Ingombrante. In sostanza, il problema è questo. Gabriele d’Annunzio è
ingombrante. La vita: inimitabile; inarginabile l’opera. D’Annunzio non può
installarsi in un recinto accademico, in una cifra riassuntiva, in un cifrario
per liceali: ‘Il Vate’ è un sabotatore, ci beffa di continuo. Deciso,
liricamente, a conquistare il mondo, finì per riassumere il mondo nella propria
esorbitante dimora, il Vittoriale degli Italiani – una specie di Gerusalemme
celeste a imperitura celebrazione dell’uomo-opera. Nel mezzo, la conquista di
Fiume (la sua terra promessa, la sua Atene); un paio di decenni prima, la
parentesi parlamentare, come “candidato della Bellezza”, come sempre a modo suo,
tra piroette, ‘pose’, sfottò.
In altre terre, cinematograficamente pronte all’agiografia, d’Annunzio sarebbe
una star (lo immagino con il ghigno di Robert De Niro); se fossimo in Irlanda –
con cui il “Comandante” commerciava in armi –, il puro ispirato verrebbe
riconosciuto come una specie di padre della patria, alla stregua di Yeats. C’è,
però, un però. In d’Annunzio – a differenza dell’ipnotico Yeats – tutto è serio,
serissimo fino al punto di distruzione, il Tutto si tempra nel Nulla, la
sentenza si volta in spot, l’amuleto mistico in portachiavi, il mistero
versiliano in birignao; l’esoterico ha necessità di farsi essoterico, l’altare
retrocedere in palcoscenico. Gabriele d’Annunzio, voglio dire, dà sempre l’idea
di essere volpe più che leone: edifica maschere di cui riconosce la vacuità,
l’approssimativa tana, non cede al poseur – impone mode. In questo è totalmente
poeta – più Dioniso che Narciso –: edifica forme che altri, i lettori,
abiteranno, riempiendo di torce un luogo issato nel vento, suo fiero vanto.
Tempo fa, Maurizio Serra, diplomatico, membro dell’Académie française, autore di
una folgorante e documentatissima “Vita di Gabriele
D’Annunzio”, L’Imaginifico (stipata in oltre settecento pagine per Neri Pozza,
2019), mi disse, in sostanza, che ‘Il Vate’ fu una specie di Picasso, che
“Fondamentalmente, D’Annunzio fu un uomo ‘greco’ più che latino, basti pensare
al culto per la bellezza, alle ossessioni per il dio Pan, per l’animale, per il
minotauro. La stessa scelta delle ‘laudi’ rimanda alle odi greche. Diciamo che
D’Annunzio riporta la cultura italiana alle sue origini greche”. Per troppo
tempo, purtroppo, si è fatta coincidere la vertiginosa retorica di d’Annunzio
con i megafoni del Ventennio, avvilendo la sua poesia, mirabile, a un malinteso,
a circostanza dopo tutto sacrificabile in virtù di una lirica capziosamente
carezzevole, tenue fino al grigio, fino al tailleur da lirico impiegatizio,
speciosamente ‘realista’, di ombelicali ambizioni. Ne saggiamo gli esiti, oggi,
esangui.
È vero, però, che l’opera lirica di d’Annunzio appare a noi abnorme, un
Minotauro, spesso sintetizzata nell’Alcyone, “un prodigio” di “atmosfera rapita”
che denuncia la “poetica di un incanto terrestre dove il brivido della carne si
vena di labile malinconia” (Ezio Raimondi). In ogni istante d’Annunzio pare su
una biga trainata da aquile: è l’altitudine del dire – secondo alcuni detta
“oratoria bizantina e parnassiana” – a confonderci, a confinarci nella nostra
piccolezza. Hugo von Hofmannsthal – supremo interprete di d’Annunzio – amava
le Elegie romane. Eppure, è in repertorio antologico – quello costruito da
Giordano Bruno Guerri con il titolo Dolci le mie parole, Crocetti, 2026, è un
unicum nel suo genere per intransigenza e singolarità delle scelte – che si
apprezza meglio la memorabile ‘modernità’ di d’Annunzio. Cosa s’intenda per
‘modernità’ è proprio Hofmannsthal e dirlo in uno dei tanti scritti dedicati al
‘Vate’ (raccolti in: H. von Hofmannsthal, L’ignoto che appare, Adelphi, 1991),
con genio epigrafico:
> “moderno è sentire psicologicamente crescere l’erba e guazzare in un mondo
> meraviglioso di pura fantasia, sezionare gli atomi e giocare a palla con
> l’universo; moderna è l’analisi di un capriccio, di un sospiro, di uno
> scrupolo e moderno è l’abbandono istintivo, quasi sonnambulico, a ogni
> manifestazione del bello… l’impulso a comprendere e l’impulso a dimenticare”.
A dire del grande scrittore austriaco – autentico prodigio del verbo, l’uomo che
ha aperto la via lirica a Rilke, autore di una poesia dinamicamente diversa da
quella di d’Annunzio – è proprio d’Annunzio la sintesi del ‘moderno’, in cui
sapienza e annientamento si fondono “con singolare acutezza ed evidenza”:
> “le sue novelle sono rendiconti psicopatici, le sue raccolte di versi sono
> scrigni di gioielli; nelle une regna la severa e fredda terminologia dei
> documenti scientifici, nelle altre un’ebbrezza quasi febbrile di colori e
> stati d’animo”.
Ancora una volta, il Tutto e il Nulla, il creatore che esige un mondo con il
desiderio di distruggerlo: rinnovare la vita, d’altronde, contrasta con il
talento conservativo dei poeti che di sé vogliono fare mausoleo. Poeta
all’apparenza musivo, d’Annunzio è in realtà un devastatore, ha un’aurea nausea
verso il ‘letterario’: se procede per accumulo è per mutilare il panorama;
annienta.
Julien Benda ha significato come nessun altro l’anima bicefala di d’Annunzio, il
suo perpetuo indiarsi nel doppio:
> “C’erano in lui due personaggi: da una parte l’uomo in palcoscenico che faceva
> il proprio mestiere scrupolosamente; dall’altra l’uomo dell’intimità, che con
> qualcuno trovava inutile il proprio istrionismo e liberandosene diveniva
> semplice e affascinante. Ciò che mi colpiva poi era la facilità con cui
> d’Annunzio si spostava dall’uno all’altro, deponendo l’abito naturale e
> mettendo il vestito di cerimonia non appena entrava un qualche forestiero. Non
> sembrava vittima della propria messa in scena, la prendeva come fa un
> commerciante con le proprie spese generali, e non l’amava”.
Il Tutto e il Nulla; il pubblico e l’impubblicabile; il manifesto e il remoto.
Nei versi più possenti, d’Annunzio si spoglia di entrambe le spoglie: tra il
Tutto e il Nulla c’è la bestia, la creatura-creatura che assembla in contrari,
il sorgivo, l’assoluto vivente. I poeti del nostro canone sono per lo più
refrattari a dire la bestia: d’altronde, la nostra è la civiltà del ritratto –
Antonello, Tiziano, Raffaello, Bellini –, della regalità dell’uomo, e semmai –
dal Settecento in qua – del paesaggio come celebrazione dell’umana opera. Quando
appare, l’animale è la figura di un bestiario, è una bestia simbolica, pantera o
falcone o bufalo che sia, che rimanda ad altro ma mai alla propria carne, al
proprio costituzionale odore – al fetore del transitorio essere si predilige il
suo essere tramite. Oppure, è dettaglio di contorno, quotidiano ma fatuo,
miracoloso nel suo essere lontano: così è per gli armenti e gli assiuoli di
Pascoli, per l’anguilla e la carpa di Montale, per la capra di Saba. Gabriele
d’Annunzio, invece, ci fa sentire la bestia che irrompe, l’urlo, l’avvampare, il
vortice. “Un falco stride nel color di perla:/ tutto il cielo si squarcia come
un velo”: così attacca Furit aestus, distico che sa di artigli, di sangue, di
essere in picchiata. È forse Il cervo, però – cito da poesie selvaggiamente
antologizzate in Dolci le mie parole –, la poesia più ‘animalesca’ di
d’Annunzio, fin dall’attacco, in furia, “Non odi cupi bràmiti interrotti/ di là
del Serchio? Il cervo d’unghia nera/ si sèpara dal branco delle femmine/ e si
rinselva”.
È una poesia straordinaria, questa, perché l’animale non è mero monile, ennesima
effigie d’uomo, ma invitta vita: si avverte la contrazione della preda, la trama
delle tracce, l’inseguimento, i muscoli che guizzano, le corna e la luna, il
silenzio e la fuga, il desiderio e il fine, “la voce sua di toro”. Rimbomba,
questa poesia. Allo stesso tempo, è immediata e rude come una pittura a Lascaux,
è ardimentosa come un affresco del Duecento. No: qui d’Annunzio non è più
‘moderno’ – come lo vuole Hofmannsthal – né “iperromantico” e “intellettuale” –
come lo vuole Benda –, non è Vate né Comandante, non è deputato né Principe di
Montenevoso – è creatura senza insegne, insigne in nudità, allo stato brado,
uomo diserbato in belva, il cacciatore che si rivela braccato, in fuga. Da
questa trance, ciò che resta è la carcassa della poesia, una carogna di
smeraldo, nostro fiero pasto.
**
Il cervo
Non odi cupi bràmiti interrotti
di là del Serchio? Il cervo d’unghia nera
si sépara dal branco delle femmine
e si rinselva. Dormirà fra breve
nel letto verde, entro la macchia folta,
soffiando dalle crespe froge il fiato
violento che di mentastro odora.
Le vestigia ch’ei lascia hanno la forma,
sai tu?, del cor purpureo balzante.
Ei di tal forma stampa il terren grasso;
e la stampata zolla, ch’ei solleva
con ciascun piede, lascia poi cadere.
Ben questa chiama “gran sigillo„ il cauto
cacciatore che lèggevi per entro
i segni; e mai giudizio non gli falla,
oh beato che capo di gran sangue
persegue al tramontare delle stelle,
e l’uccide in sul nascere del sole,
e vede palpitare il vasto corpo
azzannato dai cani e gli alti palchi
della fronte agitar l’estrema lite!
Ma invano invano udiamo i cupi bràmiti
noi tra le canne fluviali assisi.
Tu non ti scaglierai nel Serchio a nuoto
per seguitar la pesta, o Derbe; e il freddo
fiume non solcherà suplice solco
del tuo braccio e del tuo predace riso,
fieri guizzando i muscoli nel gelo.
Inermi siamo e sazii di bellezza,
chini a spiare il cuor nostro ove rugge,
più lontano che il bràmito del cervo,
l’antico desiderio delle prede.
Or lascia quello il branco e si rinselva.
Forse è d’insigni lombi, e assai ramoso.
Ei più non vessa col nascente corno
le scorze. Già la sua corona è dura;
e il suo collo s’infosca e mette barba,
e fra breve sarà gonfio dal molto
bramire. Udremo a notte le sue lunghe
muglia, udremo la voce sua di toro;
sorgere il grido della sua lussuria
udremo nei silenzii della Luna.
Gabriele d’Annunzio
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