Nata a Bucarest, sfollata a Buenos Aires nel 1959 – il papà era un
antistalinista professo –, scrittrice estrosa, bellissima, Alina Diaconú ha
avuto una lunga relazione epistolare con Emil Cioran. È a lei, in un’intimità
raccolta in Preguntas con respuestas (1998), che Cioran dice del suo rapporto
con Alejandra Pizarnik.
> “Cara Alina, che omissione assoluta: non le ho detto di Alejandra Pizarnik.
> Abitava nel mio quartiere, più esattamente in rue Saint-Sulpice. Quante volte
> mi sono imbattuto in quella sconosciuta, trascinava con sé una disperazione
> che conosco così bene!”.
Le aveva lasciato un biglietto nell’hotel parigino in cui soggiornava. “Non se
ne vada”, soggiunse – ma Alina partì. La Pizarnik sigilla sempre un addio (per
approfondimenti si veda: A. Diaconú, Querido Cioran. Cronaca di un’amicizia,
Criterion Editrice, 2021).
Nata nel 1936 a Buenos Aires da ebrei di origine ucraina, Alejandra Pizarnik
atterrò a Parigi che aveva ventiquattro anni: voleva vivere – e morire – di
poesia. Conobbe Georges Bataille, legò con Julio Cortázar, Octavio Paz scelse di
firmare l’introduzione della sua plaquette, Árbol de Diana, uscita nel 1962:
“Solitudine, concentrazione, addestramento alla sensibilità sono requisiti
indispensabili alla visione. Alcuni intellettuali di onorata intelligenza
lamentano di non vedere nulla, nonostante la loro cultura”. Ecco il punto.
Mentre l’intellettuale si mette in posa e poeta – e il lettore trae giovamento
dal poetico, unguento mentale che sana con poco verbo vittimismi e malinconie –
il poeta abita in un aldilà del linguaggio. Il poeta arma il linguaggio fino a
farsi male, fino alle mannaie dell’io, per annegare nella propria notte oscura.
Più che altro, il testo di Octavio Paz – oscuro per eccesso di chiarore – è un
trattato alchemico scritto contro “i pregiudizi dell’illuminismo contemporaneo”
(lo abbiamo tradotto in calce); è la chiave – simbolica dunque reale, in
una attualità che è per sempre – per penetrare nell’opera di Pizarnik.
Alejandra Pizarnik inviò Árbol de Diana a Cristina Campo. Si erano conosciute a
Parigi, di sfuggita. “Ci sono dei Suoi versi che mi ossessionano”, le scrisse
Cristina nel gennaio del 1963. Il legame epistolare, di intensità caustica,
ambigua, durò qualche anno. La Pizarnik le dedicò una poesia, Anelli di cenere,
poi raccolta in Le opere e le notti (1965), opera prediletta dalla Campo: “E
quando è notte, sempre,/ una tribù di parole mutilate/ cerca asilo nella mia
gola,/ perché non cantino loro,/ i funesti, i padroni del silenzio” (cito dalla
traduzione di Matteo Lefèvre da: A. Pizarnik, Poesia completa, Crocetti, 2026;
il libro reca “uno scritto” di Concita De Gregorio, non brutto). Cristina le
inviò La Tigre assenza (“Ahi che la tigre/ la Tigre assenza/ o amati/ ha tutto
divorato…”) con dedica “Ad Alejandra Pizarnik”. Il padre era morto da poco, “con
tanta amabilità, quasi in mezzo ad una conversazione”; per lettera, le parlava
di Borges e di Octavio Paz, di Djuna Barnes, dei “canti dei salmi che ci
aspettano forse da tutta l’eternità” ascoltati “presso i miei amici
aschenaziti”, di Rabbi Abraham Joshua Heschel, “un mistico di pura tradizione
chassidica che ho conosciuto in circostanze straordinarie” (poi pubblicato da
Rusconi, proprio per impegno di Cristina Campo). Forse nella ebraicità di
Pizarnik, la Campo cercava un conforto: il roveto ardente in vece dell’ardore.
Infine – così pare, almeno, compulsando questo epistolario di cristallo,
scoperto da Stefanie Golisch tra le carte della Pizarnik custodite alla
Princeton University, per ora impubblicabile –, Cristina Campo tentò di tradurre
l’infelicità di Alejandra in grazia. La volle santa – lei restò dannata.
Erano gli anni dell’impegno anticonciliare e del legame con Monsignor Lefebvre;
Cristina scrisse alla Pizarnik di dotarsi di una tradizione, di purificarsi (“La
sua innocenza non chiede altro che trasformarsi in coscienza”), di trovare il
proprio ordine interiore (“Non vada, la supplico, dallo psicoanalista. Oltre che
del tutto inutile, è una cosa veramente indecente, e che ostruisce tutti gli
ingressi al destino col pretesto di aprirne alla libido”). Zolla, dietro le
quinte – era, in fondo, l’artefice di tutti gli interessi epistolari della Campo
–, annuiva. La Pizarnik restò di ghiaccio – così annota nel diario: “Lettera di
Cristina. Mi fa paura. Come se mi avesse scritto un angelo”.
L’ultima lettera di Cristina è del 7 aprile 1970 (“La posta qui non annuncia più
gli scioperi, ma, senza dire una parola, tonnellate di lettere vengono buttate
silenziosamente in mare”). Alejandra era rientrata a Buenos Aires da qualche
tempo, qualche mese dopo – in luglio – appuntò una risposta (“Cristina, mi vuole
ancora bene? Le piacerebbe vedermi ora, strana bambina dai capelli lunghi
lunghissimi, e così pallida e fragile che quando mi guardo allo specchio mi
sorrido per darle coraggio…”) che non spedì mai e che possiamo leggere in: A.
Pizarnik, L’altra voce. Lettere 1955-1972, Giometti & Antonello, 2019.
Chiunque sia stato a Buenos Aires riconosce gli emblemi ideati da Borges, il
meno argentino degli scrittori argentini: il labirinto e lo specchio, il
coltello e la tigre blu. Alejandra Pizarnik, donna dal viso felide, sprofondò in
se stessa fino a divorarsi. Così appunta nel suo diario, è il novembre del
1971:
> “Scrivere è dare un senso al soffrire.
> Ho sofferto così tanto che già mi hanno espulso dall’altro mondo.
> Scrivere è voler dare un senso al nostro soffrire”.
Cortázar, l’amico zenit, continuò a inviarle lettere floreali, ormai inutili
(“Oggi, i carnefici uccidono altri, non i poeti, ormai non ci resta neanche
questo privilegio imperiale… Ti accetto solamente viva, ti voglio solamente
Alejandra”, 9 settembre 1971). Alejandra continuò a pubblicare, distrattamente,
a dedicare i propri versi a molti, come a sfracellarsi. Con gli ultimi libri
– El infierno musical e Los pequeños cantos – si costruì un sepolcro.
Morì – il 25 settembre del 1972, per scelta, per abuso di Seconal – e fu un
risorgere al mito. La insediarono in un ristretto club che comprende Sylvia
Plath, Anne Sexton, Amelia Rosselli; scrisse di donne tumulate da un talento
sacrificale, Emily Dickinson (“Lei pensa all’eternità”), Karoline von Günderrode
(“La divorata dallo specchio/ entra in uno scrigno di ceneri/ e ammansisce le
bestie dell’oblio”), Janis Joplin, a cui si confidò come a un’altra se stessa:
> “hai fatto bene a morire
> per questo ti parlo,
> per questo mi affido a una bambina mostro”.
Alejandra è sepolta nel cimitero ebraico di La Tablada; i genitori la chiamavano
“Flora”. Le sue poesie sembrano Unni origami, sembrano lupi di carta: appena
confidi nella loro fragilità, scopri di avere le mani piene di sangue – si
arriva sempre troppo tardi alla poesia, sempre troppo deboli.
*
Introduzione di Octavio Paz a “Árbol de Diana” di Alejandra Pizarnik
Albero di Diana di Alejandra Pizarnik. (Chim.): cristallizzazione verbale per
amalgama di insonnia passionale e lucidità meridiana in una dissoluzione della
realtà sottoposta alle più alte temperature. Il prodotto non contiene una sola
particella di menzogna. (Bot.): l’albero di Diana è trasparente e non fa ombra.
Ha luce propria, scintillante e breve. Nasce nelle terre aride dell’America.
L’ostilità del clima, l’inclemenza dei discorsi e del vocio, l’opacità generale
delle specie pensanti, sue vicine, per un ben noto fenomeno di compensazione,
stimolano le proprietà luminose di questa pianta. Non ha radici; il fusto è un
cono di luce leggermente ossessiva; le foglie sono piccole, ricoperte da quattro
o cinque righe di scrittura fosforescente, picciolo elegante e aggressivo,
margini dentellati; i fiori sono diafani, separati i femminili da quelli
maschili, i primi ascellari, quasi sonnambuli e solitari, i secondi spighe,
spolette e, più raramente, spine. (Mit. ed Etnogr.): gli antichi credevano che
l’arco della dea fosse un ramo spezzato dall’albero di Diana. La ferita del
tronco era considerata il sesso (femminile) del cosmo. Forse si tratta di un
fico mitico (la linfa dei rami teneri è lattea, lunare). Il mito allude
probabilmente a un sacrificio per smembramento: un adolescente (uomo o donna)
veniva squartato a ogni luna nuova, per stimolare la riproduzione delle immagini
nella bocca della profetessa (archetipo dell’unione dei mondi inferiori e
superiori). L’albero di Diana è uno degli attributi maschili della divinità
femminile. Alcuni vedono in ciò un’ulteriore conferma dell’origine ermafrodita
della materia grigia e, forse, di tutte le materie; altri deducono che sia un
caso di espropriazione della sostanza maschile solare: il rito sarebbe solo una
cerimonia di mutilazione magica del raggio primordiale. Allo stato attuale delle
nostre conoscenze è impossibile optare per una di queste due ipotesi.
Segnaliamo, tuttavia, che i partecipanti mangiavano in seguito carboni
incandescenti, usanza che perdura fino ai nostri giorni. (Blas.): stemma
parlante. (Fis.): per molto tempo si è negata la realtà fisica dell’albero di
Diana. In effetti, a causa della sua straordinaria trasparenza, pochi possono
vederlo. Solitudine, concentrazione e un generale affinamento della sensibilità
sono requisiti indispensabili per la visione. Alcune persone, con reputazione di
intelligenza, si lamentano del fatto che, nonostante la loro preparazione,
non vedono nulla. Per dissipare il loro errore, basta ricordare che l’albero di
Diana non è un corpo che si possa vedere: è un oggetto (animato) che ci permette
di vedere oltre, uno strumento naturale di visione. Del resto, una piccola prova
di critica sperimentale svanirà, con efficacia e definitivamente, i pregiudizi
dell’illuminismo contemporaneo: collocato di fronte al sole, l’albero di Diana
riflette i suoi raggi e li riunisce in un fuoco centrale chiamato poema, che
produce un calore luminoso capace di bruciare, fondere e persino volatilizzare
gli increduli. Si raccomanda questa prova ai critici letterari della nostra
lingua.
Octavio Paz
Parigi, aprile 1962
Traduzione di Diana Mazon
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Tutta l’operazione di Macello è intrisa della sostanza carnale che fa il verbo,
anche se si tratta di un’incarnazione materica, estremamente laica e
anti-pregiudiziale. Lo possiamo leggere anche nei testi che seguono:
> È fuggito un toro nero
> erra sul cavalcavia
> impaurendo il traffico,
> lo rincorriamo
> impugnando coltelli
> bastoni elettrici e birre
> corre si ferma torna
> arrivano i carabinieri coi mitra,
> ora è steso su un velo d’erba
> e sussurra qualcosa alle mosche.
Oppure:
> La merda è colorata
> creativa
> gratificante (ogni tre ventroni un carretto)
> è rumorosa, suadente, intrigante
> gelida
> quando si ammucchia ostinata nelle grate dello scarico
> è docile, è fieno dei ricordi di infanzia
> (la vuotiamo in una vasca di cemento)
> è rossastra quando ti avvisa di qualche dolore
> come un’ulcera al culo;
> la merda (la grande vasca va svuotata ogni tanto)
> protegge la mia intimità e la vostra
> svestita
> da qualsiasi pregiudizio.
Nel primo testo, in apertura – “È fuggito un toro nero/ erra sul cavalcavia” –
Ferrari ci presenta il corpo animale che invade uno spazio urbano,
destabilizzandone l’ordine. La regola è violata da un errare che irrompe sul
sistema funzionale della regola e il toro, sottratto per un attimo alla catena
della macellazione, entra in una zona intermedia, disorientata che sfiora per un
istante la libertà. A questo punto arrivano gli uomini che “inscenano” un
inseguimento – “lo rincorriamo impugnando coltelli bastoni elettrici e birre”
– da cinema grottesco con quelle “birre” accanto agli strumenti di cattura, per
cui la quotidianità si fa disarmante nella sua concretezza da aneddoto. Il
cinema continua e il toro alla presenza antagonista reagisce con
indecisione, “corre si ferma torna”, in modo affannato esegue scarti brevi che
la poesia segue con un ritmo franto e con un tono da burlesque. Ecco così
che “arrivano i carabinieri coi mitra”, acme barzellettistico di una realtà vera
che, però, allo stesso tempo appare simulata, fino a che il tono quasi
canzonatorio si risolve nella caduta “meditativa” che indica la morte
dell’animale: “ora è steso su un velo d’erba / e sussurra qualcosa alle
mosche”. Il passaggio è netto: dalla concitazione si passa a una quiete irreale
dove ciò che viene detto non è accessibile, quel “qualcosa” registra l’esistenza
di un messaggio che non può essere tradotto se non osservando la fine, da vicino
sì, in maniera totalmente nuda, ma non per questo pacificandone l’assunto
misterioso che polverizza ogni vita senza esplicazione. Ciò che accade è
rappresentabile, non spiegabile.
Il secondo testo radicalizza questa dinamica, spostandola su un piano
apparentemente ancora più basso: quello degli scarti, della materia residua. “La
merda è colorata/ creativa/ gratificante”, lo scarto, cioè, è una produzione
qualunque, persino artistica, secondo il dettato delle avanguardie (una sorta di
Piero Manzoni critico non solo con la società dei consumi ma con la società tout
court) che sonda le radici di un post-esistenzialismo senza redenzione. In
pratica Ferrari continua a rovesciare l’ordine costituito e le gerarchie del
linguaggio, fattore che avrà libero sfogo, come vedremo, nella raccolta
successiva, Rosso epistassi.
Tornando al testo, notiamo che Ferrari alterna registri diversi senza soluzione
di continuità, dal sensoriale, e quasi seduttivo (abbiamo visto l’accumulo di
aggettivi “suadenti”), al fisico e freddo: la merda è “gelida” ma “quando si
ammucchia ostinata nelle grate dello scarico/ è docile, è fieno dei ricordi di
infanzia” che riporta la materia dentro una dinamica concreta, tecnica e legata
al lavoro e allo stesso tempo alla memoria dell’infanzia che oltre a richiamare
“gli occhi infantili” della manza con tutta la loro vulnerabilità, ne
intensifica l’assunto anti-elegiaco, infatti subito dopo leggiamo l’inciso “(la
vuotiamo in una vasca di cemento)”, in un gesto pratico del lavoro si interrompe
ogni possibile lirismo.
I versi successivi, “è rossastra quando ti avvisa di qualche dolore/ come
un’ulcera al culo”, introducono la plausibilità diagnostica posseduta dal corpo
in rovina e insieme ci dicono senza mediazione che l’unica protezione è proprio
la nudità del corpo nelle sue funzioni – “la merda […]/ protegge la mia intimità
e la vostra/ svestita/ da qualsiasi pregiudizio”. Il linguaggio, così, aderendo
alla materia, la riconosce come luogo originario della relazione, prima di ogni
distinzione tra alto e basso, tra umano e animale, tra degno e indegno. La vera
uguaglianza tra gli esseri per Ferrari è corporale, né sociale e men che meno
“democratica” (vedremo, come si diceva, in Rosso epistassi).
Che la critica sociale sia comunque sottesa nell’opera di smantellamento e
“macellazione” del pregiudizio linguistico lo si avvisa anche in questo testo
di Macello:
> Sventrate intere famiglie
> oggi
> lunedì di intensa macellazione.
> Una vacca ha partorito un vitello
> negli occhi la paura di nascere
> il foro in mezzo il nostro contributo
> a tranquillizzarlo.
In questo testo è evidente che la parola nel tentativo di aderire alla materia
attraversa anche le strutture implicite del vivere collettivo (in questo caso la
famiglia e la generazione, senza diventare un discorso apertamente ideologico).
L’attacco – “Sventrate intere famiglie/ oggi/ lunedì di intensa macellazione” –
è costruito su una giustapposizione fortissima tra due registri: da un lato le
“famiglie sventrate” degli animali, dall’altro la precisione della
calendarizzazione del lavoro e della sua routine – “oggi/ lunedì di intensa
macellazione”. La parola “sventrate” per quanto violenta è immediatamente
inscritta nel funzionamento stesso della giornata lavorativa, una provocazione
del quotidiano sul quotidiano senza aura protettiva e che si espone alla stessa
sorte della carne. Il verso centrale – “Una vacca ha partorito un vitello”
– racconta un evento che, fuori da questo contesto, sarebbe leggibile come
origine, nascita, continuità della vita, mentre qui il parto non è isolato ma
subito ricondotto allo spazio della macellazione e, senza interiorizzazione
psicologica, resta un fatto nudo che in un’estrema sintesi narrativa ci pone di
fronte alla nascita e alla morte nel giro di due versi: “negli occhi la paura di
nascere / il foro in mezzo il nostro contributo/ a tranquillizzarlo”
Dal punto di vista stilistico, il testo mantiene tutte le caratteristiche della
retorica scabra:
* sintassi lineare
* lessico essenziale
* assenza di commento
* giustapposizione di registri incompatibili
* uso di termini concreti che non vengono mai alleggeriti
ma ciò che emerge con particolare forza è proprio la dinamica per cui il
linguaggio porta le parole dell’umano (famiglia, nascita, tranquillità) e le
espone a una trasformazione radicale dentro la carne, dentro la soglia cioè in
cui il poeta non riesce più a custodire il vero e utilizza la parola per
lasciare al lettore la libertà di valutare, se lo vuole, l’evidenza (questo è il
taglio netto di cui si diceva in merito alla relazione). Così,
nel “tra-” Ferrari produce l’esposizione del vivente tagliando e svuotando le
parole che, nondimeno, continuano a resistere come materia minima di
relazione nella dissacrazione del corpo, come leggiamo nel testo seguente:
> Ho visto strisciare ombre
> impastate di umano
> e i pugnali disonorare la vendetta;
> ho visto dio calpestare un apostolo
> per arrivare dopo alla gabbia
> e l’aureola
> usata come filo di ferro
> per convincere un giovane toro a farsi santo.
Anche qui Ferrari lavora su un lessico simbolico (principalmente religioso) per
esporlo a un processo di degradazione e reinscrizione nella carne. Il verso “Ho
visto strisciare ombre/ impastate di umano” riporta l’umano a uno stato
intermedio, tra figura e materia, mentre “e i pugnali disonorare la
vendetta” espone la violenza (la vendetta) al suo svuotamento.
Nel testo le figure fondative della tradizione cristiana vengono trascinate
dentro una scena di violenza priva di sacralità come risulta esplicito in “ho
visto dio calpestare un apostolo”, in cui i termini
“dio” e “apostolo” vengono riutilizzati in un contesto che ne svuota la funzione
trascendente, conservando una forma che perde il suo centro raffigurativo. Dopo
il rovesciamento, il testo si àncora a uno spazio materiale, funzionale, tipico
del macello – “per arrivare dopo alla gabbia” – come se ogni elevazione venisse
riportata a terra, dentro un dispositivo tecnico. Infatti gli ultimi versi – “e
l’aureola/ usata come filo di ferro/ per convincere un giovane toro a farsi
santo” – impongono una strumentazione non solo concreta, ma estrema e
coercitiva, che taglia la materia e la espone all’evidenza senza protezione: il
“farsi santo” del toro è “semplicemente” il suo passaggio alla morte, unica,
possibile elevazione. Come si vede ancora una volta, il “tra-” agisce nella
trasposizione da un significato tradizionale all’uso concreto (e nudo), ogni
parola ereditata diventa esperienza attualizzabile, il simbolo diventa materia.
La parola continua a circolare ma svuotata del suo vecchio carico retorico, non
annichilisce le proprie potenzialità relazionali ma le porta su un livello
diverso, estremamente corporale, per cui il senso resiste dentro e attraverso la
dissacrazione. In questo modo, lo ribadiamo, la poesia si fa soglia in contatto
con un reale che non può più essere ordinato o redento.
Che la relazione sia il grande tema in gioco nella poetica di Ferrari con
valenze vitalistiche (la “pienezza” di vita cercata nelle pieghe della violenza)
e, quindi, anti-nichilistiche lo vediamo in uno degli ultimi testi di Macello:
> Tra il fecaio
> e l’inceneritore
> crescono dei fiori
> margherite evacuate dalla terra
> soffioni che sembrano sputi
> papaveri notevolmente pallidi.
In modo condensato troviamo una vita (i fiori) che non si dà nonostante il
degrado, ma più specificamente al suo interno.Il testo non costruisce una
dialettica tra morte e vita né, ancora una volta, offre una compensazione
simbolica e ciò che emerge senza riconciliazione è la contiguità radicale tra
processi di scarto, distruzione e forme minime di crescita. Il vivente non si
oppone al residuo, ma, almeno tematicamente come in Pusterla, vi si inscrive. In
questo senso la relazione che Ferrari mette in scena è vitalissima proprio
perché non mediata, non filtrata da categorie salvifiche o estetizzanti e
l’esistenza per quanto compressa, impoverita, è tuttavia ostinatamente
presente. Non c’è, appunto, superamento del limite, ma una permanenza dentro di
esso di una vitalità strettamente legata alla fine e, per questo, irriducibile.
Anche per questo tutta l’operazione di Macello si conclude con questo testo:
> Su un oceano colorato malamente
> galleggiava una piccola isola
> le onde spargevano le origini
> i coralli cicalavano al tramonto
> e i pesci si rigeneravano alla fonte.
> Era una goccia di sperma
> cadutami nella vasca del sangue
> in una mattina
> di forte macellazione.
Le immagini dell’“oceano colorato malamente” e della “piccola isola” aprono una
possibilità generativa nella forma che affiora dentro una materia indistinta e
anche il passaggio “i pesci si rigeneravano alla fonte” aggiunge una dinamica di
rinascita. Ma è nella “goccia di sperma cadutami nella vasca del sangue” che
Ferrari ci riconduce alla concretezza estrema della sua poetica: principio
generativo e sostanza della morte coesistono nello stesso spazio, la rinascita
si offre come continuità interna al processo stesso della fine: l’unica goccia
di sperma che galleggia come un’isola nel sangue, è il residuo salvifico ma
materiale che genera un mondo nuovo per quanto isolato. In sintesi, la vita e la
stessa poesia (che coincidono in Ferrari nella “piccola isola”) sono concrete
perché è presente un “oceano” di perdizione. Tutto il processo, allora, è
resistenza, è l’attimo eterno in cui “i coralli cicalavano al tramonto” e “i
pesci si rigeneravano alla fonte”, come l’utilizzo dell’imperfetto durativo
rende evidente restituendoci il senso di una ciclicità ritornante della vita nel
testo.
La linea di continuità e insieme di scarto con Rosso epistassi (2008) è
rintracciabile nel rapporto instaurato dalla lingua col mondo, che passa
dalla contiguità fisica dei corpi e dei processi materiali all’esposizione
sociale degli stessi, senza perdere mai la sua necessità concreta di resistenza.
Il margine esistenziale, il “tra-”, in pratica si interfaccia con tensioni
relazionali più esplicite nelle forme del vivere storico. Vediamo come:
> Questa danza
> che muove la morale e turba i piedi
> a ogni dopoguerra
> quando si inventano amori nel punto della storia
> e il ghiaccio non sale alle passioni
> sonagliera pietrosa con fare suo cristiano alla trave
> nel mio occhio che dondola con solennità decorativa verso la prosa.
> Nella maestria della paralisi riflessi in pozze di acqua celeste
> senza meta ma neanche tregua
> un cane ne incula un altro, un terzo spaiato lecca farfalle nude
> così campa la grazia.
Dal punto di vista stilistico (anche se non si tratta di una caratteristica
dell’intera raccolta) il verso si allunga, si distende in una quasi-prosa, come
se il segno più che fendere il reale dovesse sostenerne la complessità
discorsiva, attraversandone stratificazioni e derive.
“Questa danza/ che muove la morale e turba i piedi/ a ogni dopoguerra” fa da
subito pensare che la relazione – la danza-poesia che coinvolge morale e corpo –
si sia trasferita su un piano collettivo, la dinamica storica e instabile di un
dopoguerra concreto e assoluto, per cui le costruzioni umane si manifestano in
una fluttuazione precaria – “quando si inventano amori nel punto della storia”.
L’amore è “inventato” nello slittamento costante del senso che il verso lungo
permette, tenendo insieme elementi eterogenei che non possono essere risolti. Lo
scardinamento del senso che la “sonagliera pietrosa” (ancora la danza-poesia?)
indirizza “verso la prosa” si centra solo nell’abbassamento dell’idea di
relazione che la espone al flusso del reale.
Ecco perché il finale inscena nel “riflesso” delle “pozze di acqua celeste” il
teatro della relazione sociale attraversato dalla parola poetica, in cui una
comunità “cagnesca” affronta la sua stasi dinamica – “la maestria della
paralisi” – in perenne tensione ma senza direzione – “senza meta ma neanche
tregua”:
> un cane ne incula un altro, un terzo spaiato lecca farfalle nude
> così campa la grazia.
Il disordine del vivere si espande in spazio storico-relazionale, ma le
idiosincrasie restano e anch’esse si fanno collettive, gli odi e la violenza
sembrano il vero patto tra i soggetti (i due cani che si inculano), anche se
insieme a loro ma in disparte “un terzo spaiato lecca farfalle nude” (forse il
poeta?). Tutti sono comunque in contatto con la bellezza effimera della grazia,
del dono non richiesto e che non salva, ma che proprio nella precarietà delle
relazioni continua a “campare”. Il “tra-”, meno concentrato e più diffuso, come
dicevamo sopravvive proprio negli spostamenti e nei continui slittamenti di
senso:
Nella pace secca
Più belle
delle cose sono le ombre
sul tardi
consueti maneggi di miraggi
un salice
e con sfrigolio d’estro un tricomonas
eterotopie di barlumi e rivoluzioni contenute
invece che al crepuscolo muoiono all’alba.
Sin dall’avvio – “Più belle/ delle cose sono le ombre” – una dislocazione: il
valore si sposta dall’oggetto all’ombra, la realtà, cioè, si sposta sul margine
del linguaggio, nei “consueti maneggi di miraggi” dove appare improvviso “un
salice” – tra resurrezione e lutto, simbolo (cristiano?) dell’adattamento
esistenziale – cui segue l’inserzione di “un tricomonas”,elemento biologico,
minimo e infettivo (ombra materica), che interrompe qualsiasi continuità lirica
e riporta il discorso alla materialità della relazione sessuale. Ancora, dunque,
uno slittamento senza transizione dal paesaggio all’organismo microscopico per
poi attraversare “eterotopie di barlumi e rivoluzioni contenute” cioè spazi
altri, frammenti di luce, insomma una molteplicità di mondi utopici tra reale e
immaginario associati a “rivoluzioni contenute” e totalmente quotidiane,
percorsi allucinati che sembrano ribaltare, come in una psichedelia carrolliana,
il mondo: “invece che al crepuscolo muoiono all’alba”.
In sintesi, il testo rende evidente come in Rosso epistassi il “tra-” sia
diventato campo mobile di dislocazioni che investe l’ordine sintattico (peraltro
già compromesso in Macello) dove il senso è puro scarto, interferenza tra
visione, corpo e linguaggio, in una parola: Rivoluzione. Non per niente sono
presenti richiami forti a Lenin e Rimbaud e con un urlo decisivo “è
Teeermidorooo!”, Ferrari non ci lascia scampo.
Per uscire dall’“accumulo di storia” cui ci conduce la lettura di Rosso
epistassi occorrerebbe “una scopatina al pensiero” ma noi mestamente ci
accontentiamo dell’ultimo testo:
> Il pianeta si muove
> non si concede ignoto, anche le ossa
> hanno una andatura manoscritta,
> qualche pezzo di me se ne va da solo
> i moncherini volgono all’intrattenimento e ballano,
> è presto è tardi
> magari non sono stato creato
> sono ancora nella totalità di pancia dove aspetto
> il corpo panico dell’infinito.
Nel testo, corpo, tempo e linguaggio si disarticolano senza mai separarsi del
tutto, tutto è in movimento – “Il pianeta si muove/ non si concede ignoto” – in
una condizione paradossale, senza oltrepassamenti ma nel corpo di scrittura
– “anche le ossa/ hanno una andatura manoscritta”. Le ossa sono ciò che resta e
anche ciò che struttura, sono la poesia per residui e frammenti con cui il ritmo
di Ferrari va da solo a un “ballabile” convulso che ignora il tempo giusto – “è
presto è tardi” – e si indirizza allo spreco, ritorna, scarta, rischiando
l’abisso – “il corpo panico dell’infinito” – nel dubbio che sia possibile una
creazione – “magari non sono stato creato”. La disgregazione del soggetto è
registrata con un’andatura da opera buffa che dissacra qualsiasi centro,
coagulando solo per istanti le parti in un insieme; più che un movimento, una
movenza scivolante verso la perdita con nuance di intrattenimento.
Il teatro vivo di Ferrari è pronto a riaffacciarsi nell’ultima raccolta, La
morte moglie (2013), che ritorna a testi cronologicamente vicini a Macello per
poi introdurre la sezione che dà il titolo al libro, dove appunto la
“rappresentazione” della morte si manifesta con le stesse tonalità scabre che
avevamo visto in La franca sostanza del degrado, soprattutto nella
sezione Smaltitoio dedicata alla dipartita del padre. Il ponte lungo gettato
dalle prime operazioni all’ultima (parlo di quelle pubblicate in vita
dall’autore, morto nel 2022) fa sì che il “tra-” assuma una configurazione
radicale che ricade non più soltanto sulla relazione tra vita e morte, bensì,
attraversando il discrimine tra corpo e linguaggio, sulla possibilità (o
potenzialità) della stessa esistenza. La “totalità di pancia” – che indica la
sospensione tra essere e non essere – vista alla fine di Rosso epistassi, si
tradurrà in La morte moglie nella prossimità continua con la perdita, ancora una
volta vissuta come esperienza diretta. Il ponte, quindi, ancora una volta
allestisce uno spostamento di intensità (lo slittamento di senso sempre urgente
in Ferrari) stavolta dal margine diffuso della relazione storica di nuovo
al margine incarnato nell’esperienza individuale della morte. D’altronde, lo
abbiamo visto più volte, persino le coordinate spazio-temporali canoniche sono
frantumate dal taglio netto concettuale di Ferrari (“è presto è tardi”) che non
si pone come disfacitore di mondi ma come mero rilevatore del trauma
esistenziale. Ecco, allora, perché, in una sua tutta particolare continuità
discontinua, al poeta piace aprire la sua ultima operazione con un testo
brevissimo ma incisivo che parla ancora di un “pianeta”, solo che se il
precedente chiudeva Rosso epistassi nel segno del movimento senza tregua, questo
si riattiva in bagliori ossimorici, non per contrasto ma per volontà di
inclusione:
> Questo
> è il pianeta dei bagliori
> scoppia e si estende con chiarezza convulsa
> il lampo dello sparo.
Esordio e fine sono unite non dall’origine ma nel ritorno di una sempre
possibile origine, così come le potenzialità dell’esistenza sono subito digerite
dalle infinite possibilità della fine che si manifestano nell’attimo abbacinante
dell’estinzione (i bagliori del pianeta e il lampo dello sparo). Tutto il
movimento dell’esistenza si esprime con una “chiarezza convulsa” per cui le
generazioni (rappresentate concretamente e per allegoria nel “macello” animale)
più che evolversi sono continuamente esposte alla caducità e alla scomparsa,
infatti, “la parola/ si sente cercata dalle bestie” perché “sa dire che l’eterno
dura/ al massimo un giorno”. Sono talmente chiare le dinamiche esistenziali, che
la routine della macellazione esplode in una festa da “classe operaia”, quella
che si sporca le mani con la morte, in questo testo Ferrari lo dice apertamente:
> A che distanza sono le interiora
> io nel ventre piano piano
> così piccola e calda
> in mano mia
> la morte.
Mentre in questo di poco successivo assistiamo alla “festa operaia” di cui si
diceva:
> Il primo maggio
> siamo più di cinquanta
> boia, squartatori
> chi sgozza e chi raccoglie il sangue
> trippai, scuoiatori, facchini
> quelli che macellano a domicilio
> pellai, insaccatori e necrofori,
> la classe operaia.
Dopo aver ricordato la semplicità carnale della fine, è giunto il momento di
andare “verso altri modi di morire”, quelli umani e intimi per vedere come ce li
mostra un soggetto che è già coniugato con la fine. Con tutta la sua
ambivalenza, il titolo di sezione che abbraccia l’intera raccolta – e tutto il
percorso poetico di Ferrari – ci conduce al capezzale (o nei suoi pressi) della
moglie morente, di colei che sta “su una grande tavola per essere mangiata”.
Nel luogo operativo della relazione, dove il soggetto è già “coniugato con la
fine”, come dicevamo, non può esserci spazio per la contemplazione ma un
coinvolgimento che sfonda le fibre stesse della scrittura in un dire senza
alcuna protezione, perché l’amore stesso è esposto alla sua fine:
> Aiuto, aiuto
> si spolpa la parola e non c’è silenzio,
> sono io che sto scrivendo,
> aiuto, aiuto
> macchi d’inchiostro le mie vene
> e sei la fine di ogni nome.
Il luogo del trauma è la parola che non ammutolisce – “non c’è silenzio” – ma
“si spolpa” nello stesso momento in cui il soggetto scrive il suo grido di
aiuto, quando si approssima “la fine di ogni nome”. “Sono io che sto scrivendo”
allarga la vertigine dell’identità all’interno della relazione per eccellenza,
quella dell’unione matrimoniale, focalizzando per un attimo il grande problema
della poesia delle origini – almeno europea o “occidentale” –, quello
dell’incarnazione del verbo contro cui per tutta la sua bruciante opera Ferrari
sembra scagliarsi. La parola non incarna nulla – e lo dovrebbe? – perché è solo
in quella assenza mimetica che può avvertirsi l’empatia nel dolore, il buco atro
“che macchia d’inchiostro le […] vene” e rimette in circolo il “tra-” a un passo
dal baratro, dalla “fine di ogni nome”, appunto. Anche noi lettori, come la
moglie di Ferrari, sembriamo costretti a trovare “un’ombra e la sua morsa sulla
pelle” per continuare a vivere, ma può bastare? Veramente la sola possibilità di
unione per l’uomo è ridotta al segnale, come nella “confezione” di “alici
Riunione” – scritta con la maiuscola perché indicante la marca e quindi
abbassando nel momento di massima intensità ancora una volta il rimando di senso
– senza nessuna possibile “oltranza”?
Persino “il bambino chiede palla alla merda”, a un basso “male” che “tanto
apertamente cola” e al quale si resiste per pura resistenza. Nella poesia
“gappista” e da brigata di Ferrari l’unica “conversione” è una “materia” che
vive e non contiene nulla:
> Sei tu la materia che mi converte
> che sanguina docile negli occhi
> si è spenta l’ombra
> il corpo invece piroetta in aria
> e come avessero una testa sola inseguono
> due o tre fiori domenicali
> eppure la paura non è niente di intero
> la pace non contiene nulla.
Sposare la vita nella morte, questa la poesia-resistenza di Ferrari. Vivere da
vivi è più “difficile” che “vivere da morti” perché arriverà per tutti “il
giorno” che “parte definitivamente” dalla passione selvaggia che porta nel
verso, come il richiamo ai numi tutelari Villon e Racine sembra suggerire, un
contesto di cura viscerale e bassa, paladina e umile allo stesso tempo:
> Cielo umido
> che si espande e contrae
> tra le forche di Villon, le greche di Racine
> e l’orinale di smalto.
> Veleggiano schiaffoni d’acqua
> una effusione conscia della sfioritura
> nulla liquido verdino e giallo
> l’asciugherò nel verso come un camallo.
“La morte”, che “nasce ogni giorno”, “illumina la sacca dell’urina” mentre “sta
morendo la materia”, ma è “ombra d’alfabeto” perché il soggetto ne scrive da
osservatore coinvolto solo come tramite della scrittura. Il dolore è il segno
che più incide e meno s’incista nel reale, che lo allontana nella sua deriva
esiziale verso un distacco che si fa “insorgenza del presente nella carne”, cioè
consapevolezza che la parola non basta, si fa reperto insignificante senza
“intensità e desiderio” così urgenti invece dinnanzi alla fine. Il taglio netto
di Ferrari vuole scardinare il “portamento del testo” fino all’estremo, fino a
che “il sole non fa più rumore” ed è incendiata ogni misura:
> Simile alla carta
> insorgi agli occhi fino a farti cenere
> poi chiudi la finestra
> prima che i sedativi imparino la notte
> la poesia come la rivoluzione non è mai amorosa
> brucia la misura per dirsi addio
> eppure non manca lo stupore al frastuono del verso
> c’è un sottosuolo di voragini e firmamenti
> nella cantafera della ghiaia sulla tomba.
Sulla vicenda “tombale” che sembra chiudere l’opera di Ferrari non scende però
il buio, una nuova “carta” sembra insorgere nello “stupore” infero di “voragini
e firmamenti”, un altro viaggio sembra predisporsi dopo la catabasi
nell’abisso.
Coincidenza vuole che, mentre scrivo queste righe, sia apparsa una tranche di
testi postumi pubblicati a cura dell’amico di una vita, Antonio Moresco, per
Crocetti editore: Transitori e risorti (2026), mai titolo – scelto (per caso?)
da Crocetti in persona – fu così attinente, se pensiamo che la vita poetica di
Ferrari ha transitato costantemente tra inizi ed estinzioni, senza essere puro
osservatore dell’evidenza ma corpo carnalmente esposto alla sua missione e
passione. E all’alterità, come uno degli ultimi frammenti di Transitori e
risorti ci dice con tutta la sua fatalità:
> Questa necessaria missione
> di leccarti
> per riempirmi le vene d’altro.
Gianluca D’Andrea
(fine)
*In copertina: Ivano Ferrari photo Giovanni Giovannetti
L'articolo “Questa necessaria missione di leccarti”. Sulla poesia di Ivano
Ferrari proviene da Pangea.
Poesia completa di Alejandra Pizarnik, pubblicato da Crocetti, a cura di Matteo
Lefèvre – che traduce senza concessioni all’ambiguità o alla torbidezza ma
portando la lingua a un nitore essenziale – e con uno scritto di Concita De
Gregorio, che sembra familiarizzare in special modo con l’essere inconsciamente
maga e cabalista di Alejandra, con la sua ossessione per la numerologia (il 36,
anno della nascita e i 36 anni, età della sua morte, il 3 e il 6), con il suo
mal di vivere e con l’amore per Silvina Ocampo e per Vittoria Maria Angelica
Marcella Cristina Guerrini, ovvero, Cristina Campo; Poesia completa, contiene le
fasi principali dell’opera di Pizarnik (eccetto i diari e l’epistolario) che
corrispondono all’evoluzione della sua vita anímica, psichica, affettiva. Così
come scrive Alfonso Zuriaga Del Castillo ne La scrittura del vuoto rispetto ai
primi componimenti più classicheggianti della fase de La tierra más ajena, nei
componimenti che consacrano la poetessa alla gloria eterna vediamo uno
slittamento dal principio di realtà a un realesenza scampo dove la possibilità
di entrare e uscire, indossare o deporre una maschera crolla, e il personaggio
alejandrino prende possesso – proprio come la propria ombra – della persona
Flora Pizarnik. Alejandra fu infatti il nome che lei si diede nel tentativo di
destreggiarsi tra le dualità della propria esistenza venute alla luce sin
dall’infanzia quando dovette frequentare due scuole, quella argentina e quella
ebraica.
La prima opera di Alejandra Pizarnik è La tierra más ajena (La terra più
estranea), pubblicata nel 1955, quando aveva appena diciannove anni, ancora
pregna di barocchismi e volta – nel senso di girata indietro – a contemplare
l’imponenza di poeti come Rimbaud o Mallarmé. Nei Diarios e nell’epistolario con
il suo psicoanalista León Ostrov, dice di sentirsi incapace d’amare o non degna
d’amore. Sebbene in seguito lei stessa arrivò a rinnegare in parte questo libro,
considerandolo acerbo rispetto alla sua produzione più matura, vi si intravedono
già le ossessioni che avrebbero segnato tutto il suo percorso: la morte,
l’inadeguatezza del linguaggio e la solitudine radicale della parola –
dell’abitarla e farsene carico – rispetto alla realtà; la ricerca di un mondo
immaginifico in cui le parole siano in grado di creare una realtà autonoma e
semovente. In quest’opera è innegabile l’influenza della poetica surrealista e
di autori come Rimbaud (che cita nell’epigrafe) e Vallejo. La ripetizione di No
querer (Non volere) funge da negazione della realtà imposta, cercando
un’autenticità fiammeggiante che rifiuta l’artificio, “No querer voces
robando/semillosas arquedas aéreas”: “Non volere bersagli che rotolano/su un
piano mobile”. La ripetizione funziona come un ritornello che segna la perdita
dell’innocenza e l’avanzata inesorabile della morte sulla vitalità è un sole che
frantuma.
Nelle opere successive, firmate Alejandra Pizarnik e non Flora, la lingua perde
via via ogni barocchismo per diventare affilata e ripetitiva; nessuna
ridondanza, soltanto i concetti di negazione, avversione al principio di realtà
(però), e sparizione.
Un signo en tu sombra./ Un segno nella tua ombra è un breve intermezzo nel
volume in cui notiamo l’espandersi dell’amore ma nel segno dell’ombra,
dell’orizzonte, della lontananza: “Voglio distruggere il prurito delle tue
ciglia./ Voglio fuggire l’inquietudine delle tue labbra.” Nei frammenti
intitolati Un signo en tu sombra troviamo un altro tema proprio di Alejandra: il
momento in cui l’eros si fonde con l’angoscia e la parola assurge alla
dimensione dello smembramento in quanto impossibilità di riflettere con fedeltà
la perfezione celeste. In questi componimenti, Pizarnik gioca costantemente con
l’opposizione: “cielo” contro “tu”, “io” contro “l’altro”, “ombra” contro
“luce”. Il tentativo di sovrapporre il volto dell’amato al cielo è un’operazione
a tratti sacrilega e disperata. L’immagine del “trozo de algodón enyodado” che
corrisponde a un pezzo di cotone imbevuto di iodio è un’intuizione brutale, è il
corpo che si fa ferita e la ferita feritoia. “Sólo un amor” attraverso la
parola: “Su piel es un mapamundi”, suggella la propria pelle in quanto
mappamondo. “Mis palabras perforan la última señal de su nombre”. La scrittura
diventa un atto teurgico, magico, Pizarnik cerca di perforare l’altro per
conoscerlo, ma il risultato è un territorio anímico da cui nessuno è ancora
riuscito a fuggire. È la prigione del desiderio, quella “mojigatería” (farsa)
che sente di creare rispetto alla magnificenza dell’amato.
L’ultima innocenza (1956) è dedicata a León Ostrov, “Esploderà l’isola del
ricordo/ La vita sarà un atto di candore/ Prigione”. Ne Le avventure
perdute (1958) cresce l’idea di prigionia, di vuoto, di tempo che divora, di
caduta, di notte: un’aderenza all’essenza della notte in quanto rovesciamento.
Osserviamo qui l’ossessione per il tempo e l’idea ripetitiva dell’isolamento del
poeta, in una voce non ancora del tutto levigata. Ossa, fumo, corpo e sangue
rivelano una ricerca del corporeo come unica certezza di fronte all’effimero; è
molto presente nella dimensione del corpo il terrore per la decadenza. La
tensione tra l’essere e il non essere, l’angoscia di fronte alla fugacità del
tempo e il desiderio di trascendenza sono già presenti in quanto semi delle sue
opere successive, come La estracción de la piedra de la locura. Il linguaggio è
concepito come disfacimento.
Quando Alejandra affronta il passaggio da La tierra más ajena (1955) a Las
aventuras perdidas (1958), la sua poetica subisce una cristallizzazione dolorosa
nella direzione della levigatura e sgrossatura che sostituirà sempre più la
scrittura alla persona. Non si sente più soltanto l’urlo o il caos, impera una
lucidità spietata: la consapevolezza che il linguaggio sia una gabbia, e che il
vuoto non sia assenza, ma un abisso abitato infinitesimamente. L’immagine del
Cerbero che sorveglia l’ingresso della notte e della vita è violenta e
inestinguibile. La “ciega furia” che l’attraversa non è solo passione, è
un’energia distruttiva che le impedisce di vivere il presente. La richiesta
“¡Deja, déjame traspasar tu sonrisa!” è un grido di liberazione: vuole
attraversare la soglia dell’inferno per approdare alla superficie umana, alla
vita, ai libri, alla luce. “Afuera hay sol./ Yo no sé del sol”. Il contrasto è
violenza di fuoco: Alejandra non cerca più di “traspasar la sonrisa” del
Cerbero; ha compreso di essere lei stessa la propria prigione. Il mondo esterno
– gli uomini che cantano, le donne desiderate in quanto alterità e medesimezza,
distorsioni del concetto di madre – è un altrove inconoscibile. Il suo mondo è
fatto di “cenizas” (ceneri) e di una “melodía del ángel” che non è salvezza, ma
un presagio di fine. “Yo lloro debajo de mi nombre”: è la sua condizione
ontologica, non c’è un’Alejandra al di fuori della sua poesia; lei è sepolta
sotto la propria identità poetica, sotto il peso di tale scelta: un sacrificio
della persona per la parola. La dedica di molte di queste poesie a Olga Orozco,
per esempio, in Hija del viento non è casuale. Orozco era una figura tutelare
per Pizarnik, una poetessa che condivideva con lei l’esoterismo, l’ossessione
per il tempo e una visione tragica dell’esistenza. Nel paradosso estremo
vita-parola-morte Alejandra descrive il processo della creazione: “las palabras
se suicidan” (le parole si suicidano). È il riconoscimento che il linguaggio,
giunto a un certo grado di intensità, smette di comunicare e si autodistrugge. È
la vetta nichilista dell’io lirico: la scrittura come atto di distruzione di sé.
“¿Qué bestia caída de pasmo se arrastra por mi sangre/y quiere salvarse?”. Cosa
vogliamo salvare quando scriviamo? La “bestia”: la nostra parte più arcaica, il
trauma, il demone, o l’io che la osserva? La risposta di Pizarnik è gelida: “He
aquí lo difícil:/caminar por las calles/y señalar el cielo o la tierra”. Vivere,
per Alejandra, è un esercizio di inautenticità radicale. Camminare, indicare il
cielo, fingere che il mondo abbia un senso, è lo sforzo sovrumano che la separa
dal senso di vuoto.
L’ingresso in Árbol de Diana/Albero di Diana (1962) segna per lei un momento di
mutazione alchemica. Come sottolinea magnificamente Octavio Paz, nella sua
introduzione al poema, questo libro non è più solo parola poetica, ma un oggetto
che non tutti possono vedere.
> 1.
>
> Ho fatto il salto da me all’alba.
> Ho lasciato il mio corpo accanto alla luce
> e ho cantato la tristezza di ciò che nasce.
È interessante che Léfevre traduca He dado con Ho fatto e de mí con da me invece
che di me. Ogni nuova traduzione aggiunge un tassello nella comprensione di una
scrittura, al di là della solita trita storia del tradurre/tradire, in realtà
tradurre è studiare la psiche dell’autore che s’incontra (e incorpora) talmente
profondamente da poterne illuminare le zone d’ombra; per cui Alejandra qui non
dà solo il salto di sé all’alba, ma fa una separazione o scisma da se stessa per
l’alba, in un momento cardine in cui l’ombra si separa dalla luce e la guarda,
proprio sotto l’albero che non produce ombra.
> 17.
>
> Giorni in cui una parola lontana s’impadronisce di me. Avanzo tra quei giorni
> sonnambula e trasparente.
> 21.
>
> sono nata tanto
> e doppiamente ho sofferto
> nella memoria di qui e di là
Si legge in questo passaggio il riconoscimento e insieme il rifiuto di essere
doppio, è la consapevolezza che l’identità sia una trappola. Pizarnik cerca di
uscire dal quadro, dal linguaggio, dalla rappresentazione, ma scopre che anche
fuori dal quadro continua a offrire se stessa come un oggetto da guardare, da
divorare. Giunge a concepire un “canto arrepentido”: “Questo canto pentito sta
in agguato dietro le mie poesie:/ questo canto mi sconfessa, m’imbavaglia.” Sarà
in seguito la richiesta di un disegno su una pagina bianca, l’unica tregua che
si concede. È il desiderio di una casa in cui la bambolina di carta possa
finalmente smettere di tremare.
Las aventuras perdidas era il libro del conflitto e dell’esilio, Árbol de
Diana è il libro della cristallizzazione. Pizarnik passa dal grido alla
distillazione; l’albero di Diana, nella metafora di Paz, è la poetica della
trasparenza, uno strumento di visione: non un oggetto opaco, ma qualcosa
attraverso cui si guarda, che non produce ombra. La poesia non descrive il
mondo, diventa le cose, calore luminoso capace di dissipare il dubbio degli
increduli. In questa fase la brevità diviene essenziale per la poetica di
Alejandra: il vuoto è toccato e raggiunto senza accumuli di parole, con una
precisione assoluta. Ogni verso diventa cristallo in una tensione metafisica che
sgorga nel sacrificio del corpo donato alla luce dell’alba e separato da sé “He
dejado mi cuerpo junto a la luz/ y he cantado la tristeza de lo que nace”.
Alejandra si spoglia della carne; il corpo, che prima era “prigione”, “ferita” o
“mappamondo”, qui viene lasciato indietro per poter accedere a uno stato di pura
coscienza lirica. Con Los trabajos y las noches (1965), entriamo in una fase in
cui Pizarnik, pur restando fedele alla sua ossessione per il vuoto e la morte,
sperimenta una “ceremonia demasiado pura”. Se in Árbol de Diana la poetessa
tendeva alla rarefazione assoluta, dopo la presenza dell’altro — il “tu” —
diventa l’unico ancoraggio possibile, pur restando un ancoraggio precario,
fantasmatico, le poesie raccolte ne Los trabajos y la noches/Le opere e le
notti (1965), rivelano un mutamento nella funzione del linguaggio.
> Tu scegli il luogo della ferita
> dove diciamo il nostro silenzio.
> Tu fai della mia vita
> questa cerimonia troppo pura.
La scrittura si fa rito, un atto liturgico. Il rapporto con l’amore è
trasfigurato: naufragi e morti diventano “pretextos de ceremonias adorables”. È
un tentativo disperato di nobilitare il dolore, trasformando la tragedia in una
favola (“un cuento para niños”), pur sapendo che è una costruzione fragile.
L’altro è insieme rivelazione e minaccia. In Revelaciones e Quién alumbra,
l’amato (o l’amata) ha un potere taumaturgico: “Cuando me miras/ mis ojos son
llaves”. L’altro è colui che permette a Pizarnik di aprire il muro del silenzio.
Tuttavia, tale apertura è rischiosa. In Encuentro, la solitudine smette di
essere solitudine poiché viene abitata da un’ombra: “Ahora la soledad no está
sola”, non è necessariamente una conquista, ma un’intrusione: chi viene amato
parla “como la noche” e si annuncia “como la sed”. La sed: l’eterna,
inappagabile sete di Alejandra. Assistiamo alla labilità o fragilità della
presenza (Presencia), la supplica della parola che curi “que me hables/ siempre”
svela il terrore di fondo: senza la voce dell’altro, il soggetto si disfa. Lei
si sente come un “barco sobre un río de piedras” ovvero una barca su un fiume di
pietre. La sua vita è un navigare su un letto di detriti immoti e taglienti.
Solo la voce di chi ama “scioglie”, “polverizza” gli occhi, ridona la vista,
permette la sopravvivenza. Citando Quevedo – “en besos, no en razones” –
Alejandra dichiara la sua poetica della carne contro quella del logos. Per lei,
le ragioni (il pensiero, la logica) sono nemiche; solo il bacio, la sensazione,
l’impatto fisico “il furor del mio corpo elementale” possono fungere da
protezione contro il combattimento con le parole.
Del 1959 sono le Altre poesie, dove naufraghi al di là dell’ombra cercano
quiete. Del 1965 sono Le opere e le notti, tra cui figura la folgorante, nel
senso di un sacro e abbacinante splendore, dedica a Cristina Campo: Anelli di
cenere.
Anelli di cenere
A Cristina Campo
Sono le mie voci a cantare
perché non cantino loro,
i grigiamente imbavagliati all’alba,
i mascherati da uccello desolato nella pioggia.
C’è nell’attesa,
un rumore di lillà che si spezzano.
e c’è, quando arriva il giorno,
un sole frammentato in piccoli soli neri.
E quando è notte, sempre,
una tribù di parole mutilate
cerca asilo nella mia gola,
perché non cantino loro,
i funesti, i padroni del silenzio.
Non v’è più il “lamento desolato” di un tempo, un’accettazione nichilista e
gelida prende corpo e così prosegue con la luce cattiva di Estrazione della
pietra di follia, ma in questo componimento dedicato a Cristina Campo sentiamo
tutto il contrasto vitale tre le due, e l’attrazione bruciante che trascina
Alejandra a cercare in Cristina una guida, oltre che una nemesi letteraria, non
nel senso della competizione, al contrario, nel senso della profonda ammirazione
di un suo opposto; come se qui volesse raccontarle la propria singolare
vertigine insonne, divoratrice, visionaria, di una sacralità primitiva che
divora sino al sacrificio.
L’avvertimento – “cuídate de la silenciosa en el desierto/ de la viajera con el
vaso vacío” – è un autoritratto in cui Alejandra si riconosce come un pericolo
per chiunque cerchi di amarla. È la consapevolezza che lei stessa è diventata
l’”ombra della propria ombra”.
Leggere L’estrazione della pietra della follia nella sua interezza è
un’esperienza che oltrepassa la letteratura. In questa nuova edizione abbiamo
una serie di componimenti, prose e poesie, prima del vero e proprio racconto
lirico o poema in prosa, tali componimenti sono dedicati: A mia madre, recano la
data 1968 e 1966. Arrivati in tale soglia non vi è che morte, Alejadra parla di
sé in quanto appartenente al regno dei morti: in Cantatrice notturna: “Colei che
è morta del suo vestito azzurro sta cantando”. In Privilegio: “Ormai ho perso il
nome che mi chiamava,/ il suo volto mi scivola addosso/ come il suono dell’acqua
nella notte,/ dell’acqua che cade nell’acqua./ E il suo sorriso è l’ultimo
superstite,/ non la mia memoria.” In Contemplazione: “Morirono le forme
impaurite e non ci fu più un fuori e un dentro”.
Il poema in prosa Extracción de la piedra de locura, Estrazione della pietra
della follia (1964), è un’immersione in un rituale di spoliazione. In questi
versi, Pizarnik sta tentando di esorcizzare la propria alterità, o ombra, che ha
preso dimora attraverso la parola, sapendo però che la parola è al contempo la
sua ferita e la sua unica possibile testimone. Il corpo è guerra: non rifugio,
materia che le si rivolta contro, oggetto da restaurare tra i cocci di un
incendio. “Escribir es buscar en el tumulto de los quemados el hueso del brazo
que corresponda al hueso de la pierna.” Lefèvre traduce: “Scrivere è cercare nel
tumulto dei morti bruciati l’osso del braccio che corrisponde all’osso della
gamba.” È la brutalità dell’atto poetico senza scampo per la persona: la
scrittura è un tentativo disperato di ricomporre un’identità in frantumi o di
decomporla ulteriormente? La “pietra della follia” rimanda all’antica
iconografia (quella di Bosch), dove si credeva che il folle avesse una pietra
conficcata nel cervello che andava estratta chirurgicamente. Pizarnik rivendica
questa follia come il suo unico privilegio. La sua angoscia non è un malanno da
curare, è la sua stessa essenza, l’unica cosa che le garantisce una verità
profonda, per quanto distruttiva. L’infanzia non è edenica ma carceraria, è il
luogo dove sono state piantate le radici del terrore. Le bambole, le bambine di
carta, le immagini floreali: sono tutti tentativi di fissare una purezza che,
appena viene toccata, si sgretola in polvere dorata e sangue. La morte è una
presenza che canta accanto al fiume, in ogni istante. Il fiume è la soglia tra
la lingua e il silenzio, il luogo dove lei, nel rovesciamento notturno della
non-vita, osserva il proprio nascere e morire nello stesso istante. La notte non
è il passaggio dal giorno alla sera, per Pizarnik è il grembo stesso della
creazione, ma anche il luogo dove l’Io si dissolve. È lo spazio dove il silenzio
diventa così denso da poter essere toccato; la sua unica patria. I lillà
raccontano la bellezza che sfiorisce, la fragilità adolescenziale che Alejandra
associa a una morte prematura o a un desiderio che non trova compimento, è la
delicatezza che si fa ferita nell’impeto di una decreazione. Il giardino appare
più e più volte nei suoi versi come un luogo sacro, un hortus conclusus, ma è un
giardino in rovina o proibito, proibito poiché il giardino è il luogo della
civiltà, e lei non abita la civiltà quanto la soglia del bosco, della selva,
del lucus in cui il sacro si mostra come fuoco bruciante, senza protezione, e
senza mediazione. Il giardino è la ricerca dell’origine, di un’innocenza perduta
che lei sa di non poter ritrovare, e per questo il giardino diventa il luogo
della nostalgia radicale. Le bambole, oggetti ricorrenti, sono specchi
inquietanti, simboli di una vita svuotata, di una disumanizzazione profonda: la
solitudine dell’essere, sentirsi come un oggetto inanimato in un mondo che
sembra non riconoscerle più un’anima. Il fiume, infine, è l’immagine del
divenire. È il tempo che scorre inesorabile, la soglia che separa la veglia dal
sonno o la vita dalla morte. È un elemento fluido che non offre appigli, simbolo
di una transizione costante verso quell'”altrove” che lei ha cercato per tutta
la vita. È una preghiera senza destinatario o, meglio, una preghiera al vuoto.
El infierno musical/L’inferno musicale è del 1971, è desiderio, promessa e
assenza, l’attimo in cui il linguaggio non si accorda più con un corpo umano, ma
solo con altro linguaggio. Testimonia il fallimento della sostituzione radicale
del linguaggio (dell’io lirico) alla realtà; è frammentazione, legione:
> Non posso parlare con la mia voce ma con le mie voci.
Sembra in lei di cogliere il gesto fisico della scrittura: un tentativo di
scavare attraverso l’opacità del mondo.
Le ultime parti di Poesia completa presentano le Poesie non raccolte in
volume/Poemas no recogidos en libros, raccolte in due gruppi: 1956/1960 e
1962-1972; infine Los pequenos cantos/I piccoli canti e i Textos de sombra/Testi
d’ombra, in cui vi è l’estrema richiesta di silenzio, l’annuncio della
frantumazione definitiva dell’identità, il momento in cui la parola – giunta al
confine della sua impossibilità di dire e riferire la cosa – diviene frammento
assoluto eppure invalicabile. È il momento in cui il personaggio alejandrino,
mediante l’irruzione di una versificazione massimamente destrutturata, che
contiene anche dialoghi tra varie parti di sé o delle sue personalità
letterarie, spossessa e divora la persona Alejandra, ovvero, Flora Pizarnik. E
abbiamo questi ultimi struggenti versi: “No quiero ir/ nada más/ que hasta el
fondo”, l’ultimo sussurro prima del suicidio, l’annientamento di ogni possibile
risposta, l’accettazione dell’impossibilità di ogni conciliazione con il mondo,
la resa all’abisso: sua dimora. Il fondo è il luogo dove il linguaggio si rompe
e, finalmente, forse, la sofferenza trova una forma pura, priva di mediazioni.
“Rabia contra la niebla/ escrito contra/ la opacidad”. La sua scrittura non è un
atto di creazione, ma di resistenza nella dissoluzione sino al momento della
cancellazione per frammentazioni successive dell’io, una morte che fu l’esito di
un dono senza riparo, quasi fosse, quella morte violenta, suicida, l’unica
verità possibile per il genio che si divide da sé per farsi scrittura, nessun
corpo, nessun essere, il nulla sovrano della persona. La niebla (la nebbia) e
l’opacidad sono l’ostacolo che la realtà pone al suo desiderio di trasparenza
assoluta. Scrivere diventa un atto violento, una “rabia” necessaria per tentare
di squarciare il velo del reale. “Oh vida/ oh lenguaje/ oh Isidoro”.
L’accostamento è straziante; Isidoro, in riferimento a Isidoro Ducasse, il Conte
di Lautréamont, figura chiave per Pizarnik, viene invocato al pari della vita e
della lingua, in quanto divinità tutelare del proprio martirio estatico. La
triade chiude il cerchio: la vita è l’esperienza, il linguaggio lo strumento che
tradisce, e Isidoro il compagno di sventura nell’inferno dell’esserci e del
creare.
È il testo finale, in quel 25 settembre del 1972, la fine di un viaggio fisico e
l’inizio di un altro viaggio, senza corpo, ormai senza alcuna maschera, nessuna
persona.
Ilaria Palomba
L'articolo “Sonnambula e trasparente”. Catabasi nella poesia di Alejandra
Pizarnik proviene da Pangea.
> La poesia racconta?
> Certo che racconta
> tutto l’abbandono
> nel coro di ombre
> si arcipelaga il silenzio
> mescolando rive
> e la pienezza sanguina.
Transitori e risorti (Crocetti, 2026) è una raccolta postuma, piena zeppa di
inediti, del grande e indimenticato poeta Ivano Ferrari. Quando anni fa lessi
per la prima volta il suo La morta moglie capitolai; aveva senso leggere altro?
Cercai il numero su internet (pagine bianche): era l’unico Ivano Ferrari di
Mantova. Mi ricordo che si sorprese quando gli dissi che lo chiamavo da Parigi,
dove all’epoca vivevo. Lo ringraziai per i suoi versi e ci salutammo. Nelle sue
liriche, glielo dissi, c’è il marcio, viscido, ubriaco d’una poesia
antiborghese, poetica blasfema e spiritualità palpabile.
Ivano Ferrari è nato nel 1948 a Mantova, dove è morto nel 2022. Ha militato in
formazioni politiche extraparlamentari, ha fatto il lattoniere, l’operaio nel
macello cittadino squartando vacche, lavandole, timbrandole e preparandole per
farle trasformare in bistecche. Negli anni è diventato custode di Palazzo Te e
ha pubblicato poco, pochissimo in vita. A forma d’errore, nel 1986 e poi il
bellissimo La franca sostanza del degrado per Einaudi nel 1999, la
raccolta Macello – che racconta del suo periodo operaio nel sangue, tra le
bestie (2004) –, Rosso epistassi per Effigie nel 2008 si muove in territori
politici e l’ultimo, il sublime e funereo La morte moglie (2013) sempre per
Einaudi, dove indaga, attraverso liriche sempre più taglienti e minimali, la
malattia e la morte dell’amata moglie (oltre ad una sezione ritrovata delle
poesie scritte negli anni del macello).
È stato amico fraterno di Antonio Moresco, con cui ha condiviso passioni
politiche, litigi, cadute e risalite (ne parlo in un podcast qui: Ivano Ferrari
– Il macellaio ermetico – THE OUTSIDER | Podcast on Spotify )
> Cara evidenza
> di desolazione
> qui nel giacere
> più vecchi che nudi
> tra impudichi brividi
> di grigio riamare.
Ivano Ferrari, nelle sue poesie brevi, nei suoi inediti lancinanti, racconta la
sua visione disincantata e angusta del mondo, ottuso per via della banale
malignità dell’uomo contemporaneo.
> Se fossi un intellettuale
> col cranio pieno di dolore
> e di impalpabile angoscia
> volteggerei come una libellula vestita di fiori.
> Ma per tornare al concreto non lo sono.
> Voglie di iena mi vengono non soffrendo di insonnia
> e se non fosse per il nome che porto
> mi sigillerei in una conchiglia
> e in quell’antro molliccio affinerei i denti.
> Ma devo accontentarmi di quel che passa il cervello
> ed è un abisso di stelle.
La figlia Valeria mi racconta del rapporto con il padre: ha cominciato a capire
la sua poesia, dice, troppo tardi e sempre in maniera distante.
> “Quando è morto e ho cominciato a liberare la casa ho ritrovato questa massa
> di scritti. L’unica persona che mi è venuta in mente è stata Antonio Moresco,
> perché amico fraterno, mentore e grande conoscitore della poesia di mio padre.
> Tra le carte e i testamenti scherzosi che ho trovato (tra cui quello in cui
> desiderava avere due badanti, una umbra e una parigina) c’era uno scritto in
> cui dichiarava Moresco suo erede testamentario. Così ho affidato tutto a lui
> sapendo che ne avrebbe ricavato il meglio possibile perché dal punto di vista
> poetico era la persona a lui più vicina”.
Così raggiungo al telefono Antonio Moresco, che mi racconta la genesi di questo
meraviglio libro inedito. “Quando muore, Ivano mi fa la sorpresa di rendermi
erede testamentario di tutta la sua opera, compresi un sacco di inediti, 103
cartelle mischiate nel più assoluto ordine temporale. Cartelle che mi porto a
casa e che occupano vari scaffali nella mia libreria in corridoio. Sono rimasto
sgomento davanti a quella mole senza saper come metterci le mani, non essendo
specialista, uno studioso abituato a fare questo tipo di lavori e così sono
rimasto almeno un anno fermo, a guardare nel corridoio quella montagna di
cartelle. Poi mi è venuta l’idea di proporre all’editore Crocetti un libro di
inediti. Mi sono incontrato con Crocetti, che ha subito trovato il titolo del
libro, sfogliando una vecchia raccolta di poesie di Ivano, Rosso
Epistassi (Effige, 2008). Così mi sono deciso di mettere le mani nel mare di
inediti, leggendoli tutti, cartella per cartella, numerandole. C’erano poesie
pubblicate o non pubblicate; altre cose erano rifacimenti, modifiche a poesie
che già conoscevo. Inoltre, c’erano anche tantissimi materiali che non erano
poesia; lettere, appunti, interviste, scritti vari, addirittura alcuni miei
manoscritti che gli avevo fatto leggere all’epoca, quando entrambi eravamo
autori inediti. Ne è nata una raccolta che non è solo una raccolta di poesie
inedite, ma un volume libero, senza successione temporale, diviso più per
‘contaminazioni’ (il periodo del macello, la morte, l’amore, l’osceno – tutto
quello che attraversa la sua opera). Molti inediti si riferiscono allo stesso
tempo e allo stesso clima delle opere precedenti. Ho pensato anche di inserire
quindi alcune lettere, appunti, e certi fulminanti racconti brevi dove viene
fuori il suo sarcasmo, la sua pietà, il dolore, la tenerezza, l’ironia. Infine,
ho aggiunto anche i fotomontaggi (le fotocopie) che Ivano faceva spesso –
purtroppo gli originali a colori sono andati perduti, ma, chissà, forse prima o
poi riusciremo a ritrovarli”.
Un libro nuovo, insomma, che è poi una vera grande raccolta di inediti, non
quelle pseudo raccolte che raschiano il fondo del barile dell’autore à la
page. Qui siamo davvero davanti a qualche cosa di nuovo che completa l’opera di
questo autore meraviglioso. Un libro che testimonia la sua officina, la sua
furia sperimentale. Un libro che ci fa entrare nella mente dello scrittore.
Raccolta preziosa che mette in luce un grandissimo autore ancora poco
celebrato.
Una raccolta, come dice ancora Moresco “che deve rilanciare il lavoro di Ivano
nel mondo editoriale italiano, che possa fare da leva per una possibile
ripubblicazione di tutte le sue opere. È la riscoperta di una figura centrale, a
mio avviso, per la poesia italiana.”
La cosa che possiamo fare noi è goderci quest’opera potente, viscerale, che ci
porta oltre i canoni classici, in un deserto di parole pesate e di argomenti
strazianti.
Ivano Ferrari è il poeta del nostro tempo.
Giosuè Gorinzi
*In copertina: Antonio Moresco e Ivano Ferrari; photo Giovanni Giovannetti
L'articolo “Ed è un abisso di stelle”. Indagine nell’opera di Ivano Ferrari, il
poeta del nostro tempo proviene da Pangea.
Ingombrante. In sostanza, il problema è questo. Gabriele d’Annunzio è
ingombrante. La vita: inimitabile; inarginabile l’opera. D’Annunzio non può
installarsi in un recinto accademico, in una cifra riassuntiva, in un cifrario
per liceali: ‘Il Vate’ è un sabotatore, ci beffa di continuo. Deciso,
liricamente, a conquistare il mondo, finì per riassumere il mondo nella propria
esorbitante dimora, il Vittoriale degli Italiani – una specie di Gerusalemme
celeste a imperitura celebrazione dell’uomo-opera. Nel mezzo, la conquista di
Fiume (la sua terra promessa, la sua Atene); un paio di decenni prima, la
parentesi parlamentare, come “candidato della Bellezza”, come sempre a modo suo,
tra piroette, ‘pose’, sfottò.
In altre terre, cinematograficamente pronte all’agiografia, d’Annunzio sarebbe
una star (lo immagino con il ghigno di Robert De Niro); se fossimo in Irlanda –
con cui il “Comandante” commerciava in armi –, il puro ispirato verrebbe
riconosciuto come una specie di padre della patria, alla stregua di Yeats. C’è,
però, un però. In d’Annunzio – a differenza dell’ipnotico Yeats – tutto è serio,
serissimo fino al punto di distruzione, il Tutto si tempra nel Nulla, la
sentenza si volta in spot, l’amuleto mistico in portachiavi, il mistero
versiliano in birignao; l’esoterico ha necessità di farsi essoterico, l’altare
retrocedere in palcoscenico. Gabriele d’Annunzio, voglio dire, dà sempre l’idea
di essere volpe più che leone: edifica maschere di cui riconosce la vacuità,
l’approssimativa tana, non cede al poseur – impone mode. In questo è totalmente
poeta – più Dioniso che Narciso –: edifica forme che altri, i lettori,
abiteranno, riempiendo di torce un luogo issato nel vento, suo fiero vanto.
Tempo fa, Maurizio Serra, diplomatico, membro dell’Académie française, autore di
una folgorante e documentatissima “Vita di Gabriele
D’Annunzio”, L’Imaginifico (stipata in oltre settecento pagine per Neri Pozza,
2019), mi disse, in sostanza, che ‘Il Vate’ fu una specie di Picasso, che
“Fondamentalmente, D’Annunzio fu un uomo ‘greco’ più che latino, basti pensare
al culto per la bellezza, alle ossessioni per il dio Pan, per l’animale, per il
minotauro. La stessa scelta delle ‘laudi’ rimanda alle odi greche. Diciamo che
D’Annunzio riporta la cultura italiana alle sue origini greche”. Per troppo
tempo, purtroppo, si è fatta coincidere la vertiginosa retorica di d’Annunzio
con i megafoni del Ventennio, avvilendo la sua poesia, mirabile, a un malinteso,
a circostanza dopo tutto sacrificabile in virtù di una lirica capziosamente
carezzevole, tenue fino al grigio, fino al tailleur da lirico impiegatizio,
speciosamente ‘realista’, di ombelicali ambizioni. Ne saggiamo gli esiti, oggi,
esangui.
È vero, però, che l’opera lirica di d’Annunzio appare a noi abnorme, un
Minotauro, spesso sintetizzata nell’Alcyone, “un prodigio” di “atmosfera rapita”
che denuncia la “poetica di un incanto terrestre dove il brivido della carne si
vena di labile malinconia” (Ezio Raimondi). In ogni istante d’Annunzio pare su
una biga trainata da aquile: è l’altitudine del dire – secondo alcuni detta
“oratoria bizantina e parnassiana” – a confonderci, a confinarci nella nostra
piccolezza. Hugo von Hofmannsthal – supremo interprete di d’Annunzio – amava
le Elegie romane. Eppure, è in repertorio antologico – quello costruito da
Giordano Bruno Guerri con il titolo Dolci le mie parole, Crocetti, 2026, è un
unicum nel suo genere per intransigenza e singolarità delle scelte – che si
apprezza meglio la memorabile ‘modernità’ di d’Annunzio. Cosa s’intenda per
‘modernità’ è proprio Hofmannsthal e dirlo in uno dei tanti scritti dedicati al
‘Vate’ (raccolti in: H. von Hofmannsthal, L’ignoto che appare, Adelphi, 1991),
con genio epigrafico:
> “moderno è sentire psicologicamente crescere l’erba e guazzare in un mondo
> meraviglioso di pura fantasia, sezionare gli atomi e giocare a palla con
> l’universo; moderna è l’analisi di un capriccio, di un sospiro, di uno
> scrupolo e moderno è l’abbandono istintivo, quasi sonnambulico, a ogni
> manifestazione del bello… l’impulso a comprendere e l’impulso a dimenticare”.
A dire del grande scrittore austriaco – autentico prodigio del verbo, l’uomo che
ha aperto la via lirica a Rilke, autore di una poesia dinamicamente diversa da
quella di d’Annunzio – è proprio d’Annunzio la sintesi del ‘moderno’, in cui
sapienza e annientamento si fondono “con singolare acutezza ed evidenza”:
> “le sue novelle sono rendiconti psicopatici, le sue raccolte di versi sono
> scrigni di gioielli; nelle une regna la severa e fredda terminologia dei
> documenti scientifici, nelle altre un’ebbrezza quasi febbrile di colori e
> stati d’animo”.
Ancora una volta, il Tutto e il Nulla, il creatore che esige un mondo con il
desiderio di distruggerlo: rinnovare la vita, d’altronde, contrasta con il
talento conservativo dei poeti che di sé vogliono fare mausoleo. Poeta
all’apparenza musivo, d’Annunzio è in realtà un devastatore, ha un’aurea nausea
verso il ‘letterario’: se procede per accumulo è per mutilare il panorama;
annienta.
Julien Benda ha significato come nessun altro l’anima bicefala di d’Annunzio, il
suo perpetuo indiarsi nel doppio:
> “C’erano in lui due personaggi: da una parte l’uomo in palcoscenico che faceva
> il proprio mestiere scrupolosamente; dall’altra l’uomo dell’intimità, che con
> qualcuno trovava inutile il proprio istrionismo e liberandosene diveniva
> semplice e affascinante. Ciò che mi colpiva poi era la facilità con cui
> d’Annunzio si spostava dall’uno all’altro, deponendo l’abito naturale e
> mettendo il vestito di cerimonia non appena entrava un qualche forestiero. Non
> sembrava vittima della propria messa in scena, la prendeva come fa un
> commerciante con le proprie spese generali, e non l’amava”.
Il Tutto e il Nulla; il pubblico e l’impubblicabile; il manifesto e il remoto.
Nei versi più possenti, d’Annunzio si spoglia di entrambe le spoglie: tra il
Tutto e il Nulla c’è la bestia, la creatura-creatura che assembla in contrari,
il sorgivo, l’assoluto vivente. I poeti del nostro canone sono per lo più
refrattari a dire la bestia: d’altronde, la nostra è la civiltà del ritratto –
Antonello, Tiziano, Raffaello, Bellini –, della regalità dell’uomo, e semmai –
dal Settecento in qua – del paesaggio come celebrazione dell’umana opera. Quando
appare, l’animale è la figura di un bestiario, è una bestia simbolica, pantera o
falcone o bufalo che sia, che rimanda ad altro ma mai alla propria carne, al
proprio costituzionale odore – al fetore del transitorio essere si predilige il
suo essere tramite. Oppure, è dettaglio di contorno, quotidiano ma fatuo,
miracoloso nel suo essere lontano: così è per gli armenti e gli assiuoli di
Pascoli, per l’anguilla e la carpa di Montale, per la capra di Saba. Gabriele
d’Annunzio, invece, ci fa sentire la bestia che irrompe, l’urlo, l’avvampare, il
vortice. “Un falco stride nel color di perla:/ tutto il cielo si squarcia come
un velo”: così attacca Furit aestus, distico che sa di artigli, di sangue, di
essere in picchiata. È forse Il cervo, però – cito da poesie selvaggiamente
antologizzate in Dolci le mie parole –, la poesia più ‘animalesca’ di
d’Annunzio, fin dall’attacco, in furia, “Non odi cupi bràmiti interrotti/ di là
del Serchio? Il cervo d’unghia nera/ si sèpara dal branco delle femmine/ e si
rinselva”.
È una poesia straordinaria, questa, perché l’animale non è mero monile, ennesima
effigie d’uomo, ma invitta vita: si avverte la contrazione della preda, la trama
delle tracce, l’inseguimento, i muscoli che guizzano, le corna e la luna, il
silenzio e la fuga, il desiderio e il fine, “la voce sua di toro”. Rimbomba,
questa poesia. Allo stesso tempo, è immediata e rude come una pittura a Lascaux,
è ardimentosa come un affresco del Duecento. No: qui d’Annunzio non è più
‘moderno’ – come lo vuole Hofmannsthal – né “iperromantico” e “intellettuale” –
come lo vuole Benda –, non è Vate né Comandante, non è deputato né Principe di
Montenevoso – è creatura senza insegne, insigne in nudità, allo stato brado,
uomo diserbato in belva, il cacciatore che si rivela braccato, in fuga. Da
questa trance, ciò che resta è la carcassa della poesia, una carogna di
smeraldo, nostro fiero pasto.
**
Il cervo
Non odi cupi bràmiti interrotti
di là del Serchio? Il cervo d’unghia nera
si sépara dal branco delle femmine
e si rinselva. Dormirà fra breve
nel letto verde, entro la macchia folta,
soffiando dalle crespe froge il fiato
violento che di mentastro odora.
Le vestigia ch’ei lascia hanno la forma,
sai tu?, del cor purpureo balzante.
Ei di tal forma stampa il terren grasso;
e la stampata zolla, ch’ei solleva
con ciascun piede, lascia poi cadere.
Ben questa chiama “gran sigillo„ il cauto
cacciatore che lèggevi per entro
i segni; e mai giudizio non gli falla,
oh beato che capo di gran sangue
persegue al tramontare delle stelle,
e l’uccide in sul nascere del sole,
e vede palpitare il vasto corpo
azzannato dai cani e gli alti palchi
della fronte agitar l’estrema lite!
Ma invano invano udiamo i cupi bràmiti
noi tra le canne fluviali assisi.
Tu non ti scaglierai nel Serchio a nuoto
per seguitar la pesta, o Derbe; e il freddo
fiume non solcherà suplice solco
del tuo braccio e del tuo predace riso,
fieri guizzando i muscoli nel gelo.
Inermi siamo e sazii di bellezza,
chini a spiare il cuor nostro ove rugge,
più lontano che il bràmito del cervo,
l’antico desiderio delle prede.
Or lascia quello il branco e si rinselva.
Forse è d’insigni lombi, e assai ramoso.
Ei più non vessa col nascente corno
le scorze. Già la sua corona è dura;
e il suo collo s’infosca e mette barba,
e fra breve sarà gonfio dal molto
bramire. Udremo a notte le sue lunghe
muglia, udremo la voce sua di toro;
sorgere il grido della sua lussuria
udremo nei silenzii della Luna.
Gabriele d’Annunzio
L'articolo “Udremo la voce sua di toro”. Gabriele d’Annunzio, il poeta
animalesco proviene da Pangea.
Nell’ala del libro infine più noto di Dario Villa, Abiti insolubili, l’anonimo –
in realtà: Giovanni Raboni – scrive di un poeta dotato dell’“innocenza e la
grazia di un visitatore angelico”. Come si sa, il “visitatore angelico”, quando
fa visita, porta un messaggio di separazione. La sua bellezza atterrisce: il
gloria è marziale, attende al disastro, al dispaccio della lacerazione.
L’emblema dell’angelo non è il giglio ma la spada – la notizia offerta alla
madre bambina, Maria, è un grembo che sarà sepolcro, un ventre che sarà fiore e
buco nero, un figlio che per esplodere in luce verrà crocefisso.
Creatura indivisa, l’angelo divide.
In Abiti insolubili un angelo “quasi orgoglioso/ dell’opera quasi compiuta”
appare a pagina 87. È un angelo che tenta di fabbricare un umanoide – “ma in che
accozzo di membra avrò cacciato/ il cazzo l’anima la pelle il mastice/ la
scintilla vitale?” –; gli viene fuori un “golem mancato”, che caccia “giù, nel
mondo o agli inferi”. A dire – ancora, ancora… – che l’opera di Villa è
eminentemente sapienziale: edotto in Blake – di cui ha tradotto, per l’edizione
delle Opere curate da Roberto Sanesi per Guanda nel 1984, Vala or the Four Zoas,
brani da Jerusalem e i Poems from the Pickering Manuscript –, il poeta si muove
puntellando il mondo di gnostiche chiose; è un Messia irreparabile, una specie
di Sabbatai Zevi della poesia italiana – l’ironia vela il vero per farlo
rifulgere.
Abiti insolubili uscì nel febbraio del 1995; dieci anni prima, con Lupsus in
fabula (edito a Milano da Società di Poesia), Dario Villa aveva ottenuto il
Premio Mondello – sarebbe morto l’anno dopo, nel marzo del ’96. Giovanni Raboni
scrisse della sua morte il 10 marzo, sul “Corriere della sera”; nel titolo del
colonnino, Il poeta che credeva nelle ombre, la misura ctonia, da messaggero
oscuro, latore di fiamme negli inferi, di Villa. Così scrisse, tra l’altro,
Raboni:
> “Dario Villa è morto cinque giorni fa, dopo una malattia lunga e terribile
> vissuta con una consapevolezza, una dignità e un coraggio meravigliosi.
> All’infuori della piccola cerchia dei suoi amici, né la sua malattia né la sua
> morte hanno fatto notizia: e mi sembra giusto così. A ogni poeta, a ogni
> scrittore, a ogni artista che scompare sarebbe bello, in fondo, poter pensare
> come Dario ha pensato a se stesso riflettendo sul mistero e insieme sulla
> ‘normalità’, sulla quotidiana, famigliare imminenza della propria scomparsa:
> ‘è più simile a me/ l’ombra che resta in piedi quando cado/ di quanto non sia
> io’”.
È proprio del poeta angelico morire senza dar notizia di sé: natura d’elitra e
di foglia la sua, divino ectoplasma – a crollare, a frantumarsi, a rovinare sono
gli uomini. Quelli che l’angelo-poeta ammanta con parole piene di odori d’erba –
e denti al collo.
È strano – fino a un certo punto – che Giovanni Raboni, il doge della poesia e
della cultura del tempo, sentisse un’affinità così totale con un
totale outsider come Villa: in lui, forse, intuiva il genio della poesia in
purezza. Nella mitica, semicladestina edizione di Tutte le poesie di Dario Villa
– a cura di Katia Bagnoli, stampata da Seniorservice Books, dunque da Carlo
Feltrinelli, nel 2001 – Giovanni Raboni ritorna ancora sul tema della grazia.
Dario Villa, a suo dire, è stato uno dei “pochissimi poeti italiani, negli
ultimi decenni del secolo appena trascorso… costantemente, oserei dire
insistentemente frequentati dalla grazia”. Ritorniamo nell’ambito da cui siamo
partiti, nel portento del sacro, nel suo portamento, tra paramenti celestiali:
l’angelo si rivolge a Maria, la ragazza, come alla “piena di grazia” perché “Dio
è con te”. Dalla grazia (charis) discendono i carismi, i doni dello Spirito: non
c’è dono che non si sconti in sacrificio, che non si scontri. La pienezza di
Maria è anche pienezza nel dolore. Grazia che ingravida e che graffia.
Definito “il migliore, il più sicuro talento della sua generazione” – ancora
Raboni, nell’articolo del “Corriere della sera” – eppure, pur sempre ai margini,
smangiato da una tragica leggiadria, da una leggenda che ha finito per
perseguitarlo, si disse che Villa era apparentato a “un Corbière, un Laforgue”
(poeti, tra l’altro, fondamentali per il primo tempo della poesia di Thomas S.
Eliot); nella nuova edizione che raccoglie l’Opera in versi di Villa (Crocetti,
2025) si dice che “Villa fu senz’altro il Rimbaud della Milano postmoderna”
(Alessandro Giammei). Di mio – nel gioco delle figurine – aggiungo che Villa mi
pare – per tono, per impeto, per imperiale genio linguistico – prossimo a David
Gascoyne – autore che pure ha tradotto. Giochi, maschere, burattini volanti. La
necessità di circoscrivere Villa entro la museruola di autori analoghi è data
dal fatto che Villa non appartiene a nessuno, pare non avere parenti tra i
tedofori della poesia italiana; insieme a rari altri, lari di una lingua
d’altrove – Lorenzo Calogero, Ivano Fermini, Gian Giacomo Menon, Claudia
Ruggieri – fa parte di un canone ‘avverso’, avversato, fallato dal frainteso,
dall’aporia esistenziale, fino a farsi afoni all’oggi.
Tornando alla figura primaria – l’angelo – pare che Villa, in certe folgoranti
lasse, abbia tentato le “lingue degli angeli”, quella lingua slinguata,
sdilinquito delinquere, paradisiaca barbarie, tra il latrato e il sussurro, di
cui dice Paolo nel capitolo tredici della Prima lettera ai Corinzi. Scrittura
‘pentecostale’ la sua? Figurarsi. Villa – trasfigurato sempre in altro da sé –
non assiste alle lingue di fuoco che calano dall’alto, dall’attico di Dio: il
cielo è plumbeo, piove a macerie e ciò che macera dà volto a bestie in fuga,
uomini col volto del capro e della locusta. Poeta apocalittico col papillon,
Villa, che giunge a disastro compiuto:
> (siamo un’ombra del caso
> procediamo da cause sconosciute
> precipitiamo come nebulose
> in un fuoco di rose)
Corroborante, Villa, proprio oggi, come avesse scritto per noi, ora, nell’era
del linguaggio al dileggio, della lingua vezzeggiata, dei poeti che proseguono,
senza atto di veggenza, una ‘tradizione’ di stantie stanze – meri lotofagi
dell’io – o che s’impennano in esperimenti altrettanto vetusti, inverati dal
vento, esametri della scemenza, semenzaio di nequizie. Dario Villa pareva,
appartato, partigiano dell’oltre, non appartenere neppure alla vasta serie di
poeti, più o meno coetanei, più o meno bravi, avvalorati, in quegli anni, da
pubblicazioni di successo: Valerio Magrelli, Milo De Angelis, Roberto Mussapi,
Cesare Viviani, Patrizia Valduga, per dire. Nella collana ‘Marsilio poesia’,
diretta da Raboni dal 1994 al 2000, uscirono, tra gli altri, Toti Scialoja,
Ferruccio Benzoni, Elio Pagliarani e Jolanda Insana. È interessante – per un
puro dato di storia del costume editoriale – assistere alla classifica dei
“Libri più venduti nella settimana” in cui è morto Villa. Spiccano gli italiani:
Baricco (Seta), Susanna Tamaro (Va’ dove ti porta il cuore, da cinquanta
settimane in classifica…), Stefano Benni (Elianto), Andrea De Carlo (Due di
due). Tra “I primi dieci”, tre sono libri di poesia: di Charles Bukowski
(dichiarato “poeta ‘maledetto’”), di Nazim Hikmet e Montale.
Tra le poesie di Villa, Raboni preferiva questa, che è poi un angelo che
annuncia se stesso, il suo eccesso:
non saprei dire
quando con precisione
imparai a nuotare ma non a volare
credevo nelle ombre
credevo alla perfezione
non ero labile come la storia
né fui mondo da scoria
finché non mi calai nel tempo quando
vidi la luce: la inondai
con una strana colla
diceva cose molto sporche e belle
credo che fosse vestita di nero
certo un dettaglio – ma tant’è – che importa –
ero ormai uomo fatto…
anche se poi, per qualche tempo,
continuai a osservare un gioco d’ombre
mi ci studiavo – ci vedevo poco –
davo il polmone al gatto
mi muovevo ogni anno di venti
venticinque centimetri almeno
“ah” pensavo giocando alle parole
“gli altri sono le nubi io sono il sole”
Indifferente ai clamori dell’epoca – perché ne sentiva l’odore, la portata di
bestia al macello – Villa, angelico flâneur del verso, perseguiva una sua via
autarchica. Amava dissiparsi – come i poeti abitati da un talento all’eccesso,
esondante, incapace dunque di ‘sistemarsi’ e di sistemare i propri versi in
libri, opere, propaganda editoriale varia. Così, l’altro giorno, a Milano, mi si
fa di fronte un ragazzo – fronte larga, ispirati e lunghi i capelli, ispido
cappotto, insipida la sera, polverizzata in pioggia. Amico di Giampiero Neri, il
poeta, mi fa – si chiama Alessandro Pancotti, e con rigore pari alla grazia mi
porge due fogli. Due poesie di Dario Villa. Inedite. O meglio. Dimenticate.
Nell’Opera in versi – oceanica opera, necessaria, salutare: finalmente Villa
ritorna tra noi! – non ci sono. Sono state pubblicate sul numero 4
(Ottobre-Dicembre 1985) de “lo Spazio Umano”, Rivista internazionale di scienze
umane arte e letteratura, diretta da Enrico R. Comi. Tra i tantissimi, sulla
rivista collaboravano, in quegli anni, Jannis Kounellis e Roberto Sanesi, Georg
Baselitz, Keith Haring, Lou Reed, Sebastiano Vassalli e David Maria Turoldo. In
quel numero, spiccano un testo di Gillo Dorfles, le poesie di Maurizio Cucchi e
Kenneth Koch.
Le poesie di Villa, qui riproposte, recano una data: 1980. Come sempre,
alternano calembour a sentenze epigrammatiche, il gioco all’oracolo. Un
deambulare tra previsioni ed eversioni. In fondo, paiono i cartoni preparatori
di un’opera – lo studio del cranio di un angelo.
**
la luce bacia le bucce
dei pensieri mondati:
lucida sulla credenza riluce
la polpa nuda dell’idea – che agrume,
che succo acido agli orli
rasenta sguardi travolti, le bocche
aperte, sedie rovesciate?
inchiodata al suo senso,
fissa per sempre la scena (il tempo
il luogo) del ribaltamento,
e la penombra che perdura, macchia
il centro della tavola? qui sembra
il mondo, acciottolii di finepasto,
fragore incerto, l’occhio di qualcuno
rapito in sogni anatomici, le gambe
intraviste che intessono sotto la tavola
quel gioco puro, supporto
di successivi svolgimenti: istinto
ed evento che vibrano, muovono, filano
in un solo volere: negare
tanta immobilità, darsi alla luce.
*
per poi tornare a ripetere
passi, figure, il muschio
cresciuto tardi
sul pasto della natura:
rovine riconquistate dall’edera,
riconvertite in foresta,
cocci dispersi, emblemi in cui s’inciampa
e nelle circonvoluzioni
del labirinto, l’etere ripermea
freddo l’orecchio: musiche, rumori,
voci già sillabanti e la spirale
vacilla di una memoria che torna
nei suoi residui a sgomentare l’ora
che s’infutura e ricade, altro intreccio
in qualche comodo fodero
arabescato starà sognando la lama
rosa da molte ruggini
dello spirito insonne: cosa faremo,
sciabole di mucillagine stampate
su ciò che resta di un muro, riflessi
senza pretesto, ombre di gesto vegetalizzato.
Dario Villa
*In copertina: Dario Villa (1957-1996) in un ritratto fotografico di Antonio Ria
L'articolo “Io sono il sole”. Due poesie ritrovate di Dario Villa, o
dell’Apocalisse col papillon proviene da Pangea.
Questa storia, in cui tutto è possibile, inizia – o finisce – all’abbazia di
Pomposa, folgorante edificio del IX secolo, nel ferrarese, dove si dirama,
divorandosi, il Po. Affreschi e sculture, spesso arcani, incutono sacro terrore.
Qui pare sia stato redatto, nel XVII secolo, il De arte nihil credendi; dello
scrittore, Matteo Cnuzen, altrimenti detto Matthias Knutzen, predicatore
tedesco, ateo, si ignora la data di morte. Il testo – di cui non si ha altra
notizia – è custodito presso la Biblioteca Classense, “non è mai stato
pubblicato… ho potuto solo farne una copia a mano”, scrive l’autore. Un
fascicolo dal titolo analogo porta la firma di Geoffrey Vallée, anticlericale
estremista: in quel libello – titolato, in verità, La béatitude des Chrétiens ou
le Fléau de la foy – l’autore dimostra che la fede, fondata sull’ignoranza e sul
timore di Dio, riduce l’uomo a una bestia, a uno schiavo. Vallée fu arrestato,
impiccato e passato al rogo il 9 febbraio del 1574: aveva ventiquattro anni.
Il testo di Knutzen – che mesce, in cocktail micidiale, reminescenze di Lucrezio
e di Spinoza, di Garlandus Compotista e di Levi Smolinides, di Gregorio di Narek
e di Sabinus Serrat (faccio scoprire a voi chi di questi è un personaggio
fantomatico, fittizio) – è utilizzato dal poeta austriaco Raoul Schrott come
monito per un libro dal titolo emblematico, L’arte di non credere a nulla,
uscito in Germania, presso Hanser Verlag, dieci anni fa, tradotto ora da
Federico Italiano per Crocetti. I brani dell’incendiario pamphlet di Knutzen –
veri, verosimili, inventati? l’autore rifiuta spiegazioni – sono corrosivi,
perciò corroboranti. Ne cito alcuni:
> “sono avido se voglio tutto ciò che si può ottenere dalla vita – avere amici e
> allo stesso tempo stare solo? ciò che desidero è difficile da raggiungere –
> eppure una volta in mio possesso sono insoddisfatto come se avessi raggiunto
> nulla”;
> “sii come la neve che si scioglie: dal silenzio nascono i fiori – la lingua
> sia il loro bocciolo”;
> “tutto inizia con il sangue · inzuppati di sangue veniamo al mondo a testa in
> giù: tutto inizia con una separazione e in un mondo capovolto · avvinghiati a
> un seno non vediamo che oscurità: ora vivi amaro e cupo · da bambini
> scorrazziamo qui e là: e inquieti rimarremo · nella giovinezza ci dissolviamo
> sentendoci estranei: è solo un periodo di traviamento e confusione · con la
> vecchiaia la mente si annebbia: non aspettarti quindi la beatitudine da vecchi
> strampalati · così perplessi procediamo nelle tombe: senza riconoscere da
> nessuna parte un’anima o qualcosa di puro – solo imperfezione”
Siamo nei dintorni dell’atroce Albert Caraco più che in quelli dell’ardito
Zenone, il protagonista de L’opera al nero, il romanzo di Marguerite Yourcenar.
Nella prefazione, Schrott cita la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo e il
Mausoleo di Galla Placidia, a Ravenna e il magnetico trattato De tribus
impostoribus, di cui si discute – senza traccia di testo – dal XIII secolo:
sarebbe piaciuto a Borges. I legami con il maestro argentino, però, finiscono
qui: le poesie di Schrott – affratellate ai violenti aforismi del fatidico
Knutzen – non hanno nulla dell’enciclopedica freddezza di Borges. Al contrario,
è la vita presente, quotidiana, quella convocata da Schrott: nei suoi testi ci
sono il pizzaiolo e lo stilita (“qualcuno disposto a stare sull’orlo del
precipizio”), la cassiera (“il mondo è fatto di cose standard/ che mangiamo ·
beviamo · trasformiamo in esistenza”), il macellaio (“siamo e diventiamo ciò che
mangiamo/ con gli occhi spalancati rivoltandoci al pungolo…/ carne trafitta in
via di macellazione verso l’assoluto”). L’arte di non credere a nulla è un libro
che dà credito alla carne, in crepitio di eros; è un libro pieno di corpi
esposti e di rapporti cannibali. In lo sguardo di dio si canta “la vita baciata
e gettata come un pezzo di pane”; in una poesia si imitano i toni di una single
– donna – fine quaranta; è bello il finale: “la dolcezza · sale tra le mie gambe
· orma d’animale selvatico”. In viaggi notturni – forse, il testo più bello –
c’è una donna “nuda sul sedile distesa/ lo sguardo rivolto verso il nord che
manca come casa”: “il compendio della nostra vaga esistenza/ tali scrupoli
appena li considera:/ nomina il desiderio · vuole vederlo divenire realtà/ ma
biasima ogni indifferenza”.
Il libro è sigillato – va da sé – dal motto riassuntivo del trattatello di
Knutzen: “l’assoluto opera nel nulla”. Quando l’autore – troppo intelligente per
cadere nella trappola del refuso – mi dice che il modello de L’arte di non
credere a nulla è la Vita nuova di Petrarca (ovviamente, è di Dante), so che mi
sta sfidando. D’altronde, Raoul Schrott è una delle menti più sfrenate e
sofisticate della letteratura tedesca: mi ricorda, per impeto, Werner Herzog.
Nato a Landeck, Tirolo, nel 1964 – ma ha detto, a volte, di essere nato a San
Paolo, in Brasile, quando non in nave – è cresciuto tra Tunisi e Zurigo; insegna
all’Università di Vienna, dopo aver insegnato a Napoli, a Berlino e a Tubinga,
insieme allo scrittore Christoph Ransmayr. Romanziere, poeta, studioso, Schrott
è a abituato alle imprese impossibili: ha scritto resoconti tratti dalle sue
esplorazioni nel deserto (Il deserto di Lop è stato pubblicato da La Grande
Illusion nel 2022); ha partecipato a una spedizione, supportata dall’Università
di Colonia, in luoghi del Ciad ancora inesplorati. Da ragazzo, ha studiato il
Dadaismo, è stato il segretario di Philippe Soupault, a Parigi; ha tradotto
Derek Walcott e Seamus Heaney, la Teogonia di Euripide e l’Epopea di Gilgamesh;
nel 2008 ha pubblicato la sua traduzione – sgargiante, a dire dei più –
dell’Iliade: la tesi secondo cui Omero fosse uno scriba greco al servizio degli
assiri, vissuto a Karatepe, in Cilicia, gli attirò critiche. Tra l’altro,
Schrott ha scritto romanzi audaci in immaginario, imprevedibili fin nel titolo
(uno di questi fa pressappoco, Racconto del vento, ovvero dell’artigliere
tedesco che circumnavigò il mondo una prima volta e poi una seconda e una terza
volta); ha vinto premi. Con Erste Erde (2016), libro di magnetica forza, ha
tentato di dire in versi la storia del mondo, dal Big Bang a oggi.
L’ultimo progetto – benché non strettamente letterario – è altrettanto
‘mostruoso’: l’“Atlante dei cieli stellati” (Atlas der Sternenhimmel),
pubblicato da Hanser lo scorso anno, raccoglie – dispiegandoli – diciassette
cieli; le costellazioni degli antichi egizi e degli aborigeni australiani, degli
Inuit, dei Tuareg e dei Boscimani. Si narra, così, la storia dell’uomo e di ogni
civiltà, a partire dal rapporto con gli astri. Quasi che il cielo sia una
bibbia, le stelle una scrittura piena di brusii, vocalizzi, grida.
Insomma, abbiamo preteso Raoul Schrott al dialogo.
Preliminari: esiste davvero il “Manuale dell’esistenza transitoria” o è frutto
della sua transitoria immaginazione?
Esiste? Tutto ciò che scriviamo e leggiamo – che sia romanzo, poesia o filosofia
– esiste: è il frutto della nostra immaginazione.
Come è nata l’idea di accostare le poesie a un trattato del XVII secolo? Qual è
stato il ‘metodo’ di costruzione del libro? Vedo, ad esempio, che le poesie non
sono disposte in ordine cronologico.
In sostanza, le poesie riferiscono di una visione atea della vita e dell’amore,
da prospettive differenti. Per me, poesia è un modo di pensare più concentrato e
compiuto: ecco perché tutti i miei libri in versi sono centrati su un tema – gli
hotel; il sublime; il sacro; l’assenza – e incorniciati da un saggio. Qui si
tratta, letteralmente, dell’arte di non credere a nulla. Per costruire un
contesto alle poesie la – sbalorditiva – breve storia dell’ateismo mi è parsa
più che appropriata.
La maggior parte delle poesie sono ritratti di individui che ostentano le loro
opinioni, plasmate dal lavoro che svolgono, dai desideri, dalle circostanze. È
una galleria di professioni (di cui ho incidentalmente dimenticato il maestro).
Sono raggruppate tematicamente, poi completate da alcuni versi tratti
dal Manuale dell’esistenza transitoria, per dare a ogni poesia un significato
ulteriore. Se crede, il modello è la Vita nuova di Petrarca (sic!).
Come costruisce le proprie poesie? Intendo: parte da un concetto, da un insieme
di parole che combaciano audacemente assieme, da una ‘scena’, da una idea
narrativa…
Tutti questi elementi concorrono: intuizione, esperienza, l’incontro con
qualcuno (il cassiere del supermercato che ho incontrato sul treno per Berlino
non smetteva più di parlare). Questi elementi consegnano, come diceva Valéry,
il vers donnés su cui poi la poesia si sviluppa in vers calculés. In queste
poesie, il calcolo provvede alle rime (comunque discrete, difficili da scovare).
Tuttavia, la parola in rima di rado ha a che fare con la parola con cui rima,
introduce un elemento imprevisto, un frammento del mondo in generale – così che
il procedere pensando deve fermarsi in stazioni diverse. Questo rende la
scrittura, almeno per me, uno stupore continuo.
Come penetra nel suo linguaggio la lingua delle origini, dei testi che ha
tradotto, Iliade, Gilgamesh, Teogonia?
La loro lingua non penetra nella mia. Tradurre quei testi, però, ha significato
comprendere la tradizione e approfondire il mestiere: per scrivere da quel
centro del presente.
Che senso ha, oggi, la poesia?
La poesia è la macchina di tutto ciò che è umano, individuale, soggettivo. Ci
pensi: i romanzi, in quanto finzione, sono menzogne realistiche (presentano una
verità in modo elegante e persuasivo, certo), narrazioni che si basano su trame
e personaggi plausibili. La poesia, invece, non può che essere veritiera;
esprime i pensieri e le emozioni più profonde: è autentica. Tutto il contrario
della plausibilità. Questo vale anche per le poesie peggiori, in cui non si
capisce un cazzo [in italiano, ndt], tanto sono autoreferenziali. Dunque:
autenticità. Inoltre: la poesia sincronizza le tre modalità cognitive
dell’essere: le immagini in cui pensiamo; il linguaggio con cui ci esprimiamo;
la musica – metro e ritmo – che corrisponde ai battiti del cuore, al ritmo del
respiro, al moto delle ciglia. Ditemi quale altra arte riesce a fare tutto
questo con così pochi mezzi!
Che rapporto esiste, a suo dire, oggi, tra poesia e storia, la poesia e
‘politica’?
Credo che la poesia sia a-storica, nella misura in cui esprime intuizioni senza
tempo (pur se fugaci), verità soggettive che nella loro individualità sono
sempre in contrasto con la storia come fenomeno di massa. La poesia è il rifugio
e l’espressione di tutto ciò che è umanamente possibile, pensabile,
sperimentabile in tutta la sua stranezza e bellezza, in tutta la sua assurdità,
in tutto il suo orrore. La letteratura è sempre a-politica e a-morale. Non si
preoccupa e non deve occuparsi delle ideologie e dell’etica di una comunità,
altrimenti diventerà agitprop, slogan, un manifesto, insomma. La letteratura – e
in particolar modo la poesia – deve esprimerci come individui, con tutte le
nostre emozioni e pensieri, positivi o negativi essi siano, senza vincoli,
liberi, per essere autenticamente veritiera. Almeno, così è sempre stato.
Mi racconti qualcosa del suo “Atlante dei cieli stellati”: come nasce il
progetto, perché, come si insinua nel suo lavoro poetico?
L’Atlante dei cieli stellati non ha a che fare con la mia scrittura. A parte la
visibile poesia che raffigurano le costellazioni, è un lavoro accademico: come
professore di letteratura comparata ho compiuto ricerche per rintracciare i
cieli stellati di diciassette diverse culture del pianeta. Benché l’Unesco li
abbia dichiarati patrimonio culturale immateriale dell’umanità, non sono mai
stati studiati in modo esauriente: le costellazioni, graficamente ricostruite;
il simbolismo e la sapienza che le accompagna; la storia della tradizione
astronomica che le spiega; i miti delle origini che narrano la creazione del
cielo e della terra, del sole, della luna, delle stelle. Ci sono voluti sette
anni di lavoro per ricostruire il cielo dei babilonesi e dei cinesi, degli inuit
e dei boscimani, degli inca e degli arabi, dei tahitiani e dei maori… ciò che
questa ricerca ha prodotto (con mio grande stupore) sono settantamila anni di
storia culturale di cui nessuno sapeva nulla.
*In copertina: Raoul Schrott in un ritratto fotografico di Barbara Seyr
L'articolo “L’assoluto opera nel nulla”. Dialogo con Raoul Schrott proviene da
Pangea.
Il Pasolini poeta maturo si inserisce in un generale movimento verso la ‘prosa’
che caratterizza la poesia italiana del dopoguerra. Sarà sufficiente fare i nomi
di Attilio Bertolucci, di Vittorio Sereni, di Mario Luzi. In realtà Pasolini
nelle Ceneri di Gramsci (1957) unisce questa passione prensile e quasi plastica
della scrittura poetica, che si direbbe tipica di una prosa saggistica (tra i
suoi maestri ci fu il grande storico dell’arte Roberto Longhi), a un uso
raffinato e insieme libero della metrica. Il Pasolini delle Ceneri innesta la
prosa nel furore metrico (che fu proprio ad esempio di un altro poeta decisivo
del secondo Novecento, Giorgio Caproni). La gettata lavica del discorso
pasoliniano, che potrebbe tracimare, annullare la poesia, viene fatta
solidificare dentro la forma metrica, in particolare la terzina, dantesca e
pascoliana (ma anche in altre forme: ad esempio l’imitazione e la ripresa della
forma-canzone o i distici tendenzialmente a rima baciata).
Questo ci porta al cuore stesso della poesia pasoliniana, che è tutta nutrita
del sentimento di una contraddizione. Non per caso una delle figure fondamentali
del suo discorso poetico è l’ossimoro (si pensi, ad esempio, al titolo di un
poemetto del libro Poesia in forma di rosa, del 1964: Una disperata vitalità).
Pasolini nutre la sua poesia di un sentimento irrisolto e lacerante della vita e
della cultura: all’altezza delle Ceneri di Gramsci, in particolare, vorrebbe da
una parte aderire a una visione chiara, razionale, lucida, ispirata
all’ideologia marxista (ma Pasolini stesso nell’introduzione alle Poesie del
1970 parlerà del suo «marxismo mai ortodosso», rimproveratogli del resto da un
lettore come Fortini); dall’altra è trascinato da una pulsione vitalistica,
irrazionale, che prende corpo nel mito dei ragazzi delle borgate romane, del
proletariato pre-ideologico, quasi pre-storico (si ricordi il romanzo Ragazzi di
vita, 1955). Pasolini ha piena coscienza di questa contraddizione e ne fa il
tema della sua poesia.
Nel poemetto che intitola la raccolta del 1957, all’inizio della parte quarta si
mette a tema lo scandalo della contraddizione, con riferimento a Gramsci e al
suo pensiero. È un passo celebre, spesso riportato nei saggi e nei manuali:
“Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;
[…] attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza […]”.
Nella sua produzione poetica (peraltro di vastissime proporzioni e quasi
ingovernabile, come documentano i due tomi di Tutte le poesie nei “Meridiani”, a
cura e con uno scritto di Walter Siti, Saggio introduttivo di Fernando Bandini,
Cronologia a cura di Nico Naldini, Mondadori, 2003, da cui provengono tutte le
citazioni) Pasolini ha tentato molte forme diverse: è partito dalla poesia in
dialetto, dal sogno delle origini romanze, in una lingua vergine (il friulano di
una piccola località) e in una forma rigorosa, quasi arcaizzante, con le Poesie
a Casarsa del 1942. Anche in italiano, Pasolini ha scritto una poesia lirica e
solitaria, ispirata al mondo marginale della campagna e del borgo: si pensi
a L’Usignolo della Chiesa Cattolica (uscito nel 1958 solo per ragioni
editoriali, ma precedente alle Ceneri di Gramsciquanto a composizione). Nei
libri seguenti alle Ceneri, che è in qualche modo il libro-cerniera della sua
carriera di poeta, cioè La religione del mio tempo (1961), Poesia in forma di
rosa (1964), Trasumanar e organizzar (1971), si verifica una compresenza di
ragionamento e impegno ideologico, da una parte, e persistenza di una certa
forma di lirismo, se anche impura, dall’altra (già nelle Ceneri un poemetto
come Una polemica in versi andava verso l’uso della poesia come strumento
oratorio e di intervento).
Così si capisce che la poesia è per Pasolini e per molti poeti del secondo
Novecento un organismo instabile, un ibrido tenuto in equilibrio di un soffio
sopra la prosa in modo sempre compromissorio. Si diceva delle tante forme
esperite da Pasolini: ne La religione del mio tempo (1961) ci sono due sezioni
di epigrammi, in cui Pasolini polemizza con poeti e intellettuali o prende a
bersaglio altre figure pubbliche. Come esempio di questo genere prendiamo dalla
serie Nuovi epigrammi il testo A Luzi: “Questi servi (neanche pagati) che ti
circondano,/ chi sono? A che vera necessità rispondono?/ Tu taci, dietro a loro,
con la faccia di chi fa poesie:/ ma essi non sono i tuoi apostoli, sono le tue
spie”. Nel rivolgersi al poeta fiorentino, di qualche anno maggiore di lui (nato
nel 1914), Pasolini (nato nel 1922) si rifà ad una propria recensione a Onore
del vero uscita in rivista nel 1958 e poi raccolta in Passione e
ideologia (1960), che contestava a Luzi, pur ammirato dal punto di vista
estetico, “una insensibilità di fronte ai fenomeni della vita umana e della
storia”; rifluisce inoltre nell’epigramma una discussione maturata sulle pagine
della rivista “La Chimera” sul tema del realismo (1954), che vide contrapposti
appunto Luzi e Pasolini. Queste punte polemiche, neanche satiriche, che appaiano
Pasolini a un altro epigrammista inflessibile del Novecento, cioè Fortini,
rivelano un aspetto irriducibile della personalità del poeta: il suo porsi come
contraddittore, arbitro, giudice, polemista, in nome parte di una ideologia,
parte (è la solita contraddizione) del suo superamento vitale e narcisistico.
Le polemiche di Pasolini, letterarie e ideologiche, sono state numerose. Alcune
ci appaiono ingenerose. È il caso, credo, di quella con Montale, attaccato
duramente su “Nuovi argomenti” per Satura, libro definito, pur con qualche
affondo di intelligente critica stilistica, come un “pamphlet antimarxista” e
ancora come un libro “tutto fondato sulla naturalezza del potere”, con un esito,
per il poeta dalla lunga storia, “reazionario e quasi teppistico”. Montale
rispose con discrezione e insieme con forza, scrivendo un testo poetico tutto
centrato su Pasolini ma che di Pasolini tace il nome sotto un senhal,
cioè Lettera a Malvolio, in Diario del ’71 e del ’72. Al di là della reticenza,
il bersaglio è colpito con decisione da Montale, mentre la polemica non fa che
portare alla luce una incomprensione di fondo tra i due covata a lungo. Ecco i
versi 17-29 del testo montaliano, che mettono a fuoco dal lato del ligure la
situazione culturale del dopoguerra e una figura come quella di Pasolini:
“Ma dopo che le stalle si vuotarono
l’onore e l’indecenza stretti in un solo patto
fondarono l’ossimoro permanente
e non fu più questione
di fughe e di ripari. Era l’ora
della focomelia concettuale
e il distorto era il dritto, su ogni altro
derisione e silenzio.
Fu la tua ora e non è finita.
Con quale agilità rimescolavi
materialismo storico e pauperismo evangelico,
pornografia e riscatto, nausea per l’odore
di trifola, il denaro che ti giungeva”.
Si noterà che l’“ossimoro permanente” sembra proprio stigmatizzare, prima di
accuse più virulente e dirette, la posizione sempre contraddittoria di Pasolini
(pur essendo anche il contrassegno di un’epoca), il quale come
poeta-intellettuale continua ad apparirci nelle vesti di un provocatore assai
ideologico e non privo di acredine (si prendano ancora in Trasumanar e
organizzar le punture denigratorie e maldicenti verso questo o quel collega:
“[…] – e mettiamoci anche/ un po’ di tenerezza per le vecchie tettine di
Palazzeschi”; “[…] e lo scialbo Pavese”).
D’altra parte nella poesia di Pasolini, come già Le ceneri ci insegnano, c’è
sempre una pulsione alla verità, alla confessione dolente, alla visceralità: è
il meccanismo di quello che Montale, con tagliente acume, definirà appunto
“ossimoro permanente”. Così in Poesia in forma di rosa si legge un componimento
come Supplica a mia madre, da cui si possono citare alcuni versi (si tratta di
distici):
“Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia”.
Si può avvicinare a questo impulso alla confessione anche un’altra celebre
dichiarazione pasoliniana, ancora da Poesia in forma di rosa:
> “Io sono una forza del Passato.
> Solo nella tradizione è il mio amore.
> Vengo dai ruderi, dalle chiese,
> dalle pale d’altare, dai borghi
> abbandonati sull’Appennino o le Prealpi,
> dove sono vissuti i fratelli”.
E poi, in chiusa: “E io, feto adulto, mi aggiro/ più moderno di ogni moderno/ a
cercare fratelli che non sono più” (Poesie mondane, brano 10 giugno 1962).
Il libro poetico forse più impuro di Pasolini è Trasumanar e organizzar (1971):
fin dal titolo, esso mette insieme l’esperienza dantesca del trasumanar
(Paradiso I 70-71: “Trasumanar significar per verba/ non si poria […]”, brano
evocato in più punti del libro da Pasolini, così come più volte è allusa la
figura di san Paolo e il suo essere rapito al Terzo cielo) e l’organizzare
politico, la prassi, vale a dire due dimensioni tra loro incommensurabili. Molti
testi sono ragionamenti in versi, discorsi, declamazioni, dibattiti: la poesia è
messa in questione nella sua autonomia, eppure non è del tutto negata. Continua,
si direbbe, a vivere dall’interno della sua messa in crisi, nella sospensione
delle sue forme riconosciute, dunque in modo problematico. Viene meno la
funzione della metrica chiusa, si tende a uno stile informale. Certamente
Pasolini mira a rovesciare il suo discorso precedente, in particolare la
stabilità e saldezza formale faticosamente raggiunta nelle Ceneri di Gramsci. E
quanto a questo movimento di auto-negazione, di palinodia tutta in negativo si
potrà pensare al caso esemplare della Seconda forma de “La meglio gioventù”, la
raccolta che nel 1974 (per essere poi ripresa ne La nuova gioventù del 1975)
riscrive a contrasto La meglio gioventù del 1954, a partire dalle Poesie a
Casarsa (basta leggere la riscrittura del testo d’apertura, la Dedica).
D’altra parte, a confermare la pluralità delle forme e degli esperimenti, tra il
1971 e il 1973 Pasolini compone una serie di sonetti, ritornando dunque ad una
forma chiusa (mentre nella sua poesia ufficiale, pubblica, liquida
quell’esperienza), anche se si tratta di una forma usata con grande libertà
(l’autore l’aveva del resto già sperimentata: si ricordi in particolare la
serie Sonetto primaverile, costituita da 14 sonetti, risalente al 1953 e
pubblicata nel 1960). La corona L’hobby del sonetto, tutta dedicata a Ninetto
Davoli e uscita solo postuma, è una straziata confessione affettiva, di una
natura che si direbbe privata (è costituita da 112 esemplari, ma alcuni sono
allo stato di abbozzo o di frammento). È l’ultima riprova: la verità di Pasolini
sta nel suo contraddirsi, nel suo essere contro di sé e contro ogni principio
acquisito e raggiunto, contro ogni programma e progetto. Pasolini vive di una
continua tensione vitalistico-mortuaria, come se la vita e l’opera fossero un
tutt’uno, anelanti a uno sbocco, a una catastrofe, a un martirio, a un togliersi
di mezzo per sanare (come fosse l’unico modo possibile) la lacerazione, il
contrasto, la pretesa assoluta e narcisistica del soggetto, prepotente e
distruttiva insieme. La notte del suo assassinio all’idroscalo di Ostia, tra l’1
e il 2 novembre 1975, giusto cinquant’anni fa, era in qualche modo preannunciata
e forse presupposta dal poeta.
Daniele Piccini
**
Le ceneri di Gramsci
IV
Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;
del mio paterno stato traditore
– nel pensiero, in un’ombra di azione –
mi so ad esso attaccato nel calore
degli istinti, dell’estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; è la forza originaria
dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più
io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia…
Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto
ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante
dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:
ma a che serve la luce?
*
Da Poesia in forma di rosa
Supplica a mia madre
È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo con te, in un futuro aprile…
Pier Paolo Pasolini
*Si pubblica per gentile concessione il servizio di Daniele Piccini edito
nell’ultimo numero di “Poesia” (n. 34, Crocetti, 2025)
In copertina: Pasolini durante le riprese romane de “Il fiore delle Mille e una
notte” (1973). Foto di Gideon Bachmann
L'articolo “Fu la tua ora e non è finita”. Pier Paolo Pasolini, il poeta
proviene da Pangea.
Nel 1997 il “New Yorker” dedica un ampio servizio a Jorie Graham, “the most
celebrated American poet of her generation”. L’articolo, Big Poetry, è bello,
ardito, arioso. Stephen Schiff ha agio nel mostrarci la poetessa “vestita di
nero dalla testa ai piedi, con un numero sufficiente di bracciali, collane e
anelli da far venire l’ernia a una danzatrice del ventre”. Studenti, studiosi,
passanti le fanno spazio “con tenero riguardo e cenni di assenso”. Nella
fotografia che ingioiella l’articolo, la Graham ha uno sguardo colpevolmente
innocuo. Il giornalista la descrive così: “occhi vasti, vispi; fronte aperta,
bocca che sboccia nel broncio e dappertutto una massa di capelli scuri”. Alcuni
– compreso Mark Strand, il poeta – sussurrano, “è un genio”.
Nata a New York da Curtis Bill Pepper – inviato speciale per “Newsweek”,
scrittore, autore, tra l’altro, di un romanzo biografico centrato sulla vita di
Leonardo da Vinci – e da Beverly Pepper, scultrice, cresciuta a Roma, studi alla
Sorbona e alla New York University, la Graham è stata, da ragazza, assistente di
Michelangelo Antonioni: voleva fare la regista. Esordisce alla poesia nel 1980
con Hybrids of Plants and of Ghosts, subito elogiato dal “NY Times” – dissero di
“una poetessa di enormi ambizioni, dal ritmo spericolato” –; seguono libri
pressoché infallibili – The End of Beauty, 1987 e Region of Unlikeness, 1991, ad
esempio – fino al “Pulitzer for Poetry”, ottenuto nel 1996 con The Dream of the
Unified Field. “Poetry” la definisce “uno dei poeti statunitensi più noti e
celebrati della generazione post-bellica”: ogni suo libro è – per natura lirica
tellurica – un ‘caso’.
Jorie Graham, potremmo dire, esercita una politica attraverso la poetica. Per
dirla in modo più frugale, usando le parole del critico americano Calvin
Bedient, la Graham “è una campionessa mondiale nel porre le domande più
radicali… Ciò che le importa è la speranza insita nell’interrogativo, non la
risposta”. Anche l’ultimo libro, 2040, è un libro interrogativo, è un
libro-scavo – dacché ogni domanda prevede una zappa, una pala, il desiderio di
dissotterrare qualcosa interrando qualcos’altro. Scritto dal 2020, pubblicato
nel 2023, tradotto quest’anno da Crocetti, 2040 ha per interrogativo
l’estinzione dell’uomo e il massacro del creato. “Protagonista principale di
questa raccolta poetica è una speakerautobiografica che vaga, sola e
disorientata, in uno spazio avvolto nel silenzio, in limine fra un mondo che non
esiste più e a un passo dalla potenziale estinzione dell’umanità e della sua
storia millenaria”, scrive Antonella Francini, la traduttrice della Graham in
Italia, nella partecipe introduzione al libro, Il potere della memoria. Il libro
ruota intorno a una lettera Al 2040 – p.78 della versione italiana – di cocente
bellezza:
“Gli anni spinsero la loro durata in noi come lunghe
corde bagnate, e noi ci aggrappammo, ci tennero appesi per andare avanti, & in
alto, ci impedirono di annegare nei minuti terribili. Una volta mi sedetti &
piansi mentre guardavo sorgere il sole & i fiocchi cadere come ignara del
movimento dalla notte al giorno – ci sia almeno una differenza – altrimenti
qualsiasi cosa rimanda del desiderio se ne andrà – altrimenti non ci sarà
nulla di ciò che ho salvato – nulla da salvare – fate rifiorire il giorno in un
segmento di tempo – fa freddo – il sogno è cosa difficile da scorgere”
Il libro alterna parti in prosa a vertigini in versi, estreme cupezze ed estreme
tenerezze. Si vedono boschi, nevi, uccelli a sciami, sciabordio di bestie – e
malinconia, rapimento, rabbia. Pochi umani in giro.
> “Non ho nulla da offrire.
> Il mondo è sempre stato
> pronto per il mondo.
> Il fiume in secca.
> Vedo pesci sulle rive senza uccelli.
> Cuore umano, mi dico, cosa ci fai qui, questo è troppo
> per posarci
> lo sguardo.
> I pesciolini galleggiano nel salmastro.
> La corrente rallenta. Gridi di uccelli della sera come vetro infranto,
> un grido e hanno finito”.
Non è, fieramente, un poeta facile, Jorie Graham. Non è poeta di proclami, bensì
di rivelazioni e di affondi. È stata la prima donna, ad Harvard, ad aver coperto
la cattedra di “Rethoric and Oratory” che fu – tra gli altri – di Seamus Heaney.
Per capire il ‘personaggio’ – o meglio: l’impeto politico di una intellettuale
totale –: Jorie Graham è tra i produttori di The Voice of Hind Rajab, il film
che ha straziato la scorsa Mostra internazionale del cinema di Venezia – da cui
ha raccolto il Leone d’argento – e che racconta l’uccisione di una bambina
palestinese, Hind Rajab, appunto, da parte dell’esercito israeliano.
L’ultimo libro di Jorie Graham è previsto per il prossimo
anno. S’intitola Killing Spree. Il suo ‘metodo’ lirico mescola i modi di Wallace
Stevens ai toni del contemporaneo, i ‘modernisti’ alla modernità. I temi sono
quelli di oggi, urticanti: “devastazione ambientale, senso della perdita,
instabilità politica”. Credere nel potere della parola, nel segreto sussurrato
dal verbo, penso – dopo tutto, confidare con sciamanica ostinazione in un
qualche risveglio.
Mi pare che 2040 sia un libro, allo stesso tempo, potentemente poetico e
fortemente “politico”. Esprime una poetica della politica. Come è nato – e
perché?
La poesia è in primo luogo uno strumento in grado di mettere in moto l’intera
anima (“dell’uomo”), come ci ricorda Coleridge. Quindi, siccome vivo in un mondo
che va verso l’autodistruzione e siccome la poesia nasce dall’esperienza del
poeta – corpo, mente, anima – non c’è altra esperienza che possa guidare la mia
scrittura. Non ho altro corpo se non questo corpo mortale. Come ci ricorda
Aristotele, siamo per natura “animali politici”. Vorrei sottolineare questa
nostra caratteristica di mammiferi capaci di intuire nei minimi dettagli i
pericoli, anche lontani, come se li percepissimo attraverso i nostri pori. Siamo
attraversati da una profonda intuizione. Il nostro obiettivo è sopravvivere. La
poesia è uno dei grandi strumenti che lo spirito umano ha sviluppato per
esprimere e approfondire gli istinti della sua natura animale e spirituale.
Potremmo dire che i nostri millenni di poesia sono il nostro manuale
d’istruzioni per quanto riguarda ciò che serve a rimanere umani in mezzo a tutte
quelle forze – interne e esterne – che gravano su di noi allo scopo di
disumanizzarci o indurci a distruggere il resto del creato. Mi risulta che anche
il termine “umano” venga oggi messo in discussione. Abbiamo fatto così tanto
male, e continuiamo a farlo. Forse la nostra estinzione sarebbe una vera
benedizione per questa terra. Ma credo, tuttavia, che in noi esista ancora
l’istinto di provare a risvegliarci. Ecco dove la poesia e la politica si
incontrano.
Che rapporto c’è tra “politica” – nel senso ampio, greco del termine – e
“poesia”? Intendo dire: cosa significa per un poeta, per lei, “prendere
posizione”? Cosa significa per un poeta la parola “impegno”?
In questo momento, negli Stati Uniti – come altrove – proprio le parole che
usiamo implicano il rischio concreto di essere presi di mira politicamente dal
governo – se così possiamo chiamarlo. Per noi il cui mestiere ha a che fare
interamente con le parole – e con le attività palesi e occulte svolte dalle
parole nell’animo umano, nella coscienza, nella memoria, sulla realtà e il suo
senso – è strano vedere il loro potere (e la storia e l’immaginario che esse
evocano) andare in questa direzione. Proprio mentre ci stavano convincendo che
la nostra vita è interamente immersa in una “cultura dell’immagine”, l’uso di
una parola come “genocidio” può portare a essere licenziati, molestati,
arrestati o fatti sparire dalle nostre forze di polizia private e pubbliche.
L’effetto che tutto questo ha su ciò che abbiamo tra le mani quando si mette la
penna sulla carta è notevole. Nel mio nuovo libro, Killing Spree, che uscirà a
maggio negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ci sono momenti, ovunque in quelle
poesie, in cui le decisioni che devo prendere su quali parole usare implicano
considerazioni extra-letterarie. Questo testimonia il potere di un tale mezzo
che anche nell’era dell’intelligenza artificiale restituisce la vera forza e il
vero valore a un essere umano quando pronuncia una parola nella sua condizione
vulnerabile, precaria e mortale, al contrario di un bot. Solo attraverso il
sangue e la carne le nostre parole sono “engagé”.
Vorrei entrare, come direbbe Hawthorne, nella sua “camera stregata”. Quali
immagini l’hanno ispirata durante la scrittura di 2040? Quale immaginario
linguistico? Quali “fonti”?
Abbiamo vissuto un periodo di intensa siccità – che fa in realtà da sfondo
a 2040 – mentre io mi sottoponevo a un intervento chirurgico, alla radioterapia,
alla chemio. La popolazione aviaria ha subito drastici cambiamenti durante quei
mesi. Alcune specie di alberi sono state attaccate da malattie causate da nuovi
insetti portati dai venti degli uragani che hanno messo a rischio la
sopravvivenza del nostro bioma. Mi sono ritrovata calva e sbalordita lottando
per mantenere le mie forze e salvare i “miei” alberi. Camminavo ogni giorno per
chilometri (come mi aveva consigliato la mia oncologa) e durante quelle
passeggiate nelle nostre foreste ero determinata a sopravvivere entrando in
contatto con la forza magnetica della terra sotto i miei piedi. Quasi tutte le
poesie sono state inizialmente composte mentre camminavo, tranne quelle che
considero odi – “La quiete”, “Nebbia”, “Arco temporale”, “Il visore VR”,
“Giorno” –, sorte nell’intervallo tra una seduta di chemio e l’altra, quando ero
troppo debole per camminare.
Cosa può fare la poesia nel confronto con la Storia? Che cos’è in fondo “la
poesia”?
Ci sono molte risposte a questa domanda e mi sento un po’ sciocca nel cercare di
rispondere. Ma si potrebbe dire che, fra tutti i tipi di storie che creiamo
attraverso lo scorrere del tempo e il suo evolversi mortale, tramite le sue
catastrofiche sorprese e i suoi visibili colpi di scena, la poesia è la storia
che si impegna a rivelare la vita dell’anima. Forse l’evoluzione dell’anima.
Forse la sua permanenza. Forse le sue illusioni o le sue epifanie o i suoi
‘presagi di immortalità’. Ed è meglio, forse, se si porta dietro il minor carico
possibile. Così quel carico si affida alla musica del verso per mantenere il suo
significato rapace, da scoprire, in volo, affidabile e vivo. Ecco perché devo
lavorare così tanto sulla musica – nell’originale e poi, con Antonella Francini,
riscrivendola in quella lingua miracolosa che è l’italiano.
Ritagli un pezzo di 2040 che le sembra esemplare e mi dica perché.
Le rispondo indirettamente. Oggi, in un’epoca in cui stanno scomparendo la
capacità di leggere e comprendere (la capacità di concentrazione e la capacità
di sostenere tempi prolungati), penso molto all’idea di Wallace Stevens secondo
cui “la poesia deve resistere all’intelligenza quasi con successo”. Quel quasi è
essenziale perché costringe a usare i sensi insieme all’intelletto. Cura la
dissociazione della sensibilità di cui parlava Eliot con incredibile
lungimiranza, che oggi sta distruggendo la nostra gente.
Leggo il suo nome tra i produttori di “The Voice of Hind Rajab”: come mai?
All’inizio ho dato una mano. Sembrava davvero impossibile trovare persone
disposte a finanziare quel film. Poi ho dato consigli sulla sceneggiatura,
infine sulle diverse versioni della pellicola. Le devo ricordare che io sono una
regista inappagata. Da giovane, a Roma, ho collaborato con Antonioni come
assistente alla ricerca. Ho frequentato la scuola di cinema alla New York
University. Perciò, quando ora mi viene chiesto di fornire un feedback ad alcuni
film – specialmente documentari – nelle loro varie fasi, torno a usare la mia
immaginazione cinematografica. Alcuni critici sostengono da anni che la mia
poesia sia influenzata dal cinema, in particolare dalle tecniche dell’editing e
del montaggio che ho studiato da giovane.
E ora… quale progetto di scrittura la anima?
Come ho già accennato, ho appena finito di scrivere un nuovo libro, Killing
Spree, che uscirà a maggio. È stato composto durante questi ultimi tre anni in
cui la follia di genocidio, tirannie, fame e IA estrema – sempre presenti fra
noi – hanno raggiunto un livello tale da essere in primo piano sul
palcoscenico.
*La traduzione dell’intervista è di Antonella Francini
In copertina: Jorie Graham; photo Alvaro Almanza
L'articolo “Estinguerci sarebbe una benedizione – ma possiamo provare a
risvegliarci”. Dialogo con Jorie Graham proviene da Pangea.
…è per Simone Cattaneo (1974-2009)
Diciamo che il 2012 è il nostro Cape Canaveral. In questo viaggio interstellare
– che significa: lacrimare tutte le costellazioni, una per una, fino al vuoto,
fino al cosmo in una tazza – cominciamo dal 2012. Settembre 2012, numero 67 di
“Atelier”, “La fine dell’opera comune”. Il numero è dedicato a Simone
Cattaneo, poeta di lirica violenza, che ha scelto di farla finita nel settembre
del 2009. Aveva trentacinque anni, Simone; Atelier aveva pubblicato i suoi
libri, di carnivora luce, Nome e soprannome (2001) e Made in Italy (2008).
Quell’anno – il 2012 – Il Ponte del Sale pubblica tutte le poesie di Cattaneo,
compresa l’ultima raccolta, Peace & Love. Simone mi era amico, fraterno.
Compivamo gli anni lo stesso mese, a quattro giorni di distanza: un giorno, in
febbraio, mi regalò un concerto di Lou Reed, a Milano. Posti in prima fila. Gli
rubarono la macchina. Restò a dormire da me. Scrisse della sua morte sul
“Giornale”; il titolo, pur viscerale – “Per essere notati dalla critica bisogna
buttarsi dalla finestra” – non sortì alcun effetto: al sistema clientelare e
nepotistico della cultura italica, si è sommata, oggi, una generica, sonnambula
melassa lirica. Il condono servile di ogni crimine estetico.
Torno in me. Nel numero di “Atelier” del settembre 2012, Riccardo Ielmini scrive
una memoria, Simone, Dejan Stankovic, Walter Zenga (e anche io), di commossa
bellezza. Ielmini rievoca un incontro con Simone. È venerdì, mezzogiorno, “sei
giorni prima che tutto finisca, maledizione”. Simone sale al lago, a Laveno, per
un gelato – è sera. A un certo punto, Simone parla di Denis Johnson. “Senti, e
quell’idea su Denis Johnson?”. L’idea. “Provare a tradurre le sue poesie inedite
in Italia”. Simone adorava Denis Johnson. Amava le sue poesie. Me ne parlava da
anni – da quando abbiamo preso a vederci – dal 2001, dall’inizio di questo
millennio Cerbero. “Sai che la traduttrice di Johnson è una mia concittadina?”,
fa Simone a Riccardo. Silvia Pareschi. Diversi anni dopo, qualche anno fa, nel
2019, ho intervistato Silvia Pareschi.
Denis Johnson ha scritto alcuni dei romanzi più potenti degli ultimi decenni di
letteratura americana. Ne cito due. Albero di fumo (2007) e Mostri che
ridono (2014). In Italia, Denis Johnson è stato tradotto per la prima volta da
Delfina Vezzoli, per Feltrinelli: Angeli (1983) e Fiskadoro (1985) sono ormai
dei reperti editoriali. Il libro che più lo rappresenta, però, è Jesus’
Son (1992), allucinata raccolta di racconti che narra di un mondo virgineo
all’apocalisse, di lisergica crudeltà. Era il libro preferito da Simone. Silvia
Pareschi lo ha ritradotto per Einaudi nel 2018. Per questo l’ho intervistata.
> “È il libro di culto della letteratura americana contemporanea – è scritto in
> una lingua spoglia e luminosa che ricorda per certi versi Hemingway e Carver
> (il quale era stato insegnante di Denis Johnson all’Iowa Writer’s Workshop). È
> proprio grazie a questa lingua che Johnson riesce a trasformare una serie di
> personaggi falliti e marginali in angeli dannati di proporzioni mitiche. Le
> loro disavventure sono raccontate con una prosa diretta e disadorna, il
> prodotto di una mente annebbiata che attribuisce la medesima importanza a ogni
> cosa, che sia una nuvola o un cadavere. E ogni tanto, in questa prosa
> imperturbabile, spuntano senza preavviso momenti di intensa poesia”.
Ecco. Denis Johnson nasce alla letteratura come poeta: esordisce a vent’anni,
nel 1969, con The Man Among the Seals. Nel 1982 Mark Strand sceglie The
Incognito Lounge (raccolta di Johnson edita da Random House) come miglior libro
per i “National Poetry Series”. A differenza di altri romanzieri americani – da
Hemingway a Faulkner a una quantità di altri – per cui la poesia è un gioco
secondario, un modo per sgranchire la scrittura, Denis Johnson
è sostanzialmente un poeta – e il poeta, giudizio mio, è a tratti più grande del
romanziere. L’ultima sostanziosa raccolta, The Throne of the Third Heaven of the
Nations Millennium General Assembly, è del 1995; pur continuando a tosare il
giardino lirico, Johnson ha trasferito la propria natura poetica nel romanzo. È
trasmigrato dalla poesia al romanzo. Dai suoi libri hanno tratto dei film. È
morto nel 2017, Johnson, per un cancro al fegato. Si è sposato tre volte. A suo
tempo, gli cucii il ‘coccodrillo’; attaccava così:
> “Prendi Joseph Conrad, drogalo a dovere, e fagli fare un giro a Las Vegas. Il
> risultato ti darà Denis Johnson, il Lord Jim della letteratura contemporanea,
> duce nel sottosuolo del romanzo americano. Nato incidentalmente in Germania,
> nel 1949, incidentalmente è stato un alunno di Raymond Carver. Faccia da
> colosso hollywoodiano, un po’ Michael Madsen un po’ Jeff Bridges, Denis,
> speleologo delle ambiguità, comincia – e continua – come poeta… ha fatto
> letteratura interrogando le tenebre”.
Alcuni suoi pionieristici reportage – pubblicati su “Esquire”, “Salon”, “Paris
Review” – come The Militia in Me, prefigurano con micidiale lungimiranza gli
Stati Uniti di oggi (in Italia, li ha raccolti & pubblicati, nel 2004, Alet
come Cronache anarchiche, ennesimo libro fuori orbita da tempo). Raymond Carver,
poeta ben più modesto di lui, era un fan della poesia di Denis Johnson, “La sua
materia lirica, dolorosamente efficace, non è altro che un’analisi nelle zone
oscure della condotta umana”.
In università, ogni anno, leggo un racconto di Denis Johnson.
S’intitola Incidente durante l’autostop, è il racconto che apre Jesus’ Son. Il
protagonista è un tossico. A un certo punto, il tossico è in ospedale, reduce –
senza un graffio – dell’incidente che dà il titolo al racconto. Una donna,
“magnifica, ardente”, varca la soglia dell’ospedale. Il marito è morto. Lei non
lo sa ancora.
> “Il medico l’ha portata in una stanza con una scrivania in fondo al corridoio,
> e da sotto la porta chiusa si è sprigionata una lastra di fulgore, come se,
> grazie a qualche stupefacente processo, lì dentro stessero incenerendo dei
> diamanti. Che polmoni! Strillava come avrebbe potuto strillare un’aquila. Che
> meraviglia essere vivo per poterla sentire! Da allora non ho più smesso di
> cercare quella sensazione”.
All’immagine abbagliante – incenerire i diamanti – si lega la contorsione morale
di un infermo nell’anima che sugge i capezzoli del dolore altrui, li strappa a
morsi. L’aula, di solito, a lettura terminata, si trasforma in una ghiacciaia.
La grandezza cuce le labbra – l’abnorme umano ci fa lo scalpo.
Ogni volta che leggo le poesie di Denis Johnson mi ricordo una poesia di Simone
Cattaneo, quel frantume di versi che detta un codice, una sorta di regola di
vita:
> “ho scavato la mia carne
> come fosse una vela
> e ho gettato sabbia sopra il pianto
> ho creduto nella pena del silenzio,
> nella domanda liscia della fame”.
Mi pare che le poesie di Denis Johnson, extracanoniche, apocrife alle mode
imperanti, siano tra le più belle della poesia americana di oggi. Mi ricordano i
film di David Lynch, gli esseri piumati che appaiono nei sogni dei nativi e che
impaniano le visioni dei deliranti. Gli animali aurorali – il corvo, ad esempio,
bestia-guida nella poesia di Ted Hughes – hanno perso i poteri ctoni, la mente è
un reclusorio, al poeta non basta più costruire una propria mitologia da
comodino, un proprio alcolico aldilà. I segni sono sconnessi e questo
disequilibrio da cancelli dissigillati e soffitte senza sottana è il regno di
parole cannibale, di frasi mercenarie.
In fondo, Denis Johnson è l’ultimo degli sciamani – fa la sua solitaria danza e
le stelle si approssimano alla finestra con musi da cerbiatto.
**
Corvo
Balugina il corvo sul morto ramo
sotto cui siamo passati, forse, tempo fa.
Il nostro pastore era un demone e un falsario:
ha cosparso sul nostro matrimonio una ghirlanda
di pioggia, quella stessa fredda pioggia adolescente
nelle cui raffiche si avvolgono i sempreverdi
tra memoria e memorabile.
Oh, certo, nessuno ha assistito a quel triste spettacolo
durato notte e giorno – il suo treno fu un treno di anni.
Da quel momento, secondo
i miei calcoli, ho vissuto tre vite,
una nella magia, l’altra nel potere, infine
nella pace – e ancora
la piccola ferita pari a un pozzo
nel truce buio e chi
dovrebbe respirare vede sogni
diventa pallido, contagiato da una musica.
Ma il corvo non è Dio e il vento
non è Dio e niente è Dio
e questo non ci fa desistere
dalle trasgressioni commesse per ignoranza.
*
Poesia che mette in discussione l’esistenza del mar
nello stesso, esatto modo
in cui gli animali sono gettati
sulla sabbia, terrorizzati
dopo tanti eoni, all’improvviso
dall’oscurità del mare
un elevato numero
di bambini si tuffa ogni giorno nel grande
spasmo evolutivo dell’utero
di pallide, disarticolate donne. è ampio
e vuoto il luogo dove sono
ora, anni dopo, e flottano
drasticamente ai fianchi
contro il flipper. fuori
il gemito detective di quell’
impossibile bimbo che ribalta le strade
mentre manovra l’odiosa macchina
come una grande nave
tra le onde della vita. un po’
confuso, come sempre, osservo
le costruzioni crescere sotto il cielo
sapendo che presto dovrò
diventare lui, eludere
i miei figli e schiaffeggiare le onde
nella sapiente ebbrezza. tremo
come un vecchio indiano, elemosino
un po’ di pioggia su questo deserto.
*
In una stanza d’affitto
questo è un buon sogno, anche se svanisce
non è meno reale, anche se i miei piedi si
sbricioleranno sul pavimento in agguato. la gola
è arsa e mi sveglio in una stanza vuota quanto
la mia presenza: assenza di aspirine. lì
l’asfittica sorpresa del sole, l’alba. là
macchine e strade che si snodano secondo
il solito criterio. la stanza non vuole vomitarmi. deve
aprire il cuore, comunicare con le altre subacquee
stanze in cui ho massacrato il mio corpo nel nimbo
delle lenzuola e sbando verso le vie per placare l’arsura.
che cosa impari, stanza? che cosa hai detto, perché le macchie
gli occhiali accusatori puntati verso il mio
ritorno? c’era una ragazza un tempo. vorrebbe
sapere da dove viene la colpa che ronza
sul letto e crolla come una mano indifferente
che mi annienta. vorrebbe aiutarmi mentre l’universo
mi ha mentito ancora, lo sberleffo è andato troppo oltre
l’arsura, rampicante, profonda, resta dopo bottiglie
e bottiglie e sono a un dito dalla morte e devo
conficcare il mio corpo in migliaia di vuote
oscurità prima di assurgere al sonno, prima di sognare.
*
Elogio della distanza
è difficile restare poeta
quando l’inverno ti scivola
dal palmo della mano: questi
sono guai. la macchina scompare
inabile al dolore, nel parcheggio. si
accartoccia su un ginocchio come
un elefante, stupefatta
dai proiettili famelici dell’inverno.
il cimitero vacilla
lontano. la macchina non starà
ancora a lungo tra me e i debiti
che mi attendono davanti a casa. non me
ne andrò più a sfinire le miglia come
se la distanza fosse la sola sicurezza
come se si potesse sbattere
una portiera in faccia alla pena.
mia moglie dice: trovati un
lavoro. ma una volta avevo un cane
i cui organi vitali divennero
un caos sotto il vello, e ne morì;
non lascerò il regno animale
finché non diventerà un albero.
tenderò le narici
verso la solitaria giaculatoria
del suo collare che crollava sugli edifici:
qualche segno mi informerà del suo
ritorno. le mie mani non
sono quelle di un indovino; l’inverno
le gonfia di difficoltà. se si è perso
lo troveranno gli agricoltori che sperano
nella primavera, scorgeranno la sua voce
tra gli oceanici campi di mais,
mentre cerca un posto dove
riposare. intanto, lo attendo
alla finestra:
ho il sospetto che il senso delle cose
resterà irrisolvibile.
Traduzione di Federico Scardanelli
*Si pubblica per gentile concessione l’articolo che apre l’ultimo numero di
“Poesia” (Crocetti Editore, n. 33, settembre-ottobre, 2025), in memoria di
Simone Cattaneo
L'articolo Interrogando le tenebre. Denis Johnson, il poeta proviene da Pangea.