Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli]
erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici
chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era
accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò
e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. (Lc
24,13-16)
> “Essi sono malati della sua assenza”.
>
> (Michel de Certeau, I pellegrini di Emmaus, Cittadella, 2009)
Come ci si ammala Signore della tua assenza? Come si arriva a camminare verso
Emmaus, quindi in piena fuga, tentando di mettere distanza tra noi e la tua
figura, senza riuscire però a liberarci di te? Perché in qualche storia rimani
impigliato e in altre, invece, sembri passare senza lasciare la minima traccia?
Sono gli incontri che abbiamo fatto, la disponibilità che abbiamo concesso o sei
tu, tu che eleggi qualcuno a tua preda e decreti che il suo destino è stare nei
tuoi artigli? Tu che rapini con un amore così violento da far paura, tu che
passi e cogli dei pescatori inermi trasformandoli in pesci e li trascini nella
tua rete, a dare la vita per te e con te… Tu che chiami qualcuno e non altri.
Cammino ancora, sospeso tra queste domande e la paura che un giorno possa
scoprire che il mio cuore non è più ammalato della tua assenza. Cammino e
ringrazio chi continua a costringermi a parlare di te.
I due di Emmaus discutono, conversano, ὁμιλεῖν, dice il testo, “omelie”, solo
chi è malato della tua assenza dovrebbe parlare di te? La predica non come
terapia ma come virus, parole che infettano la nostra tranquillità, lame che
riaprono ferite, che impediscono la cicatrizzazione, arpioni a riportare nei
pressi del Calvario. L’esperienza della Resurrezione chiede di tornare a
morire.
*
> “Sono troppo assorbiti da ciò che hanno perduto, per vedere il dono che hanno
> davanti. Sono troppo abitati dal volto di colui che hanno amato, per scoprirlo
> in quest’altro volto”.
Troppo assorbiti da ciò che hanno perduto. Troppo abitati da un volto che, per
amore, abbiamo delineato con eccesiva esattezza. Altra diagnosi impietosa
Signore, micidiale. Ci sono momenti nella vita di fede in cui tutto sembra
perfetto, il sogno corrisponde alla realtà e la realtà rimanda al sogno, nessun
dubbio che sia il Tuo volto quello che ci viene incontro, quello di cui
parliamo, quello che adoriamo. Certezze. Poi succede che tu ti avvicini davvero,
con altri connotati, e tutto va in frantumi. Perché non vogliamo riconoscere che
Tu sia diverso. O non ci riusciamo. In quel momento possono accadere diverse
cose, possiamo andare in frantumi anche noi, macerie tra le macerie, e non
ritrovarci più. Oppure possiamo insistere nel rimettere insieme i pezzi del tuo
ricordo andato in frantumi, strisciare come mendicanti a salvare il salvabile
perché “quello era il tuo volto” ed è impossibile che sia tutto finito. Non
parlo per astratto Signore, tu lo sai, tentazione vera è stato credere che tu
fossi presente dove io volevo metterti, che tu rispondessi ai miei progetti, e
così, cercando di ricostruire il tuo presunto volto perduto non mi accorgevo del
volto nuovo, inedito, anche scandaloso, che mi camminava accanto. Emmaus sei tu
che modifichi i tuoi connotati, Emmaus è la nostra resistenza, la paura che ci
abita, il senso di ingiustizia che ci prende quando siamo chiamati ad accettare
che Tu, per fortuna, non rispetti i confini dogmatici entro cui ti avevamo
confinato. Sempre questione di luoghi che diventano sepolcri, sempre
resurrezione in atto, Tu sei altrove, svuoti, il tuo volto è diverso e brucia
ammettere che noi, sinceramente, vorremmo che tu fossi un Dio malleabile, dolce,
arrendevole. Invece indurisci il volto e ci costringi alla Passione.
Diego Velázquez, Cena in Emmaus, 1618
*
> “«Sì veramente tu sei un Dio nascosto»: più tu ti avvicini, più tu ci
> sconvolgi; più riveli la tua grandezza scendendo al nostro fianco, più ci
> superi domandandoci un distacco da noi stessi…”
Un Dio nascosto anche quando ti riveli. Un Dio nascosto soprattutto quando ti
riveli. Un Dio pericoloso quando ti avvicini, perché avvicinandoti sconvolgi, un
Dio che superandoci chiedi un distacco da noi stessi. Un Dio misterioso e
fastidioso, come certi maestri che non si accontentano di insegnarci la vita,
come certi amori che non ci lasciano in pace, come la vita quando decide di non
lasciarsi addomesticare. Quante persone ho visto implorarti Signore (e io con
loro), ti chiedevano di essere chiaro, di dire cosa volevi dalle loro vite, ti
avrebbero obbedito ciecamente, dovevi solo essere esplicito. Comandare. Avevano,
avevamo bisogno di un ordine oggettivo da rispettare. Tu invece ti sei nascosto,
tu continui a nasconderti. Chi crede di averti afferrato, di esserti ubbidiente
alla lettera genera inferni. Tu sfuggi dalla pretesa di chi non vuole fare i
conti con la propria libertà. Emmaus è il Dio che quando si avvicina sconvolge
perché coinvolge. Emmaus è il Dio che raggiunge, affianca, supera, scompare, è
il Dio che si fa intimo e che si separa, è il Dio che chiede a noi un distacco
da noi stessi. Se tu fossi solo un ordine da eseguire, un ruolo da rispettare,
una legge da osservare non saresti vivo. E incarnato. E in noi. Tu vuoi che ci
stacchiamo da noi stessi, dall’idea granitica che ci siamo fatti di te, da ciò
che ci illudiamo di aver capito, da ciò che la gente si aspetta da noi… perché
vuoi abitarci. E la fede incarnata diventa davvero, sempre, un’altra cosa.
Emmaus è il Dio che chiede di abitarci.
*
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi
lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa,
gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è
accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che
riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti
a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo
hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi
speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono
passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle
nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo
trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di
angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla
tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i
profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella
sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte
le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse
andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il
giorno è ormai al tra- monto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e
lo diede loro. (Lc 24,17-30)
> “Egli apprende da essi ciò che sa già. Essi, raccontandosi a lui, nascono a
> loro stessi, alla loro verità davanti a lui, a ciò che egli ha già fatto in
> essi. La sua attenzione li crea e li rispetta: essi li genera alla “loro”
> esistenza, a questa via che viene da lui e che è un dialogo con lui”.
E infatti non convinci i tuoi amici, non li catechizzi: li abiti. O almeno ci
provi, ti proponi. Lasci che siano loro a parlare di te, e se prima parlavano di
ciò che era accaduto da malati della tua assenza, ora parlano di una relazione
che ha cambiato le loro storie tramutandosi in malati della tua presenza. Si
gioca tutto qui. Parlare di te solo come assente o arrivare a cercarti anche
come presente. Le due cose non si annullano, il rischio è quello di rimanere
solo nello spazio confortevole dei ricordi. Rileggere tutta la storia vissuta
ma, ancora più, tutta la storia universale riferendosi a Te, vivo, adesso.
Quello che accade è che, se tu sei respiro del nostro respiro, ogni cosa assume
una prospettiva totalmente nuova. Non è retorica, è cambio radicale di
paradigma. Emmaus è svelare la vocazione del Creato. Se ogni parola della
Scrittura si riferisce al Risorto, se ogni aspetto della vita è a Lui riferito
ecco che tutto è svelato, ogni atomo, ogni istante non è altro che inserito in
quel movimento di morte e resurrezione che Cristo ha manifestato. Emmaus è
aprire gli occhi sul movimento intimo del mondo. E quindi anche su noi stessi.
Noi siamo chiamati a morire, continuamente morire, per risorgere in Cristo, e
questo per il semplice fatto che anche noi siamo “riferiti” a Lui.
Solo così anche la prima chiamata dei discepoli non è solo uno strappo violento,
una pesca dolorosa, ma l’esplicitazione del destino che ogni vita custodisce.
Pescati per essere salvati.
Amare, questa parola così pericolosa e abusata, questo rischio e questa fonte di
incomprensione, questa malattia e questo delirio, amare non è altro che
accompagnare ogni cosa a scoprire di essere riferita a Cristo. Che ogni cosa
scorre verso di Lui, che ogni persona è chiamata a morire e risorgere in Lui.
Emmaus è una sfida, una provocazione, non si dà vero amore fuori da questa
traiettoria di salvezza. Solo in Cristo siamo davvero liberi. E questo si
spaventa. Solo chi è davvero malato di Lui può osare tanto.
*
> “Egli attende solamente la fine del nostro racconto e il termine della nostra
> storia per rivelarci chiaramente che egli è sempre stato là”.
Egli è sempre stato nella nostra vita. La Resurrezione non è qualcosa che sarà,
non è il lieto fine imposto dall’alto al fallimento della missione umana di
Gesù, l’abbiamo appena visto nel mistero della Pasqua, ma la comprensione di una
fedeltà, di un’alleanza di Dio alla nostra vita che non viene mai meno. Entrare
in questa logica cambia decisamente la nostra prospettiva sulla vita. Siamo al
mondo per incontrarlo, per fare esperienza che noi stessi non siamo nulla senza
di Lui, che fuori dalla comunione, dalla sua alleanza, semplicemente, moriamo.
Come suonano queste parole alle nostre orecchie? Sono promessa o minaccia, ci
sentiamo compresi o invasi? Viene in mente il fratello maggiore della parabola,
“tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo” (Lc 15,31), questo dice il
padre che qualcuno definisce misericordioso e che altri sentono come invadente.
Emmaus vuole spazio e tempo e un cammino, Emmaus è lo spazio che Cristo disegna
intorno ai suoi amici perché loro possano decidere di se stessi e del loro
rapporto con Dio. La vita non è altro che il tempo e lo spazio che ci è donato
per tentare di abitare l’intimità con il Signore e per decidere, giorno dopo
giorno, se abitare l’Alleanza con lui come una Grazia o come una maledizione.
Rembrandt, Cena in Emmaus, 1629
*
> “Alla sera di questo giorno, vogliono fermare presso di loro il sole”.
I due a Emmaus, nel cuore della notte, vogliono fermare il loro sole. Perché
sentono che senza di Lui loro stessi franerebbero in una notte oscura
impossibile da attraversare. Emmaus è un legame, la nostra vita di fede dovrebbe
essere un legame, ogni nostra relazione dovrebbe riflettere la luce dell’Unico
sole. Cristo si rende indispensabile. Si propone alla loro libertà, attende di
essere implorato. È una danza, si propone, si ritira, si mostra, si nasconde, si
avvicina, si allontana… è una danza, è un rischio, è una proposta, è una
seduzione. Emmaus è il racconto di un Dio così vivo da assumere i contorni
dell’amato. È il Cantico dei Cantici. È un Dio che abita il creato per farci
innamorare di lui. È un terribile rischio, è totalmente altro rispetto alla
caricatura che ci siamo fatti di Lui, “noi speravamo che fosse lui a liberarci”,
questo dicono ancora i nostri sogni disidratati e intanto Dio spera solo che
possiamo innamorarci di lui. Che decidiamo di non liberarci mai più della sua
presenza.
*
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro
vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore
mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti
gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore
è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo
la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24,31-35)
> “Il Creatore si riconosce da ciò che crea; il Salvatore si manifesta in ciò
> che salva. Tu sei il Dio vivente”.
Apparire, sparire, restare. Vederlo nei tratti dell’uomo di Nazareth, percepirlo
in questa danza che altro non è una liturgia fatta di parole e pani spezzati,
sentirlo presente ovunque, eternamente. Sentirsi presenti a lui. A questo Dio
che è Creatore perché parla attraverso il creato, perché è colui che crea e ci
ricrea grazie alla misericordia. Dio Salvatore perché in Lui ci salviamo dalla
disperazione, dal leggere la vita che viviamo come una lenta e imperterrita
discesa verso il buio dell’oblio. Dio vivente perché abita la vita, perché la
vita tutta diventa spazio per divinizzarci. Per lasciarci trascinare in Lui. Per
Cristo, con Cristo, in Cristo. Emmaus non è altro che una splendida definitiva
salvifica liturgia.
*
> “Non avremo altro da testimoniare se non le tue opere in noi. Ci fai tu stesso
> ciò che abbiamo da dire di te, mettendo già nelle nostre vite ciò che tu
> metterai sulle nostre labbra”.
Emmaus è il racconto di una conquista amorosa, è scoprirsi svuotati, è
arrendersi a Lui. Tutto scompare perché tutto ormai parla di Lui, e in questo
Tutto anche noi, strumenti nati solo per cantare la sua presenza al mondo. Nulla
abbiamo da costruire, nulla da dimostrare, nulla da conquistare, solo da
mostrare le Sue opere in noi. Se Dio ci ha amati, se Dio ha amato anche me e
continua ad amarmi, se Lui è più grande della mia miseria allora è vero che il
nostro destino è eterno sotto il segno della Sua promessa. Emmaus è il racconto
di uomini che finalmente comprendono che il senso del nostro essere vivi è solo
quello di testimoniare le Sue opere in noi.
Alessandro Deho’
Le citazioni sono tratte da: Michel de Certeau, “I pellegrini di Emmaus”,
Cittadella, 2009”
In copertina: Caravaggio, “Cena in Emmaus”, 1601-1602
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
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