Voglio essere il più assurdo dei critici, il più ingenuo, se parlo di certe
verità che vanno bene per i bambini, o gli illusi. Leggo Davide Morganti, il suo
“Non è qui” (Editoriale Scientifica, 2025), e vado a schiantarmi contro la
resurrezione e il dolore, di cui lui parla, contro le esperienze ultime,
estreme. Gesù è scomparso dal sepolcro, e i corpi dei nostri morti sono andati
in putrefazione, non come semi della terra, ma come cosa sbriciolata nel niente.
Convoco il teologo Sergio Quinzio, di mio impulso, nella mia fantasia, quando
dice che stiamo aspettando da troppo tempo il ritorno di Cristo, e ne abbiamo
abbastanza. La nostra impazienza non ha più limiti, lo vogliamo adesso Gesù,
anzi, lo rivogliamo per ridare a quei corpi sepolti, cari a noi, la nuova e vera
vita promessa.
Ribadisco: vogliamo essere testimoni del Suo ritorno, del Suo sorriso, delle Sue
parole, anche noi vogliamo rivedere la Sua piaga e rimetterci il dito dentro,
anche noi vogliamo dubitare. Morganti mette a nudo la resurrezione, parla di
questo, di un’attesa sfinita e immeritata che non ha voglia più di attendere.
Abbiamo sofferto troppo, allora basta!, se Lui non è qui dov’è? Lo scrittore
Giovanni Testori diceva che le resurrezioni appartenenti al repertorio dell’arte
pittorica non convincono, la terra tira in basso le figure che si proiettano in
cielo, qualcosa le tiene legate alla forza di gravità, alla sua legge.
Trasumanare (parola inventata da Dante nel primo canto del Paradiso), che
significa andare oltre l’umano, non riguarda esclusivamente il limite della
parola. Prospettiva, punto di fuga, orizzonte, spazio, predominano. Perché è
difficile salire in cielo?, l’azzurro è una patria sconosciuta. Ascendere, per
la natura umana, non è possibile. Forse solo Maria, la Madonna, dopo essersi
addormentata, passa dal sonno all’ascensione. Che mistero! Dio è il più grande
mistero dell’esistenza. Altro che favole che si raccontano ai bambini.
Pietà di me, Signore, io morirò solo, senza sapere nemmeno chi sono?, mi chiedo.
Ma una cosa è certa: attenzione ai critici che non colgono il divino nella
letteratura, che hanno paura di dire attraverso una determinata opera la parola
cristiana, d’infrangere il laicismo invincibile, e quelli che temono di perdere
i lettori. Ne consegue che: 1) La Salvezza non ci appartiene. 2) Qual è la
logica del Creatore? 3) La maggiore obiezione che si può opporre è che Lui non
ci ama… Irriconoscibile è il corpo esangue nella terra, che è nella terra non
per riposare, ma nel tormento del seme che non darà frutto.
Il libro di Morganti è pieno di questo, e sempre più cresce nello schianto. Di
dolore in dolore il male si moltiplica. Il bambino Davide è in balia dei dubbi,
delle risposte che non arrivano. Eppure basterebbe un segno, macché. “[…] io
avevo un terrore folle del Signore, lo vedevo come uno che punisce e affanna
[…]” (pag. 58); “[…] la realtà non mi bastava, non mi è mai bastata, era per
occhi grigi, oggi potrei dire che sono neoplatonico perché ogni immaginazione è
memoria, rivela quello che il mondo non subito concede, è una lenta scoperta,
nulla ci viene rivelato senza ricerca, le ombre sono la vera luce delle cose
[…]” (pag. 75); “[…] la tenebra, per essere tenebra, ha bisogno di esserlo per
intero altrimenti si perde, basta una scintilla di luce a farle perdere la sua
notte” (pag. 86); “[…] forse sarei dovuto andare a Tubinga, come chiesi a mio
padre ma non c’erano soldi e quindi la mia fede avrei dovuto trovarla a Napoli,
tra i cattolici, e non in Germania, in mezzo ai protestanti, con cui sentivo più
affinità […]” (pag. 94). Con pathos:
> “Apriti morte, spalancati Dio, come un sepolcro, sprofondarci poi dentro,
> attraversare la porta, superarla e non tornare più indietro, i morti, come
> Dio, diventano inaccessibili e alla fine hanno bisogno di stare nella terra,
> essere terra, come succede alle radici che fuori non sanno stare da nessuna
> parte”.
È una sfida alla morte il libro autobiografico di Morganti. Il piccolo Davide
prega fino all’impossibile, fino allo sfinimento, invocando il Signore affinché
una bambina si salvi, che risorga una vita, miracolosamente, come nel film di
Dreyer “Ordet”. Davide prega nel suo letto diventato un abisso. Arrivare a un
tale punto da affondare nella preghiera più sentita, far convergere il corpo con
uno stato rivelativo di perenne intensità. La preghiera ha questo di esaltante,
che è rapporto con Dio, domanda rivolta più e più volte, per sé stessi e per gli
altri. Chiunque la pronunci sente che arriva in fondo al suo essere, che
qualcuno ha voluto. “Non è qui” significa che il vuoto del Sepolcro si riempie
dei nostri sfoghi, dei nostri desideri, delle nostre vite insignificanti e
violente. Vite parziali, spezzate, confuse, ingannate, sfinite, morenti, ma
comunque, degne o non degne, tutte meriterebbero una risposta. Quel vuoto ci
riguarda, ci somiglia, direi che Gesù non è più qui perché è in ognuno.
Arriva un colpo di tosse, di là dal muro, nell’appartamento che confina col mio.
È come lo sparo dell’inizio di una corsa. La nostra vita è fatta dagli altri, ed
è quanto di più problematico esista. Forse la nostra salvezza, quindi la nostra
resurrezione, passa da lì, ma s’impone un giudizio. Il tema della resurrezione
così presente in “Non è qui”, fa pensare che ce ne sarà una talmente inedita,
talmente inimmaginabile, da corrispondere a quell’incredibile realtà che siamo,
o ciò che speravamo di essere, avvalorando il progetto che Dio ha su di noi.
Perché un assassino merita?, perché un pedofilo, o un corruttore o uno
stragista? Si chiede Davide Morganti. Non lo sappiamo, ma, per quanto mi
riguarda, credo che tutto accadrà in un attimo, nel mezzo dell’agonia, già nel
chiudere gli occhi. L’evento, ecco!, e tutt’assieme avrà senso il cortile in cui
giocavamo, le case che abbiamo abitato, la riservatezza di nostro padre,
l’abbraccio di nostra madre, gli amici del pallone. Io la penso così, tutto
affondato nella familiarità delle nostre radici. Resta bellissima la scena
iniziale del libro riguardante il primo corpo a corpo con la fine. La scoperta
avviene nello sgomento delle immagini, che trasmettono paura, incredulità. I
nomi sfuggono, come si chiamava quel cadavere nel suo letto?, visto e rivisto
passeggiare col suo bastone? Com’è passato dalla vita alla morte? Poi vengono i
gesti che intendono riparare, e la vicenda corre via.
Anche “Il prodigio” (Mondadori, 2025), di Fabrizio Sinisi, parla del nostro
vuoto, e una faccia immensa, velata di trasparenza, un giorno riempie il cielo
di una città italiana (forse Milano), facendo impazzire gli abitanti, che, presi
dalla persistenza del mistero, reagiscono in mille modi, spesso violenti e
inconsulti, oppure semplicemente superficiali. È chiaro: se Dio si mostra
all’improvviso, come possiamo resistere, in particolare se si mostra a noi
tutti. Dio è per ognuno e in un modo diverso, ma qui il fenomeno si trasforma in
fatto pubblico. La folla ha paura e fa paura, quel volto è una sorta di
perturbante da cui fuggire. Abbiamo bisogno del vuoto, o di qualcosa che gli
assomiglia, qualcosa che è all’origine e che ci ha generato. Il dolore sta
ancora lì, il libro lo dice bene:
> “[…] tu all’inizio pensi di morire ma poi ti abitui, convivi con quella
> ferita, e non è che col tempo ti fa meno male, anzi, fa sempre più male, ma tu
> ora sai che quel buco è il tuo destino, la cosa più tua che possiedi, quel
> buco sei tu, e un bel giorno ti accorgi che da quel buco nero dentro il petto
> inizi a vedere […] per vedere il mondo devi avere anche tu questo buco nel
> petto, altrimenti non lo puoi capire […] il buco nel petto è una cosa
> orribile, però solo da lì puoi vedere il mondo com’è veramente”.
Sono le parole di Marta, giovane amica di don Luca, il prete quarantenne
protagonista del romanzo, io narrante di questa incredibile vicenda del volto
che appare in cielo. Don Luca è innamorato di Marta, innamorato fino a starci
male, tanto che darebbe la vita per lei, e lo fa ogni giorno, prendendosi cura
della ragazza, ai margini della vita, aggredita da attacchi di panico,
depressione, disagio, rabbia, bisognosa di essere ascoltata. È sempre Marta che
parla, si rivolge a Luca:
> “Ho voglia di parlarti, con nessuno parlo come parlo con te, questo lo sai, te
> l’ho sempre detto, è il segreto del nostro successo, se tu parli è con me che
> parli e se io parlo è con te che parlo: sei il mio unico tu, e non so perché.
> Ma anche questa è la forma dell’amore. […] Ti amo per come ti parlo. Ti amo
> per quello che mi succede nel parlarti. Per come mi apro quando parlo con te.
> E per come sei capace di ricevere quello che dico. Di prenderti da me le cose
> più terribili. In silenzio. Senza fare un fiato. Questo può bastare. Ascolta”.
È nelle parole che abbiamo letto il vero prodigio, a mio parere, e accade ogni
giorno, che è il centuplo qui, nella vita. L’anticipo di ciò che vivremo e
viviamo già nel presente, nel vuoto presente della nostra vita, che, se è vera,
è fatta di nostalgia, del luogo in cui siamo stati amati, totalmente, prima di
venire al mondo, gettati fuori dalla nostra impronta primaria, dalla nostra
ombra, affinché sperimentare questa assenza, dura assenza d’amore, desiderio
scandaloso, pieno di dolore. Nel libro si arriva a dire che:
> “Il piacere che viene dal sesso è sempre una preghiera […]. È per questo che
> la Chiesa ha sempre trattato il sesso con tanta diffidenza: ogni orgasmo, per
> qualche attimo, istituisce un dio […] il mio feroce e infelice, pieno di
> astratto desiderio e infinita pena […]”.
Trovo saggezza nelle parole di Marta, e direi involontaria teologia, comunque
riflessione moderna, per dire: ci sono, esisto e desidero in ogni modo il
Signore, anche inconsapevolmente, dal mio mondo sbagliato, all’estremo
dell’inferno, fatto di vuoto abissale, mia cavità che chiede, si presenta in
richiesta di essere compresa, come l’immagine del volto che appare in cielo, con
la bocca semiaperta, pronta a muoversi e parlare finalmente del nostro mistero,
essendo essa stessa mistero. Dio, perché ci hai voluto? Siamo in attesa perenne
di saperlo. Ma quando, e quanto ancora?, fino allo scoramento più totale?, fino
alla Croce universale?
Il volto è una presenza che sovrasta il nostro malessere. In città si susseguono
rivolte, manifestazioni, congiure, complotti, stragi, violenze private. Eppure
si può dire che la vita non fa schifo, l’uomo non è miserabile (“Qualunque cosa
tu dica o faccia/ c’è un grido dentro:/ non è per questo, non è per questo!”,
scrive il grande poeta Rebora), la misura resta l’origine, non l’uomo che invade
e bestemmia, che vuole trionfare con la violenza sull’opera di Dio. Siamo
questo? Avevamo il paradiso, è vero. Allora perché? Ce lo chiediamo ancora, e
ogni briciola di amore che seminiamo, qui sulla terra, in cielo diviene
vertigine. Perciò alziamo lo sguardo in alto.
Ognuno è costretto a sdoppiarsi. Siamo confusi, il personaggio che ama Marta,
don Luca, non sembra lo stesso che descrive la baraonda della città in delirio,
seguita all’apparizione del volto misterioso. Mentre l’adulto Davide, in “Non è
qui”, si lega indissolubilmente alla sua infanzia negata. Ma in entrambi i libri
c’è un segno unico d’amore che vibra perenne, segreto. Possiamo permettercelo?
Eppure è nostro. Forse davvero il nostro amore sta sotto a tutto l’accumulo di
fatti e parole odierni, e giace lì, indifeso. Ne avvertiamo la mancanza. Se
potessimo sentirlo gemere. Come la voce di Alfredino Rampi, il bambino morto nel
pozzo artesiano, in cui era caduto il 13 giugno 1981, a Vermicino, vicino
Frascati. Piangiamo con lui, come con tutte le invocazioni che abbiamo sentito
nella nostra vita. Giovanni Testori, dal quotidiano “Il Sabato”, parlò di
“confusa, angosciante catena delle immagini prese in diretta”. Immane tragedia
di un innocente che diventò tragedia di tutti, spasimo di salvezza deluso, ma
incancellabile dai nostri cuori. Impeto di Grazia chiediamo: provvedi, sei
ancora quello che si alza la mattina e spera, per tua moglie, tuo figlio, i tuoi
amici, la tua città. Due scrittori cristiani che parlano della crisi del
cristianesimo, entrambi i loro libri sono opere del desiderio: che svanisca
l’obiezione tormentosa, torturante.
Vincenzo Gambardella
*In copertina: disegno di Alberti Cherubino (1553-1615), “Deposizione di Cristo
dalla croce”.
L'articolo “La realtà non mi bastava, non mi è mai bastata”. Sia lode a chi in
letteratura coglie la potenza del divino e il nostro inestirpabile segreto
proviene da Pangea.