Instancabile indagatore di ogni possibile piega dell’Iran preislamico, studioso
di ierofanie gnostico-manichee capace di coniugare alla filologia le istanze di
una rara mente speculativa, Ezio Albrile conta al suo attivo centinaia di saggi
di storia delle religioni. Proprio l’impianto ferreamente speculativo delle sue
ricerche lo differenzia nel profondo dai suoi colleghi filologi puri e ne fa
quasi una sorta di Mircea Eliade italiano, non fosse che l’approccio
antiriduzionista di Albrile mal si coniuga con quello del grande studioso
rumeno. Albrile taccia proprio Eliade (e il suo miglior discepolo, Ivan Petru
Culianu) di esiti potenzialmente riduzionistici:
> “I grandi scenari fenomenologici proposti da Eliade deragliavano nella
> comparazione più spregiudicata e ‘new Age’: tutto assomiglia a tutto e quindi,
> per assurdo, a nulla. La storia scompariva, ma scompariva anche la ‘fede’ in
> senso tradizionale”.
Nell’eclisse dello storicismo a obnubilarsi sono proprio le categorie
discriminanti: si assiste a un paradosso, ma si torna proprio all’hegeliana
“notte in cui tutte le vacche sono nere”.
Albrile è partito nella sua estesissima bibliografia da parametri più
‘accademici’ e disciplinari per compiere progressivamente cortocircuiti
spaziotemporali e categoriali con la cultura ‘popolare’, ancora con tanto
sospetto guardata dalle accademie, abbracciando nel suo onnivoro discorso la
musica pop-rock (un suo volume discorre dei Led Zeppelin esoterici), la
letteratura e il cinema underground, ecc., individuando ascendenze gnostiche più
o meno consapevoli e mediate perfino in questi ambiti.
Anche il ‘complottismo’ contemporaneo è per Albrile una reviviscenza moderna di
antiche mitologie gnostiche semplicemente rivisitate e adattate alle contingenze
moderne. Nel suo freschissimo volume Crimini esoterici. Il volto sacrificale del
potere (Edizioni Aurora Boreale, Prato, 2025) Albrile torna proprio sulla
nozione di ‘complotto’ e sull’idea centrale del ‘sacrificio’, termine che,
peraltro, non ha affatto una valenza unica e data universalmente.
In questo volume breve ma densissimo, sia concettualmente che per quantità di
riferimenti culturali, lo studioso manifesta tutto il suo disagio nei confronti
di una Distopia non più oggetto di proiezione mentale nel futuro, ma attuale e
incalzante, calata nella vita presente. Il mercantilismo e il mercimonio puro
paiono improntare il mondo che ci circonda, riducendo tutto a dato meramente
materiale, ‘economico’ nel senso più deteriore.
All’incubo di un mondo dominato dalla pura mercificazione, innanzitutto della
persona, sembra opporsi il fondamento della Tradizione. Al presente e al futuro
distopici ammantati di biopolitica e Transumanesimo e a una democrazia sempre
più ridotta a flatus vocis, a puro oggetto del desiderio, sembra opporsi in
queste pagine la possibilità di un ritorno ai valori metastorici e
sovratemporali. Albrile non prospetta direttamente una via di fuga dalla
prigione del presente ma, almeno in filigrana, ci pare questa l’unica
prospettiva ‘positiva’ che se ne possa evincere.
Ingabbiati da una contingenza implacabile e paralizzante, solo volgendo lo
sguardo oltre di essa e tornando a una prospettiva sovratemporale si può attuare
una metanoia, una rigenerazione interiore e salvifica. La prospettiva è
unicamente individuale, sottratta smagatamente alle illusioni delle grandi
utopie sociali, di ogni collettivismo che sacrifichi l’individuo. Il libro di
Albrile scandaglia nelle varie mitologie antiche come nello snodarsi della
cultura occidentale il perpetuarsi delle dinamiche sacrificali per
autoconservare il potere.
Punto di partenza teorico iniziale sembra essere lo studio su Il sacrificio di
Cristiano Grottanelli, figlio di Vinigi Grottanelli, il celebre “etnologo del
Duce”, ma Albrile imbocca poi altre diramazioni totalmente originali, finendo
poi in una sorta di crescendo sacrificale in cui si affollano Licio Gelli, la
P2, il Priorato di Sion, le stragi italiane degli anni ’70, in un inquietante
quadro d’insieme dove si annulla ogni distinzione tra storia, mito e sospetto.
Il sacrificio è sempre un atto fondante, il porre le basi di una nuova gerarchia
sociale e di un nuovo ordine, sia che si tratti di una cosmologia mitologica sia
che tali mitologemi si calino nella storia innescando nuove eppure sempre
antiche dinamiche socio-politiche. Un sacrificio, un atto cruento, fonda quasi
tutte le antiche culture e civiltà: lo smembramento dell’essere primordiale
nell’inno al Purusa del Rgveda, il corpo mostruoso della demonessa Tiamat
nell’Enuma Elis, la morte di Gayomard nella mitologia iranica, il mito
prometeico narrato da Esiodo, l’uccisione di Remo da parte del fratello Romolo,
ecc. Perfino filosofie che nell’odierna e distorta percezione New Age non si
penserebbe di ricondurre a tale matrice sono impregnate nel profondo dall’
archetipo sacrificale. Nel suo profondissimo saggio sullo Yoga, ad esempio,
Mircea Eliade poneva ad origine di tale disciplina proprio la progressiva
interiorizzazione del sacrificio rituale.
Nel libro di Albrile, la dinamica sacrificale si allarga dalle cosmogonie
antiche alla storia contemporanea, lambendo gli anni del Terrorismo nero, del
delitto Moro, della P2. La dottrina del sacrificio e della sua azione pratica
divengono centrali, ad esempio, nel Gruppo dei Dioscuri di Julius Evola,
ideologo di una sorta di ‘aristocrazia guerriera’ improntata a un razzismo non
più biologico ma spirituale. Le nuove mitologie (che sono poi mitologie vecchie
e talora decrepite) create trasversalmente dalla cultura di destra come da
quella di sinistra si uniscono nel negare ogni più serio riferimento a un
proletariato culturale ormai privato di una sua identità profonda.
La destra esoterica e la società consumistica e turbocapitalistica attuali si
combattono più verbalmente che nella realtà, avendo bisogno entrambe di una
massa ineducata cui dare in pasto il proprio polpettone New Age. Annota Albrile:
> “Anni fa i più disperati figli del nulla si davano al terrorismo; oggi si
> lasciano affascinare magari dalle filosofie finto-mistiche o finto-orientali
> oppure approdano a un satanismo non meno da baraccone. Purtroppo, anche molti
> nuovi adepti del ‘mistero Graal’ appartengono a queste super nutrite ed extra
> accessoriate schiere di occidentali che brancolano cercando qualcosa, ma senza
> sapere né che cosa cercano né come cercarlo”.
Nell’affilata polemica di Albrile a farne le spese sono anche grandi nomi
istituzionalizzati come l’Italo Calvino del Cavaliere Inesistente e l’Umberto
Eco del Pendolo di Foucault, le cui operazioni parodistiche sono in realtà
politicamente indirizzate. Esse “inglobano, rovesciandone il segno, le moderne
riletture sincretistico-occultistiche del mito”, conducendole al punto estremo
di non-ritorno.
In questo densissimo excursus che spazia dall’antichità alla saga del Graal, dai
Templari alle neo mitologie sacrificali della modernità (o postmodernità), le
dinamiche di autoconservazione e perpetuazione del potere paiono essere sempre
le stesse, oltre le forme storiche e i singoli governi.
> “L’inganno sta all’origine: la trasformazione dell’intento iniziale in una
> strategia predatoria”.
In uno scenario tanto cupo si innescano le nuove teorie del complotto, a loro
modo consolatorie nel fornire una spiegazione anche all’irrazionale e
all’aleatorio. Con tutto quel che ne consegue e con la profonda ambivalenza se
non ambiguità dell’idea stessa di complottismo. Complottismo può essere così il
cumulo delle teorie più improbabili e inverificabili messe in circolo ad arte
per depistare da uno sforzo conoscitivo vero come la macrocategoria di comodo in
cui si relega ogni dissenso nei confronti dell’ordine egemone in un dato
momento.
Partendo dai Rosacroce, dalla Massoneria, dalle teorie di Cadet de Gassicourt
sulla Rivoluzione Francese come complotto neotemplare (e di Barruel come
complotto massonico), Albrile tocca poi la questione degli Illuminati di Adam
Weishaupt e ravvisa in essi la nascita del complottismo moderno. La storia dei
secoli passati e quella contemporanea si riannodano a conferma di come fenomeni
all’apparenza inediti trovino la loro scaturigine in pensieri e in circostanze
remote e solo inabissate carsicamente.
> “Se gli Ismailiti Assassini furono strumento nella strategia politica di
> Crociati e Templari nel sopprimere Corrado di Monferrato, così ai giorni
> nostri le cerchie criminali sono spesso funzionali al potere e alle sue trame
> cospirative”.
Nella lettura di queste pagine così argomentate e insieme così cupe sembra di
imbattersi nel trionfo di un nichilismo ammantato da potere statale o da potere
religioso: nella costruzione storica del Cristianesimo a opera di Costantino la
morte trova la sua ragione di esistere a scapito dell’originario insegnamento di
Gesù.
Ci è impossibile uscire dalla Caverna platonica e la nostra misera conoscenza è
limitata a poche pallide ombre; queste finzioni scambiate per realtà sono il
limite gnoseologico che ci è assegnato. In parallelo, su un piano non più
strettamente conoscitivo e metafisico, nella realtà contingente siamo ingabbiati
in una ulteriore carcere, l’impossibilità di fuoriuscire dal Leviatano di un
potere ormai sempre più onnipervasivo.
Vorrei chiudere questo excursus con un ricordo personale. Conobbi Albrile nella
lontana estate del 1999 nell’antro librario torinese di Giorgio Hillel Millerba,
indimenticabile essere umano e libraio che mi sono sforzato di rievocare in un
precedente articolo. Nella botteguccia stipata all’inverosimile nascevano con
apparente casualità le discussioni più strane ed estemporanee. Imbattutomi in
non so più quale libro di Heidegger, lanciai un commento che anziché cadere nel
vuoto fu subito ripreso da un signore che si trovava nella libreria. Fu l’inizio
di una dissertazione vertiginosa in cui quel signore, Ezio Albrile appunto,
ricondusse implacabilmente ogni tematizzazione di Heidegger a una radice
gnostica flagrante e inequivocabile, il tutto con un dispendio di erudizione e
di potenza speculativa che mi davano la misura dello studioso anche senza averne
ancora letto una sola pagina.
Nello sfacelo culturale e umano del presente mi è di qualche consolazione sapere
che esistono ancora figure isolate come Albrile che proprio dalla loro
solitudine intellettuale attingono le risorse di un pensiero non incanalato e
non canalizzabile nelle forme del potere .
Alessio Magaddino
*In copertina: Albrecht Dürer, “Apocalypsis cum figuris. Giovanni che divora il
libro”
L'articolo “L’inganno sta all’origine”. Su complottismo, esoterismi New Age e
altre disastrose amenità proviene da Pangea.
Tag - Esoterismo
La scarsità di notizie biografiche intorno a Stefano bar Sudaili ne ha
amplificato, nel difetto, il fascino. Nato intorno al 480, originario di Edessa,
fu monaco; le sue idee gli attirarono le antipatie, tra gli altri, di Filosseno
di Mabbug: fu costretto a un’esistenza stretta tra fughe – in Palestina –,
ristrettezze, eremitaggio, studio.
L’unico testo a lui attribuito, il Libro di Ieroteo – conservato in siriaco, in
una sola copia del XIII secolo, ora al British Museum, contenente l’ampio
commento del patriarca di Antiochia, Teodosio –, conosciuto anche come Libro dei
misteri nascosti della casa di Dio, narra le perigliose peripezie della “Divina
Mente” per sciogliere il mondo dal male e gli uomini dal peccato, riconducendoli
al Bene. L’intelletto divino precipita fino alle origini e alle ragioni del male
– ben oltre gli inferi e lo Sheol, nell’“abisso degli abissi” dove dimora il Non
Essere – per distruggerlo: sradicare l’effigie dell’Albero della Vita significa
riportare l’umanità allo stato edenico, dopo la caduta.
Più in particolare – al di là del dramma cosmogonico – il Libro di
Ieroteo dettaglia il drammatico pellegrinaggio della mente per ‘confondersi’
nell’Essenza da cui proviene ogni vita. “L’intelletto ascende verso Dio in un
cammino di passione, crocefissione e morte; segue quindi una resurrezione nella
quale è posto davanti a un albero che riassume in sé tutti i mali, e con
quest’albero combatte per distruggerlo… L’intelletto comprende allora che deve
ridiscendere alla radice dell’albero per togliergli la forza vitale e inizia la
ridiscesa tra sofferenze e lacrime” (Sabino Chialà, in: La mistica cristiana,
Mondadori, 2020, p.799; il tomo propone una traduzione diversa e più ridotta
del Libro di Ieroteo rispetto a quella proposta in calce).
L’autore del Libro di Ieroteo, di involuta bellezza, fu accusato di eresia, di
diffondere la tesi dell’apocatastasi, la ‘restaurazione’ di tutte le cose nei
meandri di Dio, già propagata da Origene. Fu preso per panteista (“Passato a
studiare in Egitto, vi s’imbevve delle dottrine di Origene, le quali poi lo
condussero verso una concezione panteistica dell’universo, secondo la quale
tutto è veramente in Dio”, così Giuseppe Furlani). Palesi sono i legami tra
il Libro di Ieroteo e le dottrine dello pseudo-Dionigi, a testimonianza di un
cristianesimo ‘del sottosuolo’ che continua a conquistare, a fermentare nei
‘sentieri interrotti’ del dire divino. Ieroteo – discepolo di san Paolo e primo
vescovo di Atene – è, in effetti, il mitico maestro dell’autore della Teologia
mistica: il ‘libro’ che gli è ascritto – secondo la finzione operata da Stefano
bar Sudaili – sarebbe stato scritto nel I secolo.
Di certo, pensare che “Dio passerà, Cristo cesserà di essere, lo Spirito non
sarà più detto Spirito”, dona cosmica ebbrezza, rende fatui eroi di una sapienza
che supera quella degli angeli. Secondo il cristianesimo estremista di Stefano
bar Sudaili, i nomi sono gusci vuoti, crisalidi efficaci su questa terra ma
inutili nel Regno dei Cieli, dove permane soltanto l’Essenza. Beatitudine
innominata, aliena al nostro bastonarci, qui. Il tempo delle distinzioni, del
bene e del male, del vero e del falso, è destinato a finire in virtù della
riconciliazione ordita dalla Divina Mente.
Una pagina del Libro di Ieroteo, con commento, digitalizzato dalla Library of
Congress
Chi ha orecchi tesi, riconosce nell’itinerario tracciato dal monaco di Edessa il
germe dell’Itinerarium mentis in Deum di Bonaventura; nella perpetua lotta delle
mente contro le essenze demoniache agiscono, sì, gli apoftegmi dei Padri del
deserto, ma pure le più orrorifiche rappresentazioni del buddismo: il male non
va scansato ma combattuto, vinto.
Il Libro di Ieroteo, per lo più sconosciuto, propone un ardito percorso di
ascesi intellettuale – un addestramento per non soccombere ai demoni: piacerebbe
a Jorge Luis Borges, se non altro per l’aristocrazia teologica di cui è intriso.
È il libro scritto da un uomo solo – da un cieco veggente – da un folle. Un
libro voluttuosamente anticlericale, che desta dalla letargia la nostra
allegorica mente.
Alcuni studiosi – Arthur Frothingham, docente a Princeton, ha curato un’edizione
pionieristica del Book of Hierotheos, Leida, 1886 – magnificarono il genio
dell’enigmatico Stefano bar Sudaili, “seguace di Origene e della scuola
alessandrina, benché intriso di sapienza gnostico cabbalistica. Proclamò con
audacia le sue dottrine; Filosseno lo descrive come un uomo colto, dedito allo
studio della Scrittura, che interpretava secondo il metodo cabbalistico,
portando all’eccesso questo tipo di esegesi”. Il Libro di Ieroteo, per il suo
carattere esoterico, cifrato, per pochi, finì per rappresentare il genio del
cristianesimo ‘eversivo’, al di là di ogni struttura ecclesiale; un
cristianesimo ‘esclusivo’: “Il fondamento dell’esperienza della mente è la sua
assoluta identificazione con Cristo; ma il Figlio, infine, cede il regno al
Padre e ogni esistenza distinta giunge all’indistinzione, si perde nel caos del
Bene”.
Come molti testi intrisi di neoplatonismo, le ragioni del fascino del Libro di
Ieroteo concordano con i suoi limiti. Il corpo – il centro del cristianesimo – è
del tutto sbiadito, sbriciolato; Cristo è una ‘figura’ che verrà sfigurata nel
giorno della vittoria sul male, è un mero tramite. Eppure, evangelicamente,
tutto converge in Cristo, le sue stimmate sono le canoe del nostro andare da
disadatti; il dono non prevede condono e il creato ha senso soltanto se è
costantemente redento dalla creatura. I nomi sono transitori, è vero, ma il Nome
si staglia perenne, imperituro; il Verbo non occupa le virtù del vocabolario,
l’Altro non è altrove: questo linguaggio ci è connaturato, con i suoi
impeccabili disastri, e l’amore è il modo più potente di essere. All’intelletto,
infine, possiamo pure rinunciare.
***
Dal Libro di Ieroteo
I
Ogni natura intelligente è determinata, conosciuta e compresa dall’essenza che
le è superiore; determina, conosce e comprende l’essenza che le è inferiore –
soltanto alla pura mente pertiene la visione del superiore e dell’inferiore.
Nemmeno alle intelligenze angeliche vengono rivelati i supremi misteri delle
menti sante e pure.
Il Bene che noi glorifichiamo è il potere universale costituente, che provvede e
soddisfa l’Universo dal quale tutte le esistenze distinte, mediante separazione,
sono giunte ad essere e verso il quale desiderano continuamente ritornare.
*
II
L’opera della mente ha per fine la gloriosa ascesa, dacché Dio non desidera che
le menti cadano e vuole riportarle a sé. Coloro che desiderano ascendere devono
unire la Natura-di-Bene che è in loro alla propria essenza, in modo da rimuovere
ogni traccia del principio opposto. Per questo, occorre purificare l’anima e il
corpo, affinché la veste sia candida, spoglia – in caso contrario, la mente
cadrà durante l’ascesa.
Quando la mente ascende, il corpo è come morto e l’anima è tutta assorbita nella
mente – librandosi, liberata, la mente ignora ciò che accade sulla terra. Tutte
le essenze dei demoni, allora, si radunano per opporsi ad essa; ma la mente le
sconfigge e il Signore la solleva con la mano della sua bontà fino al
firmamento, dove urlano le schiere degli angeli: Sollevate il capo, cancelli del
cielo, ché il re della gloria entra!
Quando la mente è resa degna di ascendere al di sopra del firmamento, che è il
muro intermedio della separazione, è come un bambino appena nato che passa dalle
tenebre alla luce.
*
III
…tuttavia la radice del male e del principio opposto non è del tutto sradicata,
ma, raccogliendo le forze, riappare e cresce fino a diventare un albero immenso
i cui vasti rami costringono al buio le menti divine, le alienano dalla perfetta
luce del Bene.
Nel lungo, terribile combattimento che segue, la mente taglia e brucia più volte
i rami dell’albero, ma il male germoglia ancora, ancora, con uguale forza dalla
radice, ancora intatta. Infine, per illuminazione divina, la mente capisce che
deve discendere nelle regioni più basse, dove sono piantate le radici
dell’albero del male. Per la mente inizia ora un doloroso ritorno, attraverso le
regioni che aveva asceso, giù, giù, sotto terra. Lì si scontra contro i feroci
demoni del Nord e del Sud, dell’Est e dell’Ovest, fino a essere uccisa.
Tuttavia, Cristo, la grande mente, si rivela, apre le porte dello Sheol e
riporta in vita la mente, la solleva dalle regioni infere. Di nuovo, allora, la
mente compie la seconda ascesa verso le regioni che già conosce e diventa degna
del battesimo spirituale, in Spirito e fuoco, senza il quale non esiste vita.
A questo punto, non esistono più ostacoli: la mente non è semplicemente simile a
Cristo ma a lui identica, degna del premio del sacerdozio divina, degna di
unirsi al Bene. La mente, ora, non è più mente ma Figlio, operando secondo la
Sua volontà, che giudica, crea e vivifica, ordina e costituisce.
*
V
La Mente Divina varcherà i cancelli dello Sheol e le essenze dei demoni si
riuniranno per combatterla – ma verranno distrutte, trafitte; illuminate le
menti che vivono nel tormento, liberate, perdonate.
Anche le regioni infernali verranno illuminate e perdonate: non saranno meno
luminose dei regni celesti.
Ora che la mente ha scacciato da sé la natura avversa, desidera sradicare
l’origine del male e taglia l’Albero della Vita. Tutte le menti un tempo schiave
della perdizione ora vogliono unirsi alla Mente Divina, ma tramite il Figlio
verranno impartiti i tormenti. La mente discende nel luogo del Principe delle
Tenebre; la mente si immerge oltre lo Sheol, nell’abisso degli abissi, nel luogo
sotto ogni luogo, dove sono le radici del male, che desidera distruggere.
Dopo aver decretato il Giudizio, la mente vuole vedere l’Essenza Insensibile,
l’essenza ribelle. Essa non ha nome nominato sulla terra né sottoterra; essa non
possiede alcuna natura: chi ne è imprigionato non vedrà resurrezione né vita.
Irrazionale, incosciente, senza vita, insensibile, ha per nome Non-Essere. Fin
dal principio, non recò frutti e cadde – cadde dall’essere mente all’essere uomo
– e fu animale, e fu bestia, e fu demone e demonio e infine, avendo abbandonato
completamente il Bene e la Natura, fu nulla. Nonostante la mente gli tenda la
mano, non si sottomette.
Tutto è compiuto, ora, nei sotterranei del creato e mentre la mente compie la
sua ascesa, mossa dal desiderio di farsi Padre, vede le spoglie di chi ha ucciso
e desidera risorgerli e misericordia la comprime. Allora elargirà il bene a
tutti, ai giusti e ai malvagi, e tutti farà simili a lei. Tutte le menti che
discendono dall’Essenza alla Divina mente ascenderanno perché Voi siete
fratelli, in verità, ossa delle mie ossa, carne della mia carne, è detto.
Questa è soltanto una piccola parte della glorie della Mente quando è
confusamente mescolata al Bene del Creatore universale.
Resta da dire della divisione tra unione e assorbimento e mostrare se Cristo
sia unito o assorbito al Creatore. Nell’unione ciò che è distinto sembra
indistinguibile ma è retto dal principio di distinzione. Al contrario, in ciò
che è assorbito non si nota alcuna distinzione. A Cristo diamo il nome di unione
– per ciò che è assorbito non esiste nome.
Tutte queste dottrine, figlio, ignote anche agli angeli, te le ho rivelate
benché le debba espiare con il disprezzo dei miei simili. Sappi dunque che
l’intera natura sarà confusa con il Padre: nulla perirà o sarà distrutto – tutto
tornerà, santificato, unito, confuso. Dio sarà tutto in tutto. Anche l’inferno
passerà e i condannati saranno liberati.
Tutti gli ordini e le distinzioni cesseranno – Dio passerà, Cristo cesserà di
essere, lo Spirito non sarà più detto Spirito. Resterà l’Essenza.
Allo stesso modo in cui ogni natura razionale è governata dalle sue leggi, così
ogni natura irrazionale obbedisce a leggi speciali.
*In copertina: William Blake, “Pity”, 1795 ca.
L'articolo “Dio passerà. Resterà l’Essenza”. Intorno al trattato mistico di
Stefano bar Sudaili proviene da Pangea.
Uno scienziato polacco in Asia, un positivista tra gli idoli e gli asceti, fugge
dal materialismo dentro le viscere della terra. Questa è la vertigine che prende
l’anima quando si sfoglia Bestie, Uomini e Dei, l’opera maledetta di Ferdinand
Ossendowski. Sono pagine che danzano tra la rivelazione e l’eresia. Siamo nel
1922, l’Europa lecca ancora le ferite della Grande Guerra, e questo polacco
esploratore e fuggitivo scaraventa nel mercato editoriale occidentale
un’avventura che – forse mai avvenuta, almeno così come narrata – popolarizza un
immaginario fino ad allora non esoterico, ma inscrutabile.
La storia inizia con una fuga. Sempre con una fuga iniziano le grandi
apocalissi. Ossendowski scappa dai bolscevichi, attraversa la Siberia ghiacciata
alla ricerca di uno spiazzo sicuro, ma ciò che trova è molto più inquietante: il
Regno sotterraneo dell’Agartha e il suo enigmatico sovrano, il Re del
Mondo. Un’entità che governa l’umanità dalle profondità della Terra, tirando i
fili invisibili della storia come un burattinaio cosmico. Nel cuore della
Mongolia devastata, Ossendowski incontra Roman von Ungern-Sternberg, figura
onirica che sembra uscita da un incubo sciamanico. Il barone, membro di una
famiglia protestante con radici vichinghe – così riporterà Julius Evola nella
prefazione –, si è trasformato in una sorta di messia guerriero, convinto di
essere lo strumento del destino orientale. Ungern non combatte per la politica,
ma per un’escatologia più alta. Consulta lama e oracoli prima di ogni battaglia,
vive in uno stato di ascesi guerriera che terrorizza anche i suoi seguaci
mongoli.
Nel 1939, Heinrich Harrer avrebbe tentato di scalare il Nanga Parbat per onorare
la Germania, ma già negli anni ’20 il fascino magnetico dell’Oriente esoterico
aveva catturato l’immaginazione europea. Ungern cattura Urga (l’odierna
Ulaanbaatar) nel 1921, restaura il Bogd Khan, l’ultimo sovrano buddhista della
Mongolia, ma la sua parabola dura pochi mesi. L’Armata Rossa lo cattura e lo
fucila, ma il seme delle sue visioni continua a germinare nell’anima di
Ossendowski.
> “Morirò! Morirò!… Ma non importa, non importa… La causa è sulla buona strada e
> non perirà con me… So che vie seguirà la causa. Le tribù dei successori di
> Gengis Khan si sono destate. Nessuno potrà mai spegnere il fuoco che arde nel
> cuore dei mongoli! In Asia sorgerà un grande Stato esteso dal Pacifico
> all’Oceano Indiano e fino alle rive del Volga. La saggia religione del Buddha
> si espanderà al Nord e all’Ovest. Sarà la vittoria dello spirito.”
L’Agartha di Ossendowski non nasce dal nulla. Il concetto era già stato
sviluppato da scrittori occultisti come Saint-Yves d’Alveydre, che aveva
descritto Agartha come un regno ancora esistente all’interno della Terra,
raggiungibile attraverso la proiezione astrale. Ma il polacco pretende di aver
sentito queste storie direttamente dalle fonti orientali, dai lama tibetani e
dai saggi mongoli. Una testimonianza, vera o fasulla che sia, che possiede una
forza suggestiva impressionante. Spesso collegata alla teoria della Terra cava,
Agartha è descritta come un regno nascosto abitato da esseri avanzati che
possiedono una saggezza profonda. Le tradizioni induiste parlano di Shambhala,
il regno nascosto della saggezza. Nicholas Roerich, filosofo ed etnologo russo,
rimase scioccato nel 1926 quando, attraversando le montagne dell’Asia Centrale,
lui e le sue guide videro un incredibile globo dorato che fluttuava nel cielo.
Ma l’Agartha di Ossendowski è diversa dalla Shambhala di Roerich. Quest’ultimo
vedeva il regno nascosto come una promessa di evoluzione spirituale, legata al
New Age e all’avvento di una civiltà più illuminata. Ossendowski, invece,
dipinge Agartha come un centro di potere che governa il mondo in segreto, una
teocrazia sotterranea che muove le pedine della Storia dall’ombra.
Le testimonianze che Ossendowski raccoglie sono di una potenza visionaria
sconvolgente. Un lama gli racconta che il Re del Mondo è apparso cinque volte
durante le antiche festività buddiste in Siam e India, viaggiando su un carro
splendido trainato da elefanti bianchi ornati d’oro. Portava un mantello bianco
e una corona rossa, da cui pendevano frange di diamanti che gli coprivano il
volto. Benediceva il popolo con una mela d’oro sormontata da un agnello. I
ciechi riacquistavano la vista, i sordi l’udito, i malati camminavano e i morti
uscivano dalle tombe ovunque passasse il Re del Mondo. Centoquarant’anni prima
della testimonianza del lama, il sovrano sotterraneo era apparso a Erdeni-Dzu e
aveva visitato i monasteri di Sakkia e Narabanchi Kure. Uno dei Buddha incarnati
e il Tashi Lama ricevettero da lui un messaggio scritto in lettere sconosciute
su tavolette d’oro. Nessuno riusciva a decifrare la scrittura, finché il Tashi
Lama non entrò nel tempio, si pose le tavolette sul capo e iniziò a pregare.
Attraverso la preghiera, i pensieri del Re del Mondo penetrarono nel suo
cervello, permettendogli di comprendere e attuare il messaggio.
Fu con il libro di Ossendowski che il mito e l’idea di Agartha esplosero
definitivamente. Bestie, Uomini e Dei diventa un bestseller, influenza
occultisti, scrittori e – cosa nota – anche i gerarchi nazisti. La spedizione
tedesca del 1938 in Tibet cercava il mitico regno dell’Agartha tentando di
dimostrare la Teoria della Cosmogonia Glaciale. Il fascino per l’Agartha da
parte del Terzo Reich non era casuale. L’idea di una stirpe superiore nascosta
nelle viscere della Terra, depositaria di saperi arcani e di poteri
soprannaturali, si sposava perfettamente con alcune derive völkisch.
Il mistero dell’Agartha continua a ossessionare l’immaginazione
collettiva. Ossendowski intraprese un viaggio epico attraverso l’Asia Centrale,
registrando non solo le sfide ma anche i misteri e le credenze che permearono
queste terre. Che sia verità o finzione, il racconto del polacco che fugge dai
bolscevichi, incontra non l’armata bianca ma il Barone pazzo e la sua setta di
visionari e, infine, discende nelle viscere della terra per conoscere il Re del
Mondo, resta uno degli immaginari più affascinanti e suggestivi nell’incontro
tra Oriente e Occidente, nella guerra tra materialismo e spiritualità, qualcuno
direbbe tra Storia e Mito.
> “Il Re del Mondo apparirà al cospetto di tutte le genti quando per lui verrà
> il momento di guidare tutti i popoli buoni del mondo contro i cattivi; ma
> questo tempo non è ancora giunto. Il più malvagio degli umani non è ancora
> nato”
Andrea Falco Profili
*In copertina: una mappa tratta dal “Mundus subterraneus, quo universae denique
naturae divitiae” di Athanasius Kircher
L'articolo Tra storia e mito: il leggendario viaggio di Ossendowski alla ricerca
del Re del Mondo proviene da Pangea.
Di solito, indossa ampi cappelli: il sigaro e la camicia larga conferiscono al
profilo un ardore à la Indiana Jones; l’entusiasmo, a vertigine, un certo
titanismo negli occhi, lo rendono, piuttosto, un soggetto degno di Friedrich, il
protagonista di un romanzo inglese dei primi del Novecento, di ampi porti in
luoghi esotici, arricchito da esoterici vagabondi. Di solito, alle spalle
di Guido Mina di Sospiro appaiono paesaggi suggestivi: liane amazzoniche, templi
minoici, canyon. Nato in Argentina da famiglia di alto lignaggio, studi a
Milano, vita negli Stati Uniti, una volta mi ha scritto dal Giappone – o dalla
Patagonia, non ricordo. Ha una casa a Todi, a cui approda, di tanto in tanto. Ha
praticato come musicista – tra l’altro, con l’ungherese Miklós Rózsa, tre volte
Oscar “alla migliore colonna sonora” – e come cineasta – Heroes and Villains,
cercatelo in rete, è stato realizzato con un gruppo di amici nel 1978 –; ha
scritto tanto. La sua vita furibonda nella California degli anni Ottanta rimanda
ai romanzi di Bret Easton Ellis: Guido non lo ha letto, e con rabbiosa
schiettezza mi dice di preferire Borges. Lo vedrei bene come allevatore di
centauri.
Guido Mina di Sospiro, uomo in direzione contraria all’editoria dominante, ha
scritto tanto, è stato tradotto ovunque. Il suo libro di maggior successo,
forse, è The Metaphysics Of Ping-Pong: uscito nel 2013 nel mondo inglese, è
stato recepito da Ponte alle Grazie tre anni dopo; lo stesso editore, nel 2017,
ha pubblicato Sottovento e sopravvento, una specie di “romanzo filosofico
d’azione” (così Maurizio Ferraris), che sovverte il candore del ‘genere’. Da
allora – Rizzoli, tra 2002 e 2003, ha pubblicato L’albero e Il fiume –
dell’autore, in Italia, si sono perse le tracce. Incessante è tuttavia la sua
attività letteraria negli altri mondi; scrive, tra l’altro, sulla “New English
Review”.
Quest’anno le reticenze – Mina di Sospiro è ostile al mainstream narrativo che
va per la maggiore – si sono dissigillate: Bietti ha tradotto Il libro proibito,
un noir teosofico scritto dall’autore insieme Joscelyn Godwin, studioso di
occultismo, esoterista, autore, tra l’altro, di testi su Robert Fludd, Fabre
d’Olivet, René Guenon e Julius Evola. Quest’anno, Lindau ha invece
pubblicato Terrore e musica, libro in cui, in sostanza, Mina di Sospiro parla
della sua Milano dilaniata dagli Anni di Piombo, tra i Talking Heads (in
appendice, l’autore impila una “lista di compositori, composizioni, musicisti,
gruppi, brani e dischi a cui si fa riferimento nel testo”, tutta da ascoltare) e
le Brigate Rosse. “Questo libro tratta della città in cui sono cresciuto,
Milano, nella quale rischiavo la vita quotidianamente pur senza mai volerlo. Né
intendevo, in quel luogo e in quel periodo… intorno a me tutto era diventato
improvvisamente così strano, era come se io vivessi in un altro mondo, da
straniero nella propria città”, confessa l’autore. L’attacco del libro parte in
contropiede – con David Byrne in sottofondo:
> “È la settimana di orientamento per le matricole straniere alla University of
> Southern California, o USC, a Los Angeles, verso la fine di agosto del 1980.
> Mi viene assegnata una stanza in un dormitorio da condividere con un compagno
> di studi internazionale, un palestinese di centocinquanta chili il cui padre è
> «non potente come il presidente Carter,ma quasi». Più tardi, lo stesso giorno,
> aggiunge che come membro dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della
> Palestina, «ho ucciso tre ebrei». Oddio, penso, il mio compagno di stanza è un
> assassino!”.
Stenio Solinas, che ha scritto di Terrore e musica su “il Giornale”, sintetizza
il ‘clima’ dell’epoca con parole statuarie: “La gran parte dei rivoluzionari
ventenni dell’epoca, dieci anni dopo li avresti ritrovati nei giornali borghesi
che avrebbero voluto bruciare, nelle aziende paterne che avrebbero voluto
bruciare, nelle multinazionali, negli uffici pubblici, dietro quelle cattedre
scolastiche e universitarie che avrebbero voluto bruciare. Tutti
pompieri”. Detto tutto.
Quanto a me, di Guido Mina di Sospiro piace il moto sciamanico, l’ansia del
viaggiatore, il suo essere estraneo – anzi, australe – al mondano. Così, l’ho
cercato. Pare che questa intervista si sia svolta tra Todi e Villa O’Higgins, in
Cile; ma forse è sempre un altro mondo quello a cui tendiamo.
Lui è Guido Mina di Sospiro
Parto da “Terrore e musica”, che è poi un libro autobiografico. A un certo punto
parli del mitico Miklós Rózsa. Ecco, che ruolo ha avuto la musica nella tua
scrittura, nella tua vita?
Un ruolo enorme che ora, però, non c’è più (surfeit). Miklós Rózsa fu uno dei
miei mentori. Quando ero diciassettenne e lui settantenne avevo la beata
incoscienza di mostrargli le mie composizioni, che fra l’altro non gli
dispiacevano. Discutevamo di musica e musicisti, armonia e composizione per ore.
Mi cambiò la vita: fu lui stesso a dirmi della University of Southern
California, dove aveva insegnato composizione succedendo a Schönberg, che era
andato alla UCLA, e dove c’era una famosa scuola di cinematografia. Fu così che
scelsi di lasciare l’Italia incasinatissima e insanguinatissima di allora e, nel
1980, cominciare a frequentare la USC (non fu affatto facile, con esami di
ammissione e complicazioni a non finire, ma ci riuscii).
Nel libro esprimi il tuo giudizio sugli “Anni di Piombo”. Riassumilo per chi ci
legge.
La vulgata che ci è tanto assiduamente propinata, e cioè che la eversione era
per metà di estrema destra e per metà di estrema sinistra, non corrisponde alla
realtà. Ma mi fermo qui. Preferirei che il lettore, leggendo il mio libro che va
dal 1974 al 1980, si rendesse conto, anno per anno, mese per mese, settimana per
settimana, di che cos’erano le grandi città italiane di allora, specialmente
Milano, in cui vivevo.
Non mi pare che parli del “terrorismo nero”. Come mai?
Ne parlo, invece, mettendo nel loro contesto le “stragi di stato” e la
“strategia della tensione”, inizialmente ispirate da gruppi eversivi quali
Ordine Nuovo, ma in seguito adottate da stay-away-governments, dall’Operazione
Gladius, dalla CIA, dalla Masad, dai vari servizi segreti italiani (spesso in
conflitto fra loro), dalla P2, e così via. Ma nelle strade la sopraffazione e le
intimidazioni, la violenza cronica, quotidiana e sempre in crescendo, erano
rosse. Le Brigate Rosse, solo per limitarmi a loro, hanno compiuto 14.000 atti
di violenza nei primi dieci anni di attività, dal 1970 al 1980, quasi 4 al
giorno. Nessuna organizzazione clandestina di estrema destra si avvicina nemmeno
lontanamente a tale media da mattanza.
Come nasce “Il libro proibito” e qual è il suo nucleo incandescente, il cuore
esoterico? Insomma, come dobbiamo leggerlo?
Anni fa c’era la moda del romanzo cosiddetto “esoterico”, che in certi casi
diventava molto essoterico, con vendite di milioni di copie. Joscelyn Godwin –
una delle menti più geniali al mondo, autore, traduttore ed editor di oltre
quaranta libri – ed io pensammo che, come scherzo o jocus severus, avremmo
potuto scrivere un romanzo veramente esoterico. Nel senso che quelli in voga
allora partivano invariabilmente da un mistero “magico” che però poi veniva
risolto dal solito ispettore con i soliti mezzi razionali. Noi invece, avendo la
formazione esoterica necessaria, che nessuno di tali scrittori ha, ci
ripromettemmo di partire da un mistero magico e risolverlo… con la magia, nel
mentre prendendo in giro il classico ispettore. L’approccio ha funzionato: a
oggi, oltre all’originale inglese, sono state pubblicate dieci edizioni
straniere.
Le ideologie saranno pure defunte, non certo le idee di mondo: qual è la tua?
Intendo: che senso ha vivere, cosa c’è dopo questa vita?
Dovresti darmi un milione di euro per ciascuna risposta, ammesso che io le
azzecchi. Cominciamo dallo stato di cose di questo mondo occidentale
despiritualizzato: oltre un secolo fa Wittgenstein ha dichiarato senza ombra di
dubbio che la metafisica era morta, e da allora la filosofia s’è tramutata in
sofismi. Pertanto se un povero cristo in buona fede si pone domande quali le due
che mi hai posto tu, non troverà risposta nella filosofia dell’ultimo secolo,
che si è persa in stupidaggini, Sprachspiele e logorrea. Se per “idea di mondo”
intendi, come credo, Weltanschauung, la mia si rifà all’opera di Alfred North
Whitehead, il quale, mentre Wittgenstein e poi la Scuola di Vienna davano per
morta e sepolta la metafisica, scrisse uno dei libri di metafisica più
importanti di sempre: Process and Reality. A mio avviso, l’unica ragione per cui
la riflessione metafisica rimane necessaria, forse più che mai, è che la nostra
coscienza moderna ha perso contatto con la propria esistenza cosmica e quindi
necessita di una giustificazione intellettuale. Prima che Omero mettesse la
penna sulla pergamena e parodiasse gli dei, l’anima umana non sperimentava
alcuna separazione tra il Logos del mondo (significato) e la sua esistenza
(fattualità), e quindi non aveva bisogno di credenze religiose. La divinità
viveva e respirava in mezzo alle creature della terra e del cielo. Lo shintoismo
dice lo stesso, incidentalmente.
La cosmologia panteistica di Whitehead intende correggere la tradizionale
visione religiosa di Dio come sovrano e onnipotente. La sua cosmologia dotata di
un’anima intende correggere la visione filosofica moderna secondo cui l’uomo è
separabile dalla natura, o la mente separabile dalla materia. Il potere, per
Whitehead, diventa persuasivo poiché estetico, piuttosto che coercitivo poiché
meccanico. Dio non arriva dall’aldilà per progettare il mondo a suo piacimento,
né lo fa la coscienza umana. Per Whitehead la “concrescenza” è il nome del
processo in cui “l’universo delle molte cose acquisisce un’unità individuale in
una determinata relegazione di ogni elemento dei molti alla sua subordinazione
nella costituzione del nuovo ‘uno’”. La concrescenza, in altre parole, è
semplicemente il processo di diventare “concreto”, nel senso di pienamente
attuale come occasione reale compiuta. La concrescenza è l’atto del divenire di
entità reali. Dal latino “concrescere”, crescere insieme, è l’atto produttivo,
l’atto del divenire di un atto produttivo, l’atto del divenire di un essere che
è l’insieme. Nella concrescenza, il nuovo essere passa dai suoi componenti nella
loro diversità disgiuntiva ideale agli stessi componenti nella loro
realizzazione. La metafisica di Whitehead, nota anche come filosofia del
processo, definisce la realtà come una rete dinamica di eventi interconnessi o
“occasioni reali” (actual occasions) piuttosto che di sostanze statiche. Mette
in risalto il divenire rispetto all’essere, il cambiamento e il processo
rispetto alla permanenza e le relazioni rispetto alle entità isolate; capovolge
il mito della caverna di Platone. Questa visione considera tutta l’esperienza,
compresa la realtà soggettiva e oggettiva, come unificata all’interno di un
unico cosmo interconnesso.
Chi di voi cercasse di leggere Whitehead senza capirci nulla si troverebbe in
buona compagnia e sarebbe sulla via maestra: l’universo, infatti, non è un
manuale d’istruzioni.
Mi domandi inoltre: cosa c’è dopo questa vita? Ho letto e studiato innumerevoli
testi esoterici di tante tradizioni molto distanti tra loro nello spazio e nel
tempo, e ne ho discusso con tanti pensatori, nessuno dei quali appartiene alla
mainstream. In nuce: oltre cinquant’anni fa David Conway, un magus gallese,
diede alle stampe Magic: An Occult Primer. Maxine Sanders ne scrive come segue:
“Al giorno d’oggi ci sono innumerevoli libri sulla magia. Questo è diverso.
Diverso come quando è apparso per la prima volta nel 1972. Ciò che lo rende
diverso è che spiega al lettore – esperto o principiante, scettico o credente –
che cos’è la Magia, perché la Magia funziona e, soprattutto, come si può
lavorare con la Magia. Pochi libri fanno tutte e tre le cose, certamente non con
tanto stile, erudizione e umorismo.” L’ultimo capitolo s’intitola: Death and the
Meaning of Life (La morte e il significato della vita), e spiega
dettagliatamente che cosa succede all’anima quando si stacca dal corpo che l’ha
ospitata. Confesso di avere smesso di leggere tale capitolo verso la fine perché
mi sembrava fin troppo veritiero, e a me non va che le cose finiscano in quel
modo. Inoltre, esorto i lettori che leggessero Magic: An Occult Primer a NON
cimentarsi nelle arti magiche; non conosco nessun magus che, praticandole, non
abbia subito contraccolpi o ripercussioni, anche molto pesanti, cioè la propria
morte, o quella di un caro. Leggere, sì, e con deferenza; praticare, altamente
sconsigliato.
Che cosa tiene insieme il tuo interesse per i manoscritti alchemici, la musica
colta, il cinema, il “clima” degli anni Settanta italiani?
Sono patologicamente curioso, non mi fido affatto del canone e delle vulgate che
ci propinano e sono allergico al pensiero mainstream. La curiosità non è
necessariamente un dono, però, e spesso invidio i nostri gatti, quattro, uno più
contento e pigro dell’altro. E sin da piccino sono stato abituato all’alta
cultura. Casa nostra era frequentata da personaggi di alto livello, direttori
d’orchestra, cantanti lirici, musicisti, scrittori, poeti, pittori, registi e
così via. In campagna da mio nonno apparivano spesso Mario Soldati e Renzo
Pasolini, entrambi intenti a baciare l’anello. Lo ricordo perché, pur piccino,
mi sembravano comicamente ossequianti. Quindi ho sempre avuto accesso al meglio
nel campo delle arti, e non solo. Più tardi la profonda amicizia con Joscelyn
Godwin (con il quale ho scritto due romanzi), Rupert Sheldrake, Christopher
Sinclair-Stevenson, Gillian Prance e diversi altri pensatori inglesi mi ha
ulteriormente ampliato gli orizzonti.
Negli ultimi vent’anni ho (ri)scoperto la letteratura spagnola e
ispano-americana e leggo principalmente in quella lingua. Gli anni Settanta in
Italia erano sconvolgentemente violenti, ma qua e là, soprattutto nella musica,
anche molto creativi. Secondo Andrea Kerbaker, con il quale fondai il
giornalino La nuova scapigliatura milanese al liceo Leonardo a Milano mi sembra
nel 1977, fra la violenza e la creatività di quegli anni c’è un nesso; io, non
saprei.
Perché non ci siamo riconciliati con gli “Anni di Piombo”? Perché in Italia
parliamo ancora di “fascismo” e di “resistenza” in toni che provocano divisione
più che comprensione?
Perché, e te lo dico con candore, gli Anni di Piombo sono stati il terzo
tentativo nel XX secolo in Italia di imporre il comunismo con la lotta armata:
dopo il Bienno Rosso del 1919-20; dopo la Resistenza, che resistenza non era
bensì guerra civile, del 1943-49 (vedi gli scritti di Claudio Pavone); infine
gli Anni di Piombo. È sempre la stessa matrice. Ad esempio, le P38 che nel 1975
apparvero d’improvviso nelle mani dei militanti di ultra sinistra (“Poliziotto
fai fagotto/ è arrivata la P38!”) altro non erano che le Walther P38, le pistole
d’ordinanza dell’esercito tedesco, sottratte e nascoste dai partigiani che,
trent’anni dopo, le consegnavano ai figli con l’esortazione di “finire la guerra
contro il fascismo”. Ma il fascismo era morto e sepolto, non c’era più, e i
neofascisti erano un po’ come i tartari nel romanzo di Buzzati (che scrisse
nell’Africa Orientale, dov’era amico di mio padre: ne discutevano di sera). Ce
n’erano davvero pochi (alcuni dei quali mortiferi), e quei pochi non si facevano
certo vedere. Essendo la storiografia in Italia saldamente nelle mani della
sinistra, la vera storia del ventesimo secolo non è mai stata raccontata, né
tanto meno assimilata.
Cosa sono stati per te – cosa sono – gli Stati Uniti?
Meriterebbe una risposta fiume, essendoci approdato nel 1980. In nuce, negli
States ho fatto cinema, suonato in un gruppo, trovato moglie alla fine del
Sunset Boulevard in un contesto squisitamente romanzesco, mi sono laureato, ho
fatto il corrispondente per riviste europee di musica e cinema come membro della
Hollywood Foreign Press, fatto figli e messo su famiglia, vissuto in California,
Florida, Virginia, Maryland, conosciuto tutti e più di tutti e fatto amicizia
con grandi menti, scritto libri, libri e poi ancora libri, girato in lungo e in
largo, fatto e perso amici. Una vita. Gli USA mi sono sempre piaciuti per il
loro pragmatismo yankee; ora non li riconosco più perché quasi metà della
popolazione si è lasciata sedurre e indottrinare da un marxismo/globalismo
postmoderno che può portare solo alla fine dell’impero, e che, a parte essere
distruttivo, è, come gli si conviene, riduttivo, roba da duri di comprendonio,
vedi la suprema modestia di Marcuse, quindi intellettualmente tutt’altro che
stimolante, anzi, la morte cerebrale. Degli USA a tutt’oggi mi piacciono gli
spazi; sono appassionato di fuoristrada, e spesso vado nel South-West,
soprattutto a Moab, nello Utah, a cimentarmi nel rock-crawling, disciplina che
consiste nel superare a passo d’uomo ostacoli apparentemente insuperabili con lo
sfondo di una natura selvaggia e meravigliosa. In quanto a cultura, con qualche
eccezione (americani old money, MAI accademici, che sono marxisti e banalissimi)
preferisco frequentare pensatori europei o ispano-americani che risiedono in
America. Gli americani tipici sono bravi a inventare marchingegni straordinari e
a fare soldi. Ma a nessuno dei miliardari della tech interessa l’arte. I
Vanderbilt, Morgan, Rockfeller, Carnagie sono stati rimpiazzati dai Gates,
Bezos, Zuckemberg, Musk, ai quali arte e letteratura interessa meno di zero.
C’è poi un altro Paese che ha avuto un’enorme influenza su di me, specialmente
come scrittore: l’Inghilterra. Ma ne parlerò un’altra volta.
Quali sono i tuoi “maestri” di scrittura, i tuoi lari? In “Terrore e musica”, a
tratti, ho visto l’ombra di Bret Easton Ellis… Insomma, cosa ti piace leggere?
Mai letto Bret Easton Ellis. Casomai c’è l’influenza di George MacDonald Fraser
e della sua serie con Flashman come protagonista. Sono diciassette romanzi che
ho letto e riletto, e i primi libri che ho avuto la necessità di duplicare:
i diciassette tomi nelle casa in America, gli stessi diciassette tomi in quella
in Italia. Figurati che quando abbiamo avuto Rupert Sheldrake ospite da noi,
l’ho convinto a leggere Flash for Freedom!
I maestri di scrittura? Le influenze ormai sono infinite, e spesso insolite,
come ti puoi immaginare. Per esempio nei seguenti versi dell’umile canzonettista
Alvaro Carrillo, tratti dalla sua canzone Sabor a mí trovo più (disarmante,
cruda) poesia che nell’opera omnia di Pablo Neruda:
> “No pretendo ser tu dueño
> No soy nada, yo no tengo vanidad
> De mi vida doy lo bueno
> Soy tan pobre, ¿qué otra cosa puedo dar?”
Non frequento più librerie tradizionali da anni, ma spesso quelle che vendono
libri usati, e ce ne sono molte di più nel mondo anglofono. Entri senza sapere
che cosa stai cercando ed esci, quando la cerca va a buon fine, con una o due o
più gemme la cui esistenza ignoravi fino a poco prima. Mi divertono tutti i
libri della Adventure Unlimited Press, capitanata da quel mattoide di David
Hatcher Childress. Ciascuno di voi lettori dovrebbe leggere almeno un libro di
Graham Hancock, il quale fra l’altro ha inventato un nuovo genere: la narrative
non-fiction, che sembra un ossimoro, ma non lo è. Cominciate da Impronte degli
dei. Alla ricerca dell’inizio e della fine. Non posso non citare almeno qualche
autore di lingua spagnola al di là di Cervantes, Lope de Vega, Leopoldo Lugones,
César Vallejo, Xul Solar e Jorge Luis Borges: mi piacciono molto José Javier
Esparza e Pío Moa. Ce ne sono così tanti altri che l’intervista diverrebbe una
lista, il che non è di grande intrattenimento.
E ora… cosa scrivi? Cosa vorresti scrivere?
Ho appena terminato A Drive Down the Carretera Austral in Chilean Patagonia. Ho
guidato, cioè, fra andata, divagazioni e parziale ritorno, per 2600 chilometri,
da Puerto Montt a Villa O’Higgins, tutti esclusivamente in Cile e per la maggior
parte su sterrato. Le Ande bloccano le nuvole che vengono dal Pacifico, cosicché
la Patagonia cilena è una verdissima foresta pluviale temperata, mentre quella
argentina, un deserto. La Carretera Austral è stata costruita per volere di
Pinochet per poter mobilitare l’esercito contro le incursioni argentine, ma è
diventata un viatico per la natura più bella al mondo, fra vulcani, ghiacciai,
foreste zeppe di maestosi alberi a noi sconosciuti, laghi, fiumi, cascate,
fiordi, isole e isolotti. Il libro l’ho scritto di getto; vado a giorni a Londra
a parlarne con il mio agente letterario. Speriamo che per una volta esca entro
breve. Di solito gli editori, spesso duri di comprendonio, ci mettono anni ad
arrivarci…
*In copertina: David Byrne indossa “The Big Suite”; Stop Making Sense esce nel
1984
L'articolo “Sono patologicamente curioso”. Da Gladio alla Patagonia,
dall’occulto ai Talking Heads: dialogo con Guido Mina di Sospiro proviene da
Pangea.