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Diego Riccobene o della poesia come Uroboro
Esistono autori, nel panorama letterario italiano, di spessore lirico, intellettuale, filosofico di gran lunga superiore alla media. Tali autori sono gli eredi di Dante, Hölderlin, Rilke, Blake, Ceronetti, e percepiscono la lingua con una continuità senza stacchi, senza modernismi, senza politically correct – senza tempo. Li scorgo sempre ai margini – fuori dai dettami del canone – forse per la natura esoterica della loro opera, appunto, per pochi. E, perciò, nascosti, o non compresi pienamente in quanto estranei, poiché in loro si riflette il pharmakos; non sono tenui, aggraziati, borghesi, non scrivono in una lingua poeticamente corretta – rifiutano il diktat “scrivi come parli” – in loro la rivelazione si staglia violentissima, con una parola non comune, una versificazione visionaria che giunge dall’eco di un altrove in quanto dettatura istantanea dello spirito – dagli archetipi junghiani alla catabasi nella nigredo per risalire alchemicamente verso una luminosità estatica – che si rifrange nel versificare riportandolo alla sua palingenesi dove il tempo è sospeso e forte è il legame con il mito.  La parola, allora, il verbo, è deflagrazione ermetica; l’apoditticità si fa necessaria catarsi di un vivere altro, di una passività blanchottiana che accoglie la trasmutazione del piombo in oro. Se penso a questo genere di poeti, che un tempo sarebbero stati osannati, e oggi vengono vissuti come oggetti non identificati nella poesia italiana, ecco, mi vengono in mente: Diego Riccobene, Paolo Pedrazzi, Gianpaolo G. Mastropasqua, Francesco Di Franco, Davide Cortese, Sergio Daniele Donati, Luca Perrone, Graziano Mazza, David Lamantia, Andrea Pedicini, Alessia D’Errigo, Isabel De Santis, (Carlo Ragliani, Flaminia Colella e Isabella Bignozzi sul versante cristiano). Se vogliamo parlare di correnti esoteriche esse si possono scorgere anche tra i più noti Giancarlo Pontiggia, Davide Rondoni, Alessandro Ceni, Silvio Raffo, Rosita Copioli, la mia maestra Luigia Sorrentino, eminentemente hölderliniana.  Si fa tutto un parlare della fine del mito, della morte della poesia oracolare, ma se esiste qualcosa di realmente incrollabile, impossibile da rastrellare nel calderone delle mode e mentalità del momento – le tre M tanto deprecate da Nietzsche – questa è proprio la poesia esoterica, che è tanto più forte quanto più è irriducibile a schemi di comprensibilità essoterica e perciò prosastica. Sono certa di appartenere anch’io a questa genealogia di autori numinosi, antichi e futuri, la cui legge è il rinvenimento dell’origine. Credo che su questi autori si possa fondare una nuova antichissima scuola di poesia di stampo ceronettiano, laddove semplicità e comprensione facile – la parola quotidiana, il parlato, la lingua comune – sono bandite, l’opera si rivela in quanto coerente e potentissimo cammino di iniziazione e catarsi. La poesia – così come la prosa di certa letteratura che considero non narrativa – non è per tutti, per entrarci servono delle chiavi, la prima chiave è la fascinazione per l’altro, per l’oltre, per l’altrove e per il mistero, ma prima delle chiavi esiste una porta e questa è la conoscenza di sé non in termini di sterile autobiografismo ma in quanto gnosi del profondo, catabasi e nigredo. * Oggi parlo di Enchiridion di Diego Riccobene (Tipheret, 2026): una lirica densa, ermetica, accortamente metrica, fortemente corporea. Nella nota iniziale, l’autore ci permette di soffermarci sul processo compositivo che viene descritto attraverso il lessico della Grande Opera: distillazione, fuoco paziente, precipitazione. La marea informe delle visioni viene costretta nel «marmo rigoroso del metro» (ed ecco l’epigramma, la forma breve che recide il superfluo). L’atto dello scrivere non è espressione dell’io, ma una fissazione del numinoso attraverso una «Intelligenza algente» – un’alterità fredda, quasi disumana, che impone il superamento del livore e della putredine per giungere all’elettro, allo specchio selenico. Ogni verso diventa così «cenere di un pianto minerale», «mandamento d’acciaro». Il richiamo all’Enchiridion di Epitteto non è l’unico riferimento antico; vi è l’omonimo libello (l’Enchiridion Leonis Papae, che la leggenda vuole donato da Papa Leone III a Carlo Magno) non a caso: evoca un grimorio, un manuale di formule e talismani protettivi. Qui la poesia si fa istruzione, «grammatica di polvere», formula per «rendere incorporei i corpi e corporei i corpi privi di corpo»– citazione che tocca il cuore dell’alchimia pseudo-democritea e di Zosimo di Panopoli. È il principio della trasmutazione: la carne si fa parola spiritualizzata, e la parola si fa carne cosmica. La menzione del sodalizio artistico (favorito da un’«anima eletta») evoca la grande tradizione dei libri di emblemi rinascimentali e barocchi: l’Atalanta Fugiens di Michael Maier, gli Emblemata di Alciato, la ricchezza visiva del Theatrum Chemicum. L’immagine e la parola scritta non si illustrano a vicenda, ma si riflettono l’una nell’altra per innescare la comprensione intuitiva dell’Oltre. È un’architettura simbolica totale. La chiusura, affidata a Giamblico e al De Mysteriis, tocca il punto cruciale: i «nomi astrusi o estranei», i voces magicae, i nomi barbari che non devono essere tradotti nell’idioma comune per non smarrire il loro furor. C’è una rivendicazione della parola come essere: il linguaggio non descrive il sacro, lo evoca e lo instaura. Chi legge è chiamato non a un’analisi estetica, ma a un atto di fede intellettuale e di «umana misericordia», a non farsi vincere dall’angoscia davanti all’abisso della forma. Un testo datato non a caso in un giorno di Novilunio – il momento del grado zero, della Luna Nera, della nigredo da cui può germinare la nuova luce dell’Arte. * Vi è un preludio che subito mi ha fatto pensare alla poesia gnostica di Guido Ceronetti: > Sento tremore in bocca, l’incompiuto > Dell’infera tensione, sento > Piagnucolare brina dall’orecchio, > L’orecchio cornucopia, il ricco > Dispensatore del giusto collasso > Che si concede e sta scendendo > Se mentre scende tutt’affatto obliquo > Ne cava il mio proscioglimento, > Un peso che m’eccede pur che adesso > Degni il collasso rimordendo > Il morto – e lo riscatti, sempre in tempo. * > Temete l’Uno, voi secondo parto > che siete l’embrionato non mutevole > Alla necessità d’alto principio, > Il magma cui l’argento non ripinse > La placenta di Luna. > Siete enuresi nel laminatoio, > Il mosso dal setaccio che non filtra, > Recidivante; l’arte dell’erioforo > Nell’impartire vita purché vaga, > Lo scorsoio ipogeo. Il primo componimento sembra esplorare il momento del collasso, del cedimento fisico e psicologico, trasformandolo però in un paradosso di liberazione e riscatto. Il testo si apre con un imperativo classico: un monito rivolto al “secondo parto”. Nella filosofia neoplatonica e gnostica, l’Uno rappresenta la perfezione originaria, mentre la materia e la molteplicità (il “due”, la dualità) nascono da una caduta o da una frammentazione. Tale “secondo parto” è descritto come un “embrionato non mutevole”: una forma di vita incompiuta, bloccata, incapace di evolversi o di conformarsi alla legge superiore (“necessità d’alto principio”). L’autore attinge al lessico alchemico. Il “magma” è la materia prima, informe e caotica. L’argento, nel simbolismo alchemico e astrologico, è strettamente legato alla Luna, la quale governa i cicli della nascita, del mutamento e della gestazione. Qui l’argento non ha respinto (“non ripinse”) o non ha fecondato la placenta lunare: siamo di fronte a una creazione infeconda, a una materia che è rimasta grezza, esclusa dal ciclo della purificazione e del riscatto spirituale. L’uso di termini rari, scientifici e arcaici (embrionato, ripinse, enuresi, laminatoio, erioforo, ipogeo) crea un effetto di distanziamento e sacralità. Il poeta non parla al singolo, ma si rivolge a un’intera categoria di “esclusi” o “imperfetti”, condannandone l’incapacità di elevarsi verso l’Uno e descrivendone la sottomissione a una materia pesante, ciclica e sotterranea. “Lavacri sottoterra, cosa vedi/ Da sveglio: nel provarli/ Si strappa ogni maligno luppolo…” Troviamo poi una dichiarazione di poetica, una riflessione meta-letteraria che svela la natura profonda della parola per Diego Riccobene. Il destinatario di questo componimento è il poeta stesso, definito significativamente “Feditore” (colui che ferisce, dal verbo arcaico fedire), descritto nel suo corpo a corpo con una lingua oscura, tagliente e apodittica. “Feditore, continuo ed azzardoso/ Il crittogramma che t’ambascia…”. Il poeta non è un pacifico artigiano della parola, ma un feditore: la sua scrittura ferisce la realtà, squarcia la superficie delle cose, ma al contempo espone lui stesso al pericolo (“azzardoso”). La poesia è un “crittogramma”, un messaggio in codice che provoca angoscia e sofferenza (ambascia). Scrivere non è un atto di consolazione, ma un tentativo continuo e rischioso di decifrare l’enigma dell’esistenza. “Del pólemos / oltre il precetto e l’ornamento viscera”: il pólemos (il conflitto, la guerra eraclitea) è la forza motrice della realtà. La poesia di Riccobene rifiuta la regola accademica (“il precetto”) e l’estetica fine a se stessa (“l’ornamento”); la sua è una lingua che si fa “viscera”, che scava nella carne.  > Che l’abbraccio dell’Ogni dal triregno > Iscusato per liquida ossessione > Ci bisogni – di troppa purità, > Lo specchio, il dado, la manducazione. > Tu così la dicevi? > Mutamento: nemmanco dal materico, > E ti scotevi tra la guaina e il fango. Tale componimento si muove su una linea di sarcasmo teologico e disperazione gnostica. Se i testi precedenti mettevano in guardia dal cedere a consolazioni basse (il “gotto”), qui l’autore alza il tiro e prende di mira le grandi consolazioni metafisiche, i dogmi della salvezza e i rituali sacri, rivelandone l’insufficienza di fronte alla brutalità della materia. Il tono è quello di un dialogo intimo, quasi una disputa filosofica tra l’io lirico e un interlocutore (“Tu così la dicevi?”), in cui si smaschera una menzogna spirituale. > Obbedisce allo spettro: che salvifica > Avvedutezza, che contristamento > A disserrare dall’Ineffettivo; > Che balordo d’un giudice, la cispa > Commessurata qui nell’infermiccio, > Nel guiderdone assurdo del distinguere. Dopo aver demolito le consolazioni religiose e la pretesa di purità (l’abbraccio del “triregno”), l’autore si confronta qui con il tribunale della coscienza, della legge e del giudizio, rivelandone l’intrinseca assurdità e impotenza di fronte all’infermità dell’esistere. Il tono è sarcastico, sferzante, dominato da esclamazioni che oscillano tra l’amarezza e il disprezzo. La poesia è questo entracte: una voce che si leva a stento tra una degenza e l’altra, provvisoria, dolorosa, ma finalmente liberata dal peso della “troppa purità”. Riccobene compie un’operazione di demistificazione morale. L’uomo che nei testi precedenti cercava la “troppa purità”, il “silenzio col mastice” o il “giudizio”, viene qui colto nella sua realtà più meschina: quella di chi protegge le proprie piccole rendite di posizione (vitalizi), nascondendo la vergogna (onte) sotto gesti di finta fermezza (la lama).  Chi scrive o chi parla abita una condizione di malattia sacra, di isolamento o di stasi forzata, dove «trema la tua ghiandola» — un richiamo viscerale, forse alla ghiandola pineale cartesiana, la sede dell’anima e del contatto con il numinoso, che qui sussulta, instabile. Poi, il movimento della sparizione e dell’errore: > Diresti che smateria, e tendi il dito > Ad altra tana, come > Avessi scelto: > Più dietro, solo dietro, erroneamente. La materia si rarefà, perde peso («smateria»), e il gesto di tendere il dito verso un’«altra tana» simula una scelta, una direzione, una fuga. Ma è un’illusione. La vera direzione è una regressione, un movimento cieco e ostinato verso l’origine o verso il rimosso: «Più dietro, solo dietro». Quell’avverbio finale, «erroneamente», sigilla il testo con una lucidità spietata. È l’errore necessario, il vicolo cieco in cui la mente si caccia quando tenta di mappare il proprio stesso vuoto. I versi procedono per contrazioni e spezzature, sarchiando il respiro del lettore. Riccobene si muove su un crinale di vertiginosa astrazione formale e solennità liturgica, dove il lessico — arcaico, curiale, quasi cancelleresco (supputarla, clìpei, primicerio, essuffli, pasturale) — viene utilizzato come una corazza barocca per contenere una tensione erotica e intellettuale affilata. Un componimento si apre con una linea geometrica e geografica insieme: «Sottilità dall’anca alla vallea».  > Oh legittimamente! Ti si lascia > Il tentativo, senza preferire > Un abolito seno e dal suo boccio > Tardare appena sulla cima, > Un segretarsi papillare e sciocco > Credendo misurato il giusto > Al difetto, il reciso del cordone > Al cómpito: irrigare peristili > Dianzi le catene del Crescente > (E misurarne a sbaglio la solvenza) > Sconviene a evocazioni nostre. Appare la nettezza del taglio biologico, «il reciso del cordone». Ma chi ha subito quel taglio devia la propria energia vitale verso un «cómpito» geometrico e alieno: «irrigare peristili/ Dianzi le catene del Crescente». I peristili (i porticati classici, spazi aperti ma rigidamente recintati) e le catene del Crescente evocano un’architettura monumentale, esoterica, una griglia fredda che si tenta di fecondare artificialmente. Il finale cade come una scure: «Sconviene a evocazioni nostre». La voce che parla si distacca nettamente. Si definisce attraverso un “noi” regale, o forse una congrega di spiriti affini, dediti a un’altra specie di chiamata. Le nostre evocazioni non appartengono al rimpianto del seno materno né alla manutenzione dei templi deserti. Esigono il rigore dell’acciaio e della cenere, non la misurazione distorta del difetto. > La quiete t’impone di affacciarti > E sbirciare il fattore, > Traspirato dal dente nel sudario > In faccende per auto- > Agnizione: del coito, sto dicendo. > Permutare il puerperio col diaspro > Benché proprio quiete > – Intuirai – la si voglia travagliando. In questo frammento l’idillio bucolico della «quiete» viene squarciato e riscritto attraverso una lente spietatamente biologica e minerale. La quiete non è pacificazione, ma un dispositivo coercitivo: «La quiete t’impone di affacciarti», costringendo l’occhio a una postura voyeuristica, a «sbirciare il fattore». Ma il “fattore” non è la figura georgica del contadino; è l’agente biologico, il principio generativo che si manifesta attraverso un’immagine di spaventosa densità corporea e mortifera: «Traspirato dal dente nel sudario/ In faccende per auto-/ Agnizione: del coito, sto dicendo.» La seconda parte opera la trasmutazione alchemica, il salto dal viscerale al geometrico. Il «puerperio» (il tempo del sangue, del parto, della carne lacerata e della generazione umida) viene permutato, scambiato, con il «diaspro». Si sostituisce la fluidità calda della nascita con la durezza silicea, opaca e venata di una pietra dura. È la fissazione della carne nel minerale, il coagula che stringe il sangue in gemma. Il paradosso finale svela il meccanismo: questa quiete minerale (il diaspro) la si ottiene solo attraverso il polo opposto, ovvero «travagliando». Il linguaggio non fa sconti: si muove per imperativi (volta, componi, penditi, porta), ordinando azioni che somigliano a un esorcismo o a una condanna autoimposta. > Volta gli anfratti ai fedeli > E agli imputati, componi un chirottero > Sopra le ovaie internandolo > Per che cunicoli come un ossesso. > Penditi un nodo alla lingua > Dopo i tuoi vespri, che deve passare > Dal basamento, succhiare lo stasimo > Se mai volessi bagnarti; > Puoi rivelarmi che l’essere edace > Lucra fatica al novembre degli altri. > Porta il coniglio a tuo padre. La parola trattenuta, annodata, deve farsi pesante, scendere fino al «basamento» (la pietra d’angolo, la base dell’edificio o della colonna vertebrale) e «succhiare lo stasimo» — immobilizzare il coro, prosciugare l’intervallo tragico. La purificazione o l’iniziazione («se mai volessi bagnarti») esige il prezzo di questo strozzamento. Il coniglio — animale sacrificale per eccellenza, legato alla terra, alla tana, alla prolificità indifesa e spesso alla ritualità domestica o rurale — diventa l’offerta da recare all’origine, alla figura del padre.  * La postfazione di Maria Laura Valente è un saggio sulla poesia di Riccobene, difatti ci rivela che: il titolo rimanda al greco Ἐγχειρίδιον (ciò che si tiene in mano, un manualetto), evocando un sapere portatile e intimo destinato al “viandante solitario” di stampo junghiano. Valente rintraccia una vera e propria “stirpe” dietro questo titolo: dall’antico Manuale di Epitteto (stoicismo) all’oscuro Enchiridion magico attribuito a Papa Leone III, fino all’alchimia secentesca di Heinrich von Schultheiss. L’opera di Riccobene si inserisce in questa catena in cui il libro non è solo da leggere, ma è un portale (liber librum aperit). La scrittura di Riccobene usa un “verbum torsionale” (una parola densa, minerale, che si avvita su se stessa) che agisce come un pharmakon (cura e veleno insieme). Chi legge non è un semplice spettatore: viene travolto e posseduto dal testo come da un daimon. È chiamato a partecipare attivamente alla liturgia della decifrazione, a “bruciare il verbo” e a trasformarsi attraverso di esso. Il saggio si chiude analizzando la poesia finale (che si apre con l’imperativo «Volta gli anfratti ai fedeli / E agli imputati» e si chiude col mandato «Porta il coniglio a tuo padre»). Il coniglio è visto come animale ctonio e lunare, la cui tana (cuniculus) rappresenta il budello del laboratorio alchemico. Offrirlo al padre (l’Artefice) significa consacrare l’opera.  La struttura di Enchiridion, di conseguenza, non si chiude in modo lineare ma si rivela un Uroboro (il serpente che si morde la coda): un ciclo eterno in cui la materia verbale viene continuamente consumata e rigenerata, lasciando il lettore su una soglia perennemente aperta verso una nuova trasformazione («limen aureum in aeternum aperiatur»). Ilaria Palomba *In copertina: il drago che si morde la coda nel “De Lapide Philosophico” (XVII secolo) L'articolo Diego Riccobene o della poesia come Uroboro proviene da Pangea.
July 4, 2026 / Pangea
“L’inganno sta all’origine”. Su complottismo, esoterismi New Age e altre disastrose amenità
Instancabile indagatore di ogni possibile piega dell’Iran preislamico, studioso di ierofanie gnostico-manichee capace di coniugare alla filologia le istanze di una rara mente speculativa, Ezio Albrile conta al suo attivo centinaia di saggi di storia delle religioni. Proprio l’impianto ferreamente speculativo delle sue ricerche lo differenzia nel profondo dai suoi colleghi filologi puri e ne fa quasi una sorta di Mircea Eliade italiano, non fosse che l’approccio antiriduzionista di Albrile mal si coniuga con quello del grande studioso rumeno. Albrile taccia proprio Eliade (e il suo miglior discepolo, Ivan Petru Culianu) di esiti potenzialmente riduzionistici: > “I grandi scenari fenomenologici proposti da Eliade deragliavano nella > comparazione più spregiudicata e ‘new Age’: tutto assomiglia a tutto e quindi, > per assurdo, a nulla. La storia scompariva, ma scompariva anche la ‘fede’ in > senso tradizionale”. Nell’eclisse dello storicismo a obnubilarsi sono proprio le categorie discriminanti: si assiste a un paradosso, ma si torna proprio all’hegeliana “notte in cui tutte le vacche sono nere”. Albrile è partito nella sua estesissima bibliografia da parametri più ‘accademici’ e disciplinari per compiere progressivamente cortocircuiti spaziotemporali e categoriali con la cultura ‘popolare’, ancora con tanto sospetto guardata dalle accademie, abbracciando nel suo onnivoro discorso la musica pop-rock (un suo volume discorre dei Led Zeppelin esoterici), la letteratura e il cinema underground, ecc., individuando ascendenze gnostiche più o meno consapevoli e mediate perfino in questi ambiti.  Anche il ‘complottismo’ contemporaneo è per Albrile una reviviscenza moderna di antiche mitologie gnostiche semplicemente rivisitate e adattate alle contingenze moderne. Nel suo freschissimo volume Crimini esoterici. Il volto sacrificale del potere (Edizioni Aurora Boreale, Prato, 2025) Albrile torna proprio sulla nozione di ‘complotto’ e sull’idea centrale del ‘sacrificio’, termine che, peraltro, non ha affatto una valenza unica e data universalmente.  In questo volume breve ma densissimo, sia concettualmente che per quantità di riferimenti culturali, lo studioso manifesta tutto il suo disagio nei confronti di una Distopia non più oggetto di proiezione mentale nel futuro, ma attuale e incalzante, calata nella vita presente. Il mercantilismo e il mercimonio puro paiono improntare il mondo che ci circonda, riducendo tutto a dato meramente materiale, ‘economico’ nel senso più deteriore.  All’incubo di un mondo dominato dalla pura mercificazione, innanzitutto della persona, sembra opporsi il fondamento della Tradizione. Al presente e al futuro distopici ammantati di biopolitica e Transumanesimo e a una democrazia sempre più ridotta a flatus vocis, a puro oggetto del desiderio, sembra opporsi in queste pagine la possibilità di un ritorno ai valori metastorici e sovratemporali. Albrile non prospetta direttamente una via di fuga dalla prigione del presente ma, almeno in filigrana, ci pare questa l’unica prospettiva ‘positiva’ che se ne possa evincere. Ingabbiati da una contingenza implacabile e paralizzante, solo volgendo lo sguardo oltre di essa e tornando a una prospettiva sovratemporale si può attuare una metanoia, una rigenerazione interiore e salvifica. La prospettiva è unicamente individuale, sottratta smagatamente alle illusioni delle grandi utopie sociali, di ogni collettivismo che sacrifichi l’individuo. Il libro di Albrile scandaglia nelle varie mitologie antiche come nello snodarsi della cultura occidentale il perpetuarsi delle dinamiche sacrificali per autoconservare il potere.  Punto di partenza teorico iniziale sembra essere lo studio su Il sacrificio di Cristiano Grottanelli, figlio di Vinigi Grottanelli, il celebre “etnologo del Duce”, ma Albrile imbocca poi altre diramazioni totalmente originali, finendo poi in una sorta di crescendo sacrificale in cui si affollano Licio Gelli, la P2, il Priorato di Sion, le stragi italiane degli anni ’70, in un inquietante quadro d’insieme dove si annulla ogni distinzione tra storia, mito e sospetto.  Il sacrificio è sempre un atto fondante, il porre le basi di una nuova gerarchia sociale e di un nuovo ordine, sia che si tratti di una cosmologia mitologica sia che tali mitologemi si calino nella storia innescando nuove eppure sempre antiche dinamiche socio-politiche. Un sacrificio, un atto cruento, fonda quasi tutte le antiche culture e civiltà: lo smembramento dell’essere primordiale nell’inno al Purusa del Rgveda, il corpo mostruoso della demonessa Tiamat nell’Enuma Elis, la morte di Gayomard nella mitologia iranica, il mito prometeico narrato da Esiodo, l’uccisione di Remo da parte del fratello Romolo, ecc. Perfino filosofie che nell’odierna e distorta percezione New Age non si penserebbe di ricondurre a tale matrice sono impregnate nel profondo dall’ archetipo sacrificale. Nel suo profondissimo saggio sullo Yoga, ad esempio, Mircea Eliade poneva ad origine di tale disciplina proprio la progressiva interiorizzazione del sacrificio rituale.  Nel libro di Albrile, la dinamica sacrificale si allarga dalle cosmogonie antiche alla storia contemporanea, lambendo gli anni del Terrorismo nero, del delitto Moro, della P2. La dottrina del sacrificio e della sua azione pratica divengono centrali, ad esempio, nel Gruppo dei Dioscuri di Julius Evola, ideologo di una sorta di ‘aristocrazia guerriera’ improntata a un razzismo non più biologico ma spirituale. Le nuove mitologie (che sono poi mitologie vecchie e talora decrepite) create trasversalmente dalla cultura di destra come da quella di sinistra si uniscono nel negare ogni più serio riferimento a un proletariato culturale ormai privato di una sua identità profonda. La destra esoterica e la società consumistica e turbocapitalistica attuali si combattono più verbalmente che nella realtà, avendo bisogno entrambe di una massa ineducata cui dare in pasto il proprio polpettone New Age. Annota Albrile: > “Anni fa i più disperati figli del nulla si davano al terrorismo; oggi si > lasciano affascinare magari dalle filosofie finto-mistiche o finto-orientali > oppure approdano a un satanismo non meno da baraccone. Purtroppo, anche molti > nuovi adepti del ‘mistero Graal’ appartengono a queste super nutrite ed extra > accessoriate schiere di occidentali che brancolano cercando qualcosa, ma senza > sapere né che cosa cercano né come cercarlo”.  Nell’affilata polemica di Albrile a farne le spese sono anche grandi nomi istituzionalizzati come l’Italo Calvino del Cavaliere Inesistente e l’Umberto Eco del Pendolo di Foucault, le cui operazioni parodistiche sono in realtà politicamente indirizzate. Esse “inglobano, rovesciandone il segno, le moderne riletture sincretistico-occultistiche del mito”, conducendole al punto estremo di non-ritorno.  In questo densissimo excursus che spazia dall’antichità alla saga del Graal, dai Templari alle neo mitologie sacrificali della modernità (o postmodernità), le dinamiche di autoconservazione e perpetuazione del potere paiono essere sempre le stesse, oltre le forme storiche e i singoli governi.  > “L’inganno sta all’origine: la trasformazione dell’intento iniziale in una > strategia predatoria”. In uno scenario tanto cupo si innescano le nuove teorie del complotto, a loro modo consolatorie nel fornire una spiegazione anche all’irrazionale e all’aleatorio. Con tutto quel che ne consegue e con la profonda ambivalenza se non ambiguità dell’idea stessa di complottismo. Complottismo può essere così il cumulo delle teorie più improbabili e inverificabili messe in circolo ad arte per depistare da uno sforzo conoscitivo vero come la macrocategoria di comodo in cui si relega ogni dissenso nei confronti dell’ordine egemone in un dato momento. Partendo dai Rosacroce, dalla Massoneria, dalle teorie di Cadet de Gassicourt sulla Rivoluzione Francese come complotto neotemplare (e di Barruel come complotto massonico), Albrile tocca poi la questione degli Illuminati di Adam Weishaupt e ravvisa in essi la nascita del complottismo moderno. La storia dei secoli passati e quella contemporanea si riannodano a conferma di come fenomeni all’apparenza inediti trovino la loro scaturigine in pensieri e in circostanze remote e solo inabissate carsicamente. > “Se gli Ismailiti Assassini furono strumento nella strategia politica di > Crociati e Templari nel sopprimere Corrado di Monferrato, così ai giorni > nostri le cerchie criminali sono spesso funzionali al potere e alle sue trame > cospirative”.  Nella lettura di queste pagine così argomentate e insieme così cupe sembra di imbattersi nel trionfo di un nichilismo ammantato da potere statale o da potere religioso: nella costruzione storica del Cristianesimo a opera di Costantino la morte trova la sua ragione di esistere a scapito dell’originario insegnamento di Gesù. Ci è impossibile uscire dalla Caverna platonica e la nostra misera conoscenza è limitata a poche pallide ombre; queste finzioni scambiate per realtà sono il limite gnoseologico che ci è assegnato. In parallelo, su un piano non più strettamente conoscitivo e metafisico, nella realtà contingente siamo ingabbiati in una ulteriore carcere, l’impossibilità di fuoriuscire dal Leviatano di un potere ormai sempre più onnipervasivo.  Vorrei chiudere questo excursus con un ricordo personale. Conobbi Albrile nella lontana estate del 1999 nell’antro librario torinese di Giorgio Hillel Millerba, indimenticabile essere umano e libraio che mi sono sforzato di rievocare in un precedente articolo. Nella botteguccia stipata all’inverosimile nascevano con apparente casualità le discussioni più strane ed estemporanee. Imbattutomi in non so più quale libro di Heidegger, lanciai un commento che anziché cadere nel vuoto fu subito ripreso da un signore che si trovava nella libreria. Fu l’inizio di una dissertazione vertiginosa in cui quel signore, Ezio Albrile appunto, ricondusse implacabilmente ogni tematizzazione di Heidegger a una radice gnostica flagrante e inequivocabile, il tutto con un dispendio di erudizione e di potenza speculativa che mi davano la misura dello studioso anche senza averne ancora letto una sola pagina.  Nello sfacelo culturale e umano del presente mi è di qualche consolazione sapere che esistono ancora figure isolate come Albrile che proprio dalla loro solitudine intellettuale attingono le risorse di un pensiero non incanalato e non canalizzabile nelle forme del potere . Alessio Magaddino *In copertina: Albrecht Dürer, “Apocalypsis cum figuris. Giovanni che divora il libro”  L'articolo “L’inganno sta all’origine”. Su complottismo, esoterismi New Age e altre disastrose amenità  proviene da Pangea.
March 9, 2026 / Pangea
“Dio passerà. Resterà l’Essenza”. Intorno al trattato mistico di Stefano bar Sudaili
La scarsità di notizie biografiche intorno a Stefano bar Sudaili ne ha amplificato, nel difetto, il fascino. Nato intorno al 480, originario di Edessa, fu monaco; le sue idee gli attirarono le antipatie, tra gli altri, di Filosseno di Mabbug: fu costretto a un’esistenza stretta tra fughe – in Palestina –, ristrettezze, eremitaggio, studio.  L’unico testo a lui attribuito, il Libro di Ieroteo – conservato in siriaco, in una sola copia del XIII secolo, ora al British Museum, contenente l’ampio commento del patriarca di Antiochia, Teodosio –, conosciuto anche come Libro dei misteri nascosti della casa di Dio, narra le perigliose peripezie della “Divina Mente” per sciogliere il mondo dal male e gli uomini dal peccato, riconducendoli al Bene. L’intelletto divino precipita fino alle origini e alle ragioni del male – ben oltre gli inferi e lo Sheol, nell’“abisso degli abissi” dove dimora il Non Essere – per distruggerlo: sradicare l’effigie dell’Albero della Vita significa riportare l’umanità allo stato edenico, dopo la caduta.  Più in particolare – al di là del dramma cosmogonico – il Libro di Ieroteo dettaglia il drammatico pellegrinaggio della mente per ‘confondersi’ nell’Essenza da cui proviene ogni vita. “L’intelletto ascende verso Dio in un cammino di passione, crocefissione e morte; segue quindi una resurrezione nella quale è posto davanti a un albero che riassume in sé tutti i mali, e con quest’albero combatte per distruggerlo… L’intelletto comprende allora che deve ridiscendere alla radice dell’albero per togliergli la forza vitale e inizia la ridiscesa tra sofferenze e lacrime” (Sabino Chialà, in: La mistica cristiana, Mondadori, 2020, p.799; il tomo propone una traduzione diversa e più ridotta del Libro di Ieroteo rispetto a quella proposta in calce). L’autore del Libro di Ieroteo, di involuta bellezza, fu accusato di eresia, di diffondere la tesi dell’apocatastasi, la ‘restaurazione’ di tutte le cose nei meandri di Dio, già propagata da Origene. Fu preso per panteista (“Passato a studiare in Egitto, vi s’imbevve delle dottrine di Origene, le quali poi lo condussero verso una concezione panteistica dell’universo, secondo la quale tutto è veramente in Dio”, così Giuseppe Furlani). Palesi sono i legami tra il Libro di Ieroteo e le dottrine dello pseudo-Dionigi, a testimonianza di un cristianesimo ‘del sottosuolo’ che continua a conquistare, a fermentare nei ‘sentieri interrotti’ del dire divino. Ieroteo – discepolo di san Paolo e primo vescovo di Atene – è, in effetti, il mitico maestro dell’autore della Teologia mistica: il ‘libro’ che gli è ascritto – secondo la finzione operata da Stefano bar Sudaili – sarebbe stato scritto nel I secolo.  Di certo, pensare che “Dio passerà, Cristo cesserà di essere, lo Spirito non sarà più detto Spirito”, dona cosmica ebbrezza, rende fatui eroi di una sapienza che supera quella degli angeli. Secondo il cristianesimo estremista di Stefano bar Sudaili, i nomi sono gusci vuoti, crisalidi efficaci su questa terra ma inutili nel Regno dei Cieli, dove permane soltanto l’Essenza. Beatitudine innominata, aliena al nostro bastonarci, qui. Il tempo delle distinzioni, del bene e del male, del vero e del falso, è destinato a finire in virtù della riconciliazione ordita dalla Divina Mente.  Una pagina del Libro di Ieroteo, con commento, digitalizzato dalla Library of Congress Chi ha orecchi tesi, riconosce nell’itinerario tracciato dal monaco di Edessa il germe dell’Itinerarium mentis in Deum di Bonaventura; nella perpetua lotta delle mente contro le essenze demoniache agiscono, sì, gli apoftegmi dei Padri del deserto, ma pure le più orrorifiche rappresentazioni del buddismo: il male non va scansato ma combattuto, vinto.  Il Libro di Ieroteo, per lo più sconosciuto, propone un ardito percorso di ascesi intellettuale – un addestramento per non soccombere ai demoni: piacerebbe a Jorge Luis Borges, se non altro per l’aristocrazia teologica di cui è intriso. È il libro scritto da un uomo solo – da un cieco veggente – da un folle. Un libro voluttuosamente anticlericale, che desta dalla letargia la nostra allegorica mente. Alcuni studiosi – Arthur Frothingham, docente a Princeton, ha curato un’edizione pionieristica del Book of Hierotheos, Leida, 1886 – magnificarono il genio dell’enigmatico Stefano bar Sudaili, “seguace di Origene e della scuola alessandrina, benché intriso di sapienza gnostico cabbalistica. Proclamò con audacia le sue dottrine; Filosseno lo descrive come un uomo colto, dedito allo studio della Scrittura, che interpretava secondo il metodo cabbalistico, portando all’eccesso questo tipo di esegesi”. Il Libro di Ieroteo, per il suo carattere esoterico, cifrato, per pochi, finì per rappresentare il genio del cristianesimo ‘eversivo’, al di là di ogni struttura ecclesiale; un cristianesimo ‘esclusivo’: “Il fondamento dell’esperienza della mente è la sua assoluta identificazione con Cristo; ma il Figlio, infine, cede il regno al Padre e ogni esistenza distinta giunge all’indistinzione, si perde nel caos del Bene”.  Come molti testi intrisi di neoplatonismo, le ragioni del fascino del Libro di Ieroteo concordano con i suoi limiti. Il corpo – il centro del cristianesimo – è del tutto sbiadito, sbriciolato; Cristo è una ‘figura’ che verrà sfigurata nel giorno della vittoria sul male, è un mero tramite. Eppure, evangelicamente, tutto converge in Cristo, le sue stimmate sono le canoe del nostro andare da disadatti; il dono non prevede condono e il creato ha senso soltanto se è costantemente redento dalla creatura. I nomi sono transitori, è vero, ma il Nome si staglia perenne, imperituro; il Verbo non occupa le virtù del vocabolario, l’Altro non è altrove: questo linguaggio ci è connaturato, con i suoi impeccabili disastri, e l’amore è il modo più potente di essere. All’intelletto, infine, possiamo pure rinunciare. *** Dal Libro di Ieroteo I Ogni natura intelligente è determinata, conosciuta e compresa dall’essenza che le è superiore; determina, conosce e comprende l’essenza che le è inferiore – soltanto alla pura mente pertiene la visione del superiore e dell’inferiore.  Nemmeno alle intelligenze angeliche vengono rivelati i supremi misteri delle menti sante e pure.  Il Bene che noi glorifichiamo è il potere universale costituente, che provvede e soddisfa l’Universo dal quale tutte le esistenze distinte, mediante separazione, sono giunte ad essere e verso il quale desiderano continuamente ritornare.  * II L’opera della mente ha per fine la gloriosa ascesa, dacché Dio non desidera che le menti cadano e vuole riportarle a sé. Coloro che desiderano ascendere devono unire la Natura-di-Bene che è in loro alla propria essenza, in modo da rimuovere ogni traccia del principio opposto. Per questo, occorre purificare l’anima e il corpo, affinché la veste sia candida, spoglia – in caso contrario, la mente cadrà durante l’ascesa.  Quando la mente ascende, il corpo è come morto e l’anima è tutta assorbita nella mente – librandosi, liberata, la mente ignora ciò che accade sulla terra. Tutte le essenze dei demoni, allora, si radunano per opporsi ad essa; ma la mente le sconfigge e il Signore la solleva con la mano della sua bontà fino al firmamento, dove urlano le schiere degli angeli: Sollevate il capo, cancelli del cielo, ché il re della gloria entra! Quando la mente è resa degna di ascendere al di sopra del firmamento, che è il muro intermedio della separazione, è come un bambino appena nato che passa dalle tenebre alla luce.  * III …tuttavia la radice del male e del principio opposto non è del tutto sradicata, ma, raccogliendo le forze, riappare e cresce fino a diventare un albero immenso i cui vasti rami costringono al buio le menti divine, le alienano dalla perfetta luce del Bene.  Nel lungo, terribile combattimento che segue, la mente taglia e brucia più volte i rami dell’albero, ma il male germoglia ancora, ancora, con uguale forza dalla radice, ancora intatta. Infine, per illuminazione divina, la mente capisce che deve discendere nelle regioni più basse, dove sono piantate le radici dell’albero del male. Per la mente inizia ora un doloroso ritorno, attraverso le regioni che aveva asceso, giù, giù, sotto terra. Lì si scontra contro i feroci demoni del Nord e del Sud, dell’Est e dell’Ovest, fino a essere uccisa. Tuttavia, Cristo, la grande mente, si rivela, apre le porte dello Sheol e riporta in vita la mente, la solleva dalle regioni infere. Di nuovo, allora, la mente compie la seconda ascesa verso le regioni che già conosce e diventa degna del battesimo spirituale, in Spirito e fuoco, senza il quale non esiste vita.  A questo punto, non esistono più ostacoli: la mente non è semplicemente simile a Cristo ma a lui identica, degna del premio del sacerdozio divina, degna di unirsi al Bene. La mente, ora, non è più mente ma Figlio, operando secondo la Sua volontà, che giudica, crea e vivifica, ordina e costituisce.  * V La Mente Divina varcherà i cancelli dello Sheol e le essenze dei demoni si riuniranno per combatterla – ma verranno distrutte, trafitte; illuminate le menti che vivono nel tormento, liberate, perdonate.  Anche le regioni infernali verranno illuminate e perdonate: non saranno meno luminose dei regni celesti.  Ora che la mente ha scacciato da sé la natura avversa, desidera sradicare l’origine del male e taglia l’Albero della Vita. Tutte le menti un tempo schiave della perdizione ora vogliono unirsi alla Mente Divina, ma tramite il Figlio verranno impartiti i tormenti. La mente discende nel luogo del Principe delle Tenebre; la mente si immerge oltre lo Sheol, nell’abisso degli abissi, nel luogo sotto ogni luogo, dove sono le radici del male, che desidera distruggere.  Dopo aver decretato il Giudizio, la mente vuole vedere l’Essenza Insensibile, l’essenza ribelle. Essa non ha nome nominato sulla terra né sottoterra; essa non possiede alcuna natura: chi ne è imprigionato non vedrà resurrezione né vita. Irrazionale, incosciente, senza vita, insensibile, ha per nome Non-Essere. Fin dal principio, non recò frutti e cadde – cadde dall’essere mente all’essere uomo – e fu animale, e fu bestia, e fu demone e demonio e infine, avendo abbandonato completamente il Bene e la Natura, fu nulla. Nonostante la mente gli tenda la mano, non si sottomette.  Tutto è compiuto, ora, nei sotterranei del creato e mentre la mente compie la sua ascesa, mossa dal desiderio di farsi Padre, vede le spoglie di chi ha ucciso e desidera risorgerli e misericordia la comprime. Allora elargirà il bene a tutti, ai giusti e ai malvagi, e tutti farà simili a lei. Tutte le menti che discendono dall’Essenza alla Divina mente ascenderanno perché Voi siete fratelli, in verità, ossa delle mie ossa, carne della mia carne, è detto.  Questa è soltanto una piccola parte della glorie della Mente quando è confusamente mescolata al Bene del Creatore universale.  Resta da dire della divisione tra unione e assorbimento e mostrare se Cristo sia unito o assorbito al Creatore. Nell’unione ciò che è distinto sembra indistinguibile ma è retto dal principio di distinzione. Al contrario, in ciò che è assorbito non si nota alcuna distinzione. A Cristo diamo il nome di unione – per ciò che è assorbito non esiste nome.  Tutte queste dottrine, figlio, ignote anche agli angeli, te le ho rivelate benché le debba espiare con il disprezzo dei miei simili. Sappi dunque che l’intera natura sarà confusa con il Padre: nulla perirà o sarà distrutto – tutto tornerà, santificato, unito, confuso. Dio sarà tutto in tutto. Anche l’inferno passerà e i condannati saranno liberati.  Tutti gli ordini e le distinzioni cesseranno – Dio passerà, Cristo cesserà di essere, lo Spirito non sarà più detto Spirito. Resterà l’Essenza.  Allo stesso modo in cui ogni natura razionale è governata dalle sue leggi, così ogni natura irrazionale obbedisce a leggi speciali.  *In copertina: William Blake, “Pity”, 1795 ca. L'articolo “Dio passerà. Resterà l’Essenza”. Intorno al trattato mistico di Stefano bar Sudaili proviene da Pangea.
January 10, 2026 / Pangea
Tra storia e mito: il leggendario viaggio di Ossendowski alla ricerca del Re del Mondo
Uno scienziato polacco in Asia, un positivista tra gli idoli e gli asceti, fugge dal materialismo dentro le viscere della terra. Questa è la vertigine che prende l’anima quando si sfoglia Bestie, Uomini e Dei, l’opera maledetta di Ferdinand Ossendowski. Sono pagine che danzano tra la rivelazione e l’eresia. Siamo nel 1922, l’Europa lecca ancora le ferite della Grande Guerra, e questo polacco esploratore e fuggitivo scaraventa nel mercato editoriale occidentale un’avventura che – forse mai avvenuta, almeno così come narrata – popolarizza un immaginario fino ad allora non esoterico, ma inscrutabile. La storia inizia con una fuga. Sempre con una fuga iniziano le grandi apocalissi. Ossendowski scappa dai bolscevichi, attraversa la Siberia ghiacciata alla ricerca di uno spiazzo sicuro, ma ciò che trova è molto più inquietante: il Regno sotterraneo dell’Agartha e il suo enigmatico sovrano, il Re del Mondo. Un’entità che governa l’umanità dalle profondità della Terra, tirando i fili invisibili della storia come un burattinaio cosmico. Nel cuore della Mongolia devastata, Ossendowski incontra Roman von Ungern-Sternberg, figura onirica che sembra uscita da un incubo sciamanico. Il barone, membro di una famiglia protestante con radici vichinghe – così riporterà Julius Evola nella prefazione –, si è trasformato in una sorta di messia guerriero, convinto di essere lo strumento del destino orientale. Ungern non combatte per la politica, ma per un’escatologia più alta. Consulta lama e oracoli prima di ogni battaglia, vive in uno stato di ascesi guerriera che terrorizza anche i suoi seguaci mongoli.  Nel 1939, Heinrich Harrer avrebbe tentato di scalare il Nanga Parbat per onorare la Germania, ma già negli anni ’20 il fascino magnetico dell’Oriente esoterico aveva catturato l’immaginazione europea. Ungern cattura Urga (l’odierna Ulaanbaatar) nel 1921, restaura il Bogd Khan, l’ultimo sovrano buddhista della Mongolia, ma la sua parabola dura pochi mesi. L’Armata Rossa lo cattura e lo fucila, ma il seme delle sue visioni continua a germinare nell’anima di Ossendowski. > “Morirò! Morirò!… Ma non importa, non importa… La causa è sulla buona strada e > non perirà con me… So che vie seguirà la causa. Le tribù dei successori di > Gengis Khan si sono destate. Nessuno potrà mai spegnere il fuoco che arde nel > cuore dei mongoli! In Asia sorgerà un grande Stato esteso dal Pacifico > all’Oceano Indiano e fino alle rive del Volga. La saggia religione del Buddha > si espanderà al Nord e all’Ovest. Sarà la vittoria dello spirito.” L’Agartha di Ossendowski non nasce dal nulla. Il concetto era già stato sviluppato da scrittori occultisti come Saint-Yves d’Alveydre, che aveva descritto Agartha come un regno ancora esistente all’interno della Terra, raggiungibile attraverso la proiezione astrale. Ma il polacco pretende di aver sentito queste storie direttamente dalle fonti orientali, dai lama tibetani e dai saggi mongoli. Una testimonianza, vera o fasulla che sia, che possiede una forza suggestiva impressionante. Spesso collegata alla teoria della Terra cava, Agartha è descritta come un regno nascosto abitato da esseri avanzati che possiedono una saggezza profonda. Le tradizioni induiste parlano di Shambhala, il regno nascosto della saggezza. Nicholas Roerich, filosofo ed etnologo russo, rimase scioccato nel 1926 quando, attraversando le montagne dell’Asia Centrale, lui e le sue guide videro un incredibile globo dorato che fluttuava nel cielo. Ma l’Agartha di Ossendowski è diversa dalla Shambhala di Roerich. Quest’ultimo vedeva il regno nascosto come una promessa di evoluzione spirituale, legata al New Age e all’avvento di una civiltà più illuminata. Ossendowski, invece, dipinge Agartha come un centro di potere che governa il mondo in segreto, una teocrazia sotterranea che muove le pedine della Storia dall’ombra. Le testimonianze che Ossendowski raccoglie sono di una potenza visionaria sconvolgente. Un lama gli racconta che il Re del Mondo è apparso cinque volte durante le antiche festività buddiste in Siam e India, viaggiando su un carro splendido trainato da elefanti bianchi ornati d’oro. Portava un mantello bianco e una corona rossa, da cui pendevano frange di diamanti che gli coprivano il volto. Benediceva il popolo con una mela d’oro sormontata da un agnello. I ciechi riacquistavano la vista, i sordi l’udito, i malati camminavano e i morti uscivano dalle tombe ovunque passasse il Re del Mondo. Centoquarant’anni prima della testimonianza del lama, il sovrano sotterraneo era apparso a Erdeni-Dzu e aveva visitato i monasteri di Sakkia e Narabanchi Kure. Uno dei Buddha incarnati e il Tashi Lama ricevettero da lui un messaggio scritto in lettere sconosciute su tavolette d’oro. Nessuno riusciva a decifrare la scrittura, finché il Tashi Lama non entrò nel tempio, si pose le tavolette sul capo e iniziò a pregare. Attraverso la preghiera, i pensieri del Re del Mondo penetrarono nel suo cervello, permettendogli di comprendere e attuare il messaggio. Fu con il libro di Ossendowski che il mito e l’idea di Agartha esplosero definitivamente. Bestie, Uomini e Dei diventa un bestseller, influenza occultisti, scrittori e – cosa nota – anche i gerarchi nazisti. La spedizione tedesca del 1938 in Tibet cercava il mitico regno dell’Agartha tentando di dimostrare la Teoria della Cosmogonia Glaciale. Il fascino per l’Agartha da parte del Terzo Reich non era casuale. L’idea di una stirpe superiore nascosta nelle viscere della Terra, depositaria di saperi arcani e di poteri soprannaturali, si sposava perfettamente con alcune derive völkisch. Il mistero dell’Agartha continua a ossessionare l’immaginazione collettiva. Ossendowski intraprese un viaggio epico attraverso l’Asia Centrale, registrando non solo le sfide ma anche i misteri e le credenze che permearono queste terre. Che sia verità o finzione, il racconto del polacco che fugge dai bolscevichi, incontra non l’armata bianca ma il Barone pazzo e la sua setta di visionari e, infine, discende nelle viscere della terra per conoscere il Re del Mondo, resta uno degli immaginari più affascinanti e suggestivi nell’incontro tra Oriente e Occidente, nella guerra tra materialismo e spiritualità, qualcuno direbbe tra Storia e Mito. > “Il Re del Mondo apparirà al cospetto di tutte le genti quando per lui verrà > il momento di guidare tutti i popoli buoni del mondo contro i cattivi; ma > questo tempo non è ancora giunto. Il più malvagio degli umani non è ancora > nato” Andrea Falco Profili *In copertina: una mappa tratta dal “Mundus subterraneus, quo universae denique naturae divitiae” di Athanasius Kircher L'articolo Tra storia e mito: il leggendario viaggio di Ossendowski alla ricerca del Re del Mondo proviene da Pangea.
August 14, 2025 / Pangea
“Sono patologicamente curioso”. Da Gladio alla Patagonia, dall’occulto ai Talking Heads: dialogo con Guido Mina di Sospiro
Di solito, indossa ampi cappelli: il sigaro e la camicia larga conferiscono al profilo un ardore à la Indiana Jones; l’entusiasmo, a vertigine, un certo titanismo negli occhi, lo rendono, piuttosto, un soggetto degno di Friedrich, il protagonista di un romanzo inglese dei primi del Novecento, di ampi porti in luoghi esotici, arricchito da esoterici vagabondi. Di solito, alle spalle di Guido Mina di Sospiro appaiono paesaggi suggestivi: liane amazzoniche, templi minoici, canyon. Nato in Argentina da famiglia di alto lignaggio, studi a Milano, vita negli Stati Uniti, una volta mi ha scritto dal Giappone – o dalla Patagonia, non ricordo. Ha una casa a Todi, a cui approda, di tanto in tanto. Ha praticato come musicista – tra l’altro, con l’ungherese Miklós Rózsa, tre volte Oscar “alla migliore colonna sonora” – e come cineasta – Heroes and Villains, cercatelo in rete, è stato realizzato con un gruppo di amici nel 1978 –; ha scritto tanto. La sua vita furibonda nella California degli anni Ottanta rimanda ai romanzi di Bret Easton Ellis: Guido non lo ha letto, e con rabbiosa schiettezza mi dice di preferire Borges. Lo vedrei bene come allevatore di centauri.  Guido Mina di Sospiro, uomo in direzione contraria all’editoria dominante, ha scritto tanto, è stato tradotto ovunque. Il suo libro di maggior successo, forse, è The Metaphysics Of Ping-Pong: uscito nel 2013 nel mondo inglese, è stato recepito da Ponte alle Grazie tre anni dopo; lo stesso editore, nel 2017, ha pubblicato Sottovento e sopravvento, una specie di “romanzo filosofico d’azione” (così Maurizio Ferraris), che sovverte il candore del ‘genere’. Da allora – Rizzoli, tra 2002 e 2003, ha pubblicato L’albero e Il fiume – dell’autore, in Italia, si sono perse le tracce. Incessante è tuttavia la sua attività letteraria negli altri mondi; scrive, tra l’altro, sulla “New English Review”.  Quest’anno le reticenze – Mina di Sospiro è ostile al mainstream narrativo che va per la maggiore – si sono dissigillate: Bietti ha tradotto Il libro proibito, un noir teosofico scritto dall’autore insieme Joscelyn Godwin, studioso di occultismo, esoterista, autore, tra l’altro, di testi su Robert Fludd, Fabre d’Olivet, René Guenon e Julius Evola. Quest’anno, Lindau ha invece pubblicato Terrore e musica, libro in cui, in sostanza, Mina di Sospiro parla della sua Milano dilaniata dagli Anni di Piombo, tra i Talking Heads (in appendice, l’autore impila una “lista di compositori, composizioni, musicisti, gruppi, brani e dischi a cui si fa riferimento nel testo”, tutta da ascoltare) e le Brigate Rosse. “Questo libro tratta della città in cui sono cresciuto, Milano, nella quale rischiavo la vita quotidianamente pur senza mai volerlo. Né intendevo, in quel luogo e in quel periodo… intorno a me tutto era diventato improvvisamente così strano, era come se io vivessi in un altro mondo, da straniero nella propria città”, confessa l’autore. L’attacco del libro parte in contropiede – con David Byrne in sottofondo: > “È la settimana di orientamento per le matricole straniere alla University of > Southern California, o USC, a Los Angeles, verso la fine di agosto del 1980. > Mi viene assegnata una stanza in un dormitorio da condividere con un compagno > di studi internazionale, un palestinese di centocinquanta chili il cui padre è > «non potente come il presidente Carter,ma quasi». Più tardi, lo stesso giorno, > aggiunge che come membro dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della > Palestina, «ho ucciso tre ebrei». Oddio, penso, il mio compagno di stanza è un > assassino!”.  Stenio Solinas, che ha scritto di Terrore e musica su “il Giornale”, sintetizza il ‘clima’ dell’epoca con parole statuarie: “La gran parte dei rivoluzionari ventenni dell’epoca, dieci anni dopo li avresti ritrovati nei giornali borghesi che avrebbero voluto bruciare, nelle aziende paterne che avrebbero voluto bruciare, nelle multinazionali, negli uffici pubblici, dietro quelle cattedre scolastiche e universitarie che avrebbero voluto bruciare. Tutti pompieri”. Detto tutto.  Quanto a me, di Guido Mina di Sospiro piace il moto sciamanico, l’ansia del viaggiatore, il suo essere estraneo – anzi, australe – al mondano. Così, l’ho cercato. Pare che questa intervista si sia svolta tra Todi e Villa O’Higgins, in Cile; ma forse è sempre un altro mondo quello a cui tendiamo.  Lui è Guido Mina di Sospiro Parto da “Terrore e musica”, che è poi un libro autobiografico. A un certo punto parli del mitico Miklós Rózsa. Ecco, che ruolo ha avuto la musica nella tua scrittura, nella tua vita?  Un ruolo enorme che ora, però, non c’è più (surfeit). Miklós Rózsa fu uno dei miei mentori. Quando ero diciassettenne e lui settantenne avevo la beata incoscienza di mostrargli le mie composizioni, che fra l’altro non gli dispiacevano. Discutevamo di musica e musicisti, armonia e composizione per ore. Mi cambiò la vita: fu lui stesso a dirmi della University of Southern California, dove aveva insegnato composizione succedendo a Schönberg, che era andato alla UCLA, e dove c’era una famosa scuola di cinematografia. Fu così che scelsi di lasciare l’Italia incasinatissima e insanguinatissima di allora e, nel 1980, cominciare a frequentare la USC (non fu affatto facile, con esami di ammissione e complicazioni a non finire, ma ci riuscii). Nel libro esprimi il tuo giudizio sugli “Anni di Piombo”. Riassumilo per chi ci legge.  La vulgata che ci è tanto assiduamente propinata, e cioè che la eversione era per metà di estrema destra e per metà di estrema sinistra, non corrisponde alla realtà. Ma mi fermo qui. Preferirei che il lettore, leggendo il mio libro che va dal 1974 al 1980, si rendesse conto, anno per anno, mese per mese, settimana per settimana, di che cos’erano le grandi città italiane di allora, specialmente Milano, in cui vivevo. Non mi pare che parli del “terrorismo nero”. Come mai? Ne parlo, invece, mettendo nel loro contesto le “stragi di stato” e la “strategia della tensione”, inizialmente ispirate da gruppi eversivi quali Ordine Nuovo, ma in seguito adottate da stay-away-governments, dall’Operazione Gladius, dalla CIA, dalla Masad, dai vari servizi segreti italiani (spesso in conflitto fra loro), dalla P2, e così via. Ma nelle strade la sopraffazione e le intimidazioni, la violenza cronica, quotidiana e sempre in crescendo, erano rosse. Le Brigate Rosse, solo per limitarmi a loro, hanno compiuto 14.000 atti di violenza nei primi dieci anni di attività, dal 1970 al 1980, quasi 4 al giorno. Nessuna organizzazione clandestina di estrema destra si avvicina nemmeno lontanamente a tale media da mattanza.  Come nasce “Il libro proibito” e qual è il suo nucleo incandescente, il cuore esoterico? Insomma, come dobbiamo leggerlo? Anni fa c’era la moda del romanzo cosiddetto “esoterico”, che in certi casi diventava molto essoterico, con vendite di milioni di copie. Joscelyn Godwin – una delle menti più geniali al mondo, autore, traduttore ed editor di oltre quaranta libri – ed io pensammo che, come scherzo o jocus severus, avremmo potuto scrivere un romanzo veramente esoterico. Nel senso che quelli in voga allora partivano invariabilmente da un mistero “magico” che però poi veniva risolto dal solito ispettore con i soliti mezzi razionali. Noi invece, avendo la formazione esoterica necessaria, che nessuno di tali scrittori ha, ci ripromettemmo di partire da un mistero magico e risolverlo… con la magia, nel mentre prendendo in giro il classico ispettore. L’approccio ha funzionato: a oggi, oltre all’originale inglese, sono state pubblicate dieci edizioni straniere. Le ideologie saranno pure defunte, non certo le idee di mondo: qual è la tua? Intendo: che senso ha vivere, cosa c’è dopo questa vita? Dovresti darmi un milione di euro per ciascuna risposta, ammesso che io le azzecchi. Cominciamo dallo stato di cose di questo mondo occidentale despiritualizzato: oltre un secolo fa Wittgenstein ha dichiarato senza ombra di dubbio che la metafisica era morta, e da allora la filosofia s’è tramutata in sofismi. Pertanto se un povero cristo in buona fede si pone domande quali le due che mi hai posto tu, non troverà risposta nella filosofia dell’ultimo secolo, che si è persa in stupidaggini, Sprachspiele e logorrea. Se per “idea di mondo” intendi, come credo, Weltanschauung, la mia si rifà all’opera di Alfred North Whitehead, il quale, mentre Wittgenstein e poi la Scuola di Vienna davano per morta e sepolta la metafisica, scrisse uno dei libri di metafisica più importanti di sempre: Process and Reality. A mio avviso, l’unica ragione per cui la riflessione metafisica rimane necessaria, forse più che mai, è che la nostra coscienza moderna ha perso contatto con la propria esistenza cosmica e quindi necessita di una giustificazione intellettuale. Prima che Omero mettesse la penna sulla pergamena e parodiasse gli dei, l’anima umana non sperimentava alcuna separazione tra il Logos del mondo (significato) e la sua esistenza (fattualità), e quindi non aveva bisogno di credenze religiose. La divinità viveva e respirava in mezzo alle creature della terra e del cielo. Lo shintoismo dice lo stesso, incidentalmente. La cosmologia panteistica di Whitehead intende correggere la tradizionale visione religiosa di Dio come sovrano e onnipotente. La sua cosmologia dotata di un’anima intende correggere la visione filosofica moderna secondo cui l’uomo è separabile dalla natura, o la mente separabile dalla materia. Il potere, per Whitehead, diventa persuasivo poiché estetico, piuttosto che coercitivo poiché meccanico. Dio non arriva dall’aldilà per progettare il mondo a suo piacimento, né lo fa la coscienza umana. Per Whitehead la “concrescenza” è il nome del processo in cui “l’universo delle molte cose acquisisce un’unità individuale in una determinata relegazione di ogni elemento dei molti alla sua subordinazione nella costituzione del nuovo ‘uno’”. La concrescenza, in altre parole, è semplicemente il processo di diventare “concreto”, nel senso di pienamente attuale come occasione reale compiuta. La concrescenza è l’atto del divenire di entità reali. Dal latino “concrescere”, crescere insieme, è l’atto produttivo, l’atto del divenire di un atto produttivo, l’atto del divenire di un essere che è l’insieme. Nella concrescenza, il nuovo essere passa dai suoi componenti nella loro diversità disgiuntiva ideale agli stessi componenti nella loro realizzazione. La metafisica di Whitehead, nota anche come filosofia del processo, definisce la realtà come una rete dinamica di eventi interconnessi o “occasioni reali” (actual occasions) piuttosto che di sostanze statiche. Mette in risalto il divenire rispetto all’essere, il cambiamento e il processo rispetto alla permanenza e le relazioni rispetto alle entità isolate; capovolge il mito della caverna di Platone. Questa visione considera tutta l’esperienza, compresa la realtà soggettiva e oggettiva, come unificata all’interno di un unico cosmo interconnesso. Chi di voi cercasse di leggere Whitehead senza capirci nulla si troverebbe in buona compagnia e sarebbe sulla via maestra: l’universo, infatti, non è un manuale d’istruzioni. Mi domandi inoltre: cosa c’è dopo questa vita? Ho letto e studiato innumerevoli testi esoterici di tante tradizioni molto distanti tra loro nello spazio e nel tempo, e ne ho discusso con tanti pensatori, nessuno dei quali appartiene alla mainstream. In nuce: oltre cinquant’anni fa David Conway, un magus gallese, diede alle stampe Magic: An Occult Primer. Maxine Sanders ne scrive come segue: “Al giorno d’oggi ci sono innumerevoli libri sulla magia. Questo è diverso. Diverso come quando è apparso per la prima volta nel 1972. Ciò che lo rende diverso è che spiega al lettore – esperto o principiante, scettico o credente – che cos’è la Magia, perché la Magia funziona e, soprattutto, come si può lavorare con la Magia. Pochi libri fanno tutte e tre le cose, certamente non con tanto stile, erudizione e umorismo.” L’ultimo capitolo s’intitola: Death and the Meaning of Life (La morte e il significato della vita), e spiega dettagliatamente che cosa succede all’anima quando si stacca dal corpo che l’ha ospitata. Confesso di avere smesso di leggere tale capitolo verso la fine perché mi sembrava fin troppo veritiero, e a me non va che le cose finiscano in quel modo. Inoltre, esorto i lettori che leggessero Magic: An Occult Primer a NON cimentarsi nelle arti magiche; non conosco nessun magus che, praticandole, non abbia subito contraccolpi o ripercussioni, anche molto pesanti, cioè la propria morte, o quella di un caro. Leggere, sì, e con deferenza; praticare, altamente sconsigliato. Che cosa tiene insieme il tuo interesse per i manoscritti alchemici, la musica colta, il cinema, il “clima” degli anni Settanta italiani? Sono patologicamente curioso, non mi fido affatto del canone e delle vulgate che ci propinano e sono allergico al pensiero mainstream. La curiosità non è necessariamente un dono, però, e spesso invidio i nostri gatti, quattro, uno più contento e pigro dell’altro. E sin da piccino sono stato abituato all’alta cultura. Casa nostra era frequentata da personaggi di alto livello, direttori d’orchestra, cantanti lirici, musicisti, scrittori, poeti, pittori, registi e così via. In campagna da mio nonno apparivano spesso Mario Soldati e Renzo Pasolini, entrambi intenti a baciare l’anello. Lo ricordo perché, pur piccino, mi sembravano comicamente ossequianti. Quindi ho sempre avuto accesso al meglio nel campo delle arti, e non solo. Più tardi la profonda amicizia con Joscelyn Godwin (con il quale ho scritto due romanzi), Rupert Sheldrake, Christopher Sinclair-Stevenson, Gillian Prance e diversi altri pensatori inglesi mi ha ulteriormente ampliato gli orizzonti.  Negli ultimi vent’anni ho (ri)scoperto la letteratura spagnola e ispano-americana e leggo principalmente in quella lingua. Gli anni Settanta in Italia erano sconvolgentemente violenti, ma qua e là, soprattutto nella musica, anche molto creativi. Secondo Andrea Kerbaker, con il quale fondai il giornalino La nuova scapigliatura milanese al liceo Leonardo a Milano mi sembra nel 1977, fra la violenza e la creatività di quegli anni c’è un nesso; io, non saprei. Perché non ci siamo riconciliati con gli “Anni di Piombo”? Perché in Italia parliamo ancora di “fascismo” e di “resistenza” in toni che provocano divisione più che comprensione? Perché, e te lo dico con candore, gli Anni di Piombo sono stati il terzo tentativo nel XX secolo in Italia di imporre il comunismo con la lotta armata: dopo il Bienno Rosso del 1919-20; dopo la Resistenza, che resistenza non era bensì guerra civile, del 1943-49 (vedi gli scritti di Claudio Pavone); infine gli Anni di Piombo. È sempre la stessa matrice. Ad esempio, le P38 che nel 1975 apparvero d’improvviso nelle mani dei militanti di ultra sinistra (“Poliziotto fai fagotto/ è arrivata la P38!”) altro non erano che le Walther P38, le pistole d’ordinanza dell’esercito tedesco, sottratte e nascoste dai partigiani che, trent’anni dopo, le consegnavano ai figli con l’esortazione di “finire la guerra contro il fascismo”. Ma il fascismo era morto e sepolto, non c’era più, e i neofascisti erano un po’ come i tartari nel romanzo di Buzzati (che scrisse nell’Africa Orientale, dov’era amico di mio padre: ne discutevano di sera). Ce n’erano davvero pochi (alcuni dei quali mortiferi), e quei pochi non si facevano certo vedere. Essendo la storiografia in Italia saldamente nelle mani della sinistra, la vera storia del ventesimo secolo non è mai stata raccontata, né tanto meno assimilata. Cosa sono stati per te – cosa sono – gli Stati Uniti?  Meriterebbe una risposta fiume, essendoci approdato nel 1980. In nuce, negli States ho fatto cinema, suonato in un gruppo, trovato moglie alla fine del Sunset Boulevard in un contesto squisitamente romanzesco, mi sono laureato, ho fatto il corrispondente per riviste europee di musica e cinema come membro della Hollywood Foreign Press, fatto figli e messo su famiglia, vissuto in California, Florida, Virginia, Maryland, conosciuto tutti e più di tutti e fatto amicizia con grandi menti, scritto libri, libri e poi ancora libri, girato in lungo e in largo, fatto e perso amici. Una vita. Gli USA mi sono sempre piaciuti per il loro pragmatismo yankee; ora non li riconosco più perché quasi metà della popolazione si è lasciata sedurre e indottrinare da un marxismo/globalismo postmoderno che può portare solo alla fine dell’impero, e che, a parte essere distruttivo, è, come gli si conviene, riduttivo, roba da duri di comprendonio, vedi la suprema modestia di Marcuse, quindi intellettualmente tutt’altro che stimolante, anzi, la morte cerebrale. Degli USA a tutt’oggi mi piacciono gli spazi; sono appassionato di fuoristrada, e spesso vado nel South-West, soprattutto a Moab, nello Utah, a cimentarmi nel rock-crawling, disciplina che consiste nel superare a passo d’uomo ostacoli apparentemente insuperabili con lo sfondo di una natura selvaggia e meravigliosa. In quanto a cultura, con qualche eccezione (americani old money, MAI accademici, che sono marxisti e banalissimi) preferisco frequentare pensatori europei o ispano-americani che risiedono in America. Gli americani tipici sono bravi a inventare marchingegni straordinari e a fare soldi. Ma a nessuno dei miliardari della tech interessa l’arte. I Vanderbilt, Morgan, Rockfeller, Carnagie sono stati rimpiazzati dai Gates, Bezos, Zuckemberg, Musk, ai quali arte e letteratura interessa meno di zero.  C’è poi un altro Paese che ha avuto un’enorme influenza su di me, specialmente come scrittore: l’Inghilterra. Ma ne parlerò un’altra volta. Quali sono i tuoi “maestri” di scrittura, i tuoi lari? In “Terrore e musica”, a tratti, ho visto l’ombra di Bret Easton Ellis… Insomma, cosa ti piace leggere? Mai letto Bret Easton Ellis. Casomai c’è l’influenza di George MacDonald Fraser e della sua serie con Flashman come protagonista. Sono diciassette romanzi che ho letto e riletto, e i primi libri che ho avuto la necessità di duplicare: i diciassette tomi nelle casa in America, gli stessi diciassette tomi in quella in Italia. Figurati che quando abbiamo avuto Rupert Sheldrake ospite da noi, l’ho convinto a leggere Flash for Freedom! I maestri di scrittura? Le influenze ormai sono infinite, e spesso insolite, come ti puoi immaginare. Per esempio nei seguenti versi dell’umile canzonettista Alvaro Carrillo, tratti dalla sua canzone Sabor a mí trovo più (disarmante, cruda) poesia che nell’opera omnia di Pablo Neruda:  > “No pretendo ser tu dueño > No soy nada, yo no tengo vanidad > De mi vida doy lo bueno > Soy tan pobre, ¿qué otra cosa puedo dar?” Non frequento più librerie tradizionali da anni, ma spesso quelle che vendono libri usati, e ce ne sono molte di più nel mondo anglofono. Entri senza sapere che cosa stai cercando ed esci, quando la cerca va a buon fine, con una o due o più gemme la cui esistenza ignoravi fino a poco prima. Mi divertono tutti i libri della Adventure Unlimited Press, capitanata da quel mattoide di David Hatcher Childress. Ciascuno di voi lettori dovrebbe leggere almeno un libro di Graham Hancock, il quale fra l’altro ha inventato un nuovo genere: la narrative non-fiction, che sembra un ossimoro, ma non lo è. Cominciate da Impronte degli dei. Alla ricerca dell’inizio e della fine. Non posso non citare almeno qualche autore di lingua spagnola al di là di Cervantes, Lope de Vega, Leopoldo Lugones, César Vallejo, Xul Solar e Jorge Luis Borges: mi piacciono molto José Javier Esparza e Pío Moa. Ce ne sono così tanti altri che l’intervista diverrebbe una lista, il che non è di grande intrattenimento. E ora… cosa scrivi? Cosa vorresti scrivere?  Ho appena terminato A Drive Down the Carretera Austral in Chilean Patagonia. Ho guidato, cioè, fra andata, divagazioni e parziale ritorno, per 2600 chilometri, da Puerto Montt a Villa O’Higgins, tutti esclusivamente in Cile e per la maggior parte su sterrato. Le Ande bloccano le nuvole che vengono dal Pacifico, cosicché la Patagonia cilena è una verdissima foresta pluviale temperata, mentre quella argentina, un deserto. La Carretera Austral è stata costruita per volere di Pinochet per poter mobilitare l’esercito contro le incursioni argentine, ma è diventata un viatico per la natura più bella al mondo, fra vulcani, ghiacciai, foreste zeppe di maestosi alberi a noi sconosciuti, laghi, fiumi, cascate, fiordi, isole e isolotti. Il libro l’ho scritto di getto; vado a giorni a Londra a parlarne con il mio agente letterario. Speriamo che per una volta esca entro breve. Di solito gli editori, spesso duri di comprendonio, ci mettono anni ad arrivarci… *In copertina: David Byrne indossa “The Big Suite”; Stop Making Sense esce nel 1984 L'articolo “Sono patologicamente curioso”. Da Gladio alla Patagonia, dall’occulto ai Talking Heads: dialogo con Guido Mina di Sospiro  proviene da Pangea.
June 10, 2025 / Pangea