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“Dopo che l’insondabile ti ha illuminato il volto”. Intorno a Federico Italiano, il poeta-Chirone
Quest’anno Federico Italiano compie cinquant’anni: con Godzilla e altre poesie (Guanda, 2026) si è regalato il libro più riuscito, risolto, maturo – non il più bello.  Nel titolo, forse, si cela l’energumeno di una poetica: allo stesso tempo, Godzilla richiama al mostruoso e al fantastico, al selvaggio, è vero, ma pure al fenomeno cinematografico, alla mostruosità della ‘finzione’. Federico Italiano – il più colto e cifrato tra i poeti italiani contemporanei – è un poeta-Chirone: imbriglia il bestiale nell’intellettuale, forgia mitologie metafisiche, alterna – con sapienza ad esagono, tetragona all’oggi – ragione e ispirazione, mente e cuore, spirito e corpo.  Il Godzilla di Italiano – così si legge nella sezione che conferisce regalità di titolo al libro – si muove tra la Dora Baltea e il vercellese, tra gli argini e i rigagnoli intorno a Novara, dove il poeta – per lo più apolide – è cresciuto. Un poeta che come nessun altro dissemina nei suoi libri elementi culturali di ogni specie – forse per insidiare una sorta di disorientamento nel lettore, per indiarlo nella divinazione di sé –, infine, non ha fatto che esigersi in autobiografia lirica, che erigersi un autoritratto. In Godzilla siamo nel 1987: a Trino Vercellese smantellano la centrale nucleare intitolata a Enrico Fermi, in seguito al referendum abrogativo; ne La grande nevicata (Donzelli, 2023; libro quant’altri mai pieno di araldici uccelli rapaci) siamo nel 1985, sopra “un bob nuovo fiammante”, mentre “ci lanciavamo dal centro della nostra Via Lattea/ ai confini del cortile”; in Habitat (Elliot, 2020) – mi riferisco alla sezione Corpo d’acqua – si va, in una imprecisata infanzia, “a caccia di rane/ nel labirinto degli argini”. Spopola – svolazzando per un tempo infinito, lungo l’estro di svariate pagine – la garzetta, il bianco ardeide che pare estratto da un paravento giapponese: creatura comune e cara a chi conosce le risaie di quegli infestati luoghi del Piemonte, a chi è cresciuto nel feroce candore di Tanzio da Varallo. Anche nel libro di Italiano che a mio giudizio è uno spigare tra simulacri e divinità in plexiglass, L’impronta (Aragno, 2014), siamo condotti negli aviti luoghi del poeta – che costruisce, così, libro per libro, con pazienza amanuense, una specie di topografia del cuore –: Olengo e Sillavengo (microscopici borghi di qualche centinaio di abitanti tra i rivoli di Novara; specie di Cratos e Bia, di Gog e Magog della toponomastica), tra il Ticino e il Sesia, dove “vedemmo l’ibis sacro”.  Si diceva del genio della compiutezza. Beh, Godzilla riassume un po’ tutti i talenti lirici di Federico Italiano. Ergo: la capacità di veleggiare tra metri difformi (sonetti, ballate, poemetti, ghazal), con irregolare levità à la Nižinskij, perimetrando fenomeni e mucillagini culturali di ogni provenienza. Così, ad esempio, leggiamo un Saggio sugli angeli – tra le poesie più ispirate del libro –, un Saggio sulla capinera e un testo sulla Terza legge di Keplero. Spesso i riferimenti colti, che fungono da miccia lirica, sono velati: la poesia è un rebus che il lettore, con capacità Penelope, deve saper sbrogliare per non cadere nell’imbroglio. Il “poeta vegetariano/ che da Borgeby in Svezia mandava/ lunghe lettere alla moglie/ sull’autunno imminente”, ad esempio, è Rilke, che nel 1904 ha effettivamente soggiornato nel castello di Borgeby, nel sud della Svezia. In Lo zoo di Anversa, invece, il vero – denunciato – protagonista è Rembrandt Bugatti, il grande scultore di belve (enigmatica controparte del poeta, forse, che riduce il selvaggio in conchiusa forma, che ferma “dal vivo in creta o plastilina” la vita, dando alla vita una funzione forse accessoria). Se a pagina 61 Franz Kafka è l’autore delle fantomatiche lettere a Milena, il Café Kafka che compare sedici pagine dopo è la mera quinta per approfondire “l’evento di Tunguska”, l’esplosione – dicono – di una cometa avvenuta in Siberia il 30 giugno del 1908. Ciò che ci importa, qui, è la stanza finale della poesia, bellissima: > “Qual è il senso delle nostre piccole anime, il legno > su cui sediamo, il morso del desiderio, il cielo > che si squarcia come cartapesta, > dopo che l’insondabile  > ti ha illuminato il volto? > Dormire, dimenticare, costruire penombre > con le ginocchia, darci lievi piaceri di un’ora, dormire”.  Benché con minore insistenza che in altri libri, anche in Godzilla appare l’animale, pur sempre altro da sé: mi convince il “lupo vegano”. Il tono di Federico Italiano, come sempre, è arguto, pieno di humour, mai umorale, sempre teso tra il futile e l’assoluto, tra le “Scatolette di carne Manzotin” e la “supernova Tycho”. Una disciplina lirica che Italiano perpetua dal primo libro, dal titolo programmatico, Nella costanza (Edizioni Atelier, 2003), con testi che ancora restano (ad esempio: Nascita di una stanza e I custodi della Glittoteca), nuovi, limpidi, appena partoriti dal fiume. Ci sono poeti che crescono bruciando, che scrivono incenerendo; altri che vanno con la zappa e il microscopio, coltivano il proprio campo allineandolo alle stelle. Federico Italiano, poeta di svergognata bravura, non deve vergognarsi di nulla: tutto, nella sua opera, si tiene.  Anche nelle poesie meno belle, così – Un castello di caccia nel Brandeburgo, ad esempio: parere mio, obviously –, il poeta risolve il tutto con un colpo di wit, con un distico spiazzante, questo: “un rastrello poggiato alla rimessa/ metteva la museruola alla sera”. Nello stesso lampo, l’iper-quotidiano e il metaforico, il banale e il bestiale, la sacralità delle cose comuni, la sera con i denti.  Dopo aver praticato a Monaco di Baviera e a Innsbruck, oggi Federico Italiano insegna letterature comparate a Roma, alla ‘Sapienza’; ha tradotto tanto, tra gli altri Jan Wagner (per Bompiani e Einaudi), Raoul Schrott (per Crocetti), Lutz Seiler, Vicente Aleixandre, Elizabeth Bishop. Ha un sito, questo: http://www.federicoitaliano.com. È tra i grandi poeti europei di oggi, guarda a Durs Grünbein e a Ted Hughes, reca parentele liriche con Auden. Non può non piacere a chi piace la poesia; tuttavia, la sua non è mai una posa lirica, bensì una postura.  Se ho detto, all’inizio, che Godzilla è il libro più riuscito di Italiano, ma non il più bello, è per una tara interiore. Non credo – o meglio: non ammetto – la compiutezza in poesia. Preferisco l’imperfezione, le vie provvidenzialmente fallimentari, i bordi smangiati, le faine dell’aldilà, il non-so-che, il poeta a bocca aperta. Per me, il libro più bello di Federico Italiano – quello, cioè, che mostra una trama di infinite possibilità: alcune delle quali il poeta non percorrerà mai; tutto quel reticolo di sentieri interrotti che ci mostrano perché un poeta è inimitabile soprattutto per se stesso, dacché il poeta, ad ogni libro, deve in qualche modo sopprimere se stesso – rimane L’invasione dei granchi giganti (Marietti 1820, 2010). La lista di poesie memorabili, lì – da Il tradimento dei rospi a Schiller, da Discorso di un giovane alla sua prescelta a Post scriptum a Josif Brodskij, da I Mirmidoni a La nuova età gregaria o l’invasione delle locuste –, è tale da rendere quel libro, per me, uno dei più vasti della poesia italiana degli ultimi decenni. È un libro, cioè, che impone avventure, che invita a percorrere strade antartiche, senza fiato; è un libro-slitta e un libro-zaino; soprattutto, è un libro che ci obbliga ad altri libri, consegnando al libro la sua vera autorità: quello di essere una mappa celeste del sé, dell’anima detta nuovo mondo.  Ma forse, sto semplicemente invecchiando.  *In copertina: Johann Jacob Eybelwieser, Giacobbe e l’Angelo, fine XVII secolo L'articolo “Dopo che l’insondabile ti ha illuminato il volto”. Intorno a Federico Italiano, il poeta-Chirone proviene da Pangea.
March 30, 2026 / Pangea