> “Forse, io sono i racconti che ho ascoltato da bambino.”
>
> (Filippo Tuena, Tutti i sognatori)
È una Roma sospesa tra sogno e storia, tra ricordo e fotografia, quella che
Filippo Tuena, tra i più notevoli scrittori italiani contemporanei, ha fissato
in Tutti i sognatori, romanzo uscito nel 1999 (premiato con il Super Premio
Grinzane Cavour nel 2000), ora ripubblicato da Nottetempo in una versione
integrata con fotografie della capitale occupata e due testi in appendice.
Un’opera labirintica e anfibia, dove la cronaca della Resistenza durante
l’occupazione tedesca si intreccia alla storia privata di un gruppo di famiglia
con interno, travolto dalla violenza del secolo. Due dimensioni, narrativa e
documentale, storica e onirica, si alternano e si sovrappongono in una Roma che
è insieme scenario dechirichiano, con le sue piazze svuotate, gli interni
borghesi, le gallerie d’antiquario simili a cripte, e paesaggio piranesiano,
dove rastrellamenti, torture, le prigioni di via Tasso e le Fosse Ardeatine
emergono in tutta la loro oppressione claustrofobica, con freddo realismo e
talento visionario.
Tutti i sognatori racconta una Roma ascoltata prima ancora che ricostruita,
filtrata dalla memoria, dai racconti familiari, dalle voci dell’infanzia e del
passato. Tuena stesso ha indicato in quei racconti di guerra uditi da bambino
una delle matrici profonde della propria vocazione narrativa. E proprio questa
memoria sedimentata e collettiva è la materia impalpabile del testo oltre che la
sua chiave profonda. Il romanzo nasce infatti da una impostazione duplice che
mischia: da un lato fonti d’archivio, documenti, cablogrammi, dati e
testimonianze; dall’altro il sogno, l’aspetto interiore, la visione, la memoria
privata. Non è un semplice romanzo storico, né una cronaca sentimentale
dell’occupazione. È un testo di frontiera, collocato sulla soglia tra ricerca e
narrazione, dove il dato storico e la febbre immaginativa si fondono in una
sintesi destabilizzante e ammaliante.
Roma appare allora come una necropoli dalle molte anime. Da una parte c’è la
città riconoscibile, occupata dai nazisti tra il 1943 e il 1944, con la sua
geografia della paura, con la sua esattezza toponomastica, in cui si inscena la
danza delle ombre di spie, infiltrati, partigiani, tedeschi, fascisti
collaborazionisti, delatori e prigionieri. Dall’altra c’è una Roma mentale,
quasi metafisica, dove ogni gesto sembra annunciato da un presagio e ogni
personaggio cammina già dentro il proprio destino. È una città rosselliniana per
la concretezza della violenza, ma borgesiana per la sospensione, l’enigma,
l’immobilità sacra che precede la rovina e la infesta. Tuena però non scioglie
questi due registri ma li lascia coesistere, li costringe a riflettersi l’uno
nell’altro, fino a dissolverli in un mistero quasi hawthorniano, dove la guerra
e la memoria hanno la stessa consistenza del sogno.
Il centro narrativo del romanzo è la famiglia Bellingardi, borghese, di origine
elvetica, installata in un’enclave che ancora crede possibile una forma di
neutralità separata, protetta dall’autorità svizzera e dalla propria condizione
sociale. La croce elvetica sulla porta, gli interni appartati, le abitudini
familiari, gli oggetti d’arte, tutto sembra comporre una piccola montagna
incantata immune dalla guerra. Ma questa illusione si sgretola presto. La storia
entra nella loro vita come un fantasma o un sortilegio. Basta l’arrivo di un
ufficiale tedesco, una minaccia, un nome pronunciato a bassa voce, perché il
mondo custodito dai Bellingardi venga attraversato dalla stessa violenza che
devasta la città.
Dentro questo spazio si muovono Maria e Luca. Maria, figlia dei Bellingardi,
appartiene alla dimensione del sogno, dell’immaginazione, dell’altrove è una
giovinetta con tutta la vita davanti. Luca è un giovane antiquario,
collaboratore del padre di lei, educato al bello, agli oggetti di lusso, ai
quadri, alle cose rare. Il loro rapporto non è meramente sentimentale: è il
pretesto in cui Tuena mette alla prova due modi diversi di intendere la
bellezza. Per Maria la bellezza diventa visione, estraneazione, sopravvivenza
interiore. Per Luca, invece, nasce come desiderio di possesso, come rapporto
fisico con l’opera, con la mercanzia sublime del passato, con gli avanzi di una
civiltà antica di cui brama il fascino e il fato. Ma la guerra trasforma questa
educazione estetica nell’anticamera della sua ribellione.
Il percorso di Luca è uno degli snodi più forti del libro. Egli si muove
inizialmente in una Roma patrizia che lentamente si spoglia della bellezza
custodita nei salotti, nelle gallerie, nelle case nobiliari, nei depositi
d’antiquariato per le urgenze della guerra. Vive tra specchiere veneziane,
statue, mobili, arredi, oggetti carichi di fascino. Sembra appartenere
interamente a quel lusso residuale, a quella civiltà di resti e di forme. Ma
l’occupazione nazista gli rivela che non si può amare davvero la bellezza
restando indifferenti davanti a ciò che la distrugge. La sua adesione alla
Resistenza non nasce però da un sistema ideologico, né da un romanticismo
politico. Nasce da una ferita personale, da una questione privata ed estetica.
In questo senso Tuena mostra come pochi che in verità “le motivazioni di chi si
ribella sono sempre personali”. Le azioni degli uomini non hanno simpatia per
l’ordine fisso, per gli schemi ideologici e le mitologie politiche, ma sono
mosse dalle intermittenze del cuore, dalla fantasia della storia. L’autore
pertanto pur non abdicando alla propria vocazione civile, sceglie di non
subordinare mai ad essa la sua concezione della scrittura come viaggio verso
l’ignoto e ricerca di quella complessità che solo la letteratura sa cogliere. È
questo il cuore morale del libro. Luca diventa un cane sciolto, un guerrigliero
indipendente, non perché abbia aderito a una dottrina, ma perché ha riconosciuto
nella violenza fascista e nazista una forza capace di deturpare il mondo e la
bellezza. È in questo come il Milton di Fenoglio o il Generale della Rovere di
Rossellini, non un monumento di valore e valori, ma un uomo vero in carne e ossa
che sceglie da che parte stare fino all’estremo sacrificio per mano dei
nazifascisti. Per altri la Resistenza potrà nascere dalla giustizia, dalla
libertà, dalla pietà, dall’amore. Per lui nasce dalla bellezza. E proprio per
questo non è meno autentica, ma anzi è concreta, personale, carnale, e per
questo più aderente alla sua natura.
L’opera affronta così la Resistenza non come monumento già compiuto, ma la
ricostruisce nella sua materia incerta, individuale, contraddittoria. Ci sono
diverse bande partigiani e diversi fiancheggiatori, figure positive e negative,
c’è soprattutto l’ambiguità del reale e del suo strano enigma. Ciò non
diminuisce il valore della lotta partigiana nella guerra civile, ma al
contrario, lo rende più vera. La grande storia nasce infatti da ragioni private,
fragili, talvolta confuse e accidentali, ma non per questo meno assolute. È lì
che l’epica smette di essere un programma ideologico e diventa esperienza capace
di mostrare che solo ciò che è ordinario mantiene quello che lo straordinario
promette.
Allo stesso tempo la trama segue il progressivo crollo dell’illusione di
neutralità. Roma non permette di restare spettatori. La famiglia Bellingardi
scopre che la neutralità in cui si era rinchiusa è solo un autoinganno destinato
a consumarsi. In una città dove il ghetto ebraico viene rastrellato, dove via
Tasso inghiotte i prigionieri, dove le Fosse Ardeatine raccolgono i corpi della
rappresaglia, nessuno è davvero fuori dalla guerra. Anche chi sogna viene
raggiunto. Anche chi commercia bellezza viene chiamato a decidere.
Maria attraversa questa rivelazione in modo diverso da Luca. Lei sogna perché il
reale è insufficiente, perché la morte non chiude tutto, perché l’amore continua
a cercare una forma anche quando la storia lo spezza. In questo personaggio
Tuena deposita uno dei nuclei più profondi del romanzo: il sogno come
sopravvivenza, come comunicazione con l’assente, e forza che sfugge al controllo
razionale e proprio per questo travalica la vita. I sogni riescono a costruire
ponti con l’altrove.
Lo stile obbedisce a questa duplicità. È asciutto e visionario, documentario e
lirico, burocratico e magico. Tuena, infatti, alterna narrazione, inserti
storiografici, materiali da dossier, memoria familiare, cronaca, fantasia. Il
risultato è un montaggio visionario in cui la pagina procede come una camera
oscura in cui i fatti storici vengono impressi dalla luce instabile della
memoria. La lingua non cerca l’enfasi o la drammaticità a tutti i costi ma anzi
nei momenti più duri resta fredda, quasi trattenuta. Ed è proprio questa
freddezza a rendere più intollerabile l’orrore, a renderlo vero. Le Fosse
Ardeatine, la repressione, la tortura, la violenza fascista e tedesca non
vengono amplificate, ma accadono, e la loro nuda fattualità basta a generare
sgomento.
In questo senso Tutti i sognatori occupa un posto essenziale nell’opera di Tuena
presentandosi come il suo principale libro di transizione. Guarda ancora al
fantastico, al sogno, all’irrealtà, alla dimensione visionaria che attraversa
una parte della sua narrativa; ma anticipa con chiarezza il Tuena successivo,
quello della narrazione documentale, dell’archivio, del montaggio, della storia
ricostruita attraverso frammenti, testimonianze, fotografie, resti. Qui l’autore
sta nel punto di passaggio tra invenzione e documento. Non rinuncia alla trama,
ai personaggi, all’amore, al destino di testi straordinari come Il volo
dell’occasione; ma già sente che la letteratura deve misurarsi con ciò che è
accaduto davvero, con ciò che resta nelle carte, nelle lettere, nelle
fotografie, nei verbali, nelle memorie, come nel successivo Le variazioni
Reinach.
Il libro, perciò, non è soltanto una “lettera d’amore a Roma” durante
l’occupazione nazista, anche se lo è in modo evidente. È una meditazione sulla
memoria come materia viva e instabile. Tuena lavora pertanto nella zona in cui
ricordo e archivio si correggono, si contraddicono, si accendono a vicenda. La
sua Roma non è soltanto quella verificabile delle date e dei luoghi, ma nemmeno
una città puramente letteraria. È un luogo metafisico in cui il sogno emenda la
precisione della storia definendo un’atmosfera sospesa che permettere di
cogliere la verità della storia e della letteratura. E nel farlo ricorda la
sublime distanza e l’intima e segreta partecipazione con il mistero dei migliori
quadri di Fabrizio Clerici (pensiamo alla quiete sospesa e ctonia del Sonno
romano o all’incombente presagio di fatalità di Latitudine Bocklin) e di De
Chirico.
Anche il titolo si apre così in più direzioni. Sono sognatori Maria, Luca, i
Bellingardi, i partigiani, i morti, i vivi, gli ingenui, gli illusi, gli uomini
che credono ancora di poter restare separati dal proprio tempo e quelli che
credono di cambiarlo. Ma sognare non significa solo fuggire. Può voler dire
vedere ciò che il giorno nasconde. I sogni di Tuena sono ambigui, potenti,
appartengono all’infanzia e alla morte, all’amore e alla politica, alla memoria
e alla profezia. Sono qualcosa che sa farsi misteriosa forma del tempo, e
rivelazione privata.
> “Lei, Maria, se ne innamorava e riusciva, attraverso i sogni, a mantenere una
> relazione con quel morto. Per questo nel titolo, che ancora non c’era, volevo
> la parola ‘sognatori’, ‘sogno’. Credo, come gli antichi, che i sogni abbiano
> una forza che noi non riusciamo a cogliere appieno e che ci sfugge e che,
> proprio sfuggendoci, dimostra la sua potenza. E questo tema, dell’amore che
> vinceva la morte e dei sogni che ne erano il tramite, mi affascinava. Pensavo
> fosse una suggestione personale, che nasceva da una lunga consuetudine con
> l’irrealtà, con la fantasia: le armi che mi difendono quando mi sento a
> disagio. Invece nasceva da un dato reale. E tragico.”
Leggere Tutti i sognatori vuol dire pertanto trovarsi in una terra di confine,
in un romanzo raro che mentre ci racconta una delle più ricche e sincere
testimonianze della letteratura sulla guerra civile, sa portare il lettore,
grazie alla sua scrittura, in viaggio verso l’altrove.
Francesco Subiaco
*In copertina: Fabrizio Clerici, “Minerva phlegraea”, 1956-57
L'articolo Le fantasie della Storia. Intorno a “Tutti i sognatori” di Filippo
Tuena proviene da Pangea.