Bianca colomba che voli sul relitto di Argo, allontanati da questa nave, perché
presto per me, Giasone, qui volerà l’avvoltoio. Ma se per qualche momento vuoi
riposarti dalle fatiche del volo, vieni a posarti sul mio petto. Dalle mie
labbra potrai cogliere semi di parole. Ma dopo che mi avrai ascoltato, riprendi
il volo perché non potrei difenderti dagli artigli rapaci. Qui mi vedi come uno
spaventapasseri piantato nella sabbia, all’ombra dell’albero maestro, e con la
poca forza che mi resta non potrei affrontare nemmeno un passerotto. Da dove
vieni, tu, alla mia ultima spiaggia? Dov’è il tuo nido? Forse come Giasone non
hai un nido e i tuoi piccoli sono finiti in pasto alla civetta. Sei forse una
colomba di Zeus che porta nel becco l’ambrosia per il dio? Ricordo che avevo una
colomba bianca, nel viaggio alla conquista del Vello d’Oro. E come la colomba la
nostra nave volò sull’onda attraverso mascelle di pietra: le rupi Simplegadi si
chiusero di schianto, ma strapparono solo qualche frammento dalla poppa della
nave. Avevo una colomba bianca, la prima volta che vidi la figlia del re dei
Colchi. Il viso di Medea era coperto da un velo d’argento, quando le donai la
colomba, sacra ad Afrodite. Medea ricambiò con un’ampolla di sangue, il sangue
di un fiore che avrebbe reso il mio corpo inattaccabile dei tori che soffiano
fuoco, ma la mia anima vulnerabile alle sue arti.
Bianca stella del grande Zeus, quello che tu vedi è solo un relitto imprigionato
nella sabbia, con le costole spezzate e il legno è fradicio di mare. Dove
remavano gli argonauti ora abitano i granchi.Su questa stessa spiaggia avevo
consacrato la nave alla Regina degli dei. Prima di salpare, su questa spiaggia
costruimmo un altare ad Apollo. Mai si era vista una tale schiera di eroi
prendere il mare! C’era Eracle, sterminatore di nani e di giganti, che presto
avrebbe scelto altre avventure; c’era Orfeo della stirpe di Apollo, incantatore
di uomini, di donne e di serpenti, e spesso la sua musica riuscì più della
spada; c’era Teseo, e Castoro e Polluce, e il timoniere Tifi, che avrebbe
lasciato la sua vita lungo il viaggio. Le tempeste e gli uccelli ci
flagellavano, ma noi eravamo come una testuggine impenetrabile. Ciascuno seguiva
il suo fato, la volontà degli dei e il comando di un re che sognava soltanto il
nostro naufragio. Quante isole sul nostro cammino salato, e mari, e fiumi, e
popoli! Argo era una nave magica. Atena le aveva dato il dono della parola. Al
timone, quando i miei compagni dormivano, le confidavo mie pene, il sollievo per
i pericoli scampati e l’angoscia per i pericoli in agguato. La voce di Argo
dolcemente mi rassicurava indicandomi la stella da seguire per giungere al Paese
dell’Aurora. Ogni notte mi appariva una donna velata avvolta nel Vello d’Oro.
Gustave Moreau, Giasone e Medea, 1865
Bianca colomba che danzi sul mio petto, sappi che quando l’avvoltoio verrà a
cavarmi gli occhi col suo rostro, non riuscirà a strapparmi i ricordi. Mi hanno
detto che l’uomo scende nudo all’Averno, ma conserva i sentimenti, i luoghi e i
volti della vita perduta. E poi, nel corso del viaggio, ho già visto il sentiero
che conduce all’abisso, fantasmi di guerrieri in piedi e in armi sulla tomba,
fratelli uccidere i fratelli, tutti accecati dalla notte. Ho visto le acque
ritirarsi spaventate, dove il fiume Acheronte getta la sua amarezza nel mare.
Nessuno, in vita, vedrà mai quello che noi argonauti vedemmo. Dai monti della
Colchide scende un fiume dove il sangue di Prometeo si perde, a goccia a goccia.
Noi non vedemmo il titano inchiodato dalla volontà di Zeus, però lo sentimmo e i
suoi lamenti ci ferirono. Ormai eravamo giunti alla fine del nostro viaggio: il
Paese dell’Aurora. Al re dei Colchi chiesi il premio promesso, il Vello d’Oro,
ma gli dei sanno che mi avrebbe ucciso, se solo avesse potuto. Egli mi impose
altre prove, altre fatiche, con la promessa di darmi infine quello che il cielo
voleva. Nelle sue parole c’era un veleno. Ma il dio degli amanti aveva già
scoccato la freccia nel nido del re: al cuore di sua figlia Medea. Medea che
parlava alla luna e conosceva il segreto del fiore; Medea che tradì il sangue
del suo sangue per fedeltà al suo amore; Medea che unse il mio corpo con questo
amore, affinché potessi mettere il giogo ai tori di suo padre, tracciare il mio
solco nella pianura, seminare denti di drago e sterminare i frutti della semina,
ché erano giganti.
Il re dei Colchi aveva già deciso la morte di noi argonauti, non certo di
vestirci del Vello d’Oro, quando Medea, nel cuore della notte, venne a
svegliarmi. Mi condusse nel bosco di Ares, dove il serpente custodiva il Vello
d’Oro. La notte, il bosco e il serpente immenso esalavano vapori. Medea
incominciò a cantare e a danzare, invocando Ecate, la dea. E il serpente prese a
inarcarsi, dondolando la testa come un serpente incantato. Poi ricadde in avanti
e lì restò, immobile, mentre le fauci si spalancavano lente, come una pietra
tombale.
Tra i ‘mostri’ affrontati dagli Argonauti spiccano i Gigeni, giganti a sei
braccia (qui: Nuremberg Chronicle, 1493)
Medea mi unse ancora e disse:
“II fuoco di Medea è più forte del fuoco del serpente. Tu che sei venuto dal
paese dove il Sole tramonta, entra sicuro nelle fauci della bestia: il Vello
d’Oro è nel suo ventre.”
Così entrai in quella caverna di carne, nel luogo più feroce, e non mi fece
male. Quando tornai a respirare l’aria del bosco, la notte fuggì, perché tornavo
avvolto nella luce del Vello d’Oro! Medea portò una mano agli occhi e disse:
“II sole è sorto dalle fauci del serpente!”
E con il sole tra le mani tornammo alla nave, per fuggire dal regno dei Colchi.
Il risveglio del re fu udito in ogni parte del regno:
“Gli argonauti ci rubano il Vello!”
I guerrieri si schierarono in armi lungo le sponde del fiume Fasi, ad aspettare
il nostro passaggio. Attoniti gli eserciti ci videro passare, perché Argo
splendeva come una nave d’oro. Noi argonauti eravamo schierati sul ponte con gli
scudi. Avvolta nel Vello, Medea sembrava una statua d’oro scolpita da un dio. Il
re e molti che troppo la guardarono scendere lungo il fiume restarono accecati.
Argo ancora non aveva raggiunto la foce che molte navi si misero alla nostra
caccia. E questo è il punto più doloroso del racconto, perché da questo punto in
poi una sottile scia di sangue innocente ci avrebbe seguiti. Le navi dei Colchi
erano più veloci e stavano per raggiungerci quando Medea trasse un fagotto da un
cesto. Piangeva, e le sue lacrime cadevano sul viso di un bambino che le
sorrideva.
“Chi è quel bambino?” gridai.
“La vostra salvezza!” gridò Medea.
E con la lama divise il corpo di suo fratello Apsirto in quattro parti,
seminandole nel mare. Poi, senza un grido, Medea si gettò negli abissi. L’orrore
dipinse di nero i volti dei Colchi. I Colchi calarono le vele e alzarono lamenti
alle Erinni, fermandosi a raccogliere le membra sparse del piccolo principe.
Intanto la magica nave ci portava lontano, ma la notte tutti la sentimmo
piangere e lamentarsi:
“Nessun mare laverà mai questo sangue! Perché la scure di Argos mi strappò alla
quiete nella foresta? Meglio se il fulmine mi avesse bruciato con tutte le
radici!”
Da quella notte Argo non avrebbe più parlato. Andammo alla deriva sul mare,
specchio del cielo, con il Vello d’Oro inchiodato all’albero maestro. Il tempo
divorò non pochi argonauti. Semmai qualcuno ritornò a Iolco, quello non fui io,
Giasone.
Enzo Fontana
*Enzo Fontana ha pubblicato, tra le altre cose, “Tra la perduta gente”
(Mondadori, 1996), “Mia linfa mio foco” (Guaraldi, 1996), “Diario di un ragazzo
clonato” (Ancora, 2002), “Il fuoco nuovo” (Marietti, 2006).
In copertina: Asterione, uno degli Argonauti, condotto da Giove, 1664
L'articolo L’Argonauta o il naufragio della vita. Un racconto di Enzo Fontana
proviene da Pangea.