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“Ogni mia azione è intrisa di gioia”. I canti di Milarepa, l’asceta poeta
In Occidente, la notizia delle imprese di Milarepa giunse grazie a Ippolito Desideri, il gesuita pistoiese che approdò a Lhasa nel 1716. Desideri restò affascinato dalla figura di un eremita che “dormiva sulla nuda terra”, che “altro cibo non prendeva se non un pugno d’ortiche o fresche o secche per ciascun giorno, e queste cotte nella semplice acqua”. Di quel “romito” Desideri non riportò il nome, non lo ricordava: spirato nelle spire della leggenda – o meglio, riposto nel segreto, sulla bocca dei monaci, sorridenti come un pascolo, rudi come una rupe (raccolgo le informazioni dalla fondamentale Vita di Milarepa di gTsang smyon Heruka curata da Carla Gianotti per Utet, 2004).  Fu il tibetologo Jacques Bacot, un paio di secoli dopo, a rivelare le vicende di Milarepa, figura tra le più singolari nella storia umana. Il suo studio, composto dopo diversi viaggi in Asia, Le poète tibétain Milarépa, ses crimes, ses épreuves, son Nirvāna, uscì nel 1925, a Parigi, per le Éditions Bossard – spicca ancora in catalogo Adelphi come Vita di Milarepa, è ancora la porta d’accesso più semplice per penetrare nel cuore dell’inafferrabile eremita.  Nato intorno alla metà dell’XI secolo da famiglia di pastori-allevatori, Milarepa (Mi la ras pa) esercitò dapprima come esorcista, come mago ‘nero’. È la vendetta contro alcuni parenti che, dopo la morte del padre, si erano impossessati dei beni della sua famiglia ad animarlo nella conoscenza delle arti e dei malefici. I parenti moriranno nel crollo della casa avita, durante un matrimonio; i campi devastati da turbini di grandine.  La seconda vita di Milarepa è dunque un percorso tortuoso tra i rivoli dell’espiazione: comprendere la natura dei poteri, installarsi nell’umiltà, fuggire il mondo, il mondano. Gli anni di pratica con il grande maestro Mar pa lo sfiancano: aderire al compito in cieca obbedienza, obbligarsi ad accettare l’insuccesso, l’incongruo, finanche l’infamia. Imparare che ciò che si costruisce va distrutto, che ciò che nasce reca lo stigma del dolore. La leggenda dell’eremita comincia quando Milarepa penetra la ‘realizzazione’: lascia il maestro, s’infila tra i dirupi, pratica l’insussistenza, la nudità – interiore ed esteriore –, guidato dal diamante della perspicacia e della perseveranza.  > “Il suo corpo diventerà verde, la pelle faticherà a tenere insieme le ossa, il > suo aspetto desterà spavento e ripugnanza… Mi la ras pa, dedicandosi > unicamente a praticare le preziose istruzioni ricevute, realizzerà alla fine > il suo scopo santo: raggiungerà la condizione di Buddha. Allora egli canterà > la sua realizzazione per il bene degli essere umani e non umani”. > > (Carla Gianotti) In un momento esemplare della Vita, Milarepa affronta la sorella, Pe ta, disfatta dal pianto, disperata per il suo stato, che crede di indigenza. Non capisce perché, al cospetto dei Lama, che abitano in ricchi monasteri, issati sul trono riccamente istoriato, artefici di una ‘via’ di successo, Milarepa abbia scelto la povertà, l’inutilità, il disprezzo, il disgusto. “Non parlare in questo modo”, gli intima con dolcezza Milarepa, “Ai tuoi occhi il mio essere privo di veste e la vita che normalmente conduco sono motivo di vergogna. Ma io sono felice di come sono”. L’estrema spoliazione è il discredito dell’apparenza; l’estrema follia è la suprema felicità del santo. In uno dei più spregiudicati canti, l’eremita intona: > “Dovunque mi trovo, sono felice. > Qualunque veste indosso, sono felice.  > Qualunque cibo mangio, sono felice.  > In ogni circostanza sono felice”.  Che in quell’eremita felice gli uomini non scorgano altro che l’annientato, il sommo pazzo, è un segno del raggiungimento.  La singolarità di Milarepa – una ‘eccedenza’ che ha portato alcuni studiosi ad avvicinare il maestro tibetano, pur nell’incomparabile diversità della pratica e dei fini, a San Francesco – è la fusione dello spirito ascetico con l’ispirazione poetica. Milarepa è l’aedo della liberazione, è il celestiale cantore, il genio che salmeggia tra le rocche, nobile come un leopardo delle nevi, sagace come un avvoltoio. I centomila canti di Milarepa sono opera letteraria e sapienziale straordinaria, da mettere al fianco dell’epopea di Gilgamesh, dei canti di Isaia, delle odi di Pindaro. Qualsiasi paragone, tuttavia, è improprio per disonestà negli esiti: i canti di Milarepa, con facondia incantatoria, pura stregoneria del verbo, intendono introdurre gli uditori nella grande danza della realizzazione. Parola non soltanto persuasiva, dunque, ma che opera.  Dei Centomila canti esiste una preziosissima edizione Adelphi, stampata nel 2002; purtroppo rimasta ferma al primo tomo. In appendice si traducono alcuni canti dalla versione francese approntata per Fayard da Marie-José Lamothe. Di norma, il canto s’innerva su un contesto di dibattito tra i discepoli; un’occasione invoglia il maestro al verso, che sorge lì per lì, come viva fonte, quasi ingenerato per naturalezza. Il genere stesso della poesia, che è poi una montagna rovesciata, con quel procedere tra pinnacoli verbali, abissi nel senso, verità in ombra e improvvisi di luce, sembra appropriato alla rivelazione, all’impeto conoscitivo. Nella Bibbia quando il dire prende un’altra ‘marcia’ si va a perpendicolo, per versi: il lettore deve indossare i ramponi – o meglio, fa bene a spogliarsi di ogni supporto vivente, di ogni immeritato orpello. Così, i maestri taoisti infilano i loro insegnamenti nella trama dei versi; il Corano è un folgorante poema – è il codice degli infiniti poeti sufi, da Rumi ad Hafez, da Attar ad al-Hallaj. I sapienti zen, in Giappone – pensiamo a Basho o a Saigyo – vagabondano poetando, oppure – pensiamo a Dogen – distillano il loro ermetico, arduo pensare in versi di diamantina chiarezza. Spesso, le poesie recano l’impronta del poeta, ne sono il pur fugace ritratto. Poesia, forse, è l’estrema nudità – volgersi all’altro lato del vocabolario, negli indicibili, sovvertire i sensi linguistici del mondo. Stravolgere il linguaggio perché torni illibato – perché torni illecito. La poesia non è mai passatempo, letteraria malia, come vorrebbero darci a credere – impone, quando non un sentiero, una ferita, una feritoia. Da lì, passano volpi, a fiumane, passano stelle, la trafila dei padri discordi, i guerrieri in armi, gli inermi, i rapsodi e i rapiti.  ** Risposte ai discepoli All’epoca in cui Milarepa sostava presso la Rocca del Cuculo Solitario, Rechungpa gli chiese di intonare la pratica per il corpo, la parola, la mente.  Allora Milarepa intonò: “Proteggi il legame che ti unisce al corpo del Lama. Usa la parola con la stessa dolcezza con cui parli al bufalo. Osserva l’assenza d’origine della mente.”  Allora Rechungpa rispose:  “Noi siamo ignoranti, preda del frainteso. Come proteggere il legame del corpo? Come preservare la disciplina della parola? Come scoprire il lignaggio della mente?” Così disse e così rispose Milarepa: “Tre legami legano al corpo del Lama.  Mantenere inalterato il voto. Proteggere l’autenticità del verbo. Mirare alla totale libertà della mente  quando è nella sua autentica natura.”  Così cantò e Rechungpa cominciò a commentare: “Nello spontaneo riconoscere il corpo della verità, quando i pensieri svaniscono da soli, appare il corpo felice del buddha.  Questo corpo incarnato agisce perché ogni creatura ne abbia incanto. All’origine: liberazione attraverso la rinuncia.  La disciplina della mente definisce la via.  La salvaguardia del voto protegge il frutto.  Distaccandosi dalle preoccupazioni materiali si abbandonano i pesi imposti dal desiderio ci si protegge dal vizio e dall’artificio.  Il corpo: il vile non lo custodisce. La parola: lo stolto non la soppesa. La mente: un infante non la fende.” Così disse e rispose Milarepa. “Se si ignorano i punti essenziali è inevitabile l’errore”. E riprese a cantare: “Lavorare per la liberazione non è garanzia di libertà. Un nodo appena allentato, continuerà ad annodarsi.  Senza realizzazione, si va alla cieca, ovunque.  I fenomeni mondani ci legano a questa vita.  Il desiderio è grandine: distrugge ogni virtù.  L’artificio ci imprigiona nella risacca della rinascita. L’immaginazione infiamma la dualità: la scia delle convenzioni non si cancella con le parole.  L’attaccamento ci relega al samsara. Senza lignaggio né trasmissione, la parola avvizzisce.  Yama assale chi non ha disciplina.  Le avversità sono un grumo di relazioni cattive.  L’idea stessa dell’origine va rigettata: ogni nascita esagera l’ego, ci lega all’ego.  Senza la realizzazione: un regno di desideri effimeri – tutto è vano privo del vero.”  Così cantò. Una volta il Jetsün aveva il volto coperta e il giovane Repa gli chiese: “Perché il venerabile dorme?”. Allora Milarepa cominciò a cantare: “Ho il capo coperto, è vero, ma vedo lontano.  Le creature mondane hanno occhi spianati ma non vedono nulla.  Ho dormito nudo, mantenendo la dignità del buddha.  I fenomeni terreni distraggono l’opera intera si compone nella mente: che meraviglia questo infinito esperire! Ho compiuto il mio dovere di yogi: ogni mia azione è compenetrata di felicità.” Così cantò. Un giorno, il Jetsün era ospite presso il forte di Tsikpa Kangthil. Rechungpa gli chiese: “Se le esperienze e le realizzazioni di uno yogi lo conducono a poteri soprannaturali, queste non dovrebbero rimanere segrete?”.  Milarepa allora cantò: “Il leone che dimora tra montagne innevate la tigre che vive nelle oscure giungle il pesce che guizza nei grandi laghi: che prodigio se rimanessero nascosti non avrebbero alcun nemico! Ecco tre esempi esteriori da applicare nell’interiore: il corpo dello yogi la via del metodo tantrico l’esperienza della vacuità –  che meraviglia se restassero segreti non avremmo alcun nemico! Ma soltanto in pochi dominano tali tesori pochissimi maestri realizzati abitano in Tibet.” Così cantò.  Un’altra volta, Shengom Repa confessò al Jetsün i dubbi che lo assalivano. Dopo averli meticolosamente analizzati, Milarepa cantò: “Chi non ha realizzato che tutto ha lo stesso sapore medita sulla pura luce e la crede eterna.  Chi non ha realizzato l’unità del tutto con gioia medita sulla vacuità e crede che nulla esista.  Se non si comprendono le manifestazioni meditare sulla non-riflessione è vagare tra idoli. Chi non riconosce la natura nuda della mente medita la non-dualità armando artifici.   Chi non ha realizzato l’inesistenza materiale della mente medita con destrezza ma non rivela altro che la propria contrizione. Se non ci si distacca dall’attaccamento ogni disciplina resta discriminazione.  Se non si comprende l’inesistenza di ogni barriera anche le virtù si trasformano in vizi.  Se non si comprende che nascita e morte non esistono tutti gli sforzi non conducono ad altro che al samsara”.  Così cantò – i dubbi del discepolo furono sradicati.  Mentre il venerabile Milarepa soggiornava presso il Forte del Legno e dell’Acqua, nella Grotta di Cristallo, sulle rive del meraviglioso fiume che sgorga dalla gola della dea Tseringma, alcuni mecenati litigavano perché non pioveva da tempo. Si recarono dal Jetsün perché arbitrasse il loro dibattere. E lui rispose: “Ignoro i doveri di questo mondo: quando pioverà smetterete di essere in lite”.  Rechungpa, tuttavia, pregò il Jetsün di ordire una riconciliazione. “Per uno yogi è del tutto inutile immischiarsi in tali dispute”, disse Milarepa – cantò: “Gloriosa montagna, quintessenza dei talenti tu esaudisci ogni desiderio e ogni necessità del corpo, della parola e della mente. Ai piedi del Grande Traduttore con ardore io ti glorifico! Dirigere, consigliare, fare da intermediari non porta che alienazione e dolore. Se vuoi la postura imparziale sai restare in silenzio di fronte alle assurdità? Patria, proprietà, famiglia obbligano alla ronda nel samsara. Se vuoi sfuggire ai flutti della sofferenza sei in grado di recidere la radice della schiavitù?  Egoismo, ipocrisia, astuzia confinano nei mondi inferiori.  Se vuoi la libertà del paradiso sei in grado di mantenere retta la mente? Chi commenta, chiosa, discute non suscita altro che orgoglio e gelosia. Se vuoi praticare la nobile dottrina sei in grado di farti umile? Una casa, un lavoro, la reputazione distruggono la concentrazione dello yogi.  Se vuoi custodire l’innata saggezza saprai annientare ogni pretesa? Maestri, seguaci, discepoli comportano afflizione e distrazione.  Se vuoi praticare la solitudine saprai evitare queste tre insidie? Magia, poteri occulti, divinazione mettono a rischio la vita dello yogi. Se vuoi giungere alla sapienza suprema saprai essere discreto come il piccolo tordo? Questo inno dei sette rimedi destinato a infrangere i sette difetti l’ho intanato dopo averlo sperimentato.  Che tu possa raggiungere l’illuminazione!”.  Così cantò.  L'articolo “Ogni mia azione è intrisa di gioia”. I canti di Milarepa, l’asceta poeta proviene da Pangea.
April 3, 2026 / Pangea