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Il cuore dei libri di Mario Fortunato pulsa ancora (anzi, è più vivo che mai)
Amo molto scrivere di un libro per parlare di un altro libro. Magnolia Quartet, l’ultimo romanzo di Mario Fortunato (Aboca, 2025), ha per protagonista non tanto dei personaggi quanto l’amicizia, forse perfino un certo modo di sentirsi consanguinei nonostante la differenza d’età. Racconta l’amicizia fra un pittore cinquantenne e tre ragazzi e mi ha fatto tornare in mente un altro libro di Fortunato, Noi tre, un memoir che è anche un apprendistato alla scrittura (e quindi alla vita, per uno scrittore) e un omaggio ai suoi amici di un tempo, Pier Vittorio Tondelli e l’ormai dimenticato Filippo Betto. Noi tre però tratta degli anni Ottanta; è anzi uno dei nostri libri più belli e veri su quegli anni funestati dall’AIDS; mentre Magnolia Quartet è ambientato ai giorni nostri.  In Magnolia Quartet si sente la presenza delle guerre del nostro tempo, di una Terza guerra mondiale “fatta a pezzi, sbocconcellata”; a un certo punto il narratore si chiede, dopo le commozione iniziale di fronte ai primi morti in Medio Oriente, quante vittime conteremo in futuro – cioè adesso – senza nemmeno farci più caso. È il dramma delle guerre: l’indifferenza dinanzi all’orrore quotidiano, la morte che diventa una normalità da subire e accettare insensibilmente. Il narratore scoppia a piangere sconsolato, su un aereo diretto a Londra. Il suo giovane amico, Lele, non capisce la sua disperazione.  Ma non voglio qui riportare la trama o i tanti avvenimenti di Magnolia Quartet, che è comunque, credo, uno dei romanzi minori di Mario Fortunato (non è una formula riduttiva: se c’è una cosa che la letteratura ci insegna è che i romanzi minori possono essere validi quanto e più di tanti supposti romanzoni grandiloquenti e impacciati). Basti dire che ci troviamo di fronte a un narratore colto e buffo che, per dirne una, osserva con sgomento divertito le evoluzioni “grammaticali” – gli sms zeppi di abbreviazioni e emoticon – dei suoi giovani amici. È un romanzo sull’amore e su ciò che resta dell’amore dopo che abbiamo amato; è quindi pure un romanzo sulla gelosia, che è il rovescio (talora inevitabile) degli amori che proviamo. Mario Fortunato ha sempre scritto di sentimenti, delle intermittenze dei nostri cuori innamorati e goffi.  Quanto al “Magnolia Quartet”, sono le quattro magnolie nel piccolo giardino della casa del narratore ma anche i Quartetti per archi di Haydn, che il narratore ama. Il romanzo di fatto è – con leggerezza – scandito in quattro movimenti musicali: Allegro, Adagio, Scherzo e Rondò. E i personaggi del libro, il narratore e i suoi amici, sono a loro volta quattro: in questo la struttura di Magnolia Quartet è originale e intelligente.  Se tuttavia ho detto – e ripeto – che si tratta di uno dei romanzi minori di Mario Fortunato è perché ho sempre avuto a cuore un altro suo romanzo: il suo primo libro importante, L’arte di perdere peso, pubblicato da Einaudi nel 1997. Di fatto L’arte di perdere peso mi sembra un’opera che andrebbe riesumata dall’oblio a cui lo hanno destinato i nostri tempi sbadati e immemori. È un romanzo dalla struttura complessa, che pure si legge con facilità, ossia con la sensazione di essere sempre “in buone mani”, come accade con gli autori che contano davvero e che rimangono nel cuore – il cuore, vale la pena ribadirlo, è sempre importante nei libri di Fortunato.  L’arte di perdere peso è un romanzo-mondo contenuto in appena duecento pagine. I tanti personaggi si toccano e si allontanano di continuo, fra malattie, morti violente, diete, amori, suspense, taccuini di appunti e malinconie. A un certo punto si legge: “I sentimenti, le emozioni, tutto ciò che si definisce approssimativamente come anima, Blasi aveva finito per considerarlo come la conseguenza di una buona o cattiva digestione”; e infatti L’arte di perdere peso, come suggerisce il titolo, è anche un romanzo sul corpo, oltre che sui sentimenti. Il capitolo quattro, l’omicidio di Julien Fabre che poi darà corso e fiato alla narrazione (pur senza mai cadere nei trucchi del romanzo di genere), è stilisticamente impeccabile, mentre le pagine sul cancro, intitolate Il suono di una mano, sono forse quanto di più commovente Mario Fortunato abbia mai scritto, un capitolo che tenta di mostrarci cosa rimane davvero nel ricordo di una vita vissuta e come ci si può – e ci si deve – preparare alla morte.  Non sono in molti a leggere i libri di Mario Fortunato. Una ventina di anni fa un suo romanzo fu candidato al Premio Strega, I giorni innocenti della guerra. Arrivò secondo, con la metà dei voti del primo classificato, Niccolò Ammaniti, premiato per il suo Come Dio comanda. È stato forse uno degli ultimi grandi “bivi” della nostra letteratura, perché per l’editoria odierna le scelte del pubblico si subiscono e non si discutono. In ogni caso ­– premi o non premi – il cuore dei libri di Mario Fortunato pulsa ancora ed è anzi più vivo che mai. Il tempo onora il linguaggio, dice un verso di Auden, ripreso nel finale di Noi tre, in una pagina esemplare. Anche i libri scritti con talento e amore saranno onorati e ravvivati dal tempo, cioè dai lettori più fedeli e attenti.  Edoardo Pisani L'articolo Il cuore dei libri di Mario Fortunato pulsa ancora (anzi, è più vivo che mai) proviene da Pangea.
March 2, 2026 / Pangea