Tag - Laura Albert

Il fantasma di via Veneto. La sera in cui incontrai J.T. LeRoy, il Michael Jackson della letteratura
Quella sera, alla libreria Arion di via Veneto, non si stava solo presentando un libro. Si respirava l’elettricità tipica di chi è a un passo dal disvelamento di un segreto. Eravamo nei primi anni Duemila. Un’epoca analogica, dove non potevi ancora vivisezionare la vita di un tuo idolo su Instagram. Il mistero era reale, denso, quasi fisico. Aspettavamo l’arrivo del discusso scrittore americano come si aspetta un’apparizione: con quel misto di venerazione e curiosità morbosa che si riserva ai miti maledetti. Avevo adorato i suoi romanzi: avevo già divorato Sarah e Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (da cui Asia Argento ha tratto un film), entrambi tradotti da Martina Testa e pubblicati da Fazi. Quando Jeremiah è apparso, il silenzio si è fatto pesante e  gravido. Davanti a me non c’era un ragazzo, ma un’icona pop fatta di fragilità e artificio. Indossava un cappello nero a falde larghe, come nelle sue foto apparse sulle riviste, calcato sui bei capelli biondi che poi si riveleranno una parrucca. Gli enormi occhiali scuri a coprire metà del viso, trasformandolo in una maschera impenetrabile. Un corpo minuto, l’aria timida, un’identità fluida che sfuggiva a ogni definizione.  Sembrava un Michael Jackson della letteratura.  Ero lì, a pochi centimetri da quella che è stata poi definita una grande truffa letteraria (svelata nel 2006 dal “New York Times” e divenuta nel 2018 un film di Justin Kelly) ma allora per me rispondeva tutto alla nuda verità. Avevo letto i libri di J.T. LeRoy come fossero vangeli autobiografici, e mi chiedevo se il ragazzo che avevo davanti, lì in libreria, avesse davvero attraversato l’inferno descritto con tanta brutale grazia nelle sue pagine. Mi sono avvicinato a lui  stringendo in mano il suo romanzo La fine di Harold (Fazi), appena acquistato. Col mio stentato inglese gli ho detto che scrivevo anche io, che venivo da una piccola isola: Lipari e che da poco vivevo a Roma. Mi ha ascoltato con attenzione, guardandomi  da dietro le lenti scure e ha scritto per me questa dedica: “Davide, qui a Roma trovi molta ispirazione per la poesia. J T LeRoy”. Ha firmato con quello che allora credevo fosse il suo nome, mi ha sorriso  e mi ha stretto la mano. Non potevo sapere che dietro quegli occhiali non c’era Jeremiah, ma Savannah Knoop, che a sua volta interpretava il sogno febbrile di Laura Albert, la compagna di suo fratello. Laura Albert era la vera scrittrice che stava dietro quella messinscena. Oggi, quell’autografo non mi appare come la reliquia di una menzogna, ma come l’autentica prova di una performance artistica totale. Laura Albert aveva compreso che il pubblico non voleva solo una storia, voleva un corpo singolare da idolatrare. Ci interroghiamo spesso sul confine tra auto-fiction e invenzione. Che differenza c’è tra un autore che usa il proprio nome per un personaggio e uno che inventa un personaggio per fargli calzare la propria vita. La realtà è fragile: Laura Albert ha creato un mondo altro perché il suo, fatto di dolore e abusi, era stato rifiutato da tutti gli editori a cui si era rivolta. La letteratura, in fondo, è una danza sul filo del rasoio tra ciò che è e ciò che appare. Se la finzione è ciò che nasce dall’immaginazione, allora quella sera alla libreria  Arion di via Veneto io non ho incontrato un impostore. Ho incontrato la letteratura nella sua forma più pura e spietata: quella capace di strapparti al reale e farti credere, anche solo per il tempo di una dedica, che l’impossibile fosse seduto proprio davanti a te. Davide Cortese *In copertina: un fotogramma da “The Cult of JT Leroy”, 2014 L'articolo Il fantasma di via Veneto. La sera in cui incontrai J.T. LeRoy, il Michael Jackson della letteratura proviene da Pangea.
February 23, 2026 / Pangea