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“Disse male delle donne e dell’amore”. Amanti forsennati & cornuti: l’epopea dei primi trovatori
Oggi la parola “trovatore” evoca, nella mente di un lettore accorto, una serie di suggestioni indefinite: dame eteree, cavalieri serventi, amori lieti e pudichi, canti di allodole, odor di lavanda, fresche brezze primaverili… Tutto riassumibile sotto un concetto vago di “amor cortese”, ovvero quella cosa per cui la dama dona il suo fazzoletto profumato al pretendente. Certo, non mancano poeti in grado di confermare questa visione idealizzata, ma sarebbe un errore pensare all’esperienza trobadorica come a un qualcosa di granitico e sempre coerente a sé stesso. Al suo interno, semmai, scorrono correnti burrascose, che solo la prassi ha saputo acquietare. Questo è ben visibile alle origini di questa stagione letteraria. Siamo tra la fine dell’XI secolo e gli inizi del XII, in un’area geografica delimitata tra la Guascogna e l’Aquitania, tra le città di Limoges e di Poitiers. Il primo poeta di cui abbiamo notizia è Guglielmo IX (1071-1123), governatore dei luoghi citati. Di lui ci sono arrivati componimenti raffinatissimi da un punto di vista stilistico, ma anche osceni da un punto di vista contenutistico. Si vedano, ad esempio, questi versi [traduzione mia] «Signore Iddio, che sei del mondo capo e re, chi per primo mise la fica sotto guardia, perché non schiattò? Che non vi fu mestiere né guardia che fu peggiore per la dama. Perciò dirò voi della fica la sua legge, come chi male ha fatto e peggio ha preso: se le altre cose diminuiscono, se ne prendiamo, la fica cresce.» Guglielmo IX, completamente fuori da ogni preconcetto cortese, maledice i mariti che controllano le loro donne, rendendogli il lavoro di seduzione carnale più difficile. Il desiderio esibito in questi versi non ha una destinataria specifica: nessuna dama eterea da cantare e glorificare, ciò che si vuole è solo il sesso. Come si nota, il tono generale non ha niente erotico; piuttosto, suona canzonatorio: più che a una corte elegante, pare più appropriata all’osteria. In molti dei vers a noi pervenuti, Guglielmo IX si vanta con tono spaccone e allegro delle sue conquiste amorose, che riguardano anche più di una dama per volta. Queste avventure, scherzosamente esagerate, hanno il solo obiettivo di sfogare un appetito sessuale insaziabile. Nessun ideale, dunque, e nessuna nobilitazione del sentimento amoroso animano questi versi, così che Guglielmo IX si meritò pure l’appellativo di trichador de dompnas [ingannatore di donne]. Solo in pochi casi il poeta sembra incupirsi, al pensiero del vuoto al quale la lussuria pare averlo condannato [traduzione mia]: > «Tutte le volte mi è andata così > che anche di ciò che amai non godetti; > mai accadrà come mai accadde; > e consapevole > Faccio così quando il cuore mi dice: > tutto è niente.»  Più che un pentimento, però, questa è una rassegnazione: consapevolmente, l’amante si presta al gioco per ottenere il pieno godimento dalla vita, anche se ciò non gli lascerà nulla (tot es niens). Qualche anno dopo la morte di Guglielmo IX, nelle stesse terre, tra tanti giullari che cantano vers sulla falsa riga di quelli visti precedentemente, uno pare distinguersi dagli altri, sia come stile che come contenuto delle sue liriche. Si chiama Marcabru: di lui poco si sa, e pure quel poco è incerto. Un anonimo biografo, nel XIII secolo, pone questa breve notarella a introduzione delle sue poesie: «Marcabru era della Guascogna, figlio di una povera donna di nome Marcabruna, così come disse nel suo cantare: Marcabru, figlio di donna Bruna fu messo al mondo sotto tal luna che sa come l’amore distrugga, Ascoltate! per cui non amò mai alcuna        né da nessuna donna fu mai amato. Fu uno dei primi trovatori che uomo ricordi. Fece vers cattivi e cattivi sirventesi, e disse male delle donne e dell’amore.» Ecco che Marcabru ci viene subito presentato con caratteristiche brutalmente opposte rispetto a quelle di Guglielmo IX: come dicono i suoi stessi versi, è colui che mai ha amato e mai è stato amato, colui che – aggiunge il biografo – ha scritto cose terribili contro l’amore e contro le donne.  In effetti, i versi di Marcabru sono caratterizzati dall’invettiva violenta e feroce contro i vizi che sembrano propri del suo tempo, nonché da uno stile linguistico e sintattico talmente difficile da non essere mai pienamente comprensibile.  Si scaglia contro i mariti infedeli che sono sempre alla ricerca di avventure galanti [traduzioni mie]: > «Questi lo sa Marcabru chi sono, > ché non son celati a lui coloro > che da gelosi si fan puttanieri; > i vili inganni e gli stratagemmi > mettono le nostre mogli in pericolo.» > «Mariti, i migliori del mondo > sareste, ma ciascun di voi vuol far l’amante, > e ciò vi confonde, > e son sul cammino le fiche, > perciò la gioventù ha sfacciato coraggio > e voi, per ciò, siete solo chiamati cornuti.» Con parole dure e con uno stile complesso, Marcabru deride con cruda ironia tutti quegli uomini che, come Guglielmo IX, inseguono i loro desideri carnali (“son sul cammino le fiche”) non curandosi della morale e del sacramento del matrimonio a cui sono legati. La derisione parte dal rovesciamento grottesco dei ruoli: coloro che cornificano, sono a loro volta destinati a diventare cornuti a opera di giovani più sfrontati di loro. Per questo, questi uomini sono costretti a dilaniarsi in un doppio atteggiamento: da una parte la gelosia nei confronti della moglie, dall’altra il desiderio di possedere le altre (“che da gelosi si fan puttanieri”).  In queste invettive, come anticipa la nota biografica, non sono certo risparmiate le donne, che si prestano a questo gioco perverso di cornificanti e cornuti [traduzioni mie]: > «Non posso affatto trovar donne > che scambino il puro affetto > e che davanti o a conoscenza di tutti > non abbian perso la lor vergogna, > sì che la men sfrontata > l’ha lasciata cadere in un angolo.» Ma, al contrario di quanto afferma la notarella, sarebbe un errore considerare Marcabru solamente come maldicente generico. Le sue feroci invettive hanno un bersaglio chiaro: coloro che si abbandonano ai piaceri carnali fini a sé stessi, abbandonando l’amore puro. Si trova, in effetti, nella poesia di Marcabru, la dicotomia tra quella che lui chiama fals’amistat e il fin’ amors. Con fals’amistat, Marcabru intende, in poche parole, la passione carnale che già abbiamo visto cantata da Guglielmo IX: una falsa amicizia che non solo lascia il vuoto ovunque passi, ma che viene spesso confuso con l’amore effettivo, insozzandone il nome. Questo peccato giustifica ampiamente, nella mente del poeta, la ferocia della sua denuncia: > «Fin quando la gioventù era il padre > del secolo e l’amor puro la madre, > fu la virtù mantenuta > sia in privato che in pubblico, > ma or l’hanno avvilita > duchi, re e imperatori.» Proprio coloro che dovevano essere i migliori, come Guglielmo IX, hanno avvilito la virtù, rinnegando l’amore puro sia privatamente che pubblicamente, con canzoni celebrative della loro vergogna. Ma questo amor puro, cosa sarebbe, dove risiede?  «L’amore che io qui mostro è nato da una nobile stirpe nel luogo dov’è cresciuto: è chiuso da rami rigogliosi, protetto da caldo e freddo, così che gli estranei non possano rubarlo. “Desiderato” in luogo di “Desiderante” ha nome chi vuol prendere amore da lì.» Un amore nobile di nascita, che risiede in un luogo rigoglioso, al riparo dalle intemperie del mondo sensibile: un richiamo, forse, al giardino dell’Eden? Un amore, dunque, benedetto da Dio stesso, con Adamo ed Eva come genitori, che fa sì che chiunque ne sia ispirato, smetta di abbandonarsi ai suoi desideri carnali, ma diventi egli stesso oggetto di desiderio. Un amore, dunque, che prende i connotati spirituali, direi mistici, che sembrano addirittura riecheggiare il pensiero di San Bernardo di Chiaravalle, secondo il quale l’amore, rivolto verso Dio, non può certo partire da un desiderio univoco, ma colui che desidera deve essere a sua volta desiderato. Qui, dal settimo dei sermoni al Cantico dei Cantici:  > «Ama pertanto castamente colei che cerca colui che ama, non le cose di lui. > Ama santamente, perché non nella concupiscenza della carne, ma nella purità > dello spirito. Ama ardentemente colei che è così inebriata dal suo amore, che > non pensa alla maestà dell’amato». Ecco che, dalla violenza verbale di Marcabru, viene fuori quel concetto di fin’amors, o amore puro, contrapposto allo sfrenato erotismo che pareva, al poeta, affliggere le corti dell’epoca. Vediamo, dunque, come la contrapposizione tra corpo e spirito fosse già presente e viva sin dagli albori della nostra poesia moderna, e come già presentasse, al suo interno, problemi che ci affliggono tutt’oggi: da una parte Guglielmo IX, che deve fare i conti con il senso di vuoto e di isolamento a cui la sua esistenza lo condanna; dall’altra Marcabru, che vorrebbe calare una parte di perfezione dell’Eterno nella corruzione dell’Età, e non riuscendovi si chiude in una sdegnosa solitudine. Approcci opposti, medesimo tormento. Nicolò Bindi *In copertina: “La vista”, un arazzo dal ciclo “La dama e l’unicorno”, XV secolo L'articolo “Disse male delle donne e dell’amore”. Amanti forsennati & cornuti: l’epopea dei primi trovatori proviene da Pangea.
April 13, 2026 / Pangea
Il poeta a brandelli. Vladimir Majakovskij, o del delirio d’amore
Vasilij Kamenskij, poeta futurista, “esuberante pioniere del volo”, ossessionato dalla velocità, scrive che “Majakovskij desiderava recitare i suoi versi in groppa a un elefante”. Immagine perfetta per indicare l’indole di ‘Vlad’: domatore di belve, istrione, allo stesso tempo Mangiafuoco e Minotauro. Le memorie di Kamenskij, reduce di un’epoca inimmaginabile, uscirono nel 1940: il poeta, sfiancato da un incidente, “afferma con ottimismo straziante di avere ancora vent’anni” (Angelo Maria Ripellino); Majakovskij, il genio per sempre giovane, era morto dieci anni prima.  Poeta-agitatore, poeta-poligrafo, poeta-titano, Majakovskij va avvicinato, per piglio politico ed estro erotico, a Gabriele d’Annunzio più che a Filippo Tommaso Marinetti. Il Futurismo di Majakovskij – epico e ‘panico’ nella sua matrice intima – ha a che fare con La pioggia nel pineto più che con Zang Tumb Tumb; la sua Fiume fu la Rivoluzione russa; la delusione per gli esiti, esiziali, fu roboante: nel 1919 i Soviet impedirono al Kom-Fut (il “Collettivo comunista-futurista”) di consolidarsi in partito; due anni dopo, Lenin in persona intimò alla casa editrice di stato (l’unica ammessa, la Gosizdat) di limitare le pubblicazioni di Majakovskij “non più di due volte l’anno e in non più di 1500 copie”. È vero: Majakovskij fa paura, rivolta il peana di partito in ruggito; Majakovskij va urlato, va suonato, va cantato – lo ha fatto, ad esempio, il Teatro degli Orrori di Pierpaolo Capovilla, nell’album A sangue freddo, era il 2009 –; Majakovskij inaugura rivolte, anche i suoi slogan – a proposito di D’Annunzio… – preludono all’urlo, sovvertono i luoghi verbali comuni.  Un tempo, mistificandolo, lo si riteneva “un poeta… al megafono” (copy Eugenio Montale), non proprio un complimento: Editori Riuniti stampava le sue Opere in otto volumi. Da tempo, grazie al lavoro di Paola Ferretti, sappiamo che “Il furore del Majakovskij poeta d’amore non è scorporabile da quello del Majakovskij poeta della rivoluzione” (in: V. Majakovskij, Poesie d’amore 1913-1930, Einaudi, 2023). In particolare, Di questo (Einaudi, 2025) è l’Everest della poesia ‘amorosa’ di Majakovskij. Il poema fu scritto a partire del dicembre del 1922: la mitologica amante, Lili Brik, aveva imposto al poeta un diktat: non si sarebbero visti per un paio di mesi. Majakovskij riscattò il delirio d’amore in versi di esuberante potenza: lui, il leone dei poeti russi, si dice “scoiattolo poetico”; il tema d’amore, che “tutti gli altri eclissa”, che “intenebra il giorno”, lo assale, lo azzanna, “mi accoltella alla gola”. Quando Lili decise di rompere il veto, invitò Majakovskij ad accompagnarla a Pietroburgo. È il 28 febbraio del 1923. Majakovskij recitò a Lili il suo poema, in treno: lei lo sigillò con il pianto, apollineo. La sera ululava, fuori dai finestrini – i due, di nuovo uniti, ulularono.  Si erano conosciuti sette anni prima, nel 1915, amandosi tra foia e fobia. Lili, “la musa dell’avanguardia russa” (copy Pablo Neruda), più audace che bella, cresciuta nei ranghi di una ricca famiglia ebraica, suonava il pianoforte, parlava con destrezza francese e tedesco, faceva l’attrice, fece perdere la testa a molti. Aveva sposato Osip Brik nel 1912: il marito accettava di buon grado i suoi tradimenti. La sorella, Elsa – sposatasi incidentalmente con un ufficiale francese, André Triolet – farà coppia fissa con Louis Aragon, dominando, di fatto, per un trentennio, la cultura francese (fu la prima donna a vincere un Goncourt).  Di questo piacque, tra gli altri, a Carmelo Bene: ne lesse alcuni brani nel mirabile Spettacolo-concerto Majakovskij ideato nel 1960; ampliato nei testi e negli autori, andò in onda su Rai 2 e Rai 3 nel 1977 come Bene! Quattro diversi modi di morire in versi. L’“ufficio stampa della Rai” pubblicò per l’occasione un “libretto” introdotto da Angelo Maria Ripellino: la poesia di Majakovskij, a suo dire, “è tutta un groppo di nervi, si aggrinza per smorfie di raccapriccio”, alternando “scoppi di roso… a singhiozzi e fiotti di lacrime”.  Intorno ai versi 690-700 del poemetto (p.45 dell’edizione italiana) c’è un ragazzo che si uccide per amore. “Fino a che punto/ mi somiglia!”, sussulta il poeta. Il biglietto d’addio improvvisato dal tizio (“Io muoio…/ Addio…/ Non incolpate nessuno”) ricorda terribilmente quello scritto, sette anni dopo, da Majakovskij: “Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi”.  Nel suo studio su Majakovskij (un tempo edito da il Saggiatore), Viktor Šklovskij scrisse che il poeta “era un uomo fortissimo”, scrisse che agli occhi di tutti era “l’eterno vincitore”. Eppure, si rivelò il poeta più fragile, di vitrea onnipotenza. “Nel caricatore c’era una sola pallottola. Non ci fu un amico abbastanza premuroso da togliere quella pallottola, da andare a trovare il poeta, da telefonargli”, scrisse Šklovskij, incolpando se stesso, incolpando un’intera generazione. Alcuni dissero che Majakovskij si era ucciso per colpa di Lili. “Lili, amami”, scrive Vladimir nel biglietto definitivo. Lili era a Berlino; da tempo il poeta frequentava la giovanissima – e gelosissima – Veronika. Boris Pasternak, anni dopo, disse che “Majakovskij si è sparato per orgoglio, per aver condannato qualcosa in sé o attorno a sé”; all’impronta, in quell’aprile mai così grigio del 1930, abbozzò una poesia, Morte d’un poeta, dalla chiusa leggendaria: “Il tuo sparo fu come un’Etna/ in un pianoro di vigliacchi”. Con la morte di Majakovskij muore l’epica della Rivoluzione russa.  Majakovskij era ossessionato dall’immortalità. Verso il finale di Di questo – un poema che è, in fondo, un esorcismo: imita Oscar Wilde e tende a Puškin per volgersi agli sciamani siberiani – il poeta implora, per tre volte, “Risuscitami”, “Risuscitami” perché “la voglio vivere tutta, la mia quota!”; parlava a viso aperto al XXX secolo. Roman Jakobson ricorda che Majakovskij era affascinato dalle teorie di Einstein e dalle nuove, spaventose, scoperte della scienza:  > “allora con un’ostinatezza ipnotizzante, che certamente è nota a tutti quelli > che hanno conosciuto più da vicino Majakovskij, il poeta disse, serrando le > mascelle, ‘Io sono assolutamente convinto che la morte non ci sarà. I morti > saranno risuscitati’”.  Le fotografie del suo cadavere, di cinematografica bellezza – viso in sempiterno splendore, una floreale macchia rossa, non troppo vasta, sul petto –, finirono per diventare un simbolo. Fu sepolto a Mosca, il poeta; i funerali finirono per essere un evento, l’ennesima messa in scena: vi parteciparono quasi duecentomila persone. Più che alle folle, tuttavia, Majakovskij parlava alle stelle – anche questo ricordano i suoi amici. Per questo continuiamo a leggere i suoi versi, ribelli all’era delle passioni tenui, delle passioni tristi: per addestrare un cuore-toro, un cuore mohicano.  * Da Di questo L’ultima morte Con piú scrosci                       di un rovescio, piú vigore di un tuono, ciglio                            a ciglio, all’unisono, da tutti i fucili,                  da tutte le batterie, da ogni Mauser e da ogni Browning, da cento passi,                             da dieci,                                            da due, a bruciapelo,                        una scarica via l’altra. Tirano fiato un momento e ancora spargono piombo. Per lui è la fine!                         Il piombo è in cuore! Che non ci sia neppure un brivido! Alla fin fine                        – tutto ha fine. Perfino i brividi. Ciò che è rimasto Compiuto è il massacro.                                          Gorgoglia gaiezza. Gustando i dettagli, si sperdono lenti. Solo, sul Cremlino,                                  brindelli di poeta scintillano al vento – rosso vessillo. Il cielo,                come un tempo,                                             è trapunto di lirica. Riguarda                  stupito l’ammasso di stelle – l’Orsa Maggiore trovatoreggia. Perché? Tra le regine di poesia                                          sgomita? Col mestolo-arca,                                  lungo ere-Ararat, nel cielo del diluvio,                                     Maggiore, trascinami! A bordo                              della nave spaziale,                                                                     da fratello dell’orsa, rintrono il creato di versi. Presto!                 Presto!                                 Presto! Nello spazio!                        Lo sguardo piú fisso! Il sole irraggia i monti. I giorni dalla banchina sorridono. Da Vladimir Majakovskij, Di questo, a cura di P. Ferretti, Einaudi, Torino 2025. L'articolo Il poeta a brandelli. Vladimir Majakovskij, o del delirio d’amore proviene da Pangea.
October 13, 2025 / Pangea
“Il tuo cuore ha bisogno del chiaro di luna per liquefarsi”. Virginia & Vita, o dell’amore assoluto
«Era molto bella la lettera che hai scritto alla luce delle stelle a mezzanotte. Scrivi sempre a quell’ora, perché il tuo cuore ha bisogno del chiaro di luna per liquefarsi», così scrive Virginia Woolf in una lettera a Vita Sackville-West, il 7 ottobre 1928, e continua:  > «Il mio invece si strugge alla luce del gas, e sono solo le nove e devo andare > a letto alle undici. Così non dirò niente, non una parola del balsamo che eri > per la mia angoscia […] Come ti guardavo! Come mi sentivo – già, come > descriverlo? Bè, da qualche parte ho visto una pallina che continuava a > saltare su e giù sul getto di una fontana: tu sei la fontana, io la pallina. È > una sensazione che mi dai solo tu».  Un secolo fa, Vita e Virginia si facevano immagine d’un amore unico: la pallina che salta su e giù, sospinta dal mobile getto della fontana, esprime un’attrazione irresistibile. Quella pallina, metafora del piacere che volteggia sull’acqua, ci fa volare, come l’epistolario che ne deriva, tra i grandi canzonieri d’amore del Novecento. Un carteggio di oltre cinquecento lettere, scambiate dal primo incontro (1922) e fino alla morte di Virginia (1941), antologizzate in Italia nel testo tradotto da Nadia Fusini e Sara De Simone: Scrivi sempre a mezzanotte. Lettere d’amore e desiderio, a cura di Elena Munafò. Virginia e Vita si scrivono continuamente, per quasi vent’anni; si scrivono per darsi un appuntamento, per scusarsi o rimproverarsi, ma soprattutto per capirsi, essere vicine, una accanto all’altra, attraverso le parole, i soprannomi, le metafore, i silenzi intermittenti in cui esplode la mancanza. Qui è Vita ad urlare con passione:  > «Sono ridotta a una cosa che desidera Virginia. Stanotte avevo composto per te > una lettera bellissima, nelle ore insonni, piene di incubi, ma è tutta > sparita: mi manchi e basta, in un modo piuttosto semplice, disperato, umano. > Tu con tutte le tue lettere intelligenti, non scriveresti mai una frase così > elementare […] mi manchi più di quanto potessi credere […] questa lettera è > solo un grido di dolore. È incredibile quanto tu sia diventata essenziale per > me. Immagino che tu sia abituata a sentirti dire cose del genere dalle > persone. […] Non riuscirò a farmi amare di più da te, scoprendomi fino a > questo punto – ma tesoro mio, non posso essere furba e distaccata con te: ti > amo troppo per farlo» (21 gennaio 1926). Se Virginia nuota nelle acque dell’intelletto, in quel convento che è Monk’s House, dove condivide un’austera intimità con Leonard, in un patto reciproco di rispetto e solidarietà, Vita naviga nella vita a vele spiegate, è sgargiante nei colori e nel temperamento, posseduta dal demone erotico. È moglie di un ambasciatore, Harold Nicolson, lo segue nei suoi viaggi, con disinvoltura organizza ricevimenti. Ed è anche madre. Detto altrimenti: è una donna reale, vera, concreta, mentre Virginia è una creatura fantastica, che vive nei suoi sogni e nei suoi scritti. Virginia rappresenta per Vita l’ignoto: non ha mai incontrato una simile bellezza spirituale, eterea, fragile, dolcissima, le mani affusolate e la mente luminosa, trasparente, di cristallo. Una bambina, malgrado abbia dieci anni più di lei (quando si incontrano, Vita costeggia la trentina, Virginia la quarantina). Virginia scrive divinamente, vuole innovare il romanzo, lavora nella sua casa editrice, la Hogarth Press, litiga con la mitologica Nelly, la cameriera. La sua personalità, così ricca e geniale, affascina Vita e la turba al contempo. In Virginia tutto è pallido e virgineo. Vita capisce che va trattata con riguardo e, soprattutto, con riguardo materno, quello che Virginia ha sempre cercato e che ora, con Vita, tocca fino alle stelle. Quella sarà la chiave sublime del loro legame d’amore, di cui le lettere sono una preziosa testimonianza.  L’abbraccio materno e virile con cui Vita la stringe a sé, fa volare Virginia, libera la sua mente (non a caso, dopo il loro incontro, nasceranno i suoi capolavori: Al faro, Orlando, Le onde), scioglie il suo corpo.  Quando incontra Vita, Virginia conosce per la prima volta nella sua vita la vera passione e, dopo una certa resistenza – come scrive Quentin Bell, suo nipote e biografo – se ne lascia attraversare, con meraviglia e gratitudine. Dal canto suo, Vita tenta di contenere il fervore carnale, il marmo di cui è fatta la sua sostanza, potremmo dire, temendo di spezzare il cristallo della donna che ama. Le due si incontrano nella loro terra di mezzo, dove permangono, insieme, fino alla morte di Virginia, in un amore eterno e poetico, un legame che, nelle complessità della vita, si è fatto parola, lettera, letteratura. Anche quando la relazione fisica finirà, non morirà il loro amore, eternizzato nelle lettere e nelle pagine di Orlando, lo straordinario romanzo che Virginia dedica a Vita, trasformandola in un personaggio immortale (che nasce maschio nel Cinquecento e diventa femmina nel Settecento), trasportando l’esperienza dei loro sentimenti in un’interrogazione profonda eppure ironica, sul senso ultimo dell’amore. Quando Vita lo lesse, comprese che nessuno l’aveva mai posseduta, cioè colta, così a fondo, nella sua più intima verità: «Tesoro, sono così sopraffatta che non ho idea di come tu abbia potuto […] mettere una veste così splendida su una stampella così modesta» le scrisse l’11 ottobre 1928. Mentre cadono le bombe della Seconda guerra, dalle loro rispettive residenze di campagna, Vita e Virginia si scrivono, si sostengono a vicenda, la loro candela non si spegne: «Che dire – se non che ti amo e vivrò questa strana calma serata pensando a te che sei lì da sola […] Mi hai dato tanta felicità» scrive Virginia il 30 agosto 1940, e Vita risponde il primo settembre:  > «Tesoro, quanto mi ha commossa la tua lettera stamattina. Mi è quasi caduta > una lacrima dentro l’uovo in camicia. Le tue rare dimostrazioni d’affetto > hanno sempre avuto il potere di emozionarmi moltissimo e – siccome suppongo > che in questi giorni siamo tutti un po’ tesi […] – oggi mi arrivano in > picchiata, dritte al cuore, come un proiettile che sbatte sul tetto. Ti amo > anch’io. Lo sai». Dalle ultime lettere emerge in filigrana una certa nostalgia, il bisogno continuo di ricordare e sottolineare quanto sia importante il filo che le lega, come se sentissero la morsa del tempo che incalza sulle loro vite… «mi sento sempre in contatto con Vita. […] non riuscirai mai a disfarti di me – mai. Neppure per un secondo mi sono sentita meno legata a te» scrive Virginia il 12 marzo 1940. «Su che piolo sto, sulla tua scala?» le aveva chiesto tempo addietro e la risposta di Vita non aveva lasciato spazio ad alcun dubbio: «Adorata Virginia, sei su un piolo molto alto – sempre – (25 agosto 1939).  Vogliamo ricordarle così: in cima alla scala del loro amore, su quel piolo molto alto, mano nella mano, verso quella luce che ancora oggi le fa risplendere – e ci riscalda. Marilena Garis L'articolo “Il tuo cuore ha bisogno del chiaro di luna per liquefarsi”. Virginia & Vita, o dell’amore assoluto proviene da Pangea.
March 26, 2025 / Pangea