Pellegrini che marciano verso Delfi; Variaghi – i mercenari vichinghi – giunti
dalla Svezia a punteggiare le mura di Costantinopoli; i ricordi di un re
decapitato; le memorie di uno spettro che nacque bandito, fu belva e infine
ruscello. Nelle poesie di Miodrag Pavlović si incontrano branchi di Bogomili
dispersi dall’azione del patriarca Arsenio: gnostici cristiani, minati da
ascetica severità, proclamavano la dicotomia tra corpo e spirito, ritenevano che
il mondo – da esaurire – fosse sotto il tallone di Satana. Nelle poesie di
Miodrag Pavlović prende voce il “vecchio bardo slavo”, seppellito vivo da
fanatiche orde; appare l’ombra del “Precursore”; vagano cavalli carnivori,
eletti nel generare giustizia. Nelle poesie di Miodrag Pavlović i fasti della
storia slava premono alle costole, tra nitriti di sangue; le cronache bizantine
– fitte di re maledetti e di re mendicanti e di re mentecatti, di infinite
mutilazioni, di intrighi di corte scaturiti per un pettegolezzo sciacallaggio –
splendono con i loro tesori di traditori.
Nato a Novi Sad nel 1928, cresciuto a Belgrado – dal 1960 diventerà direttore
del teatro nazionale della capitale serba – nominato – se poi questo è un
accesso alla grazia – al Nobel per la letteratura, Miodrag Pavlović è tra i
grandi poeti europei degli ultimi decenni. Nacque alla poesia nel 1952, con una
raccolta, 87 poesie, che fece epoca; più che dalla lirica che andava di moda,
era affascinato dalla mitologia, dai serti liturgici che dicono di ere dalla
religiosità a picco, frugale e vertiginosa a un tempo, di lupi pope; si diede a
studi di antropologia. Di fatto, i suoi testi sembrano sacri veli: per anagogia,
Miodrag Pavlović è il pittore di icone della poesia occidentale. Morto in
Germania, a Tuttlingen, nell’agosto del 2014, in Italia è rappresentato da una
sola, straordinaria, opera, L’ultimo pranzo (Le Lettere, 2004, a cura di Stevka
Šmitran): troppo poco per un poeta capace di tali vertigini.
In effetti, la poesia di Miodrag Pavlović sfugge all’ortodossia lirica odierna:
non si volge al quotidiano, al basso ventre degli sversatori di versi; ha fatto
sterminio dell’io; non s’interessa ad alchimie del linguaggio, alla magia nera
degli ‘sperimentali’. Persegue un rigore marziale. La sua, tuttavia, non è
poesia ‘archeologica’: a differenza di un Borges, per dire, a Miodrag Pavlović
non importa il rebus filosofico, lo sfoggio concettuale, il labirintico sketch,
l’onnivoro andare tra miti norreni, bassifondi argentini e corti giapponesi; il
poeta serbo è un miniatore della vita attiva e delle peripezie dello spirito. È
un vecchio credente. Nessuna ironia lacera l’impatto fisico e metafisico dei
suoi versi, lanciati alla moda della lince balcanica. Semmai, ha un precedente
in Costantino Kavafis – eppure, Pavlović è poeta da cratere e da cripta, da
Athos, da stilita, non da caffè; è il poeta degli eresiarchi e dei fuggiaschi,
non l’alessandrino snob che attende la fine del tempo. In Miodrag Pavlović tutto
è apocalisse.
Il repertorio tradotto in calce – poesie di ingenerato e generoso splendore – è
tratto da una antologia di Pavlović approntata da Barry Callaghan nel 1985 per
Exile Editions (1985), s’intitola A Voice Locked in Stone. Il libro,
particolarmente riuscito, è sigillato da un saggio di Robert Marteau
(1925-2011), insigne letterato e poeta francese, che ha scritto, tra l’altro:
> “Contro l’odierna idolatria, contro la tentazione della disperazione,
> dell’oscurità e del collasso, Miodrag Pavlović proclama la verticalità
> dell’uomo. Nelle sue poesie, il mondo è rivelato come unità: le sue molteplici
> parti, allontanandosi dal centro, sperimentano il gusto dell’annientamento.
> Contrariamente all’anarchia dogmatica dei surrealismi, la poetica di Miodrag
> Pavlović fonda una relazione tra la realtà concreta e quella simbolica. Così,
> un albero non cresce per azzardo, ma secondo una legge che nessuno può
> infrangere, che neanche il poeta, scegliendo quell’albero come emblema, può
> intaccare. La quercia di Dodona non dice ciò che vuole ma ciò che la sua
> natura simbolica, in quanto asse del mondo, le permette di dire. Pavlović
> assegna questo stesso ruolo alla poesia: parlare secondo leggi non scritte –
> assecondando l’oracolo, che non è nient’altro che la realtà presente sepolta
> sotto un’insignificanza pretenziosa, devastante, ma necessaria. Riscoprendo la
> propria natura, la parola torna vera, come l’iconostasi, e le immagini-parola
> perforano la superficie opaca del mondano, aprendo gli occhi ai ciechi,
> risvegliando i dormienti”.
Poesia come oracolo non significa poesia oracolare, così come profezia, anzi
tutto, è parola verificata dal deserto, dall’assenza di sé, dalla locusta più
che da pienezza d’angelo – profezia è fuoco, non volo. I referti del tempo
servono a Miodrag Pavlović per intaccare, a colpi di vetro, a carezze, a
carismi, il presente – la Storia, liquefatta nei versi, ha l’andatura di un cane
con la rabbia. Il poeta crea un nuovo mondo: terrestre e celeste. Inadatti alle
ali, andremo a remi nell’aldilà di noi.
***
Camminando verso Delfi
Cosa nutre queste valli
da ferire ogni radice?
Né albero né prato crescono
su questa terra calva, ossea
con il sesso mutilato dal fuoco.
Forse è un guaito di perdute battaglie
o una porta aperta sull’increato.
Eppure, in questa fine dei tempi una lumaca
sbuca dalla cenere e turpi nubi
temporalesche, ignote alle profezie,
soffiano a valle
avvolgono nella loro crosta
la trama di una nuova lingua.
Qualcosa si muove, il becco del vento
si insinua nella pietra, immagini dorate
dardeggiano sui muri, come
speroni di una terra naufraga.
Un nuovo secolo di bellezza
nasce dal ventre del nulla
o da tappeti stesi in segreto
per tribù aliene.
*
Epitaffio di un vecchio bardo slavo
Cantare cariati canti
ai nuovi credenti
mi ha reso un reietto.
Dei cariati canti hanno scordato
il sangue perché salde radici
salvassero le loro slavate chiese
e ora mi disprezzano.
Ho subito la miseria
mi hanno seppellito di notte:
di notte sognano ancora lo stregone
ma una pietra sigilla la mia tomba.
Ora quando urlano mi rifiuto di destarmi:
è forse questo il Giorno del Giudizio?
urlano nelle mie cespugliose orecchie:
destati, infedele, raccatta le tue ossa!
ma dove sono non è facile dirlo
nelle gallerie del mio cranio
rugginose nel ruggito.
Ponete le trombe, angeli,
non aratemi con i vostri speroni
guerrieri celesti!
Io resto fedele alla mia casa
al breve orto delle mie parole
non voglio i vostri concili
gettati sul gelido traliccio dell’eternità
sotto cieli azzurri.
Che altri fissino Dio negli occhi
io sto bene qui, nel mio covo
cariati canti sono la mia pelliccia, mi tengono caldo
la mia guzla del sottosuolo semina leggende.
*
La caccia
Ho portato mio fratello
a caccia nella foresta: albeggiava
buoni i cavalli
frecce di selce
i boschi pullulavano di belve.
Il mio taciturno fratello
conosceva il linguaggio degli animali:
i lupi parlavano di alleanze
gli orsi di giustizia –
gli antichi usavano la lingua del cinghiale
e le nubili sorelle, le mai nate,
intonavano il canto degli uccelli
mentre giorno dopo giorno cercavamo
di uccidere le bestie selvagge.
Tornammo al villaggio
affamati e a mani vuote.
Perfino i mezzadri ci ridevano
in faccia: le infedeli mogli
erano scappate con i nostri averi –
nemmeno i monaci intendevano
darci cibo o riparo. Soltanto
i cavalli si dimostrarono
giusti: ci portarono lontano
dove gli uccelli, di fronte a noi
spezzano le nubi.
*
Compianto solitario
Eccolo, è lui il corriere di Costantinopoli
che porta a Corte la lettera sigillata
e il sacco pieno di incensi. L’oro
gli si torce alle dita: posso distinguere
i suoi sogni che volteggiano dai balconi.
Il mondo sa che ho preso
il sentiero stretto e giusto
che ho toccato le spalle dei derelitti
e ho strappato le spine dalle nuvole
inginocchiandomi per ore nel fango
sotto stelle violente e febbrili.
I contadini mi fermano con i loro dolori
i pastori mi attendono sulle montagne:
una volta l’anno faccio loro visita
dispensando un conforto più rigoglioso
dei loro pascoli.
Dovrebbero benedirmi
e abolire lui, l’aborto: eppure
nei luoghi che scegli erigono
templi, per lui, l’eletto, abbandonano
tutto e offrono le loro anime.
Mi vogliono sui gradini
della cattedrale a sedare i mendicanti.
Invano mi fu rivelato il Verbo
vane le veglie, vano l’addestramento.
Nessuna lettera imperiale mi onora
nessuna dispensa per il mio viaggio.
*
I Bogomili si ritirano
Oggi siamo saliti sull’altopiano
ricoperto di viscere rosse
che alcuni chiamano fiori
(ma non sanno cosa sia un fiore!)
e ci salutiamo, ci abbracciamo, spumeggiamo
sputati dai nostri signori e dalla bellezza di chiese
e castelli, cacciati da questo mondo
(ma non sanno cosa sia il mondo!)
Cerchiamo la porta del cielo.
Ora l’altopiano crolla
e i nostri volti si dissolvono
come nuvole all’alba.
Intravediamo i nostri villaggi:
i serpenti li avvolgono
suonano campane di fuoco.
Addio, Dio sia con voi,
l’amore vi guidi
dispersi dal vento
siamo come fratelli feriti
su un campo di battaglia.
*
Pellegrino a Costantinopoli
Sono andato dunque nella città immortale
alla ricerca di icone e salteri ispirati dalla gioia
a cantare nel coro sotto dorate dune.
All’ingresso, le guardie variaghe mi fecero passare
con riluttanza, a Santa Sofia mi fu rifiutata
la comunione; arrancai per le vaghe strade
vangato dalla tristezza:
non avevo soldi per i mendicanti
non ero un mendicante
e in quella città piena di fiori e di velieri
non conoscevo altro che il Signore nostro Dio.
Dormii sulla paglia, tra i cavalli
rivaleggiando nel canto con le gentili genti armene:
domata la domenica, alla luce della luna nuova
tornai a casa, a mani vuote, verso
i nostri boschi che brulicano di bestie selvagge.
Soltanto qui, sulla montagna sigillata con il nostro
nome, ho rimpianto il porto e la città d’oro;
la vedo nella nebbia, che tasta lontani
continenti con il suo splendore:
avvolto nel manto di lana, ormai
vecchio, sono certo che durante quell’ora
in cui ho vagato povero e solo nella capitale
dell’universo, mi sono avvicinato
alla più alta bellezza di questo mondo.
*
Ricordi del principe senza testa
Una valanga di sabbia
la cavalleria asiatica che carica
la mia veste da monaco che splende.
Le genti videro dalle colline
il volo della colomba simulare
quello della lama sul mio collo.
La testa rotolò, il sangue
diede lustro alle spalle della chiesa.
Mentre le campane suonavano su atlantici mari
le genti trasportarono la mia testa
da un capo all’altro
muovendosi da Nord a Sud.
Altri interpretavano le stelle cercando
il mio cranio, come se fosse un’isola;
lo trovarono tra le pozze: sussurrarono
parole tribali, a loro agio in quell’acqua.
La morte non mi umiliò
ma questa è una magra consolazione.
Il mio collo è stoppia nella prateria.
Precursore: così mi chiamavano
ma la morte supera ogni parola –
può un volo muto, lungo
squisiti pendii di dolore
essere chiamato santo martirio?
*
Voce estorta dalla pietra
Nacqui bandito, allevato
a una vita di agguati
a calcolare carri carichi d’oro
e teste mozzate conficcate agli alberi.
Poi nacqui mendicante
astuto, assatanato:
una domenica davanti a tutti
in chiesa, ho tagliato la gola al re
ho gettato il suo corpo dalla rupe.
Rinacqui bestia
vomitavo rabbia
come mirra dal corpo di un santo
ho ucciso il capobranco e l’intera mandria
ho strappato le viscere degli alberi
che piangevano ogni giorno dell’anno.
Ogni storia terminava
con una dote di principati
e di principesse (qualcuno
esiste ancora è ancora potente).
Dopo essere stato ruscello
placido e baciato dagli uccelli
i miei pensieri sono morti
mi sono trasformato in una pietra
negli abissi della terra
e non sono più rinato.
*
Il precursore
Un rapace di luce
plana sulla nuda schiena
dell’eremita: pioggia scura
sopra coperta di pelle di capra.
Le braccia al cielo, un brivido fa brillare
le vertebre; qualcuno parla senza voce
respira e i doni cadono come teste
mozzate sulla sabbia: i santi
ricevono così i tesori – poco lontano
fischia una frusta – il vento
fa rotolare le stelle.
Ha le gambe nude mentre
nubi di locuste turbinano
come pioggia nera: la pelle è pallida
il cinguettio della luce precede il rapace.
Legati i capelli, volgiti verso di noi
alienato dal massacro:
sei un ragazzo o una donna
sei l’uomo nuovo bardato di barba
e privo di frutti? Ricorda
i nostri nomi mentre
vai alle tue nozze:
sul deserto sono previsti acquazzoni.
Miodrag Pavlović
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