Tell me about a complicated man. Attacca così The Odyssey secondo Emily Wilson,
quella scelta da Christopher Nolan per elaborare il suo film. Naturalmente, al
successo del film è seguito – cito una nota Ansa – un “boom di vendite della
traduzione inglese del poema di Omero”. La notizia, all’orecchio di noi europei,
scaltri quanto Odisseo, fa sorridere: alcuni libri non si acquistano, sono parte
del patrimonio familiare, del proprio ‘abito’ mentale.
Emily Wilson – classe 1971, prof di “Classical Studies” alla University of
Pennsylvania – è la prima donna, nel mondo anglofono, ad aver
tradotto Odissea e Iliade. La versione dell’Odissea, in particolare – stampata
da W.W. Norton nel 2017 – le ha permesso una certa fama. Realizzata in
pentametri giambici – il verso canonico della poesia inglese –, assai elogiata
(anche per l’introduzione, divulgativa – adatta all’americano medio, mediamente
ignorante in ‘classici’ – e ‘corretta’ – ad esempio, nei paragrafi dedicati alla
violenza di Ulisse e alla figura delle donne nel mondo greco), è stata premiata
con il MacArthur Fellows (che, ridotto all’osso, significa: 800mila dollari). In
Italia, quanto a parità tra intelligenze, siamo messi meglio: per un pezzo i
nostri studi sono stati dominati dalle traduzioni dell’Odissea (1963) e
dell’Iliade (1950) curate da Rosa Calzecchi Onesti – stampa Einaudi su progetto
sigillato dal genio di Cesare Pavese. Tra le traduzioni, per così dire,
contemporanee, spiccano, per arcaico, arcano splendore, quelle di Maria Grazia
Ciani (la sua Iliade uscì nel 1990, Odissea nel ’94; entrambe sono edite da
Marsilio).
Sono molte le versioni dell’Odissea in inglese. Alexander Pope pubblica The
Odyssey of Homer in due volumi, nel 1725 e nel 1726; attacca così: The man for
wisdom’s various arts renown’d. William Cowper, poeta afflitto da cangianti
depressioni, stigmatizzato dalla follia, amato da Coleridge e da Blake, pubblicò
la propria Odissea nel 1791 (Muse make the man thy theme, for shrewdness
famed/ And genius versatile, who far and wide/ A Wand’rer, after Ilium
overthrown). Entrambe sono in versi ‘classici’: Emily Wilson cita Pope – “la sua
traduzione dell’Iliade e dell’Odissea ha dominato e trasformato
l’interpretazione degli omerici per diverse generazioni a venire” – ma ignora
Cowper, gli preferisce Samuel Butler, scrittore, in Italia, di adelphiana fama –
in catalogo spiccano i libri più noti, Erewhon e Ritorno in Erewhon. Nel 1900
Butler diede alle stampe una The Odyssey in prosa per testimoniare la propria
tesi rivoluzionaria: “1. L’Odissea è stata scritta interamente in un luogo che
oggi è chiamato Trapani… 2. Il poema è stato interamente scritto da una giovane
ragazza che viveva nel luogo ora chiamato Trapani e che nell’opera si presenta
come Nausicaa”. La versione di Butler – non bellissima – continua a dare
scandalo: è stata da poco ripubblicata (la prima edizione è del 2022) per
Blackie Edizioni nella bella collana dei ‘Classici liberati’.
Più ‘liberatoria’ – parere mio, cioè, da un pulpito eminentemente epico – mi è
sempre parsa la traduzione dell’Odissea a cura di T.E. Lawrence, noto al mondo
come “Lawrence d’Arabia”. Incredibilmente ignorata in Italia, ne abbiamo dato
alle stampe una prima versione antologica, inaugurando l’avventura editoriale di
Magog, e un’altra, accresciuta, tutt’ora in commercio. Il libro fu pubblicato in
origine nel 1932, “by Sir Emery Walker, Wilfred Merton and Bruce Rogers”, in 530
copie d’eccelso genio tipografico (se ne trovano in giro rari reperti a
diecimila dollari). Fu poi prodotta una versione ‘economica’ che si è rivelata
il massimo successo editoriale di T.E. in vita. Il colonnello, schermandosi,
continuò a dire agli amici che Omero gli aveva permesso di comprarsi vasca da
bagno, stufa e libreria per ingentilire il rude cottage che aveva acquistato nel
Dorset, ‘Clouds Hill’.
Lawrence – archeologo di talento, avventuriero per indole, esistenzialista e
masochista nell’animo – aveva compiuto studi classici a Oxford: lavorò alla
traduzione dell’Odissea per circa cinque anni. Il poema omerico lo accompagnò
nei momenti e nei luoghi abissali della sua esistenza: la missione segreta in
Pakistan e in Afghanistan, dal 1926; gli anni tra Plymouth Sound e Bridlington,
dove aveva l’incarico, per la RAF, di collaudare motoscafi superveloci. Sono gli
anni – enigmatici dunque affascinanti – in cui, letteralmente, T. E. tenta di
uccidere ‘Lawrence d’Arabia’, vuole esaudire il proprio mito – da cui si sente
contraffatto – soffocandolo. Celato da diversi pseudonimi – con uno di questi,
“T.E. Shaw” firmò la versione dell’Odissea –, diversamente perseguitato dalla
celebrità e dai curiosi, T. E., eroe fuori tempo, uomo complesso fino allo
sfinimento, è una specie di crisalide, una corazza zuccherina che ha cercato,
per tutta la vita, l’estasi di distruggersi.
T. E. Lawrence, in effetti, per indole, per magnetismo nell’inganno, è il vero
Ulisse del Novecento. Sapeva camuffarsi, voleva essere ‘Nessuno’. A differenza
dell’eroe greco – l’eponimo poema doveva pavimentare una ‘società’ –, T. E.,
l’individuo assoluto cioè l’assoluto isolato, non aveva alcuna Penelope a cui
tornare, non aveva un’Itaca. Il suo regno era un’irraggiungibile quiete – il suo
amore la costante sfida alla morte. Non gli riuscì di essere se stesso:
troppe persone lo agitavano, una legione.
T.E. Lawrence (1888-1935)
Le lettere – la nostra versione di riferimento è quella approntata da Malcolm
Brown: The Letters of T.E. Lawrence, Dent, 1988 –, qui tradotte in antologia
tematica, testimoniano quanto T. E. tenesse alla sua Odissea– testimoniano, a
gradi d’insostenibile intensità, i tratti di un esistere a precipizio. A Ralph
Isham – newyorchese, collezionista di manoscritti rari, servì come colonnello
durante la Prima guerra nei ranghi del British Army – T. E. fa sapere di essere
riuscito a fargli tenere da parte una copia della “Limited Odyssey”; poi gli
chiede soldi. Era il 10 maggio del 1935; Lawrence sarebbe morto nove giorni
dopo.
Non è da stupirsi se ai rari amici – al di là della moglie di George Bernard
Shaw, Charlotte, e di qualche alto commilitone, spiccano pochi letterati: Robert
Graves, E. M. Forster e Henry Williamson – Lawrence scriva secondo le categorie
dell’umiltà, del disprezzo e del distacco. Era fatto così. Continuava a dire di
non essere un letterato, di non saper scrivere – scrivendo una delle più
sontuose prose della letteratura inglese del Novecento –, di essere un militare
incapace, un avventuriero a casaccio. Un po’ giocava al Narciso, un po’ sapeva
di non essere ‘compiuto’ – né del tutto militare né del tutto scrittore né del
tutto agente segreto –, un po’ era avverso ai cortocircuiti del mondo, odiava
essere circoscritto – per non dire: accerchiato – da una didascalia. Preferiva
il dilettante all’esperto – flirtava con l’ispirazione. Fuggì al rischio di
essere qualcosa per poter essere tutto – e sfracellarsi nel mito.
In una memorabile lettera a Robert Graves, inviata nel febbraio del ’35 – e
tradotta in calce – Lawrence è travolto da un’abbacinante preveggenza. “Ho la
profonda sensazione che la mia vita, nel vero senso della parola Vita, sia
finita”. Doveva compiere 47 anni, la RAF lo aveva congedato, amava le
motociclette: morì, come fanno gli dèi, di schianto, in velocità. Come avrebbe
potuto morire Ulisse – così muoiono gli immortali, per conferire fibbie d’oro
all’umano nerbo.
**
A Arnold Walter Lawrence
[Il più giovane dei fratelli di Lawrence, professore di archeologia a Cambridge
(1944-51) e all’University College of Ghana di Accra (1951-57). Autore di alcuni
libri sull’arte greca, ha curato l’opera di Erodoto, è stato l’esecutore
letterario di T.E.]
2 maggio 1928
Caro A.,
presto mollerò Karachi per un incarico con qualche squadriglia nell’entroterra.
Non me ne pentirò – ti farò sapere il mio nuovo indirizzo. Stanno prendendo in
considerazione l’idea dell’Odissea. Spero vada in porto. Ti ho detto che sarai
mio erede? I diritti d’autore non includono più Rivolta nel deserto, ma tu sarai
il comandante in capo dei Sette pilastri. Non sono ancora morto, ma occorre
comunque prendere decisioni.
*
A Mrs Charlotte Shaw
[Irlandese, attivista politica, membro della Fabian Society, moglie di George
Bernard Shaw, intima amica di T.E.]
11 giugno 1928, Miranshah
[…] I vostri libri, qui, sono come acqua nel deserto. I miei soldati sono pochi,
hanno poco da divertirsi. Il tennis, credo. Uno degli ufficiali ha un piccolo
grammofono, me lo ha prestato un paio di volte. Ho ascoltato la Sinfonia No.
1 di Edward Elgar: uno spettro rispetto a quella ascoltata a Karachi, con un
grammofono d’altra tenuta.
Comunque: questa è Miranshah, l’Odissea divora tutto il mio tempo libero.
*
A E. M. Forster
[Il grande scrittore inglese di Camera con vista, Casa Howard e Passaggio in
India, grande amico di T.E.]
1 aprile 1929, RAF, Cattewater Plymouth
Caro E.M.F.,
eccoci! Un piccolo accampamento, quieto & pacifico. Una posizione davvero
incantevole su Plymouth Sound. Dorsale di rocce e prati che pare una lucertola
fossile. La nostra capanna è poco sopra il livello del mare: a trenta metri
dalla baia, a settanta circa dal porto, a nord. D’estate sarà un paradiso. Nella
stazione siamo in centocinquanta. Non mi sono ancora ambientato del tutto,
dunque non ho ripreso l’Odissea, a parte i giorni di vacanze pasquali: mi ci
sono dedicato con impegno, ho completato la bozza del nono libro. Non ho altro
da dirti. Sono come una pianta che mette radici dopo essere stata sradicata e
trapiantata altrove.
*
A Mrs Charlotte Shaw
27 aprile 1929
[…] La vita, in fondo, è bella. Il problema è che “John Bull”, la rivista, il 13
aprile scorso ha annunciato al mondo che “Lawrence d’Arabia” ha firmato un
contratto di servizio di cinque anni con la RAF, ma “non pare molto impegnato
nei doveri militari, spende il proprio tempo tra la riparazione della sua moto
sportiva e la traduzione in inglese dell’Odissea, di cui è prevista una prossima
pubblicazione negli Stati Uniti”. Da quando è apparso l’articolo, naturalmente,
non sono riuscito più a mettere mano all’Odissea. Devo capire cosa fare. La cosa
più sensata: rinunciare. La seconda opzione: firmare la traduzione ‘T.E. Shaw’.
Entrambe sono mosse complesse. Chiederò a Bruce Rogers, l’editore.
*
A Mrs Charlotte Shaw
10 luglio 1929, Plymouth
[…] Lady Astor [Nancy Witcher Astor, Viscontessa Astor, statunitense
naturalizzata inglese, è stata membro della Camera dei Comuni per i Tory, la
prima donna a prendere effettivamente parte ai lavori parlamentari del
Regno, ndt] è stata gentile, quieta a tratti, l’ho incontrata una settimana fa.
Credo sarà ancora più gentile quando le sue gambe si stancheranno di correre. Mi
ha lasciato senza fiato. Le ho detto che mi pareva un cocktail di donne, una
donna-tifone. La cosa l’ha scioccata. Le ho risposto che tu, al contrario, sei
accogliente. O meglio: sei simile al Dio semitico, di cui è facile dire
cosa non è, impossibile dire chi è. Non so descriverti a parole.
Se mi daranno un assistente, vorrei scrivere qualcosa che sia pari all’Odissea.
Oggi sono esausto. Tenterò l’impresa.
*
A Mrs Charlotte Shaw
19 gennaio 1930, domenica, Mount Batten
Ho passato mattina e pomeriggio ‘omerizzando’; non posso indugiare oltre. Solo,
ho molte cose da dirti. Intanto: grazie per aver letto l’XI libro. Temo sia
arduo. L’ho riletto tre o quattro volte, ho apportato un centinaio di piccole
modifiche. Il che è un bene. Ho modificato i punti che mi hai segnalato. Lavoro
duro.
Provo più o meno ciò che mi hai scritto: senso di fatica, opera infinitamente
aspra. Non ho mai scritto una riga ‘facile’ in vita mia. Prima di essere
pubblicate, le mie cose passano per una ventina di revisioni. Dici che ti scrivo
belle frasi, forbite, formidabili? Beh, in una lettera la bella frase può
rendere il tutto perfetto, nell’Odissea basta una brutta frase a far crollare
tutto.
*
A Henry Williamson
[Tenente durante la Prima guerra, di cui riconobbe l’inutilità, scrittore
prolifico, pubblica nel 1927 Tarka la lontra, il capolavoro, uno dei libri
assoluti, per grazia e ferocia, di Ted Hughes. Con il titolo complessivo “A
Chronicle of Ancient Sunlight” ha pubblicato, in quindici volumi, nell’arco di
vent’anni, un’autobiografia fittizia. Non negò le sue simpatie naziste]
3 maggio 1930
Da settimane avevo in mente di scriverti – mi è parso necessario inviarti
qualcosa della mia Odissea. Non vedo l’ora di leggere The Village Book: sai che
amo la tua prosa, nitida, esatta, bella.
Quanto all’Odissea, non criticarla: nessuno può aiutarmi. Le traduzioni non sono
libri: in esse nessuna parola è inevitabile, tutto è approssimazione,
l’intuizione di ciò che l’autore avrebbe potuto dire – e visto che io non sono
Omero, ogni volta che mi lascio coinvolgere dalla storia commetto errori.
Insomma, è un romanzo d’appendice.
Non credo che l’opera ti interessi. L’Omero che ha scritto l’Odissea era un
antiquario, un topo di biblioteca, un gatto bene addestrato: non un grande
poeta, ma un romanziere, e dei più conturbanti. Una specie di Thornton Wilder
del suo tempo? La mia versione – come ogni altra – è inevitabilmente un abuso.
Riuscirò mai a farti visita? Questo greco si nutre di tutte le mie ore libere.
Tuttavia, ho comprato un cottage nel Dorset con i profitti che mi attendo, per
rintanarmi lì quando la RAF non mi vorrà più.
*
A Mrs Charlotte Shaw
5 dicembre 1930, Plymouth
Ora lavoro più che altro al ventesimo libro, ho dato una scorsa al XVIII e al
XIX, migliorando i dettagli, prima della revisione finale. Lavoro e rilavoro e
raffino ogni passaggio, le correzioni compongono un lavoro diverso. Ce la farò.
Il 1930, mi dici, è stato un anno terribile per te. E per me? No. Ho domato il
greco, è stato un anno sereno, senza pubblicità. Il primo anno da dieci anni in
cui mi hanno lasciato in pace. Credo sia un ottimo risultato. Ancora un anno o
due e la mia esistenza sarà data per scontata, per vinta. Merito mio: come
l’Odissea: come la costruzione del motoscafo. Ho letto diversi libri che mi
hanno deliziato. In musica, no: non ho ascoltato niente di importante. Una
sonata per violoncello di Delius, una sinfonia di Elgar, il Doppio Concerto di
Brahms: le mie gioie negli ultimi tre anni. Non posso continuare a sperare nella
meraviglia.
Sono un uomo sensibilmente più vecchio: acciacchi, dolori, minor propensione
all’avventura. Questo è il peggior segno. Soltanto un uomo forte può vivere
senza pensieri – è ciò che mi accingo a fare. Non invecchio – sono semplicemente
meno giovane.
*
A Robert Graves
[Il grande poeta inglese, autore, tra l’altro, di Io, Claudio e de La Dea
Bianca, era un autentico fan di T.E., a cui aveva dedicato una
biografia-monstre, Lawrence and the Arabs (1927). Erano uniti da studi analoghi,
compiuti a Oxford]
21 aprile 1931
Cerco di scriverti da mesi, senza riuscirci. Mi è capitato addosso ogni sorta di
lavoro: il Ministero dell’aereonautica ha improvvisamente deciso di sperimentare
nuove imbarcazioni per la RAF, scaricando su di me – per una specie di
contrappasso poetico – l’onere di condurre le prove. Immaginami dunque in tuta a
recitare la parte del meccanico e del collaudatore, mentre sprono barche
velocissime su e giù per le acque di Southampton tra piogge, venti, rumori
assordanti.
Immagino il tuo sole, qui è inverno – sono congelato, fradicio, felice. È un
lavoro che vale la pena. Coinvolgente ma estenuante. Paralizza ogni mia speranza
di portare a termine quella bestiale Odissea – non riesco a leggere nulla. A
sera, ho gli occhi irritati dall’acqua, feriti dal vento – non mi resta che il
letto.
*
A Sir William Rothenstein
[Pittore inglese, perfezionato a Parigi fu disegnatore ufficiale dell’esercito
inglese durante la Prima guerra e direttore del Royal College of Art a South
Kensington. Sue opere sono custodite alla Tate e alla National Portrait Gallery.
Nel 1920 realizzò un ritratto di T.E.]
22 aprile 1932
[…] Ultimamente non sono i libri a darmi del filo da torcere. Lavoro in un
cantiere navale per tutto il giorno, quando cala il buio sono stanco, più
propenso a leggere l’“Happy Magazine” che Platone. Quindi scendo a compromessi e
non leggo niente. Omero? Un’opera da quattro soldi, abbandonata da tempo. Se
verrà pubblicata o meno? Non me ne occupo. Il greco, a mio parere, non è
granché; la mia versione è scadente. Roba sottile, artificiosa, autocelebrativa,
l’Odissea. L’Iliade, al contrario, ha alcuni frammenti che la rendono una grande
opera. L’Odissea: un pastiche, un cerone, eccesso di cipria.
*
A E.M. Forster
22 ottobre 1932, Plymouth
Caro E.M.
mi spiace ma non posso inviarti una copia dell’Odissea. So solo che è opera di
scarso valore e che l’Odissea, di per sé, non è granché: mi sembrava giusto
donartela. Ma non posso. Le copie costano dodici ghinee, ne ho ricevute soltanto
una manciata: le persone che posso scontentare sono soltanto quelle che sanno
perdonare un’offesa. […] Mi spiace, ma non posso spendere così tanti soldi,
adesso.
*
A Harley Granville-Barker
[Commediografo e impresario teatrale, ha interpretato diverse opere di Shaw;
gestì per qualche anno il Court Theatre, con messe in scena rivoluzionarie]
23 dicembre 1932
[…] Soprattutto, ti prego di non leggere ad alta voce l’Odissea a Mrs G.B. Ne
morirebbe, e soffriremmo entrambi di un senso di perdita, come direbbe Omero.
Dev’essere stato bello vivere in un periodo letterario in cui anche la banalità
era una sorpresa e i cliché erano tutti lì, vivi, in attesa di essere creati. In
questo, ha avuto successo. Quanto a me, l’Odissea rappresenta più che altro… una
vasca da bagno, la caldaia, una libreria nel mio cottage. Dunque, non ho
rimpianti: non è una delle mie opere compiute. Hai fatto una sciocchezza a
comperarla.
*
A Robert Graves
4 febbraio 1935, Ozone Hotel, Bridlington, Yorkshire
[…] Cinque anni fa mi sono reso conto di aver bisogno di soldi per il mio
cottage: così ho fatto quella traduzione dell’Odissea, grazie alla quale ho
installato una vasca da bagno, una stufa da me progettata, sempre certo che il
guadagno fosse intatto e sicuro… ma il tasso d’interesse è sceso e il reddito si
è ridotto. Se l’avessi previsto… Proprio ora che volevo stare tranquillo – ho la
profonda sensazione che la mia vita, nel vero senso della parola Vita, sia
finita – ho bisogno di guadagnare almeno settecento sterline in più. […]
Nuovo argomento. Ho incontrato Alexander Korda il mese scorso. Non avevo preso
sul serio le voci secondo le quali voleva fare un film su di me: visto che erano
così insistenti, gli ho chiesto un incontro, spiegandogli che ero contrario, in
modo irremovibile, all’idea. È stato gentile, comprensivo; ha accettato di
rimandare la cosa dopo la mia morte o fino a quando non cederò. Sarà l’età che
avanza? Detesto l’idea di essere immortalato su pellicola. Le rare volte che
sono andato al cinema mi hanno convinto che si tratti di un’arte superficiale e
falsa… volgare, direi. Io amo la volgarità dell’uomo comune: la volgarità dei
film mi pare manipolata, di basso livello… Dunque, nessun film su di me. Korda è
come una compagnia petrolifera che trivella ovunque, con due o tre giacimenti
certi. Ha prudentemente investito su altri siti. Alcuni li svilupperà, altri no.
Il petrolio è un business effimero.
*
A Robin White
[tenente della Royal Navy, compagno d’armi di T.E.]
13 aprile 1935, Cloud Hill, Moreton, Dorset
Penserai che questa sia la voce di un morto: più o meno è così. Ho lasciato la
RAF un mese fa, mi sento come una bestia smarrita. […] Forse hai dimenticato la
tua lettera: riguardava l’Odissea stampata da Bruce Rogers, che hai comprato. Ho
seri dubbi su quel libro. La traduzione è infedele – deliberatamente infedele.
La stampa troppo candida. Bruce Rogers ha tratto ispirazione dalle pitture
vascolari greche, adattandole a suo modo. Comunque, ecco il libro. L’edizione
economica ha venduto bene negli Stati Uniti; l’edizione limitata (per
l’Inghilterra) è quasi esaurita. Credo ne siano rimaste invendute una
cinquantina – vanno a ruba. È stato un libro, letteralmente, di successo. Il
riscaldamento della vasca da bagno – e la vasca stessa – è dipesa da quelle
vendite…
*In copertina: una immagine dall’Odissea secondo Christopher Nolan (2026)
L'articolo “L’Odissea? Mi ha permesso di comprarmi una vasca da bagno” proviene
da Pangea.
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Hervé Micolet è tra i poeti più anomali e ‘selvaggi’, oggi, in Europa. La
sua anormalità – testimoniata anche dall’intervista-monstre che ci ha concesso –
consiste nel non adattarsi alle norme della lirica attuale: per lo più minimale
e ombelicale – in Francia, il suo paese – quando non anglofona, cioè narrativa.
Hervé Micolet, un predestinato alla poesia, confida nelle imprese impossibili: i
suoi riferimenti letterari svariano da Lascaux a Finnegans Wake, il genio
del planctus e l’epoca di Luigi IX di Francia si mescolano alla profezia, il
barbarico si fonde con il raffinato.
Nato nel 1965, in provincia, in una Georgica del cuore, Micolet insegna
letteratura all’Università di Lione: i tratti del brigante marchiano il suo
volto. Refrattario al ring degli odierni intellettuali, partecipa alla vita
culturale francese da una distanza siderale – gli interessa l’opera, ha i metodi
del ladrocinio: ruba al mondo ciò che è garanzia della sua vita nascosta. Dopo
l’esordio – nel 1989, con La Lettre d’été – sono seguiti diversi libri che ne
hanno consolidato il talento; il più noto di questi, L’Enterrement du siècle, è
uscito per Gallimard nel 1992.
Questo primo periodo, esuberante, è stato tumulato da un lungo silenzio. Per
diciotto anni, dal 1995, Micolet si rifiuta di pubblicare – sparisce. Nel
frattempo, appunta, divarica, divampa un’opera immane, un’opera-Leviatano. Il
primo tomo di Les Cavales esce nel 2023 per La rumeur libre; il secondo tomo –
uscito nel 2025 per gli stessi tipi – vince l’ultima edizione del Prix Max
Jacob, andato, negli anni, a Jean Grosjean e ad Alain Bosquet, a Georges Perros
e a Bernard Noël. Secondo i piani dell’autore, dovranno uscire, a completare il
ciclo, altri tre tomi. Il titolo, Les Cavales, è tratto dal Perí Physeos di
Parmenide (“Le cavalle che mi portano fin dove giunge il mio desiderio/ mi
scortarono, dopo avermi guidato sulla via/ della Dea, che dice molte cose/ e
porta in ogni contrada l’uomo che sa”; cito dalla traduzione di Angelo Tonelli
in: Parmenide, Dell’Origine, Feltrinelli, 2023), il poema attacca con un Hymne à
Vénus (“Dell’Unica razza la madre, Venere indifferente// infinitamente gravida o
silfide vergine/ che governi ogni cosa della natura…”), ma non cede a toni
antiquati, non rileva miti in formaldeide. Micolet, piuttosto, alterna toni e
modi, tenta un linguaggio da ultimo giorno, ha le movenze liriche del crotalo –
il suo modello remoto, in fondo, è Dante. Uno dei vari frammenti di cui si
compone questo poema difforme, a brandelli, s’intitola Donne ch’avete intelletto
d’amore; un altro delinea la geografia de La France antarctique; un altro si
compone come una Réfutation de Robert Burton, il grande inglese autore
de L’anatomia della malinconia. Una formidabile libertà lirica – o meglio:
ebbrezza – informa il poema, deliberatamente inattuale.
Les Cavales ha colto di sorpresa i critici, avvezzi alla poesia d’oggi, per lo
più liofilizzata. Qualcuno ha detto di forme arcane, di una temperatura
linguistica tra il Rinascimento e l’aldilà dell’uomo, tra il voluttuoso e il
violento. Qualcuno ha citato Tiziano e Botticelli, qualcun altro Le Sacre du
printemps; qualcuno ha detto che Micolet è l’ultimo dei trovieri – altri hanno
parlato di Lucrezio e di Villon. Su tutto grava un intento – mi pare
– sacrificale: Micolet erige un sontuoso altare dove fare a pezzi la lirica. In
questo repertorio, ad ogni modo, si deduce che la grande dote del poeta è l’arte
della fuga dalle convenzioni, il farsi infinito e irraggiungibile. L’ambizione
dell’opera, di per sé, è scandalosa; nell’epoca che ha marginalizzato il poeta a
figura infima, nell’epoca dell’inganno del poetico ecco giungere da una
estremità estenuata il poema-menhir, il poema-Moby Dick.
Dunque, ci siamo messi a inseguire Micolet, questa specie di poeta Achab.
Che senso ha la poesia, oggi? Cosa significa “poesia”, poi?
Lo stesso senso di sempre, perché la poesia – il ricorso mnemotecnico a un
linguaggio ritmico, in versi, in grado di placare gli dèi – è al principio del
logos letterario, nato 3mila anni fa in Europa e prima ancora in altri luoghi.
Contrariamente a quanto si crede, la poesia non è l’oggetto di una soddisfazione
disinteressata: è utile, necessaria, prossima a una scienza empiricamente
dimostrata; eppure, è contingente e non può rivendicare alcuna universalità nei
propri risultati. In un certo senso, è vero quanto ha detto Denis Roche intorno
al 1970, modellando un’espressione lacaniana: “la poesia non esiste”. Vale a
dire, non esiste un’essenza universale della poesia, come non esiste di
qualsiasi altra cosa, che permane per particolari e singolarità. Eppure, so
benissimo che questa cosa, “la poesia”, è il mio principale mezzo d’espressione,
forse l’unico, anche quando pratico una scrittura teorico-critica. Non scrivo
romanzi, racconti, opere teatrali; la categoria della poesia, svincolata da
qualsiasi sistema normativo, è tanto indeterminata da poter includere in sé
elementi narrativi o drammaturgici, del pensiero e della contemplazione e
perfino della dimostrazione logica, anche se il suo principio è nell’ordine del
sentire più che del ragionare o del ragionevole; parole prima che discorso,
ellissi più che dilagare del senso e del significato, il perturbante negli
schemi della comunicazione.
La triade epico/lirico/drammatico dimostra ancora il suo potenziale di
fratellanza impura; il mio modello, in particolare, è il coro tragico greco,
pre-classico, ovvero la piena articolazione del lirico e del drammatico con
elementi epici. Questa è la tesi di Nietzsche ne La nascita della tragedia (e in
altri studi filologici). La diversità letteraria non si risolve in una
tassonomia di generi o modalità dell’enunciato; quando si parla di lirico è bene
dire della “tonalità climatica fondamentale”, Stimmung. Poi c’è il ritmo, ciò di
cui è intessuto il verso tradizionale. Restano da considerare le tecniche di
versificazione in seguito alla “crisi del verso”. La definizione di poesia è
stata, per lungo tempo, piuttosto semplice: è l’arte di comporre versi in
sistemi vincolati. L’avvento del verso libero e del poema in prosa, o prosa
poetica, non risolve i problemi relativi ai sistemi metrici che hanno plasmato
la poesia dalle origini, specifici per ogni lingua. Più in generale, al di là
dello “stile”, la poesia consiste in un trattamento specifico del linguaggio: si
verifica un evento linguistico su alcuni assi strutturali (selezione del
lessico, combinazioni sintattiche) e nell’intero insieme fonomorfologico, dacché
il linguaggio non è forma ideale ma sostanza. Anche se mancano definizioni
precise, la poesia è riconoscibile a prima vista, o meglio, all’orecchio,
nell’ambito di una Stimmung che tocca i sensi e ci fa esclamare: è proprio così!
L’incantesimo è tratto, la pozione assunta.
Questo, almeno, è il fascino che accade dopo la lettura della poesia: non leggo
un libro, mi imbatto in un evento. Il resto del fascino è legato alla sua natura
spirituale. Riguardo a questo, così ha scritto Mallarmé a Léo d’Orfer, il 27
giugno del 1884:
> “La poesia è l’espressione, attraverso il linguaggio umano ridotto al suo
> ritmo essenziale, del mistero degli aspetti dell’esistenza: essa conferisce
> autenticità al nostro passaggio e costituisce il nostro solo compito
> spirituale”.
Come scrive, come prepara il suo lavoro? È più efficace l’ispirazione o
l’elaborazione, la ragione o la “mania”?
Nessuna disciplina, almeno prima delle prime bozze; lavoro per eccessi
improvvisi, impetuosamente, come sotto dettatura dopo un periodo di implosione
interiore; così si afferra qualcosa senza sapere cosa, da chi. Non credo che le
antiche nozioni di furore, mania, entusiasmo siano invalidate. In altre parole,
è la pulsione (Trieb) che comanda la scrittura in modo subconscio, come sapeva
Nietzsche ben prima di Freud, attribuendo questo impulso dinamico al dionisiaco
in opposizione all’apollineo. Lacan traduce Trieb con dérive, deriva: il testo
poetico va in effetti alla deriva, come una specie di miccia in fiamme, che
crepita dal principio alla fine. Il principio, in particolare (il primo verso,
puro dono degli dèi) non è sotto nostro controllo: contiene in potenza tutto ciò
che di lì in poi sarà scritto e che l’autore scopre scrivendo. La svolta, la
scoperta, avviene sotto l’effetto di un delirio, rivela un’economia dell’eccesso
e dell’eccedenza più che del piacere. Questa gioia è manifesta nella sostanza
materica del linguaggio; la sua essenza risiede in un’esperienza vissuta, ma
indefinita, indicibile nell’istante, in attesa del modo di esprimersi. La poesia
che ne risulta è il suo scatenarsi e al contempo il suo assestarsi, sotto
controllo. Questa modalità di creazione si sovrappone alla patologia dell’umore
(depressione/mania): un formidabile reflusso o risacca segue i momenti di
esaltazione.
Gli stadi iniziali, dunque, non derivano dall’intenzione, né dal formalismo:
senza furore, nulla accade; il resto del tempo è attesa. Detto questo, non ho
mai pubblicato una prima bozza nella forma originaria. Poi arriva il dovere
apollineo di riscrivere e di correggere; ciò porta a nuove ondate di
ispirazione, in un lavoro potenzialmente infinito. Per giungere a conclusione,
prima della pubblicazione l’opera dev’essere rivista centinaia di volte.
Sono restio a leggere ciò che ho scritto, evito la “scena” poetica, la
performance non rientra nei miei talenti né nei miei scopi.
Lui è Hervé Micolet
Quali libri o studi influenzano la sua ricerca poetica?
Ho studiato Letteratura moderna e contemporanea: ora la insegno in università.
Per formarmi – e forse per evadere dal presente – mi sono immerso nei
‘classici’. I miei riferimenti sono piuttosto eclettici: Pindaro qui, Joyce
là, Finnegans in particolare. Dante mi affascina, non solo per la Commedia ma
anche per altri testi come il De vulgari eloquentia. Ho imparato la tua lingua
leggendo Dante. Leggo come un pirata, non più per piacere; leggo perché scrivo,
perché ho bisogno di entrare in contatto con materiale linguistico nuovo.
Quindi, leggo soprattutto poesia, in lingua originale, anche se non la conosco,
aiutandomi con il testo a fronte. Quanto al francese, riscopro la straordinaria
ricchezza del francese pre-accademico; evito i neologismi e i barbarismi, avendo
a che fare con un tesoro lessicale per lo più dimenticato.
Questo per dire che non sono troppo contemporaneo. Ciò non vuol dire che non
presti attenzione alle opere recenti. Mi piace il nostro comune amico Tom Buron,
sono stato coinvolto nella rivista “Catastrophes” insieme a Laurent Albarracin,
Guillaume Condello e Pierre Vinclair. Alcuni autori conosciuti in gioventù sono
diventati miei amici: Jaccottet, Bonnefoy, Réda, Michon… quel diavolo di Michon
si è divertito a dirmi “poeta epico” nel suo libro J’écrits l’Iliade (2025): mi
piacerebbe esserlo, ma resto deliberatamente lirico. Naturalmente, distinguo il
“lirismo” ereditato dai Romantici dalla “lirica”, che ha almeno 3mila anni. Non
credendo nel progredire delle ere, nei restauri reazionari come nelle
rivoluzioni tabula rasa, non mi riconosco nei “neolirici” degli anni Novanta;
non vedo, per altro, alcun ragionevole motivo per dire che siamo in un’epoca di
“post-poesia”. Sono sempre le solite convenzioni in combutta: classicista vs.
modernista; lirico vs. formalista; soggettivo vs. oggettivo e via così. La
convenzione dominante del verso libero è inutile se produce meri frammenti di
prosa e paratassi. Un verso degno di questo nome non è semplicemente una frase
che va a capo; Mallarmé lo definiva “parola totale, nuova, estranea alla lingua,
incantatoria”. Una cosa davvero rara.
Come nasce il progetto di “Les Cavales”: che tipo di opera è? Dove la sta
portando?
Prima di tutto occorre parlare di tempo – di tempo, alla lettera, come Alla
ricerca del tempo perduto. Dopo un periodo iniziale di scrittura, tra il 1989 e
il 1995, è seguito un lungo periodo di silenzio. Non ho mai smesso di scrivere –
ho smesso di pubblicare. Una prima bozza di Les Cavales ha preso forma nel 2009,
con un titolo diverso, inesatto. È stato Parmenide a suggerirmi il titolo che
mi serviva: da lì è ricominciato tutto. Finora ho pubblicato due volumi
dell’opera, nel 2023 e nel 2025 per La rumeur libre; ne ho in programma cinque,
o meglio, quattro + uno, perché la somma dev’essere dispari, impari. I
precedenti erano in prosa; il mutamento di forma è stato decisivo, così come
l’adozione di un modello di poema ciclico. Inizialmente prevedevo di pubblicare
l’opera intera, nella sua forma ‘mostruosa’, poi ho preferito riorganizzare il
lavoro. Ho abbandonato l’idea di un insieme unitario: ne sono emerse diverse
poesie, vari frammenti interconnessi, tutti all’ombra del titolo, Les Cavales,
che significa cavalle, nel senso parmenideo. Da quel momento, tutto è ripartito.
Ho trovato un editore coraggioso, Andrea Iacovella, che mi sostiene
nell’impresa. Ci sto mettendo ogni mia energia. Credo di conoscere l’origine del
ciclo, non ne conosco le fine. L’origine risiede nei morti: il primo libro è una
specie di tomba poetica. Il tutto è in costante mutamento, è imprevedibile.
Diventerà sempre più sfrenato – una specie di ditirambo. Ogni unità – il poema,
il libro/tomo, il ciclo – è presieduta dal medesimo processo: apollineo
nell’architettura, frenetico nel resto.
Quale relazione intravede tra poesia e storia, tra poesia e politica? La poesia
ha un impatto sulla storia? Su quali livelli temporali ed emotivi agisce?
Non penso che la grande storia (e la piccola) sia lineare, cronologica,
storicista: il dionisiaco è intempestivo e sorge all’improvviso. Non vedo forma
di esperienza o di saggezza accumulata. In politica, le opinioni non hanno alcun
valore; conta solo ciò che viene dimostrato. Ho prodotto alcuni manifesti sul
tema, Varius Héliogabale (“Catastrophes” n°47, 2024) e Petit traité des
Cavales (“Place de la Sorbonne” n°15, 2026). La poesia lirica non contiene alcun
messaggio comunicativo, è antipredicativa: per questo, è evidente che non
fornirà materiale per la propaganda. L’epica mostra un “popolo” che passa per le
mannaie della guerra. il dramma greco giunge a una formula politica per voce del
coro; è così che Antigone, nella tragedia di Sofocle, infine, appare più sensata
del tiranno Creonte.
Il mio rapporto con la politica comincia con la geografia: prima di chiedermi
cosa è accaduto mi faccio domande sui sentieri varcati dai gruppi umani. Non
appena si considera la geostoria di questi passaggi, qualsiasi pretesa si
dissolve ed emerge un gigantesco labirinto che comincia dalle migrazioni della
Preistoria. Uno dei miei motivi principali è il “grande cammino” di Luigi XI,
una “ragnatela universale” che ha stabilito fasce letterarie; non è il cammino
di Dante, né la strada secondaria da percorrere, in fuga, a cavallo. Il fatto
geo-storico si confronta con la mitologia; nella sua gittata più ampia risale
all’arte rupestre. Vago tra epoche e luoghi, documentandomi sul campo. Ad
esempio, sono stato in Etiopia: volevo vedere con i miei occhi i luoghi di
Rimbaud, contare le ossa di Lucy, attraversare i rift. La poesia “si informa”, o
meglio, l’Art brut è saggezza.
Secondo Schiller dovremmo aspirare a essere “ingenui” più che “sentimentali”;
dovremmo tendere alla completezza della condizione creativa, non troppo separata
dalla coscienza critica e dalla nostalgia della perduta unità. Per l’azione
politica immediata, la poesia pare inefficace (insieme al teatro, rappresenta lo
0,3% del mercato librario). Eppure, la poesia, essendo al centro del linguaggio,
è intrisa di politica: ne subisce le conseguenze, a volte la influenza (come
nella polis greca). La poesia è strutturalmente politica perché è prodotta in
modo attivo in una lingua data che non è “naturale” ma eminentemente culturale.
Nel De vulgari eloquentia Dante, su questo tema, raggiunge un alto grado di
complessità, rispetto, ad esempio, a La Défense et illustration de la langue
française di Joachum Du Bellay, che esce nel 1549. Il francese ha almeno tre
fasi: medievale/dialettale, classica standardizzata, repubblicana
ultra-standardizzata. Quest’ultima non è così libera come parrebbe. Nel mio
contesto universitario, io faccio la parte di un ussaro durante la Terza
Repubblica. Provenendo da un ambiente privo di letteratura, dove nessuno aveva
un diploma superiore, “non potevo”, come disse Pierre Bergounioux, “che
diventare professore”. Allo stesso modo, non ho potuto fare a meno di ammirare
la bella lingua, o lingua ‘complessa’. Auspico un’anarchica polifonia che
assembli tutti i registri e tutte le più diverse lingue. Il monolinguismo
ufficiale maschera un multilinguismo costitutivo cominciato nel IX secolo. La
lingua è simile all’anatomia, ma ogni linguaggio, soprattutto se strutturato, è
politico – dunque, anche la poesia è politica.
Qual è il rapporto tra la poesia e la morte, tra la poesia e la vita?
Il profondo senso tragico, che culmina nel dramma greco primordiale di Eschilo e
di Sofocle, è uno dei più antichi modelli di Logos. Eraclito scrive: “Dell’arco
il nome è vita, l’opera è morte”. Questa sensibilità scompare nel coro di
Euripide. Il primo tomo di Les Cavales è un libro sul lutto, una meditatio
mortis. È soprattutto per questo che sono rimasto in silenzio così a lungo: mi
era impossibile pubblicare prima di rendere omaggio ai morti, senza erigere per
loro una tomba. La poesia ha come funzione primaria quella di soddisfare i
morti. In L’Iliade ou Le Poème de la force, Simone Weil osserva che l’epica
omerica si occupa in modo singolare del modo in cui vengono trattati i cadaveri.
Il rito funebre è un principio fondamentale della cultura e della
civilizzazione: oggi stiamo assistendo a una considerevole sconfitta di tale
assunto. Questo è un fatto antropologico-politico: la perdita dei propri cari,
la morte industrializzata, la messa a margine del cimitero, la cremazione
derisoria: insomma, l’oltraggio del cadavere. Vale a dire: in una società
tecnocratica, il reale della morte viene negato, e questo non è un bene per i
morti e non lo è per i vivi. Il ‘Reale’, che per Lacan non è soltanto la realtà
consensuale, si manifesta in modo violento nella forma del cadavere, una cosa
terribile di cui occorre prendersi cura, altrimenti tornerà a noi in forma
spettrale. Le culture antiche, medievali e barocche, hanno saputo gestire il
corpo morto all’interno di un ordine simbolico: figura tutt’altro che orrida, il
cadavere operava in favore del vivente. Forse altre culture, oggi, sono meglio
attrezzate a esperire e a gestire la morte. Per noi, oggi, la morte è il male, è
causa di profonda malinconia. Nessun individuo può essere sostituito da un
altro, il dolore non ha guarigione; se la malinconia non ci uccide, essa
‘agisce’ in qualche modo per preservare le forze vitali, per ricostruire
l’amore. La malinconia è legata ai temi del rito funebre, del lutto, dell’amore
fedele. Les Cavales è, in larga parte, una “anatomia della malinconia”. Se il
libro fosse una danza macabra, come quelle che si osservano ancora in alcune
chiese, si vedrebbero il Lutto e la Malinconia ballare assieme. Non sempre c’è
tristezza: l’intreccio di tragedia e forza vitale è gioioso, a tratti, comico,
clownesco.
Quale visione del mondo informa il suo lavoro?
Più che altro, spero che nessuna ideologia (cioè una cultura abusivamente
presentata come natura) penetri la mia opera letteraria e il mio lavoro di
insegnante. Salvo circostanze eccezionali (eccoci qui, in Francia come altrove)
l’Università dovrebbe mantenere una neutralità valoriale. Nel corso della mia
carriera – in particolare dopo la “Loi relative aux libertés et responsabilités
des universités” del 2009 – ho assistito a un crollo senza precedenti dei
principi fondanti dell’Università; un preciso indicatore sociale. Non appartengo
al mondo accademico borghese; la mia posizione sociale è precaria. In breve: nel
mezzo del cammin di nostra vita ho percorso ottanta chilometri per giungere da
un remoto borgo di campagna alla città universitaria più vicina, Lione.
Probabilmente, sono giunto ai miei limiti: è urgente rintracciare una Vita nova.
Il resto rientra nella categoria dei Misteri antichi, per quel che ancora ne
sappiamo, con un legame con Mallarmé che colloca il Mistero nella Letteratura.
In questo è tutta la poesia. Non troppo diversa, tale idea, dall’amor fati,
dalla dottrina dell’Eterno ritorno come valore di una vita degna di essere
vissuta, il dionisiaco che esige la doppia affermazione all’orecchio di Arianna:
dire due volte sì alla vita. Per sfuggire alla fin troppo dialettica relazione
dionisiaco/apollineo, non guasta un po’ di alcolismo (come suggerisce Nietzsche,
pur senza sviluppare il concetto) perché il carattere furioso è estenuante,
infine pericoloso per la salute. La speranza di misura da ciò che resta. Credo
come Pindaro che “gli dèi siano qui”, sulla terra: bisogna saperli riconoscere.
Il Molteplice a volte si raduna in gioiosa assemblea: questa è la dottrina
dell’Univocità dell’Essere secondo Duns Scoto, con la differenza che l’Essere è
una creatura. Propendo per un creazionismo teorico che ci permetta di stabilire
un criterio semplice, in grado di valutare ciò che facciamo, letteratura
compresa: la cosa creata è a favore della vita? Dovremmo esplicare meglio. La
parola che giunge dai Misteri si pronuncia con un dito sulle labbra: shhh.
A cosa sta lavorando?
Dovrei riposarmi, per poi tornare al lavoro duro… Confinato in casa, lavoro con
estenuante dedizione al ciclo de Les Cavales: è la mia priorità, ostacolata
dalle necessità economiche e dal contesto attuale. Schiller consigliava di
attraversare la propria epoca di corsa, come un contrabbandiere. In Les Filles
du feu e Chimères, Nerval scrive: “L’ultima follia che mi resterà sarà quella di
credermi un poeta”. Hegel parla di ostinazione, che significa vivere da alienati
tra i libri, come Don Chisciotte. Mi sforzo di svolgere il lavoro nel modo più
meticoloso possibile; raccolgo le forze per fare contemporaneamente più cose,
incompatibili tra loro. Dunque, eccomi alle prese con il terzo tomo de Les
Cavales: devo sbrigarmi.
Insieme a Hubert Voignier ho creato un’opera fotografica intorno a un luogo
sacro, Le Puy-en-Velay. Vicino a Lione esiste una piccola regione, Forez, centro
nevralgico e letterario de L’Astrée di Honoré d’Urfé: quello è il mio punto di
partenza; sarà la mia destinazione finale. In buona comunione coi miei morti,
vorrei trovare le condizioni propizie (alcionie) quasi scomparse da un’esistenza
piena di troppi vincoli. So che ciò è possibile: la memoria dell’antica felicità
mi è di aiuto nei momenti infelici. Sto elaborando un trattato di poetica. Priva
di definizioni, indefinibile, la poesia, in fondo, non è che una testimonianza
solitaria formulata in modo stravagante, fuori di sé: è un atto di caparbietà,
una chimera… è l’estrema follia.
**
Da Les Cavales, I
Il quindici d’agosto
Mille morti per riportarci
davanti al letto della Morta. Vinta
da morte, la Morta
in maestà sorge talvolta
da sotto la sua pietra,
è il giorno del quindici d’agosto, Agosto
spesso porta il lutto dappertutto
nel tempo turbato
o inaridito, Vergine
del quindici d’agosto aggiusta
o disfa tutto. E lei stessa
senza crederlo ma senza pesare
al pensiero che la suscita, la morta regna
ingenuamente, qualche ora,
nella volta aperta d’un chiaro di stelle
in cui indugia l’intonaco blu,
e tutto il vecchio drappo nero dei cortei
che vanno per l’erba melmosa, ed è anche
come un fremito di schiene
nella vetrata infranta, e Lei
nel suo vestito giallo d’oro sgualcito
da una lotta atroce, dardeggia
su di noi il barbaglio blu del suo occhio
che dispera, perché non vuole
essere morta, ed è vinta. Poi
altro non resta che la vostra cappella
ardente (come dite), in luogo
di quella breve, spuntata dai campi,
l’avevano riaperta per un giorno,
e la tempesta dalla finestra spoglia
ne spegne i ceri. Non c’è nulla
di buono, né pietà né misericordia
di sorta, né il semplice
e non più vero fuoco
nel forno immondo. Non più
un luogo buono che sia di mano d’uomo
per trattare i morti ormai e,
fraudolentemente, per esserci clemente,
come quei telai, spezzati & praticabili
che crollano come si deve
con dei tesori di pietà pari
a quelli degli scoiattoli. Nulla che sia scambiato
dalla terra al cielo se non questi mirabili,
questi violenti sforzi degli usignoli senza che mai
li si scorga nel folto degli alberi
ai quali la verde vallata fa eco,
e il bel Maggio crudele. Mille primavere
senza pena e il soffio già dell’estate
quando rinasce la stagione
sono corrotti nella pianta appesantita,
nella terra e nei muri. Quando
la Stagione ripianta il suo maggio
nell’agro della terra e commette
questi eccessi di delizie, il corpo pure si fa pesante
e si sveglia sgomento come avendo goduto
di vermi. Tanto la carne morta
era stinta come pergamena,
tanto il fiore affastellato che ti cinge
fino alle tempie puzza così contagioso
che cade altrove
sulla carne viva. E dunque anziché
raccapezzarsi dal capezzale
fin dentro la terra, e rimettere Morte
al suo posto, a nulla si giunge,
eppure è verso tutto il cielo
che conduce la cosa immonda
come lo è l’offesa, e causa per sempre
di morte errante. Prima che
tu non sia più altro che fumo nero,
finché sei stata
di carne e ossa eri
intera capace di prodigi,
santa vera colma di desiderio.
Poiché un uomo di colpo perduto
alla sua radice s’innalza e s’inarca
preso da violenza, e dona ogni suo sforzo,
ostile a che quel corpo sia fatto
cadavere, quando ricade in sé stesso
e vi si acquieta un istante, rassegna
la sua anima alla nube che passa
e si è tormentata, ciò che il dio
fa per lo meno in luogo del puro azzurro,
campo d’inanità. Il suo sforzo perdutamente
unito a quello spasimo è come
un’alleanza con una potenza disfatta
che giace in sé stessa e per grazia
rinviene. Così, al cielo senza stagno
che si credeva morto si erano adunate
lungo il lato buono nuvole
fuggenti sotto il vento di ponente,
e certo per una casa dei morti
sembrano tegole d’ardesia che s’impilano
le une sulle altre, con del giallo d’argento
nello stagno, e sfilano nella pupilla
di lei, il cui sfolgorio blu schizza
come una scheggia e si conficca in lui.
Madri apparse in gioventù così buone
in così piena armonia di due respiri, poi
così belle che subito ci fate
vostri amanti, malgrado la fatica
restate in vita per i nipoti,
e ancora restate quando sono cresciuti,
così almeno sembra. Giovani donne
che vi abbellirete piuttosto di vecchiaia,
non come la Vergine bella, non andate
a regnare altrove se non sulla terra
e siate sempre nel tempo opportuno,
senza il quale non c’è più terra che sembri tale.
Voi in nessun luogo, pensate che la specie
finirà. E da voi non nascerà nessun altro,
come a me non nascerà mai dunque
né sorella né fratello, e ho perduto
l’unica sposa possibile nei giorni
di mia madre ancora viva, e ogni occasione
di fare una figlia più bella
in sua presenza. Chi vorrebbe,
adesso, un figlio prete
tornato così piccolo che ignora quasi
il bere e il mangiare, e così arduo
che è sordo ad ogni consolazione. Anche
l’amore della donna gli è supplizio.
Hervé Micolet
Traduzione di Annalisa Crea
*In copertina: dettaglio dall’“Adorazione dei Magi” di Sandro Botticelli, 1475
ca. (presunto autoritratto dell’artista)
L'articolo “Per placare gli dèi”. Dialogo-monstre con Hervé Micolet, il poeta
Achab proviene da Pangea.
L’ultimo frammento di questa storia piena di baratri è una lapide al Wilford
Hill Cemetery di Nottingham: la solca un tralcio di vite, sbozzato con frugale
tenerezza. La signora che vi è sepolta, Joan Adeney Easdale, si faceva chiamare
con un altro nome, Sophia Curly. Una vita in fuga da chi voleva imporle
un’identità, una trama, una catena. La scritta che solca la lapide – oggi poco
visibile, quasi sconfitta dalle intemperie – conferisce al sepolto i tratti
dell’enigma: Poet / Mother / and / Free Spirit. Una sorta di laica, inquieta
trinità.
Joan, per gli amici Sophie, aveva destinato i propri beni al capo della polizia
di Nottingham: due scatole di scarpe strette da lacci rosa in cui, tra l’altro,
spiccavano una mappa del mondo, due dizionari – di francese e di tedesco –, una
copia del Manifesto del partito comunista, una striscia di fototessere – appare
con un malizioso sorriso –, diverse lettere, una lista della spesa, una spilla
in vetro rosa. In pochissimi parteciparono al funerale. Una banda abbozzò la
colonna sonora di Scarpette rosse, grazie alla quale il fratello di Joan, Brian
Easdale, aveva ottenuto l’Oscar per la “Miglior colonna sonora”, nel remoto
1949.
Quel giorno il sole, coriaceo, pareva indossare un elmo grigio: era il dieci
giugno del 1998, Joan aveva compiuto qualche mese prima, il 23 gennaio,
ottantacinque anni. La nipote, Celia, lesse un brano da Amber Innocent, il
micidiale poemetto pubblicato da Joan quasi sessant’anni prima, nel 1939. Il suo
ultimo libro. Era uscito in tiratura cospicua per un libro in versi – un
migliaio di copie – edito dalla Hogarth Press dei coniugi Woolf; Vanessa Bell,
la sorella di Virginia, l’artista, aveva disegnato la copertina: una ragazza in
vestaglia si aggira nella notte, per casa, maneggiando una candela. Bella
immagine a significare il poeta – la candela come un coltello che fende la notte
in una casa mai così estranea. Domina il nero. Era un libro piuttosto
folle, Amber Innocent, una sorta di fiaba gotico-mistica in versi; sessanta
pagine che risuonano come un mefistofelico incrocio tra William Blake e Lewis
Carroll. L’involuzione e l’ispirazione denunciavano una mente propensa agli
abissi. Il libro piacque alla stampa, fu ben recensito dal “Times Literary
Supplement”, ottenne virili elogi da Vita Sackville-West.
D’altronde, Joan Adeney Easdale era l’orgoglio – benché tenuto a freno – di
Virginia Woolf.
Nel primo frammento di questa storia piena di rifiuti e di reticenze c’è una
donna che si chiama Gladys: figlia di un pastore di Londra, amava scrivere
storie di fantasmi e dormire in tenda. Gladys, la mamma di Joan, è reduce da un
matrimonio in disfatta: il marito, stranito dallo spiritismo e da quella donna
troppo esuberante, finì a San Francisco – non divorzierà mai dalla moglie.
Gladys portava i figli, Brian e Joan, al mare; spesso erano ospiti di uno
qualsiasi dei suoi sei fratelli; si era imposta di educarli alla più gloriosa
libertà. Per un po’, optò per il metodo steineriano – volle diventare
scrittrice. Personalità sgargiante dunque preda di improvvisi crolli nervosi,
Gladys credeva che i suoi figli fossero geniali – non si sbagliava del tutto. Fu
lei, con ostinazione fuori criterio, a spingere Virginia Woolf, incrociata per
caso, a leggere i versi della figlia. Virginia – sbalordita da tutto ciò che non
si installava nel canone del tempo, da ciò che era sballato, per non
dire sbagliato – si innamorò, per un po’, di Joan. Ne parlò a Dorothy Wellesley
e decise di pubblicare, nel febbraio del 1931, i versi “scritti tra i 14 e i 17
anni”, della giovanissima e sconosciutissima Joan Adeney Easdale: il libro uscì
al numero 19 della collana “Living Potes”, che aveva già pubblicato alcuni
grandi autori come Robinson Jeffers, Cecil Day-Lewis – futuro ‘poeta laureato’
del regno inglese – e Vita Sackville-West. Il libro, dal titolo anonimo, A
Collection of Poems, fu tirato in quattrocento copie, attraendo interesse. Una
lettera indirizzata a Hugh Walpole nell’aprile del 1931, testimonia
l’eccitazione di Virginia Woolf:
> “La giovane poetessa è una mia scoperta. Mi ha inviato pile di quaderni
> luridi, scritti in forma caotica, privi dei minimi elementi di ortografia:
> sono rimasta sorpresa, ho trovato del genio… Potrebbe essere una specie di
> fosforescenza infantile: lei vive nel Kent, è una flapper di campagna. Molto
> strana”.
Virginia cercava l’anti-letterario – anzi: l’oltre letterario – anelava allo
sporco, al selvatico, al primigenio, all’infantile, al maniaco. A tutto ciò che
spezza l’ordine costituito – a ciò che disarma per eccesso di nudità e di
evanescenza. Opere che mirano a sparire – e a far scomparire il lettore.
Opere-sabbie mobili. Per flappers’intendono le donne disinibite degli anni
Venti: di solito, ascoltavano il jazz, portavano il ‘caschetto’, ostentavano
abiti corti, sigaretta, trucco eccessivo. Metropolitane, sessualmente aperte, si
ribellavano alle damerine di casa, incenerivano gli angeli del focolare.
Nella collana “Living Poets”, l’anno dopo, nel marzo del ’32, uscì anche il
secondo libro di Joan, Clemence and Clare. Per un po’, la ragazza scrisse alcuni
radiodrammi per la BBC; avrebbe voluto scrivere la biografia di Isabella Beeton,
pionieristica scrittrice e intellettuale vissuta nel XIX secolo, cominciò ad
appuntare Amber Innocent, poema imbizzarrito – in calce ne traduciamo alcuni
brani – che alterna vertigini a vorticose ingenuità. Opera di un
talento naturale, di un talento fuori di testa.
I libri di Joan sono pressoché introvabili.
Nel terzo fotogramma di questa storia siamo a Sydney, Australia, alla fine del
1951, in una casa non lontana da una palude di mangrovie. Joan Adeney Easdale si
chiama ancora Joan Adeney Easdale e ha appena preparato la colazione ai figli:
Jane, la più grande, ha undici anni, Polly ne ha otto, Sandy è nato nel ’47. Per
tutto il giorno, Joan resta seduta in cucina, a fumare. Fissa il vuoto. Il caldo
la soffoca. Le zanzare appestano la stanza. Visioni la sfiancano. Qualche mese
prima, in Inghilterra, uno psicologo le ha consigliato di smettere di scrivere.
Poco prima di partire per l’Australia, Joan ha impilato quaderni e diari,
consegnandoli al fuoco. Crede che sul tetto del bungalow in cui abitano ci siano
delle spie; ogni tanto vede Gesù Cristo sdraiato sul divano.
Nel 1938 aveva sposato James Meadows Rendel, nipote della dottoressa di Virginia
Woolf. Genetista, amante del balletto, James era un istrione: teneva un
camaleonte come animale di compagnia. Insieme, avevano abitato a Londra e a
Edimburgo; finché James non ottenne l’incarico a Sydney. L’entusiasmo degli
inizi – l’idea di fare casa, cioè di fondere il talento scientifico di lui a
quello letterario di lei – sfiorì presto: i figli inchiodarono Joan a una vita
da casalinga. I crolli psichici – acuiti dal suicidio di Virginia Woolf, nel
1941, e dalla morte del padre, nel 1947 – fecero il resto. Ormai esasperata, nel
1954 Joan torna in Inghilterra, ufficiosamente per una vacanza: verrà ricoverata
in una clinica psichiatrica – diagnosi: schizofrenia paranoica – per sette
anni.
L’ultimo frammento di questa storia lo facciamo raccontare da Celia Robertson,
la nipote di Joan, che alla nonna ha dedicato, nel 2009, per Virago, una
biografia a tratti straziante, Who was Sophie? My grandmother, poet and
stranger:
> “Ho incontrato mia nonna per la prima volta a diciassette anni: desideravo
> vederla, mia madre riteneva che fossi in grado di sopportare la sua vista.
> Sophie viveva in un fatiscente appartamento nelle case popolari di Nottingham.
> Aveva spostato tutte le sue cose in una stanza. Un intricato groviglio di
> spaghi, simile a una ragnatela, pendeva dalle finestre, fissato alla porta con
> puntine da disegno. Questo, mi disse, mi serve per catturare i ladri. I
> davanzali erano cosparsi di borotalco, così gli intrusi avrebbero lasciato le
> loro impronte. Ci preparò una torta con margarina e cioccolato; ci intimò di
> riempire il bollitore molto lentamente, ‘per non far uscire il gas dai
> rubinetti’. Aveva un rossetto rosa elettrico, indossava calze a rete e un paio
> di scarpe costruite con cartone e spago; sotto il cappotto legato con un
> vecchio nastro si intuiva la camicia da notte. Si era tinta i capelli di
> giallo con riso alla curcuma; li teneva arricciati con alcuni scovolini.
> Nonostante l’inquietante occhio lattiginoso, aveva un sorriso trasognato.
> Finita la visita, mi afferro il braccio, sussurrandomi, ‘Se vuoi fare un
> figlio, fallo! Non farti fermare da nessuno! Non lasciare che facciano del
> male al tuo bambino’. La sua violenza mi fece ribrezzo; avevo a malapena
> baciato qualcuno, figuriamoci fare un bambino… Mi liberai dalla sua presa,
> corsi verso la macchina”.
Uscita dal sanatorio nel 1961, Joan Adeney Easdale decide di rompere con il suo
passato. Indossa un altro nome, Sophia Curly – per gli intimi, Sophie –, e
sparisce. La figlia Polly la rintraccia la prima volta nel Somerset, tre anni
dopo, grazie a un investigatore privato. Joan/Sophie viveva in una roulotte
assieme a un uomo, Albert, un senzatetto. Disse alla figlia di voler stare “con
chi, come me, non ha più un passato”. Da allora, ancora una volta, le tracce di
Joan/Sophie si perdono. La poetessa vive per strada, si prostituisce, beve. La
ritroviamo a Nottingham, dove trascorre gli ultimi vent’anni della sua vita da
fata a delinquere: credeva di essere pedinata e che il mondo cospirasse contro
di lei; le piaceva stare al pub. Spesso dormiva al parco – preferiva insultare i
poliziotti.
La pupilla di Virginia Woolf, non scrisse mai più nulla.
La nipote ricorda che era a remarkable woman; significando, forse, che per un
poeta è rimarchevole marcare con le unghie i confini degli inferi – ne esistono
diversi, d’altronde, e di diverse fogge –, che un poeta è tale perché qualcuno,
un terzo, lo raccoglie dall’oblio imposto, dalla bile del mondo.
La lapide ricorda tutti i nomi, egualmente effimeri, della poetessa: Joan Adeney
Easdale, Joan Rendel, Sophia Curly, Sophie. Il referto di un massacro. Quanti
nomi deve esaudire un poeta per essere se stesso – quante figure deve uccidere
per giungere al proprio germoglio.
**
Da Amber Innocence
Una sera
la scala si curva in angoli anguille
come l’impalcatura di una cattedrale
e Amber, campanaro astrale,
deve fare attenzione a ogni passo
e mai guardare indietro.
Un’altra sera
scala penetra eretta nel raffinato etere
dove i colori spaziano in beata anonimità
stato puro dell’essere
che nessun occhio può sanzionare di sguardi.
Mentre scalava il suo segreto arcobaleno
come era facile morire, quanto fragile la trama
e perfetto lo scopo.
Sarebbe stato bello abbandonarsi, mollare le manette
fondersi con la sua deità.
Perché il rimorso di spezzare l’identità
se la vita è impilata di piccole morti –
gelo che secca il frutto mai nato
voce che spezza visioni di vetro soffiato
lingua di velluto che tradisce con maniere di neve?
Ma prevale paura, il respiro si spaia
estremo strazio e dissoluzione disossata
il sangue forgia catene allentate
e le ordina di dire:
“Non insegnarmi tutto, morte”.
Così Amber ottenne la sua stanza.
*
Giorni e notti, senza metro,
passano come uccelli in migrazione.
Giunse l’inverno. Strade che brillano
come caramelle. Nevica – campanelli
che suonano, negozi ostentano
alberi di Natale. “Posti vacanti”, legge Amber.
Posti, posti, in attesa di essere riempiti.
Occupazioni. Qualcuno cacciato, qualcuno ucciso.
Un funerale. Lento – rallentato dal ghiaccio.
“Posti vacanti”, legge Amber.
“Ricercati.
Nascite. Morti…”
No, non era questo.
Poi. “Smarriti”, legge Amber.
Smarriti – un orologio d’oro smarrito.
Un cucciolo di cocker spaniel smarrito.
Cinque sterline di ricompensa. Smarrita, borsetta di donna.
Smarriti, orecchini d’argento, ciocca di capelli finti
gattino nero, orso polare privato.
Opinione, verginità, pappagallo in gabbia: perduti –
Persi: una partita a carte, un marito, un ricordo.
Chi sei per parlare di perdita?
Sei il perduto? Sei il perdente?
Allora è lui che sceglie.
Un altro uomo ha l’orologio d’oro al polso.
Sa – o non sa – a chi appartenne
ma l’orologio funziona ancora – e la ciocca di capelli
è il premio per un venditore, un regalo
per la sua mamma. Il cucciolo di cocker spaniel
all’ombra di una lama, sacrificato per la scienza
per salvare la moglie di un cancelliere.
La verginità se la si perde non si recupera più
anche se c’è chi ha opinioni differenti –
quanto all’orso, non è mai esistito.
Pappagallo confiscato, marito
ritrovato con la moglie del cancelliere.
*
Il sole tramonta.
Presso la finestra, al piano
di sopra, un manichino si trasfigura.
Un nastro cremisi lo cinge come
l’onorificenza di una regina,
la polvere scintilla come diamanti.
I libri si curvano, l’ago scivola
verso le forbici sul davanzale
le ombre si dispiegano
come rotoli di tessuto su un bancone.
Questo accade quando il sarto serra la porta
se ne va e non c’è nessuno che guarda.
A nessuno è permesso assistere
alla trasfigurazione. Sono pochi
quelli che odono l’ultimo ticchettio
dell’orologio, che si accorgono
della crepa che fende il soffitto.
*
Dal giardino sbuca un leone bianco.
Morbide zampe, artigli forgiati nel ferro.
La coda è come una torcia, issata.
Arriva armato fino ai denti
ma si inginocchia al cospetto di Amber.
Quando sale le scale, il leone bianco è lì.
Dovremmo dire che chi è stato divorato
da un leone non sarà divorato ancora.
Ma il leone bianco sa solo dilaniare:
non una volta soltanto ma più volte
Amber fu uccisa.
E il leone fu ucciso
e Amber fu uccisa.
Né rancore, dolore o cancerosa
violenza che promulga rinascita.
Vincitore e vittima una cosa sola.
Poi, come un sogno che germoglia da un sogno
dimenticato, Amber si scordò della lotta con il leone bianco.
*In copertina: John Singer Sargent, “Miss Elsie Palmer”, 1890
L'articolo “Mentre scalava il suo segreto arcobaleno”. Joan Adeney Easdale:
storia folle della pupilla di Virginia Woolf proviene da Pangea.
A tutta prima – seguendo il ragliare dei maligni – il dato più affascinante
della biografia di Frances Cornford è il lignaggio – vertiginoso. Nipote di
Charles Darwin. Il padre di Frances, Francis – che fantasia – era il terzogenito
di Charles, il naturalista che fu rivoluzione, l’autore de L’origine delle
specie: straordinariamente simile al padre, fu docente di botanica a Cambridge.
La madre di Francis – partorita il 30 marzo del 1886 a Cambridge, luogo da cui,
in sostanza, non si si spostò quasi mai –, Ellen Wordsworth Crofts, era la
pronipote del grande poeta William Wordsworth: fu docente in uno dei primi
college femminili dell’epoca, il Newnham.
Degna figlia di tale famiglia, Frances non frequentò l’università, ricevette
un’istruzione privata, fu incoraggiata a scrivere. La prima raccolta
di Poems uscì nel 1910: in uno di questi testi giovanili – ma non puerili –
Frances ragiona sulla Preesistenza: “Ero sdraiata sulla riva/ udivo le onde
ruggire/ il sole mi scaldava il viso:/ cominciai a sognare”. La fanciulla
ricorda di essere stata in quella stessa riva, scaldata da quel medesimo sole,
“chissà quanti secoli prima”: “nelle mie pre-pelasgiche mani/ la sabbia era
ancora calda, ancora fine”.
Il lignaggio, tuttavia, non basta a giustificare il successo dei versi. Frances
Cornford – così ammette nell’edizione dei Collected Poems edita da The Cresset
Press nel 1955 – cominciò a scrivere a sedici anni; l’ultima raccolta, On a Calm
Shore, uscì nel 1960, l’anno della sua morte – aveva 74 anni, morì l’ultimo
giorno di agosto, d’infarto, è sepolta presso l’Ascension Parish Burial Ground a
Cambridge: la sua tomba è prossima a quella del padre, non lontana da quella di
Ludwig Wittgenstein, un amico di famiglia. Di recente, la casa editrice
Enitharmon ha pubblicato, a cura di Jane Dowson, una selezione di Selected
Poems: dicono di uno stile “semplice e diretto”, fatto di “argute osservazioni”,
fitto di “immagini memorabili”. In effetti, la poesia di Frances Cornford – per
lo più ‘da camera’, spesso d’occasione – piacque. Amica di Virginia Woolf,
dialogava in versi con Gilbert Keith Chesterton; Agatha Christie cita una sua
poesia in uno dei suoi romanzi – Murder is Easy, del 1939 –, Philip Larkin
adorava quella frugale coerenza, la capacità, con pochi tocchi, con tatto e
nessun esubero di aggettivi, di far risplendere le cose di tutti i giorni.
A Cambridge, Frances – che si chiamava ancora Frances Darwin Crofts – conobbe
Francis (che fantasia…) Cornford: più grande di lei di dodici anni, insegnava al
Trinity College, diventerà uno dei più importanti classicisti d’Albione,
occupandosi, per lo più, di Platone, Tucidide e Parmenide. I due si sposarono
nel 1909; Frances diede a Francis cinque figli; il secondo fu chiamato Rupert
John in memoria di un caro amico di lei, Rupert Brooke, l’apollineo poeta morto
troppo giovane al fronte, nell’aprile del 1915. Il figlio di Frances – nato
qualche mese dopo la morte di Rupert Brooke – seguì la sorte del poeta: morì
durante la Guerra civile spagnola, nel dicembre del ’36, il giorno in cui
compiva ventuno anni, in circostanze non del tutto chiare. Laureatosi
brillantemente in discipline storiche a Cambridge, Rupert John preferì
arruolarsi tra le fila del Poum, il Partito Operaio di Unificazione Marxista,
antistalinista, tra i mitraglieri. Dicono di atti eroici, di un ragazzo che, pur
ferito, preferì tornare a combattere. Alcune poesie testimoniano il suo impegno
bellico. Insieme a lui, tra i combattenti, figurava anche George Orwell: lo
scrittore britannico non lesinò critiche verso “l’impegno dei ragazzi di buona
famiglia”, che possono votarsi, con la stessa equidistante passione, alla causa
della sinistra rivoluzionaria come a quella della monarchia.
A Rupert Brook, Frances aveva dedicato una poesia, Youth, che avrebbe potuto,
tragicamente, dedicare al figlio:
> “Giovane Apollo biondo chiomato
> sogni mentre ti inghiotte la battaglia
> magnificamente impreparato
> alla lunga brevità della vita”.
Alla prima figlia, Helena, Frances Cornford nata Darwin, dedicò invece il libro
più stravagante e forse più bello, una capricciosa selezione di Poems from the
Russian, edita da Faber nel 1943, nel pieno della Seconda guerra. Nella minima,
sapida Preface, Frances – dopo aver onorato, naturalmente, la saggezza del
marito – denuncia la propria poetica del tradurre: un poeta traduttore deve
‘intonarsi’ al canto del poeta tradotto, non può indossare impunemente abiti
lirici che non gli appartengono. Questa congiunzione può avvenire soltanto tra
anime affini. Insomma, la traduzione è poesia in sé, è medianico rapporto tra
spettri e linguaggi.
> “Un esperto ha scritto che leggere di poesia in un’opera erudita è come
> annusare un mazzo di fiori coperti da un lenzuolo: questo è ancor più vero per
> la traduzione poetica. Quali qualità sono necessarie a un traduttore perché il
> suo esercizio sia quantomeno tollerabile? Ho capito questo. Il traduttore deve
> in qualche modo convincerci che possiamo fidarci di lui. Se nutriamo dei
> sospetti, se ci domandiamo ‘Ma questo è davvero l’originale peruviano o è la
> signorina X.?’, allora tutto è perduto. Naturalmente, non è soltanto la
> correttezza che dobbiamo esigere…”
Al di là di troppe parole, il libro pare accordato a dovere. Nel lavoro, Frances
si è fatta aiutare da Esther Salaman: ebrea russa, fu discepola di Albert
Einstein e amica di Wittgenstein. Particolari ringraziamenti sono accordati a
Nikolai Bachtin, professore di linguistica a Birmingham, nonché fratello di
Michail, il sommo studioso di Dostoevskij e Tolstoj, l’autore di Estetica e
romanzo.
Tra i poeti con cui Frances si sente in sintonia, spiccano Puškin e Blok; questa
è una versione da Anna Achmatova:
“Era tenero, inquieto, geloso: mi amava
come il sole di Dio – il mio cuore fu rapito.
Uccise il mio uccello dalle bianche ali perché
cantava i giorni che precedono il nostro incontro.
Venne al tramonto per dirmi: scrivi
poesie, amore mio, ridi e amami.
Presso il pozzo, sotto l’ontano
giaceva il mio uccellino felice, morto.
Gli promisi che non avrei pianto: fu
allora che il mio cuore divenne di pietra.
Da allora, sento cantare il mio dolce
uccellino ovunque, sempre”.
Di Fëdor Tjutčev, Frances serba il tono sicuro, assertivo, e la predilezione per
le poesie brevi, sketch che spesso sanno riassumere una vita. È lui, in effetti,
il suo vero maestro di stile: la superficie delle cose – evocata con pochi
tratti – si spezza, mostrando l’abisso, per neri bagliori; che bello l’attacco
di Silentium, è quasi una poetica:
> “Resta in silenzio, nasconditi, lascia
> che sogni e desideri sorgano e tramontino
> nei recessi del tuo cuore; i tuoi
> più cari tesori tienili con te, serba
> in te le stelle che nel cuore della notte
> incantano il tuo spirito”.
È vero: giocava a fare la socialista, amava intrattenersi con le signore del suo
rango – ciò che ancora convince delle sue poesie è l’oscurità dietro il casto
mobilio, una sorta di provvidenziale inquietudine, l’ultimo giorno dopo i giorni
costruiti col merletto, il fuoco che arde oltre il velo.
**
Donna con neonato si rivolge al filosofo
Come posso temerti, portentoso sapiente
quando penso che un tempo eri grande così?
Come posso tremare di fronte all’onnipotente
pensatore che un tempo aveva mani piccole e paffute
proprio come queste? Come posso ornarti di inchini
quando immagino il tuo cranio fragile, caldo, soffice cupola
che profuma di sapone? Oh tu – celebrato
da Nord a Sud – che ti metti le dita dei piedi in bocca…
*
Intorno a un epitaffio latino, nella chiesa di Madingley, senza nome né data
Portate rose, giovani inni, viole inviolate
a decorare ancora queste ceneri:
non disturbate il sonno dell’ignota
ragazza con grida di nostalgia –
morì in un giorno di pioggia
sparì nell’immutabile pace di Dio.
Egli sussurrò alla sua anima: lei
gliela restituì senza macchia.
*
Il pazzo e il bambino
“Dove sei stato? Sembri
un alienato, sei sporco…” “Caro mio
sono stato all’Inferno, ho percorso
i soliti oscuri sentieri nel deserto:
avrei potuto fare come te, che
sei stato a Babilonia con le candele”.
“Cosa hai visto?” “Né fiamma né rogo
ma un rio di terrore e di desiderio.
Oh, piccolo mio, non c’è nulla lì
che somigli alle tue dita, ai tuoi capelli
a questo tavolo o a questa sedia:
nulla, nient’altro che disperazione”.
*
*
Dai Veda
La prima coppia abitava
un mondo privo di oscurità.
Quando Yama morì lasciò Yami
nell’infinita luce.
Invano gli dèi cercarono
di alleviare il suo dolore.
Lei rifiutò di ascoltare le loro
sante parole e disse: “Oggi è morto”.
Gli dèi, confusi perché il suo dolore
offuscava la loro onnipotente vista
dissero: “Dobbiamo creare la Notte
che lei dimentichi l’indimenticabile”.
Così crearono la Notte. E dopo
la Notte crearono l’Ultimo Giorno
e lei lo dimenticò. Per questo si dice
che i giorni e le notti divorano il dolore.
*
Dopo le Eumenidi
Molto tempo fa, nella petrosa Grecia
il cuore umano non conobbe pace
lacerato nella sua oscurità
malediceva il fato e la sua nascita;
sperava di lenire l’agonia con il canto.
O Signore, fino a quando ancora?
*
Il lago e l’istante
Guarda –
luce sopra grigie acque:
l’uccello bagna il petto e riposa
le montagne in stato di assedio
assistono in silenzio. Così
libero dal timore accade il primo
assassinio dell’uomo – cuore
che riposa nei golfi del tempo.
*
Una donna sola
A mezzanotte tutte le finestre si spengono
l’oscurità cala sui tetti e sugli alberi senza più ostacoli.
Così nel mio cuore, le case di cui non hai sentito
il bisogno, spengono le loro luci.
*
Rivelazione
Hai tolto una pietra dalla mia mente oscura:
lì, in luce, giaceva un Progetto – intimorita
e sorpresa, ho visto i suoi sconosciuti
tentacoli, i suoi occhi chiusi.
*
A un gatto che si aggira in giardino
Elegante creatura dal nero corpo
perché ti ostini
a inseguire quel pettirosso?
Dimmi quale causa selvaggia riempie
i tuoi occhi vuoti, da quali pozzi
proviene la tua avida luce –
dai confini del Paradiso
dalle rive infere
dai regni del bene
o del male.
*
Preghiera del mattino
Che le mie mani accolgano questo giorno di cristallo
mio Signore, che sappiano custodirlo intatto
che al suo arrivo la sera, nostra grigia sorella,
non trovi alcun frammento rotto sul pavimento.
*
Perduta
Non c’era alcun cartello
con indicazioni chiare
per evitare che mi perdessi.
Soltanto il mio cuore avrebbe
potuto trovarmi, con la stessa
infallibile sapienza degli uccelli
migratori – ma ha fallito.
*
Ritorno a casa
I venti soffiano, inabissando
la notte – gli alberi sono in ginocchio.
Ma l’uomo ha inventato il fuoco
e la candela – l’uomo ha inventato il fiero pasto.
*
Il gabbiano
Vola con purezza, risoluto
e solenne tra vortici rituali.
Sono riuscita a udire la musica
che quell’uccello, perfezionato dal sole,
ha lasciato in cielo.
*
Vittime
Un tempo questa carne era amabile: ora
il Dio Guerra la usa come un ornamento della
grande macchina – un tempo, questa carne provava
pietà, baciava con passione lividi invisibili.
*
Il blitz
Mondo immortale! Un altro giorno di luce
dopo il caos notturno. Benché il cuore
precipiti in un dolore senza fine, le foglie
gialle e pacifiche, cadono con dolcezza.
*
Pioggia d’estate
Fin dall’infanzia, non esiste musica più bella
all’orecchio umano della pioggia d’estate, a sera…
Ogni bambino crede che tutte le cose
del mondo raggiungano la loro pace.
Orrore e disamore, tutti i mali dell’uomo,
rabbia e dolore, non esistono.
È bello sentire gli scrosci tra i rami
dell’edera, i vetri che fremono: la pioggia
piange senza passione e l’oscurità
avvolge la nostra casa. Disperazione
e tormento, invidia e rancore non esistono:
la pioggia spazza via ogni cosa.
*
A un amico
Nei giorni in cui eri
malato, solo, triste
ho visto il tuo spirito
accogliermi ancora.
Nelle mattine in cui la mia specie
sembra una razza in razzia
ricordo di aver visto
risorgere il tuo viso.
*
Epitaffio per Charlotte Brontë
I figli della mia audace mente
resistono selvaggi e imprendibili
come il vento e la pioggia.
Ma in quest’aria d’acciaio, presso
la sua tomba, sono morta, perché
il mio corpo non può sopportare
figli mortali.
Frances Cornford
*In copertina: Frances Cornford nel 1914
L'articolo “Il cuore umano non conosce pace”. Vita & poesia di Frances Cornford,
la nipote di Darwin proviene da Pangea.
Pellegrini che marciano verso Delfi; Variaghi – i mercenari vichinghi – giunti
dalla Svezia a punteggiare le mura di Costantinopoli; i ricordi di un re
decapitato; le memorie di uno spettro che nacque bandito, fu belva e infine
ruscello. Nelle poesie di Miodrag Pavlović si incontrano branchi di Bogomili
dispersi dall’azione del patriarca Arsenio: gnostici cristiani, minati da
ascetica severità, proclamavano la dicotomia tra corpo e spirito, ritenevano che
il mondo – da esaurire – fosse sotto il tallone di Satana. Nelle poesie di
Miodrag Pavlović prende voce il “vecchio bardo slavo”, seppellito vivo da
fanatiche orde; appare l’ombra del “Precursore”; vagano cavalli carnivori,
eletti nel generare giustizia. Nelle poesie di Miodrag Pavlović i fasti della
storia slava premono alle costole, tra nitriti di sangue; le cronache bizantine
– fitte di re maledetti e di re mendicanti e di re mentecatti, di infinite
mutilazioni, di intrighi di corte scaturiti per un pettegolezzo sciacallaggio –
splendono con i loro tesori di traditori.
Nato a Novi Sad nel 1928, cresciuto a Belgrado – dal 1960 diventerà direttore
del teatro nazionale della capitale serba – nominato – se poi questo è un
accesso alla grazia – al Nobel per la letteratura, Miodrag Pavlović è tra i
grandi poeti europei degli ultimi decenni. Nacque alla poesia nel 1952, con una
raccolta, 87 poesie, che fece epoca; più che dalla lirica che andava di moda,
era affascinato dalla mitologia, dai serti liturgici che dicono di ere dalla
religiosità a picco, frugale e vertiginosa a un tempo, di lupi pope; si diede a
studi di antropologia. Di fatto, i suoi testi sembrano sacri veli: per anagogia,
Miodrag Pavlović è il pittore di icone della poesia occidentale. Morto in
Germania, a Tuttlingen, nell’agosto del 2014, in Italia è rappresentato da una
sola, straordinaria, opera, L’ultimo pranzo (Le Lettere, 2004, a cura di Stevka
Šmitran): troppo poco per un poeta capace di tali vertigini.
In effetti, la poesia di Miodrag Pavlović sfugge all’ortodossia lirica odierna:
non si volge al quotidiano, al basso ventre degli sversatori di versi; ha fatto
sterminio dell’io; non s’interessa ad alchimie del linguaggio, alla magia nera
degli ‘sperimentali’. Persegue un rigore marziale. La sua, tuttavia, non è
poesia ‘archeologica’: a differenza di un Borges, per dire, a Miodrag Pavlović
non importa il rebus filosofico, lo sfoggio concettuale, il labirintico sketch,
l’onnivoro andare tra miti norreni, bassifondi argentini e corti giapponesi; il
poeta serbo è un miniatore della vita attiva e delle peripezie dello spirito. È
un vecchio credente. Nessuna ironia lacera l’impatto fisico e metafisico dei
suoi versi, lanciati alla moda della lince balcanica. Semmai, ha un precedente
in Costantino Kavafis – eppure, Pavlović è poeta da cratere e da cripta, da
Athos, da stilita, non da caffè; è il poeta degli eresiarchi e dei fuggiaschi,
non l’alessandrino snob che attende la fine del tempo. In Miodrag Pavlović tutto
è apocalisse.
Il repertorio tradotto in calce – poesie di ingenerato e generoso splendore – è
tratto da una antologia di Pavlović approntata da Barry Callaghan nel 1985 per
Exile Editions (1985), s’intitola A Voice Locked in Stone. Il libro,
particolarmente riuscito, è sigillato da un saggio di Robert Marteau
(1925-2011), insigne letterato e poeta francese, che ha scritto, tra l’altro:
> “Contro l’odierna idolatria, contro la tentazione della disperazione,
> dell’oscurità e del collasso, Miodrag Pavlović proclama la verticalità
> dell’uomo. Nelle sue poesie, il mondo è rivelato come unità: le sue molteplici
> parti, allontanandosi dal centro, sperimentano il gusto dell’annientamento.
> Contrariamente all’anarchia dogmatica dei surrealismi, la poetica di Miodrag
> Pavlović fonda una relazione tra la realtà concreta e quella simbolica. Così,
> un albero non cresce per azzardo, ma secondo una legge che nessuno può
> infrangere, che neanche il poeta, scegliendo quell’albero come emblema, può
> intaccare. La quercia di Dodona non dice ciò che vuole ma ciò che la sua
> natura simbolica, in quanto asse del mondo, le permette di dire. Pavlović
> assegna questo stesso ruolo alla poesia: parlare secondo leggi non scritte –
> assecondando l’oracolo, che non è nient’altro che la realtà presente sepolta
> sotto un’insignificanza pretenziosa, devastante, ma necessaria. Riscoprendo la
> propria natura, la parola torna vera, come l’iconostasi, e le immagini-parola
> perforano la superficie opaca del mondano, aprendo gli occhi ai ciechi,
> risvegliando i dormienti”.
Poesia come oracolo non significa poesia oracolare, così come profezia, anzi
tutto, è parola verificata dal deserto, dall’assenza di sé, dalla locusta più
che da pienezza d’angelo – profezia è fuoco, non volo. I referti del tempo
servono a Miodrag Pavlović per intaccare, a colpi di vetro, a carezze, a
carismi, il presente – la Storia, liquefatta nei versi, ha l’andatura di un cane
con la rabbia. Il poeta crea un nuovo mondo: terrestre e celeste. Inadatti alle
ali, andremo a remi nell’aldilà di noi.
***
Camminando verso Delfi
Cosa nutre queste valli
da ferire ogni radice?
Né albero né prato crescono
su questa terra calva, ossea
con il sesso mutilato dal fuoco.
Forse è un guaito di perdute battaglie
o una porta aperta sull’increato.
Eppure, in questa fine dei tempi una lumaca
sbuca dalla cenere e turpi nubi
temporalesche, ignote alle profezie,
soffiano a valle
avvolgono nella loro crosta
la trama di una nuova lingua.
Qualcosa si muove, il becco del vento
si insinua nella pietra, immagini dorate
dardeggiano sui muri, come
speroni di una terra naufraga.
Un nuovo secolo di bellezza
nasce dal ventre del nulla
o da tappeti stesi in segreto
per tribù aliene.
*
Epitaffio di un vecchio bardo slavo
Cantare cariati canti
ai nuovi credenti
mi ha reso un reietto.
Dei cariati canti hanno scordato
il sangue perché salde radici
salvassero le loro slavate chiese
e ora mi disprezzano.
Ho subito la miseria
mi hanno seppellito di notte:
di notte sognano ancora lo stregone
ma una pietra sigilla la mia tomba.
Ora quando urlano mi rifiuto di destarmi:
è forse questo il Giorno del Giudizio?
urlano nelle mie cespugliose orecchie:
destati, infedele, raccatta le tue ossa!
ma dove sono non è facile dirlo
nelle gallerie del mio cranio
rugginose nel ruggito.
Ponete le trombe, angeli,
non aratemi con i vostri speroni
guerrieri celesti!
Io resto fedele alla mia casa
al breve orto delle mie parole
non voglio i vostri concili
gettati sul gelido traliccio dell’eternità
sotto cieli azzurri.
Che altri fissino Dio negli occhi
io sto bene qui, nel mio covo
cariati canti sono la mia pelliccia, mi tengono caldo
la mia guzla del sottosuolo semina leggende.
*
La caccia
Ho portato mio fratello
a caccia nella foresta: albeggiava
buoni i cavalli
frecce di selce
i boschi pullulavano di belve.
Il mio taciturno fratello
conosceva il linguaggio degli animali:
i lupi parlavano di alleanze
gli orsi di giustizia –
gli antichi usavano la lingua del cinghiale
e le nubili sorelle, le mai nate,
intonavano il canto degli uccelli
mentre giorno dopo giorno cercavamo
di uccidere le bestie selvagge.
Tornammo al villaggio
affamati e a mani vuote.
Perfino i mezzadri ci ridevano
in faccia: le infedeli mogli
erano scappate con i nostri averi –
nemmeno i monaci intendevano
darci cibo o riparo. Soltanto
i cavalli si dimostrarono
giusti: ci portarono lontano
dove gli uccelli, di fronte a noi
spezzano le nubi.
*
Compianto solitario
Eccolo, è lui il corriere di Costantinopoli
che porta a Corte la lettera sigillata
e il sacco pieno di incensi. L’oro
gli si torce alle dita: posso distinguere
i suoi sogni che volteggiano dai balconi.
Il mondo sa che ho preso
il sentiero stretto e giusto
che ho toccato le spalle dei derelitti
e ho strappato le spine dalle nuvole
inginocchiandomi per ore nel fango
sotto stelle violente e febbrili.
I contadini mi fermano con i loro dolori
i pastori mi attendono sulle montagne:
una volta l’anno faccio loro visita
dispensando un conforto più rigoglioso
dei loro pascoli.
Dovrebbero benedirmi
e abolire lui, l’aborto: eppure
nei luoghi che scegli erigono
templi, per lui, l’eletto, abbandonano
tutto e offrono le loro anime.
Mi vogliono sui gradini
della cattedrale a sedare i mendicanti.
Invano mi fu rivelato il Verbo
vane le veglie, vano l’addestramento.
Nessuna lettera imperiale mi onora
nessuna dispensa per il mio viaggio.
*
I Bogomili si ritirano
Oggi siamo saliti sull’altopiano
ricoperto di viscere rosse
che alcuni chiamano fiori
(ma non sanno cosa sia un fiore!)
e ci salutiamo, ci abbracciamo, spumeggiamo
sputati dai nostri signori e dalla bellezza di chiese
e castelli, cacciati da questo mondo
(ma non sanno cosa sia il mondo!)
Cerchiamo la porta del cielo.
Ora l’altopiano crolla
e i nostri volti si dissolvono
come nuvole all’alba.
Intravediamo i nostri villaggi:
i serpenti li avvolgono
suonano campane di fuoco.
Addio, Dio sia con voi,
l’amore vi guidi
dispersi dal vento
siamo come fratelli feriti
su un campo di battaglia.
*
Pellegrino a Costantinopoli
Sono andato dunque nella città immortale
alla ricerca di icone e salteri ispirati dalla gioia
a cantare nel coro sotto dorate dune.
All’ingresso, le guardie variaghe mi fecero passare
con riluttanza, a Santa Sofia mi fu rifiutata
la comunione; arrancai per le vaghe strade
vangato dalla tristezza:
non avevo soldi per i mendicanti
non ero un mendicante
e in quella città piena di fiori e di velieri
non conoscevo altro che il Signore nostro Dio.
Dormii sulla paglia, tra i cavalli
rivaleggiando nel canto con le gentili genti armene:
domata la domenica, alla luce della luna nuova
tornai a casa, a mani vuote, verso
i nostri boschi che brulicano di bestie selvagge.
Soltanto qui, sulla montagna sigillata con il nostro
nome, ho rimpianto il porto e la città d’oro;
la vedo nella nebbia, che tasta lontani
continenti con il suo splendore:
avvolto nel manto di lana, ormai
vecchio, sono certo che durante quell’ora
in cui ho vagato povero e solo nella capitale
dell’universo, mi sono avvicinato
alla più alta bellezza di questo mondo.
*
Ricordi del principe senza testa
Una valanga di sabbia
la cavalleria asiatica che carica
la mia veste da monaco che splende.
Le genti videro dalle colline
il volo della colomba simulare
quello della lama sul mio collo.
La testa rotolò, il sangue
diede lustro alle spalle della chiesa.
Mentre le campane suonavano su atlantici mari
le genti trasportarono la mia testa
da un capo all’altro
muovendosi da Nord a Sud.
Altri interpretavano le stelle cercando
il mio cranio, come se fosse un’isola;
lo trovarono tra le pozze: sussurrarono
parole tribali, a loro agio in quell’acqua.
La morte non mi umiliò
ma questa è una magra consolazione.
Il mio collo è stoppia nella prateria.
Precursore: così mi chiamavano
ma la morte supera ogni parola –
può un volo muto, lungo
squisiti pendii di dolore
essere chiamato santo martirio?
*
Voce estorta dalla pietra
Nacqui bandito, allevato
a una vita di agguati
a calcolare carri carichi d’oro
e teste mozzate conficcate agli alberi.
Poi nacqui mendicante
astuto, assatanato:
una domenica davanti a tutti
in chiesa, ho tagliato la gola al re
ho gettato il suo corpo dalla rupe.
Rinacqui bestia
vomitavo rabbia
come mirra dal corpo di un santo
ho ucciso il capobranco e l’intera mandria
ho strappato le viscere degli alberi
che piangevano ogni giorno dell’anno.
Ogni storia terminava
con una dote di principati
e di principesse (qualcuno
esiste ancora è ancora potente).
Dopo essere stato ruscello
placido e baciato dagli uccelli
i miei pensieri sono morti
mi sono trasformato in una pietra
negli abissi della terra
e non sono più rinato.
*
Il precursore
Un rapace di luce
plana sulla nuda schiena
dell’eremita: pioggia scura
sopra coperta di pelle di capra.
Le braccia al cielo, un brivido fa brillare
le vertebre; qualcuno parla senza voce
respira e i doni cadono come teste
mozzate sulla sabbia: i santi
ricevono così i tesori – poco lontano
fischia una frusta – il vento
fa rotolare le stelle.
Ha le gambe nude mentre
nubi di locuste turbinano
come pioggia nera: la pelle è pallida
il cinguettio della luce precede il rapace.
Legati i capelli, volgiti verso di noi
alienato dal massacro:
sei un ragazzo o una donna
sei l’uomo nuovo bardato di barba
e privo di frutti? Ricorda
i nostri nomi mentre
vai alle tue nozze:
sul deserto sono previsti acquazzoni.
Miodrag Pavlović
L'articolo “Che altri fissino Dio negli occhi”. Sulla poesia senza tempo di
Miodrag Pavlović proviene da Pangea.
Nelle lista delle ‘abbandonate’, in una delle pagine più folgoranti del “Malte”,
Rilke incorpora donne leggendarie, velate dall’enigma – la trovatrice/trobairitz
Clara d’Anduza, Louise Labé, la “monaca portoghese” –, superbe animatrici dei
salotti francesi del Settecento – Julie de Lespinasse e Charlotte Aïssé, donne
d’ineguagliata intelligenza, autrici di epistolari al contempo licenziosi e di
illecita bellezza –, abissali figure storiche (Eloisa, Marie-Anne de Clermont).
Tra le “amanti, le cui lamentazioni ci sono giunte” spiccano le poetesse: dalla
contessa di Die a Marceline Desbordes-Valmore; la più nota è Gaspara Stampa, la
grande poetessa veneta del Cinquecento, che fa sfoggio di sé, nell’immaginario
rilkiano, sul trono della prima delle Elegie duinesi:
> “Hai pensato abbastanza la Gaspara Stampa…
> […] Non è tempo che noi
> amando ci liberiamo dell’amato e tremando
> perduriamo: come la freccia perdura nella corda
> per essere, concentrata nel lancio,
> più di se stessa? Perché restare non ha dove”.
>
> (La traduzione è di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)
Tutte queste figure sono tutelate dal mito di Byblis/Biblide, la ragazza che
s’invaghì del fratello, Kaunos/Cauno, inseguendolo “fino in Licia: l’impeto del
suo cuore la cacciò per terre e terre sulla traccia di lui, e infine fu esausta;
ma la mobilità del suo essere era così forte che ella, caduta, riapparve di là
dalla morte come sorgente, rapida, come rapida sorgente”.
È proprio questo paradosso ad affascinare Rilke: l’abbandono non si risolve in
bulimia dell’io, esplode – il dolore non si compiace di sé, consumando
l’addolorata, ma, per sovrabbondanza d’impeto, si fa nutrimento per altri, acqua
sorgiva, che disseta. L’abbandono serba un’iniziazione, sembra un inizio verso
un amore più grande. O meglio, come scrive Rilke:
> “La loro lamentazione è su di uno solo; ma la natura intera vi si intona
> all’unisono: è la lamentazione su un eterno. Si precipitano dietro al perduto,
> ma già dopo i primi passi lo superano, e innanzi a loro è solo Dio”.
>
> (La traduzione è di Furio Jesi)
L’abbandono, misteriosamente – e lo scrive Rilke, uno che ha molto abbandonato
–, è il viatico necessario per conoscere se stessi: cioè, per dissipare il sé in
fonte; per essere dissetati d’altro. L’abbondono coincide con uno scatto, con
qualcosa che si sprigiona: freccia o fonte. L’individuo esiste perché sfugge a
una presa.
Ma torniamo alla lista ideata dall’alter ego di Rilke, Malte Laurids Brigge. Tra
le ‘abbandonate’, la più negletta – l’abbandonata tra le abbandonate – è Élisa
Mercœur. Poetessa francese di un certo, fulmineo talento, la sua vicenda
racconta di un doppio abbandono: biografico e simbolico. A differenza delle
altre ‘abbandonate’, infatti, Élisa Mercœur è stata una vera abbandonata, è
stata una enfant exposé. Nata probabilmente a Saint-Sébastien-sur-Loire il 24
giugno del 1809, fu mollata dalla madre, tre giorni dopo il parto, sulla soglia
dell’orfanotrofio di Nantes, con un cartiglio allacciato al collo: “Élisa, non
registrata presso autorità civile. Il cielo e l’umana dolcezza veglieranno su di
lei. Forse un giorno i suoi genitori avranno la sorte di reclamarla”.
Presentata al commissariato di polizia, Élisa fu registrata il tre luglio con un
cognome fittizio, “Mercœur”, tratto dall’ufficiale in sede – il commissario
Benoist – da una struttura militare presente in città, “Le Fossés-Mercœur”,
costruita nel XVI secolo dall’allora governatore, il duca di Mercœur.
La madre, Adélaïde Aumand, ricamatrice, borghese – il padre era un medico –,
d’estatico intelletto, reclamò, come prometteva, la figlia, il 21 aprile del
1811. Del padre – probabilmente l’avvocato Jules-François Barré, nato in Vandea,
morto nel 1826 – si sa poco, se non che pagava qualcosa per il mantenimento
della non riconosciuta figlia. È come se la vita di Élisa fosse costellata da
abbandoni, da vuoti: il suo è un corpo pieno di case disabitate. La madre, per
senso di colpa e venefica ambizione, tentò di abitarle tutte, quelle case, di
arredarle a suo piacere. È lei, nel 1843, a curare, in tre tomi, le Œuvres
complètes d’Élisa Mercœur de Nantes, con una presenza eccessiva, elefantiaca,
ingombrante, con prestanza esegetica che sa di malaugurio: all’imbarazzante
dedica À l’Écho fa seguito l’inutile Introduction (per capirci: “Ah! Se dal
profondo della sua tomba Élisa potesse farti sentire la sua voce, lettore, ti
direbbe: Abbi pietà della mia così infelice madre; l’ho lasciata senza figli,
senza alcun ristoro sulla terra…”) e le agiografiche, oceaniche,
sibilline Mémoires sur la vie d’Élisa, in cui la madre, tramite labirintiche
omissioni (così l’attacco: “Élisa Mercœur nacque a Nantes il 24 giugno 1809.
Aveva solo ventuno mesi quando rimasi sola ad allevarla: da allora, ogni mio
affetto si concentrò su mia figlia, lei fu il mio solo orizzonte, non vedevo
altro che Élisa, soltanto Élisa, sempre Élisa”), evita di raccontare il solo
fatto totale: l’abbandono della figlia, l’orfanotrofio, quei “ventuno mesi” di
apnea dal mondo.
Materia aurea per i chiosatori della psiche: la madre che si riprende la figlia
per divorarla, fino all’osso. La madre che curando le opere della figlia –
dacché è lei la sola legittima erede, la madre-pitone che presiede il tesoro
della memoria; la sola che può autenticare l’opera della figlia, ‘sangue del suo
sangue’, con artiglio di Sfinge – vuole sostituirsi ad essa. Eppure, per tutta
la sua breve esistenza, Élisa si firmerà sempre “Mercœur”, il cognome fittizio
affibbiatole da un commissario della polizia di Nantes.
Ad ogni modo, Élisa Mercœur fu un piccolo genio. L’enfant exposé, a
risarcimento, non poté che essere enfant prodige: un miracolo vivente. Sempre di
una ‘esposta’, di un’esposizione si tratta: la vita di Élisa è sempre su un
palco, alla mercé di altri, necessariamente disadatti ad adorarla. Lei è
sempre la sola, l’unica: la madre non farà che rifare ciò che ha sempre fatto,
esporla, abbandonarla.
A sei anni sapeva ricamare, Élisa, a otto ideò la prima tragedia, a dodici dava
lezioni private di storia, geografia, inglese e francese. Conosceva il greco,
recitava a memoria Virgilio. A sedici anni cominciò a pubblicare sulle riviste
locali, era già una celebrità. Un editore di Nantes, Mellinet-Malassis, fu
attratto dal ‘fenomeno’: organizzò una raccolta di fondi per stampare un libro
della ragazza. Il successo sorrise, per un attimo, al genio di Élisa: il
tipografo accumulò tremila franchi, la pubblicazione fu dedicata dalla giovane
poetessa a Chateaubriand, “Io, debole bimba, ho bisogno di chi vegli sulla mia
culla – l’aquila, con la sua ombra, può dare protezione al timido
passerotto”. Il grande scrittore rispose di essere davvero un’aquila – dunque,
di non poter proteggere nessuno.
Il talento lirico di Élisa era, al contempo, ingenuo e febbrile, esondante; nel
frontespizio del libro il suo ritratto simboleggia una giovinezza terribile, una
bellezza sigillata da sifilitica inquietudine. Sapeva scrivere di tutto:
dall’elegia alla poesia ‘da camera’, dall’ode al sonetto; alternava struggenti
versi d’amore a stanze a tema mitico – secondo la moda ‘scozzese’ inaugurata
dall’Ossian di James Macpherson – e storico (scrisse di Annibale e di Napoleone,
tra gli altri). Amava le sfide, sapeva scrivere versi ‘a soggetto’, d’occasione,
durante le feste, per stupire gli astanti; la prima quartina di una poesia
dedicata al Tasso dice molto di lei:
> “Vittima sopraffatta dalla gloria e dalla sfortuna
> crollò sotto il peso del genio e dell’amore;
> memoria sigillata dal soffrire:
> una tempesta infuriava nel suo cuore”.
A Parigi, la si vedeva al braccio di Lamartine, Musset e Victor Hugo; scrisse i
versi maggiori un paio di secoli fa, tra il 1826 e il 1829; non aveva neanche
vent’anni. Con la “Rivoluzione di luglio” del 1830 perse la pensione statale che
le era stata conferita per sovrappiù di genio; fu costretta a scrivere per
vivere. L’aiuto di qualche amico non lenì il crisma di un carattere pronto
all’esasperazione, ossessionato da desiderio di rivalsa. Infine, Élisa concentrò
tutto il suo avvenire in una tragedia, Boabdil, che sarebbe dovuta andare in
scena alla “Comédie-Française”. La tragedia, dedicata a Madame Récamier – la
salottiera eternata da Jacques-Louis David, idolatrata da Canova –, racconta le
torbide vicende che gravitano intorno al “regno di Granada, ancora nelle mani
dei Mori”; la firmava “Mademoiselle Élisa Mercœur, di anni venti”. La
commissione della “Comédie-Française”, riunitasi nel marzo del 1831, decretò che
il testo era scritto con sapienza, ma che non avrebbe attratto il pubblico
parigino: Boabdil non calcò le assi di alcun teatro.
Élisa fu schiacciata dall’ennesimo abbandono – si ammalò, mollò la capitale.
Dissero di una malattia ai polmoni – la ragazza tentò il suicidio, naturalmente
con insuccesso. Morì il 7 gennaio del 1835, a venticinque anni, la seppellirono
al “Père-Lachaise”, tra retorici tributi di ammirazione. Negli anni, diventò
l’emblema dell’artista amato-e-abbandonato, del ‘caso’, del ‘mostro’ che per un
po’ incuriosisce le alte sfere della cultura di regime, per poi, senza ragione,
essere dimenticato. Sorgere sorgente dall’abbandono – l’ultima onta comminata ad
Élisa: l’oblio. In fondo, la poesia è un modo per dirsi orfani, per rifarsi
orfani – e giganteggiare in quella solitudine.
***
Dormi, amico
Dormi, amico, possano
i più felici sogni cullarti:
al risveglio la menzogna
non sarà più menzogna.
Se i figli della Notte
indossando la mia figura
e ti dicono “amare non è
un errore”, sotto il fogliame
delle lenzuola, accarezza
la cara illusione del bene
scaccia la paura dal cuore;
dormi in pace amico
veglia chi ti è al fianco.
L’uccello impenna canti
d’amore, la sua compagna
è giovane e lo ascolta.
Oh, amico, saremo felici!
Ma ora una nube scatta:
credo che tra poco pioverà.
Tutto minaccia tempesta:
amico mio, svegliati!
*
La foglia appassita
Perché cadi, foglia gialla, appassita?
Amavo guardarti in questa triste valle.
Una primavera e un’estate sono stati
tutta la tua vita: ora giaci sull’erba pallida.
Povera foglia! È passato il tempo in cui
verdeggiavi sul ramo ormai spoglio.
Eri così bella a maggio! Il gelo ti ha
lasciata in pena per qualche istante…
Inverno, stagione nottambula, corri
e scolori i rifugi delle creature celesti;
il vento della sera ti abbraccia ancora
piccola foglia, ma i suoi baci sono un addio.
*
Il canto del bardo di Scozia
Muore l’eroe sotto le carcasse del tempo
ma il Bardo, con il suo canto, lo strappa
dalla tomba. Il torrente è per sempre lì
la neve imbianca ancora l’erica
e dalla roccia scende lentamente
uno spettro, vaga nella valle solitaria.
Mezzanotte: il vento fa tremare i rami
della vecchia quercia. Silenzio: l’ombra
dell’eroe squarcia le nubi. I bardi
cantano le gesta degli antichi tempi
sotto le loro dita, fremono le arpe.
Si intonavano ai loro accordi
le lugubri voci degli spiriti:
chi si è perduto nel canto?
Da tempo non suona l’arpa:
chi ci offrirà le voci perdute?
Negli antichi giorni i canti
raddoppiavano l’ardore degli eroi:
scendevano nella tomba carichi
di gloria, pieni del loro nome immortale.
Ma ora sono solo creature in esilio:
i loro corpi non imprigionano
più spiriti tumefatti di luce:
non sono che aria rarefatta
e fiato sottile, cosa misera
che il vento della morte ha vinto.
L’abete nero soccombe all’inverno
le guide dei guerrieri sono morti
e sotto il muschio giace un deserto.
Quando tornate dalle selvagge colline
cacciatori, non calpestate l’umida erba:
a volte, tra la nebbia e la rugiada
l’ombra di chi qui ha combattuto
aleggia, accende di vita le valli.
*
Il voto
I
Non ausculti più la fiamma
che divora il mio cuore in frantumi:
mi hai lacerato l’anima:
di un’altra t’importa la felicità!
Che lei, fatata, non sappia
il dolore che prova chi viene tradito:
senza amore si muore…
e tu la ami più di me!
II
No, non cedo alla vendetta
non desidero, pur trafitta,
che tu sia vile e volubile con lei.
La tua assenza mi strazia
ma la mia anima, spaccata
dal rimpianto, fa un voto per te…
senza amore si muore:
amala più di me!
III
Se soccomberò al dolore
sarà soltanto tua la colpa.
Il tuo tradimento mi ha scavato
la fossa, ma non voglio odiarti:
chiusa in bara tomba, chi sei
per me? Ti dimenticherò –
muore il non amato
e tu ama, amala più di me!
*
L’addio alla vita
Effimera vita, assassino sogno!
Via da me ogni azzardo:
ora è l’ora in cui la pupilla
esaurita ogni luce, non
imprigionerà più altri sguardi.
Ora è l’ora del delirare
che ammutolisce il cuore
della bocca trabocchetto
del petto che si scuote per
le vane figure del passato.
L’ora in cui il diadema
crolla dalla fronte dei re;
l’ora suprema della vendetta
in cui lo schiavo, finalmente
libero, si libra dalle catene.
Ora in cui la morte ci afferra
e raggela ogni desiderio:
dal fiore precipitano i petali
e l’anima, imbambolata,
ritorna senza memoria.
Che senso ha piangere
per i propri sogni quando
la morte solleva ogni peso
e lascia finalmente respirare
il cuore?
*
L’amore
Menzogna che ride e trafigge
sonno fatale della ragione:
l’amore non è che un sogno
di cui la vecchiaia è il risveglio.
*
Canto polacco
[“Elisa ha appuntato questa canzone poco prima di morire. La terza strofa è
incompiuta”]
I
Presso le impetuose acque del Dnestr
nei campi consacrati dalla morte di Zolkiewski
avanza con coraggio un cavaliere: è triste
il cuore palpita sotto la nera armatura
ma la mano non regge arma, accarezza il bianco
destriero che muove le fauci come una tigre.
II
È il mese dei fiori e l’aria è pura, piantumata
di gemme, ma a lui non importa della neve né delle rose!
Sogna gli occhi azzurri che gli hanno perforato
il petto come un amuleto, quell’unico fuoco
cerca tra gli specchi che decorano la sua anima
la dolcezza di quegli antichi sguardi d’amore.
Élisa Mercœur
*In copertina: Élisa Mercœur secondo Auguste Belin
L'articolo “Divora il mio cuore in frantumi”. Storia di Élisa Mercœur, la
poetessa abbandonata proviene da Pangea.
Ritorno a Maria Banuş. Ora so perché.
Assenza di libri, latitanza di riferimenti, lontananza. Crochi di cristallo –
come a dire: una primavera in vitro. Attento, basta un sussurro a rendere il
sole un’ape di vetro, a dare a piene mani il seme del sangue. Comunque, ci sarà
sempre qualcuno a ostentare la ferita, ci sarà sempre un vampiro a indossare il
tuo volto.
Maria Banuş è una ‘segnata’ dalla poesia. C’è chi evolve come poeta, dopo lento
addestramento, dopo una vita al di là del verbo. C’è chi deve apprendere – e c’è
chi sa; chi è morso dalla vipera poesia, neonato, ne rimane infetto a vita.
Nella crisi, nel discrimine, ovviamente, non c’è privilegio di stazza, non c’è
statura in sapienza. I segnati rischiano in ingenuità, in maldestri morsi;
gli addestrati in preminenza d’intelletto.
Nata a Bucarest nel 1914, esordì alla poesia quattordicenne: il suo mentore,
Tudor Arghezi, è stato uno dei massimi poeti rumeni del secolo. Esordì, appunto,
puntualmente, da segnata: nelle sue poesie d’amore, fanciulle, con i nastri al
collo, si registrava un’enigmatica inquietudine. “Il paese delle fanciulle”
scandalizzò i puri di cuore: parlava di desiderio, sessualità, l’inganno e il
Graal del corpo – Maria aveva ventitré anni. In Italia, trovò un complice in
Andrea Zanzotto che tradusse alcuni suoi testi in Nuovi spazi, ‘placca’ edita da
Scheiwiller nel 1964; lei amava Giuseppe Ungaretti, “grand poète de l’Italie etu
du monde”, a cui dedicò una copia del libro. In Francia, fu ammirata da Alain
Bosquet, che curò due suoi libri, Éclats des glaces foraines (1979) e Horologe à
Jaquemart (1987); la riteneva pari ad Anna Achmatova, Else Lasker-Schuler e
Gabriela Mistral, in un ideale anti-canone della poesia del Novecento: “Incarna
meglio di qualsiasi altro poeta la vibrante verità e la gloria di un’epoca in
cui nulla resta immutabile. E racconta l’amore come nessuno prima di lei”.
Visse con alterna intensità la propria origine: ebraica per lignaggio, atea,
comunista, ricostruì in parte le proprie radici dopo la tragedia dell’Olocausto.
Tradusse molto: Goethe, Puškin, Rilke e Shakespeare su tutti; piacque a Pablo
Neruda, che la trasportò, con enfasi, nel mondo ispanofono: “Grazie Maria
Banuş”, scrisse, “Grazie per il costante palpito del tuo amore e del tuo
sognare, per la rete magica in cui tessuti d’oro e di fumo attraggono, dagli
abissi, ricordi così gravi, come pesci dall’oceano, reti che catturano la
farfalla più selvaggia delle pianure rumene”.
Selvaggio, cioè: una delicatezza senza enfasi, senza fronzoli; un dire incline a
inquinare il tinello della bieca vita, della quotidianità infarinata d’invidia,
il livore dei puri di cuore. Prendere senza chiedere – consumare senza ritegno –
ecco: Maria Banuş.
Eppure, a dispetto di altri poeti rumeni – Ana Blandiana, Nina Cassian, ad
esempio – è pressoché impossibile leggere Maria Banuş, oggi. Nessun libro ne
riferisce le peripezie liriche: Maria Banuş muore a Bucarest nel 1999, dopo aver
pubblicato diverse raccolte, non senza subire oltraggi e censure. Nel 1996 la
“Quarterly Review of Literature”, edita a Princeton, dedica a Maria Banuş una
vasta silloge, Across Bucharest After Rain, a cura di Diana Der-Hovanessian e
Mary Mattfiled, da cui ho tratto i testi pubblicati in appendice. La Banuş è
definita “la più conosciuta poetessa rumena dei nostri tempi, sopravvissuta a
censure, pogrom e dittature. Nonostante ciò, ha scritto alcune delle più tenere
poesie d’amore nella giovinezza, alcune delle più intense poesia sulla vecchiaia
e alcune potenti poesie ‘politiche’ contraffatte da elementi onirici”.
Sono tornato a Maria Banuş mentre in questi luoghi di confine, di colli e
boschi, di vite sul baratro, nevicava. Il bianco, a tali intensità, perfora gli
occhi e riorganizza il senso della parola fame – reca panieri di albini corvi.
Nevicata: angeli senza ali, fatti di celesti fauci, tutto bocca – la Via Lattea
che pare un agnello – e questo agonizzare di alberi-titani. Macchine fuori via,
come ippopotami, sui campi. Muggiti di vento. Sotto la neve tutto pare
imperturbabile – per rivelarsi fragilissimo. Il più antico rito si dimentica in
un attimo. Allo stesso modo, la poesia di Maria Banuş: dietro ogni parola
assoluta c’è l’assoluzione, dietro ogni frase perentoria cova una fuga; alle
spalle dell’amore c’è il bacio che trafigge, alle spalle, il codice del
traditore. La pietra si scopre velo – la poetessa, un tempo ferina, ora è il tuo
pane, si sbriciola, non è più.
Chi cresce sotto la neve diventa così candido da potersi permettere ogni
crudeltà.
**
Lettera
Sssh. Ti scrivo perché
la notte ha il volto di un fauno
perché il palato è amaro, come
la serica buccia delle noci verdi,
ti scrivo perché come te
non ho memoria. Ne sono certa:
presto ci dimenticheremo del pallido
sfarfallio delle nostre palpebre.
Ricorda. Stavamo camminando. Poi
i capelli, contorti, che crollano sul viso.
Vento a raffiche. Alberi rimpiccioliti
dalla polvere che si toccano, frusciano.
C’era l’acacia. C’era il mare.
Ci siamo fermati perché dovevo
levarmi la sabbia dai sandali. Questo
è tutto. Le tue caviglie, ricordo: più care
per me del cielo e della terra.
*
Novembre
Come le lische di un pesce fantasma
come i nervi d’argento
delle foglie trasparenti,
come le minuscole clavicole di un elfo
questo giorno intagliato nell’avorio
di una bellezza carnevalesca
cerca di ingannarmi ma non riesce.
Ti conosco, incantatore.
Ti riconosco dal guscio scartato
del gambero in decomposizione
inghiottito fino all’inguine.
Non importa quanti siano i tuoi
travestimenti, di quali fraintesi
ti ammanti: io ti riconosco, mio signore.
Sento il tuo respiro
che mi sfiora il viso
come il bianco, come l’avorio
come l’argentea tela di un ragno:
vorrei essere sepolta tra
le braccia del mago.
Posso toccarti, mio signore.
*
Tra due rovine
ho issato la casa.
Tra due tradimenti
ho piantato la fede.
Tra due crepe
ho apparecchiato.
ho messo tovaglioli, posate e sale.
Tra due montagne di morti
ho trovato un croco – e ne ho sorriso.
Quella era la mia vita. Puoi capire
che è così che ho vissuto?
*
Pregiudizio
È un pregiudizio innocente
nient’altro, tutti ne hanno diritto.
Il mio è un giglio randagio
in mezzo a sofisticate
teorie sull’arte. Margherita e orgia.
È un gioco, ovviamente:
gioco con mattoni
storti. Questo mi è stato
dato per giocare:
fango e palta
di sangue secco. Così costruisco.
Cosa?, ti chiederai.
Oh, è una torre
con becco e artigli.
Reggerà?
Resisterà?
Per ora, c’è un filo a piombo
una legge, un nervo
infine, una lacrima.
Una lacrima pesante, fitta
fatta di piombo?
*
Bucarest dopo la pioggia
Forse è questa l’ora in cui
le vecchie cellule muoiono
(una volta ogni sette anni, dicono)
e le nuove sono appena nate, sono gemme
che muovono i primi passi insieme a me
alla luce dei castagni.
Questo pomeriggio di giugno è costruito
con strisce di cielo rosa e grigie, con asfalto
di seta bagnata e foglie fradice che brillano al sole.
Perché ho meritato quest’ora di grazia?
Forse per gli anni trascorsi nella falena
della scrittura, forse per quelli all’ombra della forca
forse perché è cenere la tinta del mio sorriso.
Ma come potrei sdebitarmi per questo rosa
vergine e vivente, per quest’ora fenicottero
mentre l’annunciazione mostra castagni ovunque?
*
Il ciclo
Prima ho imparato tutto
piuttosto bene:
numeri, nomi di cose,
luoghi.
Poi mi sono riposata
come l’idiota del villaggio
contempo e scopro
di aver dimenticato tutto.
Una caverna mi si apre di fronte
scendo un gradino
attraverso il prato.
Bruco come un cavallo.
Sono l’agnello che scopre il pascolo.
Scendo un altro gradino
e trovo radici contorte
di alberi.
Un altro gradino – le pietre.
La luce vibra, mi siedo
inizio a imparare
dall’altro lato del mondo.
*
L’angelo della morte
Un giorno, mi ha fatto visita l’angelo
della morte, vestito da fornaio. Aveva farina
bianca sulle mani, sul viso, sui vestiti.
Il suo forno emanava un dolce profumo
di pane, di pane cotto alla luce.
In una mirabile rotazione ritmica
usciva una pagnotta dopo l’altra
come il sole a la luna.
“Non ho paura di te, fornaio.
Non assomigli per nulla al vecchio
Ianni, che stava sulla strada della mia
infanzia, quel paradiso di pasticceria”.
Gli stavo dicendo queste parole quando
si voltò verso di me, in una vampa orribile:
dietro di lui ruggivano i forni dell’olocausto –
sotto il grembiule infarinato, proprio come
quello del buon fornaio, l’angelo della morte
nascondeva un tronco ricoperto di funghi
velenosi, che dilagavano lungo le radici.
*
Geologia
era una fetta di pane col burro
divorata nel cortile della scuola
una fetta di immobili nubi
in una fotografia
la porzione di un urlo mutilato
dalle parole, la fragranza dei pini
che tintinna nelle tue parole,
strati, scisti sedimentari,
le mie montagne.
*
Antico amore
Lo sapevo, sarebbe accaduto
in questa terra di nebbie:
ciò che mi ha sorpreso
è stato tutto quell’ectoplasma
avvolto di grigi sudari.
E noi due ancora
mano nella mano con tutte
quelle parole già scartate
e le parole che davano
alle narici un sentore
di sangue che ascende
dalla terra della lava
dalla terra della lotta
e noi ancora mano nella mano.
Maria Banus
L'articolo “Nella falena della scrittura”. Maria Banuş, la poetessa di cristallo
proviene da Pangea.
Ho sempre amato i traduttori che sono anche dei poeti, perché c’è spesso molta
poesia – molta fame di poesia – in chi traghetta la parola da una lingua
all’altra dovendo dire “quasi la stessa cosa”. Penso alle grandi versioni dei
nostri poeti migliori, fra i quali Cesare Pavese, Franco Fortini, Amelia
Rosselli, Patrizia Cavalli, Silvio Raffo. Così mi capita spesso di cercare fra i
poeti stranieri coloro che hanno anche tradotto, occasionalmente o meno. In
questo modo ho scoperto le poesie dell’argentina Mirta Rosenberg.
Mirta Rosenberg nasce a Rosario nel 1951, il 7 ottobre, data della morte di
Edgar Allan Poe, poeta che – appunto – fu tradotto da un altro grande poeta
dell’Ottocento, Charles Baudelaire. Gli echi dei poeti che più amiamo si
rincorrono attraverso i secoli e rincorrendosi si fanno strada e aprono nuove
vie ai poeti che verranno. Mirta Rosenberg è morta nell’estate del 2019. Ha
pubblicato diverse raccolte di poesie ma ha anche tradotto versi di Katherine
Mansfield, di William Blake, di Walt Whitman, di Emily Dickinson, di Anne
Sexton, di Dereck Walcott, di Marianne Moore, di Hilda Doolittle, di W.H. Auden,
di James Laughlin, di Seamous Heaney, di Anne Talvaz e di Louise Glück. Data la
mole del suo lavoro di traduzione, ho pensato di tradurre a mia volta qualche
sua poesia per i lettori italiani. Spero che le mie versioni siano un passaggio
di testimone per altri poeti e traduttori appassionati.
(Edoardo Pisani)
Mirta Rosenberg (1951-2019)
**
Materia eterea (da Marginados, 2006)
I bambini sono di gran lunga la mia rivoluzione maggiore.
Ho orbitato due volte interamente
come un gravido pianeta
intorno al sole. Ho scritto nuovi nomi
su una riga celeste, con inquietudine,
furia e sedizione.
Ho brindato in loro onore con altre donne,
con del whisky e della birra,
sul pianeta in cui le donne brindano
per le cose che crescono e malgrado esse.
Felice e sventurata, feci della mia rivoluzione
una conquista e una ferita aperta
di quelle volte in cui avevo completato la mia orbita.
La tengo in fresco perché entri in me,
una certa irriconoscibile aria familiare,
che ora i miei figli emanano
con la più grande naturalezza.
*
L’origine dell’azione (da Pasajes, 1984)
La passione più forte
della mia vita
è stata la paura.
Credo nella parola
(dillo)
e tremo.
*
Poca pazienza (da Marginados, 2006)
Il mio primo amante
aveva il doppio dei miei anni.
Piccolo di statura,
parlava con dei diminutivi
e preferiva i verbi al condizionale,
le imminenze differite.
Diceva potremmo stasera,
piccolina, e non lo facevamo mai,
neppure quella sera,
mi ha costretto a essere paziente
e ad aspettarmi dal futuro
cose diverse, piccole e tardive
invece di intonare litanie
per ciò che mai
saremmo stati.
*
Una lettera trasformata in cosa (da El arte de perder, 1998)
Sopporto sempre meno, amica mia,
le emozioni e so che a volte ho un’espressione
capace di fare notte a mezzogiorno.
A ragione credo di ricordare altri giorni
in cui la sola ombra era
quella proiettata dagli alberi,
e poi ricordo altre cose.
Ma in fin dei conti i ricordi sono delle sciocchezze.
Sono come delle fasciature, mummificano,
e io sono come una mummia
personale: ultimamente prendo
la vita come viene, come il nocciolo
di cui tutto sappiamo appesantisce l’oliva
e le dà un’anima
laboriosamente amara.
Negli ultimi tempi è morta mia madre,
ma era vecchia.
Ha cominciato a pensare alla vecchiaia
come chi vaga nella sua personale catacomba
in cui giace la sua mummia personale
e vede ogni cosa che passa come è.
Negli ultimi tempi non sono più del tutto me stessa, certo,
e vedo passare le cose
e talvolta ne finisco con esse
come un riflesso di me stessa
che si blocca nello specchio.
Quasi tutte le cose.
Sei talmente lontana che ho pensato
di fare un movimento di fondo
per scrivere una lettera a un’amica.
Ma in questa tenebra dell’io
non posso chiudere un occhio
per timore di non vedere il cambiamento
nella forma delle cose
e a poco a poco sono diventata una di queste,
una di queste cose.
Ho pensato di scrivere una lettera a un’amica
che fosse materia solida fra altre cose
più inafferrabili o fumose,
ombre più serie di ciò che ho perso.
Meno una lettera che una cosa.
E invece di spedirla ricordarmene
come un cambiamento della cosa,
perché diventi fra noi due,
la mia amica e io,
materia di metafora.
*
Da El árbol de palabras (2018)
La poesia fiorisce quando la storia è avversa all’umanità. Massacri, campi di
concentramento, regimi totalitari le danno un significato più profondo. La
vediamo come una risorsa naturale, parole che sono lì, a portata di mano, per
consolarci dell’inconsolabile.
La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande. Se ha un motivo
occulto, un disegno, l’obiettivo di convincere, diventa un pamphlet.
Il protagonista è il linguaggio, è questo che ci unisce e che ci separa. Animali
parlanti, pensanti. La poesia è anche pensiero.
(traduzioni di Edoardo Pisani)
*In copertina: Magnus Enckell, Ragazzo con teschio, 1893
L'articolo “La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande”.
Scoprendo Mirta Rosenberg proviene da Pangea.
Sandor Weöres pare una specie di Lord Jim della letteratura ungherese, un uomo
animato da una curiosità oceanica – e da una equivalente inquietudine. Nei suoi
versi, Weöres è sempre spiazzante: a volte adotta i toni di un filosofo stoico
tardoantico – nel suggestivo Terra sigillata –, a volte arma di immagini un
concetto, altre volte sorprende con bucoliche tenerezze. Le sue invettive contro
l’ardore bellico che anima l’uomo prendono la via della profezia più che del
pragmatismo; in Ore difficili, ad esempio, la lotta ha il nitore della ricerca
ascetica, la predilezione per la vita spirituale.
Nato nel 1913 a Szombathely, in Ungheria – il padre era un ussaro – Weöres ha
studiato legge, poi geografia, infine filosofia; ha esordito con rapace
precocità, pubblicando le prime poesie a quattordici anni, segno di una stimmate
interiore. Ha viaggiato – e vissuto – nelle Filippine, in Vietnam, in India, in
Italia; poeta dal cuore apolide, apolitico per estro, ha ingaggiato un
versificare che stringe l’assoluto, che fa lo scalpo alla Storia. Durante la
Seconda guerra, fu obbligato ai lavori forzati; rifiutò i diktat del “realismo
socialista” rifugiandosi in una poesia totale, capace di risvegliare dal torpore
i miti, altrimenti assiderati dalla “Repubblica Popolare”. Tra il 1949 e il 1964
la sua poesia fu considerata sgradita, ostile al suo Paese. Gli fu utile la
pratica del tradurre: trascinò nella sua lingua l’opera di Dante, di Petrarca e
di Leopardi; ha consegnato una versione sgargiante del Daodejing, molto letta
ancora oggi, e dell’Epopea di Gilgamesh. Sentì una certa sintonia con Thomas S.
Eliot, di cui tradusse La terra desolata. Per un po’, fu libraio, a Budapest.
Morto nel gennaio del 1989, Sandor Weöres è riconosciuto tra i grandi poeti
ungheresi di ogni tempo: nel suo paese gli hanno dedicato statue. In Italia la
sua opera è pressoché sconosciuta: nel 1984, per Vallecchi, Paolo Santarcangeli
ha curato alcuni suoi testi nel complessivo Trilogia di poeti ungheresi (insieme
a poesie di György Somlyó e di Sándor Rákos). In Francia, Sandor Weöres è stato
tradotto da Bernard Noël; nel mondo anglofono ha avuto la ‘benedizione’ di Edwin
Morgan, grande poeta scozzese (è stato il primo ‘Poet Laureate’, o meglio,
‘Makar’ del suo Paese) e grande traduttore (tra l’altro, del Beowulf, di Eugenio
Montale e di Attila József). Così ne scrive nell’edizione dei Selected Poems di
Weöres uscita da Penguin nel 1970:
> “Sandor Weöres è poeta proteiforme, di straordinario virtuosismo, capace in
> ogni formula lirica, dai metri complessi al verso libero, profondamente
> consapevole dei poteri musicali e ritmici che la poesia condivide con la danza
> e il rito, a tal punto che la sua opera sa fondere il sofisticato nel
> primordiale. Non sorprende, dunque, la sua visione assoluta della poesia,
> assolutamente ‘aperta’ a ogni possibilità di canto; non sorprende che non
> nutra simpatie verso i precetti socio-politici del Paese in cui vive”.
Leggendo Sandor Weöres – in calce, alcuni versi tradotti dalla versione di Edwin
Morgan – si percepisce l’indole del poeta come creatore di mondi, come re delle
stelle. Una condizione lirica, al contempo, ferina e piena di grazia, grata al
creato.
***
Momento eterno
Non affidarti alla pietra:
si sbriciolerà. Plasma nell’aria
l’istante che perfora il tempo
dall’aldilà all’adesso
veglia su ciò che l’ora ammorba
tieni stretto nella morsa
il tesoro – l’eternità, bilanciata
tra futuro e passato.
Come il corpo del nuotatore
è sfiorato dal pesce che fluttua
così ci sono momenti in cui
Dio è in te e tu puoi divinarlo:
lo ricordi a tratti, a bocconi,
sempre troppo tardi, in sogno.
Mastichi l’eternità
da questo lato della tomba.
*
Morire
Occhi di madreperla, acido sentore
di mele, scampanio di urla e passi
che balbettano, si addensano, gemelli
dalle enormi corna sogghignano
e affondano e trabocca il freddo e tutto
è azzurro, vasti elettrificati azzurri campi
aratri che lampeggiano e spine
che sbocciano sulla nudità del cielo
la terra ha le rughe, la terra è lebbrosa
ma scalpita un dolce nido selvaggio:
dal piatto si apre una luce puntinata, costante.
*
Bisbiglii nell’oscurità
Ti issi dal pozzo, bimbo. La tua testa è una pira, il braccio un ruscello, aria
il tuo corpo, fango ai piedi. Devo legarti, ma non avere paura; ti amo e i miei
nodi sono la tua libertà.
Scrivi sul cranio: “Sono forte, devoto, impavido, amo la casa e piaccio alle
donne”.
Scrivi sul braccio: “Ho tutto il tempo che voglio, non ho fretta: l’eterno è
mio”.
Scrivi sulla schiena: “In ogni cosa mi riverso, ogni cosa in me si riversa; non
sono continente, nulla può contaminarmi”.
Scrivi sui piedi: “Conosco la misura dell’oscurità, le mie mani sondano i suoi
lemmi; sono il solo che conosca il senso della parola abisso”.
Ora sei oro, bimbo. Diventa pane per i ciechi, trasformati in spada per chi ti
vuole.
*
Terra sigillata
Epigrammi di un poeta antico
Inutile investigare: so nulla. Un vecchio uomo che dorme, al risveglio è un
bambino – puoi leggere ciò che sai nei miei grandi occhi azzurri. Intravedo gli
acidi acini del sapere.
*
Un bambino dalle dita rosate accarezza le trote in riva al fiume: ne chiedo una
e lui risponde no, non ti darò nemmeno una trota autentica.
Vecchi profeti, cosa volete ancora da me? I ventiquattro prismi celesti – un
tempo vagavo cieco nel cuore e sapevo leggerlo.
*
Se vuoi la tua fortuna, ti svelerò chi sei, cosa ti aspetti – ma sono sordo ai
proclami – non ho più segreti da saccheggiare.
*
Dici di essere figlio di Dio: perché allora ti comporti come un mendicante?
Zeus, quando scende sulla terra, chiede pane e acqua, ha fame, come un
vagabondo.
*
Lo Splendente scende sulla terra e mendica nel fango – quando è nel suo
castello, in cielo, tra colonne d’oro, sogna di tornare quaggiù.
*
Il messaggero mira in alto: ecco il centro della terra!
Sopra la sua testa, il cielo si impenna, con un buco nel viso.
*
Bello il pino solitario, bella la rosa aureolata di api, bello il bianco
funerale, il più bello di tutto – l’unione.
*
I tesori dell’albero: foglie, fiori, frutti.
Li dona con generosità, avvinghiato agli elementi.
*
La foresta è pudica, il lupo muore all’ombra, senza dare notizia di sé – una
prefica pagata come si deve urla senza vergogna durante la sepoltura di uno
sconosciuto.
*
Se il cuore è saldo, il malfattore non commette errori mentre presenta bilanci
corrotti – ma si sbilancia, sbriciola in pianto e prova pietà per l’innocente
punito.
*
Il crimine ha una sua nobiltà, la virtù è sacra; ma che valore ha un cuore
inquieto? In quel caso, il crimine è un ubriaco furioso, la virtù un
carceriere.
*
Taglio il destino nel bocciolo: il mio cranio è la cupola celeste, le stelle
gravide di fato corrono lungo le sue arcate.
**
Segni
I
Il mondo intero è sotto la mia palpebra.
Dio si insinua tra la testa e il cuore. Ecco perché mi sento pesante. Ecco
perché è infelice l’asino su cui sono assiso.
*
II
Folle dei cieli: tu che versi il tuo viso sulle acque, qual è la ragazza che ti
svestirà della follia?
Grande santo, dopo aver nuotato in questo mondo sei arrivato al silenzio,
all’infinito vuoto – sei asceso fino all’abito di cristallo della sposa: e,
dimmi, com’è?
*
III
Uomo: risveglia la donna segreta, segregata in te; donna, illumina la tua parte
maschile: quando l’Invisibile abbraccia, penetra ogni parte di te.
*
IV
Grande è l’amore che ci getta nel vortice!
Grande è l’amore che ci attende mentre ci trasformiamo in un vortice!
*
V
Più delle nebulose afflizioni del cuore, più del dubitoso lavorio della mente –
compiaciti del mal di denti, per le energie che ti leva…
Solo le parole possono risolvere una domanda – ma ogni cosa ha in sé la sua
risposta.
**
Ore difficili
Il tempo delle cupe profezie è al termine: la Storia bisbiglia il suo Inverno
intorno a noi.
Uomo: potenza suicida nelle membra, veleno nel sangue, follia di cane rabbioso
nel cranio – nessuno può divinare il suo destino.
Vuole squartare i propri simili con nuovi strumenti di devastazione, vuole
ispezionarne le ossa; le sue sole conquiste: la perdita della ruota e del fuoco,
l’oblio del verbo, la vita a quattro zampe.
Che si districhi, che si sleghi: che rinunci ai suoi innumerevoli gesti da
marionetta condotti con ostinazione brulicante di vermi, alle sue attività utili
ad approvvigionare termiti – si commisuri all’ordine del mondo interiore.
I monti interiori, familiari e ordinari, sovrastano l’avidità individuale. Si
integrano tra loro, trovano equilibrio con il mondo esterno.
Questa è l’antica pratica: finora i flussi insanguinati della storia si sono
mossi ispirati dalla bellezza e dalla grandezza – ma ora è soltanto morte
inferiore, incessante processo di disumanizzazione.
In qualche culla un bambino in fiamme reca dono divini; neppure nei nostri sogni
potevamo prevederlo.
Come nei tempi passati si è svelata l’arcana forza del mondo materiale così
sveleremo i poteri del mondo interiore, incorporeo.
Nelle mani del bambino la lampada della ragione non ha tirannia: serve a
risvegliare le forze spirituali, le illumina, le mette all’opera.
Una volta, l’uomo era un grande conquistatore – in futuro, conquisterà se stesso
– allineerà le stelle al suo destino.
*
Montagna, paesaggio
Il fiume fende la valle
gli uccelli spettegolano.
Quiete verticale
case-volto-di-Dio:
levitano.
Più in alto, il canto di Nemo
il mulino sulla cima:
il ghiaccio si rompe, è brutale.
Sandor Weöres
L'articolo “Non ho più segreti da saccheggiare”. Vita & versi di Sandor Weöres
proviene da Pangea.
La poesia di Jay Wright è “enormemente vasta”, come Pasolini definì quella di
Pound nella celebre intervista: nata come lirica di forte impronta religiosa, in
essa si riscontra un’insistenza decisa sul tema della storia dagli albori, anche
solo nei titoli stessi della raccolta d’esordio del 1967 Death as History, poi
ripudiata, e della ben più cospicua Dimensions of History (apparsa nel 1976),
tanto che Gerald Barrax scrisse nel 1983 che “se Wright avesse una musa classica
sarebbe Clio”, come ben evidente in particolare nei suoi primi quattro libri di
versi: l’opera del poeta, sempre per citare il Pasolini dell’intervista, si
sviluppa come se “si estendesse in superficie occupando un territorio poetico
immenso”, dall’Africa dei suoi antenati alle Americhe, affondando le radici
nella millenaria tradizione filosofico-letteraria del mondo classico e nelle
varie ramificazioni europee che ne derivarono, ove epoche diverse e mitologie
disparate come egizia, azteca e Dogon (dall’Africa occidentale) – per citare
quelle che più comunemente si incontrano – permeano il tessuto dei versi
convergendo in una singolarissima architettura.
Estremamente unitaria, la sua poesia andrebbe vista probabilmente come un’unica
opera in versi: a suggerire questa continuità (peraltro confermata dallo stesso
autore) basti ricordare che in Transfigurations, apparsa nel 2000, vennero
ristampate le precedenti sette raccolte The Homecoming
Singer (1971), Soothsayers and Omens (1974), Dimensions of History (1977), The
Double Invention of Kǫmǫ (1980), Explications / Interpretations (pubblicata nel
1984 ma scritta prima del 1980), Elaine’s Book (1986), Boleros (1991) e la
semi-eponima Transformations, inedita; la raccolta successiva, The Guide
Signs (apparsa nel 2007), come Transfigurations venne stampata a Baton Rouge
dalla Louisiana State University Press, e con quella condivide anche l’aspetto
grafico della copertina (fatta in entrambi i casi da Amanda McDonald Scallan) e
dei caratteri (Trump mediaeval), sottolineando ulteriormente la continuità tra
le due opere (e quindi tra The Guide Signs e le precedenti otto).
Anche nei volumi pubblicati dal 2007 in avanti, Music’s Mask and
Measure (2007), Polynomials and Pollen (2008), The Presentable Art of Reading
Absence (2008), Disorientations: Groundings (2013), The Prime
Anniversary (2019), Thirteen Quintets for Lois and the ἔτι καὶ νῦν of
Grace (2021) e Postage Stamps (2023), si riscontrano molti degli elementi che
avevano caratterizzato le prime nove raccolte: a livello poetico si nota una
continua frapposizione di una dimensione piú “lirica”, in cui le opere sono
composte in prevalenza da poesie relativamente brevi, spesso di qualche dozzina
di versi (non mancano ovviamente esempi di testi più succinti, come in Music’s
Mask and Measure, composta quasi interamente da poesie tra cinque e dodici
versi, e in altre raccolte in cui si trovano sonetti o componimenti in poche
ottave o strofi spenseriane, come ad esempio in The Prime Anniversary), ad una
dimensione più “poematica”, evidente ad esempio in The Presentable Art of
Reading Absence, un unico poema, o in The Double Invention of Kǫmǫ e in The
Guide Signs, di cui intere sezioni sono strutturate più come poemi o poemetti (o
sistemi unitari di poemetti) che come raccolte di poesie.
Fatta di accostamenti tra culture lontane a livello geografico e storico, questa
poesia è diventata man mano più universale, più pregna di immagini
caratterizzate da una callida iunctura: si osserva sempre la giustapposizione di
mitologie distinte appartenenti a mondi diversi, che inizia già in Soothsayers
and Omens e trova forse il suo apice in alcuni titoli di Boleros, in cui Wright
stabilisce una corrispondenza tra le muse greche e gli stadi dell’anima nella
mitologia egizia; nelle raccolte da Transformations in avanti il poeta affianca
alla cosmologia mitologica (prevalentemente Dogon) un cosmo più concreto, vicino
a quello degli astronomi, menzionando ad esempio lune di Giove, frammenti di
stelle e campi magnetici in Transformations; in tempi più recenti ancora nomina
spessissimo gli elettroni, e userà un’espressione fortemente scientifica come
“il reperto fossile di un’anima” in The Presentable Art of Reading Absence.
Pur essendo in origine avulso dalla metrica tradizionale e legato a versi brevi,
già in Dimensions of History Wright a tratti usa con insistenza il verso più
comune nella poesia inglese, il pentametro giambico; la metrica canonica torna
(filtrata da un uso molto novecentesco e “libero”) nelle sezioni conclusive
di Boleros e poi in gran parte di Transformations, dove compaiono sonetti con
strutture rimiche piuttosto inusuali (continuando la tradizione di Ozymandias o,
in tempi piú recenti, di Parting di Yeats) che comporranno poi anche il primo
movimento di Thirteen Quintets for Lois; inizialmente le rime sono non di
rado in tmesi, con parole troncate a metà e continuate al verso successivo;
vengono conservate in posizione più consueta nelle ultime raccolte, ove si
osserva piuttosto uno spostamento degli accenti verso la fine delle parole per
esigenze di rima. Nonostante un uso meno frequente, i versi liberi continuano a
far parte della poesia di Wright anche nelle ultime raccolte, soprattutto nelle
sue parti liriche.
Emergono molto numerosi sintagmi in altre lingue, in prevalenza in spagnolo,
presente in particolare nelle poesie di ambientazione latinoamericana (Wright
cita spessissimo autori dell’intera tradizione poetica in lingua spagnola, dal
vecchio e dal nuovo mondo), quindi anche in francese (antico e moderno), in
italiano (si tratta soprattutto di citazioni dalla Commedia, ma compaiono anche
altri autori), in latino (aureo e carolingio), in tedesco e in greco antico,
lingua in cui si riscontra anche l’invenzione lessicale, come nel caso del
neologismo “ἱερο-χθων” in Polynomials and Pollen (da ἱερός, “sacro” e χθών,
“terra, suolo”, il secondo associato genericamente all’oltretomba e alle sue
divinità oscure).
Come si può dedurre, a fronte un apparato poetico così vasto le fonti sono
molteplici: solo per citarne alcuni tra i moltissimi Wright stesso scrisse a
proposito dei versi di The Double Invention of Kǫmǫ che i lettori avrebbero
certamente riconosciuto “Goethe, Agostino (in quanto doppio cittadino), Dante,
Duns Scoto e i rinascimenti [sic]” tra le molte voci; l’uso di un linguaggio
patristico nelle poesie più religiose rimanda alla Bibbia (talvolta anche
all’Apocalisse e in generale ai suoi libri più “immaginifici”), ai presocratici
e ai poeti confessionali, tra cui compare spesso Donne; è preponderante la
tradizione tedesca, soprattutto quella poetica; Wright nomina spesso
esplicitamente filosofi, prevalentemente greci antichi come Plotino e Parmenide
(in particolare in Disorientations). Tra i contemporanei ricopre un ruolo
primario Eliot, e non mancano ovviamente grandi poeti afroamericani del
Novecento come Tolson, a cui è spesso associato, mentreExplications /
Interpretations è dedicata a Harold Bloom e a Robert Hayden, morto appena
quattro anni prima della pubblicazione; The Double Invention of Kǫmǫ, infine, è
dedicata al grande antropologo Marcel Griaule, che studiò a fondo i Dogon e la
loro mitologia.
Il suo linguaggio è spesso piano e al contempo molto elegante, semplice a
livello linguistico e complicato a livello di stratificazione
storico-filosofica, gremito di parole in lingue native americane e africane;
sebbene il senso profondo dei suoi versi sia spesso oscuro, la loro limpidezza
fa di Jay Wright uno dei più grandi poeti viventi.
Francesco Kerbaker
**
The Invention of a Garden
I’m looking out of the window,
from the second floor,
into a half-eaten patio
where the bugs dance deliriously
and the flowers sniff at bits of life.
I touch my burned-out throat,
with an ache to thrust
my fingers to the bone,
run them through the wet
underpinnings of my skin,
in the thick blood, around
the cragged vertebrae.
I have dreamed of armored insects
taking flight through my stomach wall,
the fissured skin refusing to close,
or bleed, but gaping
like the gory lips of an oyster,
stout and inviting, clefts of flesh
rising like the taut membrane of a drum,
threatening to explode and spill
the pent-up desires I hide.
Two or three birds
invent a garden, he said
and I have made a bath
to warm the intrepid robins
that glitter where the sun
deserts the stones.
They come, and splash, matter-of-factly,
in the coral water, sand-driven
and lonely as sandpipers
at the crest of a wave.
Could I believe in the loneliness
of beaches, where sand crabs
duck camouflaged in holes,
and devitalized shrubs and shells
come up to capture the shore?
More, than in this garrisoned room,
where this pencil scratches
in the ruled-off lines,
making the only sound
that will contain the taut,
unopened drum that beats the dance
for bugs and garden-creating birds.
L’invenzione di un giardino
Guardo dalla finestra,
al secondo piano,
verso un logoro patio
dove gli insetti danzano in delirio
e i fiori annusano pezzi di vita.
Tocco la mia gola bruciata,
volendo infilare
le dita fino all’osso,
passarle negli strati
bagnati sotto la mia pelle,
nel sangue spesso, intorno
alle vertebre ruvide.
Ho sognato insetti corazzati
involarsi squarciando il mio stomaco:
la pelle fessa rifiutava di chiudersi
o sanguinare, aperta
come le labbra cruente di un’ostrica,
forti e invitanti, fessure di carne
pulsanti come la pelle tesa di un tamburo,
minacciando di scoppiare e sversare
i desideri repressi che celo.
Due o tre uccelli
inventano un giardino, disse,
e ho costruito una vasca
per scaldare i pettirossi intrepidi
che luccicano dove il sole
lascia le pietre.
Vengono e spruzzano, in modo pratico,
nell’acqua corale, guidati dalla sabbia
e soli come piovanelli
alla cresta di un’onda.
Potrei credere alla solitudine
delle spiagge, ove granchietti
si camuffano in buche
e arbusti e conchiglie smorti
vengono a catturare la riva?
Più che in questa stanza presidiata,
dove questa matita solca
linee cancellate,
facendo l’unico rumore
che conterrà il tamburo
teso, chiuso, che detta la danza
per insetti e uccelli crea-giardino.
(Da The Homecoming Singer)
*
Inside Chapultepec Castle
Wherever you turn,
the sensual halls caress you.
Rose blood heroes snarl
and careen from the walls.
Jades and silver medals enchant your eye.
Fading amber tapestries and gold furniture
lie jealously next to them.
To get here,
you are pulled from below,
a baptized sinner
emerging from the water,
still trembling.
If you listen,
you can hear something
picking at this temple’s heart.
If you are still,
you can see a girl,
as pure as a goddess
who would embrace the chosen,
lie down to caress it.
Nel castello di Chapultepec
Dovunque ti giri,
le sale sensuali ti accarezzano.
Eroi dal sangue di rosa ringhiano
carenando dai muri.
Giade e medaglie argentee incantano i tuoi occhi.
Arazzi ambrati sbiaditi e mobili dorati
stanno, gelosi, accanto a loro.
Per arrivare qui,
sei tratto da sotto,
peccatore battezzato
che emerge dall’acqua,
ancora tremante.
Se ascolti,
puoi sentire qualcosa
che becca il cuore del tempio.
Se resti fermo,
vedi una ragazza,
pura come una dea
che abbraccerebbe i prescelti,
sdraiarsi e accarezzarlo.
Da (Soothsayers and Omens)
*
Teponaztli
Fat singer in three keys,
a continent rolls at your feet.
Gourd gong of the dervishes,
praise your end.
Your tongue slit double,
the mallets stamp your body,
a calked Calliope,
sheer deep in pitch and darkness.
Bone clock of the spirits,
praise your purposes.
Inside, the body,
cut rib upon rib,
howls at the debt the drummer owes.
When the lion climbs
into the skin of a llama,
debtors to ourselves,
we pitch the sound of serpent’s feet,
mare’s claws, an eagle’s brimstone,
and the body screams agains
the stamp of a goddess
white as pain.
Teponaztli
Cantante grasso in tre chiavi,
un continente rotola ai tuoi piedi.
Gong duro dei dervisci,
elogia la tua fine.
Tagliata in due la lingua,
i magli pestano il tuo corpo,
Calliope sigillata,
invischiata in pece e buio.
Orologio d’osso degli spiriti,
elogia i tuoi scopi.
Dentro, il corpo,
tagliato costola su costola,
urla al debito del tamburiere.
Quando il leone entra
nella pelle di un lama,
debitori a noi stessi,
moduliamo passi di serpente,
unghia di cavalla, zolfo d’aquila,
e il corpo grida contro
il colpo di una dea,
bianco come il dolore.
Il Teponaztli è un tamburo azteco, suonato con bacchette che battevano su due
lingue di diverse dimensioni incise sulla superficie.
(Da Dimensions of History)
*
[Bolero] 7
Tough old Glasgow tucks itself
under a leg of the Firth of Clyde.
No
Scotia sniveling in that,
just pennywise prudence, a way
of ladling the elation of coming home.
Logicians on the eastern shore count it
no surprise that queenly old Edinburgh
lies on the Firth of Forth,
near to the heart of Midlothian.
So, on a doon and windless morning,
we whip east and touch down
near the greenest pasture in Scotland.
As we step from the plane,
the neighboring sheep show us their haggis eyes
for the flinty spark of a moment.
Suddenly,
I amna deid dune sae muckle as fou,
suspecting that, here, one can
thow the cockles o’ yin’s heart,
no small change from a sixpenny planet,
and have the thieveless crony within you
as suddenly awaken.
We found this bel canto morning
in a Jarocho garden,
on an afternoon when spring had departed
and left only its scunning heat.
I say this now, though I know
that my heart’s weather had turned
on a winter night, when I heard the deer
stamping in the water under the raised barn
and felt the star heat fade and the first, clear
cut of loneliness,
the concert pitch of death’s tuning.
Marry or burn,
one cannot run away or into,
for there is nothing so sedentary
as the desire to be comforted, by love,
or by some feeling one cannot name.
On Hidalgo, in Guadalajara,
the blue flowers, in their persistence
on the neighbors’ white wall,
comforted us, and so the lace of a plaza in sun,
tacos at dawn from a cart in Gigantes,
the mudéjar ache of the divided cathedral,
the rose pinion of paseos,
held us till summer.
Those were the garden’s traces,
leading to the rose of Midlothian,
the stone house walled in and set
in view of the castle.
Down the road,
the old poet, who did hard times for Lallans,
nests with his chickens and neat Laphroaig.
I count him the most civil of servants,
whose gift is the mist of tongues,
rising from the doom gray of council houses
and snuffed coal mines.
I love the sound of sporran and kilt in his voice,
his refusal to give in to King Street’s dove gray manner.
It is some distance to have traveled to learn
to resist being comforted too soon.
Perhaps some moor-stiff night,
we will put on our fog-heavy tweeds
and make our way to old Glasgow,
curled in its water bed,
confident,
cocky,
still uncomforted.
[Bolero] 7
Glasgow, tosta, si insinua
sotto un ramo del Firth of Clyde.
Nessuna
Scotia si lagna in questo,
solo prudenza oculata, un modo
di elargire la gioia di tornare a casa.
I logici sulla costa est non sono
sorpresi che Edimburgo, regale,
sia sul Firth of Forth
vicino al cuore del Midlothian.
Quindi, una mattina scura e senza vento,
andiamo a est e arriviamo
presso il pascolo più verde di Scozia.
Come lasciamo il piano
le pecore vicine ci mostrano i loro occhi-haggis
per un attimo illuminante.
A un tratto,
I amna deid dune sae muckle as fou:
sospetto che qui si possa
thow the cockles o’ yin’s heart,
ben diverso da un pianeta da nulla,
e avere con te un amico fiacco
come svegliato a un tratto.
Trovammo questo mattino-bel-canto
in un giardino jarocho,
un pomeriggio quando la primavera era partita
lasciando solo il suo caldo aleggiante.
Lo dico ora, anche se so
che cambiò il tempo nel mio cuore
una notte d’inverno, quando sentii il cervo
scalciare in acqua alla stalla rialzata
e il calore stellare svanire e il primo, chiaro
taglio della solitudine,
il diapason della morte.
Sposati o brucia,
non si può scappare da o verso:
nulla è più sedentario
di voler esser confortati, dall’amore
o da un sentimento non nominabile.
Su Hidalgo, a Guadalajara,
i fiori blu, nella loro persistenza
sul muro bianco dei vicini,
ci confortarono, come il pizzo di una plaza al sole,
tacos all’alba da un carretto a Gigantes,
il dolore mudéjar della cattedrale divisa,
il pignone di rosa dei paseos,
ci tennero fino all’estate.
Queste erano le tracce del giardino
che portavano alla rosa del Midlothian,
la casa di pietra murata e messa
davanti al castello.
Più avanti,
il vecchio poeta, che ha sofferto per Lallans,
si annida coi suoi polli e il Laphroaig liscio.
È per me il più grande servo pubblico,
il cui dono è foschia di lingue,
emerso dal grigio infausto delle case popolari
e miniere di carbone estinte.
Amo il suono di sporran e kilt nella sua voce,
la sua resistenza ai modi grigio-tortora di King Street.
È un lungo viaggio per aver imparato
a resistere al conforto troppo presto.
Forse, una notte rigida-brughiera,
metteremo i tweeds pregni di nebbia
e andremo verso la vecchia Glasgow,
arricciata nell’acqua,
sicura,
tronfia,
ancora inconfortata.
«I amna deid dune sae muckle as fou» e «thow the cockles o’ yin’s heart» sono
variazioni dei primi versi del poema in lingua scozzese A drunk man looks at the
thistle di Hugh MacDiarmid, qui traducibili come «non sono stanco morto,
piuttosto sono ubriaco» e «scaldare la parte piú intima del cuore».
(Da Boleros)
*
She sat, holding a match to an earwig
She sat, holding a match to an earwig,
all compassion and contemplation abruptly at hand.
Those who had known her father gathered themselves
in the doorway
and marveled at her instrumental ingenuity.
A vestry madness burdened the convocation.
Who would think that love could speak so solemnly
without provocation?
Could she arrange her spices and unguents,
and propel them into service before the banns,
when, haloed and trumpeted,
washed and cinched by a purple headscarf,
she would begin her memories?
Singing now:
¿Por que no viene, padre,
por que no viene un día,
que yo casarme quiero
con el conde de Almería?
And yet I caught him by my will and ineffable longing,
and hold him secretly…
My body is various, infinite, and singular,
turbulent notions proposed by an exile.
I take this rhythm perdidamente
to the crossroads,
where all who would wound me
bring me their bands of cotton, eggs, and ashes.
I will speak with my father
about transcendence,
and offer him those moments which have no
authority or being.
Sedeva, un fiammifero a una forbicina
Sedeva, un fiammifero a una forbicina,
ogni compassione e contemplazione a un tratto sotto mano.
Chi aveva conosciuto suo padre si raccolse
alla porta,
ammirati dalla sua ingegnosità strumentale.
Pesò follia segreta sull’adunanza.
Chi direbbe che l’amore può parlare così solennemente
non provocato?
Potrebbe sistemare spezie e unguenti,
mandarli al servizio prima dell’annuncio di nozze,
l’aura attorno, tra trombe,
lavata e stretta in un foulard viola,
iniziando i suoi ricordi?
Ora cantando:
¿Por que no viene, padre,
por que no viene un día,
que yo casarme quiero
con el conde de Almería?
Eppure lo presi con la mia voglia e brama ineffabile
e lo tengo in segreto…
Il mio corpo è vario, infinito e singolo,
nozioni turbolente proposte da un esule.
Porto questo ritmo perdidamente
al crocevia,
dove chi mi ferirebbe
porta cotone in fasci, uova e ceneri.
Parlerò con mio padre
della trascendenza,
gli offrirò quei momenti che non hanno
autorità o stato.
(Da Disorientations: Groundings)
Traduzione di Francesco Kerbaker
Jay Wright è nato nel 1934 nel New Mexico e ha vissuto in diversi paesi tra
l’Europa e le Americhe. Nel corso della sua lunga carriera si è distinto anche
come drammaturgo e saggista. È MacArthur Fellow dal 1986.
*In copertina: Joaquín Sorolla, “Bambino al mare”, 1905
L'articolo “Un sentimento innominabile”: Jay Wright e la musa afroamericana
proviene da Pangea.