Christine. La macchina infernale, diretto da John Carpenter e uscito nel 1983,
lo stesso anno dell’omonimo romanzo di Stephen King, vede luce in concomitanza
con una fase di straordinaria prolificità dello scrittore, che soprattutto tra
gli anni Ottanta e Novanta si affermò come una vera macchina da bestseller
horror, con numerose trasposizioni cinematografiche firmate anche da registi del
calibro di Stanley Kubrick e Brian De Palma. La pellicola, la settima di
Carpenter, dal suo canto reca un’interessante impronta psicologica inerente la
radicale trasformazione interiore e le tensioni adolescenziali del protagonista,
anche se, rispetto al testo di King, è più icastica, mitica, quasi archetipica,
incentrata sull’oggetto maledetto come entità autonoma e spettacolare.
Le due opere, pur con approcci diversi, condividono la medesima trama:
l’incontro del giovane Arnie Cunningham con una Plymouth Fury del 1958 – di un
aggressivo “rosso autunno” che è ora pallido ricordo – chiamata Christine, la
quale si rivela “adescatrice”, nonostante il suo pessimo stato, e foriera di un
patto demoniaco di fusione delle identità: chi la possiede ne è anche posseduto.
Ridotta a un rottame ulcerato dalla ruggine ai margini della proprietà di un
anziano in mal arnese – ruvido, sagace nell’eloquio e evocatore da subito di
qualcosa di metafisico e morboso che incombe su chi si lega alla vettura –, la
macchina affascina comunque, anzi calamita Arnie e una sua forma di amorevole e
tenera attenzione. Quasi che oltre la sgangherata carcassa – che sembra fare il
paio con la sua vita da emarginato – egli veda un’anima ancora ruggente e nuova
fiammante, e la bellezza di una sfida di riscatto, anche proprio – non si sa
invero dove cominci e finisca quello della macchina e dove quello di lui –, da
attuare per mezzo dell’indefettibile intento di prendersene cura con un restauro
che pare da principio una follia, ma che condurrà con tenacia e ossessiva
applicazione fino al successo. Restauro che lo avvia a una metamorfosi di
“ricostruzione” anche di sé e alla progressiva “rottamazione” della sua
precedente identità di “bravo ragazzo” occhialuto, un po’ impacciato, emarginato
e perseguitato dai coetanei più bulli.
Nell’immaginario americano l’automobile non è semplicemente oggetto tecnico, ma
uno dei grandi collettori simbolici attraverso cui la nazione si è
raccontata. La sua centralità nasce da una convergenza storica e geografica:
l’immensità del territorio, la mitologia della frontiera e la produzione
industriale di massa legata a Henry Ford e alla Ford Motor Company. Se il
cavallo era il mezzo epico della conquista dell’Ovest, l’automobile diventa nel
Novecento la sua erede meccanica: una nuova cavalcatura per attraversare lo
spazio e affermare l’individualismo. Al tempo stesso, nel film come nel libro,
la macchina ha anche vita propria, non è solo un oggetto, ma il luogo “vivo” in
cui si condensano desideri, paure e tensioni di un’adolescenza americana.
Christine si anima non tanto come mostro soprannaturale, quanto come proiezione
dell’identità fragile di Arnie: incarna il suo bisogno di potere, riconoscimento
e trasformazione. Ma qui l’oggetto che dovrebbe garantire autonomia diventa
tiranno, divora la personalità del ragazzo e la sostituisce. La macchina “vive”
perché rappresenta un’identità costruita sull’immagine e sul possesso: è il
doppio meccanico dell’adolescente, la sua fantasia di forza che si materializza
e di cui essa sembra nutrirsi.
Così, attribuire un’anima a Christine significa, tra l’altro, rendere visibile
un conflitto interiore: il rischio che, nel tentativo di diventare qualcuno
attraverso ciò che si possiede, si finisca per perdere se stessi.
Arnie Cunningham, all’inizio del film, è definito dal difetto: difetto di
carisma, di status, di attrattiva sessuale, di autonomia rispetto ai genitori –
progressisti ma autoritari quanto esigenti e interventisti nella sua educazione:
ossimoro non così irrealistico. Il suo corpo stesso è segnato da goffaggine e
insicurezza. L’acquisto della Plymouth Fury non è solo un gesto impulsivo, ma un
atto fondativo, quasi iniziatico. Nel momento in cui Arnie sceglie l’auto,
sceglie una nuova identità e percezione di sé. La macchina diventa il medium
attraverso cui egli tenta di riscrivere la propria collocazione nel mondo. In
questo senso, Christine non è semplicemente “posseduta”: è oggetto di
investimento libidico, feticcio identitario.
Il restauro della vettura è il primo grande simbolo del film. Riparare Christine
significa, per Arnie, riparare se stesso. Il resto lo compie in autonomia
l’auto, che finisce di rigenerarsi miracolosamente: le ammaccature residue
scompaiono, la carrozzeria ritorna lucente – ed è bene precisare che gli effetti
analogici qui utilizzati hanno imposto di utilizzare ben 23 modelli Plymouth. Al
contempo Arnie si trasforma: smette di indossare gli occhiali, la sua postura
cambia, lo sguardo si fa più duro, il linguaggio più aggressivo e la pettinatura
quella tipica e imbrillantinata degli anni Cinquanta. Carpenter costruisce un
montaggio parallelo implicito tra la ricostruzione della macchina e la
ricostruzione dell’Io. Tuttavia, questa rinascita è ambigua. Se da un lato Arnie
acquista sicurezza e autonomia, dall’altro perde progressivamente empatia e
legami affettivi. L’identità che emerge non è una maturazione, ma una
sostituzione: ed ecco che l’Io si modella sull’oggetto.
Qui si innesta uno dei temi centrali del film: l’adolescenza come fase di
identificazione mimetica. L’adolescente cerca modelli fuori da sé su cui
plasmarsi; in Christine, questo modello non è un adulto o un gruppo sociale, ma
un oggetto tecnologico carico di simboli culturali. La macchina è rossa,
aggressiva, legata all’immaginario degli anni Cinquanta e al rock’n’roll:
incarna una mascolinità retrò, potente e dominante. Arnie non diventa
semplicemente più sicuro; assume tratti di ribelle quasi anacronistici – si veda
il giacchetto rosso alla James Dean – quasi fosse posseduto da un ideale di
virilità arcaica; come nella sequenza in cui aggredisce il padre rispondendo con
una castrazione a una lunga storia di castrazione subita. L’auto è poi emblema
di una mascolinità mitizzata, che promette controllo e rispetto in un contesto –
quello liceale – regolato da gerarchie brutali.
Il rapporto tra Arnie e Christine assume inoltre connotazioni erotiche.
Carpenter filma l’auto con lentezza sensuale, carrellate ad hoc, e una
illuminazione tale da dare risalto plastico e lucente al suo colore e alle sue
forme: la macchina è illuminata come uno splendido corpo, i fari sono occhi, il
motore un cuore indomito, l’autoradio il suo mezzo per comunicare, ora dolce ora
aggressivo, ora allegro ora deluso, e che incredibilmente passa solo canzoni
anni Cinquanta. Christine diventa una sorta di “femme fatale” meccanica. In
termini simbolici, l’adolescente sostituisce la relazione con la donna reale (la
bellissima e ambita liceale Leigh che si lega a Arnie dopo la trasformazione di
questi) con un oggetto totalizzante che non richiede reciprocità ma esclusività.
L’auto è gelosa, elimina i rivali, isola Arnie dagli amici. Questo meccanismo
riflette una dinamica tipica dell’identità dell’adolescente fragile: la tendenza
a investire tutto in un unico polo e orientamento di senso, escludendo il resto
del mondo. L’ossessione garantisce coerenza, ma al prezzo dell’alienazione da
tutto e da tutti, all’infuori di Christine.
Un altro tema decisivo è quello dello spazio, strettamente intrecciato alla
dimensione visiva dei colori e dell’illuminazione. L’automobile, nella cultura
americana, è tradizionalmente simbolo di libertà, orizzonte aperto e movimento;
in Christine essa si rovescia nel suo contrario, diventando uno spazio chiuso,
saturo, quasi uterino. L’abitacolo della Plymouth rossa è avvolto da bagliori
quasi innaturali: il rosso laccato della carrozzeria non è soltanto un colore,
ma una presenza pulsante che invade l’inquadratura, mentre i suoi fari fendono
il buio con una luce fredda e implacabile. L’interno dell’auto diviene, poi,
luogo di intimità ma anche di segregazione. Le luci del cruscotto, con i loro
toni verdastri e lividi, modellano il volto di Arnie in modo spettrale,
isolandolo dal mondo esterno. Invece di mappare e attraversare il mondo,
l’adolescente è completamente assorbito in questo grembo meccanico, si rinchiude
in un transfert identitario che lo protegge e insieme lo consuma; mentre il
rosso dominante della vettura finisce per riflettersi simbolicamente sulla sua
identità volitiva. Christine, però, promette autonomia, ma produce isolamento,
mentre il calore cromatico della carrozzeria finisce per contrastare con la
freddezza emotiva che via via avvolge il protagonista. Emblematica del
progressivo isolamento di Arnie è la scena al drive-in: mentre Arnie e Leigh si
abbandonano al petting, l’auto reagisce come un organismo geloso. L’abitacolo si
accende improvvisamente di una luce abbagliante, quasi chirurgica, che
interrompe l’intimità e rende lo spazio amoroso una trappola che toglie il
respiro alla ragazza fino quasi a soffocarla. Presto Arnie sarà costretto a una
scelta apparentemente aporetica: Leigh, che ha colto i segni antropomorfici e
malefici della vettura in quell’abbaglio innaturale e per lei quasi fatale, o
Christine, con il suo splendore cromatico seducente e mortifero. Sceglierà
Christine. Quanto all’aspetto cromatico, poi, si prenda ad esempio il finale
della pellicola, dove la trasformazione di Arnie si compie anche sul piano
visivo: il suo volto, investito da una luce smorta, verdastra e malsana, simile
al riflesso di un neon ospedaliero, perde ogni residuo di calore umano e si fa
livido, cereo, quasi già appartenente al regno dei morti. È come se la
luminosità innaturale dell’auto lo avesse prosciugato dall’interno, lasciandone
solo una superficie spenta, pallida controparte del rosso demoniaco e pulsante
che lo ha sedotto.
Ma Carpenter, prima di giungere all’impressionante finale, lavora anche sul
contrasto tra controllo e perdita di controllo. All’inizio, Arnie sembra
dominare e plasmare la macchina restaurandola; progressivamente, è la macchina a
dominare e plasmare lui. Questo rovesciamento è forse anche allegoria del
rapporto tra soggetto e oggetto nel consumismo moderno: ciò che dovrebbe essere
posseduto diventa padrone. Per un adolescente in cerca di sé, l’identificazione
totale con un oggetto è un rischio strutturale: l’identità si riduce a ciò che
si possiede. Christine è quindi simbolo di un’identità eterodiretta, costruita
non dall’interiorità ma dall’adesione a un’immagine.
La violenza che esplode nel film – gli atti vendicativi della macchina contro i
bulli – può essere invece interpretata come fantasmagoria di rivalsa
adolescenziale. Christine realizza ciò che Arnie non avrebbe il coraggio di
fare. Ma questa fantasia ha un prezzo: ogni atto di vendetta assolutizza il
legame patologico tra ragazzo e auto, fino a cancellare la possibilità di una
crescita autonoma. L’adolescenza, che dovrebbe essere passaggio verso una
soggettività indipendente e relazionale, si trasforma in fissazione
narcisistica.
Il finale, con la distruzione fisica dell’auto, ha una valenza catartica ma non
del tutto rassicurante. Se Christine è proiezione dell’identità deviata di
Arnie, la sua distruzione è tentativo di spezzare l’incantesimo
dell’oggetto. Tuttavia, il film suggerisce che la seduzione dell’immagine –
della carrozzeria rossa, del motore che ruggisce – non si estingue facilmente.
Il desiderio che l’ha animata rimane latente anche quando l’auto è rottamata e
ridotta a cubo di ferraglie: un timido cigolio e un componente che accenna un
movimento evocano ancora vita propria.
Il film di Carpenter rimane una potente allegoria dell’adolescenza come campo di
forze: desiderio di riconoscimento, bisogno di appartenenza, costruzione di
un’immagine di sé e perfino spettro delle grandi ideologie: se consideriamo
l’ideologia come sistema di immagini, valori e promesse che offre identità e
senso di appartenenza, Christine funziona esattamente così per Arnie. Stile,
potere, sicurezza, prestigio. Non deve costruire se stesso dall’interno, ma
aderire a un’icona esterna già carica di contenuti culturali (virilità anni ’50,
dominio, ribellione rock).
Inoltre, come ogni ideologia, Christine promette coerenza e forza, ma esige
fedeltà quasi cieca. Isola Arnie dagli amici, elimina simbolicamente (e poi
concretamente) i rivali, sostituisce le relazioni umane con un legame esclusivo,
totale, ossessivo. L’ideologia, infatti, funziona spesso come oggetto di
identificazione assoluta al prezzo dell’omissione di complessità e dubbio.
Inoltre, Christine trasforma la frustrazione in violenza legittimata. I bulli
vengono puniti non attraverso un confronto umano diretto, ma tramite un
meccanismo impersonale e inesorabile che vive anche qui di vita propria. Per
questo verso, la macchina potrebbe incarnare, appunto, la logica ideologica:
eliminando il conflitto interiore e semplificando il mondo in amici e nemici,
giusto e sbagliato, fedeltà e tradimento.
Christine rappresenta la tentazione di risolvere la crisi identitaria attraverso
l’adesione totale a un simbolo esterno di potere. Ma ciò che promette coerenza
produce alienazione. L’auto non è soltanto un mostro meccanico: è il volto
seduttivo di un’identità costruita sull’apparenza, sul possesso e sulla
negazione della vulnerabilità. Ed è proprio questa seduzione – più che
l’elemento soprannaturale – a rendere affascinante il film e a costituirne il
vero terrore.
Va detto che in Carpenter, la complessità psicologica è più ancillare che in
King, seppure presente, e questo a favore di una messa in scena più essenziale e
iconica, dalla fotografia che esalta colori, luce e oscurità fino all’iperbole,
al montaggio ellittico rispetto alla sostanza del libro. Carpenter, autore già
esperto nel rappresentare il Male come entità pura e inesorabile, trasforma
Christine in una figura demoniaca autonoma; il film tende a suggerire che
Christine sia malvagia in sé, indipendentemente da Arnie e da chi l’ha
posseduta/ne è stato posseduto prima di lui. L’orrore si concentra nella potenza
dell’immagine: la macchina-donna che viene violentata (demolita) dai bulli
invidiosi e trova in sé la forza di autorigenerarsi in un connubio sensuale con
la volontà di Arnie che la osserva rivivere – e qui l’inquadratura e la
fotografia sono esteticamente riuscitissime –, o che avanza nella notte, in
fiamme: icona quasi mitologica, più che un sintomo psicologico.
Per terminare si potrebbe aggiungere che l’automobile, nella cultura americana,
funziona come metafora proteiforme: è movimento e fuga, conquista e smarrimento,
erotismo e morte. Essa unisce due impulsi fondamentali dell’immaginario
statunitense: la tensione verso l’orizzonte aperto e l’ossessione per la
tecnologia. Ogni viaggio su strada è una riedizione simbolica della frontiera;
ma ogni incidente, inseguimento o macchina ribelle ricorda che la stessa forza
che emancipa può distruggere. In questo senso, l’autovettura è uno dei grandi
personaggi collettivi della narrativa e del cinema americani: non semplice
oggetto scenico, ma vero e proprio medium attraverso cui l’America interroga la
propria identità.
Massimo Triolo
L'articolo L’erotismo della macchina, simbolo della cultura americana. Intorno a
“Christine” di John Carpenter proviene da Pangea.