Oggi la parola “trovatore” evoca, nella mente di un lettore accorto, una serie
di suggestioni indefinite: dame eteree, cavalieri serventi, amori lieti e
pudichi, canti di allodole, odor di lavanda, fresche brezze primaverili… Tutto
riassumibile sotto un concetto vago di “amor cortese”, ovvero quella cosa per
cui la dama dona il suo fazzoletto profumato al pretendente. Certo, non mancano
poeti in grado di confermare questa visione idealizzata, ma sarebbe un errore
pensare all’esperienza trobadorica come a un qualcosa di granitico e sempre
coerente a sé stesso. Al suo interno, semmai, scorrono correnti burrascose, che
solo la prassi ha saputo acquietare. Questo è ben visibile alle origini di
questa stagione letteraria.
Siamo tra la fine dell’XI secolo e gli inizi del XII, in un’area geografica
delimitata tra la Guascogna e l’Aquitania, tra le città di Limoges e di
Poitiers. Il primo poeta di cui abbiamo notizia è Guglielmo IX (1071-1123),
governatore dei luoghi citati. Di lui ci sono arrivati componimenti
raffinatissimi da un punto di vista stilistico, ma anche osceni da un punto di
vista contenutistico. Si vedano, ad esempio, questi versi [traduzione mia]
«Signore Iddio, che sei del mondo capo e re,
chi per primo mise la fica sotto guardia, perché non schiattò?
Che non vi fu mestiere né guardia che fu peggiore per la dama.
Perciò dirò voi della fica la sua legge,
come chi male ha fatto e peggio ha preso:
se le altre cose diminuiscono, se ne prendiamo, la fica cresce.»
Guglielmo IX, completamente fuori da ogni preconcetto cortese, maledice i mariti
che controllano le loro donne, rendendogli il lavoro di seduzione carnale più
difficile. Il desiderio esibito in questi versi non ha una destinataria
specifica: nessuna dama eterea da cantare e glorificare, ciò che si vuole è solo
il sesso. Come si nota, il tono generale non ha niente erotico; piuttosto, suona
canzonatorio: più che a una corte elegante, pare più appropriata all’osteria. In
molti dei vers a noi pervenuti, Guglielmo IX si vanta con tono spaccone e
allegro delle sue conquiste amorose, che riguardano anche più di una dama per
volta. Queste avventure, scherzosamente esagerate, hanno il solo obiettivo di
sfogare un appetito sessuale insaziabile. Nessun ideale, dunque, e nessuna
nobilitazione del sentimento amoroso animano questi versi, così che Guglielmo IX
si meritò pure l’appellativo di trichador de dompnas [ingannatore di donne].
Solo in pochi casi il poeta sembra incupirsi, al pensiero del vuoto al quale la
lussuria pare averlo condannato [traduzione mia]:
> «Tutte le volte mi è andata così
> che anche di ciò che amai non godetti;
> mai accadrà come mai accadde;
> e consapevole
> Faccio così quando il cuore mi dice:
> tutto è niente.»
Più che un pentimento, però, questa è una rassegnazione: consapevolmente,
l’amante si presta al gioco per ottenere il pieno godimento dalla vita, anche se
ciò non gli lascerà nulla (tot es niens).
Qualche anno dopo la morte di Guglielmo IX, nelle stesse terre, tra tanti
giullari che cantano vers sulla falsa riga di quelli visti precedentemente, uno
pare distinguersi dagli altri, sia come stile che come contenuto delle sue
liriche. Si chiama Marcabru: di lui poco si sa, e pure quel poco è incerto. Un
anonimo biografo, nel XIII secolo, pone questa breve notarella a introduzione
delle sue poesie:
«Marcabru era della Guascogna, figlio di una povera donna di nome Marcabruna,
così come disse nel suo cantare:
Marcabru, figlio di donna Bruna
fu messo al mondo sotto tal luna
che sa come l’amore distrugga,
Ascoltate!
per cui non amò mai alcuna
né da nessuna donna fu mai amato.
Fu uno dei primi trovatori che uomo ricordi. Fece vers cattivi e cattivi
sirventesi, e disse male delle donne e dell’amore.»
Ecco che Marcabru ci viene subito presentato con caratteristiche brutalmente
opposte rispetto a quelle di Guglielmo IX: come dicono i suoi stessi versi, è
colui che mai ha amato e mai è stato amato, colui che – aggiunge il biografo –
ha scritto cose terribili contro l’amore e contro le donne.
In effetti, i versi di Marcabru sono caratterizzati dall’invettiva violenta e
feroce contro i vizi che sembrano propri del suo tempo, nonché da uno stile
linguistico e sintattico talmente difficile da non essere mai pienamente
comprensibile.
Si scaglia contro i mariti infedeli che sono sempre alla ricerca di avventure
galanti [traduzioni mie]:
> «Questi lo sa Marcabru chi sono,
> ché non son celati a lui coloro
> che da gelosi si fan puttanieri;
> i vili inganni e gli stratagemmi
> mettono le nostre mogli in pericolo.»
> «Mariti, i migliori del mondo
> sareste, ma ciascun di voi vuol far l’amante,
> e ciò vi confonde,
> e son sul cammino le fiche,
> perciò la gioventù ha sfacciato coraggio
> e voi, per ciò, siete solo chiamati cornuti.»
Con parole dure e con uno stile complesso, Marcabru deride con cruda ironia
tutti quegli uomini che, come Guglielmo IX, inseguono i loro desideri carnali
(“son sul cammino le fiche”) non curandosi della morale e del sacramento del
matrimonio a cui sono legati. La derisione parte dal rovesciamento grottesco dei
ruoli: coloro che cornificano, sono a loro volta destinati a diventare cornuti a
opera di giovani più sfrontati di loro. Per questo, questi uomini sono costretti
a dilaniarsi in un doppio atteggiamento: da una parte la gelosia nei confronti
della moglie, dall’altra il desiderio di possedere le altre (“che da gelosi si
fan puttanieri”).
In queste invettive, come anticipa la nota biografica, non sono certo
risparmiate le donne, che si prestano a questo gioco perverso di cornificanti e
cornuti [traduzioni mie]:
> «Non posso affatto trovar donne
> che scambino il puro affetto
> e che davanti o a conoscenza di tutti
> non abbian perso la lor vergogna,
> sì che la men sfrontata
> l’ha lasciata cadere in un angolo.»
Ma, al contrario di quanto afferma la notarella, sarebbe un errore considerare
Marcabru solamente come maldicente generico. Le sue feroci invettive hanno un
bersaglio chiaro: coloro che si abbandonano ai piaceri carnali fini a sé stessi,
abbandonando l’amore puro. Si trova, in effetti, nella poesia di Marcabru, la
dicotomia tra quella che lui chiama fals’amistat e il fin’ amors.
Con fals’amistat, Marcabru intende, in poche parole, la passione carnale che già
abbiamo visto cantata da Guglielmo IX: una falsa amicizia che non solo lascia il
vuoto ovunque passi, ma che viene spesso confuso con l’amore effettivo,
insozzandone il nome. Questo peccato giustifica ampiamente, nella mente del
poeta, la ferocia della sua denuncia:
> «Fin quando la gioventù era il padre
> del secolo e l’amor puro la madre,
> fu la virtù mantenuta
> sia in privato che in pubblico,
> ma or l’hanno avvilita
> duchi, re e imperatori.»
Proprio coloro che dovevano essere i migliori, come Guglielmo IX, hanno avvilito
la virtù, rinnegando l’amore puro sia privatamente che pubblicamente, con
canzoni celebrative della loro vergogna. Ma questo amor puro, cosa sarebbe, dove
risiede?
«L’amore che io qui mostro
è nato da una nobile stirpe
nel luogo dov’è cresciuto:
è chiuso da rami rigogliosi,
protetto da caldo e freddo,
così che gli estranei non possano rubarlo.
“Desiderato” in luogo di “Desiderante”
ha nome chi vuol prendere amore da lì.»
Un amore nobile di nascita, che risiede in un luogo rigoglioso, al riparo dalle
intemperie del mondo sensibile: un richiamo, forse, al giardino dell’Eden? Un
amore, dunque, benedetto da Dio stesso, con Adamo ed Eva come genitori, che fa
sì che chiunque ne sia ispirato, smetta di abbandonarsi ai suoi desideri
carnali, ma diventi egli stesso oggetto di desiderio. Un amore, dunque, che
prende i connotati spirituali, direi mistici, che sembrano addirittura
riecheggiare il pensiero di San Bernardo di Chiaravalle, secondo il quale
l’amore, rivolto verso Dio, non può certo partire da un desiderio univoco, ma
colui che desidera deve essere a sua volta desiderato. Qui, dal settimo dei
sermoni al Cantico dei Cantici:
> «Ama pertanto castamente colei che cerca colui che ama, non le cose di lui.
> Ama santamente, perché non nella concupiscenza della carne, ma nella purità
> dello spirito. Ama ardentemente colei che è così inebriata dal suo amore, che
> non pensa alla maestà dell’amato».
Ecco che, dalla violenza verbale di Marcabru, viene fuori quel concetto
di fin’amors, o amore puro, contrapposto allo sfrenato erotismo che pareva, al
poeta, affliggere le corti dell’epoca. Vediamo, dunque, come la contrapposizione
tra corpo e spirito fosse già presente e viva sin dagli albori della nostra
poesia moderna, e come già presentasse, al suo interno, problemi che ci
affliggono tutt’oggi: da una parte Guglielmo IX, che deve fare i conti con il
senso di vuoto e di isolamento a cui la sua esistenza lo condanna; dall’altra
Marcabru, che vorrebbe calare una parte di perfezione dell’Eterno nella
corruzione dell’Età, e non riuscendovi si chiude in una sdegnosa solitudine.
Approcci opposti, medesimo tormento.
Nicolò Bindi
*In copertina: “La vista”, un arazzo dal ciclo “La dama e l’unicorno”, XV secolo
L'articolo “Disse male delle donne e dell’amore”. Amanti forsennati & cornuti:
l’epopea dei primi trovatori proviene da Pangea.