Instancabile indagatore di ogni possibile piega dell’Iran preislamico, studioso
di ierofanie gnostico-manichee capace di coniugare alla filologia le istanze di
una rara mente speculativa, Ezio Albrile conta al suo attivo centinaia di saggi
di storia delle religioni. Proprio l’impianto ferreamente speculativo delle sue
ricerche lo differenzia nel profondo dai suoi colleghi filologi puri e ne fa
quasi una sorta di Mircea Eliade italiano, non fosse che l’approccio
antiriduzionista di Albrile mal si coniuga con quello del grande studioso
rumeno. Albrile taccia proprio Eliade (e il suo miglior discepolo, Ivan Petru
Culianu) di esiti potenzialmente riduzionistici:
> “I grandi scenari fenomenologici proposti da Eliade deragliavano nella
> comparazione più spregiudicata e ‘new Age’: tutto assomiglia a tutto e quindi,
> per assurdo, a nulla. La storia scompariva, ma scompariva anche la ‘fede’ in
> senso tradizionale”.
Nell’eclisse dello storicismo a obnubilarsi sono proprio le categorie
discriminanti: si assiste a un paradosso, ma si torna proprio all’hegeliana
“notte in cui tutte le vacche sono nere”.
Albrile è partito nella sua estesissima bibliografia da parametri più
‘accademici’ e disciplinari per compiere progressivamente cortocircuiti
spaziotemporali e categoriali con la cultura ‘popolare’, ancora con tanto
sospetto guardata dalle accademie, abbracciando nel suo onnivoro discorso la
musica pop-rock (un suo volume discorre dei Led Zeppelin esoterici), la
letteratura e il cinema underground, ecc., individuando ascendenze gnostiche più
o meno consapevoli e mediate perfino in questi ambiti.
Anche il ‘complottismo’ contemporaneo è per Albrile una reviviscenza moderna di
antiche mitologie gnostiche semplicemente rivisitate e adattate alle contingenze
moderne. Nel suo freschissimo volume Crimini esoterici. Il volto sacrificale del
potere (Edizioni Aurora Boreale, Prato, 2025) Albrile torna proprio sulla
nozione di ‘complotto’ e sull’idea centrale del ‘sacrificio’, termine che,
peraltro, non ha affatto una valenza unica e data universalmente.
In questo volume breve ma densissimo, sia concettualmente che per quantità di
riferimenti culturali, lo studioso manifesta tutto il suo disagio nei confronti
di una Distopia non più oggetto di proiezione mentale nel futuro, ma attuale e
incalzante, calata nella vita presente. Il mercantilismo e il mercimonio puro
paiono improntare il mondo che ci circonda, riducendo tutto a dato meramente
materiale, ‘economico’ nel senso più deteriore.
All’incubo di un mondo dominato dalla pura mercificazione, innanzitutto della
persona, sembra opporsi il fondamento della Tradizione. Al presente e al futuro
distopici ammantati di biopolitica e Transumanesimo e a una democrazia sempre
più ridotta a flatus vocis, a puro oggetto del desiderio, sembra opporsi in
queste pagine la possibilità di un ritorno ai valori metastorici e
sovratemporali. Albrile non prospetta direttamente una via di fuga dalla
prigione del presente ma, almeno in filigrana, ci pare questa l’unica
prospettiva ‘positiva’ che se ne possa evincere.
Ingabbiati da una contingenza implacabile e paralizzante, solo volgendo lo
sguardo oltre di essa e tornando a una prospettiva sovratemporale si può attuare
una metanoia, una rigenerazione interiore e salvifica. La prospettiva è
unicamente individuale, sottratta smagatamente alle illusioni delle grandi
utopie sociali, di ogni collettivismo che sacrifichi l’individuo. Il libro di
Albrile scandaglia nelle varie mitologie antiche come nello snodarsi della
cultura occidentale il perpetuarsi delle dinamiche sacrificali per
autoconservare il potere.
Punto di partenza teorico iniziale sembra essere lo studio su Il sacrificio di
Cristiano Grottanelli, figlio di Vinigi Grottanelli, il celebre “etnologo del
Duce”, ma Albrile imbocca poi altre diramazioni totalmente originali, finendo
poi in una sorta di crescendo sacrificale in cui si affollano Licio Gelli, la
P2, il Priorato di Sion, le stragi italiane degli anni ’70, in un inquietante
quadro d’insieme dove si annulla ogni distinzione tra storia, mito e sospetto.
Il sacrificio è sempre un atto fondante, il porre le basi di una nuova gerarchia
sociale e di un nuovo ordine, sia che si tratti di una cosmologia mitologica sia
che tali mitologemi si calino nella storia innescando nuove eppure sempre
antiche dinamiche socio-politiche. Un sacrificio, un atto cruento, fonda quasi
tutte le antiche culture e civiltà: lo smembramento dell’essere primordiale
nell’inno al Purusa del Rgveda, il corpo mostruoso della demonessa Tiamat
nell’Enuma Elis, la morte di Gayomard nella mitologia iranica, il mito
prometeico narrato da Esiodo, l’uccisione di Remo da parte del fratello Romolo,
ecc. Perfino filosofie che nell’odierna e distorta percezione New Age non si
penserebbe di ricondurre a tale matrice sono impregnate nel profondo dall’
archetipo sacrificale. Nel suo profondissimo saggio sullo Yoga, ad esempio,
Mircea Eliade poneva ad origine di tale disciplina proprio la progressiva
interiorizzazione del sacrificio rituale.
Nel libro di Albrile, la dinamica sacrificale si allarga dalle cosmogonie
antiche alla storia contemporanea, lambendo gli anni del Terrorismo nero, del
delitto Moro, della P2. La dottrina del sacrificio e della sua azione pratica
divengono centrali, ad esempio, nel Gruppo dei Dioscuri di Julius Evola,
ideologo di una sorta di ‘aristocrazia guerriera’ improntata a un razzismo non
più biologico ma spirituale. Le nuove mitologie (che sono poi mitologie vecchie
e talora decrepite) create trasversalmente dalla cultura di destra come da
quella di sinistra si uniscono nel negare ogni più serio riferimento a un
proletariato culturale ormai privato di una sua identità profonda.
La destra esoterica e la società consumistica e turbocapitalistica attuali si
combattono più verbalmente che nella realtà, avendo bisogno entrambe di una
massa ineducata cui dare in pasto il proprio polpettone New Age. Annota Albrile:
> “Anni fa i più disperati figli del nulla si davano al terrorismo; oggi si
> lasciano affascinare magari dalle filosofie finto-mistiche o finto-orientali
> oppure approdano a un satanismo non meno da baraccone. Purtroppo, anche molti
> nuovi adepti del ‘mistero Graal’ appartengono a queste super nutrite ed extra
> accessoriate schiere di occidentali che brancolano cercando qualcosa, ma senza
> sapere né che cosa cercano né come cercarlo”.
Nell’affilata polemica di Albrile a farne le spese sono anche grandi nomi
istituzionalizzati come l’Italo Calvino del Cavaliere Inesistente e l’Umberto
Eco del Pendolo di Foucault, le cui operazioni parodistiche sono in realtà
politicamente indirizzate. Esse “inglobano, rovesciandone il segno, le moderne
riletture sincretistico-occultistiche del mito”, conducendole al punto estremo
di non-ritorno.
In questo densissimo excursus che spazia dall’antichità alla saga del Graal, dai
Templari alle neo mitologie sacrificali della modernità (o postmodernità), le
dinamiche di autoconservazione e perpetuazione del potere paiono essere sempre
le stesse, oltre le forme storiche e i singoli governi.
> “L’inganno sta all’origine: la trasformazione dell’intento iniziale in una
> strategia predatoria”.
In uno scenario tanto cupo si innescano le nuove teorie del complotto, a loro
modo consolatorie nel fornire una spiegazione anche all’irrazionale e
all’aleatorio. Con tutto quel che ne consegue e con la profonda ambivalenza se
non ambiguità dell’idea stessa di complottismo. Complottismo può essere così il
cumulo delle teorie più improbabili e inverificabili messe in circolo ad arte
per depistare da uno sforzo conoscitivo vero come la macrocategoria di comodo in
cui si relega ogni dissenso nei confronti dell’ordine egemone in un dato
momento.
Partendo dai Rosacroce, dalla Massoneria, dalle teorie di Cadet de Gassicourt
sulla Rivoluzione Francese come complotto neotemplare (e di Barruel come
complotto massonico), Albrile tocca poi la questione degli Illuminati di Adam
Weishaupt e ravvisa in essi la nascita del complottismo moderno. La storia dei
secoli passati e quella contemporanea si riannodano a conferma di come fenomeni
all’apparenza inediti trovino la loro scaturigine in pensieri e in circostanze
remote e solo inabissate carsicamente.
> “Se gli Ismailiti Assassini furono strumento nella strategia politica di
> Crociati e Templari nel sopprimere Corrado di Monferrato, così ai giorni
> nostri le cerchie criminali sono spesso funzionali al potere e alle sue trame
> cospirative”.
Nella lettura di queste pagine così argomentate e insieme così cupe sembra di
imbattersi nel trionfo di un nichilismo ammantato da potere statale o da potere
religioso: nella costruzione storica del Cristianesimo a opera di Costantino la
morte trova la sua ragione di esistere a scapito dell’originario insegnamento di
Gesù.
Ci è impossibile uscire dalla Caverna platonica e la nostra misera conoscenza è
limitata a poche pallide ombre; queste finzioni scambiate per realtà sono il
limite gnoseologico che ci è assegnato. In parallelo, su un piano non più
strettamente conoscitivo e metafisico, nella realtà contingente siamo ingabbiati
in una ulteriore carcere, l’impossibilità di fuoriuscire dal Leviatano di un
potere ormai sempre più onnipervasivo.
Vorrei chiudere questo excursus con un ricordo personale. Conobbi Albrile nella
lontana estate del 1999 nell’antro librario torinese di Giorgio Hillel Millerba,
indimenticabile essere umano e libraio che mi sono sforzato di rievocare in un
precedente articolo. Nella botteguccia stipata all’inverosimile nascevano con
apparente casualità le discussioni più strane ed estemporanee. Imbattutomi in
non so più quale libro di Heidegger, lanciai un commento che anziché cadere nel
vuoto fu subito ripreso da un signore che si trovava nella libreria. Fu l’inizio
di una dissertazione vertiginosa in cui quel signore, Ezio Albrile appunto,
ricondusse implacabilmente ogni tematizzazione di Heidegger a una radice
gnostica flagrante e inequivocabile, il tutto con un dispendio di erudizione e
di potenza speculativa che mi davano la misura dello studioso anche senza averne
ancora letto una sola pagina.
Nello sfacelo culturale e umano del presente mi è di qualche consolazione sapere
che esistono ancora figure isolate come Albrile che proprio dalla loro
solitudine intellettuale attingono le risorse di un pensiero non incanalato e
non canalizzabile nelle forme del potere .
Alessio Magaddino
*In copertina: Albrecht Dürer, “Apocalypsis cum figuris. Giovanni che divora il
libro”
L'articolo “L’inganno sta all’origine”. Su complottismo, esoterismi New Age e
altre disastrose amenità proviene da Pangea.