Eravamo partiti dalla notizia dell’esclusione degli artisti italiani dalla
Biennale di Venezia, cosa mai accaduta nelle sessanta edizioni precedenti.
Notizia non eclatante se gl’invitati non fossero ben 111 (pressoché tutti
assolutamente sconosciuti e che resteranno tali anche dopo), provenienti da
tutte le parti disagiate del mondo: oggi non risulta dirimente la qualità
dell’opera o la carriera, quanto la carta d’identità dell’artista. Con la
selezione della curatrice africana Koyo Kouoh, nel frattempo deceduta, si è
quindi radicalizzata la posizione dell’ultima Biennale titolata e curata dal
brasiliano Adriano Pedrosa. Legittima la domanda finale: Sono curioso di vedere
che futuro avrà, probabilmente riferito a quello degli artisti che oggi possiamo
affermare con la certezza dei risultati: nessuno. La totale ininfluenza di
decine e decine di artisti paracadutati alla scorsa Biennale non è quindi
servita a ravvedersi circa l’impostazione della successiva, quanto a perseverare
in una direzione tanto dissennata, per l’attendibilità della ricognizione,
quanto inutile per gli artisti che vi parteciperanno. Un atto di narcisismo
curatoriale indiscutibile, quindi, reiterando la sfortunata tendenza italiana
degli anni ’70, quando l’opera dell’artista era ridicolmente considerata
come pegno visivo del curatore. Onnipotenza curatoriale che oggi rappresenta un
salto indietro nella storia, in un ambito – l’arte, se questo termine ha ancora
un significato – necessariamente votato almeno al presente – accontentandosi
dell’adesione alla cronaca – se non al futuro – cui l’arte dovrebbe ambire,
mutuando la visionarietà delle Avanguardie Storiche più che la palude del
riflusso modaiolo.
Credo sia inutile dedicarsi oggi – a gregge fuggito – a considerazioni che
appaiono frutto di un’ipocrisia indifendibile: è da decenni che alla Biennale
gli artisti italiani sono dimenticati se non discriminati, al punto da doversi
reinventare nel 2009 (c’ero, sono abilitato a parlarne) un Padiglione Italia
addirittura scomparso dalla geografia della manifestazione: l’Italia fino a
quella data era quindi l’unica nazione invitata che non poteva godere di un
proprio Padiglione nazionale. Ma di che parliamo, ancora? Artisti italiani
comunque presenti in Biennale da decenni come panda in via di estinzione, fino
alla ferale notizia della morte definitiva dell’ultimo esemplare in questa
edizione.
Sembrerebbe quindi una notizia prevedibile, vista la tendenza veneziana degli
ultimi vent’anni, se a Manifesta, rassegna nomade d’inspiegabile rilievo
internazionale, tra i cento invitati pure non comparisse nemmeno un italiano, il
che, finita la possibile versione attribuibile a una casualità, potrebbe
apparire come un’autentica discriminazione territoriale. Va detto
che Manifesta si è da sempre caratterizzata per un’illeggibile qualità oggettiva
e un ritorno professionale impalpabile per i partecipanti, più votata
all’ideologia più estrema del momento che alle problematiche insite in ambito
culturale e artistico. Inutile chiedersi il perché di una tendenza in voga da
decenni che vuole l’esclusione sistematica degli artisti italiani: con ogni
probabilità conta anche l’opinione dei critici che avrebbero potuto supportarli
(perché no?) come Massimiliano Gioni, già curatore della Biennale di Venezia,
che, fin dal 2002, sentenziava: “L’Italia e l’arte italiana sembrano condannate
a perdere su ogni fronte: non siamo più abbastanza esotici – e allora ecco che
di volta in volta si scoprono l’arte cinese, thailandese, messicana e scandinava
– ma non siamo nemmeno abbastanza professionali o cinici da poter competere con
l’America, la Svizzera, la Francia e la Germania”. America citata
rispettosamente per prima, da chi oggi dirige il New York Museum. Classe ’73,
Gioni a 29 anni aveva già capito le sorti non solo dell’arte italiana, ma anche
dell’Italia: quanto all’opportunità di essere più esotici, o all’accostamento
tra professionale e cinico – si sta parlando d’arte, non di finanza o
multinazionali – si vede che non sono abbastanza preparato per capirne la
portata critica. Semmai è il resto del mondo che sta mutuando le modalità
capitalistiche occidentali, nel bene e nel male.
Anche dalle testate nostrane appaiono – com’era prevedibile – le tesi più
disparate sull’azzeramento, nella maggioranza dei casi imputato agli stessi
artisti nazionali che non sarebbero all’altezza, non al passo coi tempi, non
abbastanza calati nelle problematiche sociali, ambientali e climatiche: tutte
balle… si può dire ancora? Si può finalmente dichiarare che il coefficiente di
esterofilia di questo Paese non è mai inferiore all’80% (tanto per dare una
percentuale che renda l’idea), al punto che sembrano non nascere nemmeno più
calciatori in un Paese che mancherà dal Mondiale almeno per sedici anni
consecutivi e quando l’organismo di supporto nazionale per gli artisti si
chiama Italian Council? Posso finalmente dire – dall’interno del sistema – che
un artista non lavora mai (dai tempi preistorici delle grotte di Lascaux) per
gli altri ma è proiettato a interpretare e sviluppare anzitutto le proprie
urgenze? Si può dire che quando le opere sono perfettamente coincidenti con la
cronaca puzzano d’imbroglio (e magari proprio per questo sono al passo con
questi tempi in cui il materialismo è pilotato dal mercato e il mercato è
supportato da una cronaca asfissiante e da un fiume di denaro, non sempre
trasparente)? È possibile che la quasi totalità mondiale del mercato reale,
presente alle Fiere specialistiche in ogni parte del Globo, riguardi opere che
non si vedono mai nelle rassegne internazionali, Biennali incluse?
Tutte domande che vengono chiarite da un aspetto essenziale: dal passaggio del
Millennio l’arte è governata dal mercato e il mercato dalla finanza e dalla
strapotenza dei signori della moda: Germano Celant aveva visto giusto già
nel 1996, come curatore della Biennale di Firenze Arte e Moda, posizionando
gli artisti negli atelier e gli stilisti nei musei. Quindi le responsabilità
soggettive degli artisti italiani non c’entrano nulla, semplicemente perché
l’attendibilità di un artista non può dipendere dalla latitudine o dalla
pastasciutta che mangia: il solo poterlo pensare rende del tutto ridicolo
qualsiasi selezionatore. Gli stessi artisti del Padiglione Italia, da quasi
vent’anni, raggiungono quel traguardo solo se pilotati come segnale
irrinunciabile dalla personale o all’Hangar Bicocca di Milano o prenotati in
anticipo da qualche galleria internazionale di riferimento.
Comunque sia, nessuna attenzione alla pittura come parola d’ordine: ça va sans
dire, alla faccia dell’Arte degenerata di fosca memoria.
Appena metabolizzata – con facilità, vista la consuetudine – l’esclusione, ed
ecco che sulla Biennale si abbatte il tifone del Padiglione Russia, dopo aver
appena digerito senza il minimo singulto l’inno nazionale sovietico alle
Paraolimpiadi, per gli artisti russi già esclusi da quelle ordinarie. Un
autentico gesto di discriminazione, dove la menomazione viene pelosamente
premiata senza alcuna equità di giudizio, senza alcuna onestà intellettuale,
senza nessuna decenza. Quanto agli aspetti giuridici, La Biennale, vale
ricordarlo, è un Ente Autonomo e quindi indipendente non solo dai malumori
governativi, ma anche da una piazza misteriosamente distratta e silenziosa sui
campi da sci, solo poche settimane prima. Russia in Biennale: scelta sbagliata?
Ma l’arte, come lo sport, dagli stessi soloni che oggi s’indignano, non era da
sempre strombazzata come palestra irrinunciabile per l’unità dei popoli? Un’area
dorata super partes dove la politica non aveva accesso? Non avevamo visto sui
campi di calcio e alle mostre internazionali, israeliani e palestinesi
abbracciarsi nel giubilo condiviso?
Nel guazzabuglio generale, il governo sudafricano ha censurato – impedendola –
la partecipazione nel proprio Padiglione nazionale dell’artista Gabrielle
Goliath, per giunta resa intoccabile dal sistema che conta per la recente
personale al MoMa di New York. Goliath proporrà in una chiesa veneziana Elegy,
la sua opera di performance – dedicata a due donne Nama assassinate dalle forze
coloniali tedesche all’inizio del XX secolo e (non casualmente) alla poetessa
Palestinese Hiba Abu Nada, uccisa da un bombardamento israeliano nel 2023,
lasciando quindi serrate le porte del Padiglione sudafricano.
L’impressione ormai inconfutabile è che la politica sia dominante anche in
Biennale e che la questione russa non sia che l’antipasto – se non il pretesto –
per la vera, scontata battaglia contro America, Israele e Russia stessa: I
governi che stanno attivamente commettendo crimini di guerra. Dimenticando
allegramente la mattanza in Sudan, con lunghe mani europee ad alimentarla, le
crudeltà reiterate in Myanmar, le guerre in Camerun, Congo, Kashmir, Mozambico,
le stragi inumane di civili in Iran, nonché i sanguinosi regolamenti di conti in
diverse aree del mondo con pluralità etniche irrisolte, favorite dalla
floridissima industria mondiale delle armi. Israele – con il suo Padiglione
attualmente indisponibile – è stato ubicato a latere della mostra centrale In
minor keys: ovvero quando un privilegio può diventare una contrindicazione
letale; a Israele non sarà prevedibilmente consentito di aprire i battenti e
quindi nemmeno partecipare alla limitrofa mostra che titola la Biennale stessa.
Ma i Padiglioni sono a tutti gli effetti territorio sovrano del Paese che
rappresentano: aspetto nient’affatto trascurabile e potenzialmente esplosivo per
le modalità che Israele e gli Stati Uniti dell’irascibile Donald Trump potranno
mettere in campo a difesa della corretta apertura. Nel frattempo, la ciliegina
sulla torta dell’incendio misterioso al Padiglione della (filorussa) Serbia –
domato e ostinatamente ripreso – sembra essere l’annuncio di una Biennale
incendiaria e incendiata.
Gli artisti italiani, in questo trambusto, potranno restare serenamente a casa:
tanto qui non importa realmente a nessuno.
Roberto Floreani
*In copertina: Installazione di Robert Rauschenberg alla Biennale di Venezia,
1964
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