A tutta prima – seguendo il ragliare dei maligni – il dato più affascinante
della biografia di Frances Cornford è il lignaggio – vertiginoso. Nipote di
Charles Darwin. Il padre di Frances, Francis – che fantasia – era il terzogenito
di Charles, il naturalista che fu rivoluzione, l’autore de L’origine delle
specie: straordinariamente simile al padre, fu docente di botanica a Cambridge.
La madre di Francis – partorita il 30 marzo del 1886 a Cambridge, luogo da cui,
in sostanza, non si si spostò quasi mai –, Ellen Wordsworth Crofts, era la
pronipote del grande poeta William Wordsworth: fu docente in uno dei primi
college femminili dell’epoca, il Newnham.
Degna figlia di tale famiglia, Frances non frequentò l’università, ricevette
un’istruzione privata, fu incoraggiata a scrivere. La prima raccolta
di Poems uscì nel 1910: in uno di questi testi giovanili – ma non puerili –
Frances ragiona sulla Preesistenza: “Ero sdraiata sulla riva/ udivo le onde
ruggire/ il sole mi scaldava il viso:/ cominciai a sognare”. La fanciulla
ricorda di essere stata in quella stessa riva, scaldata da quel medesimo sole,
“chissà quanti secoli prima”: “nelle mie pre-pelasgiche mani/ la sabbia era
ancora calda, ancora fine”.
Il lignaggio, tuttavia, non basta a giustificare il successo dei versi. Frances
Cornford – così ammette nell’edizione dei Collected Poems edita da The Cresset
Press nel 1955 – cominciò a scrivere a sedici anni; l’ultima raccolta, On a Calm
Shore, uscì nel 1960, l’anno della sua morte – aveva 74 anni, morì l’ultimo
giorno di agosto, d’infarto, è sepolta presso l’Ascension Parish Burial Ground a
Cambridge: la sua tomba è prossima a quella del padre, non lontana da quella di
Ludwig Wittgenstein, un amico di famiglia. Di recente, la casa editrice
Enitharmon ha pubblicato, a cura di Jane Dowson, una selezione di Selected
Poems: dicono di uno stile “semplice e diretto”, fatto di “argute osservazioni”,
fitto di “immagini memorabili”. In effetti, la poesia di Frances Cornford – per
lo più ‘da camera’, spesso d’occasione – piacque. Amica di Virginia Woolf,
dialogava in versi con Gilbert Keith Chesterton; Agatha Christie cita una sua
poesia in uno dei suoi romanzi – Murder is Easy, del 1939 –, Philip Larkin
adorava quella frugale coerenza, la capacità, con pochi tocchi, con tatto e
nessun esubero di aggettivi, di far risplendere le cose di tutti i giorni.
A Cambridge, Frances – che si chiamava ancora Frances Darwin Crofts – conobbe
Francis (che fantasia…) Cornford: più grande di lei di dodici anni, insegnava al
Trinity College, diventerà uno dei più importanti classicisti d’Albione,
occupandosi, per lo più, di Platone, Tucidide e Parmenide. I due si sposarono
nel 1909; Frances diede a Francis cinque figli; il secondo fu chiamato Rupert
John in memoria di un caro amico di lei, Rupert Brooke, l’apollineo poeta morto
troppo giovane al fronte, nell’aprile del 1915. Il figlio di Frances – nato
qualche mese dopo la morte di Rupert Brooke – seguì la sorte del poeta: morì
durante la Guerra civile spagnola, nel dicembre del ’36, il giorno in cui
compiva ventuno anni, in circostanze non del tutto chiare. Laureatosi
brillantemente in discipline storiche a Cambridge, Rupert John preferì
arruolarsi tra le fila del Poum, il Partito Operaio di Unificazione Marxista,
antistalinista, tra i mitraglieri. Dicono di atti eroici, di un ragazzo che, pur
ferito, preferì tornare a combattere. Alcune poesie testimoniano il suo impegno
bellico. Insieme a lui, tra i combattenti, figurava anche George Orwell: lo
scrittore britannico non lesinò critiche verso “l’impegno dei ragazzi di buona
famiglia”, che possono votarsi, con la stessa equidistante passione, alla causa
della sinistra rivoluzionaria come a quella della monarchia.
A Rupert Brook, Frances aveva dedicato una poesia, Youth, che avrebbe potuto,
tragicamente, dedicare al figlio:
> “Giovane Apollo biondo chiomato
> sogni mentre ti inghiotte la battaglia
> magnificamente impreparato
> alla lunga brevità della vita”.
Alla prima figlia, Helena, Frances Cornford nata Darwin, dedicò invece il libro
più stravagante e forse più bello, una capricciosa selezione di Poems from the
Russian, edita da Faber nel 1943, nel pieno della Seconda guerra. Nella minima,
sapida Preface, Frances – dopo aver onorato, naturalmente, la saggezza del
marito – denuncia la propria poetica del tradurre: un poeta traduttore deve
‘intonarsi’ al canto del poeta tradotto, non può indossare impunemente abiti
lirici che non gli appartengono. Questa congiunzione può avvenire soltanto tra
anime affini. Insomma, la traduzione è poesia in sé, è medianico rapporto tra
spettri e linguaggi.
> “Un esperto ha scritto che leggere di poesia in un’opera erudita è come
> annusare un mazzo di fiori coperti da un lenzuolo: questo è ancor più vero per
> la traduzione poetica. Quali qualità sono necessarie a un traduttore perché il
> suo esercizio sia quantomeno tollerabile? Ho capito questo. Il traduttore deve
> in qualche modo convincerci che possiamo fidarci di lui. Se nutriamo dei
> sospetti, se ci domandiamo ‘Ma questo è davvero l’originale peruviano o è la
> signorina X.?’, allora tutto è perduto. Naturalmente, non è soltanto la
> correttezza che dobbiamo esigere…”
Al di là di troppe parole, il libro pare accordato a dovere. Nel lavoro, Frances
si è fatta aiutare da Esther Salaman: ebrea russa, fu discepola di Albert
Einstein e amica di Wittgenstein. Particolari ringraziamenti sono accordati a
Nikolai Bachtin, professore di linguistica a Birmingham, nonché fratello di
Michail, il sommo studioso di Dostoevskij e Tolstoj, l’autore di Estetica e
romanzo.
Tra i poeti con cui Frances si sente in sintonia, spiccano Puškin e Blok; questa
è una versione da Anna Achmatova:
“Era tenero, inquieto, geloso: mi amava
come il sole di Dio – il mio cuore fu rapito.
Uccise il mio uccello dalle bianche ali perché
cantava i giorni che precedono il nostro incontro.
Venne al tramonto per dirmi: scrivi
poesie, amore mio, ridi e amami.
Presso il pozzo, sotto l’ontano
giaceva il mio uccellino felice, morto.
Gli promisi che non avrei pianto: fu
allora che il mio cuore divenne di pietra.
Da allora, sento cantare il mio dolce
uccellino ovunque, sempre”.
Di Fëdor Tjutčev, Frances serba il tono sicuro, assertivo, e la predilezione per
le poesie brevi, sketch che spesso sanno riassumere una vita. È lui, in effetti,
il suo vero maestro di stile: la superficie delle cose – evocata con pochi
tratti – si spezza, mostrando l’abisso, per neri bagliori; che bello l’attacco
di Silentium, è quasi una poetica:
> “Resta in silenzio, nasconditi, lascia
> che sogni e desideri sorgano e tramontino
> nei recessi del tuo cuore; i tuoi
> più cari tesori tienili con te, serba
> in te le stelle che nel cuore della notte
> incantano il tuo spirito”.
È vero: giocava a fare la socialista, amava intrattenersi con le signore del suo
rango – ciò che ancora convince delle sue poesie è l’oscurità dietro il casto
mobilio, una sorta di provvidenziale inquietudine, l’ultimo giorno dopo i giorni
costruiti col merletto, il fuoco che arde oltre il velo.
**
Donna con neonato si rivolge al filosofo
Come posso temerti, portentoso sapiente
quando penso che un tempo eri grande così?
Come posso tremare di fronte all’onnipotente
pensatore che un tempo aveva mani piccole e paffute
proprio come queste? Come posso ornarti di inchini
quando immagino il tuo cranio fragile, caldo, soffice cupola
che profuma di sapone? Oh tu – celebrato
da Nord a Sud – che ti metti le dita dei piedi in bocca…
*
Intorno a un epitaffio latino, nella chiesa di Madingley, senza nome né data
Portate rose, giovani inni, viole inviolate
a decorare ancora queste ceneri:
non disturbate il sonno dell’ignota
ragazza con grida di nostalgia –
morì in un giorno di pioggia
sparì nell’immutabile pace di Dio.
Egli sussurrò alla sua anima: lei
gliela restituì senza macchia.
*
Il pazzo e il bambino
“Dove sei stato? Sembri
un alienato, sei sporco…” “Caro mio
sono stato all’Inferno, ho percorso
i soliti oscuri sentieri nel deserto:
avrei potuto fare come te, che
sei stato a Babilonia con le candele”.
“Cosa hai visto?” “Né fiamma né rogo
ma un rio di terrore e di desiderio.
Oh, piccolo mio, non c’è nulla lì
che somigli alle tue dita, ai tuoi capelli
a questo tavolo o a questa sedia:
nulla, nient’altro che disperazione”.
*
*
Dai Veda
La prima coppia abitava
un mondo privo di oscurità.
Quando Yama morì lasciò Yami
nell’infinita luce.
Invano gli dèi cercarono
di alleviare il suo dolore.
Lei rifiutò di ascoltare le loro
sante parole e disse: “Oggi è morto”.
Gli dèi, confusi perché il suo dolore
offuscava la loro onnipotente vista
dissero: “Dobbiamo creare la Notte
che lei dimentichi l’indimenticabile”.
Così crearono la Notte. E dopo
la Notte crearono l’Ultimo Giorno
e lei lo dimenticò. Per questo si dice
che i giorni e le notti divorano il dolore.
*
Dopo le Eumenidi
Molto tempo fa, nella petrosa Grecia
il cuore umano non conobbe pace
lacerato nella sua oscurità
malediceva il fato e la sua nascita;
sperava di lenire l’agonia con il canto.
O Signore, fino a quando ancora?
*
Il lago e l’istante
Guarda –
luce sopra grigie acque:
l’uccello bagna il petto e riposa
le montagne in stato di assedio
assistono in silenzio. Così
libero dal timore accade il primo
assassinio dell’uomo – cuore
che riposa nei golfi del tempo.
*
Una donna sola
A mezzanotte tutte le finestre si spengono
l’oscurità cala sui tetti e sugli alberi senza più ostacoli.
Così nel mio cuore, le case di cui non hai sentito
il bisogno, spengono le loro luci.
*
Rivelazione
Hai tolto una pietra dalla mia mente oscura:
lì, in luce, giaceva un Progetto – intimorita
e sorpresa, ho visto i suoi sconosciuti
tentacoli, i suoi occhi chiusi.
*
A un gatto che si aggira in giardino
Elegante creatura dal nero corpo
perché ti ostini
a inseguire quel pettirosso?
Dimmi quale causa selvaggia riempie
i tuoi occhi vuoti, da quali pozzi
proviene la tua avida luce –
dai confini del Paradiso
dalle rive infere
dai regni del bene
o del male.
*
Preghiera del mattino
Che le mie mani accolgano questo giorno di cristallo
mio Signore, che sappiano custodirlo intatto
che al suo arrivo la sera, nostra grigia sorella,
non trovi alcun frammento rotto sul pavimento.
*
Perduta
Non c’era alcun cartello
con indicazioni chiare
per evitare che mi perdessi.
Soltanto il mio cuore avrebbe
potuto trovarmi, con la stessa
infallibile sapienza degli uccelli
migratori – ma ha fallito.
*
Ritorno a casa
I venti soffiano, inabissando
la notte – gli alberi sono in ginocchio.
Ma l’uomo ha inventato il fuoco
e la candela – l’uomo ha inventato il fiero pasto.
*
Il gabbiano
Vola con purezza, risoluto
e solenne tra vortici rituali.
Sono riuscita a udire la musica
che quell’uccello, perfezionato dal sole,
ha lasciato in cielo.
*
Vittime
Un tempo questa carne era amabile: ora
il Dio Guerra la usa come un ornamento della
grande macchina – un tempo, questa carne provava
pietà, baciava con passione lividi invisibili.
*
Il blitz
Mondo immortale! Un altro giorno di luce
dopo il caos notturno. Benché il cuore
precipiti in un dolore senza fine, le foglie
gialle e pacifiche, cadono con dolcezza.
*
Pioggia d’estate
Fin dall’infanzia, non esiste musica più bella
all’orecchio umano della pioggia d’estate, a sera…
Ogni bambino crede che tutte le cose
del mondo raggiungano la loro pace.
Orrore e disamore, tutti i mali dell’uomo,
rabbia e dolore, non esistono.
È bello sentire gli scrosci tra i rami
dell’edera, i vetri che fremono: la pioggia
piange senza passione e l’oscurità
avvolge la nostra casa. Disperazione
e tormento, invidia e rancore non esistono:
la pioggia spazza via ogni cosa.
*
A un amico
Nei giorni in cui eri
malato, solo, triste
ho visto il tuo spirito
accogliermi ancora.
Nelle mattine in cui la mia specie
sembra una razza in razzia
ricordo di aver visto
risorgere il tuo viso.
*
Epitaffio per Charlotte Brontë
I figli della mia audace mente
resistono selvaggi e imprendibili
come il vento e la pioggia.
Ma in quest’aria d’acciaio, presso
la sua tomba, sono morta, perché
il mio corpo non può sopportare
figli mortali.
Frances Cornford
*In copertina: Frances Cornford nel 1914
L'articolo “Il cuore umano non conosce pace”. Vita & poesia di Frances Cornford,
la nipote di Darwin proviene da Pangea.
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Pellegrini che marciano verso Delfi; Variaghi – i mercenari vichinghi – giunti
dalla Svezia a punteggiare le mura di Costantinopoli; i ricordi di un re
decapitato; le memorie di uno spettro che nacque bandito, fu belva e infine
ruscello. Nelle poesie di Miodrag Pavlović si incontrano branchi di Bogomili
dispersi dall’azione del patriarca Arsenio: gnostici cristiani, minati da
ascetica severità, proclamavano la dicotomia tra corpo e spirito, ritenevano che
il mondo – da esaurire – fosse sotto il tallone di Satana. Nelle poesie di
Miodrag Pavlović prende voce il “vecchio bardo slavo”, seppellito vivo da
fanatiche orde; appare l’ombra del “Precursore”; vagano cavalli carnivori,
eletti nel generare giustizia. Nelle poesie di Miodrag Pavlović i fasti della
storia slava premono alle costole, tra nitriti di sangue; le cronache bizantine
– fitte di re maledetti e di re mendicanti e di re mentecatti, di infinite
mutilazioni, di intrighi di corte scaturiti per un pettegolezzo sciacallaggio –
splendono con i loro tesori di traditori.
Nato a Novi Sad nel 1928, cresciuto a Belgrado – dal 1960 diventerà direttore
del teatro nazionale della capitale serba – nominato – se poi questo è un
accesso alla grazia – al Nobel per la letteratura, Miodrag Pavlović è tra i
grandi poeti europei degli ultimi decenni. Nacque alla poesia nel 1952, con una
raccolta, 87 poesie, che fece epoca; più che dalla lirica che andava di moda,
era affascinato dalla mitologia, dai serti liturgici che dicono di ere dalla
religiosità a picco, frugale e vertiginosa a un tempo, di lupi pope; si diede a
studi di antropologia. Di fatto, i suoi testi sembrano sacri veli: per anagogia,
Miodrag Pavlović è il pittore di icone della poesia occidentale. Morto in
Germania, a Tuttlingen, nell’agosto del 2014, in Italia è rappresentato da una
sola, straordinaria, opera, L’ultimo pranzo (Le Lettere, 2004, a cura di Stevka
Šmitran): troppo poco per un poeta capace di tali vertigini.
In effetti, la poesia di Miodrag Pavlović sfugge all’ortodossia lirica odierna:
non si volge al quotidiano, al basso ventre degli sversatori di versi; ha fatto
sterminio dell’io; non s’interessa ad alchimie del linguaggio, alla magia nera
degli ‘sperimentali’. Persegue un rigore marziale. La sua, tuttavia, non è
poesia ‘archeologica’: a differenza di un Borges, per dire, a Miodrag Pavlović
non importa il rebus filosofico, lo sfoggio concettuale, il labirintico sketch,
l’onnivoro andare tra miti norreni, bassifondi argentini e corti giapponesi; il
poeta serbo è un miniatore della vita attiva e delle peripezie dello spirito. È
un vecchio credente. Nessuna ironia lacera l’impatto fisico e metafisico dei
suoi versi, lanciati alla moda della lince balcanica. Semmai, ha un precedente
in Costantino Kavafis – eppure, Pavlović è poeta da cratere e da cripta, da
Athos, da stilita, non da caffè; è il poeta degli eresiarchi e dei fuggiaschi,
non l’alessandrino snob che attende la fine del tempo. In Miodrag Pavlović tutto
è apocalisse.
Il repertorio tradotto in calce – poesie di ingenerato e generoso splendore – è
tratto da una antologia di Pavlović approntata da Barry Callaghan nel 1985 per
Exile Editions (1985), s’intitola A Voice Locked in Stone. Il libro,
particolarmente riuscito, è sigillato da un saggio di Robert Marteau
(1925-2011), insigne letterato e poeta francese, che ha scritto, tra l’altro:
> “Contro l’odierna idolatria, contro la tentazione della disperazione,
> dell’oscurità e del collasso, Miodrag Pavlović proclama la verticalità
> dell’uomo. Nelle sue poesie, il mondo è rivelato come unità: le sue molteplici
> parti, allontanandosi dal centro, sperimentano il gusto dell’annientamento.
> Contrariamente all’anarchia dogmatica dei surrealismi, la poetica di Miodrag
> Pavlović fonda una relazione tra la realtà concreta e quella simbolica. Così,
> un albero non cresce per azzardo, ma secondo una legge che nessuno può
> infrangere, che neanche il poeta, scegliendo quell’albero come emblema, può
> intaccare. La quercia di Dodona non dice ciò che vuole ma ciò che la sua
> natura simbolica, in quanto asse del mondo, le permette di dire. Pavlović
> assegna questo stesso ruolo alla poesia: parlare secondo leggi non scritte –
> assecondando l’oracolo, che non è nient’altro che la realtà presente sepolta
> sotto un’insignificanza pretenziosa, devastante, ma necessaria. Riscoprendo la
> propria natura, la parola torna vera, come l’iconostasi, e le immagini-parola
> perforano la superficie opaca del mondano, aprendo gli occhi ai ciechi,
> risvegliando i dormienti”.
Poesia come oracolo non significa poesia oracolare, così come profezia, anzi
tutto, è parola verificata dal deserto, dall’assenza di sé, dalla locusta più
che da pienezza d’angelo – profezia è fuoco, non volo. I referti del tempo
servono a Miodrag Pavlović per intaccare, a colpi di vetro, a carezze, a
carismi, il presente – la Storia, liquefatta nei versi, ha l’andatura di un cane
con la rabbia. Il poeta crea un nuovo mondo: terrestre e celeste. Inadatti alle
ali, andremo a remi nell’aldilà di noi.
***
Camminando verso Delfi
Cosa nutre queste valli
da ferire ogni radice?
Né albero né prato crescono
su questa terra calva, ossea
con il sesso mutilato dal fuoco.
Forse è un guaito di perdute battaglie
o una porta aperta sull’increato.
Eppure, in questa fine dei tempi una lumaca
sbuca dalla cenere e turpi nubi
temporalesche, ignote alle profezie,
soffiano a valle
avvolgono nella loro crosta
la trama di una nuova lingua.
Qualcosa si muove, il becco del vento
si insinua nella pietra, immagini dorate
dardeggiano sui muri, come
speroni di una terra naufraga.
Un nuovo secolo di bellezza
nasce dal ventre del nulla
o da tappeti stesi in segreto
per tribù aliene.
*
Epitaffio di un vecchio bardo slavo
Cantare cariati canti
ai nuovi credenti
mi ha reso un reietto.
Dei cariati canti hanno scordato
il sangue perché salde radici
salvassero le loro slavate chiese
e ora mi disprezzano.
Ho subito la miseria
mi hanno seppellito di notte:
di notte sognano ancora lo stregone
ma una pietra sigilla la mia tomba.
Ora quando urlano mi rifiuto di destarmi:
è forse questo il Giorno del Giudizio?
urlano nelle mie cespugliose orecchie:
destati, infedele, raccatta le tue ossa!
ma dove sono non è facile dirlo
nelle gallerie del mio cranio
rugginose nel ruggito.
Ponete le trombe, angeli,
non aratemi con i vostri speroni
guerrieri celesti!
Io resto fedele alla mia casa
al breve orto delle mie parole
non voglio i vostri concili
gettati sul gelido traliccio dell’eternità
sotto cieli azzurri.
Che altri fissino Dio negli occhi
io sto bene qui, nel mio covo
cariati canti sono la mia pelliccia, mi tengono caldo
la mia guzla del sottosuolo semina leggende.
*
La caccia
Ho portato mio fratello
a caccia nella foresta: albeggiava
buoni i cavalli
frecce di selce
i boschi pullulavano di belve.
Il mio taciturno fratello
conosceva il linguaggio degli animali:
i lupi parlavano di alleanze
gli orsi di giustizia –
gli antichi usavano la lingua del cinghiale
e le nubili sorelle, le mai nate,
intonavano il canto degli uccelli
mentre giorno dopo giorno cercavamo
di uccidere le bestie selvagge.
Tornammo al villaggio
affamati e a mani vuote.
Perfino i mezzadri ci ridevano
in faccia: le infedeli mogli
erano scappate con i nostri averi –
nemmeno i monaci intendevano
darci cibo o riparo. Soltanto
i cavalli si dimostrarono
giusti: ci portarono lontano
dove gli uccelli, di fronte a noi
spezzano le nubi.
*
Compianto solitario
Eccolo, è lui il corriere di Costantinopoli
che porta a Corte la lettera sigillata
e il sacco pieno di incensi. L’oro
gli si torce alle dita: posso distinguere
i suoi sogni che volteggiano dai balconi.
Il mondo sa che ho preso
il sentiero stretto e giusto
che ho toccato le spalle dei derelitti
e ho strappato le spine dalle nuvole
inginocchiandomi per ore nel fango
sotto stelle violente e febbrili.
I contadini mi fermano con i loro dolori
i pastori mi attendono sulle montagne:
una volta l’anno faccio loro visita
dispensando un conforto più rigoglioso
dei loro pascoli.
Dovrebbero benedirmi
e abolire lui, l’aborto: eppure
nei luoghi che scegli erigono
templi, per lui, l’eletto, abbandonano
tutto e offrono le loro anime.
Mi vogliono sui gradini
della cattedrale a sedare i mendicanti.
Invano mi fu rivelato il Verbo
vane le veglie, vano l’addestramento.
Nessuna lettera imperiale mi onora
nessuna dispensa per il mio viaggio.
*
I Bogomili si ritirano
Oggi siamo saliti sull’altopiano
ricoperto di viscere rosse
che alcuni chiamano fiori
(ma non sanno cosa sia un fiore!)
e ci salutiamo, ci abbracciamo, spumeggiamo
sputati dai nostri signori e dalla bellezza di chiese
e castelli, cacciati da questo mondo
(ma non sanno cosa sia il mondo!)
Cerchiamo la porta del cielo.
Ora l’altopiano crolla
e i nostri volti si dissolvono
come nuvole all’alba.
Intravediamo i nostri villaggi:
i serpenti li avvolgono
suonano campane di fuoco.
Addio, Dio sia con voi,
l’amore vi guidi
dispersi dal vento
siamo come fratelli feriti
su un campo di battaglia.
*
Pellegrino a Costantinopoli
Sono andato dunque nella città immortale
alla ricerca di icone e salteri ispirati dalla gioia
a cantare nel coro sotto dorate dune.
All’ingresso, le guardie variaghe mi fecero passare
con riluttanza, a Santa Sofia mi fu rifiutata
la comunione; arrancai per le vaghe strade
vangato dalla tristezza:
non avevo soldi per i mendicanti
non ero un mendicante
e in quella città piena di fiori e di velieri
non conoscevo altro che il Signore nostro Dio.
Dormii sulla paglia, tra i cavalli
rivaleggiando nel canto con le gentili genti armene:
domata la domenica, alla luce della luna nuova
tornai a casa, a mani vuote, verso
i nostri boschi che brulicano di bestie selvagge.
Soltanto qui, sulla montagna sigillata con il nostro
nome, ho rimpianto il porto e la città d’oro;
la vedo nella nebbia, che tasta lontani
continenti con il suo splendore:
avvolto nel manto di lana, ormai
vecchio, sono certo che durante quell’ora
in cui ho vagato povero e solo nella capitale
dell’universo, mi sono avvicinato
alla più alta bellezza di questo mondo.
*
Ricordi del principe senza testa
Una valanga di sabbia
la cavalleria asiatica che carica
la mia veste da monaco che splende.
Le genti videro dalle colline
il volo della colomba simulare
quello della lama sul mio collo.
La testa rotolò, il sangue
diede lustro alle spalle della chiesa.
Mentre le campane suonavano su atlantici mari
le genti trasportarono la mia testa
da un capo all’altro
muovendosi da Nord a Sud.
Altri interpretavano le stelle cercando
il mio cranio, come se fosse un’isola;
lo trovarono tra le pozze: sussurrarono
parole tribali, a loro agio in quell’acqua.
La morte non mi umiliò
ma questa è una magra consolazione.
Il mio collo è stoppia nella prateria.
Precursore: così mi chiamavano
ma la morte supera ogni parola –
può un volo muto, lungo
squisiti pendii di dolore
essere chiamato santo martirio?
*
Voce estorta dalla pietra
Nacqui bandito, allevato
a una vita di agguati
a calcolare carri carichi d’oro
e teste mozzate conficcate agli alberi.
Poi nacqui mendicante
astuto, assatanato:
una domenica davanti a tutti
in chiesa, ho tagliato la gola al re
ho gettato il suo corpo dalla rupe.
Rinacqui bestia
vomitavo rabbia
come mirra dal corpo di un santo
ho ucciso il capobranco e l’intera mandria
ho strappato le viscere degli alberi
che piangevano ogni giorno dell’anno.
Ogni storia terminava
con una dote di principati
e di principesse (qualcuno
esiste ancora è ancora potente).
Dopo essere stato ruscello
placido e baciato dagli uccelli
i miei pensieri sono morti
mi sono trasformato in una pietra
negli abissi della terra
e non sono più rinato.
*
Il precursore
Un rapace di luce
plana sulla nuda schiena
dell’eremita: pioggia scura
sopra coperta di pelle di capra.
Le braccia al cielo, un brivido fa brillare
le vertebre; qualcuno parla senza voce
respira e i doni cadono come teste
mozzate sulla sabbia: i santi
ricevono così i tesori – poco lontano
fischia una frusta – il vento
fa rotolare le stelle.
Ha le gambe nude mentre
nubi di locuste turbinano
come pioggia nera: la pelle è pallida
il cinguettio della luce precede il rapace.
Legati i capelli, volgiti verso di noi
alienato dal massacro:
sei un ragazzo o una donna
sei l’uomo nuovo bardato di barba
e privo di frutti? Ricorda
i nostri nomi mentre
vai alle tue nozze:
sul deserto sono previsti acquazzoni.
Miodrag Pavlović
L'articolo “Che altri fissino Dio negli occhi”. Sulla poesia senza tempo di
Miodrag Pavlović proviene da Pangea.
Nelle lista delle ‘abbandonate’, in una delle pagine più folgoranti del “Malte”,
Rilke incorpora donne leggendarie, velate dall’enigma – la trovatrice/trobairitz
Clara d’Anduza, Louise Labé, la “monaca portoghese” –, superbe animatrici dei
salotti francesi del Settecento – Julie de Lespinasse e Charlotte Aïssé, donne
d’ineguagliata intelligenza, autrici di epistolari al contempo licenziosi e di
illecita bellezza –, abissali figure storiche (Eloisa, Marie-Anne de Clermont).
Tra le “amanti, le cui lamentazioni ci sono giunte” spiccano le poetesse: dalla
contessa di Die a Marceline Desbordes-Valmore; la più nota è Gaspara Stampa, la
grande poetessa veneta del Cinquecento, che fa sfoggio di sé, nell’immaginario
rilkiano, sul trono della prima delle Elegie duinesi:
> “Hai pensato abbastanza la Gaspara Stampa…
> […] Non è tempo che noi
> amando ci liberiamo dell’amato e tremando
> perduriamo: come la freccia perdura nella corda
> per essere, concentrata nel lancio,
> più di se stessa? Perché restare non ha dove”.
>
> (La traduzione è di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)
Tutte queste figure sono tutelate dal mito di Byblis/Biblide, la ragazza che
s’invaghì del fratello, Kaunos/Cauno, inseguendolo “fino in Licia: l’impeto del
suo cuore la cacciò per terre e terre sulla traccia di lui, e infine fu esausta;
ma la mobilità del suo essere era così forte che ella, caduta, riapparve di là
dalla morte come sorgente, rapida, come rapida sorgente”.
È proprio questo paradosso ad affascinare Rilke: l’abbandono non si risolve in
bulimia dell’io, esplode – il dolore non si compiace di sé, consumando
l’addolorata, ma, per sovrabbondanza d’impeto, si fa nutrimento per altri, acqua
sorgiva, che disseta. L’abbandono serba un’iniziazione, sembra un inizio verso
un amore più grande. O meglio, come scrive Rilke:
> “La loro lamentazione è su di uno solo; ma la natura intera vi si intona
> all’unisono: è la lamentazione su un eterno. Si precipitano dietro al perduto,
> ma già dopo i primi passi lo superano, e innanzi a loro è solo Dio”.
>
> (La traduzione è di Furio Jesi)
L’abbandono, misteriosamente – e lo scrive Rilke, uno che ha molto abbandonato
–, è il viatico necessario per conoscere se stessi: cioè, per dissipare il sé in
fonte; per essere dissetati d’altro. L’abbondono coincide con uno scatto, con
qualcosa che si sprigiona: freccia o fonte. L’individuo esiste perché sfugge a
una presa.
Ma torniamo alla lista ideata dall’alter ego di Rilke, Malte Laurids Brigge. Tra
le ‘abbandonate’, la più negletta – l’abbandonata tra le abbandonate – è Élisa
Mercœur. Poetessa francese di un certo, fulmineo talento, la sua vicenda
racconta di un doppio abbandono: biografico e simbolico. A differenza delle
altre ‘abbandonate’, infatti, Élisa Mercœur è stata una vera abbandonata, è
stata una enfant exposé. Nata probabilmente a Saint-Sébastien-sur-Loire il 24
giugno del 1809, fu mollata dalla madre, tre giorni dopo il parto, sulla soglia
dell’orfanotrofio di Nantes, con un cartiglio allacciato al collo: “Élisa, non
registrata presso autorità civile. Il cielo e l’umana dolcezza veglieranno su di
lei. Forse un giorno i suoi genitori avranno la sorte di reclamarla”.
Presentata al commissariato di polizia, Élisa fu registrata il tre luglio con un
cognome fittizio, “Mercœur”, tratto dall’ufficiale in sede – il commissario
Benoist – da una struttura militare presente in città, “Le Fossés-Mercœur”,
costruita nel XVI secolo dall’allora governatore, il duca di Mercœur.
La madre, Adélaïde Aumand, ricamatrice, borghese – il padre era un medico –,
d’estatico intelletto, reclamò, come prometteva, la figlia, il 21 aprile del
1811. Del padre – probabilmente l’avvocato Jules-François Barré, nato in Vandea,
morto nel 1826 – si sa poco, se non che pagava qualcosa per il mantenimento
della non riconosciuta figlia. È come se la vita di Élisa fosse costellata da
abbandoni, da vuoti: il suo è un corpo pieno di case disabitate. La madre, per
senso di colpa e venefica ambizione, tentò di abitarle tutte, quelle case, di
arredarle a suo piacere. È lei, nel 1843, a curare, in tre tomi, le Œuvres
complètes d’Élisa Mercœur de Nantes, con una presenza eccessiva, elefantiaca,
ingombrante, con prestanza esegetica che sa di malaugurio: all’imbarazzante
dedica À l’Écho fa seguito l’inutile Introduction (per capirci: “Ah! Se dal
profondo della sua tomba Élisa potesse farti sentire la sua voce, lettore, ti
direbbe: Abbi pietà della mia così infelice madre; l’ho lasciata senza figli,
senza alcun ristoro sulla terra…”) e le agiografiche, oceaniche,
sibilline Mémoires sur la vie d’Élisa, in cui la madre, tramite labirintiche
omissioni (così l’attacco: “Élisa Mercœur nacque a Nantes il 24 giugno 1809.
Aveva solo ventuno mesi quando rimasi sola ad allevarla: da allora, ogni mio
affetto si concentrò su mia figlia, lei fu il mio solo orizzonte, non vedevo
altro che Élisa, soltanto Élisa, sempre Élisa”), evita di raccontare il solo
fatto totale: l’abbandono della figlia, l’orfanotrofio, quei “ventuno mesi” di
apnea dal mondo.
Materia aurea per i chiosatori della psiche: la madre che si riprende la figlia
per divorarla, fino all’osso. La madre che curando le opere della figlia –
dacché è lei la sola legittima erede, la madre-pitone che presiede il tesoro
della memoria; la sola che può autenticare l’opera della figlia, ‘sangue del suo
sangue’, con artiglio di Sfinge – vuole sostituirsi ad essa. Eppure, per tutta
la sua breve esistenza, Élisa si firmerà sempre “Mercœur”, il cognome fittizio
affibbiatole da un commissario della polizia di Nantes.
Ad ogni modo, Élisa Mercœur fu un piccolo genio. L’enfant exposé, a
risarcimento, non poté che essere enfant prodige: un miracolo vivente. Sempre di
una ‘esposta’, di un’esposizione si tratta: la vita di Élisa è sempre su un
palco, alla mercé di altri, necessariamente disadatti ad adorarla. Lei è
sempre la sola, l’unica: la madre non farà che rifare ciò che ha sempre fatto,
esporla, abbandonarla.
A sei anni sapeva ricamare, Élisa, a otto ideò la prima tragedia, a dodici dava
lezioni private di storia, geografia, inglese e francese. Conosceva il greco,
recitava a memoria Virgilio. A sedici anni cominciò a pubblicare sulle riviste
locali, era già una celebrità. Un editore di Nantes, Mellinet-Malassis, fu
attratto dal ‘fenomeno’: organizzò una raccolta di fondi per stampare un libro
della ragazza. Il successo sorrise, per un attimo, al genio di Élisa: il
tipografo accumulò tremila franchi, la pubblicazione fu dedicata dalla giovane
poetessa a Chateaubriand, “Io, debole bimba, ho bisogno di chi vegli sulla mia
culla – l’aquila, con la sua ombra, può dare protezione al timido
passerotto”. Il grande scrittore rispose di essere davvero un’aquila – dunque,
di non poter proteggere nessuno.
Il talento lirico di Élisa era, al contempo, ingenuo e febbrile, esondante; nel
frontespizio del libro il suo ritratto simboleggia una giovinezza terribile, una
bellezza sigillata da sifilitica inquietudine. Sapeva scrivere di tutto:
dall’elegia alla poesia ‘da camera’, dall’ode al sonetto; alternava struggenti
versi d’amore a stanze a tema mitico – secondo la moda ‘scozzese’ inaugurata
dall’Ossian di James Macpherson – e storico (scrisse di Annibale e di Napoleone,
tra gli altri). Amava le sfide, sapeva scrivere versi ‘a soggetto’, d’occasione,
durante le feste, per stupire gli astanti; la prima quartina di una poesia
dedicata al Tasso dice molto di lei:
> “Vittima sopraffatta dalla gloria e dalla sfortuna
> crollò sotto il peso del genio e dell’amore;
> memoria sigillata dal soffrire:
> una tempesta infuriava nel suo cuore”.
A Parigi, la si vedeva al braccio di Lamartine, Musset e Victor Hugo; scrisse i
versi maggiori un paio di secoli fa, tra il 1826 e il 1829; non aveva neanche
vent’anni. Con la “Rivoluzione di luglio” del 1830 perse la pensione statale che
le era stata conferita per sovrappiù di genio; fu costretta a scrivere per
vivere. L’aiuto di qualche amico non lenì il crisma di un carattere pronto
all’esasperazione, ossessionato da desiderio di rivalsa. Infine, Élisa concentrò
tutto il suo avvenire in una tragedia, Boabdil, che sarebbe dovuta andare in
scena alla “Comédie-Française”. La tragedia, dedicata a Madame Récamier – la
salottiera eternata da Jacques-Louis David, idolatrata da Canova –, racconta le
torbide vicende che gravitano intorno al “regno di Granada, ancora nelle mani
dei Mori”; la firmava “Mademoiselle Élisa Mercœur, di anni venti”. La
commissione della “Comédie-Française”, riunitasi nel marzo del 1831, decretò che
il testo era scritto con sapienza, ma che non avrebbe attratto il pubblico
parigino: Boabdil non calcò le assi di alcun teatro.
Élisa fu schiacciata dall’ennesimo abbandono – si ammalò, mollò la capitale.
Dissero di una malattia ai polmoni – la ragazza tentò il suicidio, naturalmente
con insuccesso. Morì il 7 gennaio del 1835, a venticinque anni, la seppellirono
al “Père-Lachaise”, tra retorici tributi di ammirazione. Negli anni, diventò
l’emblema dell’artista amato-e-abbandonato, del ‘caso’, del ‘mostro’ che per un
po’ incuriosisce le alte sfere della cultura di regime, per poi, senza ragione,
essere dimenticato. Sorgere sorgente dall’abbandono – l’ultima onta comminata ad
Élisa: l’oblio. In fondo, la poesia è un modo per dirsi orfani, per rifarsi
orfani – e giganteggiare in quella solitudine.
***
Dormi, amico
Dormi, amico, possano
i più felici sogni cullarti:
al risveglio la menzogna
non sarà più menzogna.
Se i figli della Notte
indossando la mia figura
e ti dicono “amare non è
un errore”, sotto il fogliame
delle lenzuola, accarezza
la cara illusione del bene
scaccia la paura dal cuore;
dormi in pace amico
veglia chi ti è al fianco.
L’uccello impenna canti
d’amore, la sua compagna
è giovane e lo ascolta.
Oh, amico, saremo felici!
Ma ora una nube scatta:
credo che tra poco pioverà.
Tutto minaccia tempesta:
amico mio, svegliati!
*
La foglia appassita
Perché cadi, foglia gialla, appassita?
Amavo guardarti in questa triste valle.
Una primavera e un’estate sono stati
tutta la tua vita: ora giaci sull’erba pallida.
Povera foglia! È passato il tempo in cui
verdeggiavi sul ramo ormai spoglio.
Eri così bella a maggio! Il gelo ti ha
lasciata in pena per qualche istante…
Inverno, stagione nottambula, corri
e scolori i rifugi delle creature celesti;
il vento della sera ti abbraccia ancora
piccola foglia, ma i suoi baci sono un addio.
*
Il canto del bardo di Scozia
Muore l’eroe sotto le carcasse del tempo
ma il Bardo, con il suo canto, lo strappa
dalla tomba. Il torrente è per sempre lì
la neve imbianca ancora l’erica
e dalla roccia scende lentamente
uno spettro, vaga nella valle solitaria.
Mezzanotte: il vento fa tremare i rami
della vecchia quercia. Silenzio: l’ombra
dell’eroe squarcia le nubi. I bardi
cantano le gesta degli antichi tempi
sotto le loro dita, fremono le arpe.
Si intonavano ai loro accordi
le lugubri voci degli spiriti:
chi si è perduto nel canto?
Da tempo non suona l’arpa:
chi ci offrirà le voci perdute?
Negli antichi giorni i canti
raddoppiavano l’ardore degli eroi:
scendevano nella tomba carichi
di gloria, pieni del loro nome immortale.
Ma ora sono solo creature in esilio:
i loro corpi non imprigionano
più spiriti tumefatti di luce:
non sono che aria rarefatta
e fiato sottile, cosa misera
che il vento della morte ha vinto.
L’abete nero soccombe all’inverno
le guide dei guerrieri sono morti
e sotto il muschio giace un deserto.
Quando tornate dalle selvagge colline
cacciatori, non calpestate l’umida erba:
a volte, tra la nebbia e la rugiada
l’ombra di chi qui ha combattuto
aleggia, accende di vita le valli.
*
Il voto
I
Non ausculti più la fiamma
che divora il mio cuore in frantumi:
mi hai lacerato l’anima:
di un’altra t’importa la felicità!
Che lei, fatata, non sappia
il dolore che prova chi viene tradito:
senza amore si muore…
e tu la ami più di me!
II
No, non cedo alla vendetta
non desidero, pur trafitta,
che tu sia vile e volubile con lei.
La tua assenza mi strazia
ma la mia anima, spaccata
dal rimpianto, fa un voto per te…
senza amore si muore:
amala più di me!
III
Se soccomberò al dolore
sarà soltanto tua la colpa.
Il tuo tradimento mi ha scavato
la fossa, ma non voglio odiarti:
chiusa in bara tomba, chi sei
per me? Ti dimenticherò –
muore il non amato
e tu ama, amala più di me!
*
L’addio alla vita
Effimera vita, assassino sogno!
Via da me ogni azzardo:
ora è l’ora in cui la pupilla
esaurita ogni luce, non
imprigionerà più altri sguardi.
Ora è l’ora del delirare
che ammutolisce il cuore
della bocca trabocchetto
del petto che si scuote per
le vane figure del passato.
L’ora in cui il diadema
crolla dalla fronte dei re;
l’ora suprema della vendetta
in cui lo schiavo, finalmente
libero, si libra dalle catene.
Ora in cui la morte ci afferra
e raggela ogni desiderio:
dal fiore precipitano i petali
e l’anima, imbambolata,
ritorna senza memoria.
Che senso ha piangere
per i propri sogni quando
la morte solleva ogni peso
e lascia finalmente respirare
il cuore?
*
L’amore
Menzogna che ride e trafigge
sonno fatale della ragione:
l’amore non è che un sogno
di cui la vecchiaia è il risveglio.
*
Canto polacco
[“Elisa ha appuntato questa canzone poco prima di morire. La terza strofa è
incompiuta”]
I
Presso le impetuose acque del Dnestr
nei campi consacrati dalla morte di Zolkiewski
avanza con coraggio un cavaliere: è triste
il cuore palpita sotto la nera armatura
ma la mano non regge arma, accarezza il bianco
destriero che muove le fauci come una tigre.
II
È il mese dei fiori e l’aria è pura, piantumata
di gemme, ma a lui non importa della neve né delle rose!
Sogna gli occhi azzurri che gli hanno perforato
il petto come un amuleto, quell’unico fuoco
cerca tra gli specchi che decorano la sua anima
la dolcezza di quegli antichi sguardi d’amore.
Élisa Mercœur
*In copertina: Élisa Mercœur secondo Auguste Belin
L'articolo “Divora il mio cuore in frantumi”. Storia di Élisa Mercœur, la
poetessa abbandonata proviene da Pangea.
Ritorno a Maria Banuş. Ora so perché.
Assenza di libri, latitanza di riferimenti, lontananza. Crochi di cristallo –
come a dire: una primavera in vitro. Attento, basta un sussurro a rendere il
sole un’ape di vetro, a dare a piene mani il seme del sangue. Comunque, ci sarà
sempre qualcuno a ostentare la ferita, ci sarà sempre un vampiro a indossare il
tuo volto.
Maria Banuş è una ‘segnata’ dalla poesia. C’è chi evolve come poeta, dopo lento
addestramento, dopo una vita al di là del verbo. C’è chi deve apprendere – e c’è
chi sa; chi è morso dalla vipera poesia, neonato, ne rimane infetto a vita.
Nella crisi, nel discrimine, ovviamente, non c’è privilegio di stazza, non c’è
statura in sapienza. I segnati rischiano in ingenuità, in maldestri morsi;
gli addestrati in preminenza d’intelletto.
Nata a Bucarest nel 1914, esordì alla poesia quattordicenne: il suo mentore,
Tudor Arghezi, è stato uno dei massimi poeti rumeni del secolo. Esordì, appunto,
puntualmente, da segnata: nelle sue poesie d’amore, fanciulle, con i nastri al
collo, si registrava un’enigmatica inquietudine. “Il paese delle fanciulle”
scandalizzò i puri di cuore: parlava di desiderio, sessualità, l’inganno e il
Graal del corpo – Maria aveva ventitré anni. In Italia, trovò un complice in
Andrea Zanzotto che tradusse alcuni suoi testi in Nuovi spazi, ‘placca’ edita da
Scheiwiller nel 1964; lei amava Giuseppe Ungaretti, “grand poète de l’Italie etu
du monde”, a cui dedicò una copia del libro. In Francia, fu ammirata da Alain
Bosquet, che curò due suoi libri, Éclats des glaces foraines (1979) e Horologe à
Jaquemart (1987); la riteneva pari ad Anna Achmatova, Else Lasker-Schuler e
Gabriela Mistral, in un ideale anti-canone della poesia del Novecento: “Incarna
meglio di qualsiasi altro poeta la vibrante verità e la gloria di un’epoca in
cui nulla resta immutabile. E racconta l’amore come nessuno prima di lei”.
Visse con alterna intensità la propria origine: ebraica per lignaggio, atea,
comunista, ricostruì in parte le proprie radici dopo la tragedia dell’Olocausto.
Tradusse molto: Goethe, Puškin, Rilke e Shakespeare su tutti; piacque a Pablo
Neruda, che la trasportò, con enfasi, nel mondo ispanofono: “Grazie Maria
Banuş”, scrisse, “Grazie per il costante palpito del tuo amore e del tuo
sognare, per la rete magica in cui tessuti d’oro e di fumo attraggono, dagli
abissi, ricordi così gravi, come pesci dall’oceano, reti che catturano la
farfalla più selvaggia delle pianure rumene”.
Selvaggio, cioè: una delicatezza senza enfasi, senza fronzoli; un dire incline a
inquinare il tinello della bieca vita, della quotidianità infarinata d’invidia,
il livore dei puri di cuore. Prendere senza chiedere – consumare senza ritegno –
ecco: Maria Banuş.
Eppure, a dispetto di altri poeti rumeni – Ana Blandiana, Nina Cassian, ad
esempio – è pressoché impossibile leggere Maria Banuş, oggi. Nessun libro ne
riferisce le peripezie liriche: Maria Banuş muore a Bucarest nel 1999, dopo aver
pubblicato diverse raccolte, non senza subire oltraggi e censure. Nel 1996 la
“Quarterly Review of Literature”, edita a Princeton, dedica a Maria Banuş una
vasta silloge, Across Bucharest After Rain, a cura di Diana Der-Hovanessian e
Mary Mattfiled, da cui ho tratto i testi pubblicati in appendice. La Banuş è
definita “la più conosciuta poetessa rumena dei nostri tempi, sopravvissuta a
censure, pogrom e dittature. Nonostante ciò, ha scritto alcune delle più tenere
poesie d’amore nella giovinezza, alcune delle più intense poesia sulla vecchiaia
e alcune potenti poesie ‘politiche’ contraffatte da elementi onirici”.
Sono tornato a Maria Banuş mentre in questi luoghi di confine, di colli e
boschi, di vite sul baratro, nevicava. Il bianco, a tali intensità, perfora gli
occhi e riorganizza il senso della parola fame – reca panieri di albini corvi.
Nevicata: angeli senza ali, fatti di celesti fauci, tutto bocca – la Via Lattea
che pare un agnello – e questo agonizzare di alberi-titani. Macchine fuori via,
come ippopotami, sui campi. Muggiti di vento. Sotto la neve tutto pare
imperturbabile – per rivelarsi fragilissimo. Il più antico rito si dimentica in
un attimo. Allo stesso modo, la poesia di Maria Banuş: dietro ogni parola
assoluta c’è l’assoluzione, dietro ogni frase perentoria cova una fuga; alle
spalle dell’amore c’è il bacio che trafigge, alle spalle, il codice del
traditore. La pietra si scopre velo – la poetessa, un tempo ferina, ora è il tuo
pane, si sbriciola, non è più.
Chi cresce sotto la neve diventa così candido da potersi permettere ogni
crudeltà.
**
Lettera
Sssh. Ti scrivo perché
la notte ha il volto di un fauno
perché il palato è amaro, come
la serica buccia delle noci verdi,
ti scrivo perché come te
non ho memoria. Ne sono certa:
presto ci dimenticheremo del pallido
sfarfallio delle nostre palpebre.
Ricorda. Stavamo camminando. Poi
i capelli, contorti, che crollano sul viso.
Vento a raffiche. Alberi rimpiccioliti
dalla polvere che si toccano, frusciano.
C’era l’acacia. C’era il mare.
Ci siamo fermati perché dovevo
levarmi la sabbia dai sandali. Questo
è tutto. Le tue caviglie, ricordo: più care
per me del cielo e della terra.
*
Novembre
Come le lische di un pesce fantasma
come i nervi d’argento
delle foglie trasparenti,
come le minuscole clavicole di un elfo
questo giorno intagliato nell’avorio
di una bellezza carnevalesca
cerca di ingannarmi ma non riesce.
Ti conosco, incantatore.
Ti riconosco dal guscio scartato
del gambero in decomposizione
inghiottito fino all’inguine.
Non importa quanti siano i tuoi
travestimenti, di quali fraintesi
ti ammanti: io ti riconosco, mio signore.
Sento il tuo respiro
che mi sfiora il viso
come il bianco, come l’avorio
come l’argentea tela di un ragno:
vorrei essere sepolta tra
le braccia del mago.
Posso toccarti, mio signore.
*
Tra due rovine
ho issato la casa.
Tra due tradimenti
ho piantato la fede.
Tra due crepe
ho apparecchiato.
ho messo tovaglioli, posate e sale.
Tra due montagne di morti
ho trovato un croco – e ne ho sorriso.
Quella era la mia vita. Puoi capire
che è così che ho vissuto?
*
Pregiudizio
È un pregiudizio innocente
nient’altro, tutti ne hanno diritto.
Il mio è un giglio randagio
in mezzo a sofisticate
teorie sull’arte. Margherita e orgia.
È un gioco, ovviamente:
gioco con mattoni
storti. Questo mi è stato
dato per giocare:
fango e palta
di sangue secco. Così costruisco.
Cosa?, ti chiederai.
Oh, è una torre
con becco e artigli.
Reggerà?
Resisterà?
Per ora, c’è un filo a piombo
una legge, un nervo
infine, una lacrima.
Una lacrima pesante, fitta
fatta di piombo?
*
Bucarest dopo la pioggia
Forse è questa l’ora in cui
le vecchie cellule muoiono
(una volta ogni sette anni, dicono)
e le nuove sono appena nate, sono gemme
che muovono i primi passi insieme a me
alla luce dei castagni.
Questo pomeriggio di giugno è costruito
con strisce di cielo rosa e grigie, con asfalto
di seta bagnata e foglie fradice che brillano al sole.
Perché ho meritato quest’ora di grazia?
Forse per gli anni trascorsi nella falena
della scrittura, forse per quelli all’ombra della forca
forse perché è cenere la tinta del mio sorriso.
Ma come potrei sdebitarmi per questo rosa
vergine e vivente, per quest’ora fenicottero
mentre l’annunciazione mostra castagni ovunque?
*
Il ciclo
Prima ho imparato tutto
piuttosto bene:
numeri, nomi di cose,
luoghi.
Poi mi sono riposata
come l’idiota del villaggio
contempo e scopro
di aver dimenticato tutto.
Una caverna mi si apre di fronte
scendo un gradino
attraverso il prato.
Bruco come un cavallo.
Sono l’agnello che scopre il pascolo.
Scendo un altro gradino
e trovo radici contorte
di alberi.
Un altro gradino – le pietre.
La luce vibra, mi siedo
inizio a imparare
dall’altro lato del mondo.
*
L’angelo della morte
Un giorno, mi ha fatto visita l’angelo
della morte, vestito da fornaio. Aveva farina
bianca sulle mani, sul viso, sui vestiti.
Il suo forno emanava un dolce profumo
di pane, di pane cotto alla luce.
In una mirabile rotazione ritmica
usciva una pagnotta dopo l’altra
come il sole a la luna.
“Non ho paura di te, fornaio.
Non assomigli per nulla al vecchio
Ianni, che stava sulla strada della mia
infanzia, quel paradiso di pasticceria”.
Gli stavo dicendo queste parole quando
si voltò verso di me, in una vampa orribile:
dietro di lui ruggivano i forni dell’olocausto –
sotto il grembiule infarinato, proprio come
quello del buon fornaio, l’angelo della morte
nascondeva un tronco ricoperto di funghi
velenosi, che dilagavano lungo le radici.
*
Geologia
era una fetta di pane col burro
divorata nel cortile della scuola
una fetta di immobili nubi
in una fotografia
la porzione di un urlo mutilato
dalle parole, la fragranza dei pini
che tintinna nelle tue parole,
strati, scisti sedimentari,
le mie montagne.
*
Antico amore
Lo sapevo, sarebbe accaduto
in questa terra di nebbie:
ciò che mi ha sorpreso
è stato tutto quell’ectoplasma
avvolto di grigi sudari.
E noi due ancora
mano nella mano con tutte
quelle parole già scartate
e le parole che davano
alle narici un sentore
di sangue che ascende
dalla terra della lava
dalla terra della lotta
e noi ancora mano nella mano.
Maria Banus
L'articolo “Nella falena della scrittura”. Maria Banuş, la poetessa di cristallo
proviene da Pangea.
Ho sempre amato i traduttori che sono anche dei poeti, perché c’è spesso molta
poesia – molta fame di poesia – in chi traghetta la parola da una lingua
all’altra dovendo dire “quasi la stessa cosa”. Penso alle grandi versioni dei
nostri poeti migliori, fra i quali Cesare Pavese, Franco Fortini, Amelia
Rosselli, Patrizia Cavalli, Silvio Raffo. Così mi capita spesso di cercare fra i
poeti stranieri coloro che hanno anche tradotto, occasionalmente o meno. In
questo modo ho scoperto le poesie dell’argentina Mirta Rosenberg.
Mirta Rosenberg nasce a Rosario nel 1951, il 7 ottobre, data della morte di
Edgar Allan Poe, poeta che – appunto – fu tradotto da un altro grande poeta
dell’Ottocento, Charles Baudelaire. Gli echi dei poeti che più amiamo si
rincorrono attraverso i secoli e rincorrendosi si fanno strada e aprono nuove
vie ai poeti che verranno. Mirta Rosenberg è morta nell’estate del 2019. Ha
pubblicato diverse raccolte di poesie ma ha anche tradotto versi di Katherine
Mansfield, di William Blake, di Walt Whitman, di Emily Dickinson, di Anne
Sexton, di Dereck Walcott, di Marianne Moore, di Hilda Doolittle, di W.H. Auden,
di James Laughlin, di Seamous Heaney, di Anne Talvaz e di Louise Glück. Data la
mole del suo lavoro di traduzione, ho pensato di tradurre a mia volta qualche
sua poesia per i lettori italiani. Spero che le mie versioni siano un passaggio
di testimone per altri poeti e traduttori appassionati.
(Edoardo Pisani)
Mirta Rosenberg (1951-2019)
**
Materia eterea (da Marginados, 2006)
I bambini sono di gran lunga la mia rivoluzione maggiore.
Ho orbitato due volte interamente
come un gravido pianeta
intorno al sole. Ho scritto nuovi nomi
su una riga celeste, con inquietudine,
furia e sedizione.
Ho brindato in loro onore con altre donne,
con del whisky e della birra,
sul pianeta in cui le donne brindano
per le cose che crescono e malgrado esse.
Felice e sventurata, feci della mia rivoluzione
una conquista e una ferita aperta
di quelle volte in cui avevo completato la mia orbita.
La tengo in fresco perché entri in me,
una certa irriconoscibile aria familiare,
che ora i miei figli emanano
con la più grande naturalezza.
*
L’origine dell’azione (da Pasajes, 1984)
La passione più forte
della mia vita
è stata la paura.
Credo nella parola
(dillo)
e tremo.
*
Poca pazienza (da Marginados, 2006)
Il mio primo amante
aveva il doppio dei miei anni.
Piccolo di statura,
parlava con dei diminutivi
e preferiva i verbi al condizionale,
le imminenze differite.
Diceva potremmo stasera,
piccolina, e non lo facevamo mai,
neppure quella sera,
mi ha costretto a essere paziente
e ad aspettarmi dal futuro
cose diverse, piccole e tardive
invece di intonare litanie
per ciò che mai
saremmo stati.
*
Una lettera trasformata in cosa (da El arte de perder, 1998)
Sopporto sempre meno, amica mia,
le emozioni e so che a volte ho un’espressione
capace di fare notte a mezzogiorno.
A ragione credo di ricordare altri giorni
in cui la sola ombra era
quella proiettata dagli alberi,
e poi ricordo altre cose.
Ma in fin dei conti i ricordi sono delle sciocchezze.
Sono come delle fasciature, mummificano,
e io sono come una mummia
personale: ultimamente prendo
la vita come viene, come il nocciolo
di cui tutto sappiamo appesantisce l’oliva
e le dà un’anima
laboriosamente amara.
Negli ultimi tempi è morta mia madre,
ma era vecchia.
Ha cominciato a pensare alla vecchiaia
come chi vaga nella sua personale catacomba
in cui giace la sua mummia personale
e vede ogni cosa che passa come è.
Negli ultimi tempi non sono più del tutto me stessa, certo,
e vedo passare le cose
e talvolta ne finisco con esse
come un riflesso di me stessa
che si blocca nello specchio.
Quasi tutte le cose.
Sei talmente lontana che ho pensato
di fare un movimento di fondo
per scrivere una lettera a un’amica.
Ma in questa tenebra dell’io
non posso chiudere un occhio
per timore di non vedere il cambiamento
nella forma delle cose
e a poco a poco sono diventata una di queste,
una di queste cose.
Ho pensato di scrivere una lettera a un’amica
che fosse materia solida fra altre cose
più inafferrabili o fumose,
ombre più serie di ciò che ho perso.
Meno una lettera che una cosa.
E invece di spedirla ricordarmene
come un cambiamento della cosa,
perché diventi fra noi due,
la mia amica e io,
materia di metafora.
*
Da El árbol de palabras (2018)
La poesia fiorisce quando la storia è avversa all’umanità. Massacri, campi di
concentramento, regimi totalitari le danno un significato più profondo. La
vediamo come una risorsa naturale, parole che sono lì, a portata di mano, per
consolarci dell’inconsolabile.
La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande. Se ha un motivo
occulto, un disegno, l’obiettivo di convincere, diventa un pamphlet.
Il protagonista è il linguaggio, è questo che ci unisce e che ci separa. Animali
parlanti, pensanti. La poesia è anche pensiero.
(traduzioni di Edoardo Pisani)
*In copertina: Magnus Enckell, Ragazzo con teschio, 1893
L'articolo “La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande”.
Scoprendo Mirta Rosenberg proviene da Pangea.
Sandor Weöres pare una specie di Lord Jim della letteratura ungherese, un uomo
animato da una curiosità oceanica – e da una equivalente inquietudine. Nei suoi
versi, Weöres è sempre spiazzante: a volte adotta i toni di un filosofo stoico
tardoantico – nel suggestivo Terra sigillata –, a volte arma di immagini un
concetto, altre volte sorprende con bucoliche tenerezze. Le sue invettive contro
l’ardore bellico che anima l’uomo prendono la via della profezia più che del
pragmatismo; in Ore difficili, ad esempio, la lotta ha il nitore della ricerca
ascetica, la predilezione per la vita spirituale.
Nato nel 1913 a Szombathely, in Ungheria – il padre era un ussaro – Weöres ha
studiato legge, poi geografia, infine filosofia; ha esordito con rapace
precocità, pubblicando le prime poesie a quattordici anni, segno di una stimmate
interiore. Ha viaggiato – e vissuto – nelle Filippine, in Vietnam, in India, in
Italia; poeta dal cuore apolide, apolitico per estro, ha ingaggiato un
versificare che stringe l’assoluto, che fa lo scalpo alla Storia. Durante la
Seconda guerra, fu obbligato ai lavori forzati; rifiutò i diktat del “realismo
socialista” rifugiandosi in una poesia totale, capace di risvegliare dal torpore
i miti, altrimenti assiderati dalla “Repubblica Popolare”. Tra il 1949 e il 1964
la sua poesia fu considerata sgradita, ostile al suo Paese. Gli fu utile la
pratica del tradurre: trascinò nella sua lingua l’opera di Dante, di Petrarca e
di Leopardi; ha consegnato una versione sgargiante del Daodejing, molto letta
ancora oggi, e dell’Epopea di Gilgamesh. Sentì una certa sintonia con Thomas S.
Eliot, di cui tradusse La terra desolata. Per un po’, fu libraio, a Budapest.
Morto nel gennaio del 1989, Sandor Weöres è riconosciuto tra i grandi poeti
ungheresi di ogni tempo: nel suo paese gli hanno dedicato statue. In Italia la
sua opera è pressoché sconosciuta: nel 1984, per Vallecchi, Paolo Santarcangeli
ha curato alcuni suoi testi nel complessivo Trilogia di poeti ungheresi (insieme
a poesie di György Somlyó e di Sándor Rákos). In Francia, Sandor Weöres è stato
tradotto da Bernard Noël; nel mondo anglofono ha avuto la ‘benedizione’ di Edwin
Morgan, grande poeta scozzese (è stato il primo ‘Poet Laureate’, o meglio,
‘Makar’ del suo Paese) e grande traduttore (tra l’altro, del Beowulf, di Eugenio
Montale e di Attila József). Così ne scrive nell’edizione dei Selected Poems di
Weöres uscita da Penguin nel 1970:
> “Sandor Weöres è poeta proteiforme, di straordinario virtuosismo, capace in
> ogni formula lirica, dai metri complessi al verso libero, profondamente
> consapevole dei poteri musicali e ritmici che la poesia condivide con la danza
> e il rito, a tal punto che la sua opera sa fondere il sofisticato nel
> primordiale. Non sorprende, dunque, la sua visione assoluta della poesia,
> assolutamente ‘aperta’ a ogni possibilità di canto; non sorprende che non
> nutra simpatie verso i precetti socio-politici del Paese in cui vive”.
Leggendo Sandor Weöres – in calce, alcuni versi tradotti dalla versione di Edwin
Morgan – si percepisce l’indole del poeta come creatore di mondi, come re delle
stelle. Una condizione lirica, al contempo, ferina e piena di grazia, grata al
creato.
***
Momento eterno
Non affidarti alla pietra:
si sbriciolerà. Plasma nell’aria
l’istante che perfora il tempo
dall’aldilà all’adesso
veglia su ciò che l’ora ammorba
tieni stretto nella morsa
il tesoro – l’eternità, bilanciata
tra futuro e passato.
Come il corpo del nuotatore
è sfiorato dal pesce che fluttua
così ci sono momenti in cui
Dio è in te e tu puoi divinarlo:
lo ricordi a tratti, a bocconi,
sempre troppo tardi, in sogno.
Mastichi l’eternità
da questo lato della tomba.
*
Morire
Occhi di madreperla, acido sentore
di mele, scampanio di urla e passi
che balbettano, si addensano, gemelli
dalle enormi corna sogghignano
e affondano e trabocca il freddo e tutto
è azzurro, vasti elettrificati azzurri campi
aratri che lampeggiano e spine
che sbocciano sulla nudità del cielo
la terra ha le rughe, la terra è lebbrosa
ma scalpita un dolce nido selvaggio:
dal piatto si apre una luce puntinata, costante.
*
Bisbiglii nell’oscurità
Ti issi dal pozzo, bimbo. La tua testa è una pira, il braccio un ruscello, aria
il tuo corpo, fango ai piedi. Devo legarti, ma non avere paura; ti amo e i miei
nodi sono la tua libertà.
Scrivi sul cranio: “Sono forte, devoto, impavido, amo la casa e piaccio alle
donne”.
Scrivi sul braccio: “Ho tutto il tempo che voglio, non ho fretta: l’eterno è
mio”.
Scrivi sulla schiena: “In ogni cosa mi riverso, ogni cosa in me si riversa; non
sono continente, nulla può contaminarmi”.
Scrivi sui piedi: “Conosco la misura dell’oscurità, le mie mani sondano i suoi
lemmi; sono il solo che conosca il senso della parola abisso”.
Ora sei oro, bimbo. Diventa pane per i ciechi, trasformati in spada per chi ti
vuole.
*
Terra sigillata
Epigrammi di un poeta antico
Inutile investigare: so nulla. Un vecchio uomo che dorme, al risveglio è un
bambino – puoi leggere ciò che sai nei miei grandi occhi azzurri. Intravedo gli
acidi acini del sapere.
*
Un bambino dalle dita rosate accarezza le trote in riva al fiume: ne chiedo una
e lui risponde no, non ti darò nemmeno una trota autentica.
Vecchi profeti, cosa volete ancora da me? I ventiquattro prismi celesti – un
tempo vagavo cieco nel cuore e sapevo leggerlo.
*
Se vuoi la tua fortuna, ti svelerò chi sei, cosa ti aspetti – ma sono sordo ai
proclami – non ho più segreti da saccheggiare.
*
Dici di essere figlio di Dio: perché allora ti comporti come un mendicante?
Zeus, quando scende sulla terra, chiede pane e acqua, ha fame, come un
vagabondo.
*
Lo Splendente scende sulla terra e mendica nel fango – quando è nel suo
castello, in cielo, tra colonne d’oro, sogna di tornare quaggiù.
*
Il messaggero mira in alto: ecco il centro della terra!
Sopra la sua testa, il cielo si impenna, con un buco nel viso.
*
Bello il pino solitario, bella la rosa aureolata di api, bello il bianco
funerale, il più bello di tutto – l’unione.
*
I tesori dell’albero: foglie, fiori, frutti.
Li dona con generosità, avvinghiato agli elementi.
*
La foresta è pudica, il lupo muore all’ombra, senza dare notizia di sé – una
prefica pagata come si deve urla senza vergogna durante la sepoltura di uno
sconosciuto.
*
Se il cuore è saldo, il malfattore non commette errori mentre presenta bilanci
corrotti – ma si sbilancia, sbriciola in pianto e prova pietà per l’innocente
punito.
*
Il crimine ha una sua nobiltà, la virtù è sacra; ma che valore ha un cuore
inquieto? In quel caso, il crimine è un ubriaco furioso, la virtù un
carceriere.
*
Taglio il destino nel bocciolo: il mio cranio è la cupola celeste, le stelle
gravide di fato corrono lungo le sue arcate.
**
Segni
I
Il mondo intero è sotto la mia palpebra.
Dio si insinua tra la testa e il cuore. Ecco perché mi sento pesante. Ecco
perché è infelice l’asino su cui sono assiso.
*
II
Folle dei cieli: tu che versi il tuo viso sulle acque, qual è la ragazza che ti
svestirà della follia?
Grande santo, dopo aver nuotato in questo mondo sei arrivato al silenzio,
all’infinito vuoto – sei asceso fino all’abito di cristallo della sposa: e,
dimmi, com’è?
*
III
Uomo: risveglia la donna segreta, segregata in te; donna, illumina la tua parte
maschile: quando l’Invisibile abbraccia, penetra ogni parte di te.
*
IV
Grande è l’amore che ci getta nel vortice!
Grande è l’amore che ci attende mentre ci trasformiamo in un vortice!
*
V
Più delle nebulose afflizioni del cuore, più del dubitoso lavorio della mente –
compiaciti del mal di denti, per le energie che ti leva…
Solo le parole possono risolvere una domanda – ma ogni cosa ha in sé la sua
risposta.
**
Ore difficili
Il tempo delle cupe profezie è al termine: la Storia bisbiglia il suo Inverno
intorno a noi.
Uomo: potenza suicida nelle membra, veleno nel sangue, follia di cane rabbioso
nel cranio – nessuno può divinare il suo destino.
Vuole squartare i propri simili con nuovi strumenti di devastazione, vuole
ispezionarne le ossa; le sue sole conquiste: la perdita della ruota e del fuoco,
l’oblio del verbo, la vita a quattro zampe.
Che si districhi, che si sleghi: che rinunci ai suoi innumerevoli gesti da
marionetta condotti con ostinazione brulicante di vermi, alle sue attività utili
ad approvvigionare termiti – si commisuri all’ordine del mondo interiore.
I monti interiori, familiari e ordinari, sovrastano l’avidità individuale. Si
integrano tra loro, trovano equilibrio con il mondo esterno.
Questa è l’antica pratica: finora i flussi insanguinati della storia si sono
mossi ispirati dalla bellezza e dalla grandezza – ma ora è soltanto morte
inferiore, incessante processo di disumanizzazione.
In qualche culla un bambino in fiamme reca dono divini; neppure nei nostri sogni
potevamo prevederlo.
Come nei tempi passati si è svelata l’arcana forza del mondo materiale così
sveleremo i poteri del mondo interiore, incorporeo.
Nelle mani del bambino la lampada della ragione non ha tirannia: serve a
risvegliare le forze spirituali, le illumina, le mette all’opera.
Una volta, l’uomo era un grande conquistatore – in futuro, conquisterà se stesso
– allineerà le stelle al suo destino.
*
Montagna, paesaggio
Il fiume fende la valle
gli uccelli spettegolano.
Quiete verticale
case-volto-di-Dio:
levitano.
Più in alto, il canto di Nemo
il mulino sulla cima:
il ghiaccio si rompe, è brutale.
Sandor Weöres
L'articolo “Non ho più segreti da saccheggiare”. Vita & versi di Sandor Weöres
proviene da Pangea.
La poesia di Jay Wright è “enormemente vasta”, come Pasolini definì quella di
Pound nella celebre intervista: nata come lirica di forte impronta religiosa, in
essa si riscontra un’insistenza decisa sul tema della storia dagli albori, anche
solo nei titoli stessi della raccolta d’esordio del 1967 Death as History, poi
ripudiata, e della ben più cospicua Dimensions of History (apparsa nel 1976),
tanto che Gerald Barrax scrisse nel 1983 che “se Wright avesse una musa classica
sarebbe Clio”, come ben evidente in particolare nei suoi primi quattro libri di
versi: l’opera del poeta, sempre per citare il Pasolini dell’intervista, si
sviluppa come se “si estendesse in superficie occupando un territorio poetico
immenso”, dall’Africa dei suoi antenati alle Americhe, affondando le radici
nella millenaria tradizione filosofico-letteraria del mondo classico e nelle
varie ramificazioni europee che ne derivarono, ove epoche diverse e mitologie
disparate come egizia, azteca e Dogon (dall’Africa occidentale) – per citare
quelle che più comunemente si incontrano – permeano il tessuto dei versi
convergendo in una singolarissima architettura.
Estremamente unitaria, la sua poesia andrebbe vista probabilmente come un’unica
opera in versi: a suggerire questa continuità (peraltro confermata dallo stesso
autore) basti ricordare che in Transfigurations, apparsa nel 2000, vennero
ristampate le precedenti sette raccolte The Homecoming
Singer (1971), Soothsayers and Omens (1974), Dimensions of History (1977), The
Double Invention of Kǫmǫ (1980), Explications / Interpretations (pubblicata nel
1984 ma scritta prima del 1980), Elaine’s Book (1986), Boleros (1991) e la
semi-eponima Transformations, inedita; la raccolta successiva, The Guide
Signs (apparsa nel 2007), come Transfigurations venne stampata a Baton Rouge
dalla Louisiana State University Press, e con quella condivide anche l’aspetto
grafico della copertina (fatta in entrambi i casi da Amanda McDonald Scallan) e
dei caratteri (Trump mediaeval), sottolineando ulteriormente la continuità tra
le due opere (e quindi tra The Guide Signs e le precedenti otto).
Anche nei volumi pubblicati dal 2007 in avanti, Music’s Mask and
Measure (2007), Polynomials and Pollen (2008), The Presentable Art of Reading
Absence (2008), Disorientations: Groundings (2013), The Prime
Anniversary (2019), Thirteen Quintets for Lois and the ἔτι καὶ νῦν of
Grace (2021) e Postage Stamps (2023), si riscontrano molti degli elementi che
avevano caratterizzato le prime nove raccolte: a livello poetico si nota una
continua frapposizione di una dimensione piú “lirica”, in cui le opere sono
composte in prevalenza da poesie relativamente brevi, spesso di qualche dozzina
di versi (non mancano ovviamente esempi di testi più succinti, come in Music’s
Mask and Measure, composta quasi interamente da poesie tra cinque e dodici
versi, e in altre raccolte in cui si trovano sonetti o componimenti in poche
ottave o strofi spenseriane, come ad esempio in The Prime Anniversary), ad una
dimensione più “poematica”, evidente ad esempio in The Presentable Art of
Reading Absence, un unico poema, o in The Double Invention of Kǫmǫ e in The
Guide Signs, di cui intere sezioni sono strutturate più come poemi o poemetti (o
sistemi unitari di poemetti) che come raccolte di poesie.
Fatta di accostamenti tra culture lontane a livello geografico e storico, questa
poesia è diventata man mano più universale, più pregna di immagini
caratterizzate da una callida iunctura: si osserva sempre la giustapposizione di
mitologie distinte appartenenti a mondi diversi, che inizia già in Soothsayers
and Omens e trova forse il suo apice in alcuni titoli di Boleros, in cui Wright
stabilisce una corrispondenza tra le muse greche e gli stadi dell’anima nella
mitologia egizia; nelle raccolte da Transformations in avanti il poeta affianca
alla cosmologia mitologica (prevalentemente Dogon) un cosmo più concreto, vicino
a quello degli astronomi, menzionando ad esempio lune di Giove, frammenti di
stelle e campi magnetici in Transformations; in tempi più recenti ancora nomina
spessissimo gli elettroni, e userà un’espressione fortemente scientifica come
“il reperto fossile di un’anima” in The Presentable Art of Reading Absence.
Pur essendo in origine avulso dalla metrica tradizionale e legato a versi brevi,
già in Dimensions of History Wright a tratti usa con insistenza il verso più
comune nella poesia inglese, il pentametro giambico; la metrica canonica torna
(filtrata da un uso molto novecentesco e “libero”) nelle sezioni conclusive
di Boleros e poi in gran parte di Transformations, dove compaiono sonetti con
strutture rimiche piuttosto inusuali (continuando la tradizione di Ozymandias o,
in tempi piú recenti, di Parting di Yeats) che comporranno poi anche il primo
movimento di Thirteen Quintets for Lois; inizialmente le rime sono non di
rado in tmesi, con parole troncate a metà e continuate al verso successivo;
vengono conservate in posizione più consueta nelle ultime raccolte, ove si
osserva piuttosto uno spostamento degli accenti verso la fine delle parole per
esigenze di rima. Nonostante un uso meno frequente, i versi liberi continuano a
far parte della poesia di Wright anche nelle ultime raccolte, soprattutto nelle
sue parti liriche.
Emergono molto numerosi sintagmi in altre lingue, in prevalenza in spagnolo,
presente in particolare nelle poesie di ambientazione latinoamericana (Wright
cita spessissimo autori dell’intera tradizione poetica in lingua spagnola, dal
vecchio e dal nuovo mondo), quindi anche in francese (antico e moderno), in
italiano (si tratta soprattutto di citazioni dalla Commedia, ma compaiono anche
altri autori), in latino (aureo e carolingio), in tedesco e in greco antico,
lingua in cui si riscontra anche l’invenzione lessicale, come nel caso del
neologismo “ἱερο-χθων” in Polynomials and Pollen (da ἱερός, “sacro” e χθών,
“terra, suolo”, il secondo associato genericamente all’oltretomba e alle sue
divinità oscure).
Come si può dedurre, a fronte un apparato poetico così vasto le fonti sono
molteplici: solo per citarne alcuni tra i moltissimi Wright stesso scrisse a
proposito dei versi di The Double Invention of Kǫmǫ che i lettori avrebbero
certamente riconosciuto “Goethe, Agostino (in quanto doppio cittadino), Dante,
Duns Scoto e i rinascimenti [sic]” tra le molte voci; l’uso di un linguaggio
patristico nelle poesie più religiose rimanda alla Bibbia (talvolta anche
all’Apocalisse e in generale ai suoi libri più “immaginifici”), ai presocratici
e ai poeti confessionali, tra cui compare spesso Donne; è preponderante la
tradizione tedesca, soprattutto quella poetica; Wright nomina spesso
esplicitamente filosofi, prevalentemente greci antichi come Plotino e Parmenide
(in particolare in Disorientations). Tra i contemporanei ricopre un ruolo
primario Eliot, e non mancano ovviamente grandi poeti afroamericani del
Novecento come Tolson, a cui è spesso associato, mentreExplications /
Interpretations è dedicata a Harold Bloom e a Robert Hayden, morto appena
quattro anni prima della pubblicazione; The Double Invention of Kǫmǫ, infine, è
dedicata al grande antropologo Marcel Griaule, che studiò a fondo i Dogon e la
loro mitologia.
Il suo linguaggio è spesso piano e al contempo molto elegante, semplice a
livello linguistico e complicato a livello di stratificazione
storico-filosofica, gremito di parole in lingue native americane e africane;
sebbene il senso profondo dei suoi versi sia spesso oscuro, la loro limpidezza
fa di Jay Wright uno dei più grandi poeti viventi.
Francesco Kerbaker
**
The Invention of a Garden
I’m looking out of the window,
from the second floor,
into a half-eaten patio
where the bugs dance deliriously
and the flowers sniff at bits of life.
I touch my burned-out throat,
with an ache to thrust
my fingers to the bone,
run them through the wet
underpinnings of my skin,
in the thick blood, around
the cragged vertebrae.
I have dreamed of armored insects
taking flight through my stomach wall,
the fissured skin refusing to close,
or bleed, but gaping
like the gory lips of an oyster,
stout and inviting, clefts of flesh
rising like the taut membrane of a drum,
threatening to explode and spill
the pent-up desires I hide.
Two or three birds
invent a garden, he said
and I have made a bath
to warm the intrepid robins
that glitter where the sun
deserts the stones.
They come, and splash, matter-of-factly,
in the coral water, sand-driven
and lonely as sandpipers
at the crest of a wave.
Could I believe in the loneliness
of beaches, where sand crabs
duck camouflaged in holes,
and devitalized shrubs and shells
come up to capture the shore?
More, than in this garrisoned room,
where this pencil scratches
in the ruled-off lines,
making the only sound
that will contain the taut,
unopened drum that beats the dance
for bugs and garden-creating birds.
L’invenzione di un giardino
Guardo dalla finestra,
al secondo piano,
verso un logoro patio
dove gli insetti danzano in delirio
e i fiori annusano pezzi di vita.
Tocco la mia gola bruciata,
volendo infilare
le dita fino all’osso,
passarle negli strati
bagnati sotto la mia pelle,
nel sangue spesso, intorno
alle vertebre ruvide.
Ho sognato insetti corazzati
involarsi squarciando il mio stomaco:
la pelle fessa rifiutava di chiudersi
o sanguinare, aperta
come le labbra cruente di un’ostrica,
forti e invitanti, fessure di carne
pulsanti come la pelle tesa di un tamburo,
minacciando di scoppiare e sversare
i desideri repressi che celo.
Due o tre uccelli
inventano un giardino, disse,
e ho costruito una vasca
per scaldare i pettirossi intrepidi
che luccicano dove il sole
lascia le pietre.
Vengono e spruzzano, in modo pratico,
nell’acqua corale, guidati dalla sabbia
e soli come piovanelli
alla cresta di un’onda.
Potrei credere alla solitudine
delle spiagge, ove granchietti
si camuffano in buche
e arbusti e conchiglie smorti
vengono a catturare la riva?
Più che in questa stanza presidiata,
dove questa matita solca
linee cancellate,
facendo l’unico rumore
che conterrà il tamburo
teso, chiuso, che detta la danza
per insetti e uccelli crea-giardino.
(Da The Homecoming Singer)
*
Inside Chapultepec Castle
Wherever you turn,
the sensual halls caress you.
Rose blood heroes snarl
and careen from the walls.
Jades and silver medals enchant your eye.
Fading amber tapestries and gold furniture
lie jealously next to them.
To get here,
you are pulled from below,
a baptized sinner
emerging from the water,
still trembling.
If you listen,
you can hear something
picking at this temple’s heart.
If you are still,
you can see a girl,
as pure as a goddess
who would embrace the chosen,
lie down to caress it.
Nel castello di Chapultepec
Dovunque ti giri,
le sale sensuali ti accarezzano.
Eroi dal sangue di rosa ringhiano
carenando dai muri.
Giade e medaglie argentee incantano i tuoi occhi.
Arazzi ambrati sbiaditi e mobili dorati
stanno, gelosi, accanto a loro.
Per arrivare qui,
sei tratto da sotto,
peccatore battezzato
che emerge dall’acqua,
ancora tremante.
Se ascolti,
puoi sentire qualcosa
che becca il cuore del tempio.
Se resti fermo,
vedi una ragazza,
pura come una dea
che abbraccerebbe i prescelti,
sdraiarsi e accarezzarlo.
Da (Soothsayers and Omens)
*
Teponaztli
Fat singer in three keys,
a continent rolls at your feet.
Gourd gong of the dervishes,
praise your end.
Your tongue slit double,
the mallets stamp your body,
a calked Calliope,
sheer deep in pitch and darkness.
Bone clock of the spirits,
praise your purposes.
Inside, the body,
cut rib upon rib,
howls at the debt the drummer owes.
When the lion climbs
into the skin of a llama,
debtors to ourselves,
we pitch the sound of serpent’s feet,
mare’s claws, an eagle’s brimstone,
and the body screams agains
the stamp of a goddess
white as pain.
Teponaztli
Cantante grasso in tre chiavi,
un continente rotola ai tuoi piedi.
Gong duro dei dervisci,
elogia la tua fine.
Tagliata in due la lingua,
i magli pestano il tuo corpo,
Calliope sigillata,
invischiata in pece e buio.
Orologio d’osso degli spiriti,
elogia i tuoi scopi.
Dentro, il corpo,
tagliato costola su costola,
urla al debito del tamburiere.
Quando il leone entra
nella pelle di un lama,
debitori a noi stessi,
moduliamo passi di serpente,
unghia di cavalla, zolfo d’aquila,
e il corpo grida contro
il colpo di una dea,
bianco come il dolore.
Il Teponaztli è un tamburo azteco, suonato con bacchette che battevano su due
lingue di diverse dimensioni incise sulla superficie.
(Da Dimensions of History)
*
[Bolero] 7
Tough old Glasgow tucks itself
under a leg of the Firth of Clyde.
No
Scotia sniveling in that,
just pennywise prudence, a way
of ladling the elation of coming home.
Logicians on the eastern shore count it
no surprise that queenly old Edinburgh
lies on the Firth of Forth,
near to the heart of Midlothian.
So, on a doon and windless morning,
we whip east and touch down
near the greenest pasture in Scotland.
As we step from the plane,
the neighboring sheep show us their haggis eyes
for the flinty spark of a moment.
Suddenly,
I amna deid dune sae muckle as fou,
suspecting that, here, one can
thow the cockles o’ yin’s heart,
no small change from a sixpenny planet,
and have the thieveless crony within you
as suddenly awaken.
We found this bel canto morning
in a Jarocho garden,
on an afternoon when spring had departed
and left only its scunning heat.
I say this now, though I know
that my heart’s weather had turned
on a winter night, when I heard the deer
stamping in the water under the raised barn
and felt the star heat fade and the first, clear
cut of loneliness,
the concert pitch of death’s tuning.
Marry or burn,
one cannot run away or into,
for there is nothing so sedentary
as the desire to be comforted, by love,
or by some feeling one cannot name.
On Hidalgo, in Guadalajara,
the blue flowers, in their persistence
on the neighbors’ white wall,
comforted us, and so the lace of a plaza in sun,
tacos at dawn from a cart in Gigantes,
the mudéjar ache of the divided cathedral,
the rose pinion of paseos,
held us till summer.
Those were the garden’s traces,
leading to the rose of Midlothian,
the stone house walled in and set
in view of the castle.
Down the road,
the old poet, who did hard times for Lallans,
nests with his chickens and neat Laphroaig.
I count him the most civil of servants,
whose gift is the mist of tongues,
rising from the doom gray of council houses
and snuffed coal mines.
I love the sound of sporran and kilt in his voice,
his refusal to give in to King Street’s dove gray manner.
It is some distance to have traveled to learn
to resist being comforted too soon.
Perhaps some moor-stiff night,
we will put on our fog-heavy tweeds
and make our way to old Glasgow,
curled in its water bed,
confident,
cocky,
still uncomforted.
[Bolero] 7
Glasgow, tosta, si insinua
sotto un ramo del Firth of Clyde.
Nessuna
Scotia si lagna in questo,
solo prudenza oculata, un modo
di elargire la gioia di tornare a casa.
I logici sulla costa est non sono
sorpresi che Edimburgo, regale,
sia sul Firth of Forth
vicino al cuore del Midlothian.
Quindi, una mattina scura e senza vento,
andiamo a est e arriviamo
presso il pascolo più verde di Scozia.
Come lasciamo il piano
le pecore vicine ci mostrano i loro occhi-haggis
per un attimo illuminante.
A un tratto,
I amna deid dune sae muckle as fou:
sospetto che qui si possa
thow the cockles o’ yin’s heart,
ben diverso da un pianeta da nulla,
e avere con te un amico fiacco
come svegliato a un tratto.
Trovammo questo mattino-bel-canto
in un giardino jarocho,
un pomeriggio quando la primavera era partita
lasciando solo il suo caldo aleggiante.
Lo dico ora, anche se so
che cambiò il tempo nel mio cuore
una notte d’inverno, quando sentii il cervo
scalciare in acqua alla stalla rialzata
e il calore stellare svanire e il primo, chiaro
taglio della solitudine,
il diapason della morte.
Sposati o brucia,
non si può scappare da o verso:
nulla è più sedentario
di voler esser confortati, dall’amore
o da un sentimento non nominabile.
Su Hidalgo, a Guadalajara,
i fiori blu, nella loro persistenza
sul muro bianco dei vicini,
ci confortarono, come il pizzo di una plaza al sole,
tacos all’alba da un carretto a Gigantes,
il dolore mudéjar della cattedrale divisa,
il pignone di rosa dei paseos,
ci tennero fino all’estate.
Queste erano le tracce del giardino
che portavano alla rosa del Midlothian,
la casa di pietra murata e messa
davanti al castello.
Più avanti,
il vecchio poeta, che ha sofferto per Lallans,
si annida coi suoi polli e il Laphroaig liscio.
È per me il più grande servo pubblico,
il cui dono è foschia di lingue,
emerso dal grigio infausto delle case popolari
e miniere di carbone estinte.
Amo il suono di sporran e kilt nella sua voce,
la sua resistenza ai modi grigio-tortora di King Street.
È un lungo viaggio per aver imparato
a resistere al conforto troppo presto.
Forse, una notte rigida-brughiera,
metteremo i tweeds pregni di nebbia
e andremo verso la vecchia Glasgow,
arricciata nell’acqua,
sicura,
tronfia,
ancora inconfortata.
«I amna deid dune sae muckle as fou» e «thow the cockles o’ yin’s heart» sono
variazioni dei primi versi del poema in lingua scozzese A drunk man looks at the
thistle di Hugh MacDiarmid, qui traducibili come «non sono stanco morto,
piuttosto sono ubriaco» e «scaldare la parte piú intima del cuore».
(Da Boleros)
*
She sat, holding a match to an earwig
She sat, holding a match to an earwig,
all compassion and contemplation abruptly at hand.
Those who had known her father gathered themselves
in the doorway
and marveled at her instrumental ingenuity.
A vestry madness burdened the convocation.
Who would think that love could speak so solemnly
without provocation?
Could she arrange her spices and unguents,
and propel them into service before the banns,
when, haloed and trumpeted,
washed and cinched by a purple headscarf,
she would begin her memories?
Singing now:
¿Por que no viene, padre,
por que no viene un día,
que yo casarme quiero
con el conde de Almería?
And yet I caught him by my will and ineffable longing,
and hold him secretly…
My body is various, infinite, and singular,
turbulent notions proposed by an exile.
I take this rhythm perdidamente
to the crossroads,
where all who would wound me
bring me their bands of cotton, eggs, and ashes.
I will speak with my father
about transcendence,
and offer him those moments which have no
authority or being.
Sedeva, un fiammifero a una forbicina
Sedeva, un fiammifero a una forbicina,
ogni compassione e contemplazione a un tratto sotto mano.
Chi aveva conosciuto suo padre si raccolse
alla porta,
ammirati dalla sua ingegnosità strumentale.
Pesò follia segreta sull’adunanza.
Chi direbbe che l’amore può parlare così solennemente
non provocato?
Potrebbe sistemare spezie e unguenti,
mandarli al servizio prima dell’annuncio di nozze,
l’aura attorno, tra trombe,
lavata e stretta in un foulard viola,
iniziando i suoi ricordi?
Ora cantando:
¿Por que no viene, padre,
por que no viene un día,
que yo casarme quiero
con el conde de Almería?
Eppure lo presi con la mia voglia e brama ineffabile
e lo tengo in segreto…
Il mio corpo è vario, infinito e singolo,
nozioni turbolente proposte da un esule.
Porto questo ritmo perdidamente
al crocevia,
dove chi mi ferirebbe
porta cotone in fasci, uova e ceneri.
Parlerò con mio padre
della trascendenza,
gli offrirò quei momenti che non hanno
autorità o stato.
(Da Disorientations: Groundings)
Traduzione di Francesco Kerbaker
Jay Wright è nato nel 1934 nel New Mexico e ha vissuto in diversi paesi tra
l’Europa e le Americhe. Nel corso della sua lunga carriera si è distinto anche
come drammaturgo e saggista. È MacArthur Fellow dal 1986.
*In copertina: Joaquín Sorolla, “Bambino al mare”, 1905
L'articolo “Un sentimento innominabile”: Jay Wright e la musa afroamericana
proviene da Pangea.
Ci fu un tempo – non troppo lontano, eppure, pleistocenico all’oggi – in cui il
poeta era la creatura critica. Si poneva come punto di contraddizione, come
scandalo – era l’immorale e l’immolato. Tale era il significato, ai suoi occhi,
della parola politica: imporsi dal lato dell’assoluta debolezza. Irrompere a
difesa. Irritare con la corona di spine delle cause perse.
Di Nicolas Born, in Italia, non c’è quasi nulla. Grazie a Giovanni Nadiani e
alle edizioni Mobydick di Faenza, uscì, nel 2012, una selezione di
testi, Nessuno per sé, tutti per nessuno; Gio Batta Bucciol, nel 2019, ha
dedicato al poeta tedesco un servizio su “Poesia” (n. 347, “Tra bagliori e
abbagli”). Eppure, a dire di chi sa, Nicolas Born è stato tra i più importanti
poeti di Germania negli anni Sessanta e Settanta. Tra l’altro, uno dei più
venduti e dei più presenti nel cosiddetto ‘dibattito pubblico’. Das Auge des
Entdeckers, la raccolta edita nel 1972, fu un cambio di passo nella poesia del
tempo: Nicolas Born – che in verità si chiamava Klaus, era nato a Duisburg
l’ultimo giorno del 1937, il padre, poliziotto, aveva combattuto sul fronte
russo, a Stalingrado – si ribellava ai messia delle folle che annientano la
singolarità dell’individuo; odiava gli ideologi del progresso, “il mondo della
macchina”; quando lo invitavano in tivù si scagliava contro “il folle sistema
della nostra realtà”. In prima battuta, il libro vendette ottomila copie;
quell’anno, Born conobbe Peter Handke. “Qui fa freddo ed è meraviglioso perché
nulla può nascondersi. I fiammiferi ardono sul ghiaccio: vorrei comprarmi dei
pattini e noi dovremmo parlare, parlare, lontano dal chiasso letterario”, gli
scrisse, tra l’altro, a ridosso del suo compleanno.
A Martin Grzimek – scrittore ancora oggi sugli scudi – il poeta dettagliò in
qualche modo la sua ferrea poetica:
> “Non dirla rassegnazione, scetticismo, piuttosto – se non è anche questo un
> inganno. La letteratura in cui credo è quella dell’insicurezza universale, la
> veglia sulla catastrofe. La letteratura deve scuotere questo clima di false
> certezze, la fiducia in se stessi di chi governa sulla crisi di milioni. Alla
> scrittura questo è legittimo, allo scrittore non si può chiedere di più:
> anch’egli va ascritto tra i patetici, tra i miserabili”.
Era il marzo del 1978 – sarebbe morto poco dopo, nel dicembre del 1979, Nicolas
Born, di un tumore ai polmoni, fulminante. Aveva da poco pubblicato l’ultimo
libro, un romanzo, Die Fälschung: il protagonista è un giornalista inviato in
Libano a raccontare una ‘realtà’ di cui non riconosce più i contorni. È una
sorta di epica dell’atrofia della scrittura, genia di fraintesi. Il libro fu
tradotto in un film, L’inganno (1981), con Bruno Ganz nel ruolo centrale.
La stessa violenta lotta contro il reale, contro l’insensatezza, a stordire
l’assurdo, permea i versi di Born. Autodidatta, cominciò a lavorare in una
tipografia, scriveva nei ritagli di tempo. Fu Ernst Meister, il poeta dalla
scrittura enigmatica, a riconoscere per primo in Nicolas Born le stimmate del
talento. Così, Born, nel 1963, riuscì a partecipare agli importanti
“Literarisches Colloquium” a Berlino: diventò amico di Günter Grass e di Uwe
Johnson, lo scrittore de I giorni e gli anni. Si diede, con un certo successo,
al romanzo: Die erdabgewandte Seite der Geschichte fu tradotto in diverse
lingue. Una borsa di studio, nel 1970, gli consentì di perfezionare le proprie
ricerche all’Università dell’Iowa: conobbe, tra i tanti, Charles Bukowski e
Allen Ginsberg. Preferiva un linguaggio ‘oggettivo’, finché l’oggetto, tuttavia,
finisce per liquefarsi tra le sue mani: in quel liquame di immagini, di tumide
asserzioni, il lettore si aggira a piedi nudi, il lettore deve bagnarsi.
Riuscì a comprarsi una casa nel Wendland, in Bassa Sassonia, tra i boschi:
scrisse per bambini, scrisse per la radio, diventò un autore imprescindibile,
così si diceva un tempo. Un segno lo marchiò come il forcipe dell’angelo: il 3
settembre del 1976 la casa nel bosco va a fuoco, inceneriti la biblioteca e i
manoscritti di Born. Al poeta Jürgen Theobaldy, poco dopo, scrisse “Vorrei
prendere le distanze da così tante cose – è ingiusto che si debbano ‘conoscere’
– che tutto allora divenga linguaggio”.
Venticinque anni dopo la sua morte, Katharina Born, la figlia più piccola, ha
ripubblicato i suoi versi, con diversi inediti. È stata una sorta di rinascita,
culminata con un paio di premi postumi e il riconoscimento dell’alto, grigio
magistero di Born. Katharina era nata nel 1973, dalla seconda moglie di Born: il
poeta aveva tre figlie.
In una poesia epigrafica, Michael Krüger – la cui opera, in Italia, giace tra
Einaudi, La Nave di Teseo, Mondadori e Donzelli – ricorda la sua amicizia con
Nicolas Born:
> “Parlavamo di
> ciò che non era
> di ciò che non sarà.
> Ah, la triste ricchezza
> dei suoi canti, grida così acute.
> C’erano ragni anche allora:
> ora tessono una tela
> in cui sto soffocando”.
Che immagine ambigua e robusta. A volte, l’amicizia è una ragnatela: si scopre
di essere sotto veleno dopo tanto tempo, quando il ragno è ormai assente. A
volte, è il poeta a tessere una tela per intrappolarsi, ragno a se stesso.
***
Dentro il poema
Non puoi vivere
sfidando la realtà
della realtà non si vive
ma puoi sopravvivere all’assedio
e riprenderti tutto
e attraversare la vita
tramite rapida virtù di immagini
tu eri questo
tu eri vita che pullula
popolo che ansima sotto le lapidi
con sospiro continentale
da te agli antenati
mutilata intromissione
terra e acqua restano
il cielo resta
tu resisti
tu, l’impreparato a tutto
piccoli soli imperlano la tua democrazia e
l’eletto alla vita e alla morte
tu e le tue molte belle voci
tu la moltitudine
tu la pelle la pelle e in fondo
nient’altro che la pelle
tu il pioniere della vita
l’impresario delle bianche apparizioni
tu sei un essere spaziale che fluttua
tu l’autore dei flussi della storia
puoi stampare il tempo come un libro
tu pesi setacci ami mentre macerie di dittafoni
rombano nel vento
l’irragionevolezza è alla sua gemma
tu sei il fiore dell’irragionevolezza
tu sei giorno e notte ogni giorno e notte
tu sei l’omicida
apolide nel suo stesso sangue
sei il padre e il figlio
sei l’indiano a processo
sei i colori e le razze
sei la vedova e l’orfano
sei la rivolta dei prigionieri
sei l’ululato increscioso
coltelli spiritati e colpi sparati
sei il magnifico corridore della maratona del sogno
acquazzone di segni nella capitale democratica
sei il devastatore di tutte le catene
sei la formula magica delle segrete delle luce
l’insegna
l’avanguardia dei refettori
sei l’umano e
l’animale che odora di morte
sei solo e sei tutto
sei la tua morte e il grande desiderio
sei il progetto che infuria e
sei la tua morte
*
Per Pasolini
In sogno, Pasolini mi si avvicina
nel ruolo del protagonista.
Splende, lampeggia blu come una macchina
un attore in tutto –
Pasolini salta tra vaste pozzanghere, può essere
basso, laido, oscuro, asociale
ma è Pasolini ed è sempre altro a se stesso.
Poi si ferma sulla soglia delle palazzine
saluta dalle impalcature.
Indica una piramide di vecchie auto:
L’intero borgo
è il suo amante
e con la macchina da presa scopre paesi
che non può più vedere attraverso gli occhiali scuri.
Le mia immagini mugolano dice
dovrei fare film muti;
non sento una parola da anni.
Si strofina su di me e questo
mi piace.
Poi cade in una buca del cantiere.
Un auto arde.
Pioggia rimbalza sul mare.
Nel cinema, l’acquazzone è bianco – ancora.
olas
*
L’apparizione di un uomo nella folla
Benedetto essere soli
nel gulag dei pensieri, senza testimoni
senza l’occhio del pioniere che scorge il primato
senza l’orecchio disciplinato della folla.
Che valore ha un fatto che non si può spartire?
Che cos’è l’universo senza il tuo tremare
il tuo tremore sul palco davanti a file di sedie vuote?
La folla marcia sulla terra
e nessuno muore nella folla
sul dorso di ragnatele ronzanti
finché non accade la grande contraddizione:
l’apparizione di un uomo nella folla
*
Martedì, orrore
I dormienti
binari del tram, pavimentati
di asfalto, aspettano i vecchi tempi
come il ritorno della scrittura a mano
Inattesa pioggia, è pomeriggio
un po’ di luce fa nido sui volti
vergati in grigio, nei campi
tenebrosi canali, alberi pigmei
Colletti bagnati, bagnate le labbra
un vecchio guidato da una bimba con le trecce bagnate
Silos di cemento sopra binari morti
stormi di uccelli come stendardi
una commessa saluta dal vetro
I sobborghi si infiammano verso le sei
e io penso alla scoperta dell’“isola della mente”
Una gru, promontori di crudo cemento
guardo un mondo che ascende
che sa cosa significhi sopravvivere
*
La ballerina
Piuttosto piccola sullo schermo
signore e signori –
la ballerina
balla meravigliosamente anche per noi profani
favolose fiabe
di morte e di mutamento
a teatro
So che qualcuno dice
chi è quella?
dovrebbe ballare
dovrebbe muovere le gambe
con coerenza
in modo da non essere soltanto bella
ma disciplinata
con la sapienza sulla spalle
una danzatrice e un’artista
ben recinta nel suo ruolo
I miei amici hanno ragione
quanto conforta
esprimere il proprio talento
con totale dedizione
guardate la ballerina
osservate quei meditabondi gesti
la risonanza malinconica
in minore
la posa divina
guardate la ballerina sullo schermo
che interpreta il mondo
meglio del notiziario
*
Desideri
I fatti non sono che torbide torture.
Non sarebbe bello avere tre desideri
soltanto, ma che si avverino tutti?
Vorrei una vita senza pause
mentre i muri vengono presi a fucilati
rispetto a una vita percorsa in rapina
dai tesorieri.
Vorrei scrivere lettere in cui
esisto in parte.
Vorrei un libro in cui tutti abbiano accesso
e da cui possa uscire senza troppi drammi.
Non vorrei mai dimenticarmi che è più bello
amarti che essere amato.
Nicolas Born
L'articolo “Tu, l’impreparato a tutto”. Vita & poesia di Nicolas Born proviene
da Pangea.
Ci vuole lavorio d’ago per estrarre qualche filo, qualche bava d’alga dalla vita
altrimenti sigillata di Ernst Meister. Allo stesso modo, i versi di Ernst
Meister resistono cristallini, come sfingi di diamante, ignifughi al
‘significato’ – poiché “le parole sono sfinite” occorre andare per altre
promiscuità, occorre sgelare le ultime fonti e farsi spiga dei mercenari. Così,
le poesie di Meister sono ciò che resta dopo aver dragato un lago: frammenti di
selce, l’elmo di un popolo sconosciuto, il femore di un bue a tre teste;
resoconti geologici, cronache cristiche da un millenarismo sradicato, di cui
resta l’amen e il sibilo, la mera fibula.
Nato nel 1911 a Hagen, Meister studia a Marburgo e a Berlino: tra i suoi
insegnanti figurano Karl Löwith e Gadamer. Predilige la filosofia, la teologia,
la storia dell’arte; aurorale è la raccolta Ausstellung, uscita nel 1932.
Seguirà un lungo lazo di silenzio, un silente strazio, in devozione ai disastri.
L’era di Hitler tacita il poeta, estraneo al clima del tempo: arruolato durante
la Seconda guerra, ferito, arrestato dagli Americani in Italia, ritorna in
patria falciato nel cuore e nel corpo. Ritorna, lentamente, a scrivere: nel 1953
esce Unterm schwarzen Schafspelz; nel frattempo, il poeta, per un po’, lavora
come giardiniere nella fabbrica del padre. Scriverà tanto – sedici raccolte, una
manciata di racconti e di drammi –, spesso per piccole edizioni, votando tutto
se stesso alla scrittura. Ottiene qualche premio – il “Petrarca-Preis”, ad
esempio, nel ’76 –, ma il riconoscimento più importante, il “Büchner” – andato,
tra gli altri, a Gottfried e a Paul Celan, a Thomas Bernhard e a Elias Canetti
–, è postumo, assegnato nel 1979; il poeta muore quell’anno, a metà giugno.
Scherzo del fato, si dirà, connaturato a un poeta che ha fatto di tutto per
nascondersi.
Negli anni, l’opera di Meister si è rivelata tra le più vertiginose e gravide di
gloria della poesia tedesca contemporanea. Così scrive, tra gli altri, Gerd
Müller: “La produzione lirica di Meister è sorretta dalla tensione paradossale
fra ciò che si sa a proposito del ‘fondamento’ intimo di tutte le cose e,
contemporaneamente, la consapevolezza di non poter ‘comunicare’ sul piano
linguistico questo sapere” (in: Storia della letteratura tedesca dal Settecento
a oggi, Einaudi, 1991, III/2, pp.64-65, dove – ravvisiamo segni, gli imprevisti
di una sparizione incipiente – il poeta è dato per morto nel 1971…). Da qui, il
linguaggio franto, l’apparente inettitudine del verbo, un procedere più che per
enigmi per agnizioni.
Di norma, le poesie di Meister sono accalcate a quelle di Paul Celan e di Nelly
Sachs; di solito dicono di “poesia ermetica” (didascalia che, ermeticamente,
serra il becco a ogni altra intrusione); nel mondo inglese – dove Meister è
assai tradotto: in catalogo Wave Books – sono affascinati dalla relazione,
apparente, con l’opera di Heidegger. In realtà, Ernst Meister non riepiloga un
dire filosofico, non in quello si ripiega. In lui, è il premio di una allucinata
concretezza. Se Celan, per così dire, tiene l’Iddio alla gola, fa speleologia
nell’indicibile, Meister reca erbario dei piccoli elementi di Eden: foglia
inerte, nodo di vespe, sabbia; adamica muratura. Se Celan pretende il primo
verbo, Meister si sporge presso l’ultima sillaba.
Così il poeta annuncia, nel 1962, la propria poetica:
> “Beato lo scrittore che ignora che cosa sia il poetare, per così dire il nero
> su bianco… ma in compenso scrive poesie che sono inventate, qui e ora”.
Al ‘nero su bianco’ – ideologia di una ‘chiarezza’ che ottunde, che oscura – va
sostituito il ‘qui e ora’, l’eloquio dell’istante, grave di venti e di falchi:
al poeta il compito di ammutinare il linguaggio, nel gergo della predazione.
In Italia, Ernst Meister è stato tradotto da Andrea Mecacci per l’editore
Donzelli, nel 2000: il libro s’intitola Il respiro delle pietre. In calce, si
riproducono alcune poesie da Ora, nella traduzione di Stefanie Golisch, finora
inedite. “Per via della sua discrezione, il suo essere sfuggente, mi ricorda i
quadri di Giorgio Morandi: la stessa aura di intoccabilità”, scrive la Golisch
nelle sue riflessioni. Ne consegue il consiglio, aureo:
> “Poesia da leggere in un lungo pomeriggio d’estate, all’ombra di un vecchio
> albero. Senza interpretare, fare, tirare le somme, cercare di capire cosa
> vogliono dire. Leggere per leggere, diventare al contempo più pesante e più
> leggero e alla fine, forse, cadere nel sonno come un bambino, stanco di
> giocare”.
In Germania, il volume che raccoglie die Gedichte di Meister edito da Suhrkamp
(2011) è curato da Peter Handke, tra gli ammiratori del poeta. “Se esiste un
criterio di scelta, è questo: includere i versi e i ritmi in cui è costante la
selvaggia consapevolezza della morte, la necessità del morire, perché è questo
che determina il ‘detto pietrificato’ di Ernst Meister, quella energumena ed
eterea sospensione tra il lamento per l’atteso niente, il pegno di essere vivi,
e l’amore. È la morte, in effetti – lo insegna anche Goethe –, a conferire
entusiasmo alla vita, a infondere ritmo alla poesia”.
Poesia di greti, questa, di ingrata grazia – poesia di speroni rocciosi – che è
poi: rivoltare un cespuglio scoprendo l’angelo agnellino, capire che il bimbo
che ti fissa, nella fotografia, sul frigorifero, eri tu, tra qualche millennio
ed è quello e doverlo chiamare fuoco.
***
LE PAROLE SONO SFINITE
cinta dai tuoi capelli
ciascuna.
Nessun ladro
può nulla
quando entrambi
perdono
i sensi.
Non si può
annientare
la visione.
*
NEL SONNO E
nelle gole del sonno
quando incontri Quella
che si svela
dopo il piacere come
la morta
con il cuore pulsante,
come quella al centro
della stanza lattea
colma di risa delle ginocchia
e delle cosce,
e che subito ti scaglia
nel labirinto
del sogno comprensibile.
*
IL LAMPO
nasce da sé
e accende
i tuoi capelli.
Che venga
un incendio
dove scoppia il tetto,
la terra si squarcia.
Vieni,
un gelo viene
il più ardente.
*
CIÒ CHE DI QUESTA TERRA
amiamo, che
tu ami, fu
davvero potente.
Dunque ci hai reso
forestieri
d’amore. Ciò
resta nella morte
la ferita.
*
ECO LONTANO
dell’amore.
Sapevo
l’inizio e la fine
coniugi
nel nulla, nell’oro.
Ma ora
è fine sola.
Come un cane
mangio dal trogolo
che l’angelo senza palpebre
posò
nel basso crepuscolo.
*
UN BAMBINO
guarda la ciotola
colmo di tempo,
vede sorseggiare
l’imponente farfalla
grigia,
un bambino
e va
a pascolare nere pecore
al buio.
*
E IN SOGNO…
Nei condotti delle mie orecchie
la vita selvaggia
aveva perso il filo.
Dormivo,
e in sogno le spighe del grande
campo di grano battevano il tempo.
Una talpa, vecchissima, tornata bambina,
cantava nel suo labirinto
dolci melodie.
Così gli animali della notte,
quelli dalle ferite sanguinanti,
avevano trovato il loro cantore.
*
QUANTO SIAMO
promiscui!
Lo vedi
nei mercati,
nella faccia morta
dell’animale.
Tu sei
nessuno tranne te
eppure sei tutti.
*
EPPURE SIAMO
figli della terra –
non lo sappiamo?
Parti dell’origine,
le cui sorti
non dovrebbero
esserci tanto estranee.
Ma terribilmente
diviso sembra
lo stesso principio dei principi.
*
SENZA FIATO
saltare così lontano
nella vicina
vicinanza, la
più vicina,
verso l’ultima
sillaba pronunciata.
Traduzione di Stefanie Golisch
*In copertina: Joseph Beuys, 1972. Foto: © Erich Puls (Klaus Lamberty)
L'articolo “Verso l’ultima sillaba”. Sulla poesia di Ernst Meister proviene da
Pangea.
La storia della letteratura è costellata di nomi invisi alla critica e destinati
a un immeritato oblio. Spesso scavalcati dalle righe antologiche, censurati o
macchiati dallo stigma di un castigo morale imposto dalla propria epoca, la cui
eco grava a tutt’oggi sulla loro eredità artistica, costituiscono un lavoro
avventuroso – e quanto mai necessario – per molti esegeti. È certamente questo
il caso di Jacques d’Adelswärd-Fersen, il poeta barone francese ritratto con
scrupolosa attenzione da Roger Peyrefitte – autore delle pubescenti Amitiés
particulières (1943) – ne L’Exilé de Capri[1] (Edizioni La Conchiglia, Capri
2020).
Dalla precisione di un testamento, la biografia romanzata rende omaggio a uno
scrittore considerato assai controverso, oltretutto ancora poco noto,
restituendo al contempo l’affresco di un mondo perduto, quello dei primi del
Novecento, al confine tra Italia e Oltralpe.
Nella prefazione al romanzo, un impietoso Jean Cocteau lo etichettava
ingiustamente come «Eros Apteros». Per dirla col Vate, il
disdegnato maudit incarnava una sorta di Cupido «larvato e senz’ali» (Il Fuoco,
1900), una razza di impotente lirico al quale sono state tarpate le ali alla
nascita, che è riuscito tuttavia a tramutare la propria vita in un’opera
d’arte. Sotto questa luce, l’elegante damerino della Belle Époque rassomiglia a
prima vista a “uno di quei personaggi emersi direttamente dalla letteratura, uno
di quei protagonisti tipici che non è difficile incontrare in certi libri di
Baudelaire e di Flaubert, una via di mezzo tra Dorian Gray e Andrea
Sperelli.”[2]
Eppure, colui che fu definito a suo tempo un «Oscar Wilde au petit pied»[3] era
in realtà molto più complesso dell’esteta apollineo modellato sullo stereotipo.
Come ribadisce il suo più tenace studioso Gianpaolo Furgiuele (Jacques
d’Adelswärd-Fersen. La cospirazione delle sirene[4], Ladolfi, 2021), promotore
di una riscoperta del talento artistico così come della assoluta modernità della
voce – coraggiosa, vibrante e fuori da ogni regola – di questo «ultimo dandy»
della sua generazione, Jacques Fersen è stato testimone di un Decadentismo ormai
agli sgoccioli ed è riuscito ad attirare attorno alla sua figura una colonia di
artisti e intellettuali rinnegati in patria.
Poeta mercuriale e ramingo, compose versi carichi di spleen poggiandosi su
eclettiche commistioni metriche. Il sogno irrealizzabile di ritorno al
paganesimo in un mondo di pregiudizi lo avrebbe perlomeno elevato al ruolo di
cantore del passato classico. Non esente dall’invettiva polemica, in aperta
sfida delle convenzioni, fu anche direttore di una delle prime riviste europee a
carattere marcatamente omosessuale, la “Revue Mensuelle d’Art Libre et de
Critique” (in vita un anno, 1909), che raccolse, tra gli altri, contributi di
Anatole France, Achille Essebac, Colette e del nostro Tommaso Marinetti.
Finito ben presto sulle liste di proscrizione francesi come “persona non grata”,
il beniamino diurno dei salotti mondani, schiavo di orde fameliche di ragazzi
(tra cui molti minorenni) e libertino sfrenato durante la notte, pensò bene di
lanciare una satira alla «maschera infiacchita e grottesca» della società
benpensante, la stessa che l’aveva condannato – in modo non dissimile dal caso
wildiano in Inghilterra – per oltraggio alla morale pubblica, in Voi siete i
borghesi:
> “[…] Contro un male sconosciuto
> Mettete alla porta Ganimede, e nudo,
> Benché segretamente ne conserviate la brama;
> Insensati, pensate di avere un gesto d’artisti
> E vi scagliate sui nostri pretesi vizi.
> Credete di cancellare il riso di Narciso,
> Scapini che non siete, valletti di Cesare?”
In seguito agli scandali delle sue “Messe nere” (difese in Lord
Lyllian[5], 1905) – nient’altro che innocenti tableaux vivants più che cortei di
giovinetti in panni di efebi – inscenate nei suoi appartamenti parigini, si
rifugiò in esilio volontario nella terra del Grand Tour, da qui alla volta di
Napoli fino a Capri. Nel 1904 tornava sull’isola dei piaceri segreti della sua
giovinezza, a cui era stato iniziato dal nobile Robert de Tournel, immortalata
da Norman Douglas[6] in Vento del Sud (1917) e da Compton McKenzie[7] nel
romanzo caprese Le vestali del fuoco (1927). Intorno a lui, i contemporanei
conosciuti sul posto, vittime sofisticate dell’etica nordica che popolano
l’aneddotica del sogno italiano d’inizio secolo, erano le “sorelle”
Walcott-Perry – le inquiline saffiche di Villa Torricella – al braccio
dell’amatissima marchesa Casati (detta la Semiramide), la principessa Ephi
Lovatelli e Godfrey Henry Thornton, l’ufficiale in congedo coinvolto in
malaffari con giovanotti locali, tutti invitati speciali ai suoi festini, dove
passò la crème de la crème di quegli anni.
L’episodio, riportato da Peyrefitte, che imprime la parabola all’intera storia,
reale e immaginaria, del giovane aristocratico fu però l’incontro folgorante con
gli sventurati amanti inglesi, ‘Bosie’ Douglas e Wilde (appena liberato da
Reading), apparsi in un breve cameo vacanziero del 1897, quando questi ultimi
vennero cacciati dal ristorante Quisisana:
> “Robert gli prese la mano sotto la tovaglia. ‘Calmatevi, ragazzo mio,
> calmatevi.’ Con aria ironica, il giovane Lord toccò la spalla del maître
> d’hôtel con il suo bastone. ‘Vi faccio i miei complimenti in nome
> dell’Inghilterra’, disse. Se ne andò con il suo amico e gli ospiti tornarono a
> sedersi, senza domandargli spiegazione per quelle parole. Negli occhi di
> Jacques brillavano le lacrime, e le aveva viste brillare in quelli di Oscar
> Wilde”.
Dopo un turbinoso giro del Mediterraneo, il tragico Fersen – spogliatosi del
primo cognome d’alto lignaggio – oserà scappare definitivamente sull’isola blu
con l’amato Nino Cesarini, un manovale quindicenne conosciuto per le vie
dell’Urbe e «più bello della luce di Roma», perfetto per gli scatti iconici dei
fotografi Plüschow e Von Gloeden. Assunto il piccolo Adone come “segretario”
privato, a tratti algido eppure fedele in lunghi pellegrinaggi orientali e
divertimenti oppiacei, l’illustrissimo conte (così per gli amici) creò a
Capri il suo paradiso artificiale: un paesaggio «infernale e divino insieme», ma
anche un riparo fatto di silenzio e pace per poter scrivere e amare come
desiderava, senza ostacoli di perbenismo borghese o riprovazione di sorta. Per
coltivare le sue passioni più intime, fece costruire su un eremo dell’isola una
magnifica residenza in stile rocaille, «sacra al dolore e all’amore»,
ribattezzata poi Villa Lysis da La Gloriette. Un tempio d’amicizia platonica,
divenuto il simbolo di una personale Acropoli della bellezza, comunicante con la
gloriosa Villa Jovis di Tiberio (due passi più in alto), dove riceveva file di
accoliti.
Allo stesso tempo, l’amara realtà lo risvegliava col fardello di un’angoscia
insaziabile derivata in gran parte dall’ostracismo sociale. Nell’autunno 1923,
recluso dentro il suo fumoir sotterraneo, dal cuore stanco di ogni frenesia e
reprobo degli isolani, ingiuriato a più riprese dalla stampa scandalistica in
quanto omosessuale e “mangiatore di oppio”, decise di tagliare corto con
un’overdose di coca affondata in un bicchiere di champagne.
Gli ultimi fleurs du mal, sparsi come anatemi sugli altari dell’invocato Angelo
della morte, fanno eco alle litanie di Lionel Johnson (The Dark Angel, 1894),
mentre cade allucinato:
“O bell’Angelo del male che vivi nelle tenebre
Per esaltarmi la dolcezza dell’amore maledetto;
Angelo triste, esule dai divini paradisi,
Quale ombra serra il tuo funebre sorriso?
Eppure, hai conosciuto i baci più sanguinanti,
L’abbraccio urlante e tenero dei giovani.
In te si è riflesso il loro più bel sonno
Come il chiaro di luna in mare nelle sere dei poeti.
I fanciulli ti hanno offerto la freschezza della loro bocca
E la loro anima innocente in cui tremava l’ignoto.
Il mondo intero ha vibrato nelle tue braccia nude
Sul tuo ventre, O Satana, che sogghigni truce,
Perché tu passi, vai, disprezzi, muori, rinasci,
Spazzando la terra con le tue ali,
Mentre si prova, nell’eterno errore, a colmare
Attraverso un dio il vuoto dei nostri cuori.”
Nella sua casa dell’anima, a distanza di più di cent’anni, lo spettro
malinconico del barone sembra risalire dai marosi e aleggiare tra le stanze
desolate, sopra gli occhi dei visitatori che in ogni stagione accorrono a
quell’antica dimora attratti dalla sua fama. La targa apposta a strapiombo
sull’azzurro intorno alla villa, da lui consacrata «alla gioventù d’amore», reca
il monito di una vita consumata al limite della vertigine. Dopotutto, come detta
la Morante nella vicina Achilleide, fuori del limbo non v’è eliso.
Pierluigi Piscopo
*****
Messi da parte i versi della maturità, si propone qui una manciata di poesie
giovanili di Jacques Fersen, tratte da L’innario di Adone: alla maniera del
signor marchese de Sade (1902), dove la tipica provocazione del verbo si
stempera in un’insueta dolcezza, con echi ai maestri simbolisti e decadenti
prediletti, da Rimbaud a d’Aurevilly.
L’innario di Adone (Proemio)
Per le aurore d’oro dove l’erba giace addormentata
Sotto la rugiada caduta dalle labbra della notte,
Per le aurore d’oro quando canti amici
Si svegliano nei nidi con un frullo d’ali e di voci,
Son partito leggero, più leggero d’un capro,
Attraverso i campi arati e i boschi tremanti,
Con nastri chiari e munito d’un arco in legno bianco,
Per venire a conquistare, O giovane Adone, la tua bocca!
Udivo i richiami dei fiori e dei pastori,
– il riflesso del tuo sorriso negli stagni che attraversavo –
E qua e là dei canti modulati da lire,
Le uniche a celebrare la tua viva dolcezza.
Vedevo fanciulli, come me, mormorare
Parole d’amore alle tue statue, a cui rassomigli;
Offrendo lillà, profumi e latte.
E tutto ciò vagando, bello, fra i verzieri.
E il cielo infinito, quel cielo dei templi ellenici,
Che rende gli Dèi più belli e le preghiere più caste,
Stendeva sui tuoi proseliti un velo di luce,
Dove i cuori crepitavano come legna secca al fuoco.
Ma a sera, triste e dolce, tornai più fedele,
Meno gioioso e più calmo, ch’avevo dentro al cuore
Il fermento sconosciuto dei dolori divini
Con cui tu sai domare gli schiavi ribelli:
I campi lontani lasciavano svolazzi nell’oblio
Tra fuochi brillanti sulle alte montagne,
Un riposo virgiliano accarezzava i campi
E io mi sentivo puro, il male annientato.
I miti antichi in cui avevi creato il tuo Impero
Palpitavano nella mia carne con vaga sorpresa;
Avrei voluto morire di un bacio nel momento
Di quella sera mesta e dolce come l’inizio di un delirio!
Per ciò mi trovo qui, in lacrime ai tuoi piedi,
Ai tuoi piedi più setosi dell’ala di una colomba,
Per offrirti il mio cuore come una coppa cadente
Satolla dei frutti vermigli raccolti dal pastore.
E ti offro le mie grida, i miei sogni, la mia supplica,
Deboli lamenti d’amore in baci di sillabe,
Sogni infantili simili al cielo roseo
E la mia bocca umida per proferire questi inni!
*
Innocenza
Nel dormitorio tutto azzurro dai lettini rosa,
I nostri cuori bambini han spiegato le ali,
Sogni confusi, ignari d’ogni nevrosi,
Li han fatti tremare come tortorelle;
Sugli occhi addormentati, sulle manine richiuse,
La lampada notturna ha posato il suo chiarore,
E sulle labbra inebriate da una preghiera pia,
I nostri piccoli cuori bambini sanno che Dio li chiama.
A momenti, come il suono di una viola lontana,
Che vibra sulla pace di candide visioni,
Un brivido, un sospiro infantile si diffonde
Nel dormitorio tutto azzurro dai lettini rosa.
*
Schoolboy
Era un liceo vecchio e cupo,
Mi ricordo, e come mi ricordo…
Nei miei occhi calarono le ombre,
La prima volta che vi entrai,
Il direttore era austero e duro,
Mi pareva un Dio,
E quando dovetti dire addio,
Separandomi dalla mamma,
Il mio cuore bambino non osò
Gridare dolore né incertezza,
Proseguii da solo sul selciato,
Fra ricordi di antiche carezze.
Un ragazzino mi condusse in aula,
Tutti a fissare il novizio,
Credendolo un vitellino,
E da solo trovai un posto.
Aprii un libro a caso,
Sentendo ronzare nella testa,
I giorni andati, come tamburi,
Che mi cantavano il caro abbandono.
Rivedevo la casa serrata,
Il grande sole la riscaldava,
E il giardino tremante
Di uccelli, insetti e rose.
Allora, non appena una lacrima
Stillò lungo il viso,
Per evitare scherni
E risate sulla mia tristezza,
Cercai qualcosa da scrivere
Laggiù, alla mia cara mamma,
Da scrivere a singhiozzi,
Che mi annoio senza il suo sorriso!
*Le traduzioni delle poesie in calce sono di Pierluigi Piscopo. Per le citazioni
dalle opere restanti, si fa riferimento al romanzo di Roger Peyrefitte e ai
volumi su Jacques Fersen indicati in bibliografia.
Bibliografia consigliata:
J. Fersen, Amori et dolori sacrum, La Conchiglia, Capri 1990 (prefazione di
Roger Peyrefitte).
F. Esposito, I misteri di villa Lysis. Testamento e morte del barone Jacques
Fersen, La Conchiglia, Capri 1996.
R. Ciuni, I peccati di Capri, Longanesi, Milano 1998.
J. Fersen, E il fuoco si spense sul mare…, La Conchiglia, Capri 2005.
AA. VV., À la jeunesse d’amour. Villa Lysis a Capri: 1905-2005, La Conchiglia,
Capri 2005.
T.M. Pellicanò, Villa Lysis, Abrabooks, 2021.
C.M. d’Ambrosìa, Nino, il sole di Roma, la luna di Capri. Vita reale ed
immaginata di Nino Cesarini, La Conchiglia, Capri 2023.
*In copertina: Jacques d’Adelswärd-Fersen nel 1901
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[1] https://laconchigliacapri.it/prodotto/lesule-di-capri-2/
[2] https://caprinews.it/?p=22986
[3] Philip J., Pourriture, in «L’Aurore», 14 luglio 1904, p. 1.
[4]https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/catalogo/agata/jacques-d-adelswaerd-fersen-la-cospirazione-delle-sirene.html
[5] https://www.pendragon.it/catalogo/narrativa-1/linferno/lord-lyllian-detail.html
[6] https://isoladicapriportal.com/norman-douglas-alla-scoperta-di-capri/
[7] https://isoladicapriportal.com/compton-mackenzie-luomo-che-amava-le-isole/
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