Oggi la parola “trovatore” evoca, nella mente di un lettore accorto, una serie
di suggestioni indefinite: dame eteree, cavalieri serventi, amori lieti e
pudichi, canti di allodole, odor di lavanda, fresche brezze primaverili… Tutto
riassumibile sotto un concetto vago di “amor cortese”, ovvero quella cosa per
cui la dama dona il suo fazzoletto profumato al pretendente. Certo, non mancano
poeti in grado di confermare questa visione idealizzata, ma sarebbe un errore
pensare all’esperienza trobadorica come a un qualcosa di granitico e sempre
coerente a sé stesso. Al suo interno, semmai, scorrono correnti burrascose, che
solo la prassi ha saputo acquietare. Questo è ben visibile alle origini di
questa stagione letteraria.
Siamo tra la fine dell’XI secolo e gli inizi del XII, in un’area geografica
delimitata tra la Guascogna e l’Aquitania, tra le città di Limoges e di
Poitiers. Il primo poeta di cui abbiamo notizia è Guglielmo IX (1071-1123),
governatore dei luoghi citati. Di lui ci sono arrivati componimenti
raffinatissimi da un punto di vista stilistico, ma anche osceni da un punto di
vista contenutistico. Si vedano, ad esempio, questi versi [traduzione mia]
«Signore Iddio, che sei del mondo capo e re,
chi per primo mise la fica sotto guardia, perché non schiattò?
Che non vi fu mestiere né guardia che fu peggiore per la dama.
Perciò dirò voi della fica la sua legge,
come chi male ha fatto e peggio ha preso:
se le altre cose diminuiscono, se ne prendiamo, la fica cresce.»
Guglielmo IX, completamente fuori da ogni preconcetto cortese, maledice i mariti
che controllano le loro donne, rendendogli il lavoro di seduzione carnale più
difficile. Il desiderio esibito in questi versi non ha una destinataria
specifica: nessuna dama eterea da cantare e glorificare, ciò che si vuole è solo
il sesso. Come si nota, il tono generale non ha niente erotico; piuttosto, suona
canzonatorio: più che a una corte elegante, pare più appropriata all’osteria. In
molti dei vers a noi pervenuti, Guglielmo IX si vanta con tono spaccone e
allegro delle sue conquiste amorose, che riguardano anche più di una dama per
volta. Queste avventure, scherzosamente esagerate, hanno il solo obiettivo di
sfogare un appetito sessuale insaziabile. Nessun ideale, dunque, e nessuna
nobilitazione del sentimento amoroso animano questi versi, così che Guglielmo IX
si meritò pure l’appellativo di trichador de dompnas [ingannatore di donne].
Solo in pochi casi il poeta sembra incupirsi, al pensiero del vuoto al quale la
lussuria pare averlo condannato [traduzione mia]:
> «Tutte le volte mi è andata così
> che anche di ciò che amai non godetti;
> mai accadrà come mai accadde;
> e consapevole
> Faccio così quando il cuore mi dice:
> tutto è niente.»
Più che un pentimento, però, questa è una rassegnazione: consapevolmente,
l’amante si presta al gioco per ottenere il pieno godimento dalla vita, anche se
ciò non gli lascerà nulla (tot es niens).
Qualche anno dopo la morte di Guglielmo IX, nelle stesse terre, tra tanti
giullari che cantano vers sulla falsa riga di quelli visti precedentemente, uno
pare distinguersi dagli altri, sia come stile che come contenuto delle sue
liriche. Si chiama Marcabru: di lui poco si sa, e pure quel poco è incerto. Un
anonimo biografo, nel XIII secolo, pone questa breve notarella a introduzione
delle sue poesie:
«Marcabru era della Guascogna, figlio di una povera donna di nome Marcabruna,
così come disse nel suo cantare:
Marcabru, figlio di donna Bruna
fu messo al mondo sotto tal luna
che sa come l’amore distrugga,
Ascoltate!
per cui non amò mai alcuna
né da nessuna donna fu mai amato.
Fu uno dei primi trovatori che uomo ricordi. Fece vers cattivi e cattivi
sirventesi, e disse male delle donne e dell’amore.»
Ecco che Marcabru ci viene subito presentato con caratteristiche brutalmente
opposte rispetto a quelle di Guglielmo IX: come dicono i suoi stessi versi, è
colui che mai ha amato e mai è stato amato, colui che – aggiunge il biografo –
ha scritto cose terribili contro l’amore e contro le donne.
In effetti, i versi di Marcabru sono caratterizzati dall’invettiva violenta e
feroce contro i vizi che sembrano propri del suo tempo, nonché da uno stile
linguistico e sintattico talmente difficile da non essere mai pienamente
comprensibile.
Si scaglia contro i mariti infedeli che sono sempre alla ricerca di avventure
galanti [traduzioni mie]:
> «Questi lo sa Marcabru chi sono,
> ché non son celati a lui coloro
> che da gelosi si fan puttanieri;
> i vili inganni e gli stratagemmi
> mettono le nostre mogli in pericolo.»
> «Mariti, i migliori del mondo
> sareste, ma ciascun di voi vuol far l’amante,
> e ciò vi confonde,
> e son sul cammino le fiche,
> perciò la gioventù ha sfacciato coraggio
> e voi, per ciò, siete solo chiamati cornuti.»
Con parole dure e con uno stile complesso, Marcabru deride con cruda ironia
tutti quegli uomini che, come Guglielmo IX, inseguono i loro desideri carnali
(“son sul cammino le fiche”) non curandosi della morale e del sacramento del
matrimonio a cui sono legati. La derisione parte dal rovesciamento grottesco dei
ruoli: coloro che cornificano, sono a loro volta destinati a diventare cornuti a
opera di giovani più sfrontati di loro. Per questo, questi uomini sono costretti
a dilaniarsi in un doppio atteggiamento: da una parte la gelosia nei confronti
della moglie, dall’altra il desiderio di possedere le altre (“che da gelosi si
fan puttanieri”).
In queste invettive, come anticipa la nota biografica, non sono certo
risparmiate le donne, che si prestano a questo gioco perverso di cornificanti e
cornuti [traduzioni mie]:
> «Non posso affatto trovar donne
> che scambino il puro affetto
> e che davanti o a conoscenza di tutti
> non abbian perso la lor vergogna,
> sì che la men sfrontata
> l’ha lasciata cadere in un angolo.»
Ma, al contrario di quanto afferma la notarella, sarebbe un errore considerare
Marcabru solamente come maldicente generico. Le sue feroci invettive hanno un
bersaglio chiaro: coloro che si abbandonano ai piaceri carnali fini a sé stessi,
abbandonando l’amore puro. Si trova, in effetti, nella poesia di Marcabru, la
dicotomia tra quella che lui chiama fals’amistat e il fin’ amors.
Con fals’amistat, Marcabru intende, in poche parole, la passione carnale che già
abbiamo visto cantata da Guglielmo IX: una falsa amicizia che non solo lascia il
vuoto ovunque passi, ma che viene spesso confuso con l’amore effettivo,
insozzandone il nome. Questo peccato giustifica ampiamente, nella mente del
poeta, la ferocia della sua denuncia:
> «Fin quando la gioventù era il padre
> del secolo e l’amor puro la madre,
> fu la virtù mantenuta
> sia in privato che in pubblico,
> ma or l’hanno avvilita
> duchi, re e imperatori.»
Proprio coloro che dovevano essere i migliori, come Guglielmo IX, hanno avvilito
la virtù, rinnegando l’amore puro sia privatamente che pubblicamente, con
canzoni celebrative della loro vergogna. Ma questo amor puro, cosa sarebbe, dove
risiede?
«L’amore che io qui mostro
è nato da una nobile stirpe
nel luogo dov’è cresciuto:
è chiuso da rami rigogliosi,
protetto da caldo e freddo,
così che gli estranei non possano rubarlo.
“Desiderato” in luogo di “Desiderante”
ha nome chi vuol prendere amore da lì.»
Un amore nobile di nascita, che risiede in un luogo rigoglioso, al riparo dalle
intemperie del mondo sensibile: un richiamo, forse, al giardino dell’Eden? Un
amore, dunque, benedetto da Dio stesso, con Adamo ed Eva come genitori, che fa
sì che chiunque ne sia ispirato, smetta di abbandonarsi ai suoi desideri
carnali, ma diventi egli stesso oggetto di desiderio. Un amore, dunque, che
prende i connotati spirituali, direi mistici, che sembrano addirittura
riecheggiare il pensiero di San Bernardo di Chiaravalle, secondo il quale
l’amore, rivolto verso Dio, non può certo partire da un desiderio univoco, ma
colui che desidera deve essere a sua volta desiderato. Qui, dal settimo dei
sermoni al Cantico dei Cantici:
> «Ama pertanto castamente colei che cerca colui che ama, non le cose di lui.
> Ama santamente, perché non nella concupiscenza della carne, ma nella purità
> dello spirito. Ama ardentemente colei che è così inebriata dal suo amore, che
> non pensa alla maestà dell’amato».
Ecco che, dalla violenza verbale di Marcabru, viene fuori quel concetto
di fin’amors, o amore puro, contrapposto allo sfrenato erotismo che pareva, al
poeta, affliggere le corti dell’epoca. Vediamo, dunque, come la contrapposizione
tra corpo e spirito fosse già presente e viva sin dagli albori della nostra
poesia moderna, e come già presentasse, al suo interno, problemi che ci
affliggono tutt’oggi: da una parte Guglielmo IX, che deve fare i conti con il
senso di vuoto e di isolamento a cui la sua esistenza lo condanna; dall’altra
Marcabru, che vorrebbe calare una parte di perfezione dell’Eterno nella
corruzione dell’Età, e non riuscendovi si chiude in una sdegnosa solitudine.
Approcci opposti, medesimo tormento.
Nicolò Bindi
*In copertina: “La vista”, un arazzo dal ciclo “La dama e l’unicorno”, XV secolo
L'articolo “Disse male delle donne e dell’amore”. Amanti forsennati & cornuti:
l’epopea dei primi trovatori proviene da Pangea.
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Vasilij Kamenskij, poeta futurista, “esuberante pioniere del volo”, ossessionato
dalla velocità, scrive che “Majakovskij desiderava recitare i suoi versi in
groppa a un elefante”. Immagine perfetta per indicare l’indole di ‘Vlad’:
domatore di belve, istrione, allo stesso tempo Mangiafuoco e Minotauro. Le
memorie di Kamenskij, reduce di un’epoca inimmaginabile, uscirono nel 1940: il
poeta, sfiancato da un incidente, “afferma con ottimismo straziante di avere
ancora vent’anni” (Angelo Maria Ripellino); Majakovskij, il genio per sempre
giovane, era morto dieci anni prima.
Poeta-agitatore, poeta-poligrafo, poeta-titano, Majakovskij va avvicinato, per
piglio politico ed estro erotico, a Gabriele d’Annunzio più che a Filippo
Tommaso Marinetti. Il Futurismo di Majakovskij – epico e ‘panico’ nella sua
matrice intima – ha a che fare con La pioggia nel pineto più che con Zang Tumb
Tumb; la sua Fiume fu la Rivoluzione russa; la delusione per gli esiti,
esiziali, fu roboante: nel 1919 i Soviet impedirono al Kom-Fut (il “Collettivo
comunista-futurista”) di consolidarsi in partito; due anni dopo, Lenin in
persona intimò alla casa editrice di stato (l’unica ammessa, la Gosizdat) di
limitare le pubblicazioni di Majakovskij “non più di due volte l’anno e in non
più di 1500 copie”. È vero: Majakovskij fa paura, rivolta il peana di partito in
ruggito; Majakovskij va urlato, va suonato, va cantato – lo ha fatto, ad
esempio, il Teatro degli Orrori di Pierpaolo Capovilla, nell’album A sangue
freddo, era il 2009 –; Majakovskij inaugura rivolte, anche i suoi slogan – a
proposito di D’Annunzio… – preludono all’urlo, sovvertono i luoghi verbali
comuni.
Un tempo, mistificandolo, lo si riteneva “un poeta… al megafono” (copy Eugenio
Montale), non proprio un complimento: Editori Riuniti stampava le sue Opere in
otto volumi. Da tempo, grazie al lavoro di Paola Ferretti, sappiamo che “Il
furore del Majakovskij poeta d’amore non è scorporabile da quello del
Majakovskij poeta della rivoluzione” (in: V. Majakovskij, Poesie d’amore
1913-1930, Einaudi, 2023). In particolare, Di questo (Einaudi, 2025) è l’Everest
della poesia ‘amorosa’ di Majakovskij. Il poema fu scritto a partire del
dicembre del 1922: la mitologica amante, Lili Brik, aveva imposto al poeta un
diktat: non si sarebbero visti per un paio di mesi. Majakovskij riscattò il
delirio d’amore in versi di esuberante potenza: lui, il leone dei poeti russi,
si dice “scoiattolo poetico”; il tema d’amore, che “tutti gli altri eclissa”,
che “intenebra il giorno”, lo assale, lo azzanna, “mi accoltella alla gola”.
Quando Lili decise di rompere il veto, invitò Majakovskij ad accompagnarla a
Pietroburgo. È il 28 febbraio del 1923. Majakovskij recitò a Lili il suo poema,
in treno: lei lo sigillò con il pianto, apollineo. La sera ululava, fuori dai
finestrini – i due, di nuovo uniti, ulularono.
Si erano conosciuti sette anni prima, nel 1915, amandosi tra foia e fobia. Lili,
“la musa dell’avanguardia russa” (copy Pablo Neruda), più audace che bella,
cresciuta nei ranghi di una ricca famiglia ebraica, suonava il pianoforte,
parlava con destrezza francese e tedesco, faceva l’attrice, fece perdere la
testa a molti. Aveva sposato Osip Brik nel 1912: il marito accettava di buon
grado i suoi tradimenti. La sorella, Elsa – sposatasi incidentalmente con un
ufficiale francese, André Triolet – farà coppia fissa con Louis Aragon,
dominando, di fatto, per un trentennio, la cultura francese (fu la prima donna a
vincere un Goncourt).
Di questo piacque, tra gli altri, a Carmelo Bene: ne lesse alcuni brani nel
mirabile Spettacolo-concerto Majakovskij ideato nel 1960; ampliato nei testi e
negli autori, andò in onda su Rai 2 e Rai 3 nel 1977 come Bene! Quattro diversi
modi di morire in versi. L’“ufficio stampa della Rai” pubblicò per l’occasione
un “libretto” introdotto da Angelo Maria Ripellino: la poesia di Majakovskij, a
suo dire, “è tutta un groppo di nervi, si aggrinza per smorfie di raccapriccio”,
alternando “scoppi di roso… a singhiozzi e fiotti di lacrime”.
Intorno ai versi 690-700 del poemetto (p.45 dell’edizione italiana) c’è un
ragazzo che si uccide per amore. “Fino a che punto/ mi somiglia!”, sussulta il
poeta. Il biglietto d’addio improvvisato dal tizio (“Io muoio…/ Addio…/ Non
incolpate nessuno”) ricorda terribilmente quello scritto, sette anni dopo, da
Majakovskij: “Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente
pettegolezzi”.
Nel suo studio su Majakovskij (un tempo edito da il Saggiatore), Viktor
Šklovskij scrisse che il poeta “era un uomo fortissimo”, scrisse che agli occhi
di tutti era “l’eterno vincitore”. Eppure, si rivelò il poeta più fragile, di
vitrea onnipotenza. “Nel caricatore c’era una sola pallottola. Non ci fu un
amico abbastanza premuroso da togliere quella pallottola, da andare a trovare il
poeta, da telefonargli”, scrisse Šklovskij, incolpando se stesso, incolpando
un’intera generazione. Alcuni dissero che Majakovskij si era ucciso per colpa di
Lili. “Lili, amami”, scrive Vladimir nel biglietto definitivo. Lili era a
Berlino; da tempo il poeta frequentava la giovanissima – e gelosissima –
Veronika. Boris Pasternak, anni dopo, disse che “Majakovskij si è sparato per
orgoglio, per aver condannato qualcosa in sé o attorno a sé”; all’impronta, in
quell’aprile mai così grigio del 1930, abbozzò una poesia, Morte d’un poeta,
dalla chiusa leggendaria: “Il tuo sparo fu come un’Etna/ in un pianoro di
vigliacchi”. Con la morte di Majakovskij muore l’epica della Rivoluzione russa.
Majakovskij era ossessionato dall’immortalità. Verso il finale di Di questo – un
poema che è, in fondo, un esorcismo: imita Oscar Wilde e tende a Puškin per
volgersi agli sciamani siberiani – il poeta implora, per tre volte,
“Risuscitami”, “Risuscitami” perché “la voglio vivere tutta, la mia quota!”;
parlava a viso aperto al XXX secolo. Roman Jakobson ricorda che Majakovskij era
affascinato dalle teorie di Einstein e dalle nuove, spaventose, scoperte della
scienza:
> “allora con un’ostinatezza ipnotizzante, che certamente è nota a tutti quelli
> che hanno conosciuto più da vicino Majakovskij, il poeta disse, serrando le
> mascelle, ‘Io sono assolutamente convinto che la morte non ci sarà. I morti
> saranno risuscitati’”.
Le fotografie del suo cadavere, di cinematografica bellezza – viso in sempiterno
splendore, una floreale macchia rossa, non troppo vasta, sul petto –, finirono
per diventare un simbolo. Fu sepolto a Mosca, il poeta; i funerali finirono per
essere un evento, l’ennesima messa in scena: vi parteciparono quasi duecentomila
persone. Più che alle folle, tuttavia, Majakovskij parlava alle stelle – anche
questo ricordano i suoi amici. Per questo continuiamo a leggere i suoi versi,
ribelli all’era delle passioni tenui, delle passioni tristi: per addestrare un
cuore-toro, un cuore mohicano.
*
Da Di questo
L’ultima morte
Con piú scrosci
di un rovescio, piú vigore
di un tuono, ciglio
a ciglio, all’unisono,
da tutti i fucili,
da tutte le batterie,
da ogni Mauser e da ogni Browning,
da cento passi,
da dieci,
da due,
a bruciapelo,
una scarica via l’altra.
Tirano fiato un momento
e ancora spargono piombo.
Per lui è la fine!
Il piombo è in cuore!
Che non ci sia neppure un brivido!
Alla fin fine
– tutto ha fine.
Perfino i brividi.
Ciò che è rimasto
Compiuto è il massacro.
Gorgoglia gaiezza.
Gustando i dettagli, si sperdono lenti.
Solo, sul Cremlino,
brindelli di poeta
scintillano al vento – rosso vessillo.
Il cielo,
come un tempo,
è trapunto di lirica.
Riguarda
stupito l’ammasso di stelle –
l’Orsa Maggiore trovatoreggia. Perché?
Tra le regine di poesia
sgomita?
Col mestolo-arca,
lungo ere-Ararat,
nel cielo del diluvio,
Maggiore, trascinami!
A bordo
della nave spaziale,
da fratello
dell’orsa,
rintrono il creato di versi.
Presto!
Presto!
Presto!
Nello spazio!
Lo sguardo piú fisso!
Il sole irraggia i monti. I giorni
dalla banchina sorridono.
Da Vladimir Majakovskij, Di questo, a cura di P. Ferretti, Einaudi, Torino 2025.
L'articolo Il poeta a brandelli. Vladimir Majakovskij, o del delirio d’amore
proviene da Pangea.
«Era molto bella la lettera che hai scritto alla luce delle stelle a mezzanotte.
Scrivi sempre a quell’ora, perché il tuo cuore ha bisogno del chiaro di luna per
liquefarsi», così scrive Virginia Woolf in una lettera a Vita Sackville-West, il
7 ottobre 1928, e continua:
> «Il mio invece si strugge alla luce del gas, e sono solo le nove e devo andare
> a letto alle undici. Così non dirò niente, non una parola del balsamo che eri
> per la mia angoscia […] Come ti guardavo! Come mi sentivo – già, come
> descriverlo? Bè, da qualche parte ho visto una pallina che continuava a
> saltare su e giù sul getto di una fontana: tu sei la fontana, io la pallina. È
> una sensazione che mi dai solo tu».
Un secolo fa, Vita e Virginia si facevano immagine d’un amore unico: la pallina
che salta su e giù, sospinta dal mobile getto della fontana, esprime
un’attrazione irresistibile. Quella pallina, metafora del piacere che volteggia
sull’acqua, ci fa volare, come l’epistolario che ne deriva, tra i grandi
canzonieri d’amore del Novecento. Un carteggio di oltre cinquecento lettere,
scambiate dal primo incontro (1922) e fino alla morte di Virginia
(1941), antologizzate in Italia nel testo tradotto da Nadia Fusini e Sara De
Simone: Scrivi sempre a mezzanotte. Lettere d’amore e desiderio, a cura di Elena
Munafò.
Virginia e Vita si scrivono continuamente, per quasi vent’anni; si scrivono per
darsi un appuntamento, per scusarsi o rimproverarsi, ma soprattutto per capirsi,
essere vicine, una accanto all’altra, attraverso le parole, i soprannomi, le
metafore, i silenzi intermittenti in cui esplode la mancanza. Qui è Vita ad
urlare con passione:
> «Sono ridotta a una cosa che desidera Virginia. Stanotte avevo composto per te
> una lettera bellissima, nelle ore insonni, piene di incubi, ma è tutta
> sparita: mi manchi e basta, in un modo piuttosto semplice, disperato, umano.
> Tu con tutte le tue lettere intelligenti, non scriveresti mai una frase così
> elementare […] mi manchi più di quanto potessi credere […] questa lettera è
> solo un grido di dolore. È incredibile quanto tu sia diventata essenziale per
> me. Immagino che tu sia abituata a sentirti dire cose del genere dalle
> persone. […] Non riuscirò a farmi amare di più da te, scoprendomi fino a
> questo punto – ma tesoro mio, non posso essere furba e distaccata con te: ti
> amo troppo per farlo» (21 gennaio 1926).
Se Virginia nuota nelle acque dell’intelletto, in quel convento che è Monk’s
House, dove condivide un’austera intimità con Leonard, in un patto reciproco di
rispetto e solidarietà, Vita naviga nella vita a vele spiegate, è sgargiante nei
colori e nel temperamento, posseduta dal demone erotico. È moglie di un
ambasciatore, Harold Nicolson, lo segue nei suoi viaggi, con disinvoltura
organizza ricevimenti. Ed è anche madre. Detto altrimenti: è una donna reale,
vera, concreta, mentre Virginia è una creatura fantastica, che vive nei suoi
sogni e nei suoi scritti.
Virginia rappresenta per Vita l’ignoto: non ha mai incontrato una simile
bellezza spirituale, eterea, fragile, dolcissima, le mani affusolate e la mente
luminosa, trasparente, di cristallo. Una bambina, malgrado abbia dieci anni più
di lei (quando si incontrano, Vita costeggia la trentina, Virginia la
quarantina). Virginia scrive divinamente, vuole innovare il romanzo, lavora
nella sua casa editrice, la Hogarth Press, litiga con la mitologica Nelly, la
cameriera. La sua personalità, così ricca e geniale, affascina Vita e la turba
al contempo. In Virginia tutto è pallido e virgineo. Vita capisce che va
trattata con riguardo e, soprattutto, con riguardo materno, quello che Virginia
ha sempre cercato e che ora, con Vita, tocca fino alle stelle. Quella sarà la
chiave sublime del loro legame d’amore, di cui le lettere sono una preziosa
testimonianza.
L’abbraccio materno e virile con cui Vita la stringe a sé, fa volare Virginia,
libera la sua mente (non a caso, dopo il loro incontro, nasceranno i suoi
capolavori: Al faro, Orlando, Le onde), scioglie il suo corpo.
Quando incontra Vita, Virginia conosce per la prima volta nella sua vita la vera
passione e, dopo una certa resistenza – come scrive Quentin Bell, suo nipote e
biografo – se ne lascia attraversare, con meraviglia e gratitudine. Dal canto
suo, Vita tenta di contenere il fervore carnale, il marmo di cui è fatta la sua
sostanza, potremmo dire, temendo di spezzare il cristallo della donna che ama.
Le due si incontrano nella loro terra di mezzo, dove permangono, insieme, fino
alla morte di Virginia, in un amore eterno e poetico, un legame che, nelle
complessità della vita, si è fatto parola, lettera, letteratura.
Anche quando la relazione fisica finirà, non morirà il loro amore, eternizzato
nelle lettere e nelle pagine di Orlando, lo straordinario romanzo che Virginia
dedica a Vita, trasformandola in un personaggio immortale (che nasce maschio nel
Cinquecento e diventa femmina nel Settecento), trasportando l’esperienza dei
loro sentimenti in un’interrogazione profonda eppure ironica, sul senso ultimo
dell’amore. Quando Vita lo lesse, comprese che nessuno l’aveva mai posseduta,
cioè colta, così a fondo, nella sua più intima verità: «Tesoro, sono così
sopraffatta che non ho idea di come tu abbia potuto […] mettere una veste così
splendida su una stampella così modesta» le scrisse l’11 ottobre 1928.
Mentre cadono le bombe della Seconda guerra, dalle loro rispettive residenze di
campagna, Vita e Virginia si scrivono, si sostengono a vicenda, la loro candela
non si spegne: «Che dire – se non che ti amo e vivrò questa strana calma serata
pensando a te che sei lì da sola […] Mi hai dato tanta felicità» scrive Virginia
il 30 agosto 1940, e Vita risponde il primo settembre:
> «Tesoro, quanto mi ha commossa la tua lettera stamattina. Mi è quasi caduta
> una lacrima dentro l’uovo in camicia. Le tue rare dimostrazioni d’affetto
> hanno sempre avuto il potere di emozionarmi moltissimo e – siccome suppongo
> che in questi giorni siamo tutti un po’ tesi […] – oggi mi arrivano in
> picchiata, dritte al cuore, come un proiettile che sbatte sul tetto. Ti amo
> anch’io. Lo sai».
Dalle ultime lettere emerge in filigrana una certa nostalgia, il bisogno
continuo di ricordare e sottolineare quanto sia importante il filo che le lega,
come se sentissero la morsa del tempo che incalza sulle loro vite… «mi
sento sempre in contatto con Vita. […] non riuscirai mai a disfarti di me – mai.
Neppure per un secondo mi sono sentita meno legata a te» scrive Virginia il 12
marzo 1940. «Su che piolo sto, sulla tua scala?» le aveva chiesto tempo addietro
e la risposta di Vita non aveva lasciato spazio ad alcun dubbio: «Adorata
Virginia, sei su un piolo molto alto – sempre – (25 agosto 1939).
Vogliamo ricordarle così: in cima alla scala del loro amore, su quel piolo molto
alto, mano nella mano, verso quella luce che ancora oggi le fa risplendere – e
ci riscalda.
Marilena Garis
L'articolo “Il tuo cuore ha bisogno del chiaro di luna per liquefarsi”. Virginia
& Vita, o dell’amore assoluto proviene da Pangea.