Instancabile indagatore di ogni possibile piega dell’Iran preislamico, studioso
di ierofanie gnostico-manichee capace di coniugare alla filologia le istanze di
una rara mente speculativa, Ezio Albrile conta al suo attivo centinaia di saggi
di storia delle religioni. Proprio l’impianto ferreamente speculativo delle sue
ricerche lo differenzia nel profondo dai suoi colleghi filologi puri e ne fa
quasi una sorta di Mircea Eliade italiano, non fosse che l’approccio
antiriduzionista di Albrile mal si coniuga con quello del grande studioso
rumeno. Albrile taccia proprio Eliade (e il suo miglior discepolo, Ivan Petru
Culianu) di esiti potenzialmente riduzionistici:
> “I grandi scenari fenomenologici proposti da Eliade deragliavano nella
> comparazione più spregiudicata e ‘new Age’: tutto assomiglia a tutto e quindi,
> per assurdo, a nulla. La storia scompariva, ma scompariva anche la ‘fede’ in
> senso tradizionale”.
Nell’eclisse dello storicismo a obnubilarsi sono proprio le categorie
discriminanti: si assiste a un paradosso, ma si torna proprio all’hegeliana
“notte in cui tutte le vacche sono nere”.
Albrile è partito nella sua estesissima bibliografia da parametri più
‘accademici’ e disciplinari per compiere progressivamente cortocircuiti
spaziotemporali e categoriali con la cultura ‘popolare’, ancora con tanto
sospetto guardata dalle accademie, abbracciando nel suo onnivoro discorso la
musica pop-rock (un suo volume discorre dei Led Zeppelin esoterici), la
letteratura e il cinema underground, ecc., individuando ascendenze gnostiche più
o meno consapevoli e mediate perfino in questi ambiti.
Anche il ‘complottismo’ contemporaneo è per Albrile una reviviscenza moderna di
antiche mitologie gnostiche semplicemente rivisitate e adattate alle contingenze
moderne. Nel suo freschissimo volume Crimini esoterici. Il volto sacrificale del
potere (Edizioni Aurora Boreale, Prato, 2025) Albrile torna proprio sulla
nozione di ‘complotto’ e sull’idea centrale del ‘sacrificio’, termine che,
peraltro, non ha affatto una valenza unica e data universalmente.
In questo volume breve ma densissimo, sia concettualmente che per quantità di
riferimenti culturali, lo studioso manifesta tutto il suo disagio nei confronti
di una Distopia non più oggetto di proiezione mentale nel futuro, ma attuale e
incalzante, calata nella vita presente. Il mercantilismo e il mercimonio puro
paiono improntare il mondo che ci circonda, riducendo tutto a dato meramente
materiale, ‘economico’ nel senso più deteriore.
All’incubo di un mondo dominato dalla pura mercificazione, innanzitutto della
persona, sembra opporsi il fondamento della Tradizione. Al presente e al futuro
distopici ammantati di biopolitica e Transumanesimo e a una democrazia sempre
più ridotta a flatus vocis, a puro oggetto del desiderio, sembra opporsi in
queste pagine la possibilità di un ritorno ai valori metastorici e
sovratemporali. Albrile non prospetta direttamente una via di fuga dalla
prigione del presente ma, almeno in filigrana, ci pare questa l’unica
prospettiva ‘positiva’ che se ne possa evincere.
Ingabbiati da una contingenza implacabile e paralizzante, solo volgendo lo
sguardo oltre di essa e tornando a una prospettiva sovratemporale si può attuare
una metanoia, una rigenerazione interiore e salvifica. La prospettiva è
unicamente individuale, sottratta smagatamente alle illusioni delle grandi
utopie sociali, di ogni collettivismo che sacrifichi l’individuo. Il libro di
Albrile scandaglia nelle varie mitologie antiche come nello snodarsi della
cultura occidentale il perpetuarsi delle dinamiche sacrificali per
autoconservare il potere.
Punto di partenza teorico iniziale sembra essere lo studio su Il sacrificio di
Cristiano Grottanelli, figlio di Vinigi Grottanelli, il celebre “etnologo del
Duce”, ma Albrile imbocca poi altre diramazioni totalmente originali, finendo
poi in una sorta di crescendo sacrificale in cui si affollano Licio Gelli, la
P2, il Priorato di Sion, le stragi italiane degli anni ’70, in un inquietante
quadro d’insieme dove si annulla ogni distinzione tra storia, mito e sospetto.
Il sacrificio è sempre un atto fondante, il porre le basi di una nuova gerarchia
sociale e di un nuovo ordine, sia che si tratti di una cosmologia mitologica sia
che tali mitologemi si calino nella storia innescando nuove eppure sempre
antiche dinamiche socio-politiche. Un sacrificio, un atto cruento, fonda quasi
tutte le antiche culture e civiltà: lo smembramento dell’essere primordiale
nell’inno al Purusa del Rgveda, il corpo mostruoso della demonessa Tiamat
nell’Enuma Elis, la morte di Gayomard nella mitologia iranica, il mito
prometeico narrato da Esiodo, l’uccisione di Remo da parte del fratello Romolo,
ecc. Perfino filosofie che nell’odierna e distorta percezione New Age non si
penserebbe di ricondurre a tale matrice sono impregnate nel profondo dall’
archetipo sacrificale. Nel suo profondissimo saggio sullo Yoga, ad esempio,
Mircea Eliade poneva ad origine di tale disciplina proprio la progressiva
interiorizzazione del sacrificio rituale.
Nel libro di Albrile, la dinamica sacrificale si allarga dalle cosmogonie
antiche alla storia contemporanea, lambendo gli anni del Terrorismo nero, del
delitto Moro, della P2. La dottrina del sacrificio e della sua azione pratica
divengono centrali, ad esempio, nel Gruppo dei Dioscuri di Julius Evola,
ideologo di una sorta di ‘aristocrazia guerriera’ improntata a un razzismo non
più biologico ma spirituale. Le nuove mitologie (che sono poi mitologie vecchie
e talora decrepite) create trasversalmente dalla cultura di destra come da
quella di sinistra si uniscono nel negare ogni più serio riferimento a un
proletariato culturale ormai privato di una sua identità profonda.
La destra esoterica e la società consumistica e turbocapitalistica attuali si
combattono più verbalmente che nella realtà, avendo bisogno entrambe di una
massa ineducata cui dare in pasto il proprio polpettone New Age. Annota Albrile:
> “Anni fa i più disperati figli del nulla si davano al terrorismo; oggi si
> lasciano affascinare magari dalle filosofie finto-mistiche o finto-orientali
> oppure approdano a un satanismo non meno da baraccone. Purtroppo, anche molti
> nuovi adepti del ‘mistero Graal’ appartengono a queste super nutrite ed extra
> accessoriate schiere di occidentali che brancolano cercando qualcosa, ma senza
> sapere né che cosa cercano né come cercarlo”.
Nell’affilata polemica di Albrile a farne le spese sono anche grandi nomi
istituzionalizzati come l’Italo Calvino del Cavaliere Inesistente e l’Umberto
Eco del Pendolo di Foucault, le cui operazioni parodistiche sono in realtà
politicamente indirizzate. Esse “inglobano, rovesciandone il segno, le moderne
riletture sincretistico-occultistiche del mito”, conducendole al punto estremo
di non-ritorno.
In questo densissimo excursus che spazia dall’antichità alla saga del Graal, dai
Templari alle neo mitologie sacrificali della modernità (o postmodernità), le
dinamiche di autoconservazione e perpetuazione del potere paiono essere sempre
le stesse, oltre le forme storiche e i singoli governi.
> “L’inganno sta all’origine: la trasformazione dell’intento iniziale in una
> strategia predatoria”.
In uno scenario tanto cupo si innescano le nuove teorie del complotto, a loro
modo consolatorie nel fornire una spiegazione anche all’irrazionale e
all’aleatorio. Con tutto quel che ne consegue e con la profonda ambivalenza se
non ambiguità dell’idea stessa di complottismo. Complottismo può essere così il
cumulo delle teorie più improbabili e inverificabili messe in circolo ad arte
per depistare da uno sforzo conoscitivo vero come la macrocategoria di comodo in
cui si relega ogni dissenso nei confronti dell’ordine egemone in un dato
momento.
Partendo dai Rosacroce, dalla Massoneria, dalle teorie di Cadet de Gassicourt
sulla Rivoluzione Francese come complotto neotemplare (e di Barruel come
complotto massonico), Albrile tocca poi la questione degli Illuminati di Adam
Weishaupt e ravvisa in essi la nascita del complottismo moderno. La storia dei
secoli passati e quella contemporanea si riannodano a conferma di come fenomeni
all’apparenza inediti trovino la loro scaturigine in pensieri e in circostanze
remote e solo inabissate carsicamente.
> “Se gli Ismailiti Assassini furono strumento nella strategia politica di
> Crociati e Templari nel sopprimere Corrado di Monferrato, così ai giorni
> nostri le cerchie criminali sono spesso funzionali al potere e alle sue trame
> cospirative”.
Nella lettura di queste pagine così argomentate e insieme così cupe sembra di
imbattersi nel trionfo di un nichilismo ammantato da potere statale o da potere
religioso: nella costruzione storica del Cristianesimo a opera di Costantino la
morte trova la sua ragione di esistere a scapito dell’originario insegnamento di
Gesù.
Ci è impossibile uscire dalla Caverna platonica e la nostra misera conoscenza è
limitata a poche pallide ombre; queste finzioni scambiate per realtà sono il
limite gnoseologico che ci è assegnato. In parallelo, su un piano non più
strettamente conoscitivo e metafisico, nella realtà contingente siamo ingabbiati
in una ulteriore carcere, l’impossibilità di fuoriuscire dal Leviatano di un
potere ormai sempre più onnipervasivo.
Vorrei chiudere questo excursus con un ricordo personale. Conobbi Albrile nella
lontana estate del 1999 nell’antro librario torinese di Giorgio Hillel Millerba,
indimenticabile essere umano e libraio che mi sono sforzato di rievocare in un
precedente articolo. Nella botteguccia stipata all’inverosimile nascevano con
apparente casualità le discussioni più strane ed estemporanee. Imbattutomi in
non so più quale libro di Heidegger, lanciai un commento che anziché cadere nel
vuoto fu subito ripreso da un signore che si trovava nella libreria. Fu l’inizio
di una dissertazione vertiginosa in cui quel signore, Ezio Albrile appunto,
ricondusse implacabilmente ogni tematizzazione di Heidegger a una radice
gnostica flagrante e inequivocabile, il tutto con un dispendio di erudizione e
di potenza speculativa che mi davano la misura dello studioso anche senza averne
ancora letto una sola pagina.
Nello sfacelo culturale e umano del presente mi è di qualche consolazione sapere
che esistono ancora figure isolate come Albrile che proprio dalla loro
solitudine intellettuale attingono le risorse di un pensiero non incanalato e
non canalizzabile nelle forme del potere .
Alessio Magaddino
*In copertina: Albrecht Dürer, “Apocalypsis cum figuris. Giovanni che divora il
libro”
L'articolo “L’inganno sta all’origine”. Su complottismo, esoterismi New Age e
altre disastrose amenità proviene da Pangea.
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Il libro fu presentato il 20 ottobre del 1882, al civico 128 della
trentaquattresima strada, New York. Era la casa di un dentista, John Ballou
Newbrough; il secondo nome, Ballou, gli era stato dato in memoria di Hosea
Ballou, il teologo della chiesa universalista. Newbrough era nato il 5 giugno
del 1828 in Ohio, nella fattoria di famiglia; il padre, William, era un uomo
duro: sfamava i sei figli con i frutti della sua terra. Abile coltivatore,
faceva scoccare la cinghia sul corpo di John per sedarne le ‘visioni’: il
ragazzino era dotato del dono della profezia. Si dice avesse fatto fortuna in
California, setacciando oro, poco più che ventenne. Aveva studiato al Cincinnati
Dental College: lo zio dirigeva un manicomio, la madre, di origine svizzera,
aveva un cuore trepidante, propenso al fervore mistico.
Ma torniamo all’ottobre del 1882. Il libro aveva un titolo-totem, allo stesso
tempo enigmatico e astruso, Oahspe: nel glossario annesso al tomo, l’autore
spiegava che il neologismo voleva dire “Cielo, terra (corpo) e spirito. Il
tutto; la somma della sapienza corporale e spirituale”. Il tutto – e il nulla.
Il sottotitolo dell’Oahspe amplificava le nebbie. Il libro era presentato come
“una Nuova Bibbia” che divulgava le “Parole di Jehovih e dei suoi Angeli
Ambasciatori”. Era lì squadernata – così sproloquiava il titolo –: “La sacra
storia del dominio degli esseri celesti e inferi sulla terra da ventiquattromila
anni con una sinossi della cosmogonia dell’universo, la creazione dei pianeti,
la creazione dell’uomo, parole inaudite intorno alla gloria e all’opera degli
dei e delle dee degli eterei cieli con i nuovi comandamenti di Jehovih
all’uomo…”. Il libro era stampato a New York e a Londra da una fantomatica
Oahspe Publishing Association.
Non era il primo libro pubblicato da John Newbrough. Nel 1855 aveva provato –
con poco successo – il romanzo: The Lady of the West, or the Gold
Seekers narrava una storia d’amore all’epoca della corsa all’ora. Era tornato
quell’anno negli States dopo aver viaggiato per il globo; l’amore con Rachel
Turnbull, la sorella del suo socio in affari, durò un ventennio, per l’arco di
tre figli. John, che aveva aperto uno studio dentistico e New York, finì per
invaghirsi della sua assistente, Frances, di trent’anni più giovane, da cui ebbe
una figlia, Jone ‘Justine’: la moglie lo cacciò di casa. Era un uomo di genio,
che deteneva diversi brevetti: uno di questi, per un fissante per denti molto
più economica di quello in vogo, lo fece scontrare con un colosso, la Goodyear
Rubber Co. Inventò un ventilatore, un attrezzo per esercizi ginnici, un mezzo
ferroviario, un metodo per costruire denti artificiali. Non è raro, negli
States, che una mente ‘scientifica’ si associ all’eccedenza mistica.
Quanto all’Oahspe, aveva cominciato a redigerlo nel 1880, ascoltando le ‘voci’,
secondo i criteri della scrittura automatica. Così, in una lettera spedita nel
1883 al direttore della rivista spiritualista “Banner of Light”, spiegò
l’evento:
> “Implorai la luce del Cielo. Non volevo più comunicare con amici o parenti,
> desideravo imparare qualcosa del mondo spirituale, cosa facessero gli angeli,
> quale fosse il destino dell’universo… Mi fu detto di procurarmi una macchina
> per scrivere, di scrivere come se suonassi un pianoforte. Mi applicai per
> imparare, con scarso successo… Una mattina, una luce colpì le mie mani, gli
> angeli che fino a quel momento avevano cercato di istruirmi si avvicinarono
> alla macchina scrivendo con grande vigore per circa quindici minuti. Mi fu
> imposto di non leggere ciò che era scritto, obbedii con riverenza. La mattina
> dopo, poco prima dell’alba, lo stesso potere tornò e scrisse, di nuovo… Per
> cinquanta settimane le cose accaddero in questo modo, ogni mattina, mezz’ora
> prima dell’alba. Poi tutto finì e mi fu detto di pubblicare il libro chiamato
> ‘Oahspe’”.
Il libro era costellato da geroglifici, opera dell’autore – o meglio, degli
autoritari autori del testo – ad amplificare l’astrale stranezza di quel
linguaggio ignoto. La “Nuova Bibbia” procedeva per novecento pagine, suddivisa
in diversi libri: in uno di questi, First Book of God, si parla di “una
generazione di Luce scaturita da Zarathustra”, che avrebbe dato vita all’impero
cinese, deviando dagli insegnamenti del creatore:
“Ad Han fu chiesto: Un uomo non deve adorare l’Invisibile? E lui rispose:
Adorare una pietra è meglio, perché la vedi.
Han disse: Non adorate con le parole, ma con le opere; la preghiera non è che il
grido della propria debolezza.
Se esiste una Luce invisibile, farà a suo modo: che senso ha pregare? Riti e
cerimonie in Suo favore sono mania di folli. Riti e cerimonie per i nostri
antenati sono scusabili. Le loro anime fluttuano, i riti le placano”.
Un giornalista del “New York Times” accorse all’evento. Scrisse che il “dottor
Newbrough è uno spiritualista da circa dodici anni. Nativo dell’Ohio, pratica
come dentista”. Scrisse di un uomo “dalla stazza imponente, con occhi scuri e
penetranti, che si muove con peculiare lentezza”. All’evento erano convenute
diverse persone. Il giornalista sfogliò una copia del libro: al Book of
Jehovih segue il Book of Sethantes, il Book of Ah’shong, Son of Jehovih, il Book
of Aph. La struttura dell’Oahspe è labirintica, spesso contraddittoria: al
creatore assoluto – Jehovih, che è poi un modo per dire Jahvè o Geova – seguono,
in gregarie dinastie, divinità minori, ‘cadute’, e cosmogonie in disastro. I
libri di dottrina morale – Book of Judgment; Book of Discipline – che predicano
un generico irenismo, una generica ‘ricerca interiore’, una super-religione che
superi secolari dissidi, una ‘forma’ che sovrasti i formalismi rei di scisma e
di guerre religiose, promuovendo una dieta ferrea, vegetariana, sono meno
interessanti dei libri ‘mitologici’. In uno di questi, il Book of Saphah, si
accenna a regni perduti – Pan, “un continente nell’Oceano Pacifico, sommerso
circa 25mila anni fa” – e a linguaggi smarriti. Nella lingua dell’Oahspe la
facoltà profetica, “la capacità di vedere o udire gli angeli”, si dice Su’is.
Il giornalista non virò dal vero: “A un osservatore, questa Bibbia pare una
rivisitazione di testi indiani e fedi semitiche. Lo stile è in parte moderno in
parte ancestrale, quasi che la Bibbia di Re Giacomo e quella cristiana si siano
fuse nell’inglese dei nostri giorni”. Il pezzo uscì sul “NY Times” tra i fatti
curiosi, in taglio basso; titolo: “Un volume ‘ispirato’ racconta 24mila anni di
storia”. Non è inutile ricordare che la Società Teosofica di Madame Blavatsky
era nata proprio a New York qualche anno prima, nel 1875. Con qualche talento,
John Newbrough aveva miniato il suo libro regolandosi sui testi gnostici, sui
dialoghi buddisti, sul rigore assertivo della rivelazione coranica.
La “Nuova Bibbia” ebbe un suo, pur modesto, esito. Nel 1884 Newbrough, insieme a
un facoltoso mecenate del New England, fondò una colonia a Las Cruces, nel New
Mexico; gli si fecero attorno una ventina di accoliti. Edificarono scuole per i
bambini orfani. Chi confida nell’Oahspe come testo chiave della propria ricerca
interiore – Newbrough in questo è chiaro: il libro che gli è stato ‘rivelato’
deve essere ‘superato’ dalla singolare capacità di ciascuno – si
chiama Faithist. Così è spiegato il neologismo nel glossario redatto da
Newbrough: “Faithist è colui che ha fede in Jehovih, l’essere che è al di sopra
e all’interno di ogni cosa; è colui che lavora per entrare in sintonia con
Jehovih, operando per il bene del prossimo, sforzandosi di abbandonare
l’egoismo”.
La comunità di Las Cruces, “Shalam Colony”, fu decimata da un’epidemia di
influenza, nel 1891. Anche il maestro, Newbrough, morì, era il 22 aprile.
Sporadici gruppi di Faithist nacquero nello Utah e in California, a Anaheim, in
Colorado e in Oregon; alcuni si coalizzarono in Olanda e in Australia. Un
“Circle of Jehovih’s Word” promuove ancora oggi l’Oahspe come testo per la
liberazione interiore, con parole di fatua intensità: “L’Oahspe instilla
insegnamenti che equilibrano il mondo visibile con quello invisibile, come la
sapienza dei Nativi sul rispetto degli spiriti della terra, del cielo e delle
acque. Insegna che la vita è interconnessa e che gli esseri umani hanno la
responsabilità di vivere in pace tra loro e con il mondo che li circonda”.
Dall’Oahspe hanno tratto un lezionario e un salterio che viene ‘pregato’ ogni
giorno.
L’aspetto ‘etico’, tuttavia, è infimo rispetto a quello ‘visionario’, il più
interessante dell’Oahspe. Più che alla Bibbia – di cui scimmiotta il ritmo –
l’Oahspe, nei sui lati fecondi, rimanda a William Blake, ai canti persiani
reinventati dagli orientalisti inglesi, è il preludio ai racconti magmatici di
H.P. Lovecraft. Allo stesso modo, l’Oahspe fonde il talento ‘commerciale’
statunitense all’esotismo europeo, la chiromanzia e il brevetto, l’estremo
razionalismo con l’assoluta irrazionalità, Edgar Allan Poe e l’esotismo di
Jean-Léon Gérôme. Per queste ragioni, l’Oahspe, testo che altrimenti fluttua tra
la dimenticanza e l’oblio, affascinò un poeta come David Gascoyne, che ne disse
come del “Libro più stupefacente mai scritto in inglese” (in: D.
Gascoyne, Selected Prose 1934-1996, Enitharmon, 1998). L’esagerazione era
appropriata al suo carattere ‘apocalittico’: sodale – per un po’ – dei
Surrealisti, seguace di Benjamin Fondane – a cui faceva filosofiche visite
notturne – era ritenuto un redivivo Rimbaud e aveva tradotto, a tradimento,
Friedrich Hölderlin. Usava l’Oahspe come oppiaceo lirico, per galvanizzare i
suoi versi, tra l’altro bellissimi – per un po’, si credette investito di un
compito messianico, per un po’ lo reclusero al Whitecroft Hospital, sull’Isola
di Wight, dopo l’ennesimo crollo mentale. Del dio, nel libro, il poeta riconobbe
la carcassa: squittiva il vento in quell’ossario, faceva bei suoni, che
inorgoglivano le orecchie, davano in sfoggio d’aquile. Era sufficiente.
***
Oahspe
1 Il Creatore, Jehovih, creò l’uomo e gli disse: Affinché tu sappia che opera
della Mia mano sei, sapienza ti ho concesso e potere e dominio. Questa fu la
prima era.
2 Ma l’uomo era fragile, camminava sul ventre e non capiva la voce
dell’Assoluto. E Jehovih chiamò i suoi angeli, gli antichi della terra, e disse
loro: Andate, sollevate l’uomo, che sia eretto, e consegnatelo al sapere.
3 E gli angeli discesero dal cielo alla terra e sollevarono l’uomo. E l’uomo
errò sulla terra. Questa è detta seconda era.
4 Jehovih disse agli angeli che scortavano l’uomo: Ecco, l’uomo si è
moltiplicato sulla terra. Radunate gli uomini, insegnate loro a vivere in città,
a forgiare nazioni.
5 E gli angeli di Jehovih insegnarono ai popoli della terra a vivere insieme in
città e nazioni. Questa è la terza era.
6 Fu in quel tempo che la Bestia (il sé) si impennò davanti all’uomo e gli parlò
dicendo: Possiedi ciò che vuoi perché tutto è tuo e ti obbedisce.
7 E l’uomo obbedì alla Bestia e la guerra dilagò nel mondo. Questa è la quarta
era.
8 Ma l’uomo ammaccato nel cuore si ammalò e reclamò la Bestia e gli disse: Tu
hai detto: Possiedi ciò che vuoi perché tutto è tuo e ti obbedisce. Ora, guerra
e morte mi accerchiano. Ti prego, insegnami la pace!
9 Ma la Bestia disse: Non a portare la pace sulla terra sono venuto, ma a
portare la spada. Sono venuto a mettere discordia tra il figlio e suo padre, tra
la figlia e sua madre. Qualunque cosa tu vuoi per cibo, prendila, sfamati, che
sia carne o pesce, non pensare al domani.
10 E l’uomo mangiò carne e fu carnivoro e l’oscurità lo avvolse: non udì più la
voce di Jehovih e smise di credere in Lui. Questa è la quinta era.
11 E la Bestia spalancò le sue quattro enormi teste e fu padrona della terra. E
l’uomo si prostrò, e l’uomo si mise in adorazione.
12 E i nomi delle quattro teste della Bestia erano: Bramino, Buddista,
Cristiano, Musulmano. E si divisero la terra, la spartirono fra loro e scelsero
eserciti per mantenere le proprie proprietà.
13 I Bramini avevano sette milioni di soldati, i Buddisti venti milioni, i
Cristiani sette milioni, i Musulmani due milioni – loro mestiere era uccidere
gli uomini. E l’uomo dedicò parte della vita alla guerra e alla proliferazione
di eserciti e l’altra parte alla dissolutezza – era schiavo della Bestia. Questa
fu la sesta era.
14 Jehovih disse all’uomo desisti dal male, ma l’uomo non lo ascoltava.
L’astuzia della Bestia aveva trasformato la carne dell’uomo e la sua anima si
era nascosta in una nube – l’uomo amava il peccato.
15 Jehovih allora chiamò i suoi angeli e disse: Scendete ancora sulla terra,
dall’uomo, che ho creato perché dalla sua terra traesse godimento e dite
all’uomo: Così dice Jehovih:
16 la settima era è prossima. Il tuo Creatore comanda la conversione: da uomo
carnivoro e violenta diventa erbivoro, vivi in pace. Le quattro teste della
Bestia saranno eliminate, la guerra sedata
17 i tuoi eserciti saranno sciolti e da quel momento non esisterà più la guerra
perché questo comanda il tuo Creatore.
18 Non avrai alcun Dio né Signore né Salvatore oltre a Jehovih, colui che ti ha
creato! Adorerai soltanto lui, di ora in ora, da ora e per sempre. Io precedo le
mie creazioni, sono autosufficiente
19 e a tutti quelli che si separano dal dominio della Bestia, stipulando patti
con me, darà il mio regno
20 e costoro saranno detti eletti: il patto e le opere li faranno miei sulla
terra, Fedeli saranno chiamati,
21 ma chi ha stipulato patti con la Bestia, sarà chiamato Uziano che significa
distruttore. E d’ora in poi ci saranno due categorie di genti sulla terra:
Fedeli e Uziani.
22 E gli angeli del cielo discesero sulla terra, apparvero all’uomo, a
centinaia, a centinaia di migliaia, e parlarono come parla un uomo, e scrissero
come scrive un uomo, insegnando le parole dette da Jehovih.
23 E nel trentesimo anno, gli Ambasciatori delle angeliche schiere rivelarono
all’uomo, nel nome di Jehovih, i Suoi regni celesti; resero note le Sue superbe
creazioni per la resurrezione dei popoli della terra.
24 Oahspe, immacolato libro, insegna ai mortali come ascoltare la voce del
Creatore e vedere i Suoi cieli, nella consapevolezza, mentre sono ancora vivi;
che conoscano il luogo e la condizione che li attende dopo la morte.
25 Né tali rivelazioni dell’Oahspe sono del tutto nuove ai mortali: le stesse
cose sono state rivelate a molti che vivono a grande distanza l’uno dall’altro,
privi di contatti tra loro.
26 Poiché questa luce è onnicomprensiva, abbraccia cose corporee e spirituali,
ed è chiamata era del Kosmon. Poiché si riferisce alla terra, al cielo e allo
spirito si chiama Oahspe.
*
Libro di Osiris, Figlio di Jehovih
1 E ora giunse Osiride, Figlio di Jehovih. A lui, sul suo trono a Lowtsin,
nell’etereo mondo, dove il suo regno per centomila anni aveva illuminato molte
stelle corporee, giunse la Voce, Jehovih il Grande, lo Spirito di ogni cosa, e
disse:
2 Osiride! Osiride: Figlio mio, lascia gli immortali mondi, artiglia la peritura
terra nel tuo volo obliquo; e proclama, con lo scettro levato, te stesso, l’Uno,
il Dio che comanda. Come un padre indulgente cammina accanto al figlio,
guardandolo con tenerezza e offrendogli i suoi consigli, così io, tramite i miei
Dèi e i miei Capi, ho persuaso la rossa stella per molte migliaia di anni. Ma
come un padre saggio si rivolge al figlio reietto, ormai in età, e gli ordina
cosa deve o non deve fare, così io, tramite te, devoto figlio, stendo la mano
sulla terra e sui suoi cieli.
3 Giace sepolta nell’abisso, resa all’anarchia, manovrata da falsi dèi e falsi
principi, che devastano con la guerra i suoi cieli e riversano sul suo suolo
milioni di spiriti della tenebra, che soltanto il crimine sazia. Come tronchi
alla deriva su un oceano che ribolle, così gli spiriti dei morti si levano dalla
terra al cielo per essere nuovamente precipitati.
[…]
9 Come una stella si nutre del mutare delle stagioni, così Jehovih guidò l’orda
dei suoi Serpenti per conferire agli eterei regni una vita infinita, che
sappiano la gioia del mutamento, la gloria dello spirito.
[…]
11 …Ecco, la razza dei Ghan, pianificata da Jehovih fin dalla fondazione del
mondo, ora si erge trionfante sulla terra.
12 Non come agnelli sono i Ghan, ma indomiti leoni, nati per la conquista, con
seme di sapienza che ragiona e disarticoli ogni cosa, che ha fede e potenza – ma
non pone fiducia in Jehovih. Come un uomo che ha due figli, il primo vuoto di
passioni, esangue, l’altro incessante in malizia, desideroso di delitti,
delirante in distruzione, così sono I’hin e Ghan. Quando muoiono, gli I’hin
vanno come agnelli là dove gli è ordinato; i Ghan, ancora pieni di ira, si
ostinano a deridere ogni potere. Anime ben forgiate, maestose a vedersi, tornano
sulla terra e fondano un regno celeste nell’oscurità – vendetta trama nei loro
atti.
13 Con fragore distruggono i deboli regni dei Signori, li spogliano dei loro
sudditi, proclamano il cielo in terra. Per questo, le sventurate anime dei cieli
inferiori, sedotte, fuggono la resurrezione per tornare dai mortali, e vengono
fissati in feri, chiusi a ogni luce.
14 E i mortali si abbandonarono a compiere la volontà degli spiriti delle
tenebre, facendo desolazione della festa.
*
Libro della Disciplina
Discorso di Dio sull’amore
1 E verranno a chiederti: Cosa ci dici di chi è sposato e ha figli? Ameranno
forse costoro così tanto la comunità e il regno di Jehovih da mettere da parte
il loro amore filiale, affidando i loro figli a qualcun altro, giorno e notte?
2 Tu risponderai loro: No, in pienezza il loro amore si manifesta nei piccoli. E
lo testimonia chi ha figli quando adotta un trovatello o un orfano, inglobandolo
nella famiglia, senza parzialità. Questo è il più alto carisma dell’uomo: essere
imparziale nell’amare.
3 Non per limitare l’amore ma per moltiplicarlo, come fa Dio, che abbraccia
tutte le genti; così i vari membri della fraternità lavoreranno con Dio e i suoi
santi angeli, per gloria di Jehovih.
*In copertina: uno dei disegni che costellano Oahspe
L'articolo “E gli angeli del cielo discesero sulla terra”. Esasperato
esoterismo: intorno all’“Oahspe”, una nuova bibbia proviene da Pangea.