SALIRE SU UN ALTO MONTE
Oggetti del tempio cosmico
Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li
condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo
volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco
apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. (Mt 17,1-2)
> “Alle azioni più ordinarie della vita, come bere, mangiare, lavarsi, parlare,
> agire, vivere insomma, la liturgia restituisce la loro vera vocazione, quella
> di essere cioè frammenti di una dossologia universale, oggetti del tempio
> cosmico”.
>
> (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023, p.27)
Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li conduce in disparte su un
alto monte. La grammatica è da Testamento Antico:
> “esso potrebbe rievocare la teofania sinaitica, oppure la festa delle Capanne,
> che iniziava sei giorni dopo Kippur. Ritengo che tutto il simbolismo del
> racconto (il monte, la gloria, Mosè – ed Elia –, la nube) rendano attualmente
> più probabile la prima possibilità”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
A noi non resta che salire, scalare la montagna, metterci in coda ai tre
discepoli, silenziosamente implorare di poter elemosinare scaglie d’oro da
questa maestosa icona, frammenti d’Infinito da succhiare come fossero ostie
consacrate, per poter tornare alla vita, alla nostra ordinarietà che pare così
misera, e poterla vedere, almeno per un istante, trasfigurata. Le cose di ogni
giorno, le azioni che ripetiamo quasi senza pensarci o quelle che, al contrario,
ci costano fatica, perché mangiare a volte è una tortura e parlare un supplizio
e agire, vivere insomma, una pena. Eppure, la Trasfigurazione di Cristo, dice
che siamo stati creati come “oggetti del tempio cosmico” che la nostra
grammatica è intrinsecamente liturgica, che senza la Sua luce le nostre membra
rimangono orfane, mute. Ha ragione Evdokimov, senza salire al monte della Sua
trasfigurazione, senza una vita profondamente liturgica, siamo condannati
all’inferno di non scoprire la vera vocazione della nostra carne. Del nostro
esistere. Del nostro stare nel mondo. Costretti a vivere elemosinando
pateticamente dal mondo il diritto di occupare spazio e tempo. Salire sul monte
della Trasfigurazione è interrogare invece il nostro corpo, ogni organo di quel
che ci compone, il visibile e l’invisibile, uno alla volta, implorando che
sappia dischiudere, nell’atto di compiersi, il vero destino di cui siamo
intessuti, il luminoso roveto che spinge per partorire luce al mondo.
Giovanni Bellini, Trasfigurazione, 1478 ca.
*
Trasfigurare questo mondo
> “Ascoltando tale messaggio l’Occidente inquieto, troppo esclusivamente portato
> alle trasformazioni tecnologiche di questo mondo, potrà iniziarsi a una
> scienza che fu e che resta l’occupazione prima, anzi esclusiva, di chi cerca
> l’Assoluto e che consiste nel trasfigurare questo mondo e se stessi per mezzo
> della preghiera. Senza la quale gli splendori della liturgia perdono il loro
> significato”.
>
> (Irénéè-Henri Dalmais, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023,
> p.11)
A noi non resta che salire sul monte, che è comunque uno stacco, una frattura,
un deserto perpendicolare. Salire lo scoglio per lasciare, almeno per un attimo,
l’inquietudine dell’Occidente a sciabordare violentemente ai nostri piedi.
Sabotare le trasformazioni tecnologiche, poeticamente confondere artificiali
intelligenze, opporsi al fascino dell’idolo digitale che si nutre del nostro
narcisismo. Scomparire, cercare una nube in cui potersi immergere. Perseguire
con coraggio una sorte di morte verticale. Abilitarsi alla ricerca
dell’Assoluto. Non accontentarsi di niente che non sia questa totalizzante
caccia al Divino. Affilare le punte alle frecce, tendere la corda all’arco della
preghiera, intingerla nel proprio sangue, scagliare i dardi nelle altezze,
saettarle al mittente. Il prezzo di tale sacra sfrontatezza è però la vita.
Tutta. Intera. Se non si è disposti basta stare a terra. La Sua misericordia
sgorgata dalla ferita crocifissa sull’altro monte, il Calvario, ha già comunque
garantito anche la nostra salvezza.
Se invece si è abitati dall’inevitabilità della ricerca, se davvero si è
chiamati, perché è Lui che chiama per nome non siamo noi ad arruolarci
all’impresa, se si è investiti di una vocazione che strappa dalla valle e
scaglia sulla vetta in una teofania che spinge luce accecante oltre le nostre
palpebre come fosse una tortura, allora non resta che incamminarsi.
Se in fondo sentiamo che preferiremmo scappare e invece ci troviamo imprigionati
nella sua rete, se le nostre mani, interrogate, rimangono mute se non si
aggrappano all’orlo della sua veste, allora, in questo caso, non resta che
incamminarsi e iniziare a pregare. Non resta che trasformarci in preghiera, che
tutto di noi implori la grazia di frantumarsi come le pareti del vaso per
sprigionare luminoso nardo. Se questa è la nostra vocazione, se questo lui ha
scelto essere il nostro destino, se le sue labbra continuano a pronunciare
ininterrottamente il nostro nome, allora dobbiamo solo cedere e provare a
iniziare a vivere con un solo obiettivo, totalizzante: contribuire a
“trasfigurare questo mondo”. E nel mondo, noi stessi.
> “…alla sua luce l’uomo vede il mondo intero come un’icona, dove ogni cosa
> trova la propria destinazione ‘liturgica’: quella di essere un luogo umile, ma
> anche folgorante, della teofania. È una visione eucaristica in cui l’uomo
> benedice ogni cosa e la offre, con rendimento di grazie, al Creatore“.
>
> (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, ivi, p.36)
Questo salverà il mondo e anche noi, questa è la risposta alla vocazione
profonda del nostro essere vivi. Ogni altra strada che non preveda la lettura
del Creato come icona della sua luce è destinata al fallimento. Cercare la
nostra destinazione liturgia. Accogliere che l’Altissimo si depositi in noi,
mangiatoia “umile ma anche folgorante”, arrivare ad una conversione così
radicale da poter accettare di essere immersi in una teofania. Finalmente
contemplare. Ma benedicendo. Rendendo grazie. Non è una sottolineatura di poco
conto, la rabbia, l’invidia, il risentimento non trasfigurano, sfigurano.
Benedire, rendere grazie, uscire dagli inferi che ci costringono al rancore,
scalare i gironi dell’invidia, smascherare il nostro cuore, lasciare che il Suo
amore, trafiggendolo, arrivi a purificarlo. Fino a quando non saremo
eucaristici, cioè capaci di rendere grazie, fino a quando il nostro dire sarà
armato e accecato, fino a quando non sapremo sorridere, soprattutto di noi, il
mondo rimarrà buio e silenzioso, impermeabile alla sua trasfigurazione.
Beato Angelico, Trasfigurazione, 1438 ca.
*
STARE SUL MONTE
La luce dell’aldilà
Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. (Mt 17,3)
> “Ma forse è ancora più significativa la morte di entrambi: Mosè prima di
> entrare nella terra promessa (Dt 34), Elia rapito su un carro di fuoco come
> da un turbine (2Re 2). Perché è senza dubbio di questo che Gesù sta
> discorrendo con loro, o che essi stanno discorrendo con lui, come
> espliciterà Lc 9,31: del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
> “Lo scrittore Narsai (morto nel 502) descrive con incisività il clima
> liturgico: «Il sacerdote offre ora il sacramento del riscatto della nostra
> vita, pieno di timore, paura e sbigottimento. Egli teme…il terribile Re,
> misticamente ucciso e sepolto, e i terribili guardiani, in piedi, nel timore,
> per rispetto del loro Signore!». Il velo tra il cielo e la terra si squarcia,
> la morte si dissolve e tutto viene inondato dalla luce dell’aldilà”.
>
> (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023, p.90)
Accettare di frasi trascinare sul monte della Trasfigurazione, inchinarsi alla
sua chiamata, è accettare di abitare costantemente lo spazio della morte. Non
solo prepararsi a morire. Ma stare, già ora, nel mistero della morte. E lì
conversare con Mosè, con Elia, conversare proprio con la morte, chiamarla
sorella, interrogarla, ascoltarla.Morte che pare essere la vocazione ultima
delle cose, il silenzio a cui la vita è chiamata, dall’inizio. Morte che
spaventa, spegne, ingoia, annienta. Morte che è solo l’ultimo spazio che chiede
d’essere trasfigurato, morte che Cristo mostra ingravidata di Resurrezione,
morte spazio liturgico della luce eterna, morte indispensabile, morte caro
approdo, morte che si sacrifica per rendere possibile l’esplicitazione
dell’intima verità di ogni cosa, morte forziere che permette, lasciandosi
trafiggere, che tutto venga inondato dalla luce dell’aldilà. Morte mare da
attraversare per partorire Pasqua.
*
Una nube che fa luce. Il silenzio.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui!
Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli
stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed
ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho
posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». (Mt 17, 4-5)
> “Una «nube luminosa» (ossimoro matteano: una nube che fa luce). Di nuovo
> Matteo tradisce l’influsso dell’Esodo: la nube della gloria del Signore
> «appariva come fuoco divorante, agli occhi dei figli d’Israele, sulla cima
> della montagna» (Es 24,17). Questa stessa nube “coprì” la tenda del convegno,
> o dell’appuntamento. (…) Adesso essa copre i discepoli”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
> “…rimane l’ineffabile che proprio rivelandosi si ritira continuamente dalle
> forme già acquisite, crea un nuovo vuoto e una nuova assenza perché la
> presenza venga da capo ricercata nel vuoto che va creandosi (…) la nostra
> epoca in cui “Dio è morto” non potrebbe essere un’epoca mistica, l’era
> veramente vissuta di una mistica dell’apofasia? Già l’esperienza spirituale di
> Israele aveva vissuto questo, e la mistica dell’ebraismo è colma di questo
> concetto”.
>
> (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023, p.90)
Pietro parla, propone di costruire tre tende, una per Mosè, una per Elia, una
per Gesù.
> “nonostante i segni della trasfigurazione celeste, lo splendore e la luce,
> Pietro tende a assimilare il ruolo di Gesù a quello dei due rappresentanti e
> mediatori dell’antica alleanza: Mosè, la legge, ed Elia, i profeti. A questo
> punto interviene la nuova apparizione della nube luminosa (…) la rivelazione
> divina corregge e integra l’interpretazione di Pietro (…) Gesù in quanto
> Figlio amato e servo fedele è la ‛tenda’ della presenza dell’incontro con Dio.
> Il suo compito di rivelatore è unico e definitivo. Perciò davanti ai discepoli
> rimane lui solo”.
>
> (Rinaldo Fabris, Matteo, Borla, 1996)
Accedere al monte della Trasfigurazione è accedere nel ventre luminoso del
καλός, del bello, e come Pietro decidere di volerlo abitare. Ma cosa è il Bello
secondo il Vangelo? Ossimoro di una nube che fa luce. O di una luce che si
nasconde nella nube. Il bello è l’ineffabile che si ritira? Bello è il corpo
sfigurato di Gesù in croce? Bello il corpo trasfigurato in croce? Bello il
silenzio del Padre? Cosa è il bello? Un sabato d’attesa? Qualcosa che “si ritira
continuamente dalle forme già acquisite”? Bello è il Vuoto? Bello è franare
nell’apofasia? Bello è più della legge? Bello è più dei profeti? Bello è il
Calvario? Bello è il Vuoto sepolcro di Pasqua? Bello è lui solo?
Raffaello, Trasfigurazione, 1518 ca.
*
SCENDERE DAL MONTE
Rinunciare del tutto a fare qualcosa di se stessi
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da
grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete».
Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal
monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il
Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». (Mt 17,6-9)
> “(Bonhoeffer) precisa «non il piatto e banale essere-di-questo-mondo degli
> illuminati, degli indaffarati, degli indifferenti o dei lascivi, ma il
> profondo essere-di-questo-mondo, che è pieno di disciplina e in cui la
> conoscenza della morte e della risurrezione è in ogni momento presente».
>
> (Fernando Vittorino Joannes in Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni
> Crisostomo, ivi, p.22)
Farsi rapire fin sulla cima del monte è accettare di farsi tramortire. La faccia
a terra, come nell’atto della consacrazione. Come morti in attesa di farsi
risorgere. Tramortiti dalla luce. Ma Cristo si avvicina. Cristo solo. Cristo ci
sfiora, Cristo solo. Cristo ci risolleva e nelle sue labbra sembra di vederla la
coda della morte che lui ha appena ingoiato. Dagli orli della bocca scivolano
gocce di luce. Lui solo rimane. Lui solo nelle pupille smarrite dei discepoli
che trovano il coraggio di risollevarsi. Lo guardano ammutoliti e lui ordina
alle loro bocche di rimanere così, cucite, almeno fino al Calvario e alla
Pasqua. Poi lui stesso sfilerà il sigillo tra i fuochi della Pentecoste.
Non resta che tornare a questo mondo. Ma con disciplina, come chi ha la morte e
la resurrezione di Cristo incisa nella carne, presente in ogni momento. Salire
al monte della Trasfigurazione e poi scenderne è questo: accettare di vivere
ogni cosa nel sigillo di morte e resurrezione. Ecco la dossologia universale,
ecco l’essere oggetti del tempio cosmico.
> “Ancora una volta Bonhoeffer «Quando si è rinunciato del tutto a fare qualcosa
> di se stessi – un santo, un peccatore convertito o un uomo di Chiesa (una
> cosiddetta figura sacerdotale!), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano
> – ed è questo che io chiamo ‛mondanità’ o ‛essere-in-questo-mondo’, cioè nella
> pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle
> esperienze acquisite e delle perplessità, allora ci si getta interamente nelle
> braccia di Dio, allora si prendono finalmente sul serio non le proprie ma le
> sofferenze del mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani e, io penso,
> questa è fede, questa è metánoia e così diventiamo uomini cristiani. Come ci
> si potrebbe insuperbire dei propri successi e avvilire per gli insuccessi
> quando nella vita di questo mondo si è compartecipi al dolore di Dio?”
>
> (Fernando Vittorino Joannes in Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni
> Crisostomo, ivi, p.32)
Scendere dal monte per gettarsi interamente nelle braccia di Dio, liberi
finalmente dall’assillo di dover essere qualcosa, o qualcuno. Liberi, dopo aver
rinunciato a noi stessi.
La trasfigurazione sarà compresa solo dopo la Pasqua, sarà il momento in cui i
discepoli lasceranno definitivamente le reti, quelle a cui erano tornati, perché
quella vita non li illuminava più. Perché era ormai muta. Sfigurata. Quel giorno
si sentiranno ancora chiamare, sentiranno distintamente la voce del maestro, e
si incammineranno ancora, definitivamente, sulle sue tracce. Adesso consapevoli
che il mondo chiede di essere trasfigurato ma che questo è possibile solo
compartecipando al dolore di Dio. Alla sua morte per amore. Alla sua
resurrezione.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Teofane il Greco, Trasfigurazione, XV secolo
L'articolo Finalmente liberi, dopo aver rinunciato a noi stessi. Discorso sulla
Trasfigurazione proviene da Pangea.