Cosa vuol dire fare uno studio comparativo tra due autori? Innanzitutto, dirà
l’accademico accorto, significa accertare la possibilità di un loro confronto,
individuare un campo da gioco ed essere arbitri della partita; insomma,
assicurarsi che esista uno spazio di dialogo. Sarà quindi opportuno chiedersi se
l’uno conoscesse l’opera dell’altro, rintracciare le occorrenze del nome
dell’uno nei libri dell’altro, magari aiutati dallo strumento digitale di un’IA
particolarmente efficace o da quello analogico dell’indice dei nomi. Ancora,
vuol dire indagare le occasioni di incontro e dialogo, stabilire se i due si
sono effettivamente incrociati in vita.
Tanto basterebbe a scoraggiare ogni tentativo di far dialogare Giorgio Colli ed
Enzo Melandri. Minimi sono infatti i richiami espliciti – e del tutto
unidirezionali: Melandri cita Colli come curatore dell’Organon aristotelico,
mentre Colli non cita mai Melandri –, difficilmente ravvisabili quelli
impliciti, del tutto inesistenti le testimonianze relative a contatti diretti
tra i due. Non vale declassare queste esigenze a sofisticherie da filologi o
eruditi, per quanto, come si sa, i filosofi guardino ai filologi un po’ come
l’attempato visitatore di un museo guarda alla giovane guida turistica: con
rispetto ma anche con un minimo di inconfessabile senso di superiorità.
Più che mettere in fila le occorrenze o rinchiudersi negli archivi alla
disperata ricerca di una lettera dell’uno all’altro, allora, tanto vale che il
punto di vista da cui inizia l’indagine sia apertamente, manifestamente,
svergognatamente teoretico. Di questi tempi, la teoresi richiede coraggio e
inattualità, ingredienti presenti nel libro recente di Tommaso Scarponi,
dall’impegnativo titolo Distruzione e analogia e dall’ancor più impegnativo
sottotitolo La fine del pensiero in Colli e Melandri (Castelvecchi,
2025). Eccoli, quindi, i due perfetti sconosciuti, che non solo «non si
conobbero né mai si lessero» (p. 11), ma i cui stili di scrittura filosofica
sono lontanissimi: «stringato, apodittico e lampeggiante quello di Colli;
paziente, divagante e devoto al gesto della citazione quello di Melandri»
(ibidem). Il richiamo al ruolo della citazione in Melandri dice già molto della
sua idea di analogia: la citazione, in qualità di quotation e non di
semplice reference, esprime sintomaticamente un pensiero, attiva la prassi
interpretativa che, basandosi sul principio di analogia, si approssima a un
significato senza mai poterlo fissare in modo determinato e definitivo. Insomma,
svolge un ruolo paradigmatico rispetto al pensiero dell’autore citato: fare una
citazione significa rinunciare alla particolarità che le è connaturata e
assumerla come espressione del tutto.
L’analogia di Melandri vive di questo doppio movimento: l’avvicinamento a un
significato univoco e, ad un tempo, la ricerca “archeologica” delle condizioni
di possibilità di quel significato. Proprio la risalita dalla cosa alla sua
spiegazione è un movimento caratteristico del pensiero di Melandri: egli parte
dagli usi dell’analogia per ricavarne le teorie, prende le mosse
dall’indiscutibile presenza della cosa in sé per finalmente arrivare a coglierne
il fenomeno.
Più tradizionale e, se vogliamo, più disincantato, il percorso di Colli:
l’immediato finisce dove inizia il discorso, che ne rappresenta il tradimento,
la distorsione e la contraffazione. Come voleva Wittgeinstein, il vero,
l’essere, non lo si può dire, si può solo dirne. La seconda parte del libro di
Scarponi si concentra su Parmenide, Eraclito, Zenone, Gorgia e sulle
interpretazioni che Colli ne ha dato. È in questo contesto che la filologia fa
irruzione, non come aggiunta estemporanea o pleonastica, ma come ciò che
sostanzia lo schema teoretico a cui ho accennato. La discussione sui frammenti
degli eleati è infatti funzionale a comprendere la genesi e quindi i limiti
della nostra logica. Rientra in questo quadro anche il significato della ‘terza
via’ a cui, secondo la celebre interpretazione colliana, Parmenide avrebbe
accennato nel suo poema, affiancandola a quelle, opposte ma parimenti sbarrate,
dell’essere e del non essere. Un conto è to on, ciò che è, un altro è einai, la
predicazione di quel che è. Solo la via della predicazione è aperta e
percorribile per noi mortali; solo nella casa del giudizio possiamo avere
dimora.
E Melandri? Il suo “chiasma ontologico” contrappone Parmenide ed Eraclito,
l’univocità della proposizione e l’equivocità della parola. Niente di astratto:
si tratta di capire come si è strutturata la logica occidentale, se a partire
dal primato del logos o da quello dell’epos, dalla precedenza della parola
rispetto alla proposizione o viceversa. Nella sostanza, i due procedimenti
convergono verso uno stesso esito:
> «se la filosofia di Colli scatena la distruzione sistematica della logica
> d’identità, […] quella di Melandri liquefà l’impalcatura stessa della logica».
Da un lato Colli, che fa del discorso non contraddittorio ciò che distorce
l’immediatezza del semplice contatto (il thigein, il toccare intuitivo di
Aristotele), dall’altro Melandri, che pretende di far valere le ragioni di una
forma del pensiero, l’analogia, che include il “terzo” e rifugge le
contrapposizioni dicotomiche in favore di una logica che ammette gradazioni tra
poli opposti.
Dopo un lungo confronto “a distanza”, Colli e Melandri si danno idealmente
convegno nell’ultimo capitolo del libro, in cui Scarponi si confronta con la
lettura colliana dell’enigma e con quella melandriana della metafora. Se la
ragione mette a tema l’immediato senza poterlo recuperare, se l’unico sguardo
che si rivolge alla sapienza è quello del filosofo, cioè di colui che a quella
sapienza è estraneo, allora tanto vale che anche il filosofo riconosca la
contraddizione, che la accolga nel proprio linguaggio. Enigma e metafora, nel
loro dire qualcosa e insieme qualcos’altro, conservano «la folta trama degli
opposti, vincolandola alla contraddizione, nel tempo delle parole umane» (p.
175).
È quando il pensiero si accorge che il suo tempo è fittizio, che la sua storia è
inventata che esso propriamente finisce e si avvicina massimamente
all’immediato. Solo per poi distanziarsene di nuovo e ricominciare a godere
della propria inevitabile menzogna.
Michele Ricciotti
*In copertina: una immagine dal “Thesaurus” di Albertus Seba
L'articolo “La trama degli opposti”. Pensare la fine del pensiero proviene da
Pangea.