La narrativa della cilena María Luisa Bombal si muove in territori nebbiosi e di
lievi foschie, paesaggi silenziosi oscurati da sagome di alberi. È una
brevissima opera quella di Bombal, una manciata di racconti – di cui due novelle
– interconnessi da atmosfere, ritualità e simboli: trecce, camelie, bare, sogni.
L’autrice sudamericana torna finalmente in libreria dopo anni di assenza – era
stata pubblicata in Italia nel 1997 dalla casa editrice Sellerio – grazie al
lavoro di Edizioni Sur che raccoglie in un unico libro le opere complete di
Bombal, arricchite da una nuova traduzione (a cura di Francesca Lazzarato) e in
appendice dalla recensione che Jorge L. Borges scrisse nel 1938.
Le storie di Bombal – sette, per la precisione – si somigliano per tono e temi:
gli scenari sospesi e isolati di stanze dove viene esplorato l’immobilismo di
figure femminili ipnotiche. Nel racconto che apre la raccolta, L’ultima nebbia,
la protagonista sposa suo cugino Daniel, rimasto vedovo. L’indifferenza tra i
due cresce giorno dopo giorno e il tormento della donna la porta a desiderare la
fuga nella città. Questa è un miraggio lontano, raggiungibile, forse, solo
attraverso la dimensione onirica. Anche quando la protagonista senza nome arriva
in città (“Siamo arrivati in città da diverse ore. Dietro la spessa cortina di
nebbia sospesa immobile intorno a noi, la sento pesare nell’atmosfera”) persiste
l’indefinitezza dello spazio, e lei sembra come essere riassorbita nel suo
isolamento:
> “La foschia, sfumando gli angoli, attutendo i rumori, ha conferito alla città
> la tiepida intimità di una stanza chiusa”.
L’isolamento in Bombal opera all’interno di grandi ville in cui riecheggiano gli
echi della tradizione gotica; ad abitarle non ci sono più figure spettrali, ma
donne inquiete, vincolate in matrimoni asettici, un’ondulazione perenne le
costringe a muoversi avanti e indietro dall’apatia bovaristica alla distrazione
erotica, dal mondo fisico al pensiero ricorsivo, dalla spinta vitalistica
all’avvolgente desiderio di morte. In queste magioni, le protagoniste di Bombal
vivono la condizione femminile delle donne nell’America Latina degli anni
Trenta: un clima asfissiante di prigionia che l’autrice cilena ritraduce
attraverso fenomeni atmosferici e naturalistici:
> “Ogni giorno di più, la nebbia stringe d’assedio la casa. Ha fatto già sparire
> le araucarie, i cui rami colpivano la balaustra della terrazza. Stanotte ho
> sognato che dalle fessure delle porte e delle finestre si infiltrava
> lentamente in casa, nella mia stanza e sfumava il colore delle pareti, il
> contorno dei mobili, e si intrecciava ai miei capelli, mi aderiva al corpo e
> dissolveva tutto, tutto…”
In questo clima angusto, i racconti di Bombal confondono la realtà in una
dimensione onirica, e così la protagonista de L’ultima nebbia, attuata la fuga,
si ritrova in una piazza illuminata solo dalla luce bianca di un lampione, e
tra oscurità e nebbia fa la conoscenza di un uomo con cui, poche ore dopo,
tradirà suo marito, Daniel. Ma il tradimento sembra poter concretizzarsi solo
nella notte, dove l’atmosfera nebbiosa e l’oscurità confondono i piani tra
realtà fisica e fantasticheria, e può avvenire solo una volta, come un sogno
irripetibile: “nel cuore della città, quella piazza che non conoscevo e che
esiste…Posso averla concepita solo in sogno?”.
Da qui il tormento di una passione travolgente che risveglia e concede il senso
a una vita intera, eppure quel sogno non è più ripetibile e sembra come se María
Luisa Bombal fosse riuscita a fermare in modo perfetto, su carta, l’ardente
amore che provò per il ricco aviatore Eulogio Sánchez Errázuriz. María Luisa
Bombal lo aveva incontrato in Cile, nel 1931. I due si innamorarono subito;
altrettanto rapidamente il loro amore sfumò. Ossessionata dalla rottura del
fidanzamento, Bombal scrisse diverse lettere all’amato, senza ricevere risposta.
Lui invitò raramente María ai suoi eventi pubblici e, diverso tempo dopo,
durante una cena a casa sua, in presenza di ospiti, lei tentò di togliersi la
vita sparandosi[1]. Sopravvisse miracolosamente e partì in Argentina insieme
all’amico Pablo Neruda. Otto anni dopo però quella passione non si era ancora
esaurita, e il 21 gennaio del 1941 María Luisa Bombal, appena tornata in Cile,
si diresse lentamente fino all’Hoter Crillón, dove aveva appuntamento con
Eulogio. Puntò la pistola contro l’amato e sparò, ma ancora una volta il tiro
non fu mortale, e Eulogio fu ferito solamente al braccio. Dopo un periodo di
carcere, María dichiarò il movente: “Uccidendolo, ho ucciso la mia sfortuna, ho
ucciso la mia maledizione”[2].
María Luisa Bombal nasce nel 1910 a Viña del Mar, in Cile, da madre tedesca e
padre con ascendenze francesi. A cinque anni sa già leggere e viene iscritta a
una scuola gestita da suore francesi. A otto anni inizia a scrivere poesie e
poco dopo perde suo padre. Dopo la morte del padre, si trasferisce con la
famiglia a Parigi, studiando in un collegio cattolico. A diciotto anni studia
Lettere alla Sorbona e teatro all’Atelier con Charles Dullin, attore e regista
teatrale francese. Abbandona i corsi di letteratura per interpretare alcuni
ruoli a teatro, e proprio in una di queste esibizioni viene scoperta dallo zio e
obbligata a tornare in Cile. A Santiago, dopo essersi avvicinata alla scena
artistica, si riscatta fondando una compagnia teatrale e mettendo in scena Oscar
Wilde. Tra la letteratura e il teatro però sceglie la scrittura. Nel corso di
quegli anni María Luisa Bombal ha già letto le favole di Andersen e dei Grimm
(che ispireranno la vena folkloristica presente nei suoi due racconti più
brevi), ma anche Knut Hamsun, Mérimée, Antoine Artaud. A ventitré anni, nel
1934, pubblica il suo primo libro, La última niebla, che scrive nella casa in
cui vivevano Pablo Neruda e sua moglie, dove lei stessa si era trasferita l’anno
prima. La poesia di Neruda esercitò su di lei un’influenza significativa.Fu
Neruda stesso a dirle di non accettare mai correzioni da nessuno.
> “Rimase sempre fedele a se stessa, anche quando Jorge Luis Borges, durante una
> delle loro numerose passeggiate in città, sentendo parlare del suo progetto
> per il suo secondo romanzo, Avvolta nel sudario, dichiarò che era impossibile
> da realizzare perché non si può mescolare il realistico con il soprannaturale.
> Ma Bombal non ascoltò e continuò a scrivere”[3].
Nel 1946 esce la sua ultima novella, La historia de María Griselda, e Bombal
abbandona la scrittura, lasciando una produzione breve e sofferta: “La cosa
difficile per me non è concepire un’opera, ma costruirla ed elaborarla: il
lavoro di precisione”[4]. La scrittura per Bombal è un abbandono totalizzante
alla solitudine: “Sono sempre stata spaventata dall’immensa solitudine che
circonda lo scrittore; non credo esista una professione più solitaria; forse è
per questo che non ho scritto di più. Mi chiedo se qualcuno trovi piacere nella
solitudine; io no”[5]. Alla fine Bombal decide di non arrendersi a questa
solitudine, perché, si domanda, “A cosa serve essere l’autrice di Avvolta nel
sudario quando la mia solitudine è così grande?”[6].
La produzione narrativa di Bombal sembra venire alla luce con il suono ovattato
di un mondo che si muove in un fondale marino. Nei sogni, ma anche in una piazza
avvolta dalla nebbia, si è isolati, impossibilitati a scrutare sagome umane,
“intorno a noi, la nebbia dà alle cose un carattere di definitiva immobilità”.
Le donne di Bombal sono innanzitutto corpi immobili, passivi, fragili e sospesi.
Nella dimensione patriarcale dove cresce Bombal e dove inserisce le sue
protagoniste, le donne non possono esprimersi attraverso la parola, ma solo con
il rimuginio infinito e la gestualità, i silenzi, le fughe. Nei racconti di
Bombal, i matrimoni sono ritratti come trappole. Gli spazi che in un matrimonio
occupano donne e uomini sono diversi: gli uomini possono vagare all’esterno,
andare a caccia; le donne sono relegate alla casa. Tutto nella narrativa di
Bombal si trasforma in oggetto simbolico di reclusione: la casa, la nebbia, il
sudario, le trecce, e l’ala del racconto Las Islas Nuevas. “Poi mio marito mi ha
costretta a raccogliere quei capelli stravaganti, perché devo sforzarmi di
imitare in tutto e per tutto la sua prima moglie, la prima moglie che secondo
lui era una donna perfetta”. Ma le donne ritratte da María Luisa trovano una
forma di emancipazione nella cura maniacale del pensiero che si trasforma in
scrittura, e si domandano:
> “Perché, perché la natura della donna dev’essere tale da far sempre di un uomo
> il centro della sua vita? […] Il destino delle donne è arrovellarsi su una
> pena d’amore, in una casa ordinata, davanti a un ricamo incompiuto”.
Il sudario avvolge la protagonista di La amortajada (in italiano, “Avvolta nel
sudario”), donna ormai defunta che in uno sdoppiamento mente-corpo (la prima
cosciente, il secondo defunto), mette in rassegna la sua intera vita. Questo
bilancio avviene attraverso il presenziare al suo capezzale di diverse persone
che hanno fatto parte della sua esistenza, in particolare tre uomini: Ricardo –
il primo amore indimenticabile –, Fernando – l’uomo che lei non è mai riuscita
ad amare – e Antonio – il marito infedele. In questa veglia funebre tornano
tutti i temi cari a Bombal, soprattutto il disappunto di una vita vissuta alle
dipendenze di uomini e l’insoddisfazione costante, l’idea di una vita mediocre
che va accettata come irrimediabile:
> “Forse la vera felicità sta nella convinzione di aver perso irrimediabilmente
> la felicità. Allora cominciamo a muoverci nella vita senza speranze né paure,
> capaci di godere finalmente di tutti i piccoli piaceri, che sono i più
> duraturi”.
E poi la morte, che, come detto precedentemente, è il polo che attrae
continuamente le protagoniste di Bombal. “I latinoamericani pensano alla morte
tutto il giorno”, ha detto lo scrittore Juan Rulfo. Entrambi avevano “una
visione violenta e lirica del mondo”, come ha ammesso Bombal dopo aver letto il
capolavoro di Rulfo, Pedro Páramo. Nel loro ultimo incontro, alla Società degli
Scrittori Cileni nel 1972, dove entrambi furono premiati, Rulfo confidò a Bombal
che la lettura della sua opera gli aveva ispirato diverse immagini e percorsi
legati a Comala. Rulfo sarà a suo modo ispiratore di Cent’anni di solitudine di
Márquez, autore che a soli vent’anni aveva esordito con il racconto di un
bambino morto che continua a crescere nella sua tomba, un cadavere cosciente
come la protagonista di Avvolta nel sudario.
È evidente come nel racconto di María Luisa Bombal ci siano due tipi di morte:
la morte che soffrono i vivi – persistente e logorante – e la morte dei morti,
la morte totalizzante. Quest’ultima morte riesce a essere contemporaneamente
dolce abbandono e orrida mascherata, messa in scena come in un racconto di Poe:
> “Ci sono povere donne sepolte, perse in cimiteri immensi come città – e,
> orrore, perfino con strade asfaltate. E nei letti di certi fiumi dalle acque
> nere ci sono suicide che le correnti colpiscono incessantemente, corrodono,
> sfigurano e colpiscono. E ci sono bambine appena sepolte, che parenti ansiosi
> di trovare a propria volta spazio libero in una cripta stretta e buia riducono
> e riducono fino quasi a cancellarle dal mondo delle ossa. E ci sono anche
> giovani adultere che appuntamenti incauti attirano in quartieri appartati e
> che una lettera anonima fa sorprendere e giacere con un colpo di pistola sul
> petto dell’amante, e i cui corpi, profanati dall’autopsia, vengono abbandonati
> per giorni e giorni all’infamia della morgue”.
Persino Borges dovrà ammettere che l’esperimento di Bombal – da lui inizialmente
messo in dubbio – si rivelerà straordinariamente riuscito: inquieto, carico di
una sensibilità per gli oggetti quotidiani e gli elementi naturali che ricorda
certe poesie di Emily Dickinson, feroce ritratto di donne stregonesche, un
“libro che la nostra America non dimenticherà”[7].
Poche pagine María Luisa Bombal ha lasciato al mondo: dopo averle lette rimane
come l’eco d’un sogno, il tentativo di trovarne altre oltre il manto di nebbia,
come quando si era incoscienti, il sole illuminava tutto, tutto era esaudito.
Forse Bombal ha cercato la soddisfazione dell’eterno, ha tentato di fantasticare
davanti ad altre pagine e tutte le volte si è ripetuta non ce ne sono più “ma di
questo sognerò più tardi”.
Leonardo Di Giorgio
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[1] Carolina Melys, «María Luisa Bombal. La soledad de la escritora», Letras
Libres, 15 agosto
2017, https://letraslibres.com/revista/maria-luisa-bombal-la-soledad-de-la-escritora.
[2] Biblioteca Nacional de Chile, «Eulogio Sánchez», Memoria
Chilena, https://www.memoriachilena.gob.cl/602/w3-article-92549.html, traduzione
mia.
[3] Carolina Melys, «María Luisa Bombal. La soledad de la escritora», cit,
traduzione mia.
[4] Ivi
[5] Ivi
[6] Ivi
[7] Jorge L. Borges, Postfazione a L’ultima nebbia di M.L. Bombal, Edizioni Sur,
Roma 2026, p.219.
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felicità.”. La narrativa onirica e funerea di María Luisa Bombal proviene da
Pangea.
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Senza una ragione apparente Bolaño lo avvicina allo scrittore spagnolo
Enrique-Vila Matas, autore dell’innovativo Bartebly e compagnia, una sorta di
fenomenologia di tutti quegli scrittori che hanno ridotto la scrittura a pura
forma di esistenza dissidente. Ma César Aira, scrittore argentino, settantasei
anni, sicuro vincitore del primo Nobel argentino secondo una legione di
colleghi, è molto più che una rassomiglianza. Bolaño si affretta a precisare che
è «uno dei tre o quattro migliori scrittori in lingua spagnola di oggi». Poche
righe prima, sempre rimanendo nel canone infallibile dei numeri, aggiunge
che Cecil Taylor di Aira, che potete leggere integralmente qui, è «uno dei
cinque migliori racconti che io ricordi».
Leggendo Il pittore fulminato ci si rende conto che la strada che la letteratura
deve percorrere è ancora gravida di futuro.
Due pittori partono per il Sud America sulla scia di quelle spedizioni che hanno
reso leggendario il nome di Alexander von Humboldt. Il loro viaggio,
> «anche se tracciava zigzag sulla mappa, seguiva una linea retta, come una
> freccia scagliata verso l’immensità».
L’obiettivo è rendere immediatamente percepibili, a livello visivo, le scoperte
scientifiche del pioniere Humboldt: tentacolari esemplari fluviali di flora e
fauna e pietre dalle striature corrusche. La novità dello sguardo si traduce in
una innovazione artistica che deve essere all’altezza dell’invenzione:
«proprio nei dettagli si ritrovava la stranezza che cento anni dopo si sarebbe
chiamata “surrealismo”, mentre a quel tempo era la “fisiognomica della Natura”,
vale a dire il procedimento».
Balena improvvisa l’idea che l’annosa tenzone tra cultura e natura sia una
questione di pura precisione per approssimarsi alla bellezza. E come nei
trattati cinquecenteschi di anatomia, medicina e botanica si utilizzavano i
disegni di Dürer per illustrare le nuove scoperte scientifiche, così per la
pittura di genere vengono inviati nel Nuovo Mondo due pittori all’inseguimento
dell’ignoto.
Nei libri di Aira si sprofonda in una perenne possibilità narrativa che innerva
ogni pagina: è come se le parole si trovassero ancora in uno stato primordiale,
dove tutto può accadere in ogni momento. Le vicende dei personaggi sono ben
definite, così come i lineamenti caratteristici dei protagonisti, ma proprio
questa quadratura geometrica ingabbia il lettore in un futuro aleatorio.
Già questi pochi elementi basterebbero a far sollevare le sopracciglia: in meno
di cento pagine il romanzo si dirama in una sorta di commistione tra il
resoconto scientifico di una spedizione avventurosa e il tentativo di aprire
nuove vie a partire da queste conquiste scientifiche. Ma è anche un trattato
breve su come la realtà fagocita lo sguardo per farlo ripiombare nell’oscurità
di una visione sfocata.
È difficile dire chi raccoglierà il testimone di una scrittura così brillante e
innovativa, se il lotto di scrittori est-Europei, quello autoctono dei
sudamericani o gli scrittori a venire di altre regioni che non sono ancora
cadute sotto il nostro sguardo. Quanto ai capostipiti di questa letteratura, mi
sembra di poterli radunare in uno strano incrocio tra due sudamericani e un
tedesco: Quiroga, Bioy Casares e Büchner. Nei racconti amazzonici di Quiroga
ritroviamo la stessa atmosfera carica di mistero che avvolge i due protagonisti
del libro di Aira, la stessa aria post-apocalittica in cui la natura ha
incenerito ogni desiderio umano, mentre nella geometrica intelaiatura del libro
più celebre di Bioy Casares, L’invenzione di Morel, lo sguardo del lettore è
calamitato da una tessitura di dettagli che si rivela decisiva per lo sviluppo
del libro. È come se l’autore spingesse il lettore a sospendere l’incredulità
per una buona parte della narrazione, salvo poi restituirgliela intera nelle
pagine finali, dove tutto si risolve non alla maniera di un libro giallo, ma
sotto le tinte di una specie di trattato di metafisica.
Il nome di Büchner, geniale scrittore e drammaturgo spentosi a soli ventitré
anni, si impone invece perché con il Lenz, celebrato da Thomas Mann, Zweig e
Hofmannsthal come uno dei capolavori della letteratura tedesca (ma chiunque
dotato di buon gusto non potrà poi più farne a meno) Büchner si apre a quel
filone della passeggiata letteraria che nel Novecento sfocerà in Robert Walser,
che non a caso dedicò a Büchner un breve racconto.
Da questo meticciato letterario nasce tutta la potenza di un libro singolare
come Il pittore fulminato, dove la rappresentazione della realtà sfugge
continuamente dalle mani dell’uomo, perché
> «il “tutto” non è sufficiente. Forse perché esistono altre “totalità”, o più
> probabilmente perché il “tutto” che corrisponde a colui che parla, e al suo
> piccolo grande mondo, ha una rotazione simile a quella degli astri che,
> combinata con le traslazioni, fa sì che certe facce rimangano nascoste per
> sempre».
Andrea Muratore
*In copertina: il Chimborazo secondo Alexander von Humboldt, 1807
L'articolo César Aira, ovvero: fisionomia della scrittura allo stato primordiale
proviene da Pangea.
L’idea sonora dell’unius libri, del libro-totem, del libro-iddio, che
coincida esattamente con la vita del poeta fino a soffocarlo, fino ad
annientarlo. Poesia come: esalare l’ultimo respiro. Poesia: ostia ostile.
Ostaggio.
Formalmente, i casi clamorosi: I fiori del male, Foglie d’erba, Canti orfici.
Altrimenti: votarsi allo sparpagliamento di sé – scrivere su ogni superficie,
come se la poesia fosse un foglio-di-via, un passepartout per le regioni celesti
e quelle infere, un andirivieni nell’Ade e nei suoi giardini. Insomma,
sbriciolarsi ai posteri – Emily Dickinson.
In realtà, l’opera di un poeta è sempre unica – libro ininterrotto suddiviso in
circostanziate pubblicazioni.
Eppure… l’utopia dell’unico libro, continuamente rivoltato e rivisto, che
cresce, nei decenni, insieme all’autore. Introduce a una coerenza che si fa
mania, nei meandri di una ostinata contemplazione che occlude ogni altro spazio.
Ispirazione senza spiragli. Puro tempio. Libro-tempio in cui tu, lettore, sei
l’offerta, l’offesa. Pasto nudo.
*
Nato alla periferia di Buenos Aires il 5 ottobre del 1925, Roberto Juarroz si è
realizzato nell’accademia. Dopo il perfezionamento alla Sorbona, è stato prof di
Bibliotecologia all’Università di Buenos Aires, ha lavorato per l’Unesco. In
sintonia con la poetica di Antonin Artaud, che ha tradotto a lungo, dichiarò che
il suo maestro era Antonio Porchia, il poeta italo-argentino autore – guarda un
po’ – di un unico, eracliteo libro, Voces. Dal 1958 al 1997, Roberto Juarroz ha
ideato un unico, immane libro, Poesía vertical, suddiviso in quattordici tomi –
l’ultimo è postumo, dacché l’autore muore a Temperly, Buenos Aires, il 31 marzo
del 1995. I libri raccontano l’evoluzione della ricerca poetica di Juarroz, tesa
a una scrittura sempre più rarefatta, così limpida da risaltare in enigma. C’è
chi ha paragonato la poesia di Juarroz al Tractatus di Ludwig Wittgenstein. Una
ostinazione alla vetta non priva di crolli.
*
Nell’ultimo frammento il poeta scrive: “Abbiamo appreso a scrivere su tutte le
superfici… non sappiamo scrivere sulla vetta del silenzio perché non sappiamo
scrivere con il silenzio”. Il silenzio rimbomba, il silenzio, dentro di sé, ha
le campane.
*
La dinamica di Juarroz è duplice: da un lato dice, “Scrivo, banalmente, perché
amo la vita”. Dall’altro, al poeta statunitense – e suo traduttore – W. S.
Merwin scrive (il 26 agosto del 1986): “Mio padre mi è morto tra le braccia, di
un cancro ai polmoni. Posso dire di aver respirato la morte. Mi sono allontanato
dalla chiesa e dai suoi splendori, restando permeato da qualcosa di simile al
misticismo di cui parlava Novalis, non confessionale, aperto a tutto”.
Respirare la morte per amare la vita. Aprirsi a tutto – al tutt’altro dall’oggi.
Poesia è anche: legare nei nastri i nostri morti.
*
Poesia verticale, cioè: alla mercé della vertigine. Roberto Juarroz non fa
poesia concettuale: svela il retro delle cose quotidiane, delle cose alla
ciotola. Invade i silenzi – una volta ha detto: penetro nel non detto, gironzolo
nelle paure dell’uomo. Il rischio di questo lavoro è l’astrazione, la
vita mentale (Paul Valéry); eppure, Juarroz non produce lemmi-puttini, parole in
stucco, arabeschi e decori – non va per filosofemi, per sofismi. Opera
affilando, affiliandosi alla freccia e alla spada – chi lo legge ha esigenza di
sanguinare.
*
Poesia verticale: più che scalare un monte, rampicare la parete di una cascata.
Fare fiaba degli spruzzi – un’angelologia d’acque. Da quel punto di
osservazione, cos’è la verità?
*
> “So di aver scritto qualcosa di altro. Ma non mi ha mai interessato il
> successo letterario, la ricchezza, la farsa socio-culturale. Desidero una
> lingua chiara, aperta. Alcuni autori sono molto importanti per me – Porchia,
> ad esempio, poi Rilke e Huidobro – ma è l’uomo, in sé, la cosa più
> importante”.
*
L’opera di Juarroz, impervia per perentorietà, ha trovato implacabili ammiratori
in Octavio Paz e Julio Cortázar, che in lui, da subito – introducendo la
pubblicazione di Tercera Poesía Vertical, nel 1965 – riconosce il crisma di
Mallarmé e dei Presocratici. Scuotere il linguaggio perché riveli la sua natura
stellare, di fuoco e di assenza. Scandalizzare il linguaggio per eccesso di
bianchezza.
In Francia, l’opera di Juarroz è stata elargita da Roger Munier, traduttore, non
per caso, di Martin Heidegger, di Rilke e di Angelus Silesius; ora è pubblicata
da José Corti. Nel mondo inglese, il legame con W. S. Merwin ha prodotto una
versione di Vertical Poetry (1977; 1998) di un certo successo.
*
Così il poeta riassume la propria poetica:
“Ho cercato una poesia concreta nella sua essenza, con un suo peso: solida,
verticale. Credo che il problema non sia la variazione dei temi, ma la questione
del tono, l’atteggiamento interiore, la configurazione simbolica e la tenuta del
linguaggio. Tono: un’espressione decisa, determinata e profonda; tagliente,
anche quando si parla del nascosto, del remoto. Atteggiamento interiore: vivere
le proprie visioni con radicale coerenza, senza calcoli né tentennamenti,
impugnando la propria vita interiore fino alle conseguenze ultime, finché
interno ed esterno non si fanno indistinguibili, in una contemplazione quasi
religiosa della dinamica delle forme. Configurazione simbolica: la compiuta
potenza dell’immagine, non solo nelle sue radici percettive, ma anche in quelle
fondate sulle svolte più acute del pensiero, con la convinzione che ‘sentire’ e
‘pensare’ non siano attività distinte, intendendo la poesia come organismo
unitario. Gestione del linguaggio: concisione, nudità, concentrazione, rinuncia
al decorativo e al retorico, una specie di animismo verbale (riconoscere la
vibrazione, il temperamento, la condotta dello spirito di ogni parola). Mi
appassiona la potente umanità di tale ricerca, la sua sfida a norme e a
stereotipi, la sincronicità tra spontaneo e riflettuto, detto e non detto,
vittoria e fallimento, atteso e inatteso, possibile e impossibile, uno e altro.
Al centro della mia poesia: un volto. Tutta la vita è un gesto, l’annuncio e
l’origine di un gesto. Anche la poesia è un gesto – ma quel gesto, resta. L’uomo
e il suo linguaggio spingono incessantemente i propri limiti, spogli di tutto
ciò che sono. Suprema affermazione che è poi suprema negazione. La grandezza
concreta della poesia – come la grandezza della vita – consiste nel non essere
fatta, di essere sempre un salto oltre, un salto che ci rende possibili”.
*
Se tutta la vita è nella poesia, il poeta rischia di esserne schiacciato, di
essere in scacco. Sopraffatto coi sacchetti in testa. Questo mondo minerale,
cristallino, va dunque distrutto, una volta creato – poesia sono i frammenti che
restano, quel brillio che fa intuire la figura dell’altro, che fa infuriare il
dio.
Poesia è allora saper usare la piccozza: scalfire l’idolo, sventrare la vetta.
Verticale, cioè: vero.
***
Da Poesía vertical (1958)
1
Re degli sguardi
unito tiene il mondo
non lo fa crollare.
Benché non sappia cosa accade ai ciechi
i miei occhi si appollaiano su una schiena
che potrebbe essere di dio.
Eppure,
altra rete cercano, altro filo
che cuce gli occhi in un vestito preso
a nolo e scuce una pioggia senza terra né cielo.
I miei occhi cercano ciò
che ci fa levare le scarpe
per vedere se qualcosa ci sostiene da sotto
ciò che inventa un uccello
per capire se l’aria esiste
che crea un mondo
per sapere se c’è un dio
e ci mette il cappello
per comprovare che esistiamo.
*
2
La morte ci spazzola i capelli
li disperde
ma non penetra.
Forse la frena qualche vasto pensiero
forse pensiamo qualcosa
che sovrasta il pensare.
*
3
L’essere inizia nelle mie mani di uomo.
L’essere
tutto mani
ogni parola detta al mondo
opera della tua morte
Dio privo di opera.
Ma il non essere comincia nelle mie umane mani.
Il non essere
tutto mani
parola sussurrata fuori dal mondo
vagabondare dalla morte
fatica di Dio
madre che mai avrà un figlio
il mio non morire ieri.
Ma le mie umane mani dove iniziano?
*
5
Non voglio confondere dio con dio.
Per questo non metto cappelli
cerco occhi negli occhi degli altri
mi chiedo cosa ci faccia svegliare
mentre sono qui, tra parentesi,
e sospetto che tutto sia una parentesi.
Mentre manovro la morte con l’orario dei treni
e seguo il calco delle mie mani.
A volte non c’è che un gioco:
calarsi nel calco delle mani.
Calarsi in una parentesi
senza starne fuori.
Non voglio confondere dio con dio.
*
9
Penso che in questo momento
nessuno nell’universo mi pensa,
che soltanto io mi penso
che se dovessi morire ora
nessuno – tanto meno io – mi penserebbe.
Qui comincia l’abisso
come quando dormo.
Sono il mio sostegno e mi levo
ogni sostentamento.
Forse è per questo
che pensare a un uomo
significa salvarlo.
*
23
Vesti esistono che durano più a lungo di un amore.
Vesti che iniziano con la morte
e girano il mondo
e vanno nei due mondi.
Ci sono vesti che invece di consumarsi
diventano ogni volta più nuovi.
Ci sono vesti che ti svestono.
Sono vesti verticali.
La caduta è ciò
che ha eretto l’uomo.
*
Da Segunda poesía vertical (1963)
8
Fili dall’esterno
fabbricano gesti in me
si voltano, mi penetrano.
No so cosa cerchino questi fili
quale complicità o risposta o vincolo
quale altro complotto di forme.
Oppure: a loro non importa alcun gesto
inseguono soltanto i fili sciolti dall’altro lato
per attecchire e legarsi
mentre io non sono che l’unico luogo dove
il nodo è possibile.
*
45
Un cuore contorto, una voce cupa
sono sbucati da un luogo che non so raggiungere.
L’uno raccoglie il mondo dal costato
l’altro lo consegna dal centro.
Non so quale strano matrimonio li unisca
da cui comunque sono assente.
So solo che questo mondo
così afferrato
così offerto
forma un’isola in cui abito
nell’altro mondo che è la mia assenza.
*
50
La vita è uno scialle non del tutto chiuso
le cui frange pendono lungo la schiena.
Il freddo disegna punti di sospensione sul viso.
Arrotoliamo e imprigioniamo cammini
srotoliamo e gettiamo parole
amiamo e disamiamo con uno stesso gesto.
Nel frattempo, il freddo fa tutto uguale.
Perfino le frange dello scialle svaniscono.
Roberto Juarroz
L'articolo “Non voglio confondere dio con dio”. La poesia vertiginosa di Roberto
Juarroz proviene da Pangea.