> “Ho scoperto la poesia a sedici anni e me ne sono appassionata. Ci ho dato
> dentro per un sacco di tempo, l’ho inventata mentre leggevo, è come se
> l’avessi creata io, la poesia, esplorandone traiettorie un po’ a caso, anzi a
> ventura, a sorte, per fato, nello stesso modo in cui capita di venire su – da
> alberelli senza tralicci. Un rapporto di verginità assoluta. Menomale.”
Così Anna Lamberti-Bocconi raccontava del proprio apprendistato poetico in un
volume dedicato ad Amelia Rosselli, nel 2007. Nata nel 1961, aveva esordito
quindici anni prima con un libriccino edito da Stampa Alternativa, Sale
rosso (1992). Erano seguiti Il vino di quella cosa (1995) e Devi chiamarmi
sempre (2005), entrambi con Campanotto Editore. Quindi avrebbe inaugurato un
decennio di pubblicazioni puntuali e decisive ma sempre nella trasparenza coatta
del web o della piccola editoria: Canto di una ragazza fascista dei miei
tempi (Transeuropa, 2010), La signorina di Cro-Magnon (Sartoria Utopia,
2014), Teatro dell’amore (Le voci della Luna, 2015). Diversi poeti e artisti e
critici hanno capito e amato la sua grandezza e la sua bellezza, da Aldo Nove a
Gianni Montieri, da Anna Toscano a Cristina Savettieri, da Ivano Fossati a
Fiorella Mannoia fino a Ornella Vanoni e a qualche altro, e tuttavia i suoi
estimatori si sono sempre mossi sul filo nobile ma purtroppo sottile del
passaparola fra gli addetti ai lavori e radi lettori solitari. Anna
Lamberti-Bocconi finora è stata un segreto che abbiamo saputo scoprire in pochi.
Gran parte dei suoi libri sono fuori commercio e introvabili.
“Guai a chi si costruisce il suo mondo da solo” dice una strofa di Angelo Maria
Ripellino, ne Lo splendido violino verde. “Devi associarti a una consorteria/ di
violinisti guerci, di furbi larifari,/ di nani del Veronese, di aiuole
militari,/ di impiegati al catasto, di accòliti della Schickeria.” Ma è raro che
i poeti migliori, coloro che creano forme nuove o che sovvertono e sublimano le
difficili regole del fare versi, si associno a consorterie di
sorta. Lamberti-Bocconi infatti si è sempre mossa in solitudine, seminando le
sue poesie dove meglio capitava e fugando – per carattere e per abitudine – le
congreghe di poetastri e critici di cui rideva Ripellino. La sua è una poesia di
forme a un tempo esatte e inedite che varia dal poemetto alle quartine
fulminanti, dall’endecasillabo al verso libero ma simmetrico. L’indocilità del
suo verseggiare trova il proprio ordine tanto nell’istinto quanto in ritmi più
elaborati che accavallano enjambements e visioni e aneliti all’altro o
all’altrove, che siano degli amori impossibili o una notte disperata (“Bellezza
esatta in notte disperata”) o magari la luna disamata e sempre irraggiungibile.
Eppure – fra le più svariate disperazioni – nelle sue poesie si può anche ridere
molto, come ne Il ritorno di Don Chisciotte (2015), un poemetto di oltre
duecento versi in cui Don Chisciotte ritorna sulla Terra ai giorni nostri e si
ritrova “in un gran piazzale come un arrembaggio/ di fanciulli rapiti da
pirati”, cioè fra ragazzini prostituti e transessuali. Don Chisciotte cercherà
ancora di fare giustizia, in groppa al fedele Ronzinante. Pasolini, autore molto
amato da Lamberti-Bocconi, si sarebbe divertito assai. Di rado la poesia sa
essere così libera, così gioiosa e gioiosamente originale e viva.
Lei è Anna Lamberti-Bocconi
Quella di Lamberti-Bocconi è anche una musica che a tratti può accomunarsi
ai lapsus teorizzati da Amelia Rosselli, alla quale non a caso ha dedicato
diverse poesie, definendola “la più grande voce poetica del Novecento italiano,
l’impressionante sacerdotessa Amelia Rosselli” – e che molto le ha
insegnato. Come Rosselli, Lamberti-Bocconi sa muoversi sia a rilento che
furiosamente, in preda al rincorrersi delle immagini e delle rime o delle
assonanze. Alcuni suoi versi “ustionano l’intelletto”, altri precipitano nel
verso successivo e poi in quello seguente e così via, in una girandola di
passioni e delusioni o stupori e gesti, creando dei poemi che siano non soltanto
dei canti ma anche e soprattutto dei racconti. Di fatto Anna Lamberti-Bocconi è
– oltre che poeta e scrittrice – una lettrice esperta e ostinata, che
ama narrare.
Ne Il rischio della forma (Campanotto Editore, 2005), un libro-conversazione con
Cristina Savettieri che accompagnava le poesie di Devi chiamarmi sempre, a un
tratto dice:
> “Una volta, probabilmente avevo della cattiva disposizione d’animo, avevo la
> febbre notturna, leggevo un libro di Philip Dick, non ricordo neanche quale.
> Mi faceva tanta paura, mi addormentavo e continuavo a sognarlo, mi svegliavo,
> ricominciavo a leggere, mi addormentavo e di nuovo lo sognavo, in una maniera
> che mi agitava da morire. Mi svegliavo dal sonno perché sognavo delle cose che
> mi facevano paura, allora leggevo, poi mi veniva di nuovo paura e allora mi
> riaddormentavo, tant’è che a un certo punto non ho più capito quand’ero
> sveglia e quando dormivo.”
Neanche l’ossessione, come il riso e come l’amore (e come la disperazione che ne
consegue), è estranea alla poesia di Lamberti-Bocconi. Tuttavia la sua è
un’ossessione che ha sempre una forma ben definita e che perciò si fa musica,
ritmo – danza e bellezza.
Forse il segreto del lavorio di Lamberti-Bocconi è proprio questo: la bellezza.
C’è bellezza nella “gelida” luna che ci ammalia e respinge e c’è bellezza in Don
Chisciotte che sobbalza di fronte a un transessuale. C’è bellezza nella “notte
disperata” e senza termine e c’è bellezza in una madre che piange la propria
figlia “sciagurata”, fascista. Tutto, compresi il dolore e gli sbagli e le
tremende notti che accompagnano il poeta nel suo divenire, può incantare
attraverso la magia e la musicalità dei versi. Anna Lamberti-Bocconi sa
restituire ogni parossismo umano e disumano al bello, alla poesia che avvince.
Ne Il rischio della forma Lamberti-Bocconi racconta anche del giorno in cui si
scoprì poeta. Era giovane, una ragazza appena, e aveva appena scritto la sua
prima – afferma – vera poesia:
> “Trovavo che fossero venute tutte le rime bene, che corrispondesse
> perfettamente a qualcosa che potevo dire solo in quel modo; sentivo che avevo
> una forza espressiva che era riuscita a emergere in modo completo e
> soddisfacente e che aveva generato qualcosa di bello e di strano, e che aveva
> una sua compiutezza, cioè stava in piedi anche senza di me.”
Qualcosa di bello e di strano, dunque, e che vive al di fuori del poeta che si
incanta: questo, forse, è la poesia – la sola possibile bellezza del poeta, al
lettore destinata.
Qualche giorno fa è uscita una nuova raccolta di Anna Lamberti-Bocconi, Fu
impossibile farmi a pezzi, pubblicata in sordina da Radura. Il libriccino costa
cinque euro. Che il lettore avveduto e appassionato non se lo lasci sfuggire.
Edoardo Pisani
**
Alla luna
Ma tu chi sei, cos’hai, perché non parli,
non argenti di stelle anche lo scialbo
mattino? Sei tu stessa a incasellarli,
gli astri lucenti, o sei anche tu una figurina
senza potere, se non nelle notti
di ferire gli amanti come spina?
E quanto più sei gelida più scotti.
Ahi, bella, se potesse tutto il male
che mi consuma mutare la spada
di luce tua in un giro di scale
armoniche, ascendenti, in una strada
che a te mi conducesse! Ma non vale
niente che io faccia, che resista o cada.
Tu non mi ami: questo è il grande lutto
che oscura le mie vesti. Ma ora voglio
dirti la verità del lato brutto,
paradossale, a cui non si rimedia:
Tu non mi ami – questo è il grande male.
Io non ti amo – questa è la tragedia.
*
Da Sale rosso:
Spariremo piano piano,
come erba sotto la neve.
Amore, come temo
lo sciogliersi del tuo gentile mattino
quando un tuono ci prende
e nessuno che senta
la feroce agonia
che c’è tra luce accesa e luce spenta.
*
Da Il vino di quella cosa:
Per Amelia Rosselli
Ragazza cara, my girl, chi te l’ha fatta
così maligna verso il marciapiede
dove tutti i camion, tutti i piccioni e i luridi
impensati canali coperti scorrono;
se penso “ebbene, sto come foglia nelle stagioni,
abbiamo occhi bellissimi e padri martiri”
e resto un attimo commossa per il Creato
che si riflette malamente nella Storia
azzurro ghiaccio nell’essenza delle vesti
semplici perché da donna-ragazza
tutte queste benedette bambine che hanno studiato;
se penso in cuore tutto questo ora,
io Amelia piango troppo per la tua morte.
*
Estratto da Canto di una ragazza fascista dei miei tempi:
Notte, crudele notte solitaria
nel buio e basta, io miseramente
che ricordo ogni tratto del tuo viso,
rovina di rovine, mio niente.
Cristo Iddio ti ha tracciato i lineamenti
Dando l’arte più fine alla mia fine,
a punta di diamante acuminata,
a scienza esatta che produce fuoco.
L’anima mia rivela la fiammata.
Bellezza esatta in notte disperata.
*
Da La signorina di Cro-Magnon:
Pressione carsica.
Fiacchezza cosmica.
Caffè con zucchero.
Speriamo farcela.
*
Da La signorina di Cro-Magnon:
Quando mi interessava che la vita
mi interessasse, gettavo i miei argenti
a scialo d’acqua fresca fra le dita
con psicoterapeuti consenzienti
interessati a farla interessare.
Ora che non mi importa più di niente
e le vele stramazzano nel mare
io, come si suol dir, “vivo il presente”.
Sto sulle tracce di Nietzsche e Leopardi
con le mie bestie, il tram, il vino e i cardi;
la porca vita e i suoi frutti bastardi
te li regalo per un bacio solo,
su queste mie labbra fatte da usignolo
quando la nave se ne andrà dal molo.
*
Estratto da Teatro dell’amore 1:
Amore, io sono cenere e tu brace,
io la mano tagliata e tu il coltello,
io un povero sorriso, tu il più bello,
io vivo per miracolo e tu SEI.
Porterai il fiore della primavera
sotto i miei vetri a farmelo vedere?
Scenderò giù da basso come un ladro,
non posso fare altro, non lo posso
non fare, mi trasformo con la luna,
mi fai sentire la licantropia,
calerò in un silenzio primordiale,
ti coglierò alla schiena, anima mia,
ti stringerò al mio petto con la forza
più tenera e più bruta che ci sia,
ti toglierò quel fiore dalle mani
e aspirerò il profumo della vita.
E per tutti i millenni che verranno
quando la Terra sarà supernova
quando saranno esplosi il mondo e Dio,
anche quando la Morte avrà finito
e il Tempo sarà sceso fino in fondo,
anche allora, mia alba, mio tramonto,
mia redenzione, sarai amore: il mio.
*
Estratto da Il ritorno di Don Chisciotte:
La bella afferrò i lembi della veste
di qua e di là con le sue lunghe mani
e in un sol movimento repentino
come un sipario li divaricò
mostrando le sue grazie naturali:
ne balzò fuori un membro sì asinino
che anche il mio Ronzinante ebbe spavento
e partì in un galoppo da campione
trascinandosi dietro il suo padrone.
Ora, il mio ragionare non si placa
Se non pensando ad un malvagio scherzo
di incantatori dalla cruda beffa,
come quando la bella del Toboso,
la Dulcinea che tanto ebbi a servire,
fu trasformata per il mio dileggio
in contadina rozza e assai volgare.
Il Male che oltrepassa luoghi ed ere,
e si ripete a circolo, figura
tanto cangiante eppur fissa e perenne
come me stesso dentro l’armatura,
il Male che riflette nel suo ghigno
tutta l’umanità che non ha cura,
ha replicato quindi il suo copione.
Potessi, alla terribile legione
dei demoni cornuti e sputafuoco,
dare definitiva punizione!
Per trovare pace, finalmente,
per vedere ultimata la missione
che dall’alto mi venne destinata.
*
Da Fu impossibile farmi a pezzi:
Ecco che scende a valle il lupo grigio
a narici vibranti, a zampe forti,
ha fame e per istinto cerca l’uomo
l’atavico, violento, senza pelo
animale – che costruì la storia
che si fermò con i suoi pari erranti
il cacciatore armato di fucile.
Lupo cerca nemico, per rubare
dai suoi recinti pecore e galline
solo col privilegio di ammazzare.
L’uomo mura gli ovili e i pollai
risale al monte col fucile in spalla
è guerra ogni minuto è sempre sangue.
L’uomo sa tutto e non capisce niente
lupo capisce tutto e non sa niente.
La morale non c’è, la vita è morte.
Anna Lamberti-Bocconi
*In copertina: Massimo Campigli, L’abbraccio, 1952
L'articolo “Bellezza esatta in una notte disperata”. Sulla poesia di Anna
Lamberti-Bocconi, un segreto per pochi proviene da Pangea.
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Amo molto scrivere di un libro per parlare di un altro libro. Magnolia Quartet,
l’ultimo romanzo di Mario Fortunato (Aboca, 2025), ha per protagonista non tanto
dei personaggi quanto l’amicizia, forse perfino un certo modo di sentirsi
consanguinei nonostante la differenza d’età. Racconta l’amicizia fra un pittore
cinquantenne e tre ragazzi e mi ha fatto tornare in mente un altro libro di
Fortunato, Noi tre, un memoir che è anche un apprendistato alla scrittura (e
quindi alla vita, per uno scrittore) e un omaggio ai suoi amici di un tempo,
Pier Vittorio Tondelli e l’ormai dimenticato Filippo Betto. Noi tre però tratta
degli anni Ottanta; è anzi uno dei nostri libri più belli e veri su quegli anni
funestati dall’AIDS; mentre Magnolia Quartet è ambientato ai giorni nostri.
In Magnolia Quartet si sente la presenza delle guerre del nostro tempo, di una
Terza guerra mondiale “fatta a pezzi, sbocconcellata”; a un certo punto il
narratore si chiede, dopo le commozione iniziale di fronte ai primi morti in
Medio Oriente, quante vittime conteremo in futuro – cioè adesso – senza nemmeno
farci più caso. È il dramma delle guerre: l’indifferenza dinanzi all’orrore
quotidiano, la morte che diventa una normalità da subire e accettare
insensibilmente. Il narratore scoppia a piangere sconsolato, su un aereo diretto
a Londra. Il suo giovane amico, Lele, non capisce la sua disperazione.
Ma non voglio qui riportare la trama o i tanti avvenimenti di Magnolia Quartet,
che è comunque, credo, uno dei romanzi minori di Mario Fortunato (non è una
formula riduttiva: se c’è una cosa che la letteratura ci insegna è che i romanzi
minori possono essere validi quanto e più di tanti supposti romanzoni
grandiloquenti e impacciati). Basti dire che ci troviamo di fronte a un
narratore colto e buffo che, per dirne una, osserva con sgomento divertito le
evoluzioni “grammaticali” – gli sms zeppi di abbreviazioni e emoticon – dei suoi
giovani amici. È un romanzo sull’amore e su ciò che resta dell’amore dopo che
abbiamo amato; è quindi pure un romanzo sulla gelosia, che è il rovescio (talora
inevitabile) degli amori che proviamo. Mario Fortunato ha sempre scritto di
sentimenti, delle intermittenze dei nostri cuori innamorati e goffi.
Quanto al “Magnolia Quartet”, sono le quattro magnolie nel piccolo giardino
della casa del narratore ma anche i Quartetti per archi di Haydn, che il
narratore ama. Il romanzo di fatto è – con leggerezza – scandito in quattro
movimenti musicali: Allegro, Adagio, Scherzo e Rondò. E i personaggi del libro,
il narratore e i suoi amici, sono a loro volta quattro: in questo la struttura
di Magnolia Quartet è originale e intelligente.
Se tuttavia ho detto – e ripeto – che si tratta di uno dei romanzi minori di
Mario Fortunato è perché ho sempre avuto a cuore un altro suo romanzo: il suo
primo libro importante, L’arte di perdere peso, pubblicato da Einaudi nel
1997. Di fatto L’arte di perdere peso mi sembra un’opera che andrebbe riesumata
dall’oblio a cui lo hanno destinato i nostri tempi sbadati e immemori. È un
romanzo dalla struttura complessa, che pure si legge con facilità, ossia con la
sensazione di essere sempre “in buone mani”, come accade con gli autori che
contano davvero e che rimangono nel cuore – il cuore, vale la pena ribadirlo, è
sempre importante nei libri di Fortunato.
L’arte di perdere peso è un romanzo-mondo contenuto in appena duecento pagine. I
tanti personaggi si toccano e si allontanano di continuo, fra malattie, morti
violente, diete, amori, suspense, taccuini di appunti e malinconie. A un certo
punto si legge: “I sentimenti, le emozioni, tutto ciò che si definisce
approssimativamente come anima, Blasi aveva finito per considerarlo come la
conseguenza di una buona o cattiva digestione”; e infatti L’arte di perdere
peso, come suggerisce il titolo, è anche un romanzo sul corpo, oltre che sui
sentimenti. Il capitolo quattro, l’omicidio di Julien Fabre che poi darà corso e
fiato alla narrazione (pur senza mai cadere nei trucchi del romanzo di genere),
è stilisticamente impeccabile, mentre le pagine sul cancro, intitolate Il suono
di una mano, sono forse quanto di più commovente Mario Fortunato abbia mai
scritto, un capitolo che tenta di mostrarci cosa rimane davvero nel ricordo di
una vita vissuta e come ci si può – e ci si deve – preparare alla morte.
Non sono in molti a leggere i libri di Mario Fortunato. Una ventina di anni fa
un suo romanzo fu candidato al Premio Strega, I giorni innocenti della guerra.
Arrivò secondo, con la metà dei voti del primo classificato, Niccolò Ammaniti,
premiato per il suo Come Dio comanda. È stato forse uno degli ultimi grandi
“bivi” della nostra letteratura, perché per l’editoria odierna le scelte del
pubblico si subiscono e non si discutono. In ogni caso – premi o non premi –
il cuore dei libri di Mario Fortunato pulsa ancora ed è anzi più vivo che mai.
Il tempo onora il linguaggio, dice un verso di Auden, ripreso nel finale di Noi
tre, in una pagina esemplare. Anche i libri scritti con talento e amore saranno
onorati e ravvivati dal tempo, cioè dai lettori più fedeli e attenti.
Edoardo Pisani
L'articolo Il cuore dei libri di Mario Fortunato pulsa ancora (anzi, è più vivo
che mai) proviene da Pangea.
Perché gli artisti suicidi ci affascinano? Quodlibet riporta nelle librerie
l’ultimo libro di Édouard Levé, Suicidio, che Levé consegnò al proprio editore
pochi giorni prima di suicidarsi, nel 2007. Tuttavia nel libro Levé non scrive
di sé bensì di un amico suicidatosi tempo prima, a venticinque anni, una morte
che lo segnò profondamente e che forse – dato l’argomento del libro – ha
motivato la sua stessa scelta. Se qualcuno che conosciamo si toglie la vita il
suicidio diventa d’un tratto possibile anche per noi. Parafrasando Duchamp, si
potrebbe dire che sono sempre gli altri a suicidarsi, ma se il ricordo di un
amico suicida ci perseguita allora l’idea del suicidio – del nostro stesso
suicidio – non è più del tutto insensata. Ci si può suicidare anche per
imitazione.
In un appunto compreso nel secondo ‘Meridiano’ a lui dedicato, Claudio Magris,
parlando del suicidio di Carlo Michelstaedter, dice che si può capire un
suicidio solo “fino al penultimo gradino” e che perciò di fronte a esso bisogna
saper tacere. Édouard Levé però non tace, pur non interrogandosi sui motivi
della scelta del suo amico; ripercorre a grandi linee l’esistenza del suicida,
soffermandosi su alcuni piccoli gesti che in qualche maniera ne definiscono il
carattere e forse anche il destino, oppure su delle stranezze, come quando il
suo amico – a cui è rivolto lo scritto, come se si potesse scrivere a un morto:
e forse si può – compra in un negozio di vestiti usati delle vecchie scarpe che
poi scoprirà essere appartenute a un ragazzo a sua volta suicidatosi, quasi che
ogni suicida sia anche uno spettro famelico di altri suicidi, di altre vite
disperate e a lui offerte.
“La tua vita è stata un’ipotesi” scrive Levé all’amico, nella traduzione di
Sergio Claudio Perroni.
> “Chi muore da vecchio è un cumulo di passato. Si pensa a lui, e compare ciò
> che è stato. Si pensa a te, e compare ciò che avresti potuto essere. Sei stato
> e rimarrai un cumulo di possibilità.”
Di fatto leggendo Suicidio ci si chiede se per taluni il suicidio non sia un
modo di dare un senso a una vita che senso non può avere. Specialmente per un
artista, che a volte vive il morire delle cose intorno a sé con una sensibilità
anche disperata che può portarlo, appunto, alla tentazione di farla finita prima
del tempo.
Chi rimane in vita, chi si duole di un proprio caro morto suicida, porta nel
cuore non soltanto il dolore e l’assenza ma anche l’assurdità del suicidio di
chi ha amato. Quando l’amico di Édouard Levé si spara un colpo di fucile in
bocca lascia un fumetto aperto sul tavolo. Sua moglie vede il cadavere e, in
preda al terrore, si appoggia al tavolo e fa cadere il fumetto sul pavimento. Il
padre del suicida passerà il resto della vita a leggere e rileggere quel
fumetto, persino a regalarlo agli amici chiedendosi a quale pagina fosse aperto
e cosa volesse dirgli il figlio prima di morire.
Ma i suicidi devono per forza dirci qualcosa? Se la frase non suonasse infelice,
si potrebbe affermare che un artista che si ammazza non è un suicida come un
altro. Jonathan Franzen, per esempio, in Più lontano ancora osserva, a proposito
del suo amico David Forster Wallace, che il suicidio aveva “saziato la sua
detestabile fame di carriera”, come a dire che per un artista il suicidio può
anche essere un lasciapassare per la posterità. Analogamente, in Lessico
famigliare Natalia Ginzburg scrive, riguardo al suicidio di Cesare Pavese:
> “Pavese non aveva, in fondo, per uccidersi, alcun motivo reale. Ma compose
> insieme più motivi e ne calcolò la somma, con precisione fulminea, e ancora li
> compose insieme e ancora vide, assentendo col suo sorriso maligno, che il
> risultato era identico e quindi esatto. Guardò anche oltre la sua vita, nei
> nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei
> confronti dei suoi libri e della sua memoria.”
Sono parole dure. D’altra parte chi rimane in vita dopo il suicidio di una
persona che ha amato può reagire tanto con il dolore quanto con la rabbia. Anzi,
forse la rabbia si manifesta proprio per proteggere la fragile intoccabilità del
nostro dolore e della nostra incredulità, perché un suicidio è anche un
tradimento nei confronti dei vivi, di ciò che siamo e che dobbiamo continuare a
essere. Non sempre sappiamo sopportarlo. Non sempre possiamo accettarlo, e
perciò attacchiamo. Chi resta in vita è costretto a difendersi dall’insensatezza
della morte altrui. Il suicidio non è un gesto amichevole, dice una vecchia
pagina di Sandra Petrignani (in Come fratello e sorella, Baldini&Castoldi,
1998).
Édouard Levé è stato un artista più che uno scrittore. L’anno scorso Quodlibet
ha pubblicato il suo Autoritratto, un libro che è anche un tentativo di cercare
una nuova forma espressiva, una sorta di istantanea – Léve amava molto le
fotografie – in veste di memoir. Invece non è ancora stato
tradotto Oeuvres, Opere, che mette in elenco 533 opere d’arte non realizzate, un
catalogo immaginario che Georges Perec – grande cultore degli elenchi e autore
amato da Levé – avrebbe senz’altro apprezzato.
Édouard Levé è un minore fra i minori, però ha una peculiarità stilistica e
formale che ce lo rende caro. È uno scrittore atipico il cui suicidio, lo si
voglia o meno, fa parte dell’opera. Leggerlo è sempre interessante, perché la
morte è il nostro più grande mistero ma per lui – con coraggio e tristezza – è
stata anche un sottile esercizio di creazione.
Edoardo Pisani
*In copertina: Käthe Kollwitz, Frau mit totem Kind, 1903
L'articolo Il suicidio come esercizio di creazione. Su Édouard Levé proviene da
Pangea.
Ho sempre amato i traduttori che sono anche dei poeti, perché c’è spesso molta
poesia – molta fame di poesia – in chi traghetta la parola da una lingua
all’altra dovendo dire “quasi la stessa cosa”. Penso alle grandi versioni dei
nostri poeti migliori, fra i quali Cesare Pavese, Franco Fortini, Amelia
Rosselli, Patrizia Cavalli, Silvio Raffo. Così mi capita spesso di cercare fra i
poeti stranieri coloro che hanno anche tradotto, occasionalmente o meno. In
questo modo ho scoperto le poesie dell’argentina Mirta Rosenberg.
Mirta Rosenberg nasce a Rosario nel 1951, il 7 ottobre, data della morte di
Edgar Allan Poe, poeta che – appunto – fu tradotto da un altro grande poeta
dell’Ottocento, Charles Baudelaire. Gli echi dei poeti che più amiamo si
rincorrono attraverso i secoli e rincorrendosi si fanno strada e aprono nuove
vie ai poeti che verranno. Mirta Rosenberg è morta nell’estate del 2019. Ha
pubblicato diverse raccolte di poesie ma ha anche tradotto versi di Katherine
Mansfield, di William Blake, di Walt Whitman, di Emily Dickinson, di Anne
Sexton, di Dereck Walcott, di Marianne Moore, di Hilda Doolittle, di W.H. Auden,
di James Laughlin, di Seamous Heaney, di Anne Talvaz e di Louise Glück. Data la
mole del suo lavoro di traduzione, ho pensato di tradurre a mia volta qualche
sua poesia per i lettori italiani. Spero che le mie versioni siano un passaggio
di testimone per altri poeti e traduttori appassionati.
(Edoardo Pisani)
Mirta Rosenberg (1951-2019)
**
Materia eterea (da Marginados, 2006)
I bambini sono di gran lunga la mia rivoluzione maggiore.
Ho orbitato due volte interamente
come un gravido pianeta
intorno al sole. Ho scritto nuovi nomi
su una riga celeste, con inquietudine,
furia e sedizione.
Ho brindato in loro onore con altre donne,
con del whisky e della birra,
sul pianeta in cui le donne brindano
per le cose che crescono e malgrado esse.
Felice e sventurata, feci della mia rivoluzione
una conquista e una ferita aperta
di quelle volte in cui avevo completato la mia orbita.
La tengo in fresco perché entri in me,
una certa irriconoscibile aria familiare,
che ora i miei figli emanano
con la più grande naturalezza.
*
L’origine dell’azione (da Pasajes, 1984)
La passione più forte
della mia vita
è stata la paura.
Credo nella parola
(dillo)
e tremo.
*
Poca pazienza (da Marginados, 2006)
Il mio primo amante
aveva il doppio dei miei anni.
Piccolo di statura,
parlava con dei diminutivi
e preferiva i verbi al condizionale,
le imminenze differite.
Diceva potremmo stasera,
piccolina, e non lo facevamo mai,
neppure quella sera,
mi ha costretto a essere paziente
e ad aspettarmi dal futuro
cose diverse, piccole e tardive
invece di intonare litanie
per ciò che mai
saremmo stati.
*
Una lettera trasformata in cosa (da El arte de perder, 1998)
Sopporto sempre meno, amica mia,
le emozioni e so che a volte ho un’espressione
capace di fare notte a mezzogiorno.
A ragione credo di ricordare altri giorni
in cui la sola ombra era
quella proiettata dagli alberi,
e poi ricordo altre cose.
Ma in fin dei conti i ricordi sono delle sciocchezze.
Sono come delle fasciature, mummificano,
e io sono come una mummia
personale: ultimamente prendo
la vita come viene, come il nocciolo
di cui tutto sappiamo appesantisce l’oliva
e le dà un’anima
laboriosamente amara.
Negli ultimi tempi è morta mia madre,
ma era vecchia.
Ha cominciato a pensare alla vecchiaia
come chi vaga nella sua personale catacomba
in cui giace la sua mummia personale
e vede ogni cosa che passa come è.
Negli ultimi tempi non sono più del tutto me stessa, certo,
e vedo passare le cose
e talvolta ne finisco con esse
come un riflesso di me stessa
che si blocca nello specchio.
Quasi tutte le cose.
Sei talmente lontana che ho pensato
di fare un movimento di fondo
per scrivere una lettera a un’amica.
Ma in questa tenebra dell’io
non posso chiudere un occhio
per timore di non vedere il cambiamento
nella forma delle cose
e a poco a poco sono diventata una di queste,
una di queste cose.
Ho pensato di scrivere una lettera a un’amica
che fosse materia solida fra altre cose
più inafferrabili o fumose,
ombre più serie di ciò che ho perso.
Meno una lettera che una cosa.
E invece di spedirla ricordarmene
come un cambiamento della cosa,
perché diventi fra noi due,
la mia amica e io,
materia di metafora.
*
Da El árbol de palabras (2018)
La poesia fiorisce quando la storia è avversa all’umanità. Massacri, campi di
concentramento, regimi totalitari le danno un significato più profondo. La
vediamo come una risorsa naturale, parole che sono lì, a portata di mano, per
consolarci dell’inconsolabile.
La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande. Se ha un motivo
occulto, un disegno, l’obiettivo di convincere, diventa un pamphlet.
Il protagonista è il linguaggio, è questo che ci unisce e che ci separa. Animali
parlanti, pensanti. La poesia è anche pensiero.
(traduzioni di Edoardo Pisani)
*In copertina: Magnus Enckell, Ragazzo con teschio, 1893
L'articolo “La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande”.
Scoprendo Mirta Rosenberg proviene da Pangea.
Per alcuni artisti l’arte è un campo di battaglia. È certamente il caso
dell’eclettico e sorprendente Pablo Echaurren, pittore romano nato nel 1951 che
da più di mezzo secolo sovverte il mondo della pittura contemporanea. Io però
non lo scoprii come pittore bensì come fumettista. C’è infatti un suo libro
edito da Bollati Boringhieri nel 2000 che si intitola Vite di
poeti: Campana, Majakovskij, Pound. È un fumetto, e per molti pittori-parrucconi
quella del fumetto è un’arte minore o nient’affatto un’arte. Non per Pablo
Echaurren.
Quando trovai quel libro cercavo una visione di Campana che non fosse artefatta
o legnosa o viceversa troppo roboante ma in fondo vacua, simile più a un fuoco
d’artificio che alla vera fiamma dei poeti. Cercavo qualcuno che amasse
veramente Campana e che capisse la portata a un tempo rivoluzionaria e classica
della sua poesia e della sua avventura poetica. In una vignetta Echaurren
scrive:
> “Il suo cuore goccia stilla a stilla quel senso dei colori che intende portare
> nella poesia italiana.”
Ma ancora più conta il disegno: una mano, la mano di Campana, stringe un cuore
pulsante e delle stilografiche e dei pastelli, in un’esplosione di colori e
sentimento, di sangue e inchiostro. La poesia non deve essere separata dai
sentimenti del poeta, sembra dirci Echaurren. L’arte deve saper celebrare la
vividezza e l’unicità della vita dell’artista.
L’arte di Pablo Echaurren è uno stato d’animo in rivolta. È figlia per l’appunto
di Campana, di Pound, di Majakovskij, di Marinetti. È un’arte che sa vedere dove
altri non vedono, sentire e creare dove altri non sentono o non creano o creano
male e controvoglia, seguendo la moda o i dettami della noia. I suoi quadri sono
disseminati di vortici e sequenze coloratissime e ipnotizzanti che trovano anche
un ordine nel caos. I suoi collage usano il punk (penso a Ex-pistols, dai Sex
Pistols) e il futurismo e i fumetti e le sagome dei cartoni più conosciuti, però
con uno stile composito e personale che non è mai azzardato ma porta alla
felicità di chi osserva e – ripeto – alla rivolta. Perché l’arte di Pablo
Echaurren non è mai innocua né accondiscendente. Non è un’arte per ricconi in
cerca di facili brividi fintamente rivoluzionari.
C’è un altro volumetto che ho a cuore quasi quanto i suoi quadri più
sovversivi, Controstoria dell’arte, pubblicato da Gallucci nel 2012. Il
sottotitolo suona come un verso surrealista: Breviario di un bastiancontrario.
Qui Echaurren indossa le vesti di scrittore e affronta a proprio modo la storia
dell’arte nel corso dei secoli, dalla preistoria alla street art. Il libro è un
diletto sovversivo che a tratti dissacra i miti intoccabili del mondo dell’arte,
perché da esso – dal mondo artistico, dal mondo culturale – nasce “l’artista
d’avanguardia che nessuno capisce ma ciascuno ambisce a mostrare ai propri
ospiti quale fiore all’occhiello, quale belva trasformata in agnello, quale
orpello per abbellire il tinello”, scrive Echaurren nel capitolo L’artista. Come
a dire che la sua non sarà mai un’arte da salotto. Che Pablo Echaurren, in vita
e in vecchiaia e quindi in morte, non si lascerà addomesticare dalla brama di
denaro o dal demi-monde dei nobili tirchi o spendaccioni.
L’opera pittorica (e non solo) di Echaurren è ancora in parte inesplorata. Pablo
Echaurren è un rivoluzionario incallito che fa della propria arte una
rivoluzione permanente, e le vere rivoluzioni finiscono spesso sconfitte dal
mercato o dagli stolti. Quest’anno sono usciti due suoi libri in
sordina: L’eterna periferia (Bordeaux Edizioni) e Il mio Baruchello (Mauvais
livres). Seguire le sue tracce non è semplice, perché si muove fra piccoli
editori e vecchi cataloghi di mostre che conservano però intatta la loro aura
eccentrica e contestataria. Vale la pena di scoprirlo e sorprendersi. Vale la
pena di aggregarsi alle insurrezioni indomite di Pablo Echaurren.
Edoardo Pisani
L'articolo La rivoluzione permanente di Pablo Echaurren, l’arista “bastian
contrario” proviene da Pangea.
Che mistero l’opera di Harper Lee. Recentemente ho trovato, in un volumetto
dedicato al film Il buio oltre la siepe (Gremese Editore, 2024), una delle rare
interviste che concesse dopo la pubblicazione del suo capolavoro. È
un’intervista radiofonica che fu trascritta in un libro dall’intervistatore, Roy
Newquist, e a leggerla nessuno direbbe che Lee non avrebbe pubblicato quasi
nulla oltre a Il buio oltre la siepe. Dice infatti di star lavorando a un nuovo
romanzo, sia pure lentamente. Parla di scrittura, di arte romanzesca, di
Faulkner, di Thomas Wolfe. Infine spiega:
> “Spero davvero che ogni romanzo che scrivo diventi sempre migliore, non sempre
> peggiore. Vorrei però fare una cosa, di cui non ho mai parlato molto perché è
> una cosa molto personale. Vorrei lasciare qualche traccia del tipo di vita che
> esisteva in un mondo molto piccolo. Spero di farlo in diversi romanzi.”
Qualcosa deve essere andato storto. Come tutti sanno Harper Lee è autrice
fondamentalmente di un solo romanzo, Il buio oltre la siepe, in originale To
kill a mocking bird, edito nel 1960. Nel 2015 ha pubblicato Va’, metti una
sentinella, libro che però è stato scritto prima di Il buio oltre la siepe e in
cui ritroviamo una Scout Finch ventiseienne e un Atticus Finch malato e
invecchiato. Tuttavia i “diversi romanzi” nei quali Harper Lee si augurava di
raccontare il suo “piccolo mondo”, ossia la cittadina di Maycomb, apparentemente
non sono mai stati scritti. Harper Lee è morta a ottantanove anni, con soltanto
due libri pubblicati. Uno dei due è un capolavoro, l’altro un bel romanzo nel
quale Lee conferma le sue doti di ottima narratrice.
A ottobre è invece arrivato nelle librerie il postumo La terra del dolce
domani (Feltrinelli, traduzione di Mariagiulia Castagnone), un libro contenente
diversi racconti di Harper Lee precedenti a Il buio oltre la siepe e qualche
articolo pubblicato successivamente. L’introduzione di Casey Cep, che sta
lavorando alla biografia ufficiale di Lee, delinea la storia editoriale di ogni
racconto e dà qualche ragguaglio critico e biografico sulla scrittrice. Ciò che
più colpisce è il talento stilistico e narrativo di Lee in ognuna di queste
prove giovanili; anche nei racconti meno riusciti c’è sempre un paragrafo o un
rigo illuminante o divertente. Pian piano Harper Lee stava scoprendo che la sua
infanzia – come la sua Alabama – poteva essere un prezioso salvadanaio di tipi
umani e di storie esilaranti o avventurose. Trapiantata a New York, mandava i
suoi racconti a riviste grandi e piccole e riceveva immancabili rifiuti che però
non la scoraggiavano. Sapeva di potercela fare, di avere in sé qualcosa di
speciale da dare al mondo. Era un’artista seria. Anche in questo, nel suo
battersi per essere accettata da un’editoria che la respingeva, era una
scrittrice di prim’ordine, forse una grande scrittrice in nuce. Eppure sarebbe
stata l’autrice di una sola opera. Il suo secondo romanzo può infatti essere
considerato quasi un libro postumo: Lee ha pubblicato Va’, metti una
sentinella appena un anno prima di morire, riesumandolo dalle sue carte.
In uno dei racconti più belli di La terra del dolce domani, Il Natale per me,
Harper Lee racconta di quando una coppia di suoi amici newyorchesi, Michael e
Joy Brown, le offrirono come regalo natalizio un anno sabatico per consacrarsi
alla scrittura. Per lei era un regalo folle, di cui non sapeva se essere
degna. E se avesse fallito? Se non fosse diventata la scrittrice che sognava di
essere? Michael Brown era un famoso paroliere e compositore e le presentò il suo
agente letterario; le cose cominciavano a muoversi, a evolvere. Che New York
potesse infine accettarla?
I coniugi Brown credevano nella loro amica, non soltanto per i racconti inediti
che avevano letto ma anche per il talento che traspariva dalle lettere che
spediva loro dall’Alabama. Erano certi di avere a che fare con una scrittrice
sensazionale. Harper Lee poteva diventare una grande scrittrice americana e con
il senno di poi la loro offerta si sarebbe rivelata essere un investimento più
che un regalo. Lee difatti non dimenticherà mai il suo debito nei loro
confronti. Si diventa grandi scrittori – o semplicemente scrittori – anche
grazie a chi ha creduto in noi quando neppure noi eravamo capaci di farlo,
quando tutto in noi e fuori di noi ci gridava di desistere, di mollare. Scrivere
significa tener duro e andare avanti nonostante i rifiuti e il silenzio.
Cosa è successo a Harper Lee? Perché non ha scritto i “diversi romanzi” che
aveva in mente di scrivere? Di certo la sua Maycomb è più viva e affascinante
che mai, con la piccola e ribelle Scout, il suo caro fratello Jem, il timido Boo
Radley, la scontrosa ma amorevole Calpurnia, il compagno di giochi Dill (che in
realtà è Truman Capote, amico d’infanzia di Lee) e ovviamente l’indimenticabile
Atticus Finch. Il buio oltre la siepe è un grande libro sull’infanzia e sul
senso di giustizia che si smuove nei bambini di fronte ai soprusi degli adulti
più stolti. Nel corso del romanzo Scout Finch scopre la compassione e il
coraggio – scopre la vita, scopre l’avventura – e la sua storia ci dice cosa
significa essere e restare umani anche in tempi neri, anche di fronte al male.
Harper Lee ha scritto uno dei grandi classici della letteratura nordamericana
del secondo Novecento e forse pure per questo non ha voluto o saputo scrivere
altro. Un po’ ne soffriamo. Un po’, certo, sappiamo che non avrebbe potuto
essere altrimenti. In mancanza di opere successive dunque leggeremo tutto ciò
che sarà dato alle stampe dagli eredi, tornando di tanto in tanto alla Maycomb
di Il buio oltre la siepe, a Scout, a Jem, a Atticus, a quel mondo talmente
piccolo eppure universale… La terra del dolce domani è comunque un’ottima
strenna per avvicinarci al Natale.
Edoardo Pisani
*In copertina: Harper Lee e Mary Badham, 1961
L'articolo “Spero di farlo in diversi romanzi”. Sul silenzio di Harper Lee
proviene da Pangea.
Di rado gli scrittori con delle grandi specificità stilistiche sono dei grandi
scrittori. Non sono nemmeno degli scrittori minori, solitamente. Sono piuttosto
dei casi a parte: degli scrittori per scrittori, degli scrittori di culto. Si
nascondono nelle ombre delle nostre librerie e il grande pubblico non è il loro
destino né il loro auspicio. Rifuggono le classifiche e le onorificenze e di ciò
gli siamo grati. D’altronde uno scrittore di culto può essere perfino più
prezioso di un grande scrittore, perché è irripetibile. Credo che questo sia il
caso di Michele Mari.
L’ultimo romanzo di Mari, I convitati di pietra, edito come gli altri da
Einaudi, è uno dei suoi libri più personali e felici, nel senso che per la prima
volta Mari immagina per un personaggio a lui prossimo una possibilità di amore
riuscito, “felice”, sia pure in extremis e racchiuso in una sola notte. La trama
del romanzo è un congegno complesso ma manipolato con efficacia: una classe, la
III A, dopo l’esame di maturità si accorda di versare ogni anno una somma in un
fondo che sarà poi destinato agli ultimi tre ex alunni rimasti in vita. Si
tratta di una scommessa che è anche uno spietato gioco con la morte di ognuno di
loro.
Seguiranno assassinii, suicidi, frustrazioni, invidie, malattie, malignità,
magie nere e via di seguito. La III A, i superstiti della classe, si riuniscono
ogni ventidue di luglio per una cena. Così I convitati di pietra diventa un
grande romanzo sul tempo, perché cos’altro sono le nostre vite e le nostre morti
(ma anche i nostri amori) se non il suggello del tempo che passa e che ci
devasta?
In uno dei racconti più belli di Michele Mari, Laggiù, contenuto
in Tu, sanguinosa infanzia (1997), due vecchi parlano dei loro ricordi
d’infanzia. Il dialogo si svolge durante una malinconica sera d’estate del
2030, e si conclude con due battute che suonano come dei versi: “Non c’è stato
molt’altro, nella vita. / No, è quasi tutto laggiù.” Il laggiù è l’infanzia, il
bambino che ognuno di noi è stato e che spesso vorremmo tornare a essere, ma
in I convitati di pietra Mari lo tramuta negli anni del liceo, che sono ben più
spietati dell’infanzia. I personaggi del libro, fra i quali spiccano l’onanista
Luca Brodo e il cinefilo nerd Lothar Semprini, si imprigionano nel tempo perduto
delle loro giovinezze mancate (meglio: fallite) e nelle ossessioni che
definiscono le loro età adulte.
Per gran parte del romanzo sembra non esserci speranza per nessuno; tuttavia,
come scrivevo poc’anzi, e a differenza di Cento poesie d’amore a Ladyhawke o
di Rondini sul filo o anche del recente Locus desperatus, qui Michele Mari ha
compassione per la vita sentimentale di un personaggio adulto che gli somiglia.
Credo sia la prima volta.
A un certo punto infatti accade questo:
> “Al mattino lui le spiegò che quella notte, resosi conto di non averlo mai
> fatto, si era detto che non poteva morire senza aver dormito una volta insieme
> a lei, s’intende castissimamente.”
E viene alla mente Ladyhawke, perché sarebbe bello che lei, Ladyhawke, posto che
esista e che sia ancora in vita, e qui mi rivolgo ai veri cultori di Mari, legga
questo libro e soprattutto questa frase, questa scena, la piccola rivincita
sentimentale di un personaggio dal “tragico destino”, per citare – in onore al
fumettologo Lothar Semprini – il barone Ungern Kharn di Hugo Pratt: “Ricordate
al mondo che avevo un tragico destino.”
Chi non vorrebbe abbracciare, sia pure “castissimamente”, per un’ultima
indimenticabile notte, la donna o l’uomo che ci è stato negato? Gli amori
mancati della nostra giovinezza sono quelli che ci perseguitano per tutta la
vita ma che forse ci salveranno nel momento ultimo. Questo pensiero è nato
leggendo il libro di Mari. Chi ama invano non muore invano, credo, perché
comunque ama.
I temi di I convitati di pietra sono tanti e gli estimatori di Michele Mari
possono dilettarsi a enumerarli. C’è la morte, certo, e c’è la malattia, ma ci
sono anche i fumetti, sua grande passione, e poi il cinema. C’è qualche battuta
sul calcio e si sente che il cuore di Mari è rossonero. C’è l’amore, come sempre
frustratissimo. Ci sono le macumbe che già ci divertivano nel delirante Rondini
sul filo, un libro che Einaudi dovrebbe riportare nelle librerie (su eBay lo
vendono a 75 euro). Infine c’è il sesso, o per meglio dire un onanismo feroce e
compulsivo, perché Mari rifugge sempre le scopate “normali”, come respinge la
scrittura “normale”, e anche l’unica vera scena di sesso del romanzo, a pagina
122, è una parodia del film La bestia, di Walerian Borowiwczyk, una pagina
spassosissima. I cinefili ameranno molto I convitati di pietra.
Chissà cosa scriverebbe Michele Mari delle proprie opere. In I demoni e la pasta
sfoglia (Cavallo di Ferro, 2010), una ricca raccolta dei suoi saggi letterari,
suddivide gli scrittori che più ama in diverse sezioni: dagli ossessionati ai
feticisti, dai furenti misantropi ai sadici e voyeur, e così via. La cosa
divertente è che lui potrebbe appartenere a tutte queste categorie
contemporaneamente, pur traboccando da ognuna di esse. Ma occorre
ripeterlo: Mari non è un grande scrittore, non vuole e non deve esserlo. È
invece (per fortuna) ben altro, qualcosa di più indefinibile e prezioso. È però
un grande stilista, ossia un autore capace di scegliere un
peculiarissimo stile e di restargli fedele per centinaia di pagine, anche
trattenendo il fiato. Ciò a volte può renderlo difficile, o scorbutico. Michele
Mari è uno scrittore che non si lascia mai addomesticare dai propri lettori. È
uno scrittore che talvolta tiene il broncio.
La trama di I convitati di pietra dunque prende il volo man mano che gli alunni
della III A muoiono, perché più scorre il tempo – il romanzo si svolge in gran
parte nel futuro, come il racconto Laggiù – più Mari si concentra sui tipi umani
che davvero gli stanno a cuore e che gli somigliano. La trovata di Gene Hackman,
da aggiungere alle tante ossessioni dei personaggi mariani, è a un tempo buffa e
commovente, come e anche più delle macumbe e delle perversioni onaniste del
terribile Luca Brodo. Non nasconderò di aver concluso il romanzo con il
rimpianto di non essere stato uno dei compagni di classe di Michele Mari, anche
il peggiore di loro. O uno dei suoi personaggi.
Degli scrittori ossessivi è bene ossessionarsi. I convitati di pietra è uno dei
migliori libri di Mari, con (è il mio personalissimo podio) La stiva e
l’abisso e Locus desperatus. Ma amo anche il suo Leopardi licantropo, cioè Io
venía pien d’angoscia a rimirarti, e poi Tutto il ferro della torre Eiffel. E i
suoi racconti migliori, certo. E Di bestia in bestia, di cui cerco da anni la
rara edizione Longanesi: mi piacerebbe leggerla e confrontarla alla nuova
versione Einaudi, che è una riscrittura. In realtà, ogni sua opera è un caso a
sé, perché Michele Mari è uno scrittore che non si ripete mai e che sorprende
sempre. Anche per questo ci affascina. È uno scrittore unico. Non lo
dimenticheremo.
Edoardo Pisani
*In copertina: un’opera di Max Klinger dal ciclo “Ein Handschuh”, 1881
L'articolo Del mio culto ossessivo per Michele Mari. Ovvero: leggendo “I
convitati di pietra” proviene da Pangea.
In Lacrimae rerum (Einaudi, 2025) Patrizia Valduga scrive alcune strofe di
sfinitezza e altre di battaglia. Battaglia civile, e poetica. “Ma ho scritto
tutto. Ho chiuso la partita” dice uno dei suoi versi, perché Valduga sembra
davvero prepararsi non soltanto al silenzio ma anche alla propria fine, alla
morte, fino a fantasticare sulla bara che conterrà il suo cadavere:
> “Ma dentro la mia scatola di legno
> avrò sostegno? avrò qualche sostegno?”
Nei versi iniziali della raccolta però la sua rabbia civile e poetica si fa
fuoco e nerbo e combatte lo “stermino che non trova fine,/ tra terra e cielo
senza più confine,/ tra terra e corpi e corpi tra rovine,/ tra cielo e corpi
fusi senza fine”. Patrizia Valduga si riferisce allo scempio di Gaza.
Nelle pagine finali del libriccino, in una serie di note intitolate Quasi
un’appendice, riporta un articolo del 2002 e uno del 2003, apparsi entrambi su
“la Repubblica”; nel primo scriveva che “di tutti gli appelli alla ragione, al
buon senso, all’umanità e alla giustizia, Sharon e il suo esercito se ne fotte
[…]. Si edificherà la pace sui campi concimati dalla carne umana e dalla
cenere?”; nel secondo attaccava Bush e la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq
di Saddam Hussein:
> “L’ho visto Bush che inneggia alla vittoria, che aizza in una perfetta
> scenografia hollywoodiana gli spiriti marziali dei suoi guerrieri, fieri di
> essere arruolati sotto le insegne della morte.”
Erano tempi di tenebra. Lo sono ancora, in misura anche maggiore. Patrizia
Valduga ha capito o sentito di non poter tacere e per lei non tacere significa
scrivere. Scrivere versi.
La poesia può poco contro il male, ma ciò che può non è vano. La poesia può
gridare nel presente ciò che il presente – l’attualità, la politica – stenta a
capire o ad ammettere. Il poeta può farsi non soltanto testimone del proprio
tempo ma anche difensore e giustiziere di ciò che in noi permane di umano di
fronte all’orrore tracotante dei potenti e ai loro soprusi. In questo senso il
poeta è davvero un essere sacro, e anarchico. Il poeta deve parlare ai cuori dei
puri e dei ribelli che in futuro – nel mondo prossimo che verrà, se verrà –
malediranno il male. Che non vorranno assolverlo o ripeterlo.
“Il governo di Israele ha assassinato più di sessantamila palestinesi” scrive
Patrizia Valduga nella nota alla parola sterminio, parola che tanto ha fatto
discutere i maîtres à penser dei salotti occidentali. “È uno sterminio”,
esordisce infatti il suo Lacrimae rerum, e il titolo riprende un’espressione
dell’Eneide, “lacrime delle cose”, o, nella traduzione che riporta Valduga
(Einaudi, 2012), dei “fatti”. Enea – annota Valduga – guarda le pitture che
hanno per oggetto la guerra di Troia e si commuove, scoppia in lacrime. L’eroe
piange e il poeta piange con lui. Anche la storia umana si dispera, e noi con
essa.
Patrizia Valduga può essere definita una poetessa sia erotica che civile. Molti
versi di Lacrimae rerum sono personali, d’amore, di solitudine, di sfinitezza,
di vecchiaia, mentre altri ricordano il suo amato Giovanni Raboni. Il suo
verseggiare è sempre chirurgicamente preciso e energico. Anche per questa
ragione le sue sono spesso strofe di battaglia e di passione.
“Ma adesso servono resurrezioni” urla la poetessa, “non me, non più me: leggete
Raboni!” E già qualche anno fa, in Belluno (Einaudi, 2019), Valduga chiedeva in
versi al sindaco di Milano e al presidente della Repubblica Mattarella di
intitolare una via al poeta che era stato il suo compagno di vita e di poesia.
“Raboni” ribadiva “è fra i più grandi in ogni aspetto:/ è un patrimonio
dell’umanità./ Intitolategli il suo Lazzaretto/ in nome di giustizia e verità!”
Tuttavia la migliore Valduga civile è quella di Corsia degli incurabili, un atto
unico del 1996 ora raccolto in Prima antologia. Ecco due terzine esemplari e
ancora attualissime:
“Ahi! serva Italia ancora coi fascisti,
e con quell’imbroglione da operetta,
ladruncolo lacchè dei tangentisti!
Le tivù ci hanno fatto l’incantesimo…
Se non scarica il cielo una saetta,
tutti servi del secolo ventesimo!”
In Lacrimae rerum – a tratti – il suo orrore e il suo sdegno per le carneficine
in Palestina hanno la stessa forza indoma dei suoi versi migliori.
Il poeta può poco contro il male, ma ciò che può è sacro. Anche di fronte
all’orrore, anche di fronte alla sua stessa morte.
Edoardo Pisani
*In copertina: Patrizia Valduga in un ritratto fotografico di Renzo Chiesa
L'articolo Ai cuori dei puri e dei ribelli. Leggendo le ultime poesie di
Patrizia Valduga proviene da Pangea.
C’è un racconto di Roald Dahl – Lo Scrittore Automatico, contenuto in Il libraio
che imbrogliò l’Inghilterra (Guanda Editore, traduzione di Massimo Bocchiola) –
in cui un aspirante scrittore inventa una macchina che scrive racconti e romanzi
in modo automatico. Deluso dai continui rifiuti degli editori, il protagonista
decide di vendicarsi proponendo a tutti gli scrittori del mondo di smettere di
scrivere prestando il loro nome alla sua macchina, che dunque scriverà al posto
loro. I primi due autori a cui si rivolge, nei quali non è difficile riconoscere
Hemingway e Faulkner, rifiutano l’offerta, ma poi qualcuno accetta e pian piano
lo fanno tutti, perché economicamente è conveniente e anche il risultato finale
è migliore, al punto che lo stesso autore del racconto – Roald Dahl – scrive:
> “In questo preciso momento, mentre sto qui seduto ad ascoltare il rantolo dei
> miei nove figli nella stanza attigua, sento la mia mano strisciare sempre più
> vicino a quel contratto dorato che mi aspetta all’altra estremità della
> scrivania…”
Giorgio Manganelli diede una volta una definizione perfetta di Roald Dahl: per
lui Dahl era un malvagio. La malefica idea di un mondo letterario che rinuncia
alla sacralità dell’espressione artistica affidando la scrittura a una macchina
non poteva che uscire dalla sua penna. E oggi il racconto è ancora più attuale,
in tempi di intelligenza artificiale e di editing tirannici. Naturalmente è
anche un’idea di difficile o impossibile realizzazione, visto che ogni autentico
scrittore ha o dovrebbe avere un proprio stile e dunque la macchina immaginata
da Dahl dovrebbe non soltanto scrivere racconti e romanzi da sé ma anche saper
pasticciare o imitare gli scrittori ai quali intende sostituirsi. Cosa che
tuttavia l’intelligenza artificiale sembra essere capace di fare; se chiediamo a
ChatGPT di scrivere un paragrafo alla maniera di Hemingway o di Faulkner nel
giro di un battito di ciglia ce ne propone uno. Poco importa se da un punto di
vista letterario il risultato è indigesto: l’AI spaccia dei pessimi falsi con
grande sicurezza di sé. Forse la tracotanza fa parte del suo fascino.
Ma non voglio scrivere di intelligenza artificiale; non sono abbastanza
preparato al riguardo, né intendo prepararmi. Passo quindi a un altro spunto che
in qualche modo indirizzerà questo mio articolo vagabondo. È tratto da un
romanzo di Jonathan Franzen, Libertà (Einaudi, 2011), nella traduzione di Silvia
Pareschi, la quale ha per inciso dedicato un intero capitolo di un suo libro
(Fra le righe, Laterza, 2024) proprio all’intelligenza artificiale.
La situazione è questa: Joey tira fuori un romanzo di Ian McEwan, Espiazione, e
tenta di leggere, di “interessarsi alle descrizioni di stanze e giardini”,
scrive Franzen e traduce Pareschi, però non ci riesce e pensa a un sms che gli
hanno appena spedito. Si tratta di una piccola e divertente chiosa letteraria.
Qualche anno dopo, interrogato al riguardo, Franzen rivelerà di essersi voluto
vendicare di McEwan, il quale aveva detto che dopo la morte di John Updike
Philip Roth era l’ultimo grande scrittore americano rimasto, ignorando
completamente la generazione di Franzen.
Bene, credo che pensare a un personaggio di Franzen che ha difficoltà a leggere
un romanzo di McEwan ci dia una buona indicazione di dove si stia indirizzando
la letteratura contemporanea. Ciò ha a che fare anche con la deriva
dell’intelligenza artificiale e – temo – persino con gli editor.
L’editoria odierna esige quasi sempre la massima leggibilità. Il pubblico deve
essere padrone dei libri che legge, e poco importa se per ottenere tale
risultato bisogna appiattire alcuni stili considerati “difficili” – è il caso
del McEwan di Espiazione? – o magari passare la riscrittura delle opere
attraverso una sorta di collettivismo editoriale che ha ben poco a vedere con
l’espressione artistica e fin troppo con il mercato. Il lettore non deve
faticare. Lo stile di chi scrive è quasi sempre un impaccio; deve essere
invisibile o assente, altrimenti i personaggi di Franzen (che poi siamo noi
stessi) pensano agli sms che hanno appena ricevuto e non a ciò che stanno
leggendo. Lo scrittore contemporaneo deve innanzitutto saper intrattenere il
lettore, servirlo, forse addirittura mettersi ai suoi piedi.
In un articolo del 1999 (ripreso in Meglio star zitti?, Mondadori, 2019)
Giovanni Raboni riportava queste parole di Elena De Angeli, una consulente
editoriale: “Se oggi, in Italia, capitasse sul mercato un autore come Carlo
Emilio Gadda, non troverebbe un editore disposto a pubblicarlo.” Questo quasi
trent’anni fa, e secondo Raboni l’unico rimedio era la creazione di un’editoria
pubblica, finanziata dallo Stato. Un’operazione possibile? Auspicabile? O
sarebbe una rovina? Possibile che la grande letteratura – o comunque un certo
tipo di grande letteratura – non possa ormai che rivolgersi a un’editoria a
perdere?
Il lettore non deve faticare, dicevo poc’anzi. Molti editor appiattiscono stili
e rovinano opere con la stupida pretesa della leggibilità, sebbene i libri sui
quali tanto si accaniscono continuino spesso a non vendersi, il che sarebbe
divertente se non fosse purtroppo triste. D’altronde l’editoria (ma anche molti
autori!) oggi non esiterebbe a ricorrere alla macchina immaginata da Roald Dahl
pur di procacciarsi qualche lettore in più.
Venderemo dunque l’anima al Diavolo? Il Mercato riscriverà i nostri libri e si
inchinerà al sacro Dio della scorrevolezza? In una lettera a John Hamilton
Reynolds del 1818, tre anni prima di morire, Keats scriveva che non poteva fare
a meno di considerare il pubblico un “Nemico” – le maiuscole sono sue –, di
rivolgersi a lui con “Ostilità”. Forse dovremmo riflettere su queste parole.
Ma non ne verremo mai a capo. La prima regola di scrittura di Jonathan Franzen
fa invece così: “The reader is a friend, not an adversary, not a spectator.” Il
lettore è un amico, non un avversario, non uno spettatore. Chissà cosa ne
direbbe Keats. Chissà cosa ne penserebbe Gadda. Quanto a me, da lettore,
preferisco i difetti di una scrittura reale alla mancata perfezione di una
scrittura artificiosa.
Edoardo Pisani
L'articolo La letteratura ai tempi dei robot. Su libri, intelligenze artificiali
e editor proviene da Pangea.
Le poesie di Valentino Ronchi sono spesso dei piccoli racconti in forma di
versi. Ce n’è uno in cui il narratore dice di aver sognato che la donna che
aveva creduto di vedere alla finestra della casa in cui aveva vissuto Vladimir
Jankélevitch – il filosofo prediletto di Ronchi, a cui ha anche dedicato un
romanzo, Quasi niente – la faceva salire da lui, benché fosse morto.
Il poeta quindi sale e chiacchiera con Jankélevitch redivivo. Il tempo non
esiste, la morte è eliminata. Poi però Ronchi si sveglia e non è successo nulla,
il sogno non era reale. È una mattina d’inverno come tante e lo assale la fredda
quotidianità dei gesti dei vivi.
> “Ma poi era mattina dalla finestra del letto
> primo dicembre nebbioso, sole sopra la nebbia.
> Ho fatto le due caffettiere mi son vestito
> sono uscito. Occorre rassegnarsi, muoiono tutti
> persino i filosofi che parlano come poeti.”
La poesia è tratta dalla raccolta L’epoca d’oro del cineromanzo, edita da
Nottetempo nel 2016 e ormai introvabile in cartaceo.
Sebbene molte poesie di Valentino Ronchi siano dei momenti strappati alla vita,
credo che questo incontro mancato con il filosofo che più ama dica molto della
sua poetica. Innanzitutto perché Jankélevitch compare in diverse sue poesie, ma
anche perché in questi versi c’è quel malinconico distacco dal reale che
traspare in ogni sua raccolta. Ronchi è in cerca dell’effimero, del magico,
degli incontri fugaci ma indimenticabili che segnano le nostre vite. E
dall’amore, certo, però, come rivela una strofa di Primo e parziale resoconto di
una storia d’amore (Nottetempo, 2017),
> “quasi inutile che stia qui a dirtelo
> tu lo sai, è uno dei nostri segreti da poche
> ghinee: quando parlo d’amore sto parlando
> d’altro e quando parlo d’altro, s’intuisce
> facile sul fondo, sto parlando d’amore.”
L’amore per il poeta è sempre qualcos’altro, qualcosa di cui forse non si può
parlare se non per caso, e in effetti la poesia di Ronchi sembra spesso affidata
al caso, è una poesia vagabonda che danza con i sentimenti e i ricordi per
qualche rigo e poi li lascia andare, come se niente in questa vita potesse
appartenere veramente a qualcuno, meno che mai al poeta o a chi lo legge.
È una poesia fatta di segreti svelati solo in parte, che affronta il quotidiano
ma anche la morte, come abbiamo visto con Jankélevitch, e che va letta a bassa
voce, non declamando. Infatti Ronchi sussurra, non urla. Anche quando si
emoziona. Anche quando è innamorato. E il suo è il sussurro dei malinconici che
non disperano, coloro che trovano persino nel morire del tempo e delle stagioni
un motivo per stare al mondo e forse per farsene carico (“Tutto quello/ che mi
interessa, in fondo, scriveva/ Longanesi, sono le stagioni. E il modo/ loro
antico di darsi il cambio/ di passarsi ogni volta il testimone”, da Buongiorno
ragazzi, Fazi, 2019). Non c’è angoscia nei suoi versi. C’è invece molta
malinconia, anche perché di solito il suo interlocutore non è chi legge bensì un
amore imprecisato a cui dà del tu ma che rimane avvolto nel mistero, come se la
storia d’amore fosse finita da tempo – e ogni amore che finisce è malinconico.
C’è una poesia contenuta nella sua ultima raccolta (Ma tu l’hai letto “Il
giovane Holden”?, Graphe Edizioni, 2024) in cui un’amica gli rivela di aver
trovato un refuso nel testo greco dell’Iliade, nell’edizione Einaudi. Gli chiede
di non dirlo a nessuno, di non rompere il segreto. Anni dopo il poeta dà
un’occhiata al libro e il refuso è ancora lì. Allora scrive:
> “Almeno questo te lo devo:
> ne faccio un piccolo cenno, preservando
> il cuore e il centro del segreto.”
Il cuore e il centro del segreto delle poesie di Valentino Ronchi sono i
sentimenti ma anche il vagabondare, lo scrivere quasi per caso e forse per
nessuno in particolare, neanche per se stessi o per il lettore. Si scrive come
si passeggia o come si viene al mondo e forse come si muore. Però senza
disperarsi, senza gridare, perché quella del poeta è una malinconia stoica, come
quando dice che “muoiono tutti, persino i filosofi che parlano come poeti”.
Persino i poeti, sì, persino le poesie devono morire. Tuttavia, finché è vivo,
il poeta sa della propria finitudine ma non si spaventa. Ha il coraggio dei
bambini, che non ignorano la morte ma sanno volgere lo sguardo altrove.
Il poeta è la più forte e vigile delle creature umane.
Edoardo Pisani
*In copertina: un’opera di Anselm Kiefer
L'articolo Lo stoicismo del poeta malinconico. Su Valentino Ronchi e le sue
poesie proviene da Pangea.