadagna la stessa cifra in un paio di settimane.
Lo scrittore, invece, dovrebbe costruire un universo, inventare una voce,
reggere una struttura, lavorare sulla lingua, sul ritmo, sull’architettura
narrativa: scrivere diventa inevitabilmente un’attività da ritagli, notti
rubate, fine settimana deserti. È un miracolo che qualcuno ci riesca. Ed è in
questo vuoto che prosperano le operette a servizio del lettore. Fino a pochi
anni fa relegate agli Autogrill, oggi catene fondanti di molte collane di
narrativa: traumi minimi, famiglie raccontate sottovoce, autofiction così
controllate da perdere ogni ragion d’essere. Una letteratura fatta di banalità
che registra il vissuto senza filtrarlo, come se raccontare fosse diventato un
atto di buona educazione – qua e là camuffato da titoli sciocchi come La vita
sessuale di Guglielmo Sputacchiera. Narrativa che ha smesso di costruire mondi
per accontentarsi di descrivere stanze.
A questo punto la questione smette di essere teorica e diventa personale,
materiale, misurabile. Io vivo di scrittura. Vengo pagato – e pure bene – per
creare strategie SEO e scrivere articoli su pomodori, lucidalabbra, insetticidi,
piastrelle, vacanze a Riccione. Qualsiasi cosa le persone cerchino su Google.
Lavori apparentemente insignificanti, privi di aura, senza alcuna ambizione
simbolica. Li scrivo con metodo e responsabilità: producono valore e risultati,
ottengo stipendi regolari. Insegno alla Scuola Holden, vengo contattato dalle
agenzie di comunicazione, nel 2025 ho formato più di duecento persone su come si
scrive davvero oggi: come si struttura un testo, come si governa l’attenzione,
come si produce senso in un algoritmo che non regala nulla. Scrivo, tutti i
giorni. Solo che lo faccio dove ha ancora senso farlo.
L’alternativa sarebbe investire una manciata di mesi in un romanzo italiano
contemporaneo: sottopagato, destinato a una circolazione gentile quanto breve.
Un libro che deve stare sotto una certa soglia di rischio, che non può essere
troppo lungo, troppo strano, troppo ambizioso. Un libro che nasce già pensando a
dove verrà presentato, premiato, difeso. Un oggetto di consumo da chiudere in
poche ore e non pretende nulla.
Scrivere narrativa oggi è un gesto di adattamento: si scrive per stare dentro un
perimetro, mai per infrangerlo. Si limano le asperità, si riduce il mondo, si
abbassa il volume dell’immaginazione. Il risultato sono romanzi corretti, molto
spesso ben scritti, a volte sinceri, necessari a un’editoria fondata
sull’inflazione. Opere che descrivono stanze perché non hanno i mezzi per
costruire mondi. E allora la scelta diventa brutale e limpida. Da una parte
posso passare cento ore dentro Final Fantasy XV, attraversando un luogo che non
ha fretta di lasciarmi andare, che richiede tempo, attenzione, labirinti che mi
fanno perdere, tornare indietro, cercare il punto di noleggio dei Chocoboco,
sbagliare. Un’opera che non mi tratta come un consumatore da compiacere, ma come
qualcuno che deve trovare da sé la via.
Dall’altra posso leggere – o scrivere – un romanzo pensato per non disturbare,
non eccedere, non pretendere troppo: un prodotto che finisce in fretta, si
commenta educatamente su Instagram e viene sostituito dalla successiva notifica
di Tik Tok.
Tra le due cose, oggi, non c’è davvero gara.
Quando un videogioco da 18,99 euro riesce a offrire più tempo, spazio, memoria e
più perdita d’orientamento di gran parte della narrativa contemporanea, il
problema non è il medium. È l’ecosistema che ha disintegrato l’ambizione. È un
sistema editoriale che paga poco, isola gli autori, premia chi è moderato e
scambia la rinuncia per profondità. Scrivere oggi, in Italia, non è difficile
perché mancano le storie. È difficile perché manca la possibilità di prenderle
sul serio.
E finché sarà così, finché la letteratura continuerà a ridursi a oggetto di
consumo tranquillo, finché verrà chiesto agli autori di essere visionari senza
fornire loro spazio, tempo e denaro il lettore continuerà a cercare altrove – in
un gioco, in una serie, in un mondo digitale – quella sensazione di vastità che
i libri hanno smesso di promettere.
Quando rinunci ai mondi non perdi solo lettori. Perdi ambizione. Tempo. Senso.
Nicolò Locatelli
*In copertina e nel testo: immagini tratte da Final Fantasy XV
L'articolo Ai romanzi italiani preferisco Final Fantasy XV. Sulla narrativa che
ha smesso di costruire mondi proviene da Pangea.
In uno dei momenti più belli del libro, di primordiale bellezza, “Antonio
dell’isola delle Ghiandaie” fissa le stelle. Non riesce a dormire, eppure “su
tutta l’ampiezza del cielo e della terra regnavano una pace e una mitezza che
annunciavano il giorno”. Gli si fa al fianco un mandriano. Insieme, danno i nomi
alle costellazioni.
> “Quelle, disse Antonio, io le chiamerò ‘la ferita della donna’. Le chiamerò
> così perché fanno come un buco nella notte”.
Il mandriano offre ad Antonio il suo mantello; è freddo “per te che resti fermo
a guardare la notte”. Antonio continua a enumerare le stelle, a inventare i
nomi. Un grumo di luci, a est,
> “Le chiamerò ‘gli occhi’. Perché credo che siano come lo sguardo di colei che
> sta dormento e non ha ancora aperto le palpebre”.
È una scena straordinaria, potremmo trovarla nella Teogonia di Esiodo o
nell’Esodo, nei primi libri dell’uomo, epopee di stelle e di grandi cacce, di
duelli e di imperi d’erba, di genti selvagge e di domestiche bestie, di briglie
e di imbrogli. D’altronde, il compito di uno scrittore non è altro: assemblare i
nomi, assegnare miti alle stelle. Un libro è come una stele. Così, il cosmo
informe dà forma a una cronaca e dal caos si caglia armonia.
Jean Giono pubblica Le chant du monde nel 1934, per Gallimard. Diceva di aver
tratto quel titolo – che è poi un incanto, un incantesimo – da Walt Whitman;
amava Melville, di cui avrebbe tradotto Moby Dick; più che altro, l’incarnato
del romanzo, il più potente di Giono (ora, nella sgargiante traduzione di
Leopoldo Carra, per Settecolori come Il canto del mondo), è omerico. Ambientato
in un senza tempo da inizio e termine del mondo, tra età dell’oro e
apocalisse, Il canto del mondo parla di razzie e di vagabondaggi, di fuochi e di
fiumi, di patti d’amicizia e di atroci vendette, di terra e cielo, di amore e
morte.
La scrittura di Giono è armata di uno splendore petroglifico, si sente, in
sottofondo, un ritmo di tamburi (ascoltate: “All’alba le bestie vennero avanti.
Antonio vide uscire dalle ombre a occidente i tori con le corna a lira.
Spuntavano dai pascoli all’imbocco della valle, e subito il sole nascente si
posava sulle loro fronti”), una limpidezza nuova, che non ha lignaggio né trama
d’eredi. Mescolando Stendhal all’epopea di Gilgamesh, Jean Giono ha portato il
romanzo, creatura di città, nei boschi, a far leggenda tra gli acquitrini. In
questo libro – mai così sconfinato – appaiono le “uldre” e il “grongo”, “un
pesce che assomiglia al serpente”; c’è il sesso e l’assassinio; c’è un sentore
di sangue che rintrona la mente, che non dà pace.
Non bello ma volitivo, occhi grandi, di creatura d’acqua dolce, Jean Giono nel
’34 andava per i quaranta. Figlio di umile gente – il padre era un ciabattino,
anarchico, originario del Piemonte – era nato nel 1895 a Manosque, in Alta
Provenza, e fece di quel borgo – fondato dai Celti, abitato dai Romani,
saccheggiato dai Saraceni – il proprio eden, la scaturigine dei propri australi
romanzi. Avrebbe dovuto impiegarsi in banca, leggeva, nel tempo libero, Tacito,
Seneca, Virgilio, Eschilo; il successo del primo libro, Colline (edito da
Grasset nel 1929), gli permise di alienarsi dal mondo, di mollare la banca, di
allearsi alla scrittura. Mobilitato durante la Prima guerra, ne uscì sconvolto:
sperimentò l’imperio della macchina, il massacro privo di cavalierato, la
canaglieria degli Stati. Fu sui campi più duri – si fece Verdun, la Somme, lo
Chamin des Dames – assistendo alla morte degli amici. Sulla rivista “Europe”,
proprio nell’anno in cui pubblica Il canto del mondo, Giono scrive Refus
d’obéissance, uno degli inni più potenti contro il militarismo. Scrive “di non
aver ammazzato nessuno” durante la Prima guerra, di aver “partecipato agli
attacchi senza fucile o con un fucile inutilizzabile”. “Non ho avuto il coraggio
di disertare”, scrive. Poi l’onda d’urto di quello straziante j’accuse monta:
> “Ho annusato l’odore dei morti. Ho mostrato corpi in frantumi. Ho riempito le
> stanze di fantasmi lordi di fango, con le orbite succhiate dagli uccelli. I
> feriti gemevano sulle mie ginocchia. Quando ho detto ‘mai più’ tutti, in coro,
> hanno ripetuto ‘no, no, mai più’. Ma il giorno dopo riprendevano posto nel
> reggimento civile borghese. Ricominciavano a creare il capitale per il
> capitalista. Erano meri strumenti della società capitalista”.
Giono attacca l’ipocrisia del “regime borghese”, il sistema coercitivo del
lavoro cittadino, “ideato per assopirci, per instillare in noi uno spirito di
schiavitù”.
Agli albori della Seconda guerra, l’ardore pacifista di Giono fu preso per
tradimento: lo scrittore fu arrestato nel settembre del ’39; rilasciato, si
ritirò nella sua fattoria. Durante Vichy diede rifugio a transfughi ebrei e a
comunisti; le riviste di regime – il periodico nazista “Signal”, ad esempio –
parlarono con curiosità del suo “neoprimitivismo”. I resistenti non gli
perdonarono di aver pubblicato un paio di racconti su “La Gerbe”, il giornale
collaborazionista: prima cercarono di ucciderlo – piazzando una bomba, nel
gennaio del ’43, davanti a casa sua – poi lo arrestarono – dal settembre del ’44
al gennaio dell’anno dopo – infine lo processarono; il “Comité national des
écrivains”, con sarcastica pignoleria, gli impedì di pubblicare per un paio di
anni.
Poligrafo dallo stile vertiginoso, Giono scrisse L’ussaro sul tetto e L’uomo che
piantava gli alberi, i libri per cui è più noto, nei primi anni Cinquanta. Nel
1965 Marcel Camus trasse una versione cinematografica da Le chant du monde –
passata in Italia con il titolo, assurdamente hard, Ossessione nuda – con
Catherine Deneuve nel ruolo di Clara, la donna dai “grandi occhi di gesso e di
menta”, la tanto amata. Giono morì cinque anni dopo, nella sua dimora, a
Manosque, in pieno estro verbale (L’Iris de Suse era uscito da poco).
Per capire l’importanza di Jean Giono basta sfogliare il catalogo della
‘Pléiade’: otto tomi, di cui sei dedicati alle Œuvres romanesques complète. A
differenza degli “esistenzialisti”, Giono – il cui talento è d’altro conio, più
puro, di quello di Albert Camus – ha cantato la brutalità della gioia, le glorie
della carne. Amato da Henry Miller – che lo insediò tra i pochi, grandi
scrittori della sua vita – è l’esatto opposto di Céline – che lo sopportava a
tratti. Se uno è il cantore della notte e dell’oscurità, l’altro lo è della
luce. Jean Giono è lo scrittore dell’estate perpetua, dell’avventura totale,
dell’elemento primo, di preistorica eloquenza.
Non ammette lettori vili.
L'articolo Non ammette lettori vili. Vasto elogio di Jean Giono proviene da
Pangea.
Che mistero l’opera di Harper Lee. Recentemente ho trovato, in un volumetto
dedicato al film Il buio oltre la siepe (Gremese Editore, 2024), una delle rare
interviste che concesse dopo la pubblicazione del suo capolavoro. È
un’intervista radiofonica che fu trascritta in un libro dall’intervistatore, Roy
Newquist, e a leggerla nessuno direbbe che Lee non avrebbe pubblicato quasi
nulla oltre a Il buio oltre la siepe. Dice infatti di star lavorando a un nuovo
romanzo, sia pure lentamente. Parla di scrittura, di arte romanzesca, di
Faulkner, di Thomas Wolfe. Infine spiega:
> “Spero davvero che ogni romanzo che scrivo diventi sempre migliore, non sempre
> peggiore. Vorrei però fare una cosa, di cui non ho mai parlato molto perché è
> una cosa molto personale. Vorrei lasciare qualche traccia del tipo di vita che
> esisteva in un mondo molto piccolo. Spero di farlo in diversi romanzi.”
Qualcosa deve essere andato storto. Come tutti sanno Harper Lee è autrice
fondamentalmente di un solo romanzo, Il buio oltre la siepe, in originale To
kill a mocking bird, edito nel 1960. Nel 2015 ha pubblicato Va’, metti una
sentinella, libro che però è stato scritto prima di Il buio oltre la siepe e in
cui ritroviamo una Scout Finch ventiseienne e un Atticus Finch malato e
invecchiato. Tuttavia i “diversi romanzi” nei quali Harper Lee si augurava di
raccontare il suo “piccolo mondo”, ossia la cittadina di Maycomb, apparentemente
non sono mai stati scritti. Harper Lee è morta a ottantanove anni, con soltanto
due libri pubblicati. Uno dei due è un capolavoro, l’altro un bel romanzo nel
quale Lee conferma le sue doti di ottima narratrice.
A ottobre è invece arrivato nelle librerie il postumo La terra del dolce
domani (Feltrinelli, traduzione di Mariagiulia Castagnone), un libro contenente
diversi racconti di Harper Lee precedenti a Il buio oltre la siepe e qualche
articolo pubblicato successivamente. L’introduzione di Casey Cep, che sta
lavorando alla biografia ufficiale di Lee, delinea la storia editoriale di ogni
racconto e dà qualche ragguaglio critico e biografico sulla scrittrice. Ciò che
più colpisce è il talento stilistico e narrativo di Lee in ognuna di queste
prove giovanili; anche nei racconti meno riusciti c’è sempre un paragrafo o un
rigo illuminante o divertente. Pian piano Harper Lee stava scoprendo che la sua
infanzia – come la sua Alabama – poteva essere un prezioso salvadanaio di tipi
umani e di storie esilaranti o avventurose. Trapiantata a New York, mandava i
suoi racconti a riviste grandi e piccole e riceveva immancabili rifiuti che però
non la scoraggiavano. Sapeva di potercela fare, di avere in sé qualcosa di
speciale da dare al mondo. Era un’artista seria. Anche in questo, nel suo
battersi per essere accettata da un’editoria che la respingeva, era una
scrittrice di prim’ordine, forse una grande scrittrice in nuce. Eppure sarebbe
stata l’autrice di una sola opera. Il suo secondo romanzo può infatti essere
considerato quasi un libro postumo: Lee ha pubblicato Va’, metti una
sentinella appena un anno prima di morire, riesumandolo dalle sue carte.
In uno dei racconti più belli di La terra del dolce domani, Il Natale per me,
Harper Lee racconta di quando una coppia di suoi amici newyorchesi, Michael e
Joy Brown, le offrirono come regalo natalizio un anno sabatico per consacrarsi
alla scrittura. Per lei era un regalo folle, di cui non sapeva se essere
degna. E se avesse fallito? Se non fosse diventata la scrittrice che sognava di
essere? Michael Brown era un famoso paroliere e compositore e le presentò il suo
agente letterario; le cose cominciavano a muoversi, a evolvere. Che New York
potesse infine accettarla?
I coniugi Brown credevano nella loro amica, non soltanto per i racconti inediti
che avevano letto ma anche per il talento che traspariva dalle lettere che
spediva loro dall’Alabama. Erano certi di avere a che fare con una scrittrice
sensazionale. Harper Lee poteva diventare una grande scrittrice americana e con
il senno di poi la loro offerta si sarebbe rivelata essere un investimento più
che un regalo. Lee difatti non dimenticherà mai il suo debito nei loro
confronti. Si diventa grandi scrittori – o semplicemente scrittori – anche
grazie a chi ha creduto in noi quando neppure noi eravamo capaci di farlo,
quando tutto in noi e fuori di noi ci gridava di desistere, di mollare. Scrivere
significa tener duro e andare avanti nonostante i rifiuti e il silenzio.
Cosa è successo a Harper Lee? Perché non ha scritto i “diversi romanzi” che
aveva in mente di scrivere? Di certo la sua Maycomb è più viva e affascinante
che mai, con la piccola e ribelle Scout, il suo caro fratello Jem, il timido Boo
Radley, la scontrosa ma amorevole Calpurnia, il compagno di giochi Dill (che in
realtà è Truman Capote, amico d’infanzia di Lee) e ovviamente l’indimenticabile
Atticus Finch. Il buio oltre la siepe è un grande libro sull’infanzia e sul
senso di giustizia che si smuove nei bambini di fronte ai soprusi degli adulti
più stolti. Nel corso del romanzo Scout Finch scopre la compassione e il
coraggio – scopre la vita, scopre l’avventura – e la sua storia ci dice cosa
significa essere e restare umani anche in tempi neri, anche di fronte al male.
Harper Lee ha scritto uno dei grandi classici della letteratura nordamericana
del secondo Novecento e forse pure per questo non ha voluto o saputo scrivere
altro. Un po’ ne soffriamo. Un po’, certo, sappiamo che non avrebbe potuto
essere altrimenti. In mancanza di opere successive dunque leggeremo tutto ciò
che sarà dato alle stampe dagli eredi, tornando di tanto in tanto alla Maycomb
di Il buio oltre la siepe, a Scout, a Jem, a Atticus, a quel mondo talmente
piccolo eppure universale… La terra del dolce domani è comunque un’ottima
strenna per avvicinarci al Natale.
Edoardo Pisani
*In copertina: Harper Lee e Mary Badham, 1961
L'articolo “Spero di farlo in diversi romanzi”. Sul silenzio di Harper Lee
proviene da Pangea.
Di Eugene Marten, in rete, c’è poco – non ama atteggiarsi; si direbbe, al
contrario, che aspiri a scomparire. In una conversazione con Elle Nash,
pubblicata su “The Creative Independent”, Marten ha fatto la lista delle cose
che gli piacciono. Spiccano “le Perseidi, lo sciame meteorico visto dal Very
Large Array, Nuovo Messico, nel mezzo del nulla” e “il deserto”. Il disastro
stellare – che ai nostri laceri occhi pare la stola di un dio diviso in rivoli –
e il nulla terrestre. È forse questa l’esatta condizione, la postura dello
scrittore. Trarre stelle dal deserto.
Nato a Winnipeg, Canada, nel 1959, da genitori europei (polacchi e tedeschi),
Eugene Marten non ha un blog, non scrive sui giornali, non è censito da una voce
su Wikipedia. Ha esordito alla letteratura venticinque anni fa con In the Blind,
sotto l’ala di Gordon Lish, il mitico editor di Raymond Carver e di Richard
Ford; l’intransigente e leggendario direttore di “Esquire”, di “The Quarterly” e
– per un po’ – della casa editrice Knopf. È stato lui a dichiarare al mondo dei
media che Marten è il vero erede di Cormac McCarthy e di Don DeLillo. Secondo
altri – ne troviamo testimonianza, ad esempio, su “Transatlantica. Revue
d’études américaines”, che nel 2024, per la cura di Brigitte Félix e Stéphane
Vanderhaeghe, ha realizzato An Interview with Eugene Marten – i libri di Marten
hanno fratellanza, per esuberanza di stile, con quelli di Chuck Palahniuk e di
Bret Easton Ellis. Quando si mettono sul tavolo troppi nomi – un po’ come il
gioco delle figurine e dei figuranti – significa che l’autore in questione è
sostanzialmente inclassificabile.
Eugene Marten non ama farsi fotografare – il volto, al contempo sfaccettato e
sfacciato, non incute tenerezze. In fondo, ha pubblicato poco: Layman’s Report,
uscito nel 2013, è il romanzo che ritiene migliore. Eppure, è l’ultimo, Pure
Life, pubblicato nel 2022, dopo quasi dieci anni di silenzio, ad aver fatto
sbalzare dalla sedia critici e lettori. La storia, in vitro, è semplice: si
racconta la vita, aureolata di premi e di tormenti, di Numero Diciannove,
talentuoso quarterback di una squadra della NFL, rifugiatosi nelle giungle del
Centroamerica per curare una cronica afasia mentale, dovuta agli eccessi
sportivi. Marten, di fatto, afferra le icone della cultura statunitense – il
culto della fama, dello sport, della felicità costi quel che costi, finanche il
Graal del Grande Romanzo Americano – e le calpesta, facendone suppurare veleni e
vermi in quantità. La quarta dell’edizione originale del romanzo dice di “un
confronto audace, radicale e brutale, con i miti della modernità, sbriciolati
nel più primordiale degli scenari”; qualche giornale – la “Chicago Review of
Books”, ad esempio – ha scritto di “uno straziante viaggio nel cuore delle
tenebre umane, scandito da un ritmo che tramortisce”. Pare che in Pure Life si
riveli – pur senza rilievi così evidenti – il vero debito di Marten nei
confronti di McCarthy. Come da copione, Marten ha fatto poco, quasi nulla, per
far parlare di sé.
Del libro mi ha parlato, con spiritata enfasi, Andrea Bergamini, dacché le
edizioni Playground lo hanno tradotto come La pura vita (la traduzione è di
Antonio Bravati). Parte che Marten abiti, ora, ad Albuquerque; viene definito
“gentilissimo”. Bergamini mi chiede di leggere, per farmi un’idea, le “prime
trenta pagine” del romanzo, un “montaggio”, dice lui, che sembra “la
trasposizione su carta delle strategie narrative di Terrence Malick”. Gli do
credito, mi incuriosisce lo sconosciuto, il retrattile all’oggi. Il romanzo va
limpido per quattrocento pagine: le prime trenta sono belle; preferisco le
ultime cento. Le pagine sulla catabasi nelle giungle dell’Honduras, tra i
Miskito, gli indigeni di laggiù; lo scrittore non lesina in efferatezze – a un
certo punto, compare per bagliori la sagoma di Fassbinder. In una scena,
emblematica, l’incontro rettilineo con il rettile:
> “Sotto, il fiume era piatto e incolore, ma c’era del movimento. Diciannove si
> soffermò con lo sguardo. Quando il cielo si accese di nuovo lo vide… rosso,
> galleggiante, appena sopra la superficie piatta e immobile del fiume.
> Impassibile, impenetrabile, senza bisogno di traduzione. Lo vide che lo
> fissava attraverso ottanta milioni di anni di implacabile fame rettile,
> indifferente al numero che portavi e tantomeno ai coriandoli che ti erano
> stati lanciati. Tu eri perfetto.
>
> Si accorse che ce n’erano diversi, ma lui avrebbe finito quel che aveva
> cominciato.
>
> Proprio davanti ai loro occhi”.
I grandi scrittori americani, per alcuni tratti, pare scrivano all’unisono:
allineano la voce come una fuga di Bach. Si rincorrono, ricorrono uno
nell’altro. Allo stesso tempo, è la forza della tradizione, è l’avventatezza del
cercatore d’oro.
Indipendente dalla mondanità, dalle modanature ostentate dalla cronaca recente,
Eugene Marten continua a inseguire “il Grande Libro”. La sua cauta ingenuità mi
coinvolge – Eugene Marten scrive come si arma un arco e come si apre una porta –
e prendiamo a parlare.
Come è nato “Pure Life”: qual è stata, intendo, la folgore che ha dato inizio
alla narrazione, l’idea dominante, la natura incontrovertibile
dell’ispirazione?
Ho trascorso un periodo di tempo in America Centrale; volevo ambientare in
quelle terre un libro, ma non avevo tra le mani un soggetto interessante. Dopo
un po’, mi sono giunte notizie di un’ex stella del football, un giocatore che un
tempo ammiravo, la cui vita, una volta terminata la carriera, si era trasformata
in un incubo. Poi un giorno mia moglie mi ha mostrato un articolo di giornale
che suggeriva come i due elementi potessero collegarsi. Quella è stata la
scintilla.
C’è, nel romanzo, a tratti, mi sembra, un ritmo sciamanico. Forse la scrittura è
anche teurgia, un gesto di benedizione, un anatema… Che rapporto hai con le
ombre, con l’invisibile, con il regno del sogno?
Considero le frasi come delle formule magiche capaci di evocare il mondo
raccontato nel libro, quasi una transustanziazione. Da bambino ero molto
religioso. Non lo sono più, ma nutro grande rispetto per tutto ciò che è rito.
In fondo, credo di essere un realista che cerca di trasmettere in ogni opera il
senso di un’altra realtà possibile, nel bene e nel male. La scienza ci parla
dell’esistenza di altre dimensioni, di possibili universi alternativi, ma che
esistono solo nella matematica superiore. Non credo ci sia nulla oltre a noi e
al nostro mondo materiale, ma una parte di me vorrebbe che ci fosse. Credo di
essere impegnato in un utile conflitto con quella parte. Parafrasando Wallace
Stevens, la realtà è la fonte, ma solo quello.
Gordon Lish ti ha paragonato a Cormac McCarthy e a Don DeLillo: questo legame di
parentela narrativa ti inorgoglisce o ti infastidisce?
Ho letto molte opere di entrambi, e ne sono stato influenzato – è difficile
trovare romanzieri americani che sappiano costruire frasi migliori delle loro –
ma personalmente non mi ritengo al loro livello. Né sono un loro imitatore.
Naturalmente nessuno scrive nel vuoto, e mi piacerebbe pensare di aver assorbito
ed elaborato la loro influenza, tra le altre, per poi andare oltre, sviluppando
così una mia opera.
Che rapporto hai con la cultura statunitense contemporanea? Insomma, come vivi
oggi nel tuo Paese?
I miei genitori sono originari dell’Europa (Polonia, Germania) e hanno sempre
avuto un atteggiamento ambivalente verso la prospettiva di una completa
assimilazione. Credo che questo possa aver generato in me un senso di
estraneità, quel genere di distacco che è tipico di uno scrittore. (Del resto,
mi sento estraneo anche alla cultura letteraria di cui dovrei far parte). La
questione è complicata anche dall’attuale situazione politica del Paese. Un
tempo pensavo, forse ingenuamente, che la cultura avesse una sua vita a
prescindere dalla politica, e che potesse persino redimerla (per altri scrittori
è sempre stato vero il contrario). Credo di essere ancora legato a questa idea,
ma data la catastrofe delle ultime elezioni (agevolata da circa 80 milioni di
americani, una fetta considerevole di “cultura”) e dato l’incubo dell’attuale
amministrazione, dai tratti fumettistici, a volte ci si sente così contagiati
dalla palese assurdità di tutto ciò che ci circonda che reagire in modo creativo
sembra superfluo, e a tratti persino impossibile. Sottigliezze, sfumature e
immaginazione non hanno più spazio, venendo meno il buonsenso e il decoro. In
fondo, la merda è merda, cos’altro c’è da dire o da aggiungere? Ci troviamo in
un territorio inesplorato, dove l’unica risposta potrebbe essere quella di
scendere in piazza per protestare. Nel frattempo, continuo a sgobbare sulla
pagina.
Credi che, nell’era dell’IA, il romanzo sia ancora la macchina fondamentale, la
più adatta a dire l’uomo e il suo dramma, la vita, il mondo e ciò che ci sta
attorno?
Sono un po’ titubante a parlare di Intelligenza Artificiale perché non ne so
molto, a parte le allarmanti notizie che tutti leggiamo (e la possibilità che
possa essere utile per la ricerca). Non sono nemmeno sicuro che il romanzo sia
mai stato il mezzo ideale per affrontare quella che chiamiamo la condizione
umana: forse il concetto di “pertinenza” è qualcosa di cui dovremmo liberarci.
Se davvero il romanzo è stata questa macchina fondamentale, per cui si debba
considerarlo un riflesso, da una posizione separata, di ciò che accade nel
mondo, un punto sulla riva del fiume in cui contemplare il flusso della vita,
allora non vedo perché non possa continuare a esserlo, nonostante l’IA e TikTok.
La letteratura, in definitiva, esiste al di fuori della tecnologia, e quindi
potrebbe essere nella posizione ideale per comprenderla. Potrebbe persino essere
l’antidoto. Forse è più in discussione la qualità della scrittura e lo spirito
critico dei lettori.
Perché, in fondo, scrivi?
Per dare vita a qualcosa. Da giovanissimo ero ossessionato dai vecchi film di
Frankenstein (quelli interpretati da Boris Karloff, e anche altri) e alla fine
ho scoperto che il romanzo era il mio laboratorio dove dedicarmi a questa
scienza pazza. Un corpo costruito con pezzi di ricambio, alcuni riesumati, altri
trovati per caso, altri strappati con crudeltà. Un corpo animato
dall’elettricità del linguaggio, nel bene e nel male.
Come fa a tuo avviso uno scrittore a trovare una “voce” più che imporsi in uno
“stile”? Come può una futile storia, costruita con ingannevoli parole, diventare
viva, vera?
Trovo che i termini “voce” e “stile” (non in senso decorativo) siano
intercambiabili. Per me è tutta una questione di parole e di come vengono messe
insieme. Una buona scrittura ha un suono, e non c’è canzone se non sai cantare.
È una sorta di codice, il modo in cui certe molecole e proteine disposte in un
certo ordine danno origine a un organismo che si auto replica (a pensarci mette
un po’ di paura, vero?). Il soggetto/la storia/la situazione mi vengono sempre
in mente per primi, ma il processo, come un sogno, ha una sua cronologia. Credo
che tutto si riduca alla vecchia dialettica forma/contenuto,
contenitore/contenuto. Raggiungere la sintesi perfetta dei due elementi, rendere
il vino indistinguibile dalla bottiglia, è ancora il Santo Graal.
Che cosa leggi, oggi? Quali sono i libri o gli autori che hanno forgiato la tua
scrittura, che sono stati il tuo campo di addestramento?
Ho iniziato leggendo libri di genere come chiunque (in certa misura, l’horror è
ancora presente nelle mie pagine), pensavo che diventare uno scrittore di
successo sarebbe stato il mio obiettivo. Avevo una vaga idea di che cosa fosse
l’arte (ancora oggi non mi fido di questa parola), ma ho iniziato ad accorgermi
che alcuni libri erano scritti meglio di altri. Fiesta è stato il punto di
svolta, l’unico libro che ho letto tutto d’un fiato. Non proverò a elencare
tutti gli scrittori che considero fonte di ispirazione (alcuni preferisco
tenerli per me), anche se non mi considero particolarmente colto; ho una piccola
biblioteca e cerco di sfruttarla al meglio. Un paio di opere a cui torno
continuamente e che amo moltissimo (ad esempio, DeLillo/McCarthy) sono il
racconto The Pedersen Kiddi William H. Gass e The Life and Times of Captain
N. di Douglas Glover, una sorta di Meridiano di sangue canadese ma a mio parere
migliore. I guerrieri dell’inferno di Robert Stone è una specie di Grande
romanzo americano. Sono debitore verso tutti i racconti di Grace Paley e di Joy
Williams (meno verso i romanzi di Williams, anche se comunque sono di valore, e
lo stesso vale per Flannery O’Connor). Spesso ho letto un solo racconto o una
sola poesia di un autore, ma per me possono avere lo stesso peso di un’opera
completa. L’ineguagliabile rivista letteraria di Gordon Lish, “The Quarterly”, è
stata per me, a lungo, una Bibbia. Il genio di Lish nell’imporre la sua
sensibilità a una così ampia gamma di opere è stato unico (e oggetto di
polemiche) nella storia della letteratura. Forse non è stato gradito da tutti
gli autori di cui si è occupato così brillantemente (vedi Raymond Carver), ma
per me è stata una lezione magistrale sul primato della frase. Potrei elencare
altre influenze, non tutte in prosa, non tutte in narrativa, non tutte
americane, nemmeno tutte letterarie, ma cito alcune delle cose che sto leggendo
ora: La tempesta di Shakespeare; Il barone rampante di Calvino; Float, una
raccolta di opere di vario genere della poetessa/traduttrice/saggista Anne
Carson, stampate in piccoli libriccini contenuti in una custodia di plastica
trasparente e che possono essere letti in qualsiasi ordine; vari testi di
saggistica correlati al libro a cui sto lavorando attualmente.
Che rapporto hai con i libri che hai pubblicato: li guardi come figli o come
corpi ormai a te estranei?
Entrambe le cose, e anche qualcosa di più. Credo di avere un legame particolare
con ogni libro, a volte oggettivo e soggettivo allo stesso tempo. Ad
esempio, Layman’s Report non è il mio romanzo preferito, ma credo sia il più
riuscito. È anche il più ignorato.
…e ora, cosa stai scrivendo?
Senza addentrarmi troppo, il romanzo a cui sto lavorando è, per me, un libro
importante. Se ogni scrittore deve avere il suo Grande Libro, allora questo è il
mio tentativo di portarlo a termine, per quanto maldestro. A volte mi sembra il
mio Grande Errore, il che magari è la prova che ho imboccato la strada
giusta. Sono troppo avanti per non portarlo a termine comunque. Concludo sempre
quello che comincio.
L'articolo “La letteratura è ancora il Santo Graal”. Dialogo con Eugene Marten,
un outsider proviene da Pangea.
Lo ammetto, per chi come me nel tempo ha frequentato prose e versi in odor di
dannazione, ergendoli a protesi del proprio animo turbato, allestire scaffali e
vetrine con l’ennesimo libro in cui campeggia l’ennesimo volto femminile è pura
mortificazione. Abbiamo veramente bisogno di un’ulteriore storia con
protagonista femminile, alle prese col suo personale riscatto, su di uno sfondo
storico predeterminato? Saluto perciò con un senso di felicità e rivalsa ogni
libro che del tanfo del politicamente corretto, o dei trend del momento, non
emana neanche un vago sentore. Ed eccolo Inaugura stanotte il secolo del bene,
romanzo d’esordio di Vincenzo Montisano edito da Wojtek. È con opere di tale
fattura che certi lettori si riscoprono esteticamente bipolari. Come spiegare
altrimenti il senso di claustrofobia che si condensa nelle pagine, ma che sfocia
in una capillare ossigenazione dei tessuti post lettura?
> O quando Marcel Boll mi disse: «Esistono infiniti modi di morire, ragazzo, e
> uno soltanto per vivere: il mio». Di giorno delirava d’onnipotenza. A sera
> invece si lasciava assassinare dal piatto freddo della cena. Sai Karl, era
> così mio padre. Un uomo dalla postura sociale invidiabile, diresti tu. Se ne
> stava nella nostra villa di famiglia dentro alla cassa di legno dolce, a mani
> giunte. Beato, un ciarlatano in attesa di santificazione. L’abito aveva le
> tasche cucite. Le bare devono essere pulite, le tasche dei morti sempre
> chiuse. A guardarlo faceva un po’ specie e un po’ ridere. Gonfio di gas
> intestinali, livido di rabbia perché la caducità non l’aveva risparmiato. Che
> decadenza nelle cose di questo mondo. Ché morendo sfoggiano il meglio di sé. E
> infatti un dio minore doveva avergli aperto quel ghigno in bocca. Era il
> ghigno della vita che lotta più forte prima di perdere. La smorfia di chi non
> s’è reso conto d’essere all’ultimo giro di bevute.
Hugo Boll, figlio inquieto di un’aristocrazia decadente, si rivolta contro tutto
ciò che abbiamo eretto a presidio della nostra normalità. Una furia iconoclasta
che investe famiglia, affetti, società. Una tensione forse scomposta, ma
necessaria, che lo porta a inciampare sull’autorità, a covare dissapore, a
esercitare il diritto all’ostilità. E come se ciò non bastasse, un’insolita
febbre incombe sulla città di ***, un turbamento collettivo che spinge sempre
più individui all’auto-mutilazione. Nel dilagante caos che serpeggia tra le vie,
un oscuro luogo sembra emanciparsi dall’architettura generale; un coacervo
d’incubi, fisiologia elementare e teatralità dell’assurdo.
Un romanzo che abdica all’istinto di vita, che reca con sé la rinuncia al
consolatorio. Ciò che sentiamo sulla nostra epidermide a lettura conclusa è la
perdita dell’interezza.
> L’amore è una gabbia d’aspettative. Un attimo prima me la cavavo niente male,
> passeggiando per i parchi, acquistando questo o quel capo nelle boutique
> d’alta sartoria, e l’attimo dopo rincasavo vittima di uno sconforto
> inconsolabile, preda delle batterie di interrogativi che proliferavano sulla
> superficie opaca delle cose. E Leda invece patteggiava senza rimorsi con la
> commedia umana. Se le chiedevo quale fosse il senso delle sue settimane, lei
> rispondeva che svegliarsi la domenica, al mio fianco, senza l’impiccio del
> lavoro, la faceva scoppiare di senso; se discutevamo dell’infinito,
> candidamente affermava che una spiegazione della vita ne avrebbe di sicuro
> ucciso la poesia. Dove trovava l’energia per tenere accesa quella luce sul
> viso? Nessuno ci guarda, le dissi quella notte. Nessun dio avrebbe permesso
> tanta mediocrità.
L’infittirsi delle tenebre potrebbe conferire al libro un’aurea di maledizione
impenetrabile, ma come ogni opera d’arte che si rispetti ecco il risvolto
estetico della medaglia: il ghigno mutare in riso. Vincenzo Montisano, che già
si era fatto notare per la sua novella Logica degli incendi, si conferma voyeur
ispirato. L’inquadratura è sì condotta in primo piano, ma più che motore unico
dei fatti, l’autore assegna al suo protagonista un ruolo atipico, quello di
osservatore-osservato.
Nonostante la portata degli eventi che propizia e subisce, Hugo continua a
manifestarsi come riverbero di se stesso. Un difetto congenito rovista nelle sue
volontà, declassandone le azioni da volute a subite. Niente in lui osa
cristallizzarsi in fede, un distacco algido che lo pone a debita distanza dalla
Storia. E quando il tutto sembra impattare nel vicolo cieco dell’opprimente,
ecco il guizzo, il godimento del voyeur che ci viene in soccorso. La
fascinazione germoglia dal fonema, si radica poco dietro la pupilla e saetta
scialata oltre la corteccia prefrontale. Signori: la grazia dalle cose a
dispetto delle cose.
> Da qui in poi, Karl, non ci fu ritorno. Avevo spiato da una crepa l’esistenza
> denudarsi. Mi dissi no, l’intera faccenda è una pura idiozia. Noi, uomini
> pratici, branchie del vecchio continente, che avevamo licenziato i demoni e le
> acquasantiere, per cui non c’era stato altro che mangiare e bere, scopare e
> dormire, macchinare, consumare e morire, stavamo per essere travolti da un
> flagello dalle inesauribili e perverse riserve immaginifiche.
Gianluca Pìtari
*In copertina: un collage di Max Ernst (1891-1976)
L'articolo “Il ghigno della vita che lotta”. Vincenzo Montisano o della rinuncia
al consolatorio. proviene da Pangea.
Un romanzo a prima vista poco italiano, ma in realtà uno spaccato formidabile
dell’Italia in bianco e nero. Quella del boom, delle prime corse lungo
l’autostrada, delle spider, delle ragazze con il tubino, delle estati dei primi
anni Sessanta.
Se state pensando a Il sorpasso di Dino Risi vi state sbagliando, però ci siete
andati vicino. Già, perché La bella di Lodi di Alberto Arbasino, il libro di cui
sto parlando, nasce prima come racconto nel 1961 e poi come soggetto
cinematografico per un film realizzato due anni più tardi con la regia di Mario
Missiroli e una splendida Stefania Sandrelli allora sedicenne come
protagonista. Solo nel 1972 diventerà un romanzo.
L’ho definito all’inizio poco italiano in quanto è una storia tutta on the road.
Un’ambientazione insolita per noi che non abbiamo i grandi spazi degli Stati
Uniti dove correre senza meta. E invece La bella di Lodi è un susseguirsi di
grandi corse in macchina tra la Bassa Padana e la Versilia, passando dalle
spiagge delle prime vacanze di massa ai fiammanti autogrill appena inaugurati
lungo l’Autostrada del Sole. Poche righe bastano ad Arbasino per ricreare
ambienti e atmosfere e dare il sapore di quella stagione irripetibile in cui
Italia si affacciava al benessere e al consumismo:
> «Come sfondo, una nuovissima stazione di servizio appena inaugurata.
> Distributori Supercortemaggiore con pennoni gialli sventolanti e bandierine
> dure di plastica, cani a sei zampe da tutte le parti, neon lampeggiante
> Alemagna, camion arancione del soccorso stradale lì fermo, e automobile di lei
> con una portiera ancora aperta… Vaste prospettive d’Autostrada del Sole da
> tutte le parti, con ponti, viadotti, Pavesini, raccordi, svincoli, cartelli di
> coupons. Macchine che passano velocissime. Anche camion: tutto uno sfrecciare.
> Rimorchi, polizia stradale, famigliacce euforiche, lettori del “Giorno” e di
> “Tempo”, turisti esteri in shorts.»
Al centro del libro c’è la storia d’amore tra Roberta, ricca imprenditrice
lombarda, bella, con il fiuto per gli affari, e Franco, un giovane meccanico,
molto sexy e molto squattrinato. I due si incontrano per caso su una spiaggia,
si piacciono, si fanno dei dispetti, si perdono e poi si ritrovano.
Diversissimi, sono attratti uno dall’altro in modo irresistibile e fanno sesso a
volontà passando da un motel e una pineta. Senza troppi svolazzi, da buoni
lombardi pragmatici i due protagonisti hanno sempre i piedi ben piantati per
terra e quindi tra un amplesso e l’altro non disdegnano di dare un occhio anche
agli affari. Roberta è una figura di donna modernissima per l’Italia di allora:
giovane, indipendente, amante della bella vita, è lei a tenere le briglie del
comando nel rapporto di coppia con Franco.
Lo stile del romanzo è semplice e naturalistico, con dialoghi in presa diretta,
secchi e di grande efficacia. Per restare in ambito cinematografico, in alcuni
punti c’è anche qualcosa che ricorda Ossessionedi Visconti, ma la penna di
Arbasino rifugge dal melò e si muove leggera come una macchina da presa. Così le
zummate sulla love story di Roberta e Franco si alternano a campi lunghi che
sono il ritratto di un ambiente sociale, di un’epoca e di una stagione uniche,
nel bene e nel male, della società italiana.
Una splendida prova di Alberto Arbasino, una delle menti più fini che siano
circolate in Italia. Uno scrittore fintamente leggero, con uno stile raffinato e
beffardo. Snob e irriverente, perfettamente a suo agio in qualsiasi parte del
mondo, considerava quella italiana una “cultura da tinello” piccina e
provinciale, da “piccole vacanze”. Un intellettuale vero e soprattutto
indipendente, una voce fuori dal coro nell’opaca realtà della letteratura e del
giornalismo italiano. Uno dei pochi che ha sempre continuato a pensare con la
propria testa, senza salire sull’affollatissimo carrozzone del luogo comune e
del politically correct. Originale per stile e formazione, allergico ai birignao
degli eterni sopracciò dell’intellighenzia italiana, Arbasino ha sempre girato
alla larga da quel conformismo dell’anticonformismo che ha fatto danni
inenarrabili nel nostro Paese. Leggere La bella di Lodi è come respirare una
boccata di aria fresca e significa scoprire, o riscoprire per chi già lo
conosce, uno scrittore con una marcia in più.
Silvano Calzini
*In copertina: Alberto Arbasino (1930-2020)
L'articolo Snob e irriverente, perfettamente a suo agio in qualsiasi parte del
mondo: sia lode ora ad Alberto Arbasino proviene da Pangea.
Ogni struttura umana si rivela per incrinatura. Per Vladimir
Jankélévitch l’instant è una cesura generativa: il tempo, nel suo spezzarsi,
diviene occasione di creazione ermeneutica, morale e artistica. È nel cedimento
del simulacro che l’annuncio trova il suo varco: la fragilità è una categoria
dello spirito, una condizione del vero.
L’anello debole di Angelica Grivel Serra si muove in questo territorio sottile,
dove la fenditura diventa passaggio. Come nei Claros del bosque di María
Zambrano, l’oscuramento prelude al barlume. Ogni bemolle, ogni sincope, ogni
flessione emotiva concorre a questo discernimento: s’acquisisce nozione nel
lasciar cedere, nel contemplare la disgregazione.
Se l’instabilità è il principio che lascia affiorare il sostrato dell’essere,
ebbene ciò che declina, dischiude. René Char: “L’essentiel est sans cesse menacé
par l’insignifiant”[1]; e ancora: “Nous habitons un éclat de temps qui a refusé
de servir”[2]: è il suono fecondo di ciò che si spezza.
Nell’anello debole di Angelica Grivel Serra, lo screzio frange la forma e
l’attraversa, rendendola significante. Il testo di Grivel Serra riconosce nella
vulnerabilità il luogo del disvelamento: quell’istante del quasi nulla,
le presque-rien di Jankélévitch, che rifonda il reale. Ciò che sembra marginale
o inconsistente – un cenno, un’intonazione, un silenzio – denuda strutture
profonde, sin lì trattenute nell’implicito.
Tra luci e ombre parentali, L’anello debole racconta un brusco cambio di
direzione nella storia della famiglia Raccis: ne decifra l’invisibile anatomia
morale, i nodi di sangue, che stringono e reggono la trama del vivere; poi ne
dice gli eventi, unendo l’eco del mito domestico a una coscienza lucida,
dissettiva; pure, con un linguaggio sinfonico, vibrante; soffice come un
broccato.
La morte di Piera Raccis costituisce il fulcro da cui si irradia la tensione del
narrato: un centro di rifrazione da cui potenze elementari – disamore, denaro,
colpa, potere – trapelano nella loro essenza corrosiva. L’opera si configura
come una progressione di cerchi concentrici: il male vorace di Piera, la crisi
relazionale tra Claudio e la sorella, il degrado del ceppo familiare principe,
lo smarrimento del senso intrinseco del legame. L’anello che si spezza è, in
quest’ottica, la metafora di una catena più ampia — biologica, genealogica,
etica — che non regge più il peso della propria storia.
La figura di Claudio – anello debole – incarna un destino cagionevole che è
insieme reo e incolpevole: segnato, come nei tragici. Nella genealogia dei
Raccis, è lui il punto di frattura, la fiacchezza che tutto dissesta; e, nel
bilico, distende e dipana. Il disegno narrativo si muove attorno a questo
paradosso morale, restituendo il dramma di un mondo che freme tra lealtà e
diserzione, tra origine ed estraneità.
La dinastia Raccis, col suo ordito di rancori, omissioni e piccoli tradimenti,
si fa teatro del sospetto e del disamore. In essa si riflettono i meccanismi
segreganti e inquisitori della società contemporanea: la competizione travestita
da affetto, la gerarchia dei ruoli, l’eclissi del perdono.
A fronte di questo, c’è la piccola famiglia, nucleo-diamante di sopravvissuti:
coronata di faticosi valori, ma senza sublimazione: c’è l’inciampo, l’imbarazzo;
il turbamento, il dissidio, la criticità del denaro. L’esitazione, il
disinganno, il coraggio. Il coraggio, sopra ogni cosa, e l’umiltà e la dignità.
Cecilia, la Madre: amazzone del rigore, a districare l’entropia in ogni minimo
gesto quotidiano, a svelare i fulgori, uno a uno, dei propri figli, scartandoli
“dall’involucro dell’inespresso”, modulando sproni e consolazioni. Maieutica
accurata di custode. E poi, la scelta dell’uomo semplice: Claudio, anello
debole, pare inidoneo, incompiuto, eppure leale oltre il pensabile: lignaggio
d’uomo che si rivela nella durata, nel compito apparentemente basso: fischietta
nel mondare, nel depurare, brilla di devozione. C’è una mistica sottile nel
racconto di Grivel Serra, una filigrana valoriale di adorabile ascendenza:
quella propensione al voto fidato, alla speranza.
Letto in profondità, il testo si schiude come un’allegoria di cedimento
collettivo: reso manifesto nella cellula allargata della famiglia apparente,
sconfessato nel nucleo minimo. La stirpe dei Raccis incarna l’agonia di
un’equità più vasta, comunitaria. L’hospice iniziale, dove Piera si spegne,
spazio tra vita e dissoluzione, è dove la durata cede; allo stesso modo, il
tavolo domestico di una fatidica cena è il punto in cui un’illusoria quiete muta
in contesa e rancore. Come in Moravia, la scena domestica è per Grivel Serra un
teatro di conflitto e di discernimento, di prova e di resa dei conti, e tuttavia
il suo linguaggio conserva un’armonia lirica, paradossale e pacificata.
L’autrice dosa con intelligenza le forze del tempo narrativo. L’alternanza tra
il tempo interno – i pensieri, i flashback, le risacche della memoria – e quello
esterno – le azioni, i gesti, gli scarti dialogici – si compone in un equilibrio
mirabile. I personaggi, anziché banalmente enunciati, affiorano piuttosto per
micro-rivelazioni: uno sguardo, uno scambio verbale, un atteggiamento corporeo.
Il dialogo descrive e determina, mentre il sottaciuto rifonda continuamente il
senso.
La voce narrante di Grivel Serra è diafana ma vigile, pare concedersi
all’ascolto più che alla direzione: un sismografo dell’anima collettiva, che per
ogni inflessione crea asilo e risonanza. La struttura del libro, di notevole
coesione formale, alterna l’evento e il ricordo, la voce interiore e la
restituzione scenica, con una piena padronanza degl’impianti narrativi. La
gestione del ritmo – con aperture dilatate e improvvise concentrazioni
drammatiche – consente all’artefice di far emergere il non detto come nucleo
tellurico di verità ulteriore del romanzo. In sintonia con i grandi moralisti
del Novecento, il narrato assume il dolore come via di conoscenza: la narrazione
sostiene sino alla fine un’alta densità normativa e simbolica, in cui la realtà
parentale è laboratorio di riflessione: sull’umano, sul vincolo; su colpa e
riscatto.
In questa ricerca gli ambienti sono determinanti: spazi intimi, segnati da cura
e rimembranza, parimenti ad angosce e amarezze: l’hospice come limen di congedo,
la casa come ventre originario, il giardino come apertura all’aria e alla luce;
e i luoghi mentali del ricordo: stanze morali – per avvicinarsi a concetti cari
a Thomas Mann[3] – che raccolgono le forze contrapposte degli eventi: la
dedizione e il risentimento, l’impulso e la misura, la tenuta e la resa.
Il dialogo tra piani temporali e voci interiori rimanda, per coerenza interna,
progettualità testuale e afflato etico, a certi modelli del romanzo novecentesco
europeo: l’intensità morale di Bernanos, la coralità di Faulkner, la limpidezza
di Ginzburg nell’elevare la cosa familiare a paradigma del destino collettivo.
Di fatto, la pagina attraversa la molteplicità, per usare la terminologia di
Calvino – enciclopedismo gaddiano incluso, come nel gentile edonismo della
pratica culinaria, così cromatico, lussureggiante[4] – per approdare
all’esattezza: dal groviglio delle presenze e azioni umane traspare una
razionalità, una sorta di geometria delle essenze che arriva a delineare un
messaggio cifrato, progressivo. In tal modo, l’opera si colloca in quella “zona
d’ordine” evocata dallo stesso Calvino[5], dove la scrittura si fa forma viva
dell’esistente, capace di sottrarre frammenti di significato al vortice
entropico del reale.
La lingua di Grivel Serra costituisce uno dei nuclei di maggior rilievo del suo
lavoro, perché unisce l’ardore armonioso e pulsante della parola poetica a una
disciplina sintattica di grande eleganza. Si tratta di una prosa levigata e,
insieme, sontuosa, in cui la densità semantica non compromette la leggibilità.
La scelta di un registro alto, mai retorico – talvolta accarezzato da un’ironia
appena percepibile – permette di rappresentare la complessità dei sentimenti
senza patetismi. La qualità musicale della frase, il ritmo modulato tra piani e
accelerazioni, il gusto per la precisione sensoriale e per il brillio delle cose
quotidiane – una finestra, un tessuto, un piatto di frutta – sono indizi di un
controllo stilistico che colloca l’autrice in una linea di grande
consapevolezza.
Rispetto alle attuali tendenze al minimalismo e all’omologazione stilistica, il
linguaggio di Grivel Serra, pur sorvegliatissimo, ha un impulso eversivo: a
cesellare e vivificare. Vi sono personaggi-simulacro, come la nonna Armida, così
intagliata e fatale; o il cugino Riccardo, sovrano di candida dolcezza, volto
maestro, garante di pace: il quale, sebbene nell’esile misura della senilità,
genera, in chi gli gravita accanto, un “improvviso decollo spirituale, cumuli di
tenerezza, sorprendenti rive di conforto”.
Le descrizioni sanno essere fosche, rugginose, intrise di un medievo del male –
“un cancro le aveva retroflesso, illividito, divorato la mammella che copriva il
cuore” –, i cui cupi grappoli sinestesici preludono sovente a improvvise,
cordiali schiarite; similmente, a latere dei tragici accadimenti dati
nell’intreccio, la scrittura si consacra, intarsiata e generosa, sino a una
dorsale dove eros, materia e pietas si sfiorano in un bagliore originario.
Il cibo è certamente la manifestazione più immediata di vitalismo sensuale:
l’azione dell’approntare, del preparare, mostra, a corollario della precisione,
un brio erotico sfolgorante: “Sin dalle sette della sera, l’inconfondibile
profumo balsamico dell’abete di Natale si alternava con la fragrante, croccante
e aulentissima menta della sfogliata di pecorino, a pervadere in sintonia tutta
la casa. Le lamelle di carasau, base della sfogliata, rispondevano alle attese
dei morsi, ben umettate già dalla sera prima con tre mestoli del brodo di pollo
impreziosito da tre cuori di carciofo, quattro carote, due piccole cipolle, una
rossa, una bianca, un mazzo di prezzemolo e sei rosseggianti pomodorini secchi.
Quei tre mestoli avevano la provvidenziale mansione d’imbibire l’alternanza di
strati a comporre il sapore corposo e allegro della sfogliata, nell’avvicendarsi
di fette del fresco, dolce e filante pecorino giovane di venti giorni di
maturazione a quelle del veterano pecorino mezzo stagionato, dalla bionda pasta
occhiellata. Strato dopo strato, si raggiungeva la cima, e lì la sfogliata
esibiva la menta, a catinelle, assisa in tripudio.”
Nondimeno, l’anello debole è percorso da una sensualità diffusa, che investe i
chiarori, gli elementi, i corpi e la lingua stessa. Ciò che vive trasfonde
un’energia primaria, un’intenzione: è la resistenza del sensibile, alla cui
chiamata il gesto percettivo accorre: è antidoto alla desolazione il seguitare a
toccare il mondo.
C’è luce carnale, tattile, non mistica: una sostanza che investe i corpi e li
definisce: palmare e densa, corteggia gli oggetti, li innamora. E c’è una grande
attenzione olfattiva e tattile: l’aroma di ricotta, limone e arancia
delle pardulette, il profumo acerbo delle giovani albicocche, il riso basmati e
il suo “sentore gioioso di popcorn e sala buia di cinema”; o l’odore sacro
d’incenso, il vapore buono della doccia; i tessuti, la polvere, le stoviglie, la
pelle: tutto vive e odora come un organismo.
Questa sensualità diffusa trasforma la sostanza in linguaggio affettivo: il
cosmo reagisce, ha temperatura, spessore, attrito. Gli oggetti sono investiti di
un calore percettivo che li sottrae all’inerzia. In accezione bachelardiana,
potremmo dire che Grivel Serra ridesta le fibre del visibile.
E così la cura, che è diligenza, assiduità; ma creativa, sempre sorretta da
soave tepore sensoriale: la casa che, da “scatola da scarpe, umida come una
fungaia”, diviene dimora incantata per “radicale correzione”. Tutto parla di un
ordine magnifico del cuore, in specie nell’asse femminile, in splendida
dialettica con quello maschile, così teneramente imbibito di bellezza fragile,
se pur fisicamente poderosa: Rocco, il fratello di avvenenza alessandrina, le
sue nitidezze statuarie, a rilievo. Claudio, padre ritrovato, intento tra
“bulloni”, “nastri isolanti, rondelle, grasso, salviette da pulizia”, che
ritorna il venerdì ancora in tenuta da operaio, “con quel furore segnaletico di
rosso e grigio” avvolto nella nobiltà della stanchezza. Nell’anello debole di
Grivel Serra maschile e femminile sono tesi nel cercarsi, talora oltraggiarsi, e
ridarsi alla luce: la morbidezza tutta muliebre che, nascostamente, sostiene e
consola; il fare, nativamente materico, intensamente virile, che riporta al
dinamismo dell’utilità, fino al culmine del riorientamento nello Spirito, che
sia piano e limpido il saper attuarsi. “Perché il retaggio di un uomo si
determina dal modo in cui finisce la sua storia”.
Angelica Grivel Serra con L’anello debole, nell’equilibrare linearità diegetica
e profondità psicologica, intensità materica e sottigliezze spirituali,
circolarità del tempo assise in riverberi e proiezioni, sembra raccogliere
l’eredità di un Novecento ancora sospeso, col suo portato d’incanti e policrome
risonanze; nondimeno mettendo a fuoco, con incisivo acume, la condizione umana
presente: scissa tra vincolo e spaesamento, tra anelito al casato e tensione
alla libertà. Un racconto dall’aura quasi esemplare, di parabola, che rinviene
nella lacuna, nella pecca – con moto quietamente metafisico – possibili
redenzioni e inedite lealtà.
Isabella Bignozzi
*In copertina e nel testo: disegni di Georges Seurat (1859-1891)
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[1] Feuillet 62, in Feuillets d’Hypnos, Gallimard 1946; poi in Œuvres complètes,
coll. “Bibliothèque de la Pléiade”, Gallimard, 1983 e successive ristampe, p.
189
[2] Feuillet 150, ivi, p. 208
[3] Thomas Mann, Considerazioni di un impolitico, a cura di Marianello
Marianelli e Marlis Ingenmey, Adelphi 1997
[4] Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio.
Con uno scritto di Giorgio Manganelli, Mondadori 2019, p. 106
[5] ivi, p. 70
L'articolo “Ridestare le fibre del visibile”: su “L’anello debole” di Angelica
Grivel Serra proviene da Pangea.
Underground Railroad (la ferrovia sotterranea) era una rete clandestina – alla
quale si unì anche la famiglia di Louisa May Alcott, l’autrice di Piccole
donne – che, nel secolo XIX, negli Stati Uniti, aiutava gli afroamericani a
fuggire dagli stati schiavisti del sud in quelli abolizionisti del nord oppure
in Canada.
Il treno occupava un ruolo centrale nell’immaginario dei neri. Era il mezzo con
cui sognavano di scappare per potersi finalmente liberare dalle catene della
schiavitù o della prigionia, e non essere più condannati a sacrificare le
proprie vite nelle piantagioni o nei penitenziari, ai lavori forzati: «Il treno
che passa sbuffando e fischiando, che viene da lontano e che va chissà dove, che
porta con sé gli uomini liberi e che potrebbe un giorno portare il poveraccio
che soffre (un lavoratore dei campi, o un forzato: in quegli anni non faceva
molta differenza) lontano dai luoghi della sua pena, è stato […] per molto tempo
uno dei motivi dominanti della letteratura folklorica negro-americana, nei blues
e anche nel primo jazz. L’“espresso di mezzanotte” passa vicino alla prigione ed
è il simbolo di un mondo migliore, remoto, irraggiungibile». Il brano citato è
tratto da un commento di Arrigo Polillo alla ballata Midnight Special di
Leadbelly (Arrigo Polillo, Jazz, 1975-1997, p. 28).
Nel suo romanzo, La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead immagina che
l’underground railroad non sia soltanto un’organizzazione ma una struttura
realmente esistente nel sottosuolo della federazione americana, e che attraversa
gli stati del sud fino ad arrivare in quelli del nord per portare in salvo i
neri fuggitivi. Il libro è per alcuni un’ucronia (l’esempio più famoso del
genere è il romanzo di Philip K. Dick The Man in the High Castle) in quanto
descrizione di quello che sarebbe accaduto se la ferrovia in parola fosse
letteralmente esistita. In verità, viene facile immaginare che né la storia
degli afroamericani né quella degli Stati Uniti sarebbe cambiata granché se ci
fosse veramente stato qualcosa del genere. Ed in effetti, a differenza di quello
di Dick, il testo di Whitehead non delinea sconvolgimenti storici di rilievo. Se
non fosse per la sua ambientazione nel passato, si potrebbe piuttosto parlare
di discronia, ovvero di una narrazione che si dispiega all’interno di una
cornice “fantastica” con connotazioni sostanzialmente “realistiche”.
Il libro è una summa abbastanza armonica di vari generi: il romanzo realista,
quello postmoderno, il romanzo d’appendice, il romanzo storico,
il Bildungsroman, il romanzo familiare e, infine, la slave narrative (i cui
prototipi sono The Interesting Narrative of the Life of Olaudah Equiano, The
Narrative of Frederick Douglass, an American Slave, Written by
Himself e Incidents in the Life of a Slave Girl, Written by Herself di
Harriet Jacobs, già emulati in passato da svariate opere tra cui la
celeberrima Uncle Tom’s Cabin di Harriet Beecher Stowe). Ma, come La capanna
dello zio Tom, non è un’opera di slave narrative perché l’argomento trattato non
è la storia autobiografica di un ex schiavo o di una ex schiava. Si può, però,
senza dubbio dire, che affonda, fra l’altro, le proprie radici anche in quel
genere.
Il romanzo, ambientato negli anni ’30 del XIX secolo, narra la storia della
schiava Cora che decide di fuggire, in compagnia di Caesar, dalla piantagione –
ubicata in Georgia – dei loro padroni, i Randall.Nel corso della fuga i due
s’imbattono in un gruppo di cacciatori bianchi e, nello scontro che ne consegue,
la donna uccide uno degli inseguitori, un ragazzo. Prima di lei, l’unica che era
riuscita a sfuggire con successo alle grinfie dei Randall – così almeno sembra,
fino al colpo di scena finale qui prudenzialmente omesso per evitare il tanto
temuto spoiler – era stata sua madre Mabel. Nei confronti della genitrice la
figlia nutre un profondo risentimento per essere stata abbandonata e lasciata da
sola nella piantagione, a patire angherie. E anche perché, essendo rimasta priva
di protezione, ha dovuto subire una violenza di gruppo ad opera di alcuni suoi
compagni di sventura. I due fuggitivi, grazie all’aiuto di un certo signor
Fletcher (che «odiava la schiavitù, la vedeva come un insulto agli occhi di
Dio»), giungono in una stazione della fantomatica ferrovia sotterranea, prendono
il primo treno disponibile e arrivano così nella Carolina del Sud. Nel
frattempo, Terrance, ormai unico sopravvissuto della famiglia Randall, affida a
un cacciatore di schiavi, Arnold Ridgeway, l’incarico di catturare e riportare
indietro i due fuggiaschi.
Per far capire meglio chi è questo macabro personaggio, impregnato di “sano”
spirito americano, che sembra uscito da un film di Quentin Tarantino, è bene
tener presente la sua “radicale” interpretazione della dottrina del “destino
manifesto” (Manifest Destiny) degli Stati Uniti:
> «“Significa prenderti ciò che è tuo, quello che ti appartiene, qualunque cosa
> pensi che sia. E tutti gli altri se ne stanno ai loro posti assegnati per
> permettertelo. Che siano i pellerossa o gli africani, devono arrendersi,
> sacrificarsi, in modo che noi possiamo ottenere ciò che ci spetta di
> diritto”».
Nella città in cui sono arrivati, tutto sembra andare per il meglio a Cora e
Caesar. Entrambi, sotto mentite spoglie, hanno un lavoro retribuito e un tetto
sopra la testa (vivono in dormitori, separati per i maschi e per le femmine,
creati appositamente per la popolazione di colore). Qui Cora scopre l’esistenza
della parola «ottimisti» e decide che significa «ci stiamo provando». Ma la
donna – che nel frattempo sta imparando a leggere e a scrivere – un po’ alla
volta prende coscienza di tutta una serie di cose che non vanno affatto bene: i
dottori e i dipendenti delle strutture sanitarie (ubicate in un grattacielo,
edificio non ancora esistente all’epoca in cui si svolgono i fatti e, dunque,
frutto di un deliberato anacronismo da parte dell’autore) e di accoglienza
cercano di persuadere i neri a sterilizzarsi, alle madri di colore vengono
sottratti i figli, sono in corso strani esperimenti sulle malattie sanguigne
della popolazione afroamericana che ricordano il famigerato Tuskegee Experiment
(uno studio sugli effetti della sifilide sulla popolazione maschile nera della
cittadina dell’Alabama, iniziato nel 1932 e proseguito fino al 1972 nonostante
la scoperta, nel 1940, che la malattia era curabile con la penicillina, con la
conseguente morte ingiustificata di numerosi individui). Si accorge che, così
facendo, i bianchi rubano il futuro ai neri e che, in Carolina del Sud, questi
pur non essendo «pura merce come prima», sono trattati come «bestiame: da
allevare, da sterilizzare. Da chiudere in dormitori» che sembrano «stie per i
polli o conigliere». Ed ecco che, a dissolvere il sogno del loro illusorio
benessere, sul posto giunge all’improvviso Ridgeway che, in base alla legge
federale sugli schiavi fuggiaschi (Fugitive Slave Act), è autorizzato a
catturare Caesar e Cora anche al di fuori dei confini della Georgia. Per Caesar
non c’è scampo: viene squartato dai “civili” abitanti della città in cui era
stato accolto, dopo essere stata sparsa la voce che era ricercato per
«“l’omicidio di un bambino”». Cora riesce a fuggire con un treno della ferrovia
sotterranea. Giunge così nella Carolina del Nord. Qui trova rifugio nella casa
di una coppia di persone mature, Martin ed Ethel Wells, ed è costretta a vivere
nascosta per alcuni mesi nella soffitta della loro casa che il caldo trasforma
«in una tremenda fornace». E qui l’autore si ispira alla vita della già citata
Harriet Jacobs che fu costretta a nascondersi per ben sette anni sotto il tetto
della casa della nonna, una ex schiava diventata libera. In quello stato Cora è
costretta ad assistere all’atroce spettacolo di innumerevoli cadaveri che
penzolano dagli alberi «come decorazioni marce» lungo una strada beffardamente
chiamata – ironia dell’autore! – il Sentiero della Libertà. Proprio come nella
canzone di Lewis Allan (pseudonimo di Abel Meeropol), resa celebre da Billie
Holiday, Strange Fruit:
> «Gli alberi del sud hanno strani frutti
> C’è del sangue sulle loro foglie e sangue nelle loro radici
> Neri corpi penzolano nella brezza del sud
> Strani frutti pendono dagli alberi di pioppo».
Il capitalismo americano dell’epoca ha come motore la produzione e il commercio
del cotone e come carburante i corpi dei neri. Il profitto generato dal cotone
porta con sé un male necessario: la popolazione afroamericana e la sua crescita
incessante. A causa dell’eccesso di quest’ultima rispetto a quella bianca,
nell’“immaginaria” Carolina del Nord è in atto un vero e proprio genocidio. I
bianchi non vogliono abolire la schiavitù, vogliono tout court “abolire i neri”.
Durante la sua permanenza nel sottotetto, Cora continua a imparare a leggere e
scrivere, e si appassiona agli almanacchi.
Tra parentesi, pur non essendo slave narrative, La ferrovia sotterranea possiede
due delle caratteristiche fondamentali del genere: il movimento (la fuga dello
schiavo) e la trasformazione (Sonia Di Loreto, “La slave narrative e
l’abolizionismo atlantico” in La letteratura degli Stati Uniti, a cura di
Cristina Iuli e Paola Loreto, 2017-2024, pp. 73 e 75). Al di fuori della
piantagione, Cora acquista una nuova consapevolezza, acuisce il suo senso
critico. La trasformazione della sua personalità si attua man mano che acquista
esperienza e si istruisce. L’incontro con la parola scritta è momento fondante
del suo rapporto con la cultura dei bianchi. Il processo di costruzione
dell’identità (una caratteristica del Bildungsroman) e quello di acquisizione
della libertà passano anche attraverso il processo di alfabetizzazione. Nel
saggio citato, Sonia Di Loreto – a proposito di The Narrative of Frederick
Douglass – scrive: «Seguendo una traiettoria di autocreazione, il testo di
Douglas stabilisce […] una netta relazione fra libertà e alfabetizzazione, e una
delle costanti del testo è il desiderio da parte di Douglass bambino prima, e
Douglass adulto poi, di imparare a leggere e a scrivere, secondo quello che lo
stesso autore definisce come la strada dalla schiavitù alla libertà. Tutti gli
episodi di apprendimento sono momenti di furti, sotterfugi, menzogne, a voler
rimarcare che il percorso verso l’alfabetizzazione e la liberazione per lo
schiavo non poteva essere mai lineare o privo di ostacoli» (Sonia Di Loreto,
“La slave narrative e l’abolizionismo atlantico”, cit., p. 81). Questo arduo
processo di istruzione e presa di coscienza è brillantemente sintetizzato da
Whitehead nel breve capitolo dedicato a Caesar in cui il protagonista rischia la
vita leggendo, di nascosto, I viaggi di Gulliver (la morte è la punizione che
spetta agli schiavi sorpresi in possesso di libri) perché sa che se non legge
non potrà mai sfuggire alla sua condizione di emarginazione e sottomissione.
Tornando alla trama principale, inutile dire che Ridgeway non tarda a scoprire
dove si è rifugiata Cora, vittima della delazione di Fiona, la donna di servizio
irlandese dei coniugi Wells. Martin ed Ethel vengono barbaramente trucidati dai
loro concittadini mentre il cacciatore di schiavi – in compagnia di un grottesco
personaggio, Homer, un ragazzino di colore di dieci anni che indossa un abito e
un cappello a cilindro – cattura la protagonista e la porta via con sé
attraverso il Tennesee infestato dagli incendi appiccati dai coloni che vogliono
avere a disposizione sempre più terra da coltivare. «Per la prima volta Cora era
passata da uno stato a un altro senza usare la ferrovia sotterranea». Con lei
c’è un altro nero, Jasper, di cui Ridgeway ben presto si sbarazza,
assassinandolo, perché ritiene antieconomica l’impresa di riportare la “merce”
al suo padrone, nel lontano Missouri. La protagonista tenta più volte,
inutilmente, la fuga. Finché – in un accampamento provvisorio del cacciatore di
schiavi e della sua compagnia – non sopraggiungono, come dei ex machina, tre
uomini di colore armati (uno di loro è Royal, di cui poi Cora si innamorerà) che
sottraggono a Ridgeway la preda portandosela con loro in Indiana. E per farlo si
servono della strada ferrata sotterranea. Per la protagonista è il terzo viaggio
nell’underground railroad.
Cora si ritrova in uno scenario idilliaco. La sua nuova vita è nella fattoria
dei Valentine, una coppia di colore che dà alloggio e lavoro sia agli
afroamericani liberi sia ai fuggitivi. Qui la manodopera è retribuita, i diritti
delle persone sono riconosciuti e rispettati, i bambini e gli adulti hanno
accesso all’istruzione. E qui la protagonista ha finalmente a disposizione «una
stanza tutta sua», secondo quanto auspicato da Virginia Woolf. È anche in
procinto di iniziare una relazione sentimentale con Royal ma è trattenuta dai
cattivi ricordi della violenza subita nella piantagione, in Georgia. Nella
fattoria è in atto una disputa tra il proprietario, John Valentine, che vorrebbe
trasferire tutto e tutti verso ovest, lontano dagli stati schiavisti, e il
viscido Mingo che vorrebbe invece lasciare l’attività produttiva in Indiana
mantenendo in servizio solo i neri liberi e lasciando i fuggiaschi in balìa del
loro destino. Royal fa giusto in tempo a mostrare a Cora l’ingresso della
stazione sotterranea esistente nei paraggi della fattoria ed ecco che si rifanno
vivi Ridgeway e Homer, in compagnia di una folla inferocita venuta a sapere
(probabilmente perché Mingo ha fatto la spia) che nella tenuta si nascondono dei
fuggiaschi e che alcuni di loro hanno ucciso dei bianchi. È inevitabile che si
compia una vera e propria carneficina. Royal viene ammazzato. Cora, è nuovamente
catturata dal cacciatore di schiavi che la costringe a condurlo al tunnel
fantasma della ferrovia sotterranea. Nel corso di una colluttazione, mentre
stanno scendendo nella galleria, la donna ferisce e neutralizza Ridgeway.
Approfittando della distrazione di Homer, impegnato a prestare assistenza al suo
padrone, Cora salta a bordo di un carello ferroviario a mano (handcar) con il
quale raggiunge un’altra stazione della struttura sotterranea segreta. Uscita
all’aperto, si imbatte in una carovana. Un nero di mezza età, con «un marchio a
ferro di cavallo sul collo» (lei si chiede da dove è scappato lui), la fa salire
sul suo carro e la porta con sé verso ovest, verso la libertà.
Il romanzo finisce così. Il finale aperto è sempre ben accetto ma in questo caso
lascia la bocca asciutta. Ai lettori sarebbe piaciuto sapere cosa ne sarebbe
stato di Cora una volta stabilitasi in uno stato abolizionista. La sua vita
sarebbe stata veramente tutta rose e fiori? Avrebbe scoperto altre magagne?
Sarebbe andata incontro ad altri orrori? Si teme un sequel.
Come già detto, la Ferrovia sotterranea è un romanzo eclettico riconducibile a
vari generi. Da alcuni è classificato come un romanzo fantastico. È vero, ci
sono l’invenzione della strada ferrata segreta e l’inserto anacronistico del
grattacielo che non hanno alcun riscontro nella realtà storica. Ma non c’è
l’intervento della magia, non ci sono fenomeni inspiegabili e irreali. In linea
generale, la narrazione procede seguendo i criteri del vero e della
verosimiglianza (tecnicamente sarebbe stato possibile costruire una ferrovia
sotterranea) ed è dunque tendenzialmente realistica, contaminata qua e là con
l’introduzione di diversi elementi “spuri”. Nonostante ciò, lo stile è piuttosto
uniforme e asciutto.
Gli argomenti della schiavitù e della persecuzione razziale sono trattati
con ineludibile durezza. L’autore tuttavia non sconfina mai – nelle scene più
truci, sempre necessarie e nient’affatto gratuite – nei parossismi
iperrealistici del Meridiano di sangue di McCarthy. Un esempio in questo senso,
tanto per dare al lettore un’idea del cinismo degli schiavisti e della brutalità
dello schiavismo, è la descrizione della scena seguente:
> «Mentre gli ospiti di Randall sorseggiavano rum speziato, Big Anthony venne
> cosparso di petrolio e arrostito. Ai testimoni vennero risparmiate le sue
> grida, perché il primo giorno gli era stato tagliato il membro virile […]. La
> gogna fumò, comincio a bruciacchiare e prese fuoco, con le figure sul legno
> che si contorcevano tra le fiamme come fossero vive».
Tra tutto il male prodotto dagli uomini e le indicibili sofferenze che ne
derivano, nel racconto c’è comunque spazio per la solidarietà e l’umana
comprensione.
La storia è inframezzata da ricorrenti digressioni e
continui flashback e flashforward che rendono complicata la ricostruzione della
fabula (ossia la sequenza degli eventi secondo l’ordine cronologico) da parte
del lettore. Tra i vari additivi “spuri” inseriti all’interno
del background realistico, fa capolino un elemento tipico della letteratura
postmoderna di ascendenza sterniana (cfr. La vita e le opinioni di Tristram
Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne) e cioè il gusto per la digressione fine a
se stessa, non strettamente funzionale al dipanarsi della trama principale. Ne
sono esempi il tranche de vie dedicato al dottor Stevens (uno dei medici della
struttura sanitaria ubicata nel grattacielo della Carolina del Sud) e la storia
in breve della vita di Ethel Wells (che, insieme al marito, ospita Cora nel
sottotetto della propria casa).
Nel 2017 La ferrovia sotterranea ha vinto due prestigiosi premi: il Pulitzer e
il National Book Award per la narrativa. Nel 2021 il regista Barry Jenkins ha
tratto dall’opera una miniserie televisiva con lo stesso titolo. Per Luca
Briasco il libro è un best seller di qualità «che accetta anche di sconfinare
nel romanzo d’appendice pur di non disperdere e anzi esaltare il messaggio
antirazzista e la riflessione sui mali più antichi della società
americana» (Luca Briasco, “Colson Whitehead, John Henry Festival-La ferrovia
sotterranea” in Americana, 2016-2020, pp. 367 e 370).
Ozioso chiedersi se questo sia un capolavoro oppure no o se sia, quanto meno,
un’opera fondamentale della letteratura americana contemporanea. È sicuramente
un libro “necessario”. E difatti Claudia Durastanti, nel risvolto anteriore
della copertina, lo cataloga come «Il tipo di romanzo che ci ricorda perché
siamo lettori».
Uno dei motivi che ne rendono indispensabile la lettura è il richiamo implicito
alle recenti e reiterate violenze perpetrate dalla polizia americana ai danni
della popolazione di colore e al movimento Black Lives Matter che da quegli
eventi è scaturito. Allo stesso Colson Whitehead – pur proveniente da una
rispettabile famiglia borghese, benestante, e pur essendo scrittore di successo
e insegnante in prestigiose università americane –, come a tutti i neri, sono
riservate le “attenzioni particolari” della polizia americana. Lo riferisce
l’autore nell’intervista rilasciata a John Freeman e riportata in coda al volume
delle Edizioni Sur: «le energie razziste che descrivo nella Ferrovia
sotterranea fanno ancora molto parte della nostra vita. E se prendiamo un brano
su Ridgeway e i suoi pattugliatori… essere fermato e perquisito e dover avere
sempre in tasca i documenti fa ancora molto parte della mia esistenza. Non so
mai quando la mia interazione con un poliziotto potrà prendere una brutta piega,
finire male».
La storia non insegna niente. L’orrore non ha mai fine.
Angelo Guida
*In copertina: Thuso Mbedu, protagonista di “The Underground Railroad” (2016)
L'articolo La Storia non insegna niente. Intorno a “La ferrovia sotterranea” di
Colson Whitehead proviene da Pangea.