A tutta prima – seguendo il ragliare dei maligni – il dato più affascinante
della biografia di Frances Cornford è il lignaggio – vertiginoso. Nipote di
Charles Darwin. Il padre di Frances, Francis – che fantasia – era il terzogenito
di Charles, il naturalista che fu rivoluzione, l’autore de L’origine delle
specie: straordinariamente simile al padre, fu docente di botanica a Cambridge.
La madre di Francis – partorita il 30 marzo del 1886 a Cambridge, luogo da cui,
in sostanza, non si si spostò quasi mai –, Ellen Wordsworth Crofts, era la
pronipote del grande poeta William Wordsworth: fu docente in uno dei primi
college femminili dell’epoca, il Newnham.
Degna figlia di tale famiglia, Frances non frequentò l’università, ricevette
un’istruzione privata, fu incoraggiata a scrivere. La prima raccolta
di Poems uscì nel 1910: in uno di questi testi giovanili – ma non puerili –
Frances ragiona sulla Preesistenza: “Ero sdraiata sulla riva/ udivo le onde
ruggire/ il sole mi scaldava il viso:/ cominciai a sognare”. La fanciulla
ricorda di essere stata in quella stessa riva, scaldata da quel medesimo sole,
“chissà quanti secoli prima”: “nelle mie pre-pelasgiche mani/ la sabbia era
ancora calda, ancora fine”.
Il lignaggio, tuttavia, non basta a giustificare il successo dei versi. Frances
Cornford – così ammette nell’edizione dei Collected Poems edita da The Cresset
Press nel 1955 – cominciò a scrivere a sedici anni; l’ultima raccolta, On a Calm
Shore, uscì nel 1960, l’anno della sua morte – aveva 74 anni, morì l’ultimo
giorno di agosto, d’infarto, è sepolta presso l’Ascension Parish Burial Ground a
Cambridge: la sua tomba è prossima a quella del padre, non lontana da quella di
Ludwig Wittgenstein, un amico di famiglia. Di recente, la casa editrice
Enitharmon ha pubblicato, a cura di Jane Dowson, una selezione di Selected
Poems: dicono di uno stile “semplice e diretto”, fatto di “argute osservazioni”,
fitto di “immagini memorabili”. In effetti, la poesia di Frances Cornford – per
lo più ‘da camera’, spesso d’occasione – piacque. Amica di Virginia Woolf,
dialogava in versi con Gilbert Keith Chesterton; Agatha Christie cita una sua
poesia in uno dei suoi romanzi – Murder is Easy, del 1939 –, Philip Larkin
adorava quella frugale coerenza, la capacità, con pochi tocchi, con tatto e
nessun esubero di aggettivi, di far risplendere le cose di tutti i giorni.
A Cambridge, Frances – che si chiamava ancora Frances Darwin Crofts – conobbe
Francis (che fantasia…) Cornford: più grande di lei di dodici anni, insegnava al
Trinity College, diventerà uno dei più importanti classicisti d’Albione,
occupandosi, per lo più, di Platone, Tucidide e Parmenide. I due si sposarono
nel 1909; Frances diede a Francis cinque figli; il secondo fu chiamato Rupert
John in memoria di un caro amico di lei, Rupert Brooke, l’apollineo poeta morto
troppo giovane al fronte, nell’aprile del 1915. Il figlio di Frances – nato
qualche mese dopo la morte di Rupert Brooke – seguì la sorte del poeta: morì
durante la Guerra civile spagnola, nel dicembre del ’36, il giorno in cui
compiva ventuno anni, in circostanze non del tutto chiare. Laureatosi
brillantemente in discipline storiche a Cambridge, Rupert John preferì
arruolarsi tra le fila del Poum, il Partito Operaio di Unificazione Marxista,
antistalinista, tra i mitraglieri. Dicono di atti eroici, di un ragazzo che, pur
ferito, preferì tornare a combattere. Alcune poesie testimoniano il suo impegno
bellico. Insieme a lui, tra i combattenti, figurava anche George Orwell: lo
scrittore britannico non lesinò critiche verso “l’impegno dei ragazzi di buona
famiglia”, che possono votarsi, con la stessa equidistante passione, alla causa
della sinistra rivoluzionaria come a quella della monarchia.
A Rupert Brook, Frances aveva dedicato una poesia, Youth, che avrebbe potuto,
tragicamente, dedicare al figlio:
> “Giovane Apollo biondo chiomato
> sogni mentre ti inghiotte la battaglia
> magnificamente impreparato
> alla lunga brevità della vita”.
Alla prima figlia, Helena, Frances Cornford nata Darwin, dedicò invece il libro
più stravagante e forse più bello, una capricciosa selezione di Poems from the
Russian, edita da Faber nel 1943, nel pieno della Seconda guerra. Nella minima,
sapida Preface, Frances – dopo aver onorato, naturalmente, la saggezza del
marito – denuncia la propria poetica del tradurre: un poeta traduttore deve
‘intonarsi’ al canto del poeta tradotto, non può indossare impunemente abiti
lirici che non gli appartengono. Questa congiunzione può avvenire soltanto tra
anime affini. Insomma, la traduzione è poesia in sé, è medianico rapporto tra
spettri e linguaggi.
> “Un esperto ha scritto che leggere di poesia in un’opera erudita è come
> annusare un mazzo di fiori coperti da un lenzuolo: questo è ancor più vero per
> la traduzione poetica. Quali qualità sono necessarie a un traduttore perché il
> suo esercizio sia quantomeno tollerabile? Ho capito questo. Il traduttore deve
> in qualche modo convincerci che possiamo fidarci di lui. Se nutriamo dei
> sospetti, se ci domandiamo ‘Ma questo è davvero l’originale peruviano o è la
> signorina X.?’, allora tutto è perduto. Naturalmente, non è soltanto la
> correttezza che dobbiamo esigere…”
Al di là di troppe parole, il libro pare accordato a dovere. Nel lavoro, Frances
si è fatta aiutare da Esther Salaman: ebrea russa, fu discepola di Albert
Einstein e amica di Wittgenstein. Particolari ringraziamenti sono accordati a
Nikolai Bachtin, professore di linguistica a Birmingham, nonché fratello di
Michail, il sommo studioso di Dostoevskij e Tolstoj, l’autore di Estetica e
romanzo.
Tra i poeti con cui Frances si sente in sintonia, spiccano Puškin e Blok; questa
è una versione da Anna Achmatova:
“Era tenero, inquieto, geloso: mi amava
come il sole di Dio – il mio cuore fu rapito.
Uccise il mio uccello dalle bianche ali perché
cantava i giorni che precedono il nostro incontro.
Venne al tramonto per dirmi: scrivi
poesie, amore mio, ridi e amami.
Presso il pozzo, sotto l’ontano
giaceva il mio uccellino felice, morto.
Gli promisi che non avrei pianto: fu
allora che il mio cuore divenne di pietra.
Da allora, sento cantare il mio dolce
uccellino ovunque, sempre”.
Di Fëdor Tjutčev, Frances serba il tono sicuro, assertivo, e la predilezione per
le poesie brevi, sketch che spesso sanno riassumere una vita. È lui, in effetti,
il suo vero maestro di stile: la superficie delle cose – evocata con pochi
tratti – si spezza, mostrando l’abisso, per neri bagliori; che bello l’attacco
di Silentium, è quasi una poetica:
> “Resta in silenzio, nasconditi, lascia
> che sogni e desideri sorgano e tramontino
> nei recessi del tuo cuore; i tuoi
> più cari tesori tienili con te, serba
> in te le stelle che nel cuore della notte
> incantano il tuo spirito”.
È vero: giocava a fare la socialista, amava intrattenersi con le signore del suo
rango – ciò che ancora convince delle sue poesie è l’oscurità dietro il casto
mobilio, una sorta di provvidenziale inquietudine, l’ultimo giorno dopo i giorni
costruiti col merletto, il fuoco che arde oltre il velo.
**
Donna con neonato si rivolge al filosofo
Come posso temerti, portentoso sapiente
quando penso che un tempo eri grande così?
Come posso tremare di fronte all’onnipotente
pensatore che un tempo aveva mani piccole e paffute
proprio come queste? Come posso ornarti di inchini
quando immagino il tuo cranio fragile, caldo, soffice cupola
che profuma di sapone? Oh tu – celebrato
da Nord a Sud – che ti metti le dita dei piedi in bocca…
*
Intorno a un epitaffio latino, nella chiesa di Madingley, senza nome né data
Portate rose, giovani inni, viole inviolate
a decorare ancora queste ceneri:
non disturbate il sonno dell’ignota
ragazza con grida di nostalgia –
morì in un giorno di pioggia
sparì nell’immutabile pace di Dio.
Egli sussurrò alla sua anima: lei
gliela restituì senza macchia.
*
Il pazzo e il bambino
“Dove sei stato? Sembri
un alienato, sei sporco…” “Caro mio
sono stato all’Inferno, ho percorso
i soliti oscuri sentieri nel deserto:
avrei potuto fare come te, che
sei stato a Babilonia con le candele”.
“Cosa hai visto?” “Né fiamma né rogo
ma un rio di terrore e di desiderio.
Oh, piccolo mio, non c’è nulla lì
che somigli alle tue dita, ai tuoi capelli
a questo tavolo o a questa sedia:
nulla, nient’altro che disperazione”.
*
*
Dai Veda
La prima coppia abitava
un mondo privo di oscurità.
Quando Yama morì lasciò Yami
nell’infinita luce.
Invano gli dèi cercarono
di alleviare il suo dolore.
Lei rifiutò di ascoltare le loro
sante parole e disse: “Oggi è morto”.
Gli dèi, confusi perché il suo dolore
offuscava la loro onnipotente vista
dissero: “Dobbiamo creare la Notte
che lei dimentichi l’indimenticabile”.
Così crearono la Notte. E dopo
la Notte crearono l’Ultimo Giorno
e lei lo dimenticò. Per questo si dice
che i giorni e le notti divorano il dolore.
*
Dopo le Eumenidi
Molto tempo fa, nella petrosa Grecia
il cuore umano non conobbe pace
lacerato nella sua oscurità
malediceva il fato e la sua nascita;
sperava di lenire l’agonia con il canto.
O Signore, fino a quando ancora?
*
Il lago e l’istante
Guarda –
luce sopra grigie acque:
l’uccello bagna il petto e riposa
le montagne in stato di assedio
assistono in silenzio. Così
libero dal timore accade il primo
assassinio dell’uomo – cuore
che riposa nei golfi del tempo.
*
Una donna sola
A mezzanotte tutte le finestre si spengono
l’oscurità cala sui tetti e sugli alberi senza più ostacoli.
Così nel mio cuore, le case di cui non hai sentito
il bisogno, spengono le loro luci.
*
Rivelazione
Hai tolto una pietra dalla mia mente oscura:
lì, in luce, giaceva un Progetto – intimorita
e sorpresa, ho visto i suoi sconosciuti
tentacoli, i suoi occhi chiusi.
*
A un gatto che si aggira in giardino
Elegante creatura dal nero corpo
perché ti ostini
a inseguire quel pettirosso?
Dimmi quale causa selvaggia riempie
i tuoi occhi vuoti, da quali pozzi
proviene la tua avida luce –
dai confini del Paradiso
dalle rive infere
dai regni del bene
o del male.
*
Preghiera del mattino
Che le mie mani accolgano questo giorno di cristallo
mio Signore, che sappiano custodirlo intatto
che al suo arrivo la sera, nostra grigia sorella,
non trovi alcun frammento rotto sul pavimento.
*
Perduta
Non c’era alcun cartello
con indicazioni chiare
per evitare che mi perdessi.
Soltanto il mio cuore avrebbe
potuto trovarmi, con la stessa
infallibile sapienza degli uccelli
migratori – ma ha fallito.
*
Ritorno a casa
I venti soffiano, inabissando
la notte – gli alberi sono in ginocchio.
Ma l’uomo ha inventato il fuoco
e la candela – l’uomo ha inventato il fiero pasto.
*
Il gabbiano
Vola con purezza, risoluto
e solenne tra vortici rituali.
Sono riuscita a udire la musica
che quell’uccello, perfezionato dal sole,
ha lasciato in cielo.
*
Vittime
Un tempo questa carne era amabile: ora
il Dio Guerra la usa come un ornamento della
grande macchina – un tempo, questa carne provava
pietà, baciava con passione lividi invisibili.
*
Il blitz
Mondo immortale! Un altro giorno di luce
dopo il caos notturno. Benché il cuore
precipiti in un dolore senza fine, le foglie
gialle e pacifiche, cadono con dolcezza.
*
Pioggia d’estate
Fin dall’infanzia, non esiste musica più bella
all’orecchio umano della pioggia d’estate, a sera…
Ogni bambino crede che tutte le cose
del mondo raggiungano la loro pace.
Orrore e disamore, tutti i mali dell’uomo,
rabbia e dolore, non esistono.
È bello sentire gli scrosci tra i rami
dell’edera, i vetri che fremono: la pioggia
piange senza passione e l’oscurità
avvolge la nostra casa. Disperazione
e tormento, invidia e rancore non esistono:
la pioggia spazza via ogni cosa.
*
A un amico
Nei giorni in cui eri
malato, solo, triste
ho visto il tuo spirito
accogliermi ancora.
Nelle mattine in cui la mia specie
sembra una razza in razzia
ricordo di aver visto
risorgere il tuo viso.
*
Epitaffio per Charlotte Brontë
I figli della mia audace mente
resistono selvaggi e imprendibili
come il vento e la pioggia.
Ma in quest’aria d’acciaio, presso
la sua tomba, sono morta, perché
il mio corpo non può sopportare
figli mortali.
Frances Cornford
*In copertina: Frances Cornford nel 1914
L'articolo “Il cuore umano non conosce pace”. Vita & poesia di Frances Cornford,
la nipote di Darwin proviene da Pangea.