Quella sera, alla libreria Arion di via Veneto, non si stava solo presentando un
libro. Si respirava l’elettricità tipica di chi è a un passo dal disvelamento di
un segreto.
Eravamo nei primi anni Duemila. Un’epoca analogica, dove non potevi ancora
vivisezionare la vita di un tuo idolo su Instagram. Il mistero era reale, denso,
quasi fisico. Aspettavamo l’arrivo del discusso scrittore americano come si
aspetta un’apparizione: con quel misto di venerazione e curiosità morbosa che si
riserva ai miti maledetti. Avevo adorato i suoi romanzi: avevo già
divorato Sarah e Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (da cui Asia Argento ha
tratto un film), entrambi tradotti da Martina Testa e pubblicati da Fazi.
Quando Jeremiah è apparso, il silenzio si è fatto pesante e gravido. Davanti a
me non c’era un ragazzo, ma un’icona pop fatta di fragilità e artificio.
Indossava un cappello nero a falde larghe, come nelle sue foto apparse sulle
riviste, calcato sui bei capelli biondi che poi si riveleranno una parrucca. Gli
enormi occhiali scuri a coprire metà del viso, trasformandolo in una maschera
impenetrabile. Un corpo minuto, l’aria timida, un’identità fluida che sfuggiva a
ogni definizione.
Sembrava un Michael Jackson della letteratura.
Ero lì, a pochi centimetri da quella che è stata poi definita una grande truffa
letteraria (svelata nel 2006 dal “New York Times” e divenuta nel 2018 un film di
Justin Kelly) ma allora per me rispondeva tutto alla nuda verità. Avevo letto i
libri di J.T. LeRoy come fossero vangeli autobiografici, e mi chiedevo se il
ragazzo che avevo davanti, lì in libreria, avesse davvero attraversato l’inferno
descritto con tanta brutale grazia nelle sue pagine.
Mi sono avvicinato a lui stringendo in mano il suo romanzo La fine di
Harold (Fazi), appena acquistato. Col mio stentato inglese gli ho detto che
scrivevo anche io, che venivo da una piccola isola: Lipari e che da poco vivevo
a Roma. Mi ha ascoltato con attenzione, guardandomi da dietro le lenti scure e
ha scritto per me questa dedica: “Davide, qui a Roma trovi molta ispirazione per
la poesia. J T LeRoy”. Ha firmato con quello che allora credevo fosse il suo
nome, mi ha sorriso e mi ha stretto la mano.
Non potevo sapere che dietro quegli occhiali non c’era Jeremiah, ma Savannah
Knoop, che a sua volta interpretava il sogno febbrile di Laura Albert, la
compagna di suo fratello. Laura Albert era la vera scrittrice che stava dietro
quella messinscena.
Oggi, quell’autografo non mi appare come la reliquia di una menzogna, ma
come l’autentica prova di una performance artistica totale. Laura Albert aveva
compreso che il pubblico non voleva solo una storia, voleva un corpo singolare
da idolatrare.
Ci interroghiamo spesso sul confine tra auto-fiction e invenzione. Che
differenza c’è tra un autore che usa il proprio nome per un personaggio e uno
che inventa un personaggio per fargli calzare la propria vita. La realtà è
fragile: Laura Albert ha creato un mondo altro perché il suo, fatto di dolore e
abusi, era stato rifiutato da tutti gli editori a cui si era rivolta.
La letteratura, in fondo, è una danza sul filo del rasoio tra ciò che è e ciò
che appare. Se la finzione è ciò che nasce dall’immaginazione, allora quella
sera alla libreria Arion di via Veneto io non ho incontrato un impostore. Ho
incontrato la letteratura nella sua forma più pura e spietata: quella capace di
strapparti al reale e farti credere, anche solo per il tempo di una dedica, che
l’impossibile fosse seduto proprio davanti a te.
Davide Cortese
*In copertina: un fotogramma da “The Cult of JT Leroy”, 2014
L'articolo Il fantasma di via Veneto. La sera in cui incontrai J.T. LeRoy, il
Michael Jackson della letteratura proviene da Pangea.
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> «Mi ha salvato dalla noia», rispose sbadigliando. «Ahimè! già la sento
> tornare. La mia vita non è che un continuo sforzo per sfuggire alla banalità
> dell’esistenza. E questi piccoli problemi mi aiutano».
>
> (Arthur Conan Doyle, La lega dei capelli rossi)
È un romanzo-enigma, un labirinto narrativo complesso, fitto di citazioni,
dettagli e rimandi, che rigenera la grande tradizione del giallo deduttivo. Ma è
anche un saggio mascherato da romanzo: una riflessione sull’ambiguità, sulla
detective story e sull’arte narrativa dell’inganno. In cui in controluce si
intravedono i meccanismi di Agatha Christie, gli artifici di Conan Doyle e una
certa eleganza da conversazione colta, quasi mondana, che rimanda alle memorie
hollywoodiane di David Niven.
Questo è Il problema finale di Arturo Pérez-Reverte, tra i romanzi più
apprezzati dello scrittore spagnolo, pubblicato in Italia da Settecolori. Un
libro che si presenta come un delitto della camera chiusa e che sembra
rispettare tutte le regole del genere solo per poi, al tempo giusto, rivoltarle
contro il lettore. A indagare è Basil Hoppalong, attore al tramonto che per anni
ha interpretato Sherlock Holmes sulle scene e che ora si trova a incarnarlo
nella realtà. Il vero duello però non è soltanto tra attore-investigatore e
assassino; bensì tra autore e lettore. Pérez-Reverte costruisce, infatti, un
duello serrato, una sfida all’ultimo indizio, all’ultima citazione, all’ultima
pagina.
Il romanzo costituisce un “Otto e mezzo” del giallo deduttivo, dove il genere
riflette su se stesso e ne svela i meccanismi per farli riscoprire in tutto il
loro mistero. Ma Pérez-Reverte non è scrittore di genere: in tutte le sue opere
tra le pieghe del racconto emerge una profondità tragica, un’idea di scrittura
che pur rigettando pedanti rimandi sa farsi portatrice dello stile come potenza
isolatrice, eterna giovinezza e richiamo avventuroso verso questi e altri mondi.
Un carattere che emerge anche negli altri inediti che verranno pubblicati in
esclusiva da Settecolori e che l’autore presenterà ai lettori nelle tappe del
suo viaggio italiano il 28 febbraio a Firenze e il primo marzo a Pistoia
organizzate dall’editore Manuel Grillo. Abbiamo pertanto incontrato l’autore per
conoscere meglio i nodi della sua opera e la genesi di Problema finale.
Come nasce Il problema finale e che posto occupa all’interno della sua
produzione?
Le mie opere nascono sempre nella biblioteca di una vita. Il problema finale, in
particolare, nasce dall’accumulo di moltissimi anni di letture appassionate,
divertite e affascinate di romanzi polizieschi. Ho sempre sostenuto che non
esistono confini netti tra alta e bassa letteratura. Ci sono periodi in cui il
lettore cerca profondità e riflessione, altri in cui desidera evasione, enigma,
gioco. La forza della letteratura sta proprio nel rispondere alle diverse
esigenze di uno stesso lettore.
Sono stato, del resto, un lettore di romanzi polizieschi fin da giovanissimo.
Quali?
Agatha Christie, Erle Stanley Gardner, Conan Doyle, Edgar Wallace, Nicholas
Blake, i grandi maestri del mistero e dell’enigma. Poi, col tempo, mi sono
allontanato da quel genere: ho letto altro, sono cresciuto, ho viaggiato, ho
scritto romanzi diversi. Ma con l’età ho riscoperto quanto il poliziesco sappia
offrire un piacere particolare. Quando si è letto molto, tornare all’ingenua
emozione delle prime letture, a quello stupore originario, regala un piacere
raro.
Da ciò la genesi di questo libro…
Esattamente. Ho deciso di mettermi alla prova: applicare tutto ciò che avevo
letto e imparato, seguendo le regole della narrativa poliziesca classica, il
canone che avevo assimilato da giovane, per vedere se fossi ancora capace di
costruire un grande enigma. Mi interessava soprattutto una cosa: oggi la
narrativa gialla classica è stata in gran parte sostituita da una letteratura
più dura, più urbana, fatta di poliziotti disillusi, violenza, sangue.
L’eleganza dell’enigma sembrava qualcosa di antiquato. Mi sono chiesto se fosse
possibile riportare quel modello classico nel presente, renderlo efficace per un
lettore contemporaneo, ormai esperto e smaliziato. La vera sfida era proprio
questa. Scrivere un romanzo che mettesse alla prova un lettore che conosce già
il genere. Volevo un libro in cui detective e assassino, autore e lettore, si
affrontassero direttamente. Questo era il cuore del progetto.
Che cosa la affascina dell’arte narrativa dell’inganno?
Il funzionamento. Il cuore dell’enigma. Un buon romanzo poliziesco, se riletto,
mostra con chiarezza quanto il lettore sia stato ingannato — proprio lì risiede
il piacere. Per questo, prima di scrivere, ho passato due anni a “saccheggiare”
la mia biblioteca: ho riletto tutta la grande letteratura poliziesca, cercando
trucchi, strutture, artifici narrativi, segnando le trappole già utilizzate
mille volte. Il lettore conosce quei trucchi. Sa che li conosco anch’io. Allora,
come sorprenderlo? Come fargli abbassare la guardia usando proprio la sua
competenza? Era una sfida sottile: giocare con la sua memoria letteraria,
sfruttarla contro di lui, trasformare la sua esperienza in una debolezza.
Le è piaciuto realizzare questo romanzo enigma?
È stato un divertimento meraviglioso. Scrivere questo romanzo mi ha reso felice.
Ogni romanzo è sempre uno sforzo: una struttura da reggere, personaggi da
costruire, tensione da mantenere. In questo caso c’era qualcosa in più: la
complicità. Il problema finale è un libro pensato per lettori consapevoli,
lettori che conoscono il genere (anche se non solo per loro). Più ne sanno, più
si divertono, perché non sono semplici spettatori, ma partecipanti attivi. Non
volevo un lettore che osservasse la storia dall’esterno. Volevo un lettore
coinvolto, chiamato in causa, costretto a pensare, a sospettare, a sbagliare. Un
lettore che gioca davvero la partita fino all’ultima pagina.
Per alcuni scrivere è una forma di nostalgia. Il problema finale è un ritorno
alle sue letture, a un’altra epoca della narrativa?
Senza dubbio c’è una componente nostalgica, ma non si tratta di un pastiche. Il
problema finale non è un’imitazione, né un’operazione epigonale. Non volevo
rifare Dieci piccoli indiani, né ripetere Assassinio sull’Orient Express o Il
mastino dei Baskerville. Non mi interessava copiare modelli già esistenti, ma
piuttosto giocare con essi. È un romanzo vivo che usa meccanismi narrativi
conosciuti per costruire qualcosa di nuovo. Volevo evitare la nostalgia fine a
sé stessa, ecco. Certo, riaffiorano la memoria e l’infanzia: le serate a casa
dei nonni, mio padre che leggeva vicino al camino. C’è anche una certa nostalgia
per un mondo che non esiste più: un modo di vestirsi, di parlare, di
relazionarsi. Ho nostalgia dell’educazione, delle buone maniere, che oggi vedo
scomparire sempre di più, in Europa e non solo. Ma, insisto, tutto questo era
secondario rispetto alla sfida principale: capire se fosse possibile costruire
un meccanismo narrativo nuovo usando ingredienti classici. Poi, naturalmente, è
il lettore a giudicare se il risultato funziona.
Parliamo del protagonista. Chi è Hoppy?
Basil Hoppalong nasce dall’incrocio di molte passioni. Io sono stato un grande
cinefilo. Sono nato nel 1951, in un’epoca in cui in Spagna la televisione ancora
non esisteva. La televisione l’ho conosciuta intorno ai dodici anni. Prima di
allora leggevo e andavo al cinema: cinema e libri erano il mio mondo. Ricordo
benissimo i film di Sherlock Holmes interpretati da Basil Rathbone, che da
bambino era il mio attore preferito. Non solo per Holmes: penso, ad esempio,
al Capitan Blood di Sabatini, in cui Rathbone interpreta un pirata e duella
sulla spiaggia in una scena memorabile. Per me Basil Rathbone è stato – e resta
– il miglior Sherlock Holmes della storia del cinema. Ce ne sono stati altri
bravissimi, ma nessuno, a mio avviso, ha raggiunto quel livello.
Il cinema gioca dunque un ruolo chiave…
Il romanzo è pieno di rimandi al cinema che ho visto, ai personaggi e alla
letteratura di quell’epoca. Il romanzo ha due livelli di lettura. C’è il lettore
“normale”, che si avvicina al libro senza particolari competenze di genere, come
a una storia nuova. E poi c’è il lettore esperto, quello che riconosce i
riferimenti, che coglie gli ammiccamenti, che sa che ogni pagina è disseminata
di segnali pensati per lui. Quel lettore prova un piacere supplementare: è un
lettore complice, che dialoga con l’autore, che lo anticipa, che sospetta, che
si difende. È un duello continuo, non tra detective e assassino, ma tra autore e
lettore. Questo gioco, questo confronto diretto, mi interessava molto. In fondo,
nel duello ho messo tutto ciò che amo: il cinema, la letteratura, l’immaginario
che ha riempito la mia giovinezza. Ed è lì che Il problema finale trova, forse,
la sua ragion d’essere più profonda.
Lei ha dichiarato: “Per me ogni romanzo è come una nuova battaglia, quando
comincio il primo capitolo mi sento sempre giovane”. Che cos’è, per Arturo
Pérez-Reverte, il vizio dello scrivere?
Le battaglie invecchiano. Lo so bene, so di cosa parlo. Si combatte, si vince o
si perde, ma poi si è stanchi: si ha il sangue sulle mani, si accumulano ricordi
pesanti, si porta il peso di ciò che si è vissuto. Si invecchia. Si è giovani
solo alla vigilia della battaglia. Ecco perché affrontare ogni nuovo romanzo
come una battaglia significa, per me, tornare giovani. Quando inizio una nuova
storia mi sento ringiovanito, lucido, pronto al combattimento. È una sensazione
di energia, di attesa, di felicità straordinaria. Non scrivo per necessità
economiche. Ho risolto la mia vita materiale da molto tempo: i miei libri si
vendono in quaranta Paesi, ho milioni di lettori. Non scrivo per questo. Scrivo
perché ho settantaquattro anni e sono stanco di molte cose. Ma ogni mattina,
sedermi alla scrivania e tentare di vincere una nuova battaglia narrativa,
provare a portare ancora una volta il lettore con me, mi fa sentire giovane.
Ogni romanzo che termino mi arricchisce. Ogni romanzo che comincio mi
ringiovanisce. Scrivere è la mia momentanea eterna giovinezza.
Il suo rapporto con la lettura è cambiato nel tempo? Cosa legge oggi?
Ho letto e viaggiato tutta la vita e continuo a farlo. Ogni volta che vado a
Napoli – la città che preferisco in Italia – torno sempre con la valigia piena
di libri. Compro di tutto. L’italiano lo parlo male, ma lo leggo bene. Con l’età
succede una cosa curiosa: la grande letteratura che “bisogna” leggere, a un
certo punto, l’hai già letta quasi tutta. Le grandi scoperte sono rare. Così
oggi rileggo molto. Ho studiato greco e latino, i classici sono stati
fondamentali per me. Sallustio, Tito Livio, Seneca, Senofonte, Omero, Virgilio:
ciò che ho imparato da loro mi è servito nella vita. Quando ho vissuto la
guerra, l’orrore, il dolore, avevo già visto tutto nei libri. Questo mi ha
salvato: la guerra non mi ha fatto impazzire, non mi ha distrutto. Ha avuto, per
me, anche un valore intellettuale. Oggi rileggo i classici greci e latini.
Stamattina, per esempio, leggevo le Lettere a Lucilio di Seneca. E nel
pomeriggio, un poliziesco di Elmore Leonard. La narrativa poliziesca mi diverte,
mi ossigena, mi dà energia. È come bere un buon caffè forte. O, se vuole, come
una Coca-Cola ben fredda.
Tra le sue letture ci sono anche autori italiani?
Per me gli italiani sono fondamentali. Al di là dei classici, tutto Malaparte è
stato per me importantissimo: Kaputt e La pelle sono stati libri decisivi, come
lettore e come scrittore. E naturalmente Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa:
per me è una delle grandi opere della letteratura mondiale. Ne possiedo una
prima edizione, leggerlo fa parte dei miei piccoli rituali domestici. È un libro
che amo profondamente. Ci sono poi libri italiani che mi hanno segnato da
giovane. L’amante senza fissa dimora di Fruttero e Lucentini, per esempio: una
storia apparentemente leggera, ambientata a Venezia, che mi colpì
profondamente. E poi Cuore di Edmondo De Amicis. Lo lessi da ragazzo perché era
stato il libro di scuola di mia madre. Alcuni episodi mi emozionano ancora oggi:
il tamburino sardo, il piccolo scrivano fiorentino, il falegname reduce di
guerra che saluta il re.
Tra i classici italiani del Novecento?
Nella mia biblioteca gli italiani sono fondamentali: da Manzoni a Moravia, da
Calvino a Fenoglio. Li ho letti per tutta la vita e continuo a rileggerli.
Lei ha detto: “Un tempo la cultura era utile alla società, oggi è un
analgesico”. Quale dovrebbe essere il ruolo della letteratura?
Qui rischio di rispondere in modo brutale. Rispetto profondamente gli scrittori
che credono che la letteratura possa cambiare il mondo e rendere le persone
migliori. È un’aspirazione nobile. Non è la mia. Dubito che la letteratura renda
il mondo migliore. Compete con troppe altre cose. Io scrivo perché sono felice
scrivendo. Non ho un obiettivo morale, apostolico o salvifico. Non sento il
dovere di migliorare l’umanità. Ci sono libri che cambiano la vita, certo. Ma io
non aspiro a questo. Sono più umile: racconto storie perché mi piace farlo e
perché mi piace condividerle con i lettori. Già da bambino, a scuola, raccontavo
storie ai miei compagni, stando in piedi davanti a loro. Non ho un principio
morale che governi la mia scrittura. Posso scrivere di personaggi infami,
perversi, spregevoli – lo faccio spesso. La vita è fatta di bene e di male, e io
uso tutto questo per raccontare storie.
Oggi però sembra che al romanziere venga chiesto anche un posizionamento morale.
Che ne pensa?
Uno scrittore è il risultato dei suoi libri. Nient’altro. Uno scrittore è ciò
che pubblica. Il problema, oggi, è che esiste una parte del pubblico che
pretende dall’autore non solo una storia, ma un allineamento morale ed etico. Si
chiede alla narrativa di aderire agli schemi morali del XXI secolo, di
rispettare codici extraletterari ed extranarrativi. Questo, per me, è un
problema serio. Io, per fortuna, non lo vivo più: sono anziano, ho i miei
lettori, il mio percorso è definito. Se fossi un giovane autore ne sarei
preoccupato. Oggi sarebbe quasi impossibile raccontare, per esempio, la storia
di un condottiero italiano del Rinascimento. Se gli attribuisci la morale di
oggi, falsifichi il personaggio. Se lo racconti per quello che era, il pubblico
contemporaneo si scandalizza. Le richieste che vengono fatte agli scrittori sono
spesso assurde. Non hanno a che fare con la letteratura, ma con una forma di
inquisizione morale. Se iniziassi ora a scrivere, probabilmente non avrei lo
stesso successo. Verrei attaccato dai moralisti e dai custodi del politicamente
corretto, perché nei miei romanzi ci sono cattivi affascinanti, buoni ambigui,
donne nobili e donne perverse, persone meschine e persone generose. C’è la vita
– che non obbedisce a un codice morale unico.
Non a caso le sue opere hanno il merito di guardare il passato con gli occhi del
passato, non con quelli del presente. In che modo questa idea attraversa i suoi
romanzi?
Le faccio un esempio concreto. Ho scritto un romanzo che si intitola L’italiano,
pubblicato in Spagna circa sei anni fa e in Italia poco dopo. Racconta la storia
dei sommozzatori italiani che durante la Seconda guerra mondiale attaccavano le
navi inglesi a Gibilterra e ad Alessandria. Erano uomini coraggiosi,
protagonisti di imprese straordinarie. Lavoravano però per un governo fascista,
guidato da Mussolini. Questo non cancella il loro valore personale. Il romanzo
non è costruito su buoni e cattivi, ma su uomini. È un racconto equo – non
equidistante, ma equo – che ascolta tutti, che cerca di comprendere anche chi
non la pensa come noi. Questa è la chiave di tutta la mia narrativa. Eppure i
miei editori italiani avevano paura a pubblicare quel libro. Non sapevano che
copertina scegliere, come presentarlo, se abbassarne il profilo. Era
imbarazzante raccontare l’eroismo di uomini che combattevano sotto una bandiera
oggi giudicata inaccettabile. Ma il bene e il male non sono mai netti. Esiste
una vasta zona grigia, complessa, in cui si muovono gli esseri umani.
Perché la “zona grigia” è centrale nella sua opera?
Perché è la vera essenza della realtà. Ho vissuto guerre vere. Ho visto persone
compiere gesti meravigliosi al mattino e atrocità la sera. Le stesse persone. Il
mondo è fatto di sfumature, e ciò che è interessante in un romanzo, in un film,
in qualunque forma narrativa, è muoversi in quella zona ambigua e
contraddittoria. Diffido profondamente delle storie che separano nettamente il
bene dal male: i buoni tutti puri, i cattivi tutti mostruosi. È una
semplificazione infantile. Nella vita reale ci sono assassini e persone nobili
in ogni campo. Negli anni Trenta parole come fascismo, comunismo, anarchismo non
avevano ancora mostrato il loro vero volto. Non c’erano ancora stati i campi di
sterminio, i gulag, le tragedie che oggi conosciamo. Era un mondo diverso.
Molti autori preferiscono scelte manichee. Per cui il male è sempre il male
assoluto…
…ma il male assoluto è narrativamente noioso oltre che falso. Se so che qualcuno
è soltanto cattivo, smette di interessarmi. Invece è interessante il criminale
che ama la madre, il padre affettuoso che commette un crimine, l’uomo perbene
che, spinto dal dolore, scivola nell’oscurità. Penso, per esempio, a Un borghese
piccolo piccolo, quel film straordinario in cui un uomo comune tortura
l’assassino di suo figlio. È lì, nel conflitto interiore, nella contraddizione,
che l’essere umano diventa interessante. Per questo tutti i miei romanzi abitano
la zona grigia. Se la letteratura si piega a piacere al commentatore televisivo
di turno o al moralista del momento, produrrà solo cattivi libri. E una
letteratura che rinuncia alla complessità è una letteratura morta. Soprattutto,
è una letteratura che non mi interessa.
Tra le prossime opere che pubblicherà per Settecolori c’è L’isola della donna
addormentata. Può raccontarci di che libro si tratta?
È una storia basata su fatti reali, naturalmente romanzata. Durante la Guerra
civile spagnola le navi che trasportavano materiali dall’Unione Sovietica verso
la Repubblica vennero attaccate nel Mar Egeo da unità italiane alleate di
Franco. Questo è il fatto storico: furono affondati due sommergibili e diverse
navi sovietiche. A partire da questo episodio ho immaginato una vicenda in cui
un gruppo di mercenari, guidati da spagnoli, opera dalle isole dell’Egeo contro
il traffico sovietico. Attorno a questa trama ruotano un’isola, una famiglia,
una donna, un marinaio spagnolo e un equipaggio che vive avventure di mare. Ma
al centro, più di ogni altra cosa, c’è una storia di solitudine: quella di una
donna che ha sposato l’uomo sbagliato.
Protagonista di questo storia come nel Problema finale è anche il mare, il
mediterraneo. Lei ha detto: “La mia patria è il Mediterraneo”. Che ruolo ha
questo spazio geografico nella sua vita e nella sua scrittura?
Sono cresciuto a Cartagena, l’antica Nova Carthago, fondata dai Fenici e poi
città romana. Da bambino, quando facevo immersioni, trovavo anfore romane e
greche. Sono cresciuto tra rovine romane, greche, arabe, bizantine. Nella mia
famiglia c’erano libri sulla storia del Mediterraneo, fin da giovane ho navigato
studiando il greco e il latino. Il Mediterraneo è il luogo da cui viene ogni
cosa: le legioni romane, il marmo, gli dèi, l’olio d’oliva, il vino, i libri, la
cultura, la memoria. Sono cresciuto durante il franchismo, ma mio padre mi
diceva sempre: “Tu sei europeo, più che spagnolo. Sei mediterraneo. La tua
patria è il Mediterraneo”. Le politiche cambiano, le dittature passano, ma il
Mediterraneo resta: antico, saggio, immutabile. È lì che si trova la spiegazione
di tutto. Oggi non credo più nelle patrie, nelle bandiere, nelle religioni, nei
politici. La mia vita di guerra non mi ha aiutato a credere nell’essere umano.
Ma il Mediterraneo resta: come consolazione, come memoria, come spiegazione. Ho
una barca a vela, navigo ancora, passo molto tempo in mare. Gettare l’ancora
accanto a un tempio greco, immergersi vicino a resti fenici, mi restituisce uno
sguardo lucido e critico sull’Europa miserabile che stiamo vivendo.
Come vede il nostro Vecchio Continente?
Questa Europa si è ridotta ad essere un decadente parco tematico: ha perso
decenza, onestà e cultura. Priva di vitalità, si rintana nella frenesia.
Smarrendo ogni slancio, ogni saggezza. Il Mediterraneo è un antidoto contro
questa decadenza: non elimina il dolore, ma aiuta a sopportarlo. È lì che mi
sento a casa: casa mia è in un caffè di Napoli, Istanbul o Beirut più che Londra
o New York. Quando vado in Italia non mi sento all’estero: vado a trovare dei
cugini. Lo stesso vale per la Turchia, l’Egitto, il Marocco. Questo è il mio
mondo. Se dovessi scegliere un luogo per finire la mia vita, vorrei fosse il
Mediterraneo. È un buon posto per morire.
Falcó, Alatriste, Hoppy: personaggi diversi ma intensamente vivi. Cosa li
accomuna?
La mia biografia. Scrivo di ciò che ho letto, del cinema che ho visto, di quello
che ho vissuto. Sono stato fortunato: fin da giovane sono partito per il mondo
con i libri nello zaino. Quando vedevo bruciare Beirut e Sarajevo, quando
assistevo a violenze disumane in Angola o in Salvador, conoscevo già quei fatti
perché li avevo letti. I libri mi hanno preparato alla vita.
Cosa sarebbe stata la sua vita priva della lettura?
Senza i libri sarei impazzito, sarei stato tormentato di traumi. I libri mi
hanno aiutato a comprendere. Sono ciò che ho letto più di ciò che ho vissuto,
più di ciò che immagino. Nessuno dei miei personaggi sono io, ma tutti guardano
il mondo come lo guardo io. Sono cresciuto in una casa piena di libri: quelli di
mio padre, della nonna paterna e di quella materna. Ho iniziato leggendo libri
semplici e poi sempre più complessi. Ho studiato greco e latino, ho tradotto
Virgilio, Senofonte, Omero, Cicerone. Tutto questo ha edificato il mio
territorio interiore. I libri sono all’origine di tutto e sono anche alla fine
di tutto. Senza i libri non sarei nulla. Forse sarei stato un avventuriero, un
marinaio… ma vuoto. Ecco i libri mi hanno dato profondità, lucidità, capacità di
interpretare il mondo. Mi hanno fatto prima giornalista – volevo vedere se il
mondo era come lo avevo letto nei libri – e poi romanziere, perché volevo
raccontarlo come avevano fatto i miei autori più amati.
C’è un libro che sogna ancora di scrivere?
No. Non più. Non so quanto tempo mi resta, né per quanto conserverò lucidità e
immaginazione. So solo che ora devo scegliere con attenzione. Non posso più
scrivere qualsiasi libro: devo decidere quali storie far vivere e quali lasciar
morire con me. È doloroso. Sapere che alcune non le scriverò mai è forse la
parte più dura di questa fase della vita.
Che ruolo ha la Guerra civile spagnola nella sua opera?
Non uno speciale. È una guerra come le altre. In Spagna è ancora un trauma, ma
io sono cresciuto con persone che l’avevano combattuta da entrambe le parti e
poi ho vissuto le mie guerre. Per me quella guerra non è diversa da quelle che
ho visto in Bosnia, Libano, Angola, El Salvador. Narrativamente, è una guerra in
più. Se poi, come spagnolo, a volte entro nelle polemiche, è perché qui la
guerra civile viene ancora usata come arma politica. Ma come materia narrativa
non occupa un posto centrale.
Francesco Subiaco
*In copertina: Arturo Pérez-Reverte fotografato da José Aymá
L'articolo L’eleganza dell’enigma. Dialogo totale con Arturo Pérez-Reverte.
“Senza i libri sarei impazzito” proviene da Pangea.
Su Arno Schmidt c’è una buona voce di Wikipedia che mi esime dal ripercorrerne
vita e opere. Quanto al romanzo breve di cui si dà qui un’anteprima, scritto nel
1953 e pubblicato due anni dopo, due parole su trama e stile.
Agli albori del boom economico con relativi prodromi del turismo di massa, due
reduci della Wehrmacht che si erano persi di vista decidono di passare una
settimana di vacanza ai bordi di un laghetto della Bassa Sassonia. Uno, il
protagonista, è come l’autore un traduttore seriale e squattrinato, l’altro si è
specializzato in pittura di esterni con tanto di squadra agli ordini, e
ovviamente paga tutto per due. Nella pensione Joachim ed Erich incontrano due
giovani dattilografe pur esse in ferie, Selma e Annemie. Fatale l’accoppiamento
direi quasi da affinità elettive, nonostante le apparenze. Eros e natura la
fanno da padroni, con a rinforzo una buona dose di politica, cultura, ateismo e
ironia.
Quanto allo stile Schmidt, riprendendo un frammento di Novalis, aveva già
affermato altrove che, come la memoria al pari della vita stessa non è nessun
continuum ma una serie di momenti disgiunti e in sé conclusi, così il romanzo
non dev’essere nessun continuum, ma una serie di periodi staccati e perfetti in
sé.
Da qui la struttura formale di Paesaggio lacustre con Pocahontas (ora: Del
Vecchio Editore, 2026): 18 capitoletti sormontati in posizione di esergo (a dx
quindi, in formato simile a una foto che qui per motivi tecnici non è possibile
riprodurre) e da un breve testo ciascuno denominato “foto” che ritrae un momento
particolarmente significativo della trama, mentre ciascun capitoletto riporta in
sequenza cronologica una serie di periodi separati ciascuno da una barra.
Il romanzo all’uscita colpì molto il magistrato che lo accusò per blasfemia e
pornografia, ma un lustro dopo in altro senso Günther Grass, che pronunciò il
discorso di conferimento del prestigioso Premio Theodor Fontane affermando a
proposito di Paesaggio lacustre con Pocahontas che “nessuno come Arno Schmidt ha
saputo descrivere la pioggia”, e mezzo secolo dopo Walter Kempowski, che definì
il romanzo “la più bella storia d’amore del secondo Novecento”.
Tale e tanta è la ricchezza scoppiettante del tutto, che mi son visto costretto
ad apporre in appendice un commentario di dimensione uguale al testo: qui in
compenso mi limito a riportare un paio di “foto” inquadrandole
stenograficamente.
***
La foto 3 ritrae il primo incontro dei quattro nella sala-pranzo della pensione:
L’una : alta 6 piedi; inanellata di giallobianco nel vestitino da vespa
stecchita, “come gli antichi rappresentavano la morte”; interminabili
braccia-stanghe, marron scuro, stavano genuflesse davanti a lei sul tavolo;
presumibile anello di fidanzamento; seno almeno per ora non identificabile.
Poianesco uncinava il naso dal profilo irochese; la bocca informe, quasi priva
di labbra; lenti senza bordo cavalcavano innanzi a tanto d’occhi sbarrati :
“Hetcì !” (e ciò apparì comunque desolante e incriccato, come se sternutisse un
edificio gotico in mattoni o un traliccio dell’alta tensione). / L’altra :
piccola e campagnolmente tonda; bocca ricamata di rosso su viso giallo sego da
slava; dita stavano sparpagliate attorno alla tazza, bianche e storte come
trucioli; e dalla grassa miscela di vocali sprizzavano arzille le “r” dure :
«Ah, Gleiwitz o giù di lì» riconobbe eccitato Erich la nazionalità. La ragazza
color inferno piegò verso noi l’esile stelo, occhi aprirono per poco il
diaframma, la piccola scilinguò nel merito; e anche a Erich dalla rubrica
“Bisbiglii amorosi dell’Alta Slesia” tornò in mente senza necessità veruna :
»Perrché usi dito ? Ma usa LUI !»
Nella foto 4 il primo tête à tête in acqua bassa, alla fine del quale Joachim
battezzerà Selma col nome della principessa indiana:
«Si chiama Selma : ci ho fatto caso subito !» confessai. L’acqua, spessa come
una stoffa blu, ci faceva aderente da pareo. «Sul libro, al momento di
registrarci»; anche le spalle erano magrissime. Aprì goffamente la gran bocca,
poi rise stridula, divenne ancora più color mattone, e confidò al lago : «Pure
noi. Ma lei è Joachim, no ? !» e fece un respiro di sollievo. Billeri delle
nuvole. Inspirai così forte, che guardò affascinata il mio torace, lungo cui
poté andare come lungo una muraglia gialla : «Torniamo insieme !» asserii, e lei
annuì tra timidezza e zelo (ma si dette pro forma anche un moto di ripulsa).
Anatre decollarono come clipper. Entrambi senza cuffia. Ridemmo stoltamente, e
giocammo per imbarazzo con l’acqua. Anche mi rimase impresso : forcine di canna
nei capelli; la figura trista e rigida; pinne nerastre falciformi; nella
sinistra una pianta lacustre; tenere antenne rosso salmone a mo’ di fiori dietro
ciascun orecchio : ciò sortiva assai carino e ukulele. «Volevamo riposarci», mi
confidò ancora innocente.
Nella foto 7 il primo bacio, di ritorno da una passeggiata notturna di gruppo:
Mondo dei segni : quello arenario della luna; i triangoli simili dei frontoni;
millepodalico avanzava il viale; lampioni offuscavano il puro nerume, arrotavano
grilli, di nuovo inveì un cane alle nostre spalle. Tanto per cantare Annemie
intonò, su molli labbra lussuriose a foglia larga, un’aritmetica perversa : 1
notte di maggio, 2 chitarre in riva al mare, 3 moschettieri; e così sparì in
sordina la jazzosa creatura nell’inconsistente crepuscolo, davanti a noi,
abraccioderich. Mondo dei segni : i nostri dischi occhialuti si sovrapposero
l’uno all’altro, il suo rostro punse forte, le mani mi si annodarono
tutt’intorno (luna andò allora alla deriva qual brulotto tra fregate di nubi), i
suoi denti stringevano assai : – – e poi brancicammo oltre, sopra le bianche
sezioni coniche. Al ritorno. Case nerocutanee; un’auto passò borbottando; «hai
visto prima il serpente di nuvole rosse ?»
Saltando (io) il primo coito, nella foto 10 ecco il post:
Ancora lampeggiarono le ombre dalla nostra camera di piombo : sopra lo schienale
della sedia sottili tubi nudi, il triangolo e una doppia ciotolina rosa. Non
ebbi pace finché non si accomodarono i due minuscoli calzini, poi sotto, i
sandali marrone. «Che numero porti ?». Gemé disperata : «Non chiedere …»; poi
così affranta : «Quarantatré !», che accorsi subito e la consolai di carezze :
«Pocahontas ! – !». (Sbucare da foreste verdescuro con solo un rosso straccio
iliaco. Dovrebbe. Cercò un pochino nella sua valigia : – –, tirò fuori un
foulard e lo provò pudica : – –, fece il nodo finale sul lato : – – ?. Stava lì
zitta, braccia penzoloni : seria spuntava e scarna l’interminabile anca a destra
dalle lingue di stoffa arlecchinesche, era dunque il suo lato sinistro, e attese
devota e anelante finché la nominai e liberai : «Pocahontas !» – Una chiazza di
velluto rosso venne dalle sue labbra, si fece a punta, spinse impacciata, e mi
sgusciò poi giù fondo in bocca …).
Copertina ideata dall’autore e cassata dall’editore
Con un salto sestuplo di giorni dedicati, oltreché all’eros, a natura, politica
e cultura (dove la coppia via via si affiata svelando insospettate dosi di acume
nella partner), la penultima foto 17 fissa in una squallida torbiera il momento
del distacco per fine ferie:
Vagliare in parole il sondabile; burlarsi tranquillamente dell’insondabile : Un
albero si piegò nel luogo deserto; gli si rivoltarono tutte le foglie; uccelli
neri uscirono dai rami e urlarono; al cielo, che zampillava uniforme. Stava
sempre al mio fianco, muta ed eumenide abbastanza : passi da uomo, dalle tasche
della cerata sporgevano braccia oblique, nel viso di cuoio rosso una fessura
schiaccianoci ghermiva ogni tanto il suo intruglio di pioggia & lacrime :
«Pocahontas –»; si volse lentamente, e pianse impassibile più forte : – – finché
di botto le crollò l’intero viso, in gonfiori, in angoli rossi, ellissi
auricolari, l’asse per lavare della fronte – poi si strappò di traverso, con un
suono corvino, che scosso poggiai la tragica maschera alla guancia, premei,
cullai, ancora il suo lamento faceva voltigare rebbi neri attorno alle nostre
teste : «Cara Pocahontas !». Un segnavia ci barcollò legnoso incontro, allargò
ruffiano tre braccia imbellettate : Damme, Osterfeine, Hunteburg : per ciascuno
di essi la pioggia passò a noi cortesemente il filo di seta grigia. Ah, la greve
risacca dell’aria ! Un battello di nebbia scialuppò a lungo nel porto erboso, e
naufragò poi esitante sotto gli alberi. Lasciò cadere mani assieme a dure
lacrime nelle acque nere, la sua voce strisciò al suolo; le spalle uno poteva
già tirarle a sé, il viso non ancora.
*
Già da qui il lettore avrà visto, o subodora, come il comico nel romanzo viri
verso la fine, con serietà, nel tragico: sarà anche questo il motivo della sua
eccezionale bellezza?
*In copertina: Arno Schmidt (1914-1979) fa Pocahontas
L'articolo “Paesaggio lacustre con Pocahontas”. Il romanzo maledetto di Arno
Schmidt proviene da Pangea.
Nel dicembre del 1965 uscì nelle sale americane Il dottor Živago. Il mirabile
esordio di Geraldine Chaplin – ventenne, figlia di Charlie, nipote di Eugene
O’Neill, nel film fa Tonja, la bella moglie del fedifrago dottore – venne messo
in ombra dalla rapace sensualità di Julie Christie, indimenticabile Lara. Agli
Oscar, l’anno dopo, Julie sbalordì tutti: vinse la statuetta come “attrice
protagonista” per l’altro film in cui compariva, Darling di John Schlesinger –
interpretava una mantide che passa di maschio in maschio, preda di furente
ambizione. Il dottor Živago ottenne cinque Oscar sulle dieci candidature
complessive, in categorie secondarie; gli incassi furono straordinari. David
Lean, regista britannico solidissimo e capace nel gergo epico – pensiamo a Il
ponte sul fiume Kwai, 1957 – il suo Oscar l’aveva conquistato tre anni prima,
con Lawrence d’Arabia. Pur in contesti storici e geografici analoghi – la
rivoluzione degli arabi e quella russa; il deserto da un lato, gli innevati
Urali dall’altro – non potremmo pensare a personalità più diverse. T.E. Lawrence
agisce nella Storia, in fondo, per disintegrarsi; Živago subisce la Storia con
l’estro del creatore; uno è un archeologo che si fa guerriero, l’altro un poeta
che presta servizio come dottore. Entrambi scrivono. Sia Il dottor
Živago che Lawrence d’Arabia sono stati ridotti in partitura cinematografica da
Robert Bolt, sceneggiatore abilissimo (tra l’altro, anche di Mission, 1986). Il
dottor Živago uscì nelle sale italiane nel dicembre del ’66; nel suo ultimo film
– del 1984 – David Lean opta per toni più tenui, ‘da camera’,
adattando Passaggio in India, il romanzo di E.M. Forster.
In un articolo recente, Scott Tobias, critico cinematografico del “Guardian”, ha
scritto, grosso modo, che Il dottor Živago è un film elefantiaco, fuori tempo,
“un relitto”, che tuttavia “conquista ancora”. Merito dell’idea di fondo – in
fondo in fondo banale: “l’amore persevera nei tempi oscuri, come l’arte che da
esso scaturisce” – e del fatto, infine, che Il dottor Živago “è il tipico film
da guardare al caldo, durante un lungo pomeriggio invernale”. Omar Sharif, per
certi tratti, ricorda Boris Pasternak.
Il dottor Živago, in effetti, era un film fuori tempo perfino ai suoi tempi: nel
1963 Fellini esce con Otto e mezzo; nel 1961 Ingmar Bergman usciva con Come in
uno specchio; Andrej Tarkovskij aveva vinto il Leone d’oro con L’infanzia di
Ivan nel 1962. Anche in questo, tuttavia, rispecchia il romanzo da cui è tratto:
quando, in modo enigmatico e provvidenziale, Il dottor Živago viene pubblicato
da Feltrinelli, nel ’57, è, a prima vista, un libro arcano, arcaico, che guarda
a Lev Tolstoj più che al romanzo novecentesco, ai risultati spiazzanti di
Faulkner, Céline o Thomas Mann. È un romanzo come non se ne scrivevano più; a
tutta prima ben diverso dalla prosa estasiante, energumena, viva de Il
salvacondotto, la prova autobiografica che Pasternak pubblica nel 1931. Proprio
come accade alla traduzione filmica di Lean, il romanzo di Pasternak è accolto
dalla critica tra entusiasmi e perplessità; il successo è eclatante. Il dottor
Živago è un romanzo che pur parlando di un tempo remoto, parla a tutti, a tu per
tu, con lo scandalo di una confessione. Le Poesie di Jurij Živago in appendice –
non le più belle di Pasternak, ma bellissime, e ben rese da Mario Socrate
nell’edizione originaria – ci costringono a rileggere il romanzo, la cui natura
è sempre più vertiginosa, ad ogni lettura, sempre più prodigiosa. Di fronte
al Dottor Živago – anche di questo si era accorto Giangiacomo Feltrinelli, come
si evince dall’epistolario edito in: Paolo Mancosu, Živago nella tempesta. Le
avventure editoriali del capolavoro di Pasternak, Feltrinelli, 2015 – i concetti
di ‘bello’ o ‘brutto’ svaniscono, come di fronte a chi ti offra una verità, al
contempo adamantina e urgente: quel che conta è la rivelazione, non la materia
di cui è fatta.
Pasternak, come si sa, lavorò al Dottor Živago per dieci anni; ne parlò a tutti,
con l’ansia epistolare da cui era afflitto – alla pari del suo maestro, Rainer
Maria Rilke, scriveva dalle vette, con la penna intinta nel cuore del condor,
senza darsi, senza attendere risposta, dacché lui giungeva, rapace, come
un responso –: tra tutti, in particolare, alla cugina, Olga Fréjdenberg,
filologa di talento, naturalmente espulsa dall’università di San Pietroburgo
durante l’estasi stalinista; a lei Il dottor Živago pareva un capolavoro, un
libro “al di sopra di ogni giudizio… una variante tutta particolare del libro
della Genesi” (l’epistolario tra Boris e Olga è stato edito da Garzanti come Le
barriere dell’anima, nel 1987). Al contrario, il libro non piacque a Varlam
Šalamov che lo riteneva una specie di tradimento dalle intuizioni liriche
originarie di Pasternak. Allo stesso modo, Angelo Maria Ripellino, il più grande
interprete di Pasternak in Italia, esalta le opere degli anni Venti e Trenta –
“La sua arte presenta grandi difficoltà al lettore: bisogna scioglierne i nodi
parola per parola, decifrarla come un’algebra verbale, come un esercizio di
complicata sintassi… ma chi sa penetrarla trova ad ogni lettura sempre nuovi
valori, resta abbagliato dalla gioiosa luminosità delle parole” – minimizzando
gli estremi esiti (“pur conservando l’antica freschezza di stile, i libri
pubblicati dopo l’ultima guerra riflettono più intensamente e con modi più
semplici la nuova realtà”). Al dibattito critico, infine infimo – Il dottor
Živago è giustamente ascritto tra i grandi libri del secolo – seguì quello
politico; le infami accuse rivolte al poeta finirono per sfiancarlo: Pasternak
muore nel 1960, trent’anni dopo il suo amico ustorio, Vladimir Majakovskij (che
compare d’improvviso nel Dottor Živago, in nota critica folgorante: “È come una
continuazione di Dostoevskij. O meglio, è una lirica scritta da qualcuno dei
suoi personaggi più inquieti, i giovani, come Ippolit, Raskol’nikov, o il
protagonista de L’adolescente”).
In realtà, Boris Pasternak agisce sempre come un creatore. Anche come poeta,
Pasternak sembra disinteressarsi alla natura ‘letteraria’ dei suoi testi –
adempie un compito ‘bardico’, sciamanico. La scrittura – è in fondo questo il
tema dominante del Dottor Živago, ben più del contesto storico, da cartolina, e
della favola d’amore, di contorno – vince la morte, è una piega nel ventre della
necessità storica. Perché questa scrittura sia efficace è necessario amare, con
totalità che va verso l’impossibile – attraverso Puškin, Pasternak arriva a
Dante: Lara è una Beatrice lasciva. Dacché sono scritte, inscritte, le cose, le
vite, mutano via: il Verbo non è verboso, ma avvera, è vero.
In questo, il film di Lean è maldestro: non può interpretare le pagine
‘cosmiche’ né quelle metafisiche del Dottor Živago, le più alte – la trama, a
conti fatti e a romanzo chiuso, è poca cosa; la Storia un’effimera al veleno al
cospetto degli individui, le cui microscopiche esistenze sono salvate,
integralmente, dalla passione dello scrittore/messia.
> “La notte bianca del nord era alla fine. Nel riapparire delle cose, ognuna
> stava al suo posto, quasi incredula di sé, come inventata: la montagna, il
> bosco, il burrone. […] La cascata dominava tutt’intorno. Era terribile nella
> sua singolarità che la dotava di una vita, d’una coscienza propria e la
> trasformava come in un drago favoloso, in un serpente tiranno del luogo, lì a
> esigere il tributo, a devastare i dintorni”.
Come si può tradurre in immagini un brano pieno di tanta tensione creaturale?
Come è possibile tradurre in sequenze filmiche i paragrafi – i più potenti,
infine, del romanzo – in cui Pasternak/ Živago tenta di tracciare il senso
dell’esistere, come si ferisce un albero perché dia il suo latte, quella
magnifica poltiglia? Questo, ad esempio:
> “Così scrivendo di ogni sorta di cose, rilevò di nuovo e si convinse che
> l’arte è sempre al servizio della bellezza e la bellezza è la felicità di
> dominare la forma, che la forma è il presupposto organico dell’esistenza e
> che, per esistere, ogni cosa vivente deve possedere la forma e che, di
> conseguenza, tutta l’arte, non esclusa quella tragica, è il racconto della
> felicità di esistere”.
Questa frase – piuttosto astrusa rispetto alle norme estetiche comuni, per cui
l’arte è il frutto dorato di un amaro soffrire, ma assai ‘russa’: l’Onegin è un
poema che trasuda, pur nella tragedia, felicità e vita, una felicità che
potremmo dire dominio, natura e perfino Dio – testimonia che il Pasternak
di Živago non è diverso dal Pasternak di Mia sorella, la vita, dal Pasternak del
magnetico poemetto Le onde. Nel 1935, invitato – e inviato per obbligo di Stato
– al “Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura”
ordito da André Gide e da André Malraux, Pasternak si espresse, in sostanza, con
le stesse, lapidarie parole: “La poesia rimarrà sempre eguale a se stessa, più
alta di ogni Alpe d’altezza celebrata: essa giace nell’erba, sotto i nostri
piedi… quanto più ci sarà felicità a questo mondo, tanto più sarà facile essere
artisti”. Fu a Parigi tormentato dall’insonnia, il suo intervento durò,
all’incirca, un paio di minuti: per la prima volta, dopo anni di lettere e di un
corpo – quello di Rilke – spartito, setacciato, depauperato, Pasternak incontrò
Marina Cvetaeva. Chissà se avrebbe scritto nello stesso modo Il dottor Živago se
Marina Cvetaeva non fosse morta, a fine agosto, nel ’41, di tutto priva, con la
corda al collo – messianica Marina.
Nel Dottor Živago appare perfino una ‘politica’, una ‘poetica della politica’.
Pasternak anela al tempo in cui “la vita di ognuno si svolgeva liberamente, non
secondo un’illustrazione didascalica”. Una vita in lode – senza legge; una vita
in comune – senza dominatori, nient’altro che erba; una vita infante, imberbe,
per sempre novizia. Una vita tesa al sacro – un sacro che un tempo (brevissimo,
come angelica apparizione) si chiamò “rivoluzione”, ma che è poi
riconciliazione. Una vita da primo e da ultimo giorno.
Il dottor Živago – vuoi per le circostanze storiche in cui è nato, vuoi per
l’esistenza del suo autore, devoto all’opera fino a morirne – resta un libro più
importante di altri ben più riusciti (Vita e destino di Vasilij Grossmann, ad
esempio, oppure i Racconti di Kolyma di Varlam Šalamov, per non dire dei libri
sperimentali di Andrej Belyj che tanto piacevano a Nabokov o di quelli radicali
di Aleksandr Solženicyn) perché è un libro che trascende la letteratura (“Il
fatto è che non so se esista più l’arte e che cosa essa significhi ancora”).
Pasternak, con la consueta, indulgente, indifesa indifferenza, tentò di
scarcerare il manoscritto del DottorŽivago dall’Unione Sovietica, dove il libro
non avrebbe mai visto luce, certo di ciò che sarebbe accaduto: l’infamia,
l’accusa, la messa al bando. In qualche modo, Pasternak doveva andare fino in
fondo, doveva spogliarsi. Desiderava il martirio. Non era più di questo mondo.
“Io sono già morto e tu vivi ancora” è l’attacco di una delle vertiginose poesie
di Živago, Il vento.
Quando, nel 1954, girò voce che Pasternak avrebbe potuto vincere il Nobel per la
letteratura – andò a Hemingway – ricevette una cartolina dalla cugina. Da
qualche tempo si scriveva con Ariadna, la figlia di Marina Cvetaeva, sepolta –
per effetto del lignaggio, si dirà: il padre, impegnato nei servizi segreti, era
stato ucciso nel 1941 – nelle prigioni staliniste, “siamo grandi amici, sebbene
l’abbia vista soltanto nel ’35 a Parigi, quando era ancora una bambina. È una
donna infelice e intelligentissima, che scrive delle lettere straordinariamente
piene di talento”. Alla cugina disse della necessità di “vivere silenziosamente
e segretamente”, che le viete circostanze della fama non avrebbero potuto
“cambiare di un minuto il corso delle ore della vita semplice, laboriosa, senza
nome e ignorata da tutti che conduco”. È vero, c’è sempre una bruma ambigua in
ciò che scrive Pasternak – ma che scrittura… Spesso, a Peredelkino, lo vedevano
con la zappa in mano – che è poi un modo per arpionare la penna. Spesso
camminava nei boschi. “C’è un angelo custode nella mia vita, questa è la cosa
principale. Siano rese grazie a lui”. Chissà se il suo angelo era tremendo
quanto quello di Rilke – o era uno di quelli imbozzolati tra quattro e sei ali,
immani crisalidi, incerti tra la figura sterile o la gravidanza in spade.
*In copertina: Julie Christie sul set del Dottor Živago
L'articolo “C’è un angelo custode nella mia vita”. L’epopea infinita del “Dottor
Živago” proviene da Pangea.
Ho conosciuto Douglas Glover grazie a Eugene Marten. Nell’intervista realizzata
su questo foglio telematico, l’ottimo scrittore americano appena tradotto da
Playground cita The Life and Times of Captain N.; un libro, dice, più bello
di Meridiano di sangue. M’informo. Il romanzo, ambientato durante gli anni della
Rivoluzione americana, tra il 1779 e il 1781, alterna rovinosi tradimenti ad
affabili efferatezze. Il protagonista, Oskar, un ragazzino, scrive una lettera a
George Washington; il padre – arguto in violenza – ha scelto di stare col Regno
di Gran Bretagna; la madre è in piena isteria, i nativi imperversano, a fiotti,
elegantissimi nell’uccidere (“Verità è bellezza”, dice, a un certo punto, un
nano, mentre maneggia il Tristram Shandy e la Anatomy of Melancholy di Burton,
“Guarda i selvaggi: poesia che prende vita. Ogni loro gesto è retorico. Per loro
bellezza è verità. Per raccontare la loro verità devi dimenticare questo mondo e
parteggiare per il poetico”).
Del romanzo esiste anche una versione francese, dal titolo più incisivo: Le
Rédempteur. In origine, uscì per Knopf nel 1993, l’anno in cui Cormac McCarthy,
dopo decenni di grandi romanzi per lo più sconosciuti ai più, accede al grande
pubblico, con Cavalli selvaggi. L’anno prima, Richard B. Woodward lo aveva
intervistato per il “New York Times”, creando l’icona del the best unknown
novelist in America: lo scrittore assiso in una sua insonorizzata solitudine,
che parla poco, professa l’eremitaggio etico, conosce i serpenti a sonagli del
Mojave. Grosso modo con le stesse parole – the most eminent unknown Canadian
writer alive – è stato censito Douglas Glover. La nota che appare sul suo sito,
alimenta un’agiografia di smarrimenti e sottrazioni: “L’oscurità di Douglas
Glover è leggendaria; è noto soprattutto per essere sconosciuto”. Si citano i
due figli, “Jacob e Jonah, che senza dubbio diventeranno più bravi di lui”. I
suoi libri – così scrivono alcuni giornali come “Music & Literature” – “possono
essere paragonati ai romanzi di Cormac McCarthy, Donald Barthelme e William
Faulkner”.
In realtà, di Douglas Glover si sa molto – per lo meno, abbastanza. Nato nel
1948 a Simcoe, piccolo borgo canadese, in Ontario, dove aveva sede l’azienda di
tabacco della famiglia, ha studiato filosofia a Toronto, si è specializzato a
Edimburgo, ha praticato come giornalista, è stato “writer in residence” in
diverse università, più o meno note. Nel 2010 ha fondato la rivista letteraria
“Numéro Cinq”, che ha diretto per sette anni. Douglas Glover ha le stimmate del
guru, è messianico perfino nel viso: fronte ampia, occhi levati da uno spirito
lupo, impettita magrezza; lo straordinario nell’ordinario. Quando lo
fotografano, spesso si vela il volto con mani in mandria.
È un teorico della letteratura; meglio: è un profeta della scrittura, uno che
scava, uno che stana il verbo. Uno in caccia. Tra l’altro, ha scritto un saggio
su “Don Chisciotte”, The Enamoured Knight, ma i suoi interventi più sagaci sono
quelli brevi, predatori. Tra i tanti, preferisco The Novel as a Poem; attacca
così:
> “Il miglior insegnante di scrittura che abbia mai avuto era un cowboy del
> Kansas, si chiamava Robert Day, l’ho conosciuto all’Iowa Writer’s Workshop,
> era capitato all’ultimo minuto per sostituire un collega: sarebbe stato con
> noi un semestre, era il gennaio del 1981. Il primo giorno di lezione –
> indossava stivali, jeans, camicia a scacchi – non disse una parola, prese il
> gesso, segnò la lavagna con una scrittura a caratteri cubitali: Ricordati di
> ricordargli che il romanzo è una poesia”.
Robert Day, da giovane, aveva lavorato per G.P. Putnam’s, a New York, “ricordava
ancora l’entusiasmo per la pubblicazione di Lolita”, aveva pubblicato un solo
romanzo, The Last Cattle Drive, aveva un ranch nel Kansas occidentale, “gestito,
ai limiti della legalità, insieme ad alcuni amici”. Indottrinò Glover intorno
alla sapienza letteraria di Raymond Queneau, Robert Musil, Chinua Achebe, Amos
Tutuola, Vladimir Nabokov e Kobo Abe. Non potremmo immaginare scrittori più
diversi tra loro.
Douglas Glover esordisce alla letteratura proprio nel 1981, con The Mad River
and Other Stories, un libro pressoché introvabile. Il primo dei suoi cinque
romanzi, Precious, esce due anni dopo: è la parodia di un giallo; il
protagonista, “un giornalista alcolizzato ed esausto con la tendenza a cacciarsi
nei guai e tre matrimoni falliti alle spalle”, pare ritagliato sulla sagoma di
Hank Quinlain, il personaggio eternato da Orson Welles. Il romanzo più noto – e
più tradotto – di Glover s’intitola Elle: ambientato nel XVI secolo, romanza
l’epopea di Marguerite de La Rocque, giovane donna francese abbandonata da
Jacques Cartier presso la leggendaria “Isola dei Demoni”, Terranova. Si
susseguono, in rissa, orsi, spettri, inuit; dissero dell’“immaginazione
rabelaisiana di Glover”. Il romanzo, uscito nel 2003, dieci anni dopo The Life
and Times of Captain N., permise a Glover il Governor General’s Award, il premio
letterario più importante del Canada, superando Margaret Atwood.
L’ultimo libro pubblicato da Glover, The Erotics of Restraint, una raccolta di
saggi, è uscito nel 2019; l’ultimo pensiero on writing è uscito la scorsa
estate: Glover parla di Anna Karenina e più in particolare di Literary Suicide.
Avrebbe voluto scrivere un romanzo “sul suicidio del mio bisnonno, nel 1914.
Alla fine ho abbandonato l’impresa perché, immagino, non avrei saputo descrivere
un suicidio”.
The Life and Times of Captain N. – di cui in calce si offrono, in libera
traduzione, alcune pagine – è un libro docilmente torbido, molto bello. Rispetto
a Meridiano di sangue, la cui scrittura, biblica e ancestrale, procede per
gnostiche involuzioni, qui si va per folgori, per agnizioni improvvise, per
bruschi lampi. Meridiano di sangueè un romanzo-assedio; The Life and Times of
Captain N. è un romanzo razzia. Nello stesso anno in cui esce il romanzo – per
dire della pervicacia del ‘genere’ – Gli spietati, il cupo western di Clint
Eastwood, ottiene quattro Oscar.
Soprattutto, The Life and Times of Captain N. è una riflessione sul senso della
scrittura, se la scrittura possa davvero testimoniare la verità quando non il
suo idolo, la sua contraffazione. A un certo punto Oskar, il ragazzo che sta
scrivendo la sua storia, scrive:
> “Intendo dire la Verità, ma è difficile afferrarla. La Verità è una Maschera &
> il suo Stigma è la Divisione. Non è che il Nulla che giace tra le Cose.
> Vortica. Eppure credo che conoscerla sia una specie di Pazzia, di gioioso
> Conforto”.
Tracciare i punti di contatto tra Douglas Glover e Cormac McCarthy è infine
inutile: un gioco di apparenze, di eteree strategie letterarie, di fuochi in
fuga. Le grandi singolarità sono imparagonabili, la scrittura prevede un uomo
solo, qualcosa che scalfisce la parola pioniere e la parola primevo. È ora di
tradurre Douglas Glover.
***
Da The Life and Times of Captain N.
Il Patto sconfitto
Agosto-settembre 1779
Dio d’acqua
Il ragazzo arranca con la penna d’oca, schizza gocce d’inchiostro preparato in
casa sulla rude corteccia di betulla. La lingua lecca il labbro superiore: si
concentra. Sei pronto a scrivere? Pensa. Sei pronto a dire la verità? Sì.
Il ragazzo ha quindici anni. Il padre è scomparso nella foresta, è andato a
cercare il re. La madre è a letto. Le sue grida e i suoi miagolii allontanano
tutti dalla casa. Nella chiesa che il padre ha costruito in una porzione della
fattoria, la gente del villaggio recita preghiere per lei e per i suoi figli –
blatera bestemmie contro il padre del ragazzo. Gli zii e le zie del ragazzo sono
in fila sui banchi per denunciare il fratello. Quando pregano in silenzio, odono
le urla della madre del ragazzo.
Non si lava – non mangia. Lo spazio puzza, galoppano i gemiti. Ci sono altri sei
bambini oltre al ragazzo – lui è il più grande. Corrono, liberi, nel cortile
della fattoria, nel bosco. Venite, vicini, venite, servitevi degli animali della
fattoria, fottete gli attrezzi del padre. Cardi e bardana, senape selvatica e
erbe matte soffocano i filari di mais. I cervi “pascolano di notte dove le
recinzioni sono state sfondate.
Caro Gen. Washington, mio Padre ci ha picchiati tutti”, scrive il ragazzo. “Era
un terribile Uomo. Non dovremmo essere trattati male per quel che ci ha fatto.
Lui picchiava mia Madre & lei picchiava il bambino. Mio Padre picchiava me & io
picchiavo Ephas, Jonah, Sophronia, Cacophonia & Ella. Poi mi ha picchiato perché
li picchiavo e li ha picchiato perché si sono fatti picchiare. Per altri versi,
era un Uomo Buono, ma ora può capire perché è andato a combattere per il Re. Il
mio nome è Oskar Nellis. Sono per la Repubblica. Penso che ci debbano restituire
la Mucca. Goldie, il Nero, è andato via con Papà. Altri tre sono scappati nella
foresta. Ce li devono restituire”.
Il ragazzo smette di scrivere perché qualcuno cerca di forzare la serratura del
gabinetto. La porta si apre e rivela un ragazzo magro, sulla ventina, naso
lungo, verruca sul mento, cappello a tesa larga, sporco, pantaloni strappati
fino al ginocchio. È scalzo, come Oskar.
È un dio d’acqua, un Dunkard, un battista errante di nome Tobias Catchpole, che
venne a pregare circa tre anni prima con la madre di Oskar, grosso modo quando
il padre di Oskar è partito per la guerra. Lei disse che le aveva donato la
Luce. Una volta ricevuta la Luce, smise di parlare del padre di Oskar. Non fu
mai più menzionato il suo nome. Ora Tobias Catchpole ha il controllo totale
della casa dei Nellis. Ha buttato giù Oskar ed Ephas dal loro letto in soffitta.
Uccide polli e maiali per cena senza chiedere il permesso, senza condividerli
con i ragazzi. Ha venduto i vestiti del padre di Oskar ai passanti.
“Cosa fai?”, chiede il dio d’acqua: si abbassa i pantaloni, ha le anche pallide
e sporche, la scorreggia squittisce.
“Scrivo”, dice il ragazzo.
“Opera di Satana”, dice il dio d’acqua. “Chi ti ha insegnato?”. “Sir William
Johnson, signore, il nano”, dice Oskar. “I bambini andavano a scuola ma il nano
mi ha insegnato a scrivere prima che fossi abbastanza grande per la scuola”.
“Ti ha insegnato a scrivere col sangue?”, gli chiede il dio d’acqua.
“Nossignore. Non ho mai sentito parlare di quel metodo”.
“Probabilmente, ti stava fregando. Ti ha fatto firmare qualcosa?”.
“Mi ha addestrato a firmare con il mio nome”, risponde Oskar. “Ma solo sulla
corteccia di betulla”.
“Senza alcun dubbio hai firmato qualche patto diabolico con i selvaggi. C’erano
disegni sul rotolo?”
“A volte”.
“Dobbiamo portarti all’acqua. Dobbiamo lavarti e purificarti nell’acqua”, dice
il dio d’acqua.
*
Non c’era nessuno
Non c’era nessuno. Poi furono tutti. Silenti, come la luce del sole.
Nonna Hunsacker sedeva e canticchiava sulla sedia a dondolo, con i piedi sulla
padella. Giuro su Dio: continuò a canticchiare anche dopo che Dolce Vento le
spaccò il cranio, anche dopo che il cervello le sbocciò ovunque. Stava ancora
canticchiando e lui le sollevò i capelli e cominciò a scorticarle la fronte.
Mentre mio fratello Abiel tentava di sollevare un’obiezione, Tuono che Scalpita
gli segò lo stomaco con un coltello da caccia. Abiel si sedette sulla sedia
dallo schienale vertiginoso, quella che usava Papà, a capotavola, tenendosi le
budella nella camicia, tirando su col naso, a vaste zaffate. Philomela urlò agli
assassini, corse all’aperto, tenendosi la gonna. Uccello che Vola e Luce che si
Sbriciola, nient’altro che ragazzi, poco più grandi di Abiel, la fecero
inciampare nel porcile. Quando cercò di strisciare, le saltarono in groppa,
finché non le si spezzò la schiena.
Buttai Baby Orvis dalla finestra tuffandomi a capofitto dietro di lui, corremmo
verso il campo di grano dove mamma e zia Annie ammucchiavano i covoni. Gli unici
suoni che udivo erano la cantilena di nonna Hunsacker, i lamenti di Abiel, le
urla di Philomena. Mi voltai e vidi Tuono che Scalpita che mi fissava.
Tra me e la casa c’erano una mezza dozzina di alberi; mi diressi verso il covone
più vicino; mi rintanai lì con Baby Orvis. Philomena gemeva, mormorava “Mamma,
Mamma…”; Abiel rovesciò un urlo orribile. Non vedevo mamma e zia Annie,
probabilmente si erano date alla fuga.
Il piccolo Orvis cominciò a piangere. Dalla luce che filtrava dai covoni vidi
una specie di uovo d’oca, una specie di pugno blu che gli usciva dalla fronte,
dove aveva sbattuto, precipitando dalla finestra. Cercai di zittirlo – non servì
a nulla. Mi tirai giù la parte superiore della maglia e gli ficcai un capezzolo
in bocca, come avevo visto fare a mamma: anche se non avevo un petto degno di
nota, Orvis non se ne accorse, non lo voleva. La pula mi inceneriva le narici,
si insinuava sotto le vesti.
Caldo come febbre.
Sopra ogni cosa, là fuori – la fattoria e i campi, la natura selvaggia oltre le
recinzioni – era planato il silenzio.
“Ci farai uccidere”, sussurrai a Baby Orvis. Avevano ucciso il mio cane,
Romulus, pensai.
Baby Orvis lo hanno ucciso.
Uccello che Vola, indossando il grembiule di Philomena, lanciò Orvis in aria: lo
colpì con la baionetta otto o nove volte prima che Orvis smettesse di urlare.
Ero sdraiato tra le stoppie di grano, Dolce Vento mi teneva le mani. I capelli
di nonna Hunsacker pendevano dalla sua cintura, gocciolava sangue. il sangue di
Orvis piroettava verso il sole ogni volta che Uccello che Vola lo sollevava.
Rotolò su se stesso contro il cielo azzurro, torceva la testa, urlava, in un
groviglio di sangue e di azzurro. Benché non avesse ancora capelli degni di
nota, Uccello che Vola raspò il cranio di Orvis, infilò lo scalpo nella
cinghia.
Incrociammo mamma e zia Annie ai margini del bosco: erano sdraiate, le teste
mozze, mosche che si infilavano nei loro occhi sbarrati. Nonno Hunsacker era
appollaiato, illeso, su una roccia. Sedeva, le mani sulle ginocchia. Quando
Tuono che Scalpita lo chiamò, nonno Hunsacker si alzò, zoppicò verso di lui.
Tuono che Scalpita lo colpì con un moschetto. Poi si inginocchiò, cominciò a
fargli lo scalpo, tagliava come si raccolgono i cavoli.
Douglas Glover
*In copertina: Newell Convers Wyeth, Crows in Winter, 1941
L'articolo Sia lode a Douglas Glover, il Cormac McCarthy canadese proviene da
Pangea.
Mi chiedo, da buon pisquano, che interesse dovrei avere di andare in libreria a
scegliere dei libri quando sul PlayStation Store posso comprarmi a 18,99 euro
videogiochi come Final Fantasy XV: ditelo a vostra madre e storcerà il naso –
invece, è sintomo d’intelligenza. Prodotti come questo hanno raggiunto livelli
di complessità e costruzione del mondo che la letteratura italiana ha smesso di
perseguire da tempo.
FFXV è uscito nel 2016 dopo dieci anni di sviluppo; ha richiesto, nel corso del
suo ciclo di produzione, tra le 200 e le 300 persone – nonché un budget fra i 50
e gli 80 milioni di dollari (escluso il marketing). Racconta la storia di
Noctis, un ragazzo privilegiato e irrisolto che esce di casa per sposarsi, sale
in macchina con tre amici, parte leggero e scopre che quello sarà il suo ultimo
viaggio da persona normale. Hajime Tabata, il creatore, ha dichiarato: il cuore
del gioco è il viaggio insieme agli amici, il rapporto padre-figlio rappresenta
uno dei pilastri della narrativa.
Nella prima scena non c’è nulla di epico: si spinge una macchina in panne
con Stand by me (appositamente interpretata da Florence + The Machine) in
sottofondo. Poco dopo, campeggio brandizzato Coleman, pasti preparati alla
griglia, foto cretine della giornata: un fantasy basato sulla realtà, un mondo
di dèi e demoni con pompe di benzina, noodle istantanei e cani che abbaiano
fuori dai motel. Narrativamente, concretizza in un gesto preciso: il lettore non
si affeziona alla trama, si lega alla complicità tra i personaggi. E quando la
storia virerà nel tragico saremo turbati dagli eventi in sé, certo, ma ancora di
più dal fatto che sia finita per loro quattro.
Si potrebbe riassumere FFXV così: un road trip americano applicato a un JRPG
giapponese, dove il viaggio in macchina è metafora dell’ingresso nell’età
adulta. Si attraversano una serie di riti di passaggio tra cui il primo grande
lutto: la morte di Regis, re di Insomnia, avviene off-screen per Noctis. Il
figlio la scoprirà infatti in televisione, come un qualsiasi ragazzo che assiste
al crollo del proprio mondo al telegiornale.
Allo stesso modo l’Anello di Lucis, ottenuto attraverso il sacrificio di uno dei
personaggi principali – qualcuno che brucia attraverso la sua assenza – è un
potere che consuma chi non è degno. Non offre nulla di miracoloso: non
conferisce a Noctis gloria, bensì morte. E quando nel finale il protagonista
accetta di morire sul trono completa la curva. Smette di essere il ragazzo ai
margini diventando suo padre, il re che si sacrifica per il mondo.
L’universo di FFXV concretizza tutta una serie di topoi dei JRPG. Un miscuglio
barocco di riferimenti (Roma imperiale, cattolicesimo, modernità occidentale,
mitologia targata Square Enix) per un risultato che genera un’atmosfera precisa:
una leggenda sporca, dove dèi ostili ti costringono a pagare il conto di un
passato mai vissuto. Se si esamina il lore di FFXV con l’occhio di chi tiene
corsi di scrittura creativa è un disastro: nomi, testi, divinità e profezie che
si accavallano, spiegazioni arrivate troppo tardi o di sbieco. Quando si smette
però di chiedergli la coerenza del manuale, e lo si inizia a leggere per ciò che
è, ne otteniamo un ritratto cristallino.
I libri della Cosmogonia sono fondamentali per capirlo: scritture sacre interne
all’universo di gioco, hanno il tono dell’Antico Testamento. Non spiegano per
rassicurare, proclamano per farti sentire piccolo davanti a una storia che
esisteva prima di te – e che continuerà dopo di te. Gli dèi non sono mai dalla
parte giusta: sono divinità lontane, indifferenti, quando non apertamente
ostili. Non ti aiutano perché sei il protagonista: ti mettono alla prova, ti
schiacciano, ti utilizzano come strumento. Nella Cosmogonia sono descritti come
esseri il cui pensiero trascende la comprensione umana: non cercano empatia, non
spiegano le loro scelte, non offrono misericordia. Siamo noi a dover dimostrare
qualcosa.
Noctis è una figura chiaramente cristologica, e priva di consolazione. Simbolo
della luce che si immola per scacciare l’oscurità e pagare il debito
dell’espiazione. L’iconografia è esplicita: il sacrificio del Re-Cristo, il
trono come Calvario, i Re del passato che lo trafiggono come una comunione
violenta di Santi. La tradizione non accoglie, uccide. E solo così riconosce. La
mitologia di FFXV promette solo che qualcuno dovrà farsi carico del male: ciò
che è divino non è buono, l’ordine cosmico non è giusto e il sacrificio non è
glorioso – è necessario.
Il ruolo del villain, Ardyn, mostra l’essenza della narrazione. Il villain
rappresenta una domanda in grado di farsi sentire anche dopo aver superato le
cento ore di gioco. Perché Ardyn, all’inizio, era il prescelto. Non un
usurpatore, né un mostro sfortunato: assorbiva il male del mondo su di sé per
purificarlo, caricandosi letteralmente addosso la sofferenza altrui. Eppure il
suo gesto non viene riconosciuto. Gli dèi e la dinastia dei re lo trasformano in
una discarica cosmica, sfruttandolo finché fa comodo, per poi cancellarlo dalla
storia.
Da qui nasce tutto. Ardyn non è immortale nel senso romantico del termine. La
sua è un’immortalità marcia, corrotta, tenuta in vita esclusivamente per
continuare a soffrire. E il rapporto con gli dèi si mostra emblematico: semplice
relazione di uso e scarto.
Ardyn è indirizzato, costretto e lasciato marcire. L’odio del villain non viene
davvero rivolto a Noctis, il bersaglio è il sistema: la monarchia sacralizzata,
la profezia, l’ordine divino che decide chi deve sacrificarsi e chi no. Ardyn
non contesta il sacrificio in astratto: contesta chi lo impone e con quale
diritto. La volontà implicita è devastante: perché io devo diventare un mostro
per assorbire il male del mondo, mentre voi restate puri, intatti, venerati?
Il villain di FFXV non vuole governare, non vuole vincere: non vuole sostituirsi
a Noctis. Il suo obiettivo è quello di far crollare l’impalcatura morale che
rende quel sacrificio accettabile. Per questo è vicino ai grandi personaggi
della tragedia: la persona giusta nel posto sbagliato, spezzata dal sistema, che
ora vuole trascinare tutto con sé. La sua presenza rende il finale di Final
Fantasy XV molto più amaro. Perché sì, il sacrificio di Noctis è necessario. Ma
Ardyn costringe il lettore a vedere che lo diventa a causa di un ordine cosmico
profondamente ingiusto. Non c’è armonia, né provvidenza, né equilibrio. Soltanto
qualcuno che paga il conto, ogni volta, al posto degli altri. FFXV fa una cosa
rara. Non ti consola. Ti lascia con l’idea che il mondo possa essere salvato
solo attraverso un sacrificio imposto da dèi – che non sono buoni – e da una
storia che non è mai pulita. Ardyn non è l’errore del sistema. Ardyn è la prova
che il sistema è sempre stato marcio.
La struttura stessa di FFXV è una di quelle cose che, sulla carta, sembrano un
errore. La prima metà aperta, dispersiva, svagata; la seconda parte che si fa
chiusa, lineare, soffocante. Un gioco che per ore ti lascia libero di perdere
tempo e poi, senza chiedere il permesso, ti toglie tutto. Eppure questa scelta
così sbilenca è una delle ragioni per cui la narrazione funziona. I grandi
eventi che avvengono fuori scena, il colpo di stato, la guerra, le decisioni
politiche, non vengono vissuti perché Noctis non li attraversa. Lo scopo della
narrazione non è quello di essere onnisciente: non ti informa, non si pone al
tuo servizio mettendoti al centro del mondo. Ti costringe ad abitare uno sguardo
limitato: quello di un ragazzo che all’inizio pensa solo a viaggiare, rimandando
tutto il resto. Nella prima metà si fa esattamente questo. Ci si perde in cacce
inutili, momenti fotografici, dungeon opzionali, battute di pesca, deviazioni
prive di senso. Insomnia e la guerra restano un rumore lontano, qualcosa che sai
esistere ma non ti riguarda davvero. Lunafreya, Ravus, la politica: conosci le
loro gesta per interposta persona, come notizie lette di sfuggita. Rappresenta
la fase della vita in cui il mondo va avanti e si è convinti di avere ancora del
tempo.
Poi, dal capitolo del treno in avanti, tutto cambia. La mappa si chiude, il
gioco smette di lasciarti respirare trasformandosi in un corridoio narrativo,
cupo, insistente. I toni si scuriscono: Niflheim, Gralea, Tenebrae in rovina.
Lo Starscourge avanza e il mondo diventa letteralmente buio. E il colpo finale
arriva con il salto temporale di dieci anni: torni a Eos e non la riconosci. Gli
amici sono invecchiati, segnati, stanchi. I luoghi che prima erano tappe del
viaggio ora sono infestati da demoni. Ciò che sembrava un ritorno è in realtà un
epilogo.
La struttura funziona perché è metanarrativa – facendoti sentire il rimpianto
del tempo buttato. Hai perso settimane cavalcando Chocoboco mentre il mondo
andava in rovina e ora ti si presenta il conto.E soprattutto rafforza il finale:
lo avverti, tutto è già successo, non resta che accompagnare la storia alla sua
ultima esalazione. Qui il respiro è millimetrico. L’ultima notte accampati
insieme. L’ultimo falò. Un momento in cui puoi parlare con Gladio, Ignis e
Prompto ma il messaggio è univoco: ti abbiamo portato fin qui, adesso sei
solo. E qualche ora dopo, la scelta dell’ultima fotografia prima di affrontare
Ardyn è il gesto narrativo più potente della narrazione. Una sola immagine da
portare con sé prima di morire. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi. Soltanto
una meccanica, narrativa pura: ti costringe a ripercorrere tutta la tua
esperienza e decidere cosa rappresenta la tua vita.
Infine, sul trono, i Re del passato trafiggono Noctis e lui li invita a colpire
con maggiore forza. È la rappresentazione più brutale dell’eredità: per entrare
nella tradizione occorre lasciare che ti uccida. L’epilogo, con Noctis e
Lunafreya in uno spazio sospeso, gioca apertamente la carta del sentimentalismo.
Ma a quel punto hai addosso almeno cento ore di strada, di notti in tenda, di
silenzi in macchina. E colpisce. Forte.
FFXV fa ciò che chiediamo alla letteratura quando smette di essere un compitino.
Perché ti fa vivere la parte noiosa della vita, perché ti lega a quattro
persone, perché racconta la crescita come perdita: perderai il padre, perderai
la fidanzata, perderai la normalità e infine perderai te stesso. È un ibrido
instabile: road trip americano, purezza da anime, mitologia pseudo-cristiana,
estetica occidentale filtrata dallo sguardo giapponese. Non sempre coerente.
Emotivamente devastante.
Perché quando tutto finisce si pensa solo a una cosa. Molto semplice, molto
vera.
Vorresti ancora una giornata in macchina insieme a loro.
Il punto è imbarazzante nella sua semplicità: in un videogioco come Final
Fantasy XV puoi restarci dentro per più di cento ore senza annoiarti. Nessun
riempitivo, nessuna cortesia: strada, ritorni, scontri e routine che si
accumulano e producono senso. Questo mondo non ha fretta di lasciarti andare,
non ti accompagna educatamente verso l’uscita, non ti tratta come un consumatore
da rispettare. Anzi, devi restare.
La narrativa italiana contemporanea risulta sempre più spesso costruita come
opuscoletto a servizio del lettore: libri che chiudi nel tempo di fare Fano
Torrette-Forlimpopoli con il regionale. Scendi dal treno con addosso la
sensazione di aver letto qualcosa di scritto bene senza che nulla ti sia rimasto
addosso. I protagonisti si chiamano tutti Giampirla, fingono di soffrire e gli
riesce nel modo giusto: riconoscibile, contenuto, presentabile. La fruizione è
misurata, innocua, a prova di barbagianni. È una narrativa che raramente
richiede tempo, dedizione o rischio. Ti accompagna all’uscita, con un Grazie per
avere viaggiato con noi su questo treno e nessuna pretesa di essere
ricordata. Quando esci da mondi vasti come quello di FFXV e apri un romanzo
italiano contemporaneo la sproporzione è umiliante.
C’è poi una ragione materiale, che di solito si finge non esista: un autore
italiano pubblicato da una grande casa editrice riceve, nella maggior parte dei
casi, un anticipo fra i 1.500 e i 3.000 euro. Stipendio simbolico per un lavoro
che dovrebbe richiedere mesi, se non anni, di concentrazione totale. Per dare un
ordine di grandezza: un animatore junior in uno studio giapponese o americano
guadagna la stessa cifra in un paio di settimane.
Lo scrittore, invece, dovrebbe costruire un universo, inventare una voce,
reggere una struttura, lavorare sulla lingua, sul ritmo, sull’architettura
narrativa: scrivere diventa inevitabilmente un’attività da ritagli, notti
rubate, fine settimana deserti. È un miracolo che qualcuno ci riesca. Ed è in
questo vuoto che prosperano le operette a servizio del lettore. Fino a pochi
anni fa relegate agli Autogrill, oggi catene fondanti di molte collane di
narrativa: traumi minimi, famiglie raccontate sottovoce, autofiction così
controllate da perdere ogni ragion d’essere. Una letteratura fatta di banalità
che registra il vissuto senza filtrarlo, come se raccontare fosse diventato un
atto di buona educazione – qua e là camuffato da titoli sciocchi come La vita
sessuale di Guglielmo Sputacchiera. Narrativa che ha smesso di costruire mondi
per accontentarsi di descrivere stanze.
A questo punto la questione smette di essere teorica e diventa personale,
materiale, misurabile. Io vivo di scrittura. Vengo pagato – e pure bene – per
creare strategie SEO e scrivere articoli su pomodori, lucidalabbra, insetticidi,
piastrelle, vacanze a Riccione. Qualsiasi cosa le persone cerchino su Google.
Lavori apparentemente insignificanti, privi di aura, senza alcuna ambizione
simbolica. Li scrivo con metodo e responsabilità: producono valore e risultati,
ottengo stipendi regolari. Insegno alla Scuola Holden, vengo contattato dalle
agenzie di comunicazione, nel 2025 ho formato più di duecento persone su come si
scrive davvero oggi: come si struttura un testo, come si governa l’attenzione,
come si produce senso in un algoritmo che non regala nulla. Scrivo, tutti i
giorni. Solo che lo faccio dove ha ancora senso farlo.
L’alternativa sarebbe investire una manciata di mesi in un romanzo italiano
contemporaneo: sottopagato, destinato a una circolazione gentile quanto breve.
Un libro che deve stare sotto una certa soglia di rischio, che non può essere
troppo lungo, troppo strano, troppo ambizioso. Un libro che nasce già pensando a
dove verrà presentato, premiato, difeso. Un oggetto di consumo da chiudere in
poche ore e non pretende nulla.
Scrivere narrativa oggi è un gesto di adattamento: si scrive per stare dentro un
perimetro, mai per infrangerlo. Si limano le asperità, si riduce il mondo, si
abbassa il volume dell’immaginazione. Il risultato sono romanzi corretti, molto
spesso ben scritti, a volte sinceri, necessari a un’editoria fondata
sull’inflazione. Opere che descrivono stanze perché non hanno i mezzi per
costruire mondi. E allora la scelta diventa brutale e limpida. Da una parte
posso passare cento ore dentro Final Fantasy XV, attraversando un luogo che non
ha fretta di lasciarmi andare, che richiede tempo, attenzione, labirinti che mi
fanno perdere, tornare indietro, cercare il punto di noleggio dei Chocoboco,
sbagliare. Un’opera che non mi tratta come un consumatore da compiacere, ma come
qualcuno che deve trovare da sé la via.
Dall’altra posso leggere – o scrivere – un romanzo pensato per non disturbare,
non eccedere, non pretendere troppo: un prodotto che finisce in fretta, si
commenta educatamente su Instagram e viene sostituito dalla successiva notifica
di Tik Tok.
Tra le due cose, oggi, non c’è davvero gara.
Quando un videogioco da 18,99 euro riesce a offrire più tempo, spazio, memoria e
più perdita d’orientamento di gran parte della narrativa contemporanea, il
problema non è il medium. È l’ecosistema che ha disintegrato l’ambizione. È un
sistema editoriale che paga poco, isola gli autori, premia chi è moderato e
scambia la rinuncia per profondità. Scrivere oggi, in Italia, non è difficile
perché mancano le storie. È difficile perché manca la possibilità di prenderle
sul serio.
E finché sarà così, finché la letteratura continuerà a ridursi a oggetto di
consumo tranquillo, finché verrà chiesto agli autori di essere visionari senza
fornire loro spazio, tempo e denaro il lettore continuerà a cercare altrove – in
un gioco, in una serie, in un mondo digitale – quella sensazione di vastità che
i libri hanno smesso di promettere.
Quando rinunci ai mondi non perdi solo lettori. Perdi ambizione. Tempo. Senso.
Nicolò Locatelli
*In copertina e nel testo: immagini tratte da Final Fantasy XV
L'articolo Ai romanzi italiani preferisco Final Fantasy XV. Sulla narrativa che
ha smesso di costruire mondi proviene da Pangea.
In uno dei momenti più belli del libro, di primordiale bellezza, “Antonio
dell’isola delle Ghiandaie” fissa le stelle. Non riesce a dormire, eppure “su
tutta l’ampiezza del cielo e della terra regnavano una pace e una mitezza che
annunciavano il giorno”. Gli si fa al fianco un mandriano. Insieme, danno i nomi
alle costellazioni.
> “Quelle, disse Antonio, io le chiamerò ‘la ferita della donna’. Le chiamerò
> così perché fanno come un buco nella notte”.
Il mandriano offre ad Antonio il suo mantello; è freddo “per te che resti fermo
a guardare la notte”. Antonio continua a enumerare le stelle, a inventare i
nomi. Un grumo di luci, a est,
> “Le chiamerò ‘gli occhi’. Perché credo che siano come lo sguardo di colei che
> sta dormento e non ha ancora aperto le palpebre”.
È una scena straordinaria, potremmo trovarla nella Teogonia di Esiodo o
nell’Esodo, nei primi libri dell’uomo, epopee di stelle e di grandi cacce, di
duelli e di imperi d’erba, di genti selvagge e di domestiche bestie, di briglie
e di imbrogli. D’altronde, il compito di uno scrittore non è altro: assemblare i
nomi, assegnare miti alle stelle. Un libro è come una stele. Così, il cosmo
informe dà forma a una cronaca e dal caos si caglia armonia.
Jean Giono pubblica Le chant du monde nel 1934, per Gallimard. Diceva di aver
tratto quel titolo – che è poi un incanto, un incantesimo – da Walt Whitman;
amava Melville, di cui avrebbe tradotto Moby Dick; più che altro, l’incarnato
del romanzo, il più potente di Giono (ora, nella sgargiante traduzione di
Leopoldo Carra, per Settecolori come Il canto del mondo), è omerico. Ambientato
in un senza tempo da inizio e termine del mondo, tra età dell’oro e
apocalisse, Il canto del mondo parla di razzie e di vagabondaggi, di fuochi e di
fiumi, di patti d’amicizia e di atroci vendette, di terra e cielo, di amore e
morte.
La scrittura di Giono è armata di uno splendore petroglifico, si sente, in
sottofondo, un ritmo di tamburi (ascoltate: “All’alba le bestie vennero avanti.
Antonio vide uscire dalle ombre a occidente i tori con le corna a lira.
Spuntavano dai pascoli all’imbocco della valle, e subito il sole nascente si
posava sulle loro fronti”), una limpidezza nuova, che non ha lignaggio né trama
d’eredi. Mescolando Stendhal all’epopea di Gilgamesh, Jean Giono ha portato il
romanzo, creatura di città, nei boschi, a far leggenda tra gli acquitrini. In
questo libro – mai così sconfinato – appaiono le “uldre” e il “grongo”, “un
pesce che assomiglia al serpente”; c’è il sesso e l’assassinio; c’è un sentore
di sangue che rintrona la mente, che non dà pace.
Non bello ma volitivo, occhi grandi, di creatura d’acqua dolce, Jean Giono nel
’34 andava per i quaranta. Figlio di umile gente – il padre era un ciabattino,
anarchico, originario del Piemonte – era nato nel 1895 a Manosque, in Alta
Provenza, e fece di quel borgo – fondato dai Celti, abitato dai Romani,
saccheggiato dai Saraceni – il proprio eden, la scaturigine dei propri australi
romanzi. Avrebbe dovuto impiegarsi in banca, leggeva, nel tempo libero, Tacito,
Seneca, Virgilio, Eschilo; il successo del primo libro, Colline (edito da
Grasset nel 1929), gli permise di alienarsi dal mondo, di mollare la banca, di
allearsi alla scrittura. Mobilitato durante la Prima guerra, ne uscì sconvolto:
sperimentò l’imperio della macchina, il massacro privo di cavalierato, la
canaglieria degli Stati. Fu sui campi più duri – si fece Verdun, la Somme, lo
Chamin des Dames – assistendo alla morte degli amici. Sulla rivista “Europe”,
proprio nell’anno in cui pubblica Il canto del mondo, Giono scrive Refus
d’obéissance, uno degli inni più potenti contro il militarismo. Scrive “di non
aver ammazzato nessuno” durante la Prima guerra, di aver “partecipato agli
attacchi senza fucile o con un fucile inutilizzabile”. “Non ho avuto il coraggio
di disertare”, scrive. Poi l’onda d’urto di quello straziante j’accuse monta:
> “Ho annusato l’odore dei morti. Ho mostrato corpi in frantumi. Ho riempito le
> stanze di fantasmi lordi di fango, con le orbite succhiate dagli uccelli. I
> feriti gemevano sulle mie ginocchia. Quando ho detto ‘mai più’ tutti, in coro,
> hanno ripetuto ‘no, no, mai più’. Ma il giorno dopo riprendevano posto nel
> reggimento civile borghese. Ricominciavano a creare il capitale per il
> capitalista. Erano meri strumenti della società capitalista”.
Giono attacca l’ipocrisia del “regime borghese”, il sistema coercitivo del
lavoro cittadino, “ideato per assopirci, per instillare in noi uno spirito di
schiavitù”.
Agli albori della Seconda guerra, l’ardore pacifista di Giono fu preso per
tradimento: lo scrittore fu arrestato nel settembre del ’39; rilasciato, si
ritirò nella sua fattoria. Durante Vichy diede rifugio a transfughi ebrei e a
comunisti; le riviste di regime – il periodico nazista “Signal”, ad esempio –
parlarono con curiosità del suo “neoprimitivismo”. I resistenti non gli
perdonarono di aver pubblicato un paio di racconti su “La Gerbe”, il giornale
collaborazionista: prima cercarono di ucciderlo – piazzando una bomba, nel
gennaio del ’43, davanti a casa sua – poi lo arrestarono – dal settembre del ’44
al gennaio dell’anno dopo – infine lo processarono; il “Comité national des
écrivains”, con sarcastica pignoleria, gli impedì di pubblicare per un paio di
anni.
Poligrafo dallo stile vertiginoso, Giono scrisse L’ussaro sul tetto e L’uomo che
piantava gli alberi, i libri per cui è più noto, nei primi anni Cinquanta. Nel
1965 Marcel Camus trasse una versione cinematografica da Le chant du monde –
passata in Italia con il titolo, assurdamente hard, Ossessione nuda – con
Catherine Deneuve nel ruolo di Clara, la donna dai “grandi occhi di gesso e di
menta”, la tanto amata. Giono morì cinque anni dopo, nella sua dimora, a
Manosque, in pieno estro verbale (L’Iris de Suse era uscito da poco).
Per capire l’importanza di Jean Giono basta sfogliare il catalogo della
‘Pléiade’: otto tomi, di cui sei dedicati alle Œuvres romanesques complète. A
differenza degli “esistenzialisti”, Giono – il cui talento è d’altro conio, più
puro, di quello di Albert Camus – ha cantato la brutalità della gioia, le glorie
della carne. Amato da Henry Miller – che lo insediò tra i pochi, grandi
scrittori della sua vita – è l’esatto opposto di Céline – che lo sopportava a
tratti. Se uno è il cantore della notte e dell’oscurità, l’altro lo è della
luce. Jean Giono è lo scrittore dell’estate perpetua, dell’avventura totale,
dell’elemento primo, di preistorica eloquenza.
Non ammette lettori vili.
L'articolo Non ammette lettori vili. Vasto elogio di Jean Giono proviene da
Pangea.
Che mistero l’opera di Harper Lee. Recentemente ho trovato, in un volumetto
dedicato al film Il buio oltre la siepe (Gremese Editore, 2024), una delle rare
interviste che concesse dopo la pubblicazione del suo capolavoro. È
un’intervista radiofonica che fu trascritta in un libro dall’intervistatore, Roy
Newquist, e a leggerla nessuno direbbe che Lee non avrebbe pubblicato quasi
nulla oltre a Il buio oltre la siepe. Dice infatti di star lavorando a un nuovo
romanzo, sia pure lentamente. Parla di scrittura, di arte romanzesca, di
Faulkner, di Thomas Wolfe. Infine spiega:
> “Spero davvero che ogni romanzo che scrivo diventi sempre migliore, non sempre
> peggiore. Vorrei però fare una cosa, di cui non ho mai parlato molto perché è
> una cosa molto personale. Vorrei lasciare qualche traccia del tipo di vita che
> esisteva in un mondo molto piccolo. Spero di farlo in diversi romanzi.”
Qualcosa deve essere andato storto. Come tutti sanno Harper Lee è autrice
fondamentalmente di un solo romanzo, Il buio oltre la siepe, in originale To
kill a mocking bird, edito nel 1960. Nel 2015 ha pubblicato Va’, metti una
sentinella, libro che però è stato scritto prima di Il buio oltre la siepe e in
cui ritroviamo una Scout Finch ventiseienne e un Atticus Finch malato e
invecchiato. Tuttavia i “diversi romanzi” nei quali Harper Lee si augurava di
raccontare il suo “piccolo mondo”, ossia la cittadina di Maycomb, apparentemente
non sono mai stati scritti. Harper Lee è morta a ottantanove anni, con soltanto
due libri pubblicati. Uno dei due è un capolavoro, l’altro un bel romanzo nel
quale Lee conferma le sue doti di ottima narratrice.
A ottobre è invece arrivato nelle librerie il postumo La terra del dolce
domani (Feltrinelli, traduzione di Mariagiulia Castagnone), un libro contenente
diversi racconti di Harper Lee precedenti a Il buio oltre la siepe e qualche
articolo pubblicato successivamente. L’introduzione di Casey Cep, che sta
lavorando alla biografia ufficiale di Lee, delinea la storia editoriale di ogni
racconto e dà qualche ragguaglio critico e biografico sulla scrittrice. Ciò che
più colpisce è il talento stilistico e narrativo di Lee in ognuna di queste
prove giovanili; anche nei racconti meno riusciti c’è sempre un paragrafo o un
rigo illuminante o divertente. Pian piano Harper Lee stava scoprendo che la sua
infanzia – come la sua Alabama – poteva essere un prezioso salvadanaio di tipi
umani e di storie esilaranti o avventurose. Trapiantata a New York, mandava i
suoi racconti a riviste grandi e piccole e riceveva immancabili rifiuti che però
non la scoraggiavano. Sapeva di potercela fare, di avere in sé qualcosa di
speciale da dare al mondo. Era un’artista seria. Anche in questo, nel suo
battersi per essere accettata da un’editoria che la respingeva, era una
scrittrice di prim’ordine, forse una grande scrittrice in nuce. Eppure sarebbe
stata l’autrice di una sola opera. Il suo secondo romanzo può infatti essere
considerato quasi un libro postumo: Lee ha pubblicato Va’, metti una
sentinella appena un anno prima di morire, riesumandolo dalle sue carte.
In uno dei racconti più belli di La terra del dolce domani, Il Natale per me,
Harper Lee racconta di quando una coppia di suoi amici newyorchesi, Michael e
Joy Brown, le offrirono come regalo natalizio un anno sabatico per consacrarsi
alla scrittura. Per lei era un regalo folle, di cui non sapeva se essere
degna. E se avesse fallito? Se non fosse diventata la scrittrice che sognava di
essere? Michael Brown era un famoso paroliere e compositore e le presentò il suo
agente letterario; le cose cominciavano a muoversi, a evolvere. Che New York
potesse infine accettarla?
I coniugi Brown credevano nella loro amica, non soltanto per i racconti inediti
che avevano letto ma anche per il talento che traspariva dalle lettere che
spediva loro dall’Alabama. Erano certi di avere a che fare con una scrittrice
sensazionale. Harper Lee poteva diventare una grande scrittrice americana e con
il senno di poi la loro offerta si sarebbe rivelata essere un investimento più
che un regalo. Lee difatti non dimenticherà mai il suo debito nei loro
confronti. Si diventa grandi scrittori – o semplicemente scrittori – anche
grazie a chi ha creduto in noi quando neppure noi eravamo capaci di farlo,
quando tutto in noi e fuori di noi ci gridava di desistere, di mollare. Scrivere
significa tener duro e andare avanti nonostante i rifiuti e il silenzio.
Cosa è successo a Harper Lee? Perché non ha scritto i “diversi romanzi” che
aveva in mente di scrivere? Di certo la sua Maycomb è più viva e affascinante
che mai, con la piccola e ribelle Scout, il suo caro fratello Jem, il timido Boo
Radley, la scontrosa ma amorevole Calpurnia, il compagno di giochi Dill (che in
realtà è Truman Capote, amico d’infanzia di Lee) e ovviamente l’indimenticabile
Atticus Finch. Il buio oltre la siepe è un grande libro sull’infanzia e sul
senso di giustizia che si smuove nei bambini di fronte ai soprusi degli adulti
più stolti. Nel corso del romanzo Scout Finch scopre la compassione e il
coraggio – scopre la vita, scopre l’avventura – e la sua storia ci dice cosa
significa essere e restare umani anche in tempi neri, anche di fronte al male.
Harper Lee ha scritto uno dei grandi classici della letteratura nordamericana
del secondo Novecento e forse pure per questo non ha voluto o saputo scrivere
altro. Un po’ ne soffriamo. Un po’, certo, sappiamo che non avrebbe potuto
essere altrimenti. In mancanza di opere successive dunque leggeremo tutto ciò
che sarà dato alle stampe dagli eredi, tornando di tanto in tanto alla Maycomb
di Il buio oltre la siepe, a Scout, a Jem, a Atticus, a quel mondo talmente
piccolo eppure universale… La terra del dolce domani è comunque un’ottima
strenna per avvicinarci al Natale.
Edoardo Pisani
*In copertina: Harper Lee e Mary Badham, 1961
L'articolo “Spero di farlo in diversi romanzi”. Sul silenzio di Harper Lee
proviene da Pangea.
Di Eugene Marten, in rete, c’è poco – non ama atteggiarsi; si direbbe, al
contrario, che aspiri a scomparire. In una conversazione con Elle Nash,
pubblicata su “The Creative Independent”, Marten ha fatto la lista delle cose
che gli piacciono. Spiccano “le Perseidi, lo sciame meteorico visto dal Very
Large Array, Nuovo Messico, nel mezzo del nulla” e “il deserto”. Il disastro
stellare – che ai nostri laceri occhi pare la stola di un dio diviso in rivoli –
e il nulla terrestre. È forse questa l’esatta condizione, la postura dello
scrittore. Trarre stelle dal deserto.
Nato a Winnipeg, Canada, nel 1959, da genitori europei (polacchi e tedeschi),
Eugene Marten non ha un blog, non scrive sui giornali, non è censito da una voce
su Wikipedia. Ha esordito alla letteratura venticinque anni fa con In the Blind,
sotto l’ala di Gordon Lish, il mitico editor di Raymond Carver e di Richard
Ford; l’intransigente e leggendario direttore di “Esquire”, di “The Quarterly” e
– per un po’ – della casa editrice Knopf. È stato lui a dichiarare al mondo dei
media che Marten è il vero erede di Cormac McCarthy e di Don DeLillo. Secondo
altri – ne troviamo testimonianza, ad esempio, su “Transatlantica. Revue
d’études américaines”, che nel 2024, per la cura di Brigitte Félix e Stéphane
Vanderhaeghe, ha realizzato An Interview with Eugene Marten – i libri di Marten
hanno fratellanza, per esuberanza di stile, con quelli di Chuck Palahniuk e di
Bret Easton Ellis. Quando si mettono sul tavolo troppi nomi – un po’ come il
gioco delle figurine e dei figuranti – significa che l’autore in questione è
sostanzialmente inclassificabile.
Eugene Marten non ama farsi fotografare – il volto, al contempo sfaccettato e
sfacciato, non incute tenerezze. In fondo, ha pubblicato poco: Layman’s Report,
uscito nel 2013, è il romanzo che ritiene migliore. Eppure, è l’ultimo, Pure
Life, pubblicato nel 2022, dopo quasi dieci anni di silenzio, ad aver fatto
sbalzare dalla sedia critici e lettori. La storia, in vitro, è semplice: si
racconta la vita, aureolata di premi e di tormenti, di Numero Diciannove,
talentuoso quarterback di una squadra della NFL, rifugiatosi nelle giungle del
Centroamerica per curare una cronica afasia mentale, dovuta agli eccessi
sportivi. Marten, di fatto, afferra le icone della cultura statunitense – il
culto della fama, dello sport, della felicità costi quel che costi, finanche il
Graal del Grande Romanzo Americano – e le calpesta, facendone suppurare veleni e
vermi in quantità. La quarta dell’edizione originale del romanzo dice di “un
confronto audace, radicale e brutale, con i miti della modernità, sbriciolati
nel più primordiale degli scenari”; qualche giornale – la “Chicago Review of
Books”, ad esempio – ha scritto di “uno straziante viaggio nel cuore delle
tenebre umane, scandito da un ritmo che tramortisce”. Pare che in Pure Life si
riveli – pur senza rilievi così evidenti – il vero debito di Marten nei
confronti di McCarthy. Come da copione, Marten ha fatto poco, quasi nulla, per
far parlare di sé.
Del libro mi ha parlato, con spiritata enfasi, Andrea Bergamini, dacché le
edizioni Playground lo hanno tradotto come La pura vita (la traduzione è di
Antonio Bravati). Parte che Marten abiti, ora, ad Albuquerque; viene definito
“gentilissimo”. Bergamini mi chiede di leggere, per farmi un’idea, le “prime
trenta pagine” del romanzo, un “montaggio”, dice lui, che sembra “la
trasposizione su carta delle strategie narrative di Terrence Malick”. Gli do
credito, mi incuriosisce lo sconosciuto, il retrattile all’oggi. Il romanzo va
limpido per quattrocento pagine: le prime trenta sono belle; preferisco le
ultime cento. Le pagine sulla catabasi nelle giungle dell’Honduras, tra i
Miskito, gli indigeni di laggiù; lo scrittore non lesina in efferatezze – a un
certo punto, compare per bagliori la sagoma di Fassbinder. In una scena,
emblematica, l’incontro rettilineo con il rettile:
> “Sotto, il fiume era piatto e incolore, ma c’era del movimento. Diciannove si
> soffermò con lo sguardo. Quando il cielo si accese di nuovo lo vide… rosso,
> galleggiante, appena sopra la superficie piatta e immobile del fiume.
> Impassibile, impenetrabile, senza bisogno di traduzione. Lo vide che lo
> fissava attraverso ottanta milioni di anni di implacabile fame rettile,
> indifferente al numero che portavi e tantomeno ai coriandoli che ti erano
> stati lanciati. Tu eri perfetto.
>
> Si accorse che ce n’erano diversi, ma lui avrebbe finito quel che aveva
> cominciato.
>
> Proprio davanti ai loro occhi”.
I grandi scrittori americani, per alcuni tratti, pare scrivano all’unisono:
allineano la voce come una fuga di Bach. Si rincorrono, ricorrono uno
nell’altro. Allo stesso tempo, è la forza della tradizione, è l’avventatezza del
cercatore d’oro.
Indipendente dalla mondanità, dalle modanature ostentate dalla cronaca recente,
Eugene Marten continua a inseguire “il Grande Libro”. La sua cauta ingenuità mi
coinvolge – Eugene Marten scrive come si arma un arco e come si apre una porta –
e prendiamo a parlare.
Come è nato “Pure Life”: qual è stata, intendo, la folgore che ha dato inizio
alla narrazione, l’idea dominante, la natura incontrovertibile
dell’ispirazione?
Ho trascorso un periodo di tempo in America Centrale; volevo ambientare in
quelle terre un libro, ma non avevo tra le mani un soggetto interessante. Dopo
un po’, mi sono giunte notizie di un’ex stella del football, un giocatore che un
tempo ammiravo, la cui vita, una volta terminata la carriera, si era trasformata
in un incubo. Poi un giorno mia moglie mi ha mostrato un articolo di giornale
che suggeriva come i due elementi potessero collegarsi. Quella è stata la
scintilla.
C’è, nel romanzo, a tratti, mi sembra, un ritmo sciamanico. Forse la scrittura è
anche teurgia, un gesto di benedizione, un anatema… Che rapporto hai con le
ombre, con l’invisibile, con il regno del sogno?
Considero le frasi come delle formule magiche capaci di evocare il mondo
raccontato nel libro, quasi una transustanziazione. Da bambino ero molto
religioso. Non lo sono più, ma nutro grande rispetto per tutto ciò che è rito.
In fondo, credo di essere un realista che cerca di trasmettere in ogni opera il
senso di un’altra realtà possibile, nel bene e nel male. La scienza ci parla
dell’esistenza di altre dimensioni, di possibili universi alternativi, ma che
esistono solo nella matematica superiore. Non credo ci sia nulla oltre a noi e
al nostro mondo materiale, ma una parte di me vorrebbe che ci fosse. Credo di
essere impegnato in un utile conflitto con quella parte. Parafrasando Wallace
Stevens, la realtà è la fonte, ma solo quello.
Gordon Lish ti ha paragonato a Cormac McCarthy e a Don DeLillo: questo legame di
parentela narrativa ti inorgoglisce o ti infastidisce?
Ho letto molte opere di entrambi, e ne sono stato influenzato – è difficile
trovare romanzieri americani che sappiano costruire frasi migliori delle loro –
ma personalmente non mi ritengo al loro livello. Né sono un loro imitatore.
Naturalmente nessuno scrive nel vuoto, e mi piacerebbe pensare di aver assorbito
ed elaborato la loro influenza, tra le altre, per poi andare oltre, sviluppando
così una mia opera.
Che rapporto hai con la cultura statunitense contemporanea? Insomma, come vivi
oggi nel tuo Paese?
I miei genitori sono originari dell’Europa (Polonia, Germania) e hanno sempre
avuto un atteggiamento ambivalente verso la prospettiva di una completa
assimilazione. Credo che questo possa aver generato in me un senso di
estraneità, quel genere di distacco che è tipico di uno scrittore. (Del resto,
mi sento estraneo anche alla cultura letteraria di cui dovrei far parte). La
questione è complicata anche dall’attuale situazione politica del Paese. Un
tempo pensavo, forse ingenuamente, che la cultura avesse una sua vita a
prescindere dalla politica, e che potesse persino redimerla (per altri scrittori
è sempre stato vero il contrario). Credo di essere ancora legato a questa idea,
ma data la catastrofe delle ultime elezioni (agevolata da circa 80 milioni di
americani, una fetta considerevole di “cultura”) e dato l’incubo dell’attuale
amministrazione, dai tratti fumettistici, a volte ci si sente così contagiati
dalla palese assurdità di tutto ciò che ci circonda che reagire in modo creativo
sembra superfluo, e a tratti persino impossibile. Sottigliezze, sfumature e
immaginazione non hanno più spazio, venendo meno il buonsenso e il decoro. In
fondo, la merda è merda, cos’altro c’è da dire o da aggiungere? Ci troviamo in
un territorio inesplorato, dove l’unica risposta potrebbe essere quella di
scendere in piazza per protestare. Nel frattempo, continuo a sgobbare sulla
pagina.
Credi che, nell’era dell’IA, il romanzo sia ancora la macchina fondamentale, la
più adatta a dire l’uomo e il suo dramma, la vita, il mondo e ciò che ci sta
attorno?
Sono un po’ titubante a parlare di Intelligenza Artificiale perché non ne so
molto, a parte le allarmanti notizie che tutti leggiamo (e la possibilità che
possa essere utile per la ricerca). Non sono nemmeno sicuro che il romanzo sia
mai stato il mezzo ideale per affrontare quella che chiamiamo la condizione
umana: forse il concetto di “pertinenza” è qualcosa di cui dovremmo liberarci.
Se davvero il romanzo è stata questa macchina fondamentale, per cui si debba
considerarlo un riflesso, da una posizione separata, di ciò che accade nel
mondo, un punto sulla riva del fiume in cui contemplare il flusso della vita,
allora non vedo perché non possa continuare a esserlo, nonostante l’IA e TikTok.
La letteratura, in definitiva, esiste al di fuori della tecnologia, e quindi
potrebbe essere nella posizione ideale per comprenderla. Potrebbe persino essere
l’antidoto. Forse è più in discussione la qualità della scrittura e lo spirito
critico dei lettori.
Perché, in fondo, scrivi?
Per dare vita a qualcosa. Da giovanissimo ero ossessionato dai vecchi film di
Frankenstein (quelli interpretati da Boris Karloff, e anche altri) e alla fine
ho scoperto che il romanzo era il mio laboratorio dove dedicarmi a questa
scienza pazza. Un corpo costruito con pezzi di ricambio, alcuni riesumati, altri
trovati per caso, altri strappati con crudeltà. Un corpo animato
dall’elettricità del linguaggio, nel bene e nel male.
Come fa a tuo avviso uno scrittore a trovare una “voce” più che imporsi in uno
“stile”? Come può una futile storia, costruita con ingannevoli parole, diventare
viva, vera?
Trovo che i termini “voce” e “stile” (non in senso decorativo) siano
intercambiabili. Per me è tutta una questione di parole e di come vengono messe
insieme. Una buona scrittura ha un suono, e non c’è canzone se non sai cantare.
È una sorta di codice, il modo in cui certe molecole e proteine disposte in un
certo ordine danno origine a un organismo che si auto replica (a pensarci mette
un po’ di paura, vero?). Il soggetto/la storia/la situazione mi vengono sempre
in mente per primi, ma il processo, come un sogno, ha una sua cronologia. Credo
che tutto si riduca alla vecchia dialettica forma/contenuto,
contenitore/contenuto. Raggiungere la sintesi perfetta dei due elementi, rendere
il vino indistinguibile dalla bottiglia, è ancora il Santo Graal.
Che cosa leggi, oggi? Quali sono i libri o gli autori che hanno forgiato la tua
scrittura, che sono stati il tuo campo di addestramento?
Ho iniziato leggendo libri di genere come chiunque (in certa misura, l’horror è
ancora presente nelle mie pagine), pensavo che diventare uno scrittore di
successo sarebbe stato il mio obiettivo. Avevo una vaga idea di che cosa fosse
l’arte (ancora oggi non mi fido di questa parola), ma ho iniziato ad accorgermi
che alcuni libri erano scritti meglio di altri. Fiesta è stato il punto di
svolta, l’unico libro che ho letto tutto d’un fiato. Non proverò a elencare
tutti gli scrittori che considero fonte di ispirazione (alcuni preferisco
tenerli per me), anche se non mi considero particolarmente colto; ho una piccola
biblioteca e cerco di sfruttarla al meglio. Un paio di opere a cui torno
continuamente e che amo moltissimo (ad esempio, DeLillo/McCarthy) sono il
racconto The Pedersen Kiddi William H. Gass e The Life and Times of Captain
N. di Douglas Glover, una sorta di Meridiano di sangue canadese ma a mio parere
migliore. I guerrieri dell’inferno di Robert Stone è una specie di Grande
romanzo americano. Sono debitore verso tutti i racconti di Grace Paley e di Joy
Williams (meno verso i romanzi di Williams, anche se comunque sono di valore, e
lo stesso vale per Flannery O’Connor). Spesso ho letto un solo racconto o una
sola poesia di un autore, ma per me possono avere lo stesso peso di un’opera
completa. L’ineguagliabile rivista letteraria di Gordon Lish, “The Quarterly”, è
stata per me, a lungo, una Bibbia. Il genio di Lish nell’imporre la sua
sensibilità a una così ampia gamma di opere è stato unico (e oggetto di
polemiche) nella storia della letteratura. Forse non è stato gradito da tutti
gli autori di cui si è occupato così brillantemente (vedi Raymond Carver), ma
per me è stata una lezione magistrale sul primato della frase. Potrei elencare
altre influenze, non tutte in prosa, non tutte in narrativa, non tutte
americane, nemmeno tutte letterarie, ma cito alcune delle cose che sto leggendo
ora: La tempesta di Shakespeare; Il barone rampante di Calvino; Float, una
raccolta di opere di vario genere della poetessa/traduttrice/saggista Anne
Carson, stampate in piccoli libriccini contenuti in una custodia di plastica
trasparente e che possono essere letti in qualsiasi ordine; vari testi di
saggistica correlati al libro a cui sto lavorando attualmente.
Che rapporto hai con i libri che hai pubblicato: li guardi come figli o come
corpi ormai a te estranei?
Entrambe le cose, e anche qualcosa di più. Credo di avere un legame particolare
con ogni libro, a volte oggettivo e soggettivo allo stesso tempo. Ad
esempio, Layman’s Report non è il mio romanzo preferito, ma credo sia il più
riuscito. È anche il più ignorato.
…e ora, cosa stai scrivendo?
Senza addentrarmi troppo, il romanzo a cui sto lavorando è, per me, un libro
importante. Se ogni scrittore deve avere il suo Grande Libro, allora questo è il
mio tentativo di portarlo a termine, per quanto maldestro. A volte mi sembra il
mio Grande Errore, il che magari è la prova che ho imboccato la strada
giusta. Sono troppo avanti per non portarlo a termine comunque. Concludo sempre
quello che comincio.
L'articolo “La letteratura è ancora il Santo Graal”. Dialogo con Eugene Marten,
un outsider proviene da Pangea.
Lo ammetto, per chi come me nel tempo ha frequentato prose e versi in odor di
dannazione, ergendoli a protesi del proprio animo turbato, allestire scaffali e
vetrine con l’ennesimo libro in cui campeggia l’ennesimo volto femminile è pura
mortificazione. Abbiamo veramente bisogno di un’ulteriore storia con
protagonista femminile, alle prese col suo personale riscatto, su di uno sfondo
storico predeterminato? Saluto perciò con un senso di felicità e rivalsa ogni
libro che del tanfo del politicamente corretto, o dei trend del momento, non
emana neanche un vago sentore. Ed eccolo Inaugura stanotte il secolo del bene,
romanzo d’esordio di Vincenzo Montisano edito da Wojtek. È con opere di tale
fattura che certi lettori si riscoprono esteticamente bipolari. Come spiegare
altrimenti il senso di claustrofobia che si condensa nelle pagine, ma che sfocia
in una capillare ossigenazione dei tessuti post lettura?
> O quando Marcel Boll mi disse: «Esistono infiniti modi di morire, ragazzo, e
> uno soltanto per vivere: il mio». Di giorno delirava d’onnipotenza. A sera
> invece si lasciava assassinare dal piatto freddo della cena. Sai Karl, era
> così mio padre. Un uomo dalla postura sociale invidiabile, diresti tu. Se ne
> stava nella nostra villa di famiglia dentro alla cassa di legno dolce, a mani
> giunte. Beato, un ciarlatano in attesa di santificazione. L’abito aveva le
> tasche cucite. Le bare devono essere pulite, le tasche dei morti sempre
> chiuse. A guardarlo faceva un po’ specie e un po’ ridere. Gonfio di gas
> intestinali, livido di rabbia perché la caducità non l’aveva risparmiato. Che
> decadenza nelle cose di questo mondo. Ché morendo sfoggiano il meglio di sé. E
> infatti un dio minore doveva avergli aperto quel ghigno in bocca. Era il
> ghigno della vita che lotta più forte prima di perdere. La smorfia di chi non
> s’è reso conto d’essere all’ultimo giro di bevute.
Hugo Boll, figlio inquieto di un’aristocrazia decadente, si rivolta contro tutto
ciò che abbiamo eretto a presidio della nostra normalità. Una furia iconoclasta
che investe famiglia, affetti, società. Una tensione forse scomposta, ma
necessaria, che lo porta a inciampare sull’autorità, a covare dissapore, a
esercitare il diritto all’ostilità. E come se ciò non bastasse, un’insolita
febbre incombe sulla città di ***, un turbamento collettivo che spinge sempre
più individui all’auto-mutilazione. Nel dilagante caos che serpeggia tra le vie,
un oscuro luogo sembra emanciparsi dall’architettura generale; un coacervo
d’incubi, fisiologia elementare e teatralità dell’assurdo.
Un romanzo che abdica all’istinto di vita, che reca con sé la rinuncia al
consolatorio. Ciò che sentiamo sulla nostra epidermide a lettura conclusa è la
perdita dell’interezza.
> L’amore è una gabbia d’aspettative. Un attimo prima me la cavavo niente male,
> passeggiando per i parchi, acquistando questo o quel capo nelle boutique
> d’alta sartoria, e l’attimo dopo rincasavo vittima di uno sconforto
> inconsolabile, preda delle batterie di interrogativi che proliferavano sulla
> superficie opaca delle cose. E Leda invece patteggiava senza rimorsi con la
> commedia umana. Se le chiedevo quale fosse il senso delle sue settimane, lei
> rispondeva che svegliarsi la domenica, al mio fianco, senza l’impiccio del
> lavoro, la faceva scoppiare di senso; se discutevamo dell’infinito,
> candidamente affermava che una spiegazione della vita ne avrebbe di sicuro
> ucciso la poesia. Dove trovava l’energia per tenere accesa quella luce sul
> viso? Nessuno ci guarda, le dissi quella notte. Nessun dio avrebbe permesso
> tanta mediocrità.
L’infittirsi delle tenebre potrebbe conferire al libro un’aurea di maledizione
impenetrabile, ma come ogni opera d’arte che si rispetti ecco il risvolto
estetico della medaglia: il ghigno mutare in riso. Vincenzo Montisano, che già
si era fatto notare per la sua novella Logica degli incendi, si conferma voyeur
ispirato. L’inquadratura è sì condotta in primo piano, ma più che motore unico
dei fatti, l’autore assegna al suo protagonista un ruolo atipico, quello di
osservatore-osservato.
Nonostante la portata degli eventi che propizia e subisce, Hugo continua a
manifestarsi come riverbero di se stesso. Un difetto congenito rovista nelle sue
volontà, declassandone le azioni da volute a subite. Niente in lui osa
cristallizzarsi in fede, un distacco algido che lo pone a debita distanza dalla
Storia. E quando il tutto sembra impattare nel vicolo cieco dell’opprimente,
ecco il guizzo, il godimento del voyeur che ci viene in soccorso. La
fascinazione germoglia dal fonema, si radica poco dietro la pupilla e saetta
scialata oltre la corteccia prefrontale. Signori: la grazia dalle cose a
dispetto delle cose.
> Da qui in poi, Karl, non ci fu ritorno. Avevo spiato da una crepa l’esistenza
> denudarsi. Mi dissi no, l’intera faccenda è una pura idiozia. Noi, uomini
> pratici, branchie del vecchio continente, che avevamo licenziato i demoni e le
> acquasantiere, per cui non c’era stato altro che mangiare e bere, scopare e
> dormire, macchinare, consumare e morire, stavamo per essere travolti da un
> flagello dalle inesauribili e perverse riserve immaginifiche.
Gianluca Pìtari
*In copertina: un collage di Max Ernst (1891-1976)
L'articolo “Il ghigno della vita che lotta”. Vincenzo Montisano o della rinuncia
al consolatorio. proviene da Pangea.