La narrativa della cilena María Luisa Bombal si muove in territori nebbiosi e di
lievi foschie, paesaggi silenziosi oscurati da sagome di alberi. È una
brevissima opera quella di Bombal, una manciata di racconti – di cui due novelle
– interconnessi da atmosfere, ritualità e simboli: trecce, camelie, bare, sogni.
L’autrice sudamericana torna finalmente in libreria dopo anni di assenza – era
stata pubblicata in Italia nel 1997 dalla casa editrice Sellerio – grazie al
lavoro di Edizioni Sur che raccoglie in un unico libro le opere complete di
Bombal, arricchite da una nuova traduzione (a cura di Francesca Lazzarato) e in
appendice dalla recensione che Jorge L. Borges scrisse nel 1938.
Le storie di Bombal – sette, per la precisione – si somigliano per tono e temi:
gli scenari sospesi e isolati di stanze dove viene esplorato l’immobilismo di
figure femminili ipnotiche. Nel racconto che apre la raccolta, L’ultima nebbia,
la protagonista sposa suo cugino Daniel, rimasto vedovo. L’indifferenza tra i
due cresce giorno dopo giorno e il tormento della donna la porta a desiderare la
fuga nella città. Questa è un miraggio lontano, raggiungibile, forse, solo
attraverso la dimensione onirica. Anche quando la protagonista senza nome arriva
in città (“Siamo arrivati in città da diverse ore. Dietro la spessa cortina di
nebbia sospesa immobile intorno a noi, la sento pesare nell’atmosfera”) persiste
l’indefinitezza dello spazio, e lei sembra come essere riassorbita nel suo
isolamento:
> “La foschia, sfumando gli angoli, attutendo i rumori, ha conferito alla città
> la tiepida intimità di una stanza chiusa”.
L’isolamento in Bombal opera all’interno di grandi ville in cui riecheggiano gli
echi della tradizione gotica; ad abitarle non ci sono più figure spettrali, ma
donne inquiete, vincolate in matrimoni asettici, un’ondulazione perenne le
costringe a muoversi avanti e indietro dall’apatia bovaristica alla distrazione
erotica, dal mondo fisico al pensiero ricorsivo, dalla spinta vitalistica
all’avvolgente desiderio di morte. In queste magioni, le protagoniste di Bombal
vivono la condizione femminile delle donne nell’America Latina degli anni
Trenta: un clima asfissiante di prigionia che l’autrice cilena ritraduce
attraverso fenomeni atmosferici e naturalistici:
> “Ogni giorno di più, la nebbia stringe d’assedio la casa. Ha fatto già sparire
> le araucarie, i cui rami colpivano la balaustra della terrazza. Stanotte ho
> sognato che dalle fessure delle porte e delle finestre si infiltrava
> lentamente in casa, nella mia stanza e sfumava il colore delle pareti, il
> contorno dei mobili, e si intrecciava ai miei capelli, mi aderiva al corpo e
> dissolveva tutto, tutto…”
In questo clima angusto, i racconti di Bombal confondono la realtà in una
dimensione onirica, e così la protagonista de L’ultima nebbia, attuata la fuga,
si ritrova in una piazza illuminata solo dalla luce bianca di un lampione, e
tra oscurità e nebbia fa la conoscenza di un uomo con cui, poche ore dopo,
tradirà suo marito, Daniel. Ma il tradimento sembra poter concretizzarsi solo
nella notte, dove l’atmosfera nebbiosa e l’oscurità confondono i piani tra
realtà fisica e fantasticheria, e può avvenire solo una volta, come un sogno
irripetibile: “nel cuore della città, quella piazza che non conoscevo e che
esiste…Posso averla concepita solo in sogno?”.
Da qui il tormento di una passione travolgente che risveglia e concede il senso
a una vita intera, eppure quel sogno non è più ripetibile e sembra come se María
Luisa Bombal fosse riuscita a fermare in modo perfetto, su carta, l’ardente
amore che provò per il ricco aviatore Eulogio Sánchez Errázuriz. María Luisa
Bombal lo aveva incontrato in Cile, nel 1931. I due si innamorarono subito;
altrettanto rapidamente il loro amore sfumò. Ossessionata dalla rottura del
fidanzamento, Bombal scrisse diverse lettere all’amato, senza ricevere risposta.
Lui invitò raramente María ai suoi eventi pubblici e, diverso tempo dopo,
durante una cena a casa sua, in presenza di ospiti, lei tentò di togliersi la
vita sparandosi[1]. Sopravvisse miracolosamente e partì in Argentina insieme
all’amico Pablo Neruda. Otto anni dopo però quella passione non si era ancora
esaurita, e il 21 gennaio del 1941 María Luisa Bombal, appena tornata in Cile,
si diresse lentamente fino all’Hoter Crillón, dove aveva appuntamento con
Eulogio. Puntò la pistola contro l’amato e sparò, ma ancora una volta il tiro
non fu mortale, e Eulogio fu ferito solamente al braccio. Dopo un periodo di
carcere, María dichiarò il movente: “Uccidendolo, ho ucciso la mia sfortuna, ho
ucciso la mia maledizione”[2].
María Luisa Bombal nasce nel 1910 a Viña del Mar, in Cile, da madre tedesca e
padre con ascendenze francesi. A cinque anni sa già leggere e viene iscritta a
una scuola gestita da suore francesi. A otto anni inizia a scrivere poesie e
poco dopo perde suo padre. Dopo la morte del padre, si trasferisce con la
famiglia a Parigi, studiando in un collegio cattolico. A diciotto anni studia
Lettere alla Sorbona e teatro all’Atelier con Charles Dullin, attore e regista
teatrale francese. Abbandona i corsi di letteratura per interpretare alcuni
ruoli a teatro, e proprio in una di queste esibizioni viene scoperta dallo zio e
obbligata a tornare in Cile. A Santiago, dopo essersi avvicinata alla scena
artistica, si riscatta fondando una compagnia teatrale e mettendo in scena Oscar
Wilde. Tra la letteratura e il teatro però sceglie la scrittura. Nel corso di
quegli anni María Luisa Bombal ha già letto le favole di Andersen e dei Grimm
(che ispireranno la vena folkloristica presente nei suoi due racconti più
brevi), ma anche Knut Hamsun, Mérimée, Antoine Artaud. A ventitré anni, nel
1934, pubblica il suo primo libro, La última niebla, che scrive nella casa in
cui vivevano Pablo Neruda e sua moglie, dove lei stessa si era trasferita l’anno
prima. La poesia di Neruda esercitò su di lei un’influenza significativa.Fu
Neruda stesso a dirle di non accettare mai correzioni da nessuno.
> “Rimase sempre fedele a se stessa, anche quando Jorge Luis Borges, durante una
> delle loro numerose passeggiate in città, sentendo parlare del suo progetto
> per il suo secondo romanzo, Avvolta nel sudario, dichiarò che era impossibile
> da realizzare perché non si può mescolare il realistico con il soprannaturale.
> Ma Bombal non ascoltò e continuò a scrivere”[3].
Nel 1946 esce la sua ultima novella, La historia de María Griselda, e Bombal
abbandona la scrittura, lasciando una produzione breve e sofferta: “La cosa
difficile per me non è concepire un’opera, ma costruirla ed elaborarla: il
lavoro di precisione”[4]. La scrittura per Bombal è un abbandono totalizzante
alla solitudine: “Sono sempre stata spaventata dall’immensa solitudine che
circonda lo scrittore; non credo esista una professione più solitaria; forse è
per questo che non ho scritto di più. Mi chiedo se qualcuno trovi piacere nella
solitudine; io no”[5]. Alla fine Bombal decide di non arrendersi a questa
solitudine, perché, si domanda, “A cosa serve essere l’autrice di Avvolta nel
sudario quando la mia solitudine è così grande?”[6].
La produzione narrativa di Bombal sembra venire alla luce con il suono ovattato
di un mondo che si muove in un fondale marino. Nei sogni, ma anche in una piazza
avvolta dalla nebbia, si è isolati, impossibilitati a scrutare sagome umane,
“intorno a noi, la nebbia dà alle cose un carattere di definitiva immobilità”.
Le donne di Bombal sono innanzitutto corpi immobili, passivi, fragili e sospesi.
Nella dimensione patriarcale dove cresce Bombal e dove inserisce le sue
protagoniste, le donne non possono esprimersi attraverso la parola, ma solo con
il rimuginio infinito e la gestualità, i silenzi, le fughe. Nei racconti di
Bombal, i matrimoni sono ritratti come trappole. Gli spazi che in un matrimonio
occupano donne e uomini sono diversi: gli uomini possono vagare all’esterno,
andare a caccia; le donne sono relegate alla casa. Tutto nella narrativa di
Bombal si trasforma in oggetto simbolico di reclusione: la casa, la nebbia, il
sudario, le trecce, e l’ala del racconto Las Islas Nuevas. “Poi mio marito mi ha
costretta a raccogliere quei capelli stravaganti, perché devo sforzarmi di
imitare in tutto e per tutto la sua prima moglie, la prima moglie che secondo
lui era una donna perfetta”. Ma le donne ritratte da María Luisa trovano una
forma di emancipazione nella cura maniacale del pensiero che si trasforma in
scrittura, e si domandano:
> “Perché, perché la natura della donna dev’essere tale da far sempre di un uomo
> il centro della sua vita? […] Il destino delle donne è arrovellarsi su una
> pena d’amore, in una casa ordinata, davanti a un ricamo incompiuto”.
Il sudario avvolge la protagonista di La amortajada (in italiano, “Avvolta nel
sudario”), donna ormai defunta che in uno sdoppiamento mente-corpo (la prima
cosciente, il secondo defunto), mette in rassegna la sua intera vita. Questo
bilancio avviene attraverso il presenziare al suo capezzale di diverse persone
che hanno fatto parte della sua esistenza, in particolare tre uomini: Ricardo –
il primo amore indimenticabile –, Fernando – l’uomo che lei non è mai riuscita
ad amare – e Antonio – il marito infedele. In questa veglia funebre tornano
tutti i temi cari a Bombal, soprattutto il disappunto di una vita vissuta alle
dipendenze di uomini e l’insoddisfazione costante, l’idea di una vita mediocre
che va accettata come irrimediabile:
> “Forse la vera felicità sta nella convinzione di aver perso irrimediabilmente
> la felicità. Allora cominciamo a muoverci nella vita senza speranze né paure,
> capaci di godere finalmente di tutti i piccoli piaceri, che sono i più
> duraturi”.
E poi la morte, che, come detto precedentemente, è il polo che attrae
continuamente le protagoniste di Bombal. “I latinoamericani pensano alla morte
tutto il giorno”, ha detto lo scrittore Juan Rulfo. Entrambi avevano “una
visione violenta e lirica del mondo”, come ha ammesso Bombal dopo aver letto il
capolavoro di Rulfo, Pedro Páramo. Nel loro ultimo incontro, alla Società degli
Scrittori Cileni nel 1972, dove entrambi furono premiati, Rulfo confidò a Bombal
che la lettura della sua opera gli aveva ispirato diverse immagini e percorsi
legati a Comala. Rulfo sarà a suo modo ispiratore di Cent’anni di solitudine di
Márquez, autore che a soli vent’anni aveva esordito con il racconto di un
bambino morto che continua a crescere nella sua tomba, un cadavere cosciente
come la protagonista di Avvolta nel sudario.
È evidente come nel racconto di María Luisa Bombal ci siano due tipi di morte:
la morte che soffrono i vivi – persistente e logorante – e la morte dei morti,
la morte totalizzante. Quest’ultima morte riesce a essere contemporaneamente
dolce abbandono e orrida mascherata, messa in scena come in un racconto di Poe:
> “Ci sono povere donne sepolte, perse in cimiteri immensi come città – e,
> orrore, perfino con strade asfaltate. E nei letti di certi fiumi dalle acque
> nere ci sono suicide che le correnti colpiscono incessantemente, corrodono,
> sfigurano e colpiscono. E ci sono bambine appena sepolte, che parenti ansiosi
> di trovare a propria volta spazio libero in una cripta stretta e buia riducono
> e riducono fino quasi a cancellarle dal mondo delle ossa. E ci sono anche
> giovani adultere che appuntamenti incauti attirano in quartieri appartati e
> che una lettera anonima fa sorprendere e giacere con un colpo di pistola sul
> petto dell’amante, e i cui corpi, profanati dall’autopsia, vengono abbandonati
> per giorni e giorni all’infamia della morgue”.
Persino Borges dovrà ammettere che l’esperimento di Bombal – da lui inizialmente
messo in dubbio – si rivelerà straordinariamente riuscito: inquieto, carico di
una sensibilità per gli oggetti quotidiani e gli elementi naturali che ricorda
certe poesie di Emily Dickinson, feroce ritratto di donne stregonesche, un
“libro che la nostra America non dimenticherà”[7].
Poche pagine María Luisa Bombal ha lasciato al mondo: dopo averle lette rimane
come l’eco d’un sogno, il tentativo di trovarne altre oltre il manto di nebbia,
come quando si era incoscienti, il sole illuminava tutto, tutto era esaudito.
Forse Bombal ha cercato la soddisfazione dell’eterno, ha tentato di fantasticare
davanti ad altre pagine e tutte le volte si è ripetuta non ce ne sono più “ma di
questo sognerò più tardi”.
Leonardo Di Giorgio
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[1] Carolina Melys, «María Luisa Bombal. La soledad de la escritora», Letras
Libres, 15 agosto
2017, https://letraslibres.com/revista/maria-luisa-bombal-la-soledad-de-la-escritora.
[2] Biblioteca Nacional de Chile, «Eulogio Sánchez», Memoria
Chilena, https://www.memoriachilena.gob.cl/602/w3-article-92549.html, traduzione
mia.
[3] Carolina Melys, «María Luisa Bombal. La soledad de la escritora», cit,
traduzione mia.
[4] Ivi
[5] Ivi
[6] Ivi
[7] Jorge L. Borges, Postfazione a L’ultima nebbia di M.L. Bombal, Edizioni Sur,
Roma 2026, p.219.
L'articolo “Forse la vera felicità sta nella convinzione di aver perso la
felicità.”. La narrativa onirica e funerea di María Luisa Bombal proviene da
Pangea.